mercoledì, 27 giugno 2007

L’accordo Moro

(di Sextus Empiricus e Cieli Limpidi)

Sulle tracce indicate da Priore

“Io ho istruito in parte il processo per banda armata relativo ai missili di Pifano, e lì nasce una vicenda così complessa che non è stata mai spiegata, di rapporti con il FPLP (Fronte popolare per la liberazione della Palestina)… che poi si raccorda con quanto è contenuto nelle lettere di Moro… Moro fa sempre menzione a questo patto, a questo accordo che c’è con la resistenza palestinese.

Questo è un accordo sul quale tuttora c’è una sorta di segreto di fatto (perché non è stato mai opposto un segreto formale), su cui non si può ancora parlare, perché la Commissione Mitrokhin era arrivata ad un determinato punto proprio su questa materia… e da quel momento è nato di nuovo un segreto di fatto, perché i lavori si son chiusi, e lo stesso Andreotti, io ricordo, il Presidente Andreotti parlava appunto di questa sorta di segreto che è troppo presto per rivelare. … Si ha l’impressione che la nostra opinione pubblica non sia preparata alla rivelazione di certi segreti, come quello che riguarda il patto con la resistenza palestinese che ha dominato la nostra storia per anni, per decenni…

Io vorrei solo fare un piccolo riferimento a questo patto, questo è un patto di cui parla Moro in quattro importantissime lettere: a Pennacchini, a Piccoli, e credo… a Cossiga… fa sempre riferimento a questo patto, però di questo patto in Italia c’è una sorta di divieto di parlarne. Questo è un patto, diciamo la verità, che ha determinato la nostra storia per oltre trent’anni…”.

Con queste parole Rosario Priore, giudice che nel corso della sua carriera ha indagato sui cosiddetti “misteri d’Italia”, dalla strage di Piazza Fontana al caso Moro fino al caso Ustica, interveniva a Omnibus su LA7 il 14 maggio scorso.

Parole che, è inutile negarlo, colpiscono tutti coloro i quali hanno vissuto con una certa partecipazione le vicende drammatiche che hanno caratterizzato gli anni ’70.

I precisi riferimenti del giudice Priore lasciano intendere fin da subito – poi si renderà necessaria comunque una seria e oggettiva verifica documentale – che una lunga sequenza di eventi, fatti e “verità” abbiano lasciato tracce evidenti, anche se finora non adeguatamente riconosciute.

Non si può ancora parlare”… di cose che in realtà sono già scritte e che ormai, grazie anche alla rete, risulta molto facile ritrovare, rileggere, rianalizzare con cura.

Forse la novità, la grande novità, sta proprio qui.

Non vogliamo facilmente scadere in una esaltazione acritica della rete, ma forse questo strumento è calato come arma impropria ed imprevista nel placido consesso dei poteri.

Verità sepolte, scomode, inopportune rischiano di vedere la luce grazie alla potenza dei motori di ricerca e degli ipertesti; alla rivoluzionaria contrazione del tempo e dello spazio, che consente a persone lontane che mai si sarebbero incontrate, di scambiarsi opinioni, dubbi, considerazioni e… “scoperte”.

Io e Sextus abbiamo provato pazientemente a seguire quel filo esile ma intrigante che Priore aveva indicato.

Senza nessun intento interpretativo vogliamo mettere semplicemente a disposizione dei lettori le notizie essenziali, vale a dire le “fonti” ultime che siamo riusciti a identificare.

Questo solo per mettere ordine fra informazioni frammentarie e sconnesse e per dare magari modo ad altri curiosi navigatori di andare oltre.

 

Le lettere di Moro

Priore fa cenno a quattro lettere scritte da Aldo Moro durante i 55 giorni della sua prigionia nel “carcere del popolo” delle BR.

Le lettere scritte da Moro sono in totale 95, di cui però solo 30 vennero recapitate ai destinatari mentre le altre 65 vennero “trattenute” dai brigatisti, nonostante, come ebbe a dire Mario Moretti “Moro si raccomandava molto che venissero recapitate” (cfr. Mario Moretti, “Brigate Rosse. Una storia italiana, intervista con Carla Mosca e Rossana Rossanda”, Anabasi, Milano 1994), e nonostante che gli stessi brigatisti avessero promesso che “tutto quanto riguarda il processo a Moro [verrà] trattato pubblicamente” (Comunicato n. 1 del 18 marzo 1978).

Le lettere di Moro divennero pubbliche in tre diversi momenti:

1.      durante i 55 giorni del sequestro (16 marzo – 9 maggio 1978);

2.      dopo la scoperta del covo delle Brigate rosse di via Monte Nevoso (Milano, 1º ottobre 1978), dove vennero rinvenute dattiloscritte e in fotocopia;

3.      dopo il secondo rinvenimento nello stesso covo delle Br di via Monte Nevoso, durante lavori di ristrutturazione (Milano, 9 ottobre 1990), dove vennero rinvenuti i testi manoscritti, ancora in fotocopia.

 

Questi i brani a cui fa riferimento il giudice Priore, in cui Moro esplicitamente cita un “accordo” con i palestinesi.

• Lettera a Erminio Pennacchini recapitata il 29 aprile 1978:

“…È quindi naturale che in un momento drammatico mi rivolga a te per un aiuto prezioso che consiste semplicemente nel dire la verità. Dirla, per ora, ben chiara agli amici parlamentari ed a qualche portavoce qualificato dell’opinione pubblica. Si vedrà poi se ufficializzarla.

Si tratta della nota vicenda dei palestinesi che ci angustiò per tanti anni e che tu, con il mio modesto concorso, riuscisti a disinnescare. L’analogia, anzi l’eguaglianza con il mio doloroso caso, sono evidenti. Semmai in quelle circostanze la minaccia alla vita dei terzi estranei era meno evidente, meno avanzata. Ma il fatto c’era e ad esso si è provveduto secondo le norme dello Stato di necessità, gestite con somma delicatezza…”.

• Lettera a Flaminio Piccoli recapitata il 29 aprile 1978, ma scritta il 22-23 aprile poiché è menzionata in una lettera di Moro a Maria Luisa Familiari scritta domenica 23 aprile:

“… La prima osservazione da fare è che si tratta di una cosa che si ripete come si ripetono nella vita gli stati di necessità. Se n’è parlato meno di ora, ma abbastanza, perché si sappia come sono andate le cose. E tu, che sai tutto, ne sei certo informato. Ma, per tua tranquillità e per diffondere in giro tranquillità, senza fare ora almeno dichiarazioni ufficiali, puoi chiamarti subito Pennacchini che sa tutto (nei dettagli più di me) ed è persona delicata e precisa. Poi c’è Miceli e, se è in Italia (e sarebbe bene da ogni punto di vista farlo venire) il Col. Giovannone, che Cossiga stima. Dunque, non una, ma più volte, furono liberati con meccanismi vari palestinesi detenuti ed anche condannati, allo scopo di stornare gravi rappresaglie che sarebbero poi state poste in essere, se fosse continuata la detenzione. La minaccia era seria, credibile, anche se meno pienamente apprestata che nel caso nostro. Lo stato di necessità è in entrambi evidente.

Uguale il vantaggio dei liberati, ovviamente trasferiti in Paesi Terzi…”.

Priore nel suo recente intervento sembra sbagliare segnalando altri riferimenti nelle due lettere inviate da Moro a Francesco Cossiga. In effetti non sembrano esserci. Anche se la (o le) testimonianze di Cossiga come vedremo sono molto interessanti…

Viceversa, nello scorrere le lettere di Moro, si riscontrano altre tracce del “patto”. In particolare:

• Lettera all’ambasciatore Luigi Cottafavi (amico del Segretario dell’ONU Kurt Waldheim) a cui Moro scrive:

E ciò dimenticando che in moltissimi altri paesi civili si hanno scambi e compensazioni e che in Italia stessa per i casi dei Palestinesi ci siamo comportati in tutt’altro modo”.

• E ancora lettera a Renato Dell’Andro:

La prima riguarda quella che può sembrare una stranezza e non è e cioè lo scambio dei prigionieri politici. Invece essa è avvenuta ripetutamente all’estero, ma anche in Italia. Tu forse già conosci direttamente le vicende dei palestinesi all’epoca più oscura della guerra. Lo scopo di stornare grave danno minacciato alle persone, ove essa fosse perdurata. Nello spirito si fece ricorso allo stato di necessità. Il caso è analogo al nostro, anche se la minaccia, in quel caso, pur serissima, era meno definita. Non si può parlare di novità né di anomalia. La situazione era quella che è oggi e conviene saperlo per non stupirsi. Io non penso che si debba fare, per ora, una dichiarazione ufficiale, ma solo parlarne di qua e di là, intensamente però. Ho scritto a Piccoli e a Pennacchini che è buon testimone”.

E poi al Partito della Democrazia Cristiana (riportiamo solo la prima di tre versioni comunque simili tra loro):

Bisogna pur ridire a questi ostinati immobilisti della D.C. che in moltissimi casi scambi sono stati fatti in passato, ovunque, per salvaguardare ostaggi, per salvare vittime innocenti. Ma è tempo di aggiungere che, senza che almeno la D.C. lo ignorasse, anche la libertà (con l’espatrio) in un numero discreto di casi è stata concessa a palestinesi, per parare la grave minaccia di ritorsioni e rappresaglie capaci di arrecare danno rilevante alla comunità. E, si noti, si trattava di minacce serie, temibili, ma non aventi il grado d’immanenza di quelle che oggi ci occupano. Ma allora il principio era stato accettato. La necessità di fare uno strappo alla regola della legalità formale (in cambio c’era l’esilio) era stata riconosciuta. Ci sono testimonianze ineccepibili, che permetterebbero di dire una parola chiarificatrice. E sia ben chiaro che, provvedendo in tal modo, come la necessità comportava, non si intendeva certo mancare di riguardo ai paesi amici interessati, i quali infatti continuarono sempre nei loro amichevoli e fiduciosi rapporti”.

• Infine lettera a Riccardo Misasi:

Ecco perché queste cose sono e non possono essere disciplinate nel segno dello Stato di necessità, salvo le ipotesi più semplici alle quali fa riferimento saggiamente l’On. Craxi. La casistica, sulla quale più volte mi sono soffermato è al riguardo altamente indicativa, dagli innumerevoli casi di salvezza di ostaggi fino ai casi dei palestinesi di cui si è parlato”.

Il testo integrale delle lettere di Moro si può consultare al sito:

http://www.archivio900.it/it/documenti/finestre-900.aspx?c=1043

Una versione cartacea delle stesse lettere si può leggere in Sergio Flamigni, “«Il mio sangue ricadrà su di loro». Gli scritti di Aldo Moro prigioniero delle Br”, Kaos edizioni, gennaio 1997 (pp. 55-203).

Dunque un “patto”, un “accordo” tra governo italiano e palestinesi sembra essere esistito.

Ma quando è stato stipulato? E dove?

19 ottobre 1973: la data del “patto”?

Un preciso riferimento cronologico alla stipula di questo “patto” è attestato da Sergio Flamigni in “La tela del ragno. Il delitto Moro”, Kaos edizioni, 1ª ed. maggio 1988, 5ª ed. aggiornata aprile 2003. Alle pagine 197-198 di quest’opera (un vero e proprio “classico” sul caso Moro) troviamo scritto:

Il 19 ottobre 1973, presso l’Ambasciata italiana al Cairo, c’era stato un incontro fra il rappresentante dell’Olp, Said Wasfi Kamal, e diplomatici italiani, il primo consigliere Ranieri Tallarigo e il segretario Concetta Di Stefano in Grignano. Il rappresentante dell’Olp aveva chiesto la liberazione dei palestinesi arrestati per l’attentato all’aereo della El Al «e ha offerto l’impegno formale dell’Olp che nessuna azione dei feddayn si ripeterà in Italia qualora venga concessa la liberazione degli attuali detenuti» (Da un appunto “Riservatissimo” al Sid proveniente dal Cairo; cfr. sentenza-ordinanza del giudice istruttore Carlo Mastelloni, cit. [Tribunale di Venezia, procedimento penale nº 204 del 1983], pagg. 1.161-63.). La proposta era stata esaminata il 25 ottobre, nel corso di una riunione al ministero degli Esteri, durante la quale il rappresentante del Viminale – il vicequestore Silvano Russomanno, direttore della Divisione sicurezza interna – aveva sottolineato «la scarsa credibilità dell’impegno che gli organi ufficiali della resistenza palestinese assumerebbero in caso di liberazione dei cinque detenuti»; secondo Russomanno, dovevano «ritenersi del tutto fantasiosi i timori palesati circa possibili azioni delittuose da parte israeliana contro gli arabi». La riunione aveva dimostrato che sotto la direzione di Moro il ministero degli Esteri era impegnato a stabilire un’intesa con l’Olp per salvaguardare il territorio italiano da eventuali attacchi palestinesi, e dai pericoli di ritorsione da parte israeliana che stranamente Russomanno tendeva a escludere.

Può essere che questo “accordo” dell’autunno 1973, nel pieno della guerra del Kippur (6-22 ottobre) non fosse altro che una reiterazione di un precedente “patto”.

Non si spiega però a questo punto l’attentato compiuto il 17 dicembre di quello stesso anno da cinque terroristi di Settembre Nero all’aeroporto di Fiumicino che causò 32 morti.

Le “notizie riservate” di Pecorelli

È d’obbligo citare il giornalista Mino Pecorelli, che dalle colonne della sua rivista “OP” (Osservatorio Politico) del 10 ottobre 1978, analizza la citata lettera di Moro a Piccoli:

Moro si riferisce a quell’accordo «anomalo» stabilito al di fuori dello Stato ma sotto il controllo dello Stato, grazie al quale l’Italia non è stata teatro di quei dirottamenti aerei, stragi e attentati che tante vittime e danni hanno provocato in Europa a partire dal ’72. In quell’anno agenti del Sid informarono il governo che terroristi palestinesi stavano preparando attentati agli aeroporti italiani. Rumor e Moro giudicarono che l’unica strada per impedire che l’Italia diventasse terreno di manovra dei palestinesi era quella di trattare con Habbash una sorta di mutuo patto di non aggressione. L’accordo stabilito dal Sid, con l’unica misteriosa eccezione della strage di Fiumicino, fu sempre rispettato.

Da parte italiana l’accordo presupponeva una perfetta intesa tra governo, Sid e magistratura. Per esempio, quando sul finire del ’73 il Sid di Miceli sorprese a Ostia cinque terroristi arabi in procinto di lanciare un missile contro un aereo israeliano, nel superiore interesse dello Stato la magistratura concesse subito la libertà dietro cauzione che il Sid fu lesto a pagare riaccompagnando gli arabi alla frontiera. Né quella fu l’unica operazione anomala e parallela agli interessi dello Stato. Dal ’73 al ’75, in tre riprese furono consegnati a Habbash dieci terroristi condannati. Salvare la vita di nostri connazionali, salvare gli aerei della flotta di bandiera è stata forse una disfatta dello Stato o una vittoria dell’intelligenza politica sulla forza bruta?

Né lo stato italiano (segnatamente Rumor, Moro, Piccoli, Pennacchini sottosegretario al ministero di Grazia e giustizia, Carmelo Spagnuolo procuratore generale, Miceli capo del Sid, il col. Giovannone responsabile del Sid a Beirut, tutti ricordati nelle lettere di Moro) si limitarono a trattare con i palestinesi. Quando i guerriglieri del Fronte di liberazione dell’Eritrea, per finanziare la rivolta contro Addis Abeba si misero a sequestrare possidenti italiani, anche allora su disposizione di Moro si ricorse ai buoni uffici del Sid. Un agente di Miceli si mise in contatto con il capo del fronte eritreo e riuscì a ottenere l’immunità per tutti i residenti italiani.” (La citazione è tratta da Sergio Flamigni, “Le idi di marzo. Il delitto Moro secondo Mino Pecorelli”, Kaos edizioni, ottobre 2006, pp. 364-365).

Le “testimonianze” di Cossiga

Veniamo infine a Francesco Cossiga e a quanto ha affermato il 24 maggio scorso durante la trasmissione di RAI2 “La storia siamo noi” di Giovanni Minoli:

“… Arrivò attraverso Giovannone, un messaggio del capo di un’organizzazione terroristica, a me diretto, molto cortese, che diceva: “Ma qui stiamo violando i patti, il missile è mio, voi me lo dovete restituire.” Compresi che quindi faceva parte del “patto”, il fatto che noi ci “distraessimo” dei trasporti di materiale esplosivo attraverso il nostro paese, purché al nostro paese non fossero destinati
... Una delle più ardite realizzazioni di Aldo Moro è stato l’accordo segreto, tanto segreto che io che sono stato Ministro dell’Interno, presidente del Consiglio e Presidente della Repubblica, non ne ho mai saputo niente…
… A me poi Ministro dell’Interno e poi Presidente del Consiglio e poi Presidente della Repubblica, non hanno mai detto nulla. Però per un lungo periodo noi siamo stati al riparo dal terrorismo mediorientale
”.

Quasi due anni prima, il 20 luglio 2005 Cossiga scrisse una lettera a Enzo Fragalà capogruppo di An in commissione Mitrokhin, in cui tra le altre cose affermava:

Vi è «il dubbio grave» che la strage di Bologna del 2 agosto 1980 sia stata «o un atto del terrorismo arabo o della fortuita deflagrazione di una o più valigie di esplosivo, trasportato da palestinesi, che si credevano garantiti dall’ accordo Moro’. L’ ‘accordo Moro’, venne “stipulato sulla parola tra la resistenza ed il terrorismo palestinese da una parte e dal governo italiano dall'altra, al fine di tenere l’Italia al riparo dagli atti terroristici di quelle organizzazioni”, e spiega perché “ufficiali del Sismi, ente sempre fedele all’accordo e leale verso perfino la memoria di Aldo Moro, tentarono il depistaggio verso esponenti credo neonazisti del terrorismo tedesco, e per questo furono condannati”.
Le carte raccolte dalla commissione Mitrokhin, a mio avviso potrebbero costituire base per la valida revisione del processo che portò alla condanna della Mambro e del Fioravanti, difesi presso di me da esponenti importanti delle Brigate Rosse che teorizzarono il perché i due non potessero essere che innocenti”.
Quando la Polizia stradale intercettò un camion con due missili, scortato dal «pacifista non violento» Pifano, ‘dominus’ di quel circolo culturale della cosiddetta Autonomia, così lo definì il giudice che annullando una ordinanza da me emanata in base alle leggi speciali quale ministro dell'Interno, e cioè il cosiddetto covo di via dei Volsci, il Sismi mi passò una informativa che si affermava originata dalla «stazione» di Beirut, alias dal colonnello Giovannone, l’ ‘uomo’ di Aldo Moro, secondo la quale una determinata organizzazione della resistenza palestinese, la Fplp, rivendicava la proprietà dei due missili, non destinati all’Italia”.
In realtà non fu difficile a me ed al Sottosegretario all’Informazione e alla Sicurezza, on. Mazzola, comprendere che i dirigenti del Sismi, ci nascondevano qualcosa. Vi fu un burrascoso incontro notturno a Palazzo Chigi, ed alla fine mi fu detta la verità e mi fu esibito un documento trasmesso dalla nostra «stazione»: un telegramma del capo della Fplp a me indirizzato con cui, con il tono di chi si sente offeso per l’atto che ritiene compiuto in violazione di precedenti accordi, mi contestava il sequestro dei due missili e ne richiedeva la restituzione, insieme alla liberazione del ‘compagno’ Pifano”.
La richiesta avanzata dall'Fplp di restituzione dei missili faceva forse parte “dell'accordo mai dimostrato ‘per tabulas’, ma notorio, stipulato sulla parola tra la resistenza ed il terrorismo palestinese da una parte, e dal governo italiano dall’altra, quando era per la prima volta Presidente del Consiglio dei Ministri l’on. Aldo Moro.

La totale fedeltà e conseguente riservatezza che i collaboratori sia del Ministero degli esteri sia del Sifar e poi Sismi, di Aldo Moro nutrivano per lui, impedì sempre a me, benché «autoritariamente curioso», di sapere alcunché di più preciso sia da ministro dell'Interno, che da Presidente del Consiglio dei Ministri e da Presidente della Repubblica”.
Un altro “degli episodi legati all’accordo è la distruzione da parte dei servizi israeliani dell’aereo militare Argo 16, in dotazione al Sismi, come ritorsione alla ‘esfiltrazione’ di cinque terroristi palestinesi arrestati in quanto avevano tentato di abbattere con missili terra-aria un aereo civile israeliano in partenza da Fiumicino”.
“Esfiltrazione o fuga agevolata, operata da agenti del nostro servizio, naturalmente d'accordo con la magistratura che giustamente talvolta fa eccezioni al principio dell’esercizio dell'azione penale e della obbligatorietà teorica dei provvedimenti limitativi che dovrebbero discenderne
”… (AdnKronos, 20 luglio 2005).

Una timeline per l’anno 1973

Questa è una timeline di episodi in qualche modo connessi alla vicenda che abbiamo provato a documentare, accaduti nel 1973:

21 febbraio: aerei da guerra israeliani abbattono sul deserto del Sinai un aereo di linea libico (104 morti);

17 maggio: questura di Milano, via Fatebenefratelli (durante la cerimonia per l’inaugurazione di un busto dedicato a Luigi Calabresi nel primo anniversario della sua uccisione) l’ “anarchico” Gianfranco Bertoli lancia una bomba a mano nella folla (4 morti e 45 feriti), il presidente del Consiglio Mariano Rumor rimane incolume. Il quarantenne Bertoli era rientrato in Italia il 12 maggio dopo un soggiorno in Israele. Era a Milano il 16 dopo essere passato per Marsiglia;

28 giugno: Parigi, salta in aria Mohammed Boudia, il capo della rete palestinese in Europa. L’eliminazione di Boudia, attribuita al Mossad, spiana la strada a Ilich Ramirez Sanches (detto Carlos) ai vertici dell’organizzazione terroristica;

5 settembre: all’aeroporto di Fiumicino, allertati dal generale del SID Ambrogio Viviani, agenti del Mossad scatenano un conflitto a fuoco nel tentativo di eliminare alcuni membri palestinesi di Settembre Nero, catturati successivamente dalla polizia italiana;

6 ottobre – 22 ottobre: Guerra dello Yom Kippur tra Israele e i paesi arabi: Egitto e Siria;

31 ottobre: due dei cinque terroristi di Settembre Nero arrestati a Ostia mentre preparavano un attentato all’aeroporto di Fiumicino a un aereo della El Al, vengono scarcerati e fatti espatriare in Libia a bordo del bimotore Argo 16 del Sid;

23 novembre: “Argo 16”, in uso alla struttura segreta “Gladio”, precipita nei pressi di Marghera. Muoiono i quattro membri dell’equipaggio. Nel corso dell’inchiesta che ne seguì, venne incriminato tra gli altri il generale Zvi Zamir, capo dei servizi segreti israeliani dal 1968 al 1974 e Aba Léven, ex-responsabile del servizio di sicurezza israeliano in Italia;

17 dicembre: un commando di Settembre Nero lancia due bombe incendiari a bordo di Boeing 707 del Pan American in sosta a Fiumicino, 32 morti.

[seconda puntata...]

postato da: GabrielParadisi alle ore 27/06/2007 19:39 | Permalink | commenti (422)
categoria:palestina, israele, russia, brigate rosse, servizi segreti, mitrokhin, misteri d italia, caso moro, strage stazione, moro aldo
giovedì, 17 maggio 2007

L'ultima lettera a Litvinenko

Caro Gabriele,

ho trovato le trascrizioni di tre lettere inviate "di straforo" da Trepashkin a Litvinenko ed ai media. Purtroppo sulla stampa occidentale ne ho trovato soltanto piccoli stralci, l'unica traduzione integrale in inglese dal russo è sul sito di McDuff (A step at a Time).

Ho tradotto la lettera inviata ad Alexandr, e te la mando in copia,  perché credo che si tratti di informazioni interessanti anche sul versante Scaramella.

Questo ovviamente soltanto se quanto disse Litvinenko a Scaramella su Kroc Sena (cioè che era Shebalin) fosse vero.

Ho notato la coincidenza dei congressi IMO con le date di arrivo di certe informazioni (non è che il defunto Ponomarev fosse il postino?).

Insomma vedi un po' tu…

Un abbraccio, a presto.

Simo

 

 

Sergei Adamovich Kovalev nel 2002 organizza una commissione pubblica per investigare sulla tragedia delle esplosioni alle palazzine in Mosca nel 1999: la Commissione Kovalev. I lavori della Commissione vennero del tutto paralizzati nel 2003 dopo che uno dei suoi membri, Sergei Yushenkov, venne assassinato, un altro, Yuri Shchekochikhin, avvelenato col tallio ed il consulente legale Mikhail Trepashkin, arrestato.

Hanno condotto indagini su questa vicenda anche Alexandr Litvinenko, Anna Politkovskaya e Yuri Felshtinsky.

Mikhail Trepashkin, è l’ultimo rimasto vivo in Russia  di coloro che si sono occupati di investigare la tragedia dell’esplosioni alle palazzine nel 1999, accadimento che condusse alla seconda guerra cecena. Tutti gli altri sono stati assassinati.

I detective di Scotland Yard arrivati a Mosca per gli interrogatori sulla morte di Litvinenko, di quelli che erano sulla lista dei testimoni da interrogare, si sono visti negare dalle autorità russe soltanto ed unicamente l’accesso a Trepashkin.

Mikhail era stato condotto in prigione nell’ottobre 2003. La settimana successiva avrebbe dovuto recarsi in tribunale in veste di legale delle vittime della tragedia delle esplosioni alle palazzine. L’accusa è di possesso d’armi da fuoco, rinvenute nella bauliera della sua auto (mi ricorda qualcosa… ndr). L’addebito viene a cadere nel 2004, ma è rinnovato con l’accusa di divulgazione di segreti di stato (anche l’arrivo di nuovi addebiti per poter reiterare le “custodie cautelari” mi ricorda qualcosa… ndr). Viene condannato a 4 anni di lavori forzati. Oggi è malato, morente, denuncia di essere stato sistematicamente torturato ed ha perso quasi del tutto la capacità di parlare e respirare a causa delle pessime condizioni igieniche della cella in cui è detenuto in isolamento. Gli è sempre stata negata assistenza medica esterna al carcere dagli amministratori della prigione, sebbene siano giunti numerosi appelli dai suoi legali e da associazioni umanitarie. Le autorità moscovite dichiarano che è in buona salute.

Il 17 novembre 1998 Litvinenko, assieme a ad altri cinque ufficiali FSB del Direttorato per l’Analisi delle Organizzazioni Criminali (Aleksandr Gusyk, direttore del Settimo Dipartimento, il maggiore Andrei Ponkin, il colonnello V. V. Shebalin, il luogotenente Konstanin Latyshonok, e German Shcheglov) tengono una conferenza accusando il capo dell’URPO, il maggiore Evgenii Khokholkov ed il suo deputato, capitano Aleksandr Kamishnikov, di aver ordinato l’assassinio di Boris Berezovsky. I partecipanti denunciano anche un complotto per uccidere Mikhail Trepashkin ed un altro per rapire il fratello dell’uomo d’affari Umar Dzhabrailov, ceceno residente in Russia. Litvinenko in particolare dichiara che: “alcune unità FSB sono state usate dagli ufficiali a scopi non costituzionali di sicurezza ma per portare a termine ordini privati politici e criminali a pagamento, a volte per lucro personale”. Gli agenti sostengono che queste trame erano state interrotte fino a quando Putin non ha preso l’incarico di capo FSB in agosto. L’unico agente col volto non coperto davanti ai media è Litvinenko.

Alexandr Litvinenko mantiene rapporti con Trepashkin anche dopo essere riparato a Londra. Si telefonano e scrivono lettere. Dopo la carcerazione di Mikhail i contatti diventano difficili, spesso soltanto tramite i legali, che sono tra i pochi che hanno il consenso di ad aver contatti diretti con Trepashkin.

Trepashkin, avuta la notizia dell’avvelenamento di Litvinenko, scrive tre lettere aperte che, tramite i suoi legali, vengono pubblicate su Zaprava.ru.  

Traduco quella indirizzata a Litvinenko.

 

Al sig. Alexander Valterovich Litvinenko

Caro Alexander,

Sono addolorato che tu sia stato avvelenato ma credo che il non aver agito nel momento di specifici segnali di attentato alla tua vita sia una ragione di quello che è accaduto. Già nell’agosto 2002, avevo raccontato di un incontro che avevo avuto vicino la stazione di Kitay-gorod con l’ex ufficiale URPO [Dipartimento delle Contromisure e la Prevenzione delle Attività dei Gruppi Organizzati Criminali]  FSB RF Mr V.V. Shebalin, su sua richiesta. Durante quell’incontro, mi disse che stava di nuovo lavorando con l’USB [Dipartimento per la Sicurezza Interna] FSB RF (era entrato in contatto con l’ufficiale USB D.A. Paramonov grazie a Mr. Vitvinov) e che era stato fondato un gruppo “molto serio” che avrebbe fottuto tutti quelli collegati con Berezovsky e Litvinenko. Mi disse che se avessi lasciato le indagini sulle esplosioni delle palazzine ed avessi iniziato a cooperare col gruppo mi avrebbero “lasciato in pace”. Nella stessa occasione mi chiese informazioni su tuo padre ed un altro parente (non ricordo esattamente chi), che vivevano entrambi a Biryulyovo. Io gli risposi che assolutamente non sopporto la violenza, specialmente gli omicidi. Avevo capito che era stato deciso di eliminare pian piano i tuoi parenti, senza farli apparire come omicidi. Se essi sono ancora vivi è perché io diedi immediatamente pubblica notizia della sua proposta criminale. Ricordi che ti dissi di questo, ma non ci fu reazione da parte tua. Avresti dovuto chiedere un’indagine. Durante quell’incontro io dissi a Shebalin:

“dimenticati di Litvinenko! E’ a Londra. Ne abbiamo abbastanza di questi sporchi affari di vendette personali. Ci sono questioni più importanti per l’FSB RF – un comandante in campo di Salman Raduyev chiamato Abdul, che io avevo incarcerato, è appena riapparso a Mosca. E’ uno specialista di operazioni terroristiche. N.P. Patrushev aveva ordinato il suo rilascio nel dicembre 1995. Poi è tornato in Turchia promettendo di riunirsi alle milizie e tornare per sparare a me, Gagayev, e Shevchenko. Adesso lui si trova a Mosca, lo ha visto Alexander Yevstigneyev. In più so da miei clienti [quelli che Trepashkin aveva in veste di legale] che molti ceceni armati sono apparsi dal maggio 2002 nei distretti ovest e sud-ovest [di Mosca], si stanno audacemente incontrando, senza nessun timore di mostrare di portare con sé anche delle armi. Dovrebbe esser fatto un lavoro immediato in questa direzione perchè qualcosa sta accadendo, invece che perdere tempo con Litvinenko!”.

Poi diedi a Shebalin (perchè le passasse alla FSB RF) alcune informazioni del 1995-1996 sulle vecchie residenze di Abdul e dei suoi contatti. Ma alla FSB RF non ci furono reazioni. Poi avvennero le esplosioni alla Casa della Cultura in Dubrovka (“Nord-Ovest”), che portarono 130 morti tra gli ostaggi.

L’episodio dell’incontro con Shebalin e gli avvertimenti sugli attacchi terroristici organizzati, mi sono stati addebitati come divulgazione di segreti di stato, diffusione dei piani della FSB RF! Da quello che ne ho dedotto, il problema di perseguire  B.A. Berezovsky e A.V. Litvinenko, così come i loro sostenitori in Russia, furono posti su un livello di interesse maggiore dalle autorità che la prevenzione di atti terroristici a Mosca. Oppure, forse, la zona “nord ovest” è un’area che rientra nei piani dell’FSB RF? Il Procuratore deputato della  RF Kolesnikov ha usato le vecchie vicende polverose che avevano a che fare con contratti per “Zhigulis”, con lo scopo di prendere Berezovsky. Mi hanno incarcerato arbitrariamente e mi stanno tenendo in isolamento dietro il filo spinato ormai da quattro anni. Con calma  (nella quieta atmosfera di “coloro che amano il regime della regola della legge dello stato russo”, come viene descritto nell’arena internazionale), secondo un piano indipendente, hanno deciso di arrivare a te, Alexander Valterovich! Se continuerai a non far nulla di più che vomitare slogan, invece che diffondere le prove concrete, e rimanere silente sui fatti accaduti, ti distruggeranno! Però, sono costernato di osservare che anche nel mio caso è stato organizzato un modo per impedirmi di diffondere le informazioni. Scrivo moltissimo e di concreto, ma niente riesce a trovare pubblicazione, non solo nei media centrali ma anche sui miei stessi siti. Sebbene in marzo, in risposta al mio appello, B.A. Berezovsky mi avesse promesso un aiuto nel coverage del mio caso sui mass media, tutto al contrario, sono isolato, anche dagli avvocati che si occupano di difesa dei diritti umani!

Acconsento alla pubblicazione di questa lettera ai mass media.

Con rispetto ed empatia M.I. Trepashkin
20 Novembre 2006

P.S. Poiché le mie lettere spesso non raggiungono il destinatario, per favore confermane ricevimento, anche con una sola frase.

 

(seguono altre due lettere)

 

Il 9 marzo 2007 Trepashkin è intervistato da “The New Times”. Quando gli viene chiesto perchè secondo lui è stato utilizzato un metodo così complicato per uccidere Litvinenko risponde:

credo sia stato un lavoro maldestro degli agenti che hanno portato a termine l’omicidio, anche perchè nelle intenzioni degli organizzatori assieme a Litvenenko dovevano morire gli agenti, la famiglia di Litvinenko, Berezovsky e Zakayev. E’ possibile che gli agenti non sapessero delle conseguenze possibili per sé stessi e l’ambiente. Credo che avessero calcolato che le cause della morte non sarebbero mai state individuate. Potete trarre le vostre conclusioni ma aggiungerò quanto segue: nel 2001, quando telefonai a Litvinenko a Londra per la prima volta su richiesta di Shebalin (per conto dell’FSB, mi disse), gli chiesi se stava per scrivere un nuovo libro, dove stava lavorando e con chi, lui rispose che aveva un lavoro come postino la mattina. Poi, tempo dopo, Shebalin espresse l’opinione che sarebbe stato bene mandargli [a Litvinenko] una lettera che conteneva della polvere. E’ stato scritto molto su questo tipo di lettere al tempo in America.” [Antrace]

Da il Roma 11/04/2007

Il 14/10/2005 Scaramella al Commissariato Dante di Napoli:

«Sono venuto a conoscenza di informazioni da me considerate credibili del coinvolgimento
di un ex ufficiale del Kgb, tale Alexander Talik, unitamente a tale Krok Sena, in un progetto di aggressione che riguarderebbe la mia persona o più probabilmente esponenti del mio Ufficio, ed impiegherebbe armi “non convenzionali” in arrivo in queste ore sul territorio italiano, provenienti dall’Ucraina
».

 

Il 03/11/2005 Scaramella alla Squadra Mobile di Napoli:

«ho acquisito delle informazioni che ritengo siano utili ai fini della prosecuzione delle indagini: nello specifico, venivo a conoscenza da Litvinenko Alexander del nome preciso del personaggio dei Servizi russi, che nei precedenti verbali definivo quale Krok Sena, in Shebalin Viktor Vasilievich, colonnello dell’Fsb che dovrebbe trovarsi in Italia »... «probabilmente sposato con tale Olga Shebalina, a dire del Litvinenko è collegato con il Talik Alexander: questo rapporto è inquadrato in un più vasto programma dei Servizi speciali russi».

Una delle fonti di queste informazioni era ancora una volta Limarev. Siamo sicuri che abbia mentito nelle email del 30 e 31?

 

postato da: GabrielParadisi alle ore 17/05/2007 07:56 | Permalink | commenti (73)
categoria:russia, servizi segreti, putin vladimir, litvinenko
martedì, 03 aprile 2007

Riecco Limarev...

Abbiamo ricevuto da Gian Paolo Pelizzaro (giornalista de Il Roma) una email e l’articolo-intervista a Limarev…

 

Caro Paradisi,

ti segnalo la mia intervista ad Evgueni Limarev sul caso Scaramella-Litvinenko online sul sito www.area-online.it. So - tramite l'amico collega Vincenzo Nardiello - che segui con interesse il nostro (faticoso) lavoro. Spero ti possa servire per avere un quadro più chiaro di questa manipolazione.

Cordialmente

Gian Paolo Pelizzaro

 

 


 

 

Intervista esclusiva con Evgueni Limarev, 

una delle fonti russe dell’ex consulente della Commissione Mitrokhin

 

 

«Non escludo che Scaramella sia stato manipolato»

 

 

 

di

Gian Paolo Pelizzaro

 

 

Parla l’uomo dei misteri, Evgueni Limarev, la fonte russa di Mario Scaramella che, con le sue email, provocò di fatto quell’incontro fatale a Londra - il 1° novembre dello scorso anno - tra l’ex consulente della Commissione Mitrokhin e Alexander Litvinenko, il defezionista dell’Fsb riparato nel Regno Unito nel novembre del 2000 ed eliminato con una micro-bomba sporca a base di Polonio 210. Limarev, nato nel luglio 1965 a Frunze (vecchio nome della capitale della Repubblica socialista di Kirghiza nell’Asia Centrale ai tempi dell’Urss, oggi Bishkek, capitale del Kirghizistan), risiede da otto anni in Francia (vive a Cluses, nell’Alta Savoia) dove svolge – così lui afferma – attività di consulenza privata come esperto di politica e questioni legate all’intelligence ex sovietica. Per questo, afferma, egli è iscritto in un pubblico registro tenuto dall’amministrazione francese e paga regolarmente le tasse. Il suo nome è noto alle cronache italiane soprattutto per le sue affermazioni concernenti i suoi rapporti con Mario Scaramella e le attività da loro svolte durante i lavori della Commissione Mitrokhin.

Limarev è entrato in contatto con Scaramella, nel 2004, proprio attraverso Litvinenko. I due iniziano a collaborare su una serie di temi e argomenti circa le attività di penetrazione dei servizi segreti russi in Italia (prima e dopo la caduta del Muro di Berlino). Poi il loro rapporto si incrina, alla luce (così sembra) delle sempre più pressanti richieste economiche di Limarev il quale – da consulente privato – voleva essere retribuito per la sua attività di collaborazione con Scaramella. Questa la versione ufficiale della storia, ma – come spesso accade – in queste vicende i livelli di verità potrebbero essere più di uno.

Nel febbraio del 2005, come spiega egli stesso, stanco e seccato dal modo di lavorare e dal comportamento di Scaramella, Limarev decide di mettersi in contatto con i giornalisti di Repubblica, Carlo Bonini e Giuseppe D’Avanzo, per svelare loro tutta una serie di retroscena sui suoi rapporti con il consulente della Commissione Mitrokhin (in quel momento l’organismo d’inchiesta è ancora in piena attività e Scaramella è uno dei consulenti più vicini al presidente Guzzanti). Tuttavia, nonostante l’apparente rottura dei loro rapporti, Limarev continua a tenersi in stretto contatto con Scaramella, soprattutto tramite posta elettronica. E saranno – come spieghiamo nell’articolo intitolato “La Trappola” e pubblicato sul numero di aprile di Area – proprio due email (del 30 e 31 ottobre 2006) di Limarev, dal contenuto inquietante e allarmante (si parlava di un presunto progetto di aggressione da parte di uomini legati ad un’organizzazione di reduci dei servizi segreti russi: Dignity & Honor, presieduta dal colonnello Valentin Velichko), che spingeranno Scaramella a chiedere un incontro urgente con Litvinenko. Scaramella, come noto, incontrerà il defezionista del servizio di sicurezza federale russo in un sushi bar a Piccadilly Circus nel primo pomeriggio del 1° novembre.

Poche ore prima, una killing squad partita da Mosca era riuscita ad avvicinare Litvinenko (prima di pranzo: il meeting fatale è avvenuto all’interno del Millennium Hotel a Grosvenor Square) e a fargli ingerire una tazza di tè dove, di nascosto, era stata diluita la dose mortale del metalloide radioattivo. Nulla fu lasciato al caso. Un lavoro da professionisti, pianificato con almeno due mesi di anticipo. I principali sospettati sono due cittadini russi con un passato da agenti del Kgb, Andrei Lugovoi e Dmitri Kovtun. Scotland Yard, alla fine di gennaio, ha consegnato alla Procura Reale un rapporto completo sull’attentato a Litvinenko ed ora si attende la valutazione dei giudici, i quali stanno decidendo se dare corso alla richiesta di estradizione nei confronti dei vari indiziati o decretare l’archiviazione del caso.

Il russo verrà a Roma, ospite di Repubblica nei giorni 21 e 22 febbraio 2005 (la direzione del quotidiano diretto da Ezio Mauro coprirà tutte le spese relative al soggiorno di Limarev), ma il resoconto che i giornalisti faranno dei colloqui con il contatto di Scaramella rimarrà chiuso in un cassetto per 21 mesi, nonostante la Commissione fosse al volgere dei propri lavori istruttori. In due lunghi articoli, pubblicati da Repubblica in forma di intervista (ma di questa esisterebbe soltanto uno stenografico, nessuna registrazione, nessun testo scritto concordato e autorizzato dall’intervistato) il 26 e 27 novembre 2006, Limarev parla della «palude» della Mitrokhin, facendo scoppiare in Italia uno scandalo politico senza precedenti, mentre le autorità britanniche, alle prese con l’allarme Polonio, sono sulle tracce degli assassini di Litvinenko.

Limarev, a proposito dei suoi rapporti con Scaramella, nella corrispondenza a corredo di questa intervista fa anche il nome di una delle fonti ucraine che avrebbe avuto un ruolo nella controversa vicenda che portò al ritrovamento da parte della polizia delle due granate da guerra (Vog P25 di fabbricazione bulgara) sequestrate a bordo di un furgone ucraino in provincia di Teramo il 16 ottobre 2005, proprio sulla base di alcune denunce sporte a Napoli (tra il 14 e il 15 ottobre) dall’allora consulente della Commissione Mitrokhin. Si tratta di Oleksiy Pysarenko, accreditato come primo segretario presso l’Ambasciata di Ucraina a Roma. Secondo Limarev, a metà dello scorso anno, fra i vari ucraini e russi “residenti” in Italia, Scaramella gli parlò di questo Pysarenko come di un collegamento con l’Sbu (il servizio segreto ucraino) a Roma, mettendolo in guardia perché il napoletano avrebbe più volte incontrato l’ucraino e che quest’ultimo stava collaborando con la residentura romana dell’Svr (il servizio segreto estero russo, nato dalle ceneri del Primo direttorato centrale del Kgb) e che lo stesso Pysarenko stava dando la caccia a Limarev in Italia (circostanza, questa, che sarebbe stata confermata a Scaramella da qualche «generale dell’Sbu»). Vero? Falso? Ciò che sappiamo di certo è che Scaramella, per quanto riguarda la fonte ucraina che gli ha fornito le informazioni che hanno permesso il rintraccio del furgone con le armi, ha fatto sempre il nome di Volodymyr Kobyk, già accreditato all’Ambasciata ucraina come traduttore, direttore della società Mist Italia che si occupa dell’import-export e dei rapporti commerciali con l’Ucraina.

Per Boris Volodarsky, defezionista del Gru (il servizio segreto militare russo) residente a Londra, Limarev sarebbe un agente provocatore, un manipolatore al servizio dell’intelligence di Mosca: «Ha fatto il possibile per venire a conoscenza dello stato delle indagini della Commissione, che materiali avevano acquisito, con chi collaboravano e quali erano le loro fonti nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in altre nazioni, Russia compresa. Per questo penso che, in un preciso momento, Limarev abbia avuto un ruolo attivo, di provocazione».

Accuse molto gravi, che il diretto interessato respinge con sdegno, ribadendo la propria correttezza e la propria totale estraneità ai fatti di Londra che hanno finito col travolgere, in un sol colpo, Litvinenko e lo stesso Scaramella. Ma Volodarsky aggiunge: «Adesso so che (ho tutta la documentazione) Limarev per due anni ha continuato a fornire, a pagamento, informazioni false, sicuramente fabbricate a Mosca, altre invece furono fabbricate personalmente da Limarev, oppure entrambe le cose. Queste informazioni erano completamente non corrette, dati falsi sulle questioni che interessavano Scaramella». Da qui l’ipotesi che il consulente napoletano possa essere stato vittima di una micidiale manipolazione.

Quella che segue è l’intervista che Evgueni Limarev ha rilasciato ad Area, tramite domande e risposte scritte in lingua inglese. Il testo viene pubblicato integralmente, senza alcun taglio o modifica, anche per evitare richieste di rettifica o eventuali smentite. Ricordiamo che Limarev a Repubblica ha affermato, fra l’altro, di aver incontrato Guzzanti una sera a cena, salvo poi smentire quanto da lui stesso dichiarato, dicendo che Scaramella gli avrebbe messo davanti un sosia dell’allora presidente della Commissione Mitrokhin… In un versante così scivoloso, le precauzioni non sono mai abbastanza.

 

Signor Limarev, prima di passare alle domande, gradirei che lei mi confermasse (o nel caso smentisca o rettifichi) questa serie di notizie sul suo passato, legate anche al suo rapporto di collaborazione con Mario Scaramella, all’epoca consulente della Commissione d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività dell’intelligence italiana.

 

Lei viene indicato come ex agente dei servizi segreti sovietici-russi e oggi, stando a quanto avrebbero fatto sapere le autorità britanniche, sarebbe un contrattista esterno dei servizi di sicurezza russi. Vero?

Non è assolutamente vero. È una teoria senza fondamento, una falsità premeditata. Viene propagata dai defezionisti dell’ex Urss  Oleg Gordievsky e Boris Volodarsky, e citata (tanto per cominciare) dal senatore Paolo Guzzanti – coloro che oggi sostengono  Mario Scaramella, e anche da simili “cacciatori di agenti del Kgb” in Occidente. A loro non piace la mia posizione, indipendente e imparziale, sulle “crociate anti-Kgb” di Alexander Litvinenko, e le attività nel campo della “sicurezza” svolte da Scaramella. Per quanto io possa sapere, non esiste nei miei confronti alcuna “presa di posizione da parte delle autorità britanniche”, né verbale né scritta. Analoghe frange senza scrupoli tra i media affermano il contrario: che io sia da molto tempo agente dei servizi segreti occidentali, che mi avvalgo della protezione della polizia francese, che sono a capo delle attività sovversive anti-Putin di Boris Berezovsky, ecc. Sono stabilmente residente in Occidente, dal 1993 in Svizzera e dal 1999 in Francia. Sono un professionista (registrato in Francia), esperto nel campo della sicurezza e delle vicende politiche dell’ex Unione sovietica. Non rappresento nessuno. Nessuno procede nei miei confronti e nessuno mi accusa di atti illegali – di questo io e i miei avvocati siamo sicuri al 100 per cento per quanto riguarda la Francia: non ci sono indizi di alcun procedimento oppure di indagini ufficiali nei miei confronti in qualsiasi Paese del mondo (Italia compresa) - [Come egli stesso scrive sul suo blog personale limarev.spaces.live.com, dopo l’uscita delle sue dichiarazioni su Repubblica il 27 novembre 2006, Limarev è stato contattato telefonicamente da Lamberto Giannini, dirigente la Digos di Roma, il quale lo invitava a rendere la sua testimonianza sul caso Scaramella, ma il russo ha risposto che non poteva poiché già rientrato in Francia, aggiungendo di essere però a disposizione delle autorità italiane per ogni chiarimento, ndr]. In realtà sono stato interrogato da Scotland Yard e dai loro colleghi francesi il 22 dicembre 2006 – il giorno in cui Scaramella partiva “improvvisamente” dall’Inghilterra verso l’Italia, per finire direttamente in carcere [il dato è erroneo: Scaramella rientra da Londra la sera del 24 dicembre e viene arrestato all’aeroporto di Napoli Capodichino su ordine della Procura di Roma, ndr]. Mi fecero domande dettagliate su Litvinenko e Scaramella: le mie risposte sono risultate soddisfacenti per gli investigatori nel quadro del “caso dell’omicidio Litvinenko”. Da quel tempo, non sono stato avvicinato dalle autorità di nessun Paese, a prescindere da quello che il senatore Guzzanti possa dire di me in Italia (al Sismi, ai suoi associati, ai lettori…) o che vada cercando.

 

Conferma che lei lavorò, sia prima che dopo il crollo dell’Urss, nel Centro speciale di addestramento del Kgb (Balashiha-2), vicino Mosca, conosciuto anche come il Centro antiterrorismo dell’Fsb?

Ho lavorato in questo Centro come interprete-docente di lingue straniere solo nel periodo dal 1988 al 1991, prima del crollo dell’Urss.

 

Conferma che suo padre è stato un maggiore-generale dell’Svr, specializzato in attività illegali anti Nato?

Confermo che mio padre era un alto ufficiale del Kgb-Pgu [acronimo russo che sta per Pervoye glavnoye upravleniye, il Primo direttorato centrale del Kgb, lo spionaggio all’estero, oggi svolto dall’Svr. Al Primo direttorato, in qualità di archivista, ha lavorato fino al 1985 il colonnello Vasili Nikitich Mitrokhin, passato in Occidente nel marzo del 1992, ndr]. Andò in pensione intorno al 1995 o 1996.

 

Conferma che è stato consigliere dell’ex presidente della Duma, Guennadi Seleznev?

Esatto: dal 1996 a fine aprile 1999, sono stato il suo consigliere su vicende pubbliche e commerciali (a livello personale e anche per alcuni dei suoi programmi di beneficenza). Ero molto coinvolto nel finanziamento e nella promozione della sua campagna presidenziale in Russia nel 1998 fino ad aprile 1999 (prima che Yeltsin proclamasse Putin come il suo successore, e della rinuncia di Seleznev alle presidenziali).

 

Conferma che, prima di lasciare la Russia, lei per un periodo si è occupato di vendita all’ingrosso di zucchero nella regione di Belgorod?

Sì, ero impegnato in questa attività (in tutta la Russia) nel periodo 1991-1995, ma non sono mai stato sospettato o accusato di attività criminali, né sono stato indagato o ricercato dall’Interpol, nonostante le affermazioni in due articoli di due giornali-spazzatura russi nell’aprile del 1999 (firmati da giornalisti anonimi sostenuti dal Kgb-Svr).

 

Mario Scaramella ha dichiarato alla polizia – relativamente ad un presunto piano di aggressione da parte dei servizi speciali russi e ucraini che avrebbe avuto come obiettivi l’allora presidente della Commissione Mitrokhin, sen. Paolo Guzzanti, e lo stesso Scaramella – che lei sarebbe un ex insegnante di lingua persiana e inglese per gli agenti speciali dell’Svr a Balashiha-2. Conferma?

Sì, ho lavorato a Balashiha-2 come interprete (di quattro lingue straniere) e come docente (di due lingue straniere).

 

Conferma che nella sua visita a Roma, lo scorso novembre, ignoti le hanno rubato la valigetta 24 ore con importanti documenti?

Sono stato derubato la sera del 17 novembre 2006 – ma non furono rubati documenti importanti: solo la borsa con i contanti, carte di credito e altre tessere, documenti di identità, la macchina fotografica-video e altre cose del genere. Ho regolarmente denunciato questo alla stazione centrale dei carabinieri [al comando di piazza San Lorenzo in Lucina, ndr] a Roma (lo stesso giorno) e poi presso il consolato francese in Italia. Sono stato derubato al centro di Roma in un caffè: ho subito chiesto ai gestori di chiamare la polizia per poter sporgere denuncia. Mentre aspettavo l’arrivo dei carabinieri, ho chiamato Mario per ottenere un consiglio e/o assistenza. Lui voleva convincermi di non rivolgermi alla polizia e mi prometteva di “sistemare la questione”. Inoltre, mi ha chiesto più volte se fossero stati rubati documenti indirizzati a lui e se avessi portato in Italia tali documenti, ma risposi di no. I carabinieri hanno parlato con Mario più volte per telefono durante la mia lunga permanenza nella stazione (circa quattro ore).

 

Conferma che ha conosciuto Boris Berezovsky e che questi, in un certo periodo, fu il finanziatore di alcune sue attività nel campo della comunicazione (RusGlobus) e che, in tale contesto, lei entrò in contatto con il giornalista russo Oleg Sultanov il quale, in seguito, rilasciò un’intervista nella quale affermava che questa attività non era altro che un affare di famiglia e che lei utilizzava diversi pseudonimi?

Ho conosciuto Boris Berezovsky più volte nel 2003, e gli ho parlato più volte per telefono nel periodo dal 2003 fino al mese di dicembre 2006. Nel 2002-2003, lavoravo con la Foundation of Civil Right di Alex Goldfarb negli Stati Uniti (sponsorizzata da Berezovsky) in qualità di presidente della RusGlobus Association (Francia). Oleg Sultanov era (ed è ancora) agente del Kgb-Fsb (lo ha affermato nelle sue pubblicazioni del 2003). Si è avvicinato a me nel 2002 nel quadro di una missione di intelligence speciale volta a screditarmi, su ordini del Svr-Fsb (hanno saputo dei miei contatti con Yuri Schekochikhine, il noto parlamentare e giornalista russo, avvelenato nel 2003 nello stesso modo di Litvinenko, e di Berezovsky e associati. Ho svelato il suo ruolo di agente del Kgb, costringendolo a lasciare la Francia. In seguito, mi ha attaccato sui media russi controllati dal Svr-Fsb con una serie di articoli inventati (tra dicembre 2002-gennaio 2003, ma in Occidente non venne riportato nulla). Per tenere un basso profilo e per non attirare l’attenzione dell’Svr-Fsb, ho utilizzato qualche pseudonimo nelle mie attività su Internet.

 

DOMANDE

 

Perché il rapporto tra lei e Mario Scaramella si deteriorò al punto che lei decise di raccontare ai giornalisti de La Repubblica, Carlo Bonini e Giuseppe D’Avanzo, i retroscena delle attività svolte con l’allora consulente della Commissione Mitrokhin?

Nel febbraio 2005, mi sono avvicinato a Bonini e D’Avanzo (che avevo conosciuto molto prima, insieme ad altri giornalisti italiani) dopo un anno di infelice collaborazione con Mario Scaramella. Già in quell’epoca è cessata la collaborazione su base gratuita, amichevole, perché risultava chiaro quanto segue:

- Nel quadro del mandato ufficiale della Commissione Mitrokhin, Scaramella non faceva quasi nulla (almeno insieme con me), confondeva continuamente gli affari privati e la politica oltre a fingere (senza alcuna evidenza) di avere buoni legami negli ambienti di intelligence americani, italiani e della Nato.

- Il suo vero scopo era quello di raccogliere ogni genere di materiali compromettenti nei confronti dei propri avversari e di quelli dei suoi associati (in genere, ma non solo, la sinistra in Italia) e ogni genere di informazioni “sensibili” che riguardassero argomenti in qualche modo legati al Kgb.

- I suoi metodi di raccolta e di gestione delle informazioni sensibili non erano affatto professionali, in misura da provocare, prima o poi, conseguenze disastrose per me e per le mie fonti.

- Prendeva impegni e faceva promesse con grande facilità, ma difficilmente li manteneva.

-  Non si sapeva chi fossero i partner e le fonti di finanziamento, che restavano sempre nell’ombra. Evidentemente, questi collaboratori e queste fonti avrebbero un giorno avuto qualche guaio.   

E così ho deciso di raccontare ai giornalisti indipendenti la verità sulle attività di Scaramella in modo da creare un alibi in caso di problemi che dovessero derivare da Mario. Ecco perché ho offerto a Repubblica una parte del mio dossier per ulteriori indagini congiunte. Ma non ho mai raggiunto con loro un accordo e non ho mai consentito loro di pubblicare questo dossier. Sembra che io abbia avuto ragione: nel novembre 2006, Mario violava il nostro accordo di consulenza riservatissimo e svelava alla stampa mondiale il mio nome, i nomi delle mie fonti e altre informazioni per poterci palesemente trarre profitto. Tra marzo 2005 e gennaio 2006, non lavoravo con Scaramella, e raramente avevo contatti con lui. Sono stato contattato da Repubblica a questo riguardo solo alla fine di novembre 2006, dopo che Mario aveva già svelato alla stampa mondiale l’esistenza delle mie consulenze.

 

Perché il 13 novembre del 2004 lei si recò alla stazione dei carabinieri di Avellino per presentare una denuncia nella quale, in particolare, lei asseriva di aver dovuto interrompere la sessione di lavoro con Scaramella per motivi di sicurezza?

Non ho avuto tempo per ricontrollare quella data e quindi mi devo fidare di lei, sig. Pelizzaro [la data è esatta ed è quella che appare sul documento sottoscritto da Limarev, ndr]. Venivo accompagnato a quella stazione da Mario e da uno dei suoi colleghi. Mario mi ha chiesto con insistenza di depositarvi le informazioni che aveva ricevuto dalle mie fonti riguardanti i fratelli Kobyk, oltre alle mie considerazioni in tema di sicurezza nei loro confronti e anche riguardo allo stesso Mario. Il testo originale di queste dichiarazioni era stato scritto da Mario, ma era così scadente che ho dovuto riscriverlo, apportandovi modifiche significative. In tale contesto, si faceva riferimento alla sospensione (cosa che Mario aveva senz’altro proposto) della nostra sessione di lavoro. Il giorno precedente, Mario mi aveva anche presentato a Volodymyr Kobyk. Richiesto da Mario, ho intervistato Kobyk, il quale era anche venuto alla stazione di Avellino per depositare la sua dichiarazione, sempre in seguito ad una richiesta diretta da parte di Mario.

 

Lei ha avuto modo di raccogliere informazioni su una delle persone che erano in contatto con Scaramella, l’ucraino Volodymyr Kobyk. Qual è la vera identità e attività di questo signore e perché, insieme al fratello Taras, ritiene che facciano parte dell’intelligence ucraina operante in Italia?

Nella dichiarazione di cui sopra ho spiegato quello che ho avuto dalle mie fonti oltre ai miei pensieri personali sulla questione (a proposito, come mai viene resa pubblica in Italia la mia dichiarazione riservata? Nemmeno Mario doveva riceverne una copia – solo io e l’ufficiale che l’aveva accettata! Ma so che in Italia molti giornalisti conoscono il contenuto). Per quanto io possa ricordare, le informazioni sulla sicurezza pervenute dalle mie fonti (informazioni, peraltro, assai incerte) e riportate nelle mie dichiarazioni riguardavano soprattutto Taras. Lo stesso Volodymyr aveva raccontato a me e a Mario di aver avuto molto a che fare con l’ufficiale dei servizi ucraini Evgueni Totsky, anche se, durante il nostro incontro, fingeva di essere preso di mira da quest’ultimo (insieme con Taras).

 

Ha mai incontrato Volodymyr o Taras Kobik?

Sì, come ho già detto, l’ho incontrato una volta.

 

Ritiene che Mario Scaramella possa essere stato manipolato e quindi incastrato da questa struttura dell’intelligence ucraina, su ordine di Mosca? In caso affermativo, per quale motivo?

Immagino che ci sia questa possibilità. Mario aveva molti contatti, pericolosissimi e caotici, di origine russa e ucraina: molti di loro non sono ancora noti al pubblico. Quasi tutti erano coinvolti in questioni di sicurezza, e senz’altro qualcuno di loro poteva essere stato manipolato dai servizi dello Stato e/o da gruppi di stampo mafioso o siloviki [il circuito degli ex appartenenti ai servizi segreti russi e della comunità d’intelligence ex sovietica, ndr]. Mario era, e rimane, assolutamente privo di professionalità in questioni di sicurezza