venerdì, 16 novembre 2007
Il silenzio e il rumore

Ieri sera ad Annozero, il cui tema centrale erano i fatti di Genova del luglio 2001 e gli abusi delle forze dell'ordine (s'è parlato anche del povero Federico ALDROVANDI e ovviamente del tifoso ucciso domenica scorsa), il solito Marco TRAVAGLIO nel suo solito editoriale è riuscito, pensate un po', a parlare della Commissione Mitrokhin e di Mario SCARAMELLA (!?).
Cavoli a merenda voi direte? No. Non crediamo. In questa storia nulla è casuale.
Col suo abituale modo di fare sbarazzino e forbito il bel Marco ha suscitato ovviamente le risate grasse e convinte dell'intera platea mentre un cameraman compiacente indugiava con generosità sui volti degli spettatori sull’orlo delle lacrime d’ilarità ogniqualvolta si accennava a “Mortadella” agente del KGB.
Ecco una trascrizione delle parole di TRAVAGLIO perché a noi piace parlare sui documenti non tralasciando nulla e dando a tutti voce e spazio. Questo comunque il link al filmato.
...

TRAVAGLIO: Parliamo di Commissioni d’inchiesta, perché è chiaro che negli Stati Uniti e in una democrazia normale la catena di comando che non ha funzionato sarebbe oggetto di una Commissione d’inchiesta e lì, senza destra e senza sinistra, andrebbero a vedere che è successo…

Il problema è che qua le commissioni d’inchiesta …

SANTORO: Quelle che vediamo in televisione o al cinema, no?

TRAVAGLIO: esatto

SANTORO: ...il senato americano…che si riunisce, interroga…bah….

TRAVAGLIO: Qua purtroppo le commissioni di solito servono a incasinare anche le poche cose che sono già chiare …e a farla dovrebbero essere gli stessi parlamenti…gli stessi parlamentari che hanno partecipato nella scorsa legislatura ad alcune leggendarie commissioni…l’antimafia ce l’abbiamo dal ’63, e non è che insomma abbia prodotto chissà che cosa…

SANTORO: Beh, qualcosa…

TRAVAGLIO: nell’ultima legislatura la relazione di maggioranza sosteneva che (legge un appunto – ndr)  “le sentenze hanno sbugiardato malamente le accuse di mafiosità ad Andreotti”. In realtà la sentenza dice esattamente il contrario, e cioè che aveva ragione la procura: il reato è stato commesso ma era prescritto fino al 1980.

La Commissione su Ilaria Alpi presieduta dall’avvocato Taormina, sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, ha stabilito che i due inviati sono morti mentre erano dediti al turismo in Somalia.

La Commissione Telekom Serbia e la Commissione Mitrokhin hanno fatto il meglio di tutte, una era presieduta dall’Avvocato Trantino, l’altra era presieduta da Paolo Guzzanti, e dovevano occuparsi di due vicende molto oscure: una, 900 miliardi di lire dati dal nostro Governo di Centro Sinistra al regime di Milosevic già sotto embargo, dall’altra parte le infiltrazione del KGB in Italia negli anni della guerra fredda, solo che poi sono state utilizzate per dimostrare qualcos’altro, perché nel frattempo stavano venendo fuori i processi per le tangenti delle toghe sporche, i processi Previti, Berlusconi eccetera e allora si è deciso di usare queste Commissioni per dimostrare che in realtà le tangenti le pigliavano Prodi, Fassino, Dini, e che Prodi era addirittura un agente del KGB, coinvolto nel delitto Moro. Prodi ha proprio il physique de rôle tipico dell’agente del KGB infatti aveva anche chiamato il suo conto cifrato “mortadella” proprio per evitare che qualcuno potesse sospettare che era suo, mentre Fassino pigliava i soldi sul conto “cicogna” e Dini sul conto “ranocchio”, sempre per mascherare meglio l’identità dei titolari.

Notevoli soprattutto le fonti di queste due commissioni d’inchiesta: una, eehhh… il supertestimone Igor Marini, detto “Aigor”, e l’altro….

SANTORO: ma che fine ha fatto quello? Non si sa! Dove sta?

TRAVAGLIO: E’ stato a lungo in carcere, e adesso aspetta il suo processo.

…l’altro il superconsulente della Mitrokhin: Mario Scaramella, che ormai sono una leggenda: sembrano Gianni e Pinotto, visti insieme.

Destra e sinistra li hanno presi molto sul serio, tant’è che poi hanno dovuto intervenire magistrati e giornalisti a smascherare, perché se era soltanto per il parlamento questi continuavano a fare i supertestimoni a vita.

Marini compare quando, nella Telekom Serbia? Compare nel maggio del 2003, una settimana dopo che è stato condannato per la prima volta Previti per il caso Mondadori. “Armi di distrazione di massa”, le chiamerebbe Sabina Guzzanti. Si presenta come un conte polacco. Dice di avere gestito lui praticamente la transazione fra l’Italia e la Serbia per la compagnia telefonica, dice di avere le prove delle tangenti a Fassino, Prodi e Dini, però le ha dimenticate in Svizzera. E allora la commissione invece di verificare chi è questo qua prima di sperti…di sporgersi, parte in missione per la Svizzera. Solo che si dimenticano di avvertire gli svizzeri. Per cui arriva la gendarmeria, lì trova lì in questo ufficio dei notai pubblici di Lugano, dice: Lei chi è? …ci manda la Telekom Serbia…li arrestano tutti, compresi i parlamentari che poi vengono rilasciati mentre Marini viene trattenuto, perché era ricercato pure in Svizzera, non soltanto in Italia, per avere truffato degli alberghi: lui entrava, mangiava, beveva, dormiva gratis, e poi scappava e non pagava  il conto, come il conte Mascetti nel film “Amici miei”.

Quando i giudici di Torino sanno che hanno preso un certo Marini in Svizzera dicono: eccolo lì, lo stiamo cercando da anni anche a Torino, perché ha fatto delle truffe su titoli indonesiani, e quindi se lo fanno recapitare dagli svizzeri e lo portano al carcere di Torino.

I magistrati cosa fanno? Prima cosa vanno a vedere chi è questo Marini: scoprono che vive in un tugurio fuori Brescia… scoprono il lavoro che fa: fa il facchino al mercato ortofrutticolo di Brescia, che è proprio   tipico di quelli che gestiscono le transazioni fra stato e stato per compagnie telefoniche. Che mestiere fa? Di solito fa il facchino al mercato ortofrutticolo.

Interrogano la seconda moglie, che è in lacrime. Dice: eehhh…ha truffato il parlamento, ma prima ha truffato me, questo.

M’ha raccontato che era: conte, e  non era conte.

M’ha detto che era polacco, non era polacco.

Diceva di essere la controfigura di Schwarzenegger, di essere proprietario di una isola deserta, talmente deserta che poi nessuno l’ha mai vista, e soprattutto di essere il vicepresidente dello IOR, la banca del Vaticano, tant’è che diceva: “io sono così con papa Woytila, ceniamo insieme, eccetera eccetera, io andavo a prenderlo in ufficio pensando che uscisse dal Vaticano, ma quello usciva sempre da un’altra parte”, tant’è che in Vaticano non ci aveva mai messo piede. Alla fine mi ha pure costretta a vendere la macchina per investire in certi titoli indonesiani, non ho mai più visto una lira, e non c’ho più la macchina.

Interrogano la prima moglie, che è una famosa soubrette, Isabel Roussinova, e anche questa dice: “non ho mai voluto raccontare la mia storia, perché mi sentivo veramente male, a essermi fatta prendere in giro da uno così, adesso che vedo che ha preso in giro tutto il parlamento italiano mi sento meno sola, e più sollevata, e posso raccontare la mia storia.”

Il parlamento continua a prendere sul serio Igor Marini, tant’è che per tutta l’estate continuano a interrogarlo pure in carcere, esce l’Avvocato Trantino, esce Calderoli, che era un po’ l’intellettuale della commissione  parlamentare Telekom Serbia, esce l’avvocato Taormina, tutti a dire: “sto Marini, c’ha una memoria prodigiosa, è meglio di Pico della Mirandola”, dicono: infatti ricordava perfettamente cose mai avvenute, non si sa chi gliel’avesse suggerite.

Fatto sta che a un certo punto eehhh…. i conti Cicogna, Mortadella e Ranocchio non vengono mai trovati, naturalmente, i soldi provenienti dalla Telekom Serbia non sono finiti a nessun politico, tranne uno: per vie traverse, senza commettere  nessun reato, si scopre che l’unico politico che ha preso soldi provenienti dalla provvista Telekom Serbia, è l’On. Bocchino di Alleanza Nazionale, che fa parte della Commissione di Telekom Serbia! (la telecamera stacca da Travaglio per offrire un primo piano di Ignazio La Russa – ndr) Cioè stava indagando sulle tangenti degli altri, e in realtà è l’unico che ha preso dei soldi provenienti da quella partita…

SANTORO: senza commettere reati, lui…

TRAVAGLIO: i giudici di Torino dicono: non ha commesso nessun reato. Però è curioso, insomma: è come…è come l’investigatore che scopre di essere l’assassino, praticamente.

Degno “pendant” del conte Igor Marini, è Mario Scaramella da Napoli, superconsulente della Mitrokhin. Vita passata vivendo di espedienti, fonda Società con la fidanzata, millanta credito di essere un uomo della NATO, di essere uno sminatore, di essere un esperto clamoroso in smaltimento di rifiuti tossici, presidente di comitati, tiene lezioni in tutto il mondo, persino in organismi internazionali, finchè a un certo punto  approda alla commissione Mitrokin.

Basterebbe fare un giro a Napoli nel suo quartiere per capire chi è ma non lo fanno, gli credono ciecamente e Guzzanti lo prende come il suo consulente preferito. E lo manda in giro per l’Europa a torchiare delle povere spie russe in menopausa (compare l’immagine di Guzzanti con le mani giunte con un fumetto che dice: “…e Mario dove lo metto?” – ndr) che stanno svernando (compare il volto di Scaramella che dice nel fumetto: “Mandami in Europa a torchiare le spie sovietiche” – ndr)  nella loro vecchiaia tra Londra e altre capitali. (Altro fumetto per Guzzanti: “Sii!!!..in Europa!” – Replica di Scaramella, sempre nel fumetto: “Hanno detto che…Prodi piaciucchiava al KGB!!” ndr)  Quelli, tutti contenti, dice: finalmente ci interroga, vorran sapere di Putin, (compare al centro del video il ritaglio del titolo di un giornale: “Una bomba termonucleare” – esclama Guzzanti, “lo dico subito al capo” – ndr) di tutte le porcate che fa il nostro ex capo del Kgb. No: lui non era interessato a Putin, era interessato a Prodi. Tira fuori la foto di Prodi, chiedendo alle spie, ai sovietici se non l’avevano mai visto. Loro non hanno mai visto Prodi, ovviamente, ma lui insiste e a un certo punto telefona a Guzzanti dicendo: ne ho trovata una che mi ha detto di aver saputo da un’altra che è morta, che aveva saputo da un’altra, che è morta, che un’altra che è morta gli aveva detto che Prodi non dispiaceva al Kgb.

Guzzanti entusiasta dice: “ma questa è una bomba termonucleare, la vado a riferire al capo”, cioè a Berlusconi. Prende a va in Sardegna e  Berlusconi non lo prende neanche sul serio, nemmeno Berlusconi (Santoro sghignazza – ndr)  riesce a raccontare ai suoi elettori che Prodi è un agente del Kgb.

Ne ha raccontate tante, ma questa forse non la credono nemmeno i suoi elettori.

Insomma ‘sto Scaramella continua a molestare tutte le spie che trova in giro. Gli tira pure fuori le foto di Diliberto e Pecoraro Scanio, che anche per l’età, oltre che per la faccia, sono tipici proprio spioni sovietici. No? E poi manda dei messaggi

SANTORO: se si mettono il colbacco, insomma, già….

TRAVAGLIO: …manda dei messaggi, dei messaggi cifrati a Guzzanti dove Pecoraro Scanio viene definito in codice  “Pecorowski e Culattowski”.Quindi stiamo…stiamo parlando di roba molto seria, sempre a spese nostre, naturalmente, perchè la commissione la paghiamo noi…

SANTORO: devi concludere…

TRAVAGLIO: Una spia molestata scrive a Guzzanti dicendo di riprendersi ‘sto Scaramella perché non se ne può più, gli dice: “your friend is a mental case”, cioè è un caso clinico, portatelo via, non se ne può più. (compare l’immagine di un PC con il testo di una e-mail che dice: “Paolo, your friend Mario is a mental case”, dietro al PC compare l’immagine di Guzzanti con un fumetto: “……”  e con la frase successiva “il prossimo sono io”– ndr) Lo smascherano tre giornalisti, D’Avanzo, Bonini e Gatti del sole 24 ore e poi Scotland Yard quando scopre che Scaramella è l’ultimo ad avere incontrato il povero Litvinenko avvelenato con il polonio 210 nel sushi bar di Londra. Scaramella dice: hanno avvelenato anche me, sto morendo; Guzzanti dice: il prossimo sono io. Poi Scaramella resuscita, torna in Italia e lo arrestano, immediatamente, per calunnia ai danni di persone. Ecco perché ho ricordato tutto ciò. Perchè la Mitrokin si spegne mestamente, la magistratura ha più lavoro di prima, il casino sul Kgb è massimo, e oggi immaginiamo un parlamento come questo che si occupa del G8: potrebbe venir fuori persino un supertestimone a giurare che a Bolzaneto hanno tentato un suicidio di massa oppure che alla Diaz non è stata la polizia ma, come disse Taormina in un altro processo,  è stato il vicino di casa.

LA RUSSA: o viceversa….

...

 
Il pretesto era ovviamente la richiesta di istituire una Commissione parlamentare sul G8, ma diremmo noi, ogni occasione è buona per lanciare il messaggio subliminale a cui ormai abbiamo fatto il callo e a cui l’inconscio collettivo s’è adeguato: un ritornello che incessante ripete: “quel polverone della Mitrokhin”, “quella bufala della Mitrokhin”…..
Ogni occasione dunque è buona, soprattutto adesso, che qua e là, qualche dubbio, qualche scoperta imbarazzante, qualche tarocco viene a galla.
Pertanto occorre tenere alta la guardia. Occorre alzare una barriera mediatica che soffochi le voci dissidenti.
Il silenzio e il rumore.
Da un lato la grande stampa ignora con supponenza le notizie provate di manipolazioni e falsificazioni, dall'altro, contemporaneamente, si tiene alto il volume di un vecchio gracchiante grammofono che manda instancabilmente e ininterrottamente in onda lo stesso disco rotto, a coprire le poche fievoli voci fuori dal coro.
 
TRAVAGLIO ieri sera, giocando le stesse carte di sempre, ha voluto dare i giusti meriti ai prodi () che hanno “svelato” agli italiani cosa stava avvenendo coi loro soldi e dunque ha citato Carlo BONINI e le ex spie russe “in menopausa”, dimenticando però di citare anche le loro trancianti smentite [1] [2] d’altronde mai pubblicate su Repubblica né altrove; ha citato Claudio GATTI, indimenticata la sua biografia scaramelliana sul Sole 24 ore, dimenticando però di citare per intero la feroce smentita del magistrato Lorenzo MATASSA.       
Tutte cose che noi, per fortuna, e i nostri lettori conoscono bene, ma, ahimè, siamo un’irrisoria minoranza.
Può anche gratificare sentirsi di appartenere ad una élite, soprattutto quando si tratta di conoscere cose che la stragrande maggioranza delle persone ignora, ma noi ci siamo stancati.
Non crediamo che sia degno di un paese civile e democratico.
Nei prossimi giorni invieremo una lettera aperta a tutte le redazioni dei giornali italiani e a tutti gli indirizzi conosciuti di giornalisti.
Un mailing a pioggia.
Per vedere se in questo paese c’è ancora qualche persona libera e intellettualmente onesta che si prenda la briga di verificare, di indagare, di capire. Di parlare!
Non possiamo credere che non ce ne siano.
Comunque per ora, purtroppo, ha ragione Michele SANTORO.

In Italia per quanto riguarda l’informazione siamo proprio all’ANNO ZERO.

 

postato da: GabrielParadisi alle ore 16/11/2007 10:17 | Permalink | commenti (48)
categoria:giornalismo, prodi romano, travaglio marco, mitrokhin, santoro michele, bonini carlo
mercoledì, 06 giugno 2007

Il Patto

(intervista* a Gian Paolo Pelizzaro)

* L’intervista è stata realizzata con l’aiuto fondamentale di Sextus Empiricus e di Enrix.

 

Da un paio di settimane rimbalza in Tv una notizia a dir poco esplosiva e inedita.

Per primo ne ha parlato il giudice Rosario Priore a “Omnibus” su La 7 alle 8.13 di lunedì 14 maggio. E poi anche a “Terra” il programma di approfondimento del Tg5, andata in onda alle 23.30 di domenica 3 giugno.

Poi se n’è discusso da Minoli a “La Storia Siamo Noi” su Raidue giovedì 24 maggio. La carta stampata a dire il vero non ne ha dato per ora il risalto che a nostro avviso meriterebbe, ma questo è un altro discorso.

In sostanza, la notizia riguarda un “Patto” segretissimo “siglato” dopo la strage di Fiumicino del 17 dicembre 1973, tra il governo italiano (Aldo Moro Ministro degli Affari esteri nel IV governo Rumor, 7 luglio 1973 – 14 marzo 1974) e la dirigenza palestinese. A fronte della “distrazione” da parte delle autorità italiane al passaggio di armi e di materiale esplosivo attraverso il nostro Paese, il terrorismo palestinese ci avrebbe risparmiato dalle sue cruente azioni e ciò in effetti accadde almeno fino alla fine del 1979.

Sull’esistenza di tale patto oggi sembrano convergere un po’ tutti, da Francesco Cossiga a Giulio Andreotti, anche se Cossiga sostiene di esserne stato all’oscuro persino quando arrivò a ricoprire le cariche istituzionali più elevate. Verso la fine del 1979, forse inavvertitamente, il patto venne rotto con il sequestro ad Ortona (in provincia di Chieti) di due di missili SAM 7 “Strela” di fabbricazione sovietica e l’arresto proprio a Bologna del cittadino giordano di origini palestinesi Saleh Abu Anzeh, responsabile del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) in Italia, formazione di matrice marxista-leninista che aderiva all’OLP e che praticava il terrorismo su scala internazionale.

Secondo i consulenti della Commissione Mitrokhin Lorenzo Matassa e Gian Paolo Pelizzaro il movente della strage di Bologna sarebbe stato proprio l’arresto di Abu Saleh e la violazione di quell’accordo tra l’Italia e i palestinesi. Una prova di ciò la presenza a Bologna la notte precedente la strage alla stazione del terrorista tedesco Thomas Kram legato al gruppo di Carlos e dunque all’FPLP.

Secondo Priore uno dei motivi per cui la Commissione Mitrokhin ha suscitato tante resistenze è proprio il fatto che coi suoi lavori e con le sue ricerche si fosse arrivati vicino a queste verità scottanti “su cui non si può ancora parlare”.

Gian Paolo Pelizzaro, redattore del mensile Area e giornalista del Roma di Napoli, presente alla trasmissione di Minoli, è stato consulente della Commissione Stragi e della Mitrokhin. In questi ultimi mesi insieme a Vincenzo Nardiello sta conducendo per il quotidiano napoletano una documentatissima e attenta inchiesta sulla vicenda che vede coinvolto Mario Scaramella, altro consulente della Commissione presieduta da Paolo Guzzanti, in carcere dalla vigilia di Natale.

Abbiamo chiesto a Pelizzaro se era disponibile a rispondere ad alcune domande sui fatti che abbiamo velocemente richiamato. Gentilmente ha accettato.

 

Pelizzaro, nell’ottobre del 1997 è stato pubblicato il saggio Gladio rossa. Dossier sulla più potente banda armata esistita in Italia per le edizioni Settimo Sigillo. Nei “Ringraziamenti” lei lamentò il fatto che quel suo testo era già pronto nel 1994, ma che subì una vera e propria "stagione migratoria" da un editore all’altro restando spesso dimenticato per mesi nei cassetti di tante scrivanie. Lei crede che anche oggi ci siano alcuni argomenti “tabù” sui quali si applica un vero e proprio ostracismo più o meno palese? Ritiene che oggi una nuova edizione di quel suo libro, magari aggiornata con le informazioni contenute nel “dossier Mitrokhin”, reso pubblico nell’ottobre 1999, incontrerebbe ancora tante difficoltà? Il “clima editoriale” è più o meno lo stesso di allora?

 

Prima di rispondere a questa domanda, vorrei tornare per un attimo alla vicenda del tedesco Thomas Kram, essendo questo un tema trattato sia nella trasmissione “La storia siamo noi” di Giovanni Minoli su Raidue che da “Terra” di Toni Capuozzo su Canale 5, ambedue dedicate alla strage di Bologna. Ho sentito, per l’ennesima volta, alcune affermazioni che meritano un chiarimento. Secondo alcuni, infatti, non vi sarebbe la “prova” che Kram, già militante di primo livello delle Cellule rivoluzionarie tedesche, avrebbe fatto parte anche del gruppo Carlos. Bene, ciò è falso. La “prova” che il tedesco presente a Bologna a partire dalle prime ore del 2 agosto 1980 fosse stato arruolato nella rete Separat (nome in codice assegnato al gruppo Carlos dalla Stasi, la polizia politica dell’ex Ddr) è contenuta in una serie di documenti e fascicoli che la Commissione Mitrokhin ha potuto acquisire, a partire dall’ottobre del 2003. Il primo riscontro è contenuto in un lungo rapporto di polizia giudiziaria formato dalla Dst (l’antiterrorismo francese), risalente al 3 ottobre 1995 e destinato al giudice istruttore di Parigi Jean-Louis Bruguière, titolare delle inchieste che hanno portato ad un nuovo rinvio a giudizio di Carlos (la notizia si è appresa il 4 maggio scorso) per una serie di attentati dinamitardi compiuti in Francia (fra cui quello al treno Parigi-Tolosa “La Capitole” del 29 marzo 1982, quello alla sede del giornale filoiracheno e antisiriano Al Watan Al Arabi, in rue Marbeuf a Parigi del 22 aprile 1982 e quelli alla stazione ferroviaria Saint-Charles di Marsiglia e al treno ad alta velocità Tgv del 31 dicembre 1983 – per un totale di undici morti e oltre cento feriti), in cui il nome di Kram figura fra quelli dell’anello più stretto intorno al tedesco Johannes Weinrich, numero due dell’organizzazione, braccio destro di Carlos, anche lui con un passato da dirigente delle Cellule rivoluzionarie. Weinrich era colui che teneva i contatti, personali e confidenziali, con gli ufficiali del ministero per la Sicurezza dello Stato (MFS) della Germania Est. Ulteriori riscontri sono agli atti della documentazione che la magistratura francese ha trasmesso prima alla Commissione Stragi (nell’aprile del 2001) e quindi alla Mitrokhin, la quale ha potuto integrare questi atti con altri fascicoli acquisiti dalla Procura di Roma e dalla stessa magistratura ungherese. Il nome di Kram compare inoltre nei documenti sia della Stasi che del servizio di sicurezza ungherese e viene descritto come appartenente al cosiddetto ramo tedesco del gruppo Carlos, al pari di Weinrich, Fröhlich e Albartus. Kram, secondo questi rapporti, è membro a pieno titolo dell’organizzazione Separat. L’MFS cita la sua integrazione totale in seno al gruppo capeggiato da Carlos, facendo risalire alla metà del 1979 l’incontro tra Kram e Carlos. Ora, è chiaro che chi si ostina a dire che tra Kram e Carlos non vi sarebbe alcun legame, afferma il falso, mentendo per qualche motivo facilmente intuibile. Ma vi è una domanda, a fronte dei numerosi elementi che sono stati prodotti nel corso dei lavori della Commissione Mitrokhin, che credo meriti una risposta: che ci venne a fare Kram in Italia la mattina di venerdì 1° agosto 1980, per poi comparire a Bologna la notte tra il 1° e il 2 agosto, riapparendo alla stazione di Bologna proprio la mattina di sabato 2 agosto (come ha affermato Carlos in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera il 23 novembre 2005), uscendone qualche istante prima dell’esplosione, per poi sparire – da quel preciso momento – dall’orizzonte degli eventi italiani, fino ai primi di dicembre dello scorso anno quando, dopo 26 anni di clandestinità e irreperibilità (Kram è ricercato in Germania dai primi anni Ottanta e latitante in quel Paese dal 1986), si è costituito alle autorità della Repubblica federale di Germania?

Per tornare alla sua domanda, ricordo con sofferenza quanto difficile fu la pubblicazione di quel libro. All’epoca ero assistito dal compianto Valerio Riva, un gigante non solo del giornalismo, ma soprattutto della ricerca storica non omologata, il quale si adoperò moltissimo per trovare un editore. Andammo a parlare anche con le edizioni Il Fenicottero di Bologna (lo stesso editore che nel 2000 diede alle stampe quella straordinaria biografica non autorizzata del prof. Romano Prodi, Prodeide, scritta dal mio caro amico e collega Antonio Selvatici, discepolo di Riva ed uno dei più brillanti giornalisti d’inchiesta italiani), ma alla fine non si trovò un accordo e, tempo dopo, ho saputo che il titolare ha chiuso l’attività e lasciato l’Italia. Alla fine il libro uscì, ma il risultato è quello che si può vedere. Bene, quella “stagione migratoria” mi fece riflettere su quello che lei chiama “clima editoriale”. In Italia abbiamo molti “micro-clima” culturali e questo negli anni ha creato dei grandi tabù: argomenti, temi, questioni e vicende sulle quali meno se ne parla, meglio è.

Ha prevalso una sorta di “pensiero unico” dei e sui grandi misteri nazionali, sui segreti della Repubblica e della politica, sui complotti, sui burattinai, sui colpi di Stato (veri o presunti), sulle cospirazioni e manovre occulte. Prendo a prestito questi termini, questo lexicon molto suggestivo, da giornali e saggi sui quali mi sono formato da adolescente. Leggevo con famelica avidità non solo l’Espresso degli anni ruggenti, con le copertine shock e delle grandi inchieste, ma anche Panorama e libri come La strage di stato di Eduardo M. Di Giovanni e Marco Ligini, Giovanni Leone di Camilla Cederna o Gli americani in Italia di Roberto Faenza e Marco Fini. Mi sembrava tutto chiaro, tutto logico e consequenziale. Ma poi ho iniziato a coltivare dei dubbi sulle varie versioni a cui ero stato abituato e sulle quali mi ero formato dei convincimenti. Il primo grande fatto sul quale iniziarono a formarsi profonde crepe fu il presunto golpe attribuito al generale Giovanni De Lorenzo, all’epoca dei fatti (era il 1964, il mio anno di nascita) comandante generale dell’Arma dei carabinieri… il cosiddetto Piano Solo.

Negli anni a seguire, anche sulla scia dei mancati riscontri a quel teorema da parte delle varie Commissioni parlamentari d’inchiesta, mi accorsi che forse il racconto del fatto era cosa diversa dalla verità sostanziale del medesimo fatto. Questo fenomeno (la creazione di un teorema che deve spiegare un evento, spesso inesistente) fa parte di un certo conformismo culturale che affonda le proprie radici ai tempi della Guerra fredda. In Italia, a differenza di quanto è accaduto in altri Paesi europei liberati dalle forze anglo-americane tra il 1944 e il 1945, ha preso il sopravvento – sotto il profilo politico-culturale – il partito sovietico, o meglio quello che a Mosca aveva il proprio punto di riferimento principale (anche e soprattutto in termini economico-finanziari). Vero è che il terreno fu reso fertile - per certi gruppi di influenza - dal clima politico che si determinò, a partire dal dopoguerra, e che ebbe come patto fondante, nel 1947, la nostra Carta costituzionale, entrata in vigore il 1° gennaio 1948. Ma all’interno di quel grande, storico accordo tra le varie anime dell’antifascismo (quella liberale, cristiana, socialista e comunista), alla fine ha preso il sopravvento l’ala minoritaria, ma estremamente aggressiva, di quello che io chiamo il partito filo-sovietico. Lo stesso partito che non avrà problemi ad allearsi, di volta in volta, con la sinistra democristiana per assestare i migliori colpi a quello che veniva ancora considerato un’emanazione del vecchio regime fascista: gli apparati dello Stato e le sue varie articolazioni (come forze di polizia e servizi di sicurezza).

Un esempio importante di questa lobby filo-sovietica è rappresentato da Ruggero Zangrandi, giornalista e scrittore, autore fra l’altro del celebre libro Il lungo viaggio attraverso il fascismo. La sua inchiesta scatenata contro l’intelligence militare (il Sifar) dalle pagine di Paese Sera (un formidabile quotidiano finanziato direttamente da Mosca nella redazione del quale si sono formati molti cronisti di nera e giudiziaria poi approdati a Repubblica) è un esempio di come operava un agente di influenza. Si trattò di una delle più grandi operazioni messe in piedi dalle centrali internazionali oltrecortina. I nostri apparati di sicurezza (fino a quel momento fedeli servitori della logica atlantista, anticomunisti, schierati al fianco dei grandi servizi d’intelligence occidentali) finiranno nel mirino di Mosca, fatti bersaglio di plurime e gravissime offensive e trascinati in una serie di scandali (e questo sino ai nostri giorni – vedi il caso della sparizione di Abu Omar) che col tempo finiranno con l’indebolire le strutture operative più delicate: quelle offensive (lo spionaggio) e quelle difensive (il controspionaggio). La “verità” che si è affermata, a seguito di questa campagna di disarticolazione, è che i servizi segreti sono sempre apparati deviati. Su di loro è stata fatta ricadere tutta la responsabilità in ordine ai piccoli e grandi misteri della Repubblica.

La devastante stagione dei grandi scandali dei servizi segreti, passando dai coinvolgimenti nelle indagini sulla strage di piazza Fontana, dal fallito golpe Borghese fino al tentativo di golpe bianco di Edgardo Sogno, approderà alla fine alla legge di riforma sull’istituzione e ordinamento dei servizi per le informazioni e la sicurezza e disciplina del segreto di Stato, del 24 ottobre 1977, della quale il Partito comunista fu uno dei principali ideatori e protagonisti. Da quel momento, come direbbe l’ex senatore Francesco Mazzola che di servizi d’intelligence se ne intende, fu il diluvio. Due mesi e mezzo dopo l’entrata in vigore della legge 801, venne rapito il presidente della Dc Aldo Moro da parte della colonna romana delle Brigate rosse. Moro, e questo venne a galla solo nel 1999 dopo l’esame dei report del materiale Impedian (dossier Mitrokhin), venne tenuto sotto controllo e pedinato da un ufficiale del Primo direttorato centrale del Kgb (spionaggio all’estero), Sergei Sokolov, fino a poche ore prima che Moro cadesse nelle mani dell’organizzazione di Mario Moretti. Ne parlò in Commissione Stragi il giudice Rosario Priore, nella seduta del 10 novembre 1999. Il dossier Mitrokhin venne reso pubblico poche settimane prima (l'11 ottobre) su sofferta decisione dell’allora presidente dell’organismo parlamentare d’inchiesta, sen. Giovanni Pellegrino. Sokolov lasciò l’Italia nell’aprile del 1978 per fare ritorno a Mosca alla vigilia della Pasqua ortodossa: appena in tempo per evitare di essere presente a Roma quando venne “bruciato” il covo delle Br in via Gradoli.

Un altro nome che incarna il partito filo-sovietico è quello del mitico Giorgio Conforto (alias Dario), uno dei principali è più influenti agenti del Kgb in Italia, per anni a capo di una rete con pesanti infiltrazioni nei ministeri degli Esteri e dell’Agricoltura, padre di Giuliana Conforto, la donna che diede ospitalità nel suo appartamento di viale Giulio Cesare a Roma a Valerio Morucci e Adriana Faranda, reduci dal sequestro Moro. I tre (Conforto, Morucci e Faranda) vennero arrestati alla fine di maggio del 1979, un anno dopo l’omicidio dell’ex ministro degli Esteri e presidente del Consiglio della Dc. Nella casa di Giuliana Conforto, la Digos di Roma trovò un arsenale (quello di Morucci, grande appassionato di armi), fra cui la pistola-mitragliatrice Skorpion cal. 7.65 di fabbricazione cecoslovacca con la quale venne crivellato al petto Aldo Moro. L’11 ottobre 1999, quando il sottoscritto, analizzando i report del materiale Impedian, si accorse della presenza di Giorgio Conforto nel dossier Mitrokhin e del resoconto svolto dal Kgb in ordine all’arresto della figlia, ebbi l’ennesima conferma ai miei sospetti. Ricordo che quando la notizia dell’agente Dario trapelò le agenzie di stampa in un primo momento decisero di censurarla, ben comprendendo le implicazioni che quella scoperta poteva avere sul caso Moro (per anni si era ripetuto, senza mai provarlo, che l’esponente democristiano sarebbe stato rapito su ordine della Cia…). Leggendo i rapporti trasmessi dal Secret Intelligence Service al Sismi nell’ambito dell’operazione Impedian, dal 1995 al 1999, si scoprì, inoltre, che tutte quelle fesserie sul presunto coinvolgimento della Cia, degli americani nel sequestro Moro altro non erano che il brillante risultato di una massiccia “misura attiva” di disinformazione ideata dal Kgb (denominata Shpora) con la quale la centrale di Mosca intossicava il già drammatico dibattito interno italiano alimentando i sospetti che Moro fosse stato vittima di una cospirazione ordita da Washington… Ma il partito filo-sovietico non aveva messo radici solo nelle strutture del Partito comunista (con il quale preferiva fare affari, piuttosto che alimentare l’eversione), ma anche e soprattutto in altre formazioni politiche (di sinistra come di destra), fra i giornalisti, nell’industria di Stato, nelle istituzioni, nella burocrazia statale, nelle gerarchie militari e delle forze di polizia. Una piovra tentacolare che non ha paragoni con altri Paesi dell’Europa occidentale, tranne forse in Francia ai tempi del generale De Gaulle.

Tutto questo per dire che non credo che per l’Italia valga il principio che la storia la scrivono (o l’hanno scritta) i vincitori. Il nostro Paese è stato liberato dai vincitori anglo-americani quindi uno si aspetterebbe che la storia l’abbiano scritta o la scrivano autorevoli esponenti del think-tank di Washington o meglio di Londra. Niente affatto. In Italia, la nostra storia (soprattutto quella segreta, legata ai grandi misteri) è stata in gran parte egemonizzata non tanto dal Partito comunista, ma dal partito di Mosca, che ha pesantemente influito – nel corso degli anni – nei processi dinamici del giornalismo e della pubblicistica, dando vita ad una versione dei fatti manipolata e orientata, in cui veniva fatta salva l’ortodossia nei confronti della casa madre e, al contempo, veniva congedata una versione dei fatti sempre ostile e scomoda verso gli ex alleati (Stati Uniti e Regno Unito in testa), baluardo dell’Occidente e fondatori del Trattato del Nord Atlantico (firmato a Washington il 4 aprile del 1949). E così si arriva alla logica del “doppio Stato”, della “sovranità limitata”, della “strategia della tensione”. Tutte formule che partono da un assunto: l’esistenza di un fantomatico complotto perenne, ordito dagli Usa e attuato attraverso la solita Cia, con la manovalanza di uomini di mafia, servizi deviati, massoneria (leggi P2) e destra eversiva, finalizzato ad impedire al Pci di salire al potere.

Attraverso questo teorema si è cercato di spiegare un po’ tutti i grandi misteri di questo Paese: dai fenomeni mafiosi e di criminalità organizzata ai sequestri di persona, dal terrorismo alle stragi, dai presunti colpi di Stato al sequestro Moro, dal disastro del Dc9 Itavia, alle stragi piazza Fontana, piazza della Loggia a Brescia, all’Italicus, a quelle di Bologna e del rapido 904 del dicembre 1984, per arrivare fino alla Falange armata e alla banda della Uno Bianca. Un’enorme, grottesca discarica della storia nazionale nella quale sono state riversate le pagine più orribili del dopoguerra, sempre con gli stessi presunti responsabili di cartone, con gli stessi mandanti occulti, le medesime ingerenze esterne (leggi americani). Ma questa teorizzazione della cosiddetta “periferia dell’impero” non è stata capace di spiegare, nel concreto, uno solo dei vari fenomeni che hanno interessato il nostro Paese. Il conformismo culturale, frutto di questo clima che ho sin qui descritto, ha prodotto nel tempo una serie di “grandi tabù”. Insomma, tutto il bene da una parte, tutto il marcio dall’altra. Si tratta di un modo infantile di interpretare la realtà, vittima del pregiudizio ideologico e di una umiliante visione manichea del mondo. Penso spesso a quello che una volta a pranzo mi disse Edgardo Sogno: «Siamo in Italia, caro mio, l’unico Paese del blocco socialista che fa parte della Nato…».

Per quanto concerne il mio libro, si tratta di un lavoro che non credo possa essere aggiornato con le informazioni del materiale Impedian. Vi fu qualcuno, al volgere dei lavori della Commissione Mitrokhin, che volle trovare dei punti di contatto tra la cosiddetta Gladio rossa e le principali direttrici di penetrazione degli apparati sovietici in Italia. Ma, una volta letto quel documento (firmato peraltro da un noto generale italiano), mi resi conto della inconsistenza di quell’ipotesi. Sulla questione del “clima editoriale”, credo che la situazione sia di poco cambiata rispetto al 1999. Vi è ancora una forte egemonia (politica, culturale, settoriale, di casta) che esercita un seduttivo potere sulle scelte delle principali casi editrici (a loro volta legate ai grandi gruppi industriali e imprenditoriali). In questo senso, l’entrata e l’uscita non solo degli autori, ma degli stessi argomenti da trattare (e come vanno trattati) risponde a precisi interessi. Nulla capita per caso. Un esempio su tutti: la prefazione dell’ultima edizione de L’archivio Mitrokhin (Bur) affidata dalla Rizzoli a Giuseppe D’Avanzo di Repubblica, il giornalista che insieme a Carlo Bonini ha firmato gli articoli più infamanti sulla Commissione Mitrokhin. Un ignaro futuro lettore, magari nel 2050, se metterà a confronto la prima edizione del saggio del prof. Andrew con l’ultima prefata da D’Avanzo avrà difficoltà a comprendere cosa è accaduto nel frattempo in Italia. E comunque, si farà un’idea di certo falsata e manipolata dei fatti così come si sono realmente svolti. D’Avanzo è sempre quel bravo e super informato giornalista che su Repubblica del 4 giugno ha riempito due pagine piene zeppe con questa nuova, allarmante storia su “una nuova P2 che ricatta la politica debole”, agitando un “mostro”, uno spaventoso network con i soliti servizi segreti, generali, massoni, dossier e intercettazioni. Ma al netto delle battute, un dato credo sia ormai acclarato: in Italia un certo giornalismo appare sempre meno libero e indipendente e sempre più al servizio di oscure lobby di potere. Se nelle redazioni dei grandi quotidiani vi fossero più Milena Gabanelli e meno Giuseppe D’Avanzo forse il quadro sarebbe diverso.

 

 

Quel suo volume del 1997 ruota intorno ad un documento del SIFAR del 28 febbraio 1950 e rimasto segreto fino al 26 giugno 1991 (quando fu declassificato), intitolato “L’apparato paramilitare comunista”.

Nell’introduzione lei accenna al cosiddetto “mistero degli "enucleandi" (pp. 44-45), ovvero al fatto che “agli atti della documentazione trasmessa dalla presidenza del Consiglio alla Commissione Stragi – presieduta allora dal senatore Libero Gualtieri – mancava inspiegabilmente il famoso elenco dei 731 presunti "sovversivi" di sinistra, aggiornato e compilato parzialmente dal controspionaggio e dal ministero dell’Interno”. Siamo nel dicembre 1990, è stata da poco “riscoperta” la documentazione di via Montenevoso a Milano (ottobre 1990), cioè il “memoriale Moro” e molte lettere di Moro inedite; poco prima era emersa la faccenda di “Gladio”, inoltre Andreotti aveva tolto gli omissis del Piano Solo.

Lei conclude: «Ebbene, dietro il mistero della falsa scomparsa (sarebbe meglio dire "sottrazione") delle liste degli enucleandi esiste il sospetto che possa essersi nascosto una sorta di “Grande Baratto” tra i vertici dei [partiti] della Democrazia cristiana e l’ex Partito comunista per occultare la "prova schiacciante" dell’esistenza della quinta colonna armata, infiltrata nel territorio nazionale e nelle istituzioni, pronta ad entrare in azione qualora fosse scattata l’invasione da Est».

Sembra quasi dunque, agganciandosi anche a quanto sostiene Priore, che i cosiddetti “misteri” della storia italiana siano duri da svelare proprio in virtù di questi “patti segreti” che legano in una sostanziale complicità omertosa gli eredi politici del vecchio CLN. È così? 

 

Gli anni che vanno dal 1989 al 1991 sono tra i più turbolenti della storia dell’Italia repubblicana. Il crollo del muro di Berlino e il successivo collasso dell’Unione Sovietica hanno avuto pesanti ripercussioni sul nostro panorama politico interno. Fu un periodo costellato di tanti, oscuri fatti. Basti pensare alla scelta di rendere pubblici i nomi degli appartenenti alla rete di resistenza clandestina Stay Behind, violando una delle norme più rigide e severe sulla tenuta del segreto in ambito Nato. L’Italia, in pochi giorni, è diventata lo zimbello dell’Occidente. Sono convinto che la falsa sparizione delle liste dei cosiddetti enucleandi (che nel libro spiego che non erano affatto state distrutte o sparite, ma erano state lasciate chiuse nei cassetti per evitare inutili imbarazzi) servì come merce di scambio in un particolare momento storico, in cui Democrazia cristiana e Partito comunista cercavano di sopravvivere alle grandi scosse del terremoto della storia. Non c’è dubbio che – anche in quel caso – si creò un falso mistero per distogliere l’attenzione dal vero problema: l’esistenza di un insieme di strutture armate clandestine che erano sopravvissute negli anni e che avevano agito all’ombra del potere e con coperture istituzionali, sotto l’egida di qualche grande super potenza e finanziate dall’estero. Quel groviglio di interessi inconfessabili rischiava di portare al collasso tutto il sistema dei partiti, non solo una parte (quella che poi è passata agli onori delle cronache di Mani Pulite, a partire dal 1992). I nomi degli enucleandi (persone che all’epoca erano considerate, in vario modo, pericolose per la sicurezza nazionale), così come vennero iscritti nei rispettivi elenchi e registri del controspionaggio, coincidevano – in massima parte – ai quadri della organizzazione della Vigilanza armata (Gladio Rossa). Una rete super clandestina che negli anni ha subito vari “stop and go”, riassetti e piani di riorganizzazione, ma che è riuscita a restare attiva almeno sino al 1989. Non c’è dubbio che il Partito comunista sino alla fine ha potuto contare su un livello palese ed uno occulto. Una struttura a doppio livello che gli ha permesso di resistere alle tante sollecitazioni che ha subito nel corso degli anni. La vera storia di Gian Giacomo Feltrinelli e Pietro Secchia aspetta ancora di essere scritta per intero. Non posso far altro che sottoscrivere l’opinione del giudice Priore quando si fa riferimento a questi “patti segreti” come di un qualcosa di inviolabile, alla base dell’Italia contemporanea.

L’ipotesi che dopo il collasso dei regimi dell’Est, in Italia, si fossero scatenate forze oscure per frenare o impedire che affiorassero dagli abissi della Storia alcune verità sui segreti della Repubblica venne, peraltro, avanzata da un brillantissimo poliziotto dell’epoca, Umberto Improta, già capo della polizia politica. In un rapporto riservato di oltre venti pagine, datato 5 dicembre 1990 e destinato al capo della Polizia, Vincenzo Parisi, l’allora questore di Roma metteva in guardia le istituzioni (in particolare il Quirinale) circa un presunto piano di destabilizzazione portato da oscure cabine di regìa attraverso la strumentalizzazione del caso Gladio, la richiesta di impeachment del presidente della Repubblica Francesco Cossiga e le allora recenti rivelazioni sul memoriale Moro, ritrovato per la seconda volta (e in forma più o meno integrale, anche se sempre in copia) nel vecchio covo delle Br di via Monte Nevoso a Milano. Nel suo rapporto al prefetto Parisi, il questore Improta faceva riferimento, in particolare, proprio al ruolo di Giorgio Conforto.

 

L’impressione generale, sicuramente amplificata da certa stampa, è che la Commissione Mitrokhin, di cui lei ha fatto parte in qualità di consulente, non sia giunta a nessuna conclusione effettiva e seria e sia dunque stato un flop. Taluni sostengono addirittura che l’unico fine perseguito dal suo presidente e dalla maggioranza dei commissari, fosse quello di trovare (o addirittura di fabbricare) prove o sospetti su esponenti del centro sinistra a partire da Romano Prodi. Ci può dare un suo giudizio generale su quella Commissione e sui suoi lavori?

 

Un flop? Comprendo che per qualcuno faccia comodo pensarla così. Ma la realtà dei fatti è un’altra. La Commissione ha lavorato con un mandato molto ampio e articolato in un arco di tempo relativamente breve (di fatto dal luglio 2002 al febbraio 2006). Ha raccolto una straordinaria quantità di documenti e materiali, in Italia e all’estero. Ha portato a buon fine almeno due rogatorie internazionali e ne ha approvate non meno di cinque. Ha svolto decine di audizioni e condotto importanti attività istruttorie non solo sul dossier Mitrokhin, ma anche su casi come l’attentato al Papa (del 13 maggio 1981) e la strage di Bologna (del 2 agosto 1980). Ma se si vuole avere un’idea più precisa sulla reale attitudine al rispetto delle norme e delle leggi da parte di alcuni dei nostri più autorevoli, importanti ed esimi esponenti politico-istituzionali, allora consiglio a chiunque di andarsi a leggere la “Relazione sull’attività istruttoria svolta sull’operazione Impedian, approvata il 15 dicembre 2004 e trasmessa ai presidenti di Camera e Senato il giorno successivo. Si tratta di un documento tecnico, senza fronzoli politici, approvato all’unanimità, che squarcia un velo su una delle più gravi violazioni della legge 801 che la storia ricordi: una serie di deviazioni provate per tabulas delle quali si resero responsabili i vertici del nostro servizio segreto militare con il pieno appoggio dei governi che si sono avvicendati nel tempo, tra il 1995 e il 1999. L’intossicazione anti Mitrokhin non tiene conto, tuttavia, di un risultato che è passato alla storia: in dodici anni di attività, la disciolta Commissione Stragi chiuse i battenti – il 22 marzo 2001 – senza un documento conclusivo votato e approvato. Ricordo quanta amarezza vi fu da parte dell’allora presidente Giovanni Pellegrino, un uomo al quale devo moltissimo, in termini umani e professionali, un nobile e raro esempio di rigore e onestà intellettuale, quando dovette prendere atto del fallimento politico di tanti anni di lavoro. Un documento, congedato all’ultimo momento dall’ala più radicale dei Ds (così come hanno fatto alla Commissione Mitrokhin, sia ai tempi della Relazione di medio termine che alla fine, quando si trattò di discutere il documento finale), assemblato e messo insieme in modo affastellato, senza un preciso metodo scientifico, infarcito di affermazioni, accuse e congetture fantasiose e bizzarre, frutto del solito super teorema del quale ho detto in precedenza, nel quale – fra le altre chicche – venivano riportate informazioni tratte di straforo da alcuni fascicoli della polizia politica intestati, nientemeno, che a parlamentari allora in carica dell’opposizione. Un lavoretto pulito, oserei dire… Altro che Mitrokhin!

La ridicola accusa seconda la quale l’unico fine della Commissione sia stato quello di trovare (o peggio, fabbricare!) prove o sospetti sul centro sinistra purtroppo si infrange sul devastante dato storico così come illustrato, sul piano documentale e fattuale, dalla citata “Relazione”. Il resto sono sciocchezze che si commentano da sole. E poi, perché fabbricare prove, se gli elementi e i dati probatori erano già all’epoca abbondantemente sufficienti ad illustrare tutta una serie di violazioni, manomissioni, deviazioni e manipolazioni (come, ad esempio, la censura preventiva operata dal vertice del Sismi sulla bozza-dattiloscritto del saggio di Christopher Andrew prima della sua andata in stampa col titolo The Mitrokhin Archive)? Ripeto: la lettura rende l’uomo migliore. E mai come in questo caso la lettura è illuminante. Leggete quella Relazione e poi domandatevi perché sulla Commissione Mitrokhin si sono andate addensando tutte queste nubi nere…

 

 

Minoli sul finire della sua intervista dichiara: “Quanto alla nostra inchiesta, il riscontro sui documenti originali è stato impossibile perché la Commissione ha segretato la maggior parte degli atti”. Ora le chiedo chi è che ha segregato i documenti a cui si fa riferimento e con che motivazioni? Di recente, anche un gruppo di storici ha chiesto pubblicamente la loro desegretazione. Lei che cosa ne pensa?

 

Andiamo con ordine. Sulla posizione di archivio dei documenti acquisiti dalla Commissione nel corso dei suoi lavori istruttori la mia opinione è che, sul piano formale, fu giusta e corretta quella decisione di rispettare le istanze dei vari enti originatori (quali il Sismi, il Sisde, il ministero dell’Interno, autorità giudiziarie di altri Paesi e così via) e quindi di mantenere il livello di classifica che i singoli atti avevano al momento della loro trasmissione. Sul piano sostanziale, tuttavia, ritengo che si sarebbe dovuto – per tempo – fare una seria selezione delle carte (compresi gli elaborati presentati dai consulenti) e verificare, caso per caso, se andava mantenuto o meno il livello di classifica (che va dal riservato al segretissimo e oltre) ai fini di una eventuale pubblicazione. Il presidente, coadiuvato dal parere degli uffici, ritenne di dover mantenere il segreto su tutti gli atti, compresi alcuni fondi di archivio che risalgono agli anni Cinquanta. In questo, la Commissione, rispetto ad altre esperienze fatte nel contesto delle inchieste parlamentari (mi vengono in mente in particolare le Commissioni Moro o P2), ha inteso interpretare non solo la norma, ma anche la consuetudine in senso alquanto restrittivo. Credo che un margine vi fosse per la pubblicazione non di tutti gli atti, ma almeno di una buona parte. In questo, hanno perfettamente ragione gli storici che hanno firmato quell’appello per l’accesso e la consultabilità degli atti raccolti e custoditi dalla Commissione Mitrokhin. Non c’è dubbio che quella scelta, comunque, ha non solo fatto felici e contenti alcuni politici profondamente preoccupati dell’ipotesi di una futura pubblicazione degli atti, ma ha dato un duro colpo alla ricerca storiografica, privandola di uno straordinario materiale d’archivio.

 

 

Sempre relativamente alle Commissioni parlamentari di cui lei ha una certa esperienza, le volevo chiedere come funzionano alcuni meccanismi che riguardano i consulenti e le loro attività. Ecco un elenco di domande e curiosità:

1. Come vengono scelti i consulenti per le commissioni parlamentari?

2. C’è qualcuno, cioè i membri delle Commissioni stesse, che sceglie a sua discrezione?

3. Oppure sono i consulenti che si propongono; che requisiti occorrono; c’è una sorta di “esame”?

4. Una volta proposti, qual è la procedura di approvazione?

5. Una volta nominati, quali compiti vengono loro assegnati? E da chi?

6. Che “doveri” hanno?

7. Devono scrivere delle relazioni, devono rendere conto di quello che fanno, e a chi?

8. Le eventuali relazioni, o la documentazione raccolta, dove va a finire?

9. Esiste da qualche parte, ad esempio, un elenco di tutte le relazioni e i documenti che sono stati depositati nell’archivio della “Commissione Mitrokhin”?

10. È segreto anche questo elenco? Se no, dove è consultabile?

 

Sui consulenti, posso riferire ciò che accaduto in Commissione Stragi e alla Mitrokhin. Non so dire come questo argomento sia stato trattato dalle altre Commissioni d’inchiesta come l’Antimafia o, ad esempio, la Telecom Serbia o quella sui fatti connessi all’omicidio della giornalista Ilaria Alpi in Somalia. Per quello che ho potuto vedere, non vi è una regola precisa per diventare consulenti. Spesso accade che vi sia una sorta di cooptazione (un po’ per meriti, un po’ per amicizia, un po’ per simpatia, un po’ per affiliazione politica, raramente per meriti speciali dimostrati sul campo) dall’alto verso il basso. Non si deve sostenere alcun esame di accesso, ma una volta nominati si deve giurare sul rispetto delle norme, del regolamento e delle leggi in particolare sulla tenuta del segreto e sulla riservatezza degli atti. Si tratta, quasi sempre, di un arruolamento che si compie attraverso criteri di massima discrezionalità. Non ci sono parametri fissi (mi riferisco a fattori come competenza, affidabilità, serietà, onestà), se non quelli dettati dal regolamento interno. Ricordo casi di incompatibilità (o quantomeno con profili di palese inopportunità) risolti felicemente dopo una serie di discussioni, mediazioni e negoziati politici. Rari se non nulli i casi di illustri sconosciuti che (anche se bravi e competenti), una volta perorata la propria candidatura, si trovano a svolgere l’incarico. Una volta proposti, l’ipotesi di collaborazione viene illustrata all’Ufficio di presidenza (spesso allargato ai rappresentanti dei gruppi politici) e, se ritenuta opportuna, idonea o utile ai lavori della Commissione, si delibera la nomina che, sul piano formale, diviene esecutiva solo dopo l’assunzione dell’incarico e il relativo giuramento. Da quel momento, si è sottoposti ad un vigile e severo controllo da parte degli uffici di segreteria che annotano, protocollano, archiviano giorno per giorno l’attività svolta. Per scoprire chi ha lavorato e chi no, sarebbe sufficiente andare a compulsare i fascicoli personali dei singoli collaboratori. Devo dire che, se di scandalo si deve parlare per quanto riguarda la Commissione Mitrokhin (ma lo stesso vale per la Commissione Stragi), esso è legato a quei consulenti i quali, dopo l’assunzione dell’ambito incarico, finiscono con lo sparire dall’orizzonte degli eventi, nonostante rimangano destinatari (beati loro) di lauti compensi. A dire il vero, molti autorevolissimi studiosi, professori, docenti universitari, esperti e così via si sono distinti per questa poco nobile forma di assenteismo. Senza contare chi, con il pretesto di fare ricerche presso enti e archivi, cerca, trova e raccoglie carte che non solo nulla hanno a che fare con i lavori della Commissione, ma che poi vengono utilizzate per scrivere saggi e libri vari. Ma per quieto vivere e per evitare veleni o imbarazzanti ritorsioni, ai piani alti hanno sempre deciso di lasciar correre, con aristocratico disincanto, mantenendo il privilegio. Chi ha scrupolo e senso del dovere, anche di fronte a mille difficoltà e asperità, partecipa, lavora, produce, fa ricerca, frequenta gli archivi, fa proposte, scrive, si mette in discussione e consegna agli atti documenti, elaborati e relazioni. Altri, meno solerti e dotati di scarso senso del dovere e rispetto civico, rimangono a casa, sereni e retribuiti, per poi ritrovarseli a fine lavori che scrivono, accusano e pontificano sui mali della politica e sull’inutilità (se non sulla dannosità) delle Commissioni e delle inchieste parlamentari. Comunque, tutto il lavoro svolto dai consulenti è registrato, a cura degli uffici di segreteria, sul protocollo. Dopo il loro deposito agli atti, eventuali documenti, elaborati o relazioni – una volta autorizzati dal presidente previo parere degli uffici – entrano nell’archivio per la consultazione. I documentaristi predispongono, di volta in volta, un elenco degli atti presenti in archivio (questo registro credo sia consultabile). Lì sono conservati tutti i record relativi alle acquisizioni e ai depositi. Gli Uffici Stralcio delle Commissioni d’inchiesta tengono questi registri e gli elenchi degli atti depositati.

 

 

La precedente domanda introduce necessariamente la vicenda ormai drammatica di Mario Scaramella, consulente della Mitrokhin, che da oltre cinque mesi si trova in carcere, in isolamento, a fronte di capi d’imputazione quali la “calunnia” nei confronti di un agente segreto ucraino e il “traffico d’armi” essendo dunque sospettato di aver architettato il trasporto di due granate su un furgone da lui stesso fatte ritrovare. Lei ha avuto modo di conoscerlo personalmente? Su di lui si è scritto molto, ironizzando, per la verità con un certo cinismo viste le condizioni in cui versa da cinque mesi, sul suo impressionante curriculum professionale. Lei cosa ci può dire in proposito?

 

Ho conosciuto Mario Scaramella durante le fasi finali dei lavori della Commissione. Devo dire che per mesi (se non per anni), dopo la sua nomina a consulente, non ho avuto modo di vederlo. Il suo contributo era esterno, svolgeva attività all’estero e poco frequentava gli uffici della Commissione. Non credo che abbia partecipato alle sedute o alle varie audizioni che abbiamo tenuto nel corso dell’istruttoria. Nulla ho da dire sul suo curriculum professionale. Mentre qualcosa ritengo di doverla dire in ordine al suo incarico che – di certo – non si è scritto o approvato da solo. Ricordo quando, nella seduta dell’11 dicembre 2003 (ma l’annuncio della sua nomina fu dato il giorno precedente), venne letto l’incarico che l’Ufficio di presidenza della Commissione aveva votato e approvato per Scaramella. Ritengo utile, per futura memoria, trascrivere il passaggio del resoconto stenografico di quel giorno quando il presidente, in apertura di seduta, diede testuale lettura della motivazione: “Informo che l’Ufficio di presidenza integrato dai rappresentanti dei gruppi ha deliberato di affidare i seguenti incarichi: al professor Mario Scaramella di acquisire documenti ed effettuare ricerche presso istituzioni e organismi di Paesi occidentali e dell’ex Unione Sovietica riguardanti operazioni commerciali e finanziarie svolte fra l’Italia e i Paesi dell’Est europeo, finalizzate (come recita la nostra legge istitutiva) al finanziamento illecito del Pci al di fuori di ogni controllo, nonché attività di finanziamento dirette o indirette del Kgb a partiti politici italiani, a correnti di partito e ad organi di informazione in Italia, successivamente al 1974, data certa a partire dalla quale esiste una legge che vieta il finanziamento dei partiti al di fuori delle norme stabilite dalla legge; presunte relazioni tra Pcus, Kgb e altre agenzie di esplorazione estera e organizzazioni italiane terroristiche; collegamenti tra l’intelligence sovietica, il terrorismo islamico e altre strutture eversive straniere, in particolare sul terrorismo nazionale; eventuale supporto o coinvolgimento italiano in operazioni illecite fra servizi sovietici e Paesi islamici, anche dopo la caduta dell’Urss per le note continuità”. Ecco qui. Questo fu il mandato conferito a Scaramella. Un incarico straordinario, estremamente ampio e articolato, nel quale il consulente si è mosso sino alla fine dei lavori istruttori della Commissione. Scaramella, per lo svolgimento di questo compito (credo, sulla base della mia esperienza, si tratti di un unicum nella storia delle inchieste parlamentari), ha preso contatti con i più importanti, autorevoli e accreditati defezionisti non solo del Kgb, ma del Gru e dell’attuale intelligence russa (Svr e Fsb), come Oleg Gordievsky, Oleg Kalugin, Alexander Litvinenko o Yuri Shvets. Una simile attività non poteva passare inosservata ai servizi di sicurezza russi e dei Paesi ad essa collegati, come l’Ucraina (vediamo quanta difficoltà ha questa ex Repubblica sovietica a sganciarsi da Mosca). Scaramella, senza saperlo, è finito nell’ingranaggio di questa seconda Guerra fredda tra Est e Ovest. Le minacce delle quali è stato destinatario sono proprio l’inquietante esito delle sue attività per la Commissione. È finito nel mirino dell’intelligence russa non appena ha iniziato a frequentare Litvinenko. Da quel momento (e siamo tra la fine del 2003 e gli inizi del 2004), Scaramella diventa un obiettivo, come del resto lo stesso Litvinenko.

 

 

Qual è la sua opinione su quanto sta accadendo a Scaramella? Crede che ciò sia la conseguenza di qualche attività non gradita?

 

Preferisco non rispondere. L’unica cosa che posso dire è che Mario Scaramella, del tutto inconsapevolmente, è stato pesantemente manipolato da una serie di agenti dell’intelligence russa e ucraina. Il suo coinvolgimento, che lo ha portato a Londra il giorno in cui venne deciso di colpire e annientare Litvinenko, è stato il brillante risultato di una grande operazione, portata a termine da professionisti. E una delle pedine utilizzate è stato proprio quell’Evgueni Limarev che vive a Cluses nell’Alta Savoia dall’agosto del 2000. Un dato è certo: una macchinazione simile lasciava poche possibilità di uscirne indenni. Credo sia evidente il fatto che, sino al giorno in cui trapelò la notizia che Litvinenko era stato avvelenato e che aveva incontrato Scaramella, il suo nome era lontano dalle cronache nazionali e dalle stesse emergenze giudiziarie italiane. La fretta di associarlo al carcere è la prova di questo “salto di qualità”. Del resto, le stesse fonti d’accusa contro Scaramella non possono certo dirsi degli esempi cristallini di affidabilità e attendibilità. Con la morte di Litvinenko, contaminato con una dose massiccia di polonio 210 poco prima di incontrarsi con Scaramella a Piccadilly Circus nel primo pomeriggio del 1° novembre 2006, non solo usciva di scena una delle più importanti fonti dell’ex consulente della Commissione Mitrokhin, ma le informazioni da lui stesso passate, attraverso Scaramella, al Parlamento italiano rischiavano di assumere un rilievo di verità assoluta. Come dire: Litvinenko martire della verità, Scaramella il suo discepolo. Ecco, dunque, l’esigenza (tutta italiana) di demolire la credibilità sia della fonte che dello stesso destinatario delle informazioni. Il primo non può più confermare nulla, il secondo in cella di isolamento con l’accusa di calunnia.

 

 

Lei è redattore del mensile Area e scrive per il Roma e sta conducendo col suo collega Vincenzo Nardiello un’inchiesta molto interessante, ma per certi versi contro corrente rispetto a tutto il resto della carta stampata. Come giudica il comportamento e l’atteggiamento di giornali come Repubblica che hanno trattato la vicenda Litvinenko-Scaramella nel modo che tutti conosciamo?

 

Sul “comportamento” e “l’atteggiamento”, come lei li definisce, di grandi quotidiani come Repubblica, che hanno trattato il caso Litvinenko-Scaramella (per colpire tutta la Commissione Mitrokhin), preferisco stendere un velo pietosissimo. Erano anni che non si assisteva ad un fenomeno di alterazione della verità dei fatti di questa portata. Senza parlare della violazione, sistematica e scientifica, delle norme alla base del nostro codice deontologico professionale. Le famose “interviste” di Repubblica a Limarev, Gordievsky e Bukowsky sono un monumento a questa anomalia. L’inchiesta che sta conducendo Il Roma è controcorrente, non c’è dubbio, in un flusso dell’informazione alla rovescia, come si trova a fare il salmone quando risale la corrente del fiume, seguendo l’istinto di natura che lo richiama ai luoghi di nascita. Vede, ogni anno la fondazione Freedom House stila una classifica degli Stati del mondo in relazione alla libertà di stampa. Secondo l’ultimo rapporto, relativo al 2006, l’Italia occupa il 79° posto assieme al Botswana. Nel 2004, l’Italia occupava la 74ª posizione. Ogni altro commento sarebbe superfluo…

venerdì, 25 maggio 2007

“Compagni”, vogliamo dire qualcosa di sinistra?

Il 23 maggio 2007 a commento della sentenza del Tribunale di Teramo che ha assolto i quattro ucraini trasportatori delle “rugginose granate”, Carlo Bonini pubblica un articolo intitolato “L' attentato a Guzzanti? Un' invenzione”.

Il Senatore risponde con una lettera che gli viene pubblicata il giorno successivo ed alla quale Bonini replica a suo modo.

Questa mattina a pagina 34 de La Repubblica c’è la lettera che ieri il Senatore Guzzanti ha inviato al direttore Ezio Mauro in merito a quella prima risposta.

Ecco la lapidaria replica odierna dello stesso Bonini:

Prendo atto che la sentenza di assoluzione dei quattro ucraini ha avuto un pessimo effetto sul senatore Paolo Guzzanti. Converrà forse fare come certi zii, verbalmente incontinenti, al pranzo della domenica. Annuire e cambiare discorso”.

 

Bene, cambiamo discorso. Ma solo per un po’…

 

Dal novembre scorso su questo blog si è sviluppato un dibattito, una ricerca, che ha fatto vacillare le mie già esili e comunque scarse certezze ed opinioni politiche.

Ne ho già scritto in proposito e chi ha seguito con serietà e con continuità questo spazio lo sa bene.

Io mi reputo di sinistra!

Con tutto ciò che può ancora significare questo termine oggi in Italia. O se vogliamo oggi in occidente. Ho appoggiato in passato, e penso che continuerò a farlo anche in futuro, battaglie civili che credo di poter etichettare a pieno titolo di “sinistra”, se non altro per le reazioni che esse scatenano a “destra”.

Le appoggerò nelle piazze, nella rete. Nella società.

 

Un caro amico dice che a sinistra, in estrema sintesi, c’è tutto ciò che è “riformismo” democratico. È vero, ma non è tutto. Io credo che a sinistra si debbano declinare anche ed ancora concetti, da taluni forse ritenuti obsoleti ed ormai impronunciabili, come “uguaglianza”, “solidarietà”, difesa dei più deboli senza discriminazioni di alcun genere, “equità sociale”.

Possono sembrare categorie improprie o addirittura ingenue a definire oggi la “sinistra”, ma nel mio maturo romanticismo le trovo ancora del tutto valide e condivisibili; degne di impegno. Un buon motivo insomma per “rimettersi a lottare”.

Questi “valori” io credo che siano oggi messi in seria discussione dal modello di sviluppo imperante.

Non credo dunque alle sorti magnifiche e progressive di questo capitalismo liberista, tanto caro invece a certa “destra”; liberismo che, privo di controlli e di contrappesi, ormai stenta a trovare sponde e consensi anche in quei settori che avevano temuto più di altri il dilagare di modelli economici e sociali alternativi.

Ma purtroppo nella “sinistra” ufficiale, e non solo italiana, non trovo nessun segnale di disponibilità a cercare ed a proporre modelli seri e praticabili più sensibili alle esigenze dell’uomo ed alla sua esistenza. Il profitto sembra essere ormai diventato il centro di tutto e sembra aver catturato le attenzioni e l’interesse di tutti, da qualunque parte si trovino.

 

Fatto questo preambolo “ideologico”, vengo al punto.

Da mesi questo blog è diventata un’arena monotematica.

Coinvolti nella vicenda Litvinenko-Mitrokhin, ci siamo fatti giustamente rapire dall’intreccio e dai misteri di questa tragica spy-story.

Abbiamo cercato, conseguendo anche qualche piccolo “successo” di tappa, di dare un contributo di verità guardando con mente lucida e sgombra da ideologie a ciò che accadeva davanti ai nostri occhi.

Nel blog si sono formati fin da subito, e com’è giusto che sia, due partiti, due scuole di pensiero contrapposte, che hanno dato vita ad eleganti duelli ma anche (soprattutto?) a rozzi scambi da trivio, neanche fossimo “nei peggiori bar di Suburra”.

Per scelta ho lasciato che ciò avvenisse in piena libertà e devo dire che qualche siparietto divertente ne è di conseguenza scaturito ed ha sollazzato (e magari sollazzerà anche in futuro… chissà…) visitatori e passanti.

Questa insistenza tematica su una vicenda così complessa ed articolata ha forse stancato qualcuno che ci ha abbandonato e me ne dispiace molto, ma credo che l’impegno e l’approfondimento fossero dovuti, vista l’estrema importanza che riveste a nostro avviso questo caso per la democrazia nel nostro paese.

Al di là della sua serietà e gravità, vedasi le numerose morti ad esso connesse, questo caso non è una pura disquisizione accademica di ricerca storica, ma qualcosa di seriamente attuale e pregnante.

Malgrado i prolungati tentativi di sminuire le attività d’indagine della Commissione Mitrokhin, presieduta dal senatore Paolo Guzzanti, il clamore e l’accanimento di questi ultimi mesi sono lì a testimoniare che in realtà i temi trattati (e le scoperte fatte) toccano ed hanno toccato nervi ancora scoperti, situazioni irrisolte, interessi ancora in essere.

   

A mio avviso impropriamente, qui qualcuno ha impostato il dibattito come si farebbe in un qualunque scontro politico italiano al bar tra simpatizzanti di “destra” e di “sinistra”.

Ci si è messi la solita casacca, si sono tirati in ballo, eludendo il merito, “Berlusconi”, la “sinistra radicale”, insomma tutti gli attrezzi ordinari del confronto e delle divergenze tra i due schieramenti, dimenticando la vera sostanza di ciò che si stava trattando.

Credo che il discorso infatti sia molto diverso. Siamo di fronte ad una vicenda che merita un altro approccio.

 

Con le mie argomentazioni, i miei dubbi, le mie “ricerche”, so di aver creato scompiglio in tanti amici ed osservatori della sinistra DOC, dentro e fuori da questo blog, e questo perché mi sono trovato in certi momenti dalla stessa parte di un odiato esponente della destra e cioè il Senatore di Forza Italia Paolo Guzzanti.

Spero che questo sentimento di astio e di sospetto nei miei confronti sia dovuto solo alla non conoscenza dei fatti e dunque alla superficialità con cui costoro hanno affrontato le vicende che qui andavamo ad indagare e a dettagliare.

Lo spero perché altrimenti rimarrei molto deluso ed amareggiato per non dire di peggio.

Io non mi sono trovato dalla parte di Guzzanti per puro caso o per simpatia umana o intellettuale, ma perché da quella parte in quel momento c’era la Verità.

Io non mi posso riconoscere in una sinistra cieca e sorda. La Verità non è né di destra né di sinistra e non c’è nessun fine che giustifichi il silenzio, l’omissione, l’indifferenza. Tanto meno la costruzione di prove, la falsificazione, la manipolazione dei fatti e dell’informazione.

Da sinistra, ed ora non sto parlando dei navigatori della rete o degli amici del blog, ma di chi a sinistra ha ruoli e responsabilità politiche, non s’è levato nessun grido d’indignazione ma nemmeno un vago senso di disagio, nonostante fossero sotto gli occhi di tutti coloro che volevano vedere, fatti ben precisi ed inconfutabili. Perché?

 

Ciò che sta accadendo in questi ultimi giorni è molto grave e triste e non può non far pensare a qualcosa di molto pericoloso ed inquietante.

Una lunga sequenza di falsità, sicuramente non di dominio pubblico, ma ormai oggettivamente smascherate nel merito, vengono ripetute e riportate con enfasi sui giornali, come se niente fosse, senza creare non dico scandalo, ma nemmeno minime reazioni di circostanza. Perché?

 

Noi sappiamo per bocca dei protagonisti che le interviste pubblicate su La Repubblica tra novembre e dicembre 2006 sono state definite false o manipolate.

Noi sappiamo per bocca dell’Avvocato Rastrelli e perché abbiamo ben presenti i documenti ufficiali a riguardo che il capo d’imputazione per cui Mario Scaramella è detenuto dalla vigilia di Natale non è l’avere calunniato il Presidente del Consiglio Romano Prodi bensì un agente segreto ucraino.

Questi sono forse i due argomenti più eclatanti che sono stati rilanciati negli ultimi giorni, ma ce ne sarebbe una lunga serie di ugualmente gravi.

Perchè alcuni giornalisti ed alcuni giornali di “sinistra” continuano con impudenza a proporre ai loro ignari lettori le versioni fasulle di questi fatti?

Ieri abbiamo scritto a Carlo Bonini e glielo abbiamo chiesto ma questa volta egli ha preferito ignorarci.

La sua risposta odierna a Guzzanti è però senza alcun dubbio qualcosa di tremendo.

Quando nel confronto interviene lo scherno e la derisione dell’avversario per di più per supportare delle dichiarazioni oggettivamente false siamo di fronte a qualcosa di veramente grave che rimanda ad altri sistemi e ad altri tristi luoghi.

"Compagni" smarchiamoci!

 

In questi ultimi giorni ho per la verità osservato alcuni vacillamenti in amici del blog appartenenti a quel “partito” che in questi mesi si è opposto strenuamente alla cosiddetta “Confraternita dei Cavillanti della Virgola Fuori Posto di Rito Guzzantiano”, e questo mi ha fatto piacere. Ma credo che non basti ancora.

Io voglio sentirmi fiero ed orgoglioso quando mi dichiaro di sinistra. Oggi provo imbarazzo.

Io voglio leggere i giornali di sinistra vicini alla mia sensibilità sapendo che almeno su cose di principio mi posso fidare. Oggi non ne sono più sicuro.

Io vorrei reagire a tutto ciò e vorrei accanto tanti come me che si sentono di sinistra e che oggi provano profonda vergogna per questa situazione. Non ne vedo molti ancora. Purtroppo.

“Compagni” vogliamo dire qualcosa di sinistra?

È lecito immaginarsi una sinistra compatibile con l’onestà?

giovedì, 11 gennaio 2007

Aggiustamento di tiro

Non possiamo immaginare quali saranno gli sviluppi del “caso Litvinenko”. Per semplicità ma non solo, abbiamo scelto di usare il nome di chi suo malgrado fece partire tutto l’ambaradan il primo novembre 2006.

Oggi forse, sembrerebbe più proprio definirlo “caso Scaramella”, ma noi riteniamo che i contenuti dell’affaire trascendano di ben lungi la figura e le opere del discutibile (e discusso!) ex consulente napoletano della Commissione Mitrokhin.

Non riusciamo ad immaginare i prossimi, imminenti sviluppi, figuriamoci la fine.

Ci limitiamo a fare solo alcune brevi considerazioni aspettando qualche nuovo colpo di scena o qualche risposta ad alcuni impertinenti quesiti che abbiamo lanciato in rete.

 

Prima osservazione.

Sulla stampa il caso ha avuto un andamento altalenante. Per intere settimane commenti, interviste o dichiarazioni di ex spie, hanno avuto uno spazio centrale nelle prime pagine dei maggiori quotidiani. A questa sovraesposizione si sono succedute poi intere settimane in cui era inutile cercare persino un misero trafiletto nelle pagine più interne. Questo sia nei giornali di “sinistra”, sia nei giornali di “destra”. Tutto sommato niente di strano. La stampa insegue sempre le notizie più calde, ma chi sta seguendo con interesse e attenzione un determinato caso trova questo atteggiamento perlomeno fastidioso. Non sempre è necessario lo scoop, talvolta nei momenti di “stanca”, in cui mancano nuove succulente notizie o dichiarazioni, sarebbe forse opportuno riflettere su quanto è accaduto, su quanto si è detto e scritto, su quanto hanno detto e scritto gli altri.

A tal proposito abbiamo notato un particolare che forse non è nemmeno così irrilevante.

Abbiamo interrogato l’archivio di Repubblica (giornale in prima linea nell’inchiesta) sulla presenza del nome di Oleg Gordievskij in articoli pubblicati tra il primo novembre 2006 e il 21 dicembre 2006. Abbiamo contato ben 12 (dodici) istanze, di cui la prima il 23 novembre.

Dal 21 dicembre ad oggi, il nome di Gordievskij è del tutto assente. Nessun articolo che lo citi. Cos’è successo il 21 dicembre? Molto semplice, quel giorno Paolo Guzzanti pubblicò sul suo blog e poi su Il Giornale una intervista da lui fatta all’ex agente del KGB in cui questi smentiva seccamente quanto avevano scritto di lui il 7 dicembre Bonini e D’Avanzo su Repubblica.

Cosa significa tutto ciò? Semplicemente che i lettori di Repubblica non hanno mai avuto notizia di quella smentita.

È molto probabile che in casi analoghi, a parti ribaltate, avvenga la medesima cosa per altre testate. Non voglio dunque qui fare il moralista, tirare un pistolotto o fingermi scandalizzato. Mi limito a dire che la vera informazione, libera, seria, documentata credo che si stia cominciando a fare in rete. Solo in rete, in appositi luoghi, si sviluppa un confronto serio, articolato, dove tutte le voci hanno modo di esprimersi. La stampa ordinaria mi appare ogni giorno che passa più faziosa che mai.

 

Seconda osservazione.

Un amico ha interpretato in maniera abbastanza suggestiva il cambio di registro che si è notato verso fine anno, agli attacchi rivolti a Paolo Guzzanti dalla corazzata Repubblica-L’Espresso. La prima fase, precedente quel famoso 21 dicembre, è stata caratterizzata, oltre che dalla pubblicazione delle intercettazioni telefoniche, da un susseguirsi di interviste magari postume o vecchie di 2 anni, a quattro personaggi russi (ex agenti KGB o scrittori, comunque esuli), che avvallavano la tesi secondo cui la Commissione Mitrokhin avrebbe operato, spesso con metodi poco ortodossi, per costruire dossier contro Prodi o contro altri esponenti della sinistra. Dopo che è stato verificato che queste interviste o non erano supportate da opportune registrazioni o erano addirittura smentite dai diretti interessati (quando questi non erano già deceduti), la campagna è cessata di colpo. Addirittura, e qui viene l’interpretazione originale del mio amico, l’intervista raccolta da Marco Lillo su l’Espresso il 4 gennaio scorso sembrerebbe quasi “un segnale di tregua” rivolto a Guzzanti.

Da quel momento comunque gli attacchi diretti al senatore si sono affievoliti e i cannoni sono stati rivolti invece verso il bersaglio forse più facile (vista anche la condizione nella quale egli ora si trova), e cioè Mario Scaramella.

E’ di ieri la pubblicazione su Il Sole 24 Ore di un lungo articolo (richiamo in prima pagina e poi la pagina 11 tutta intera), di Claudio Gatti che ripercorre il fantasmagorico curriculum dell’ex consulente napoletano. Va detto poi che si tratta solo del primo articolo di due (!). La conclusione di Gatti, peraltro condivisibile se ciò che viene riportato risponde al vero,  è che “[Scaramella] utilizza ogni singolo contatto o evento per accreditarsi e legittimarsi con quello successivo in una straordinaria catena autoreferenziale senza limiti geografici. Ma se è riuscito a farla franca fino al 24 dicembre scorso, giorno del suo arresto, è stato per l’ingenuità, la passività e la connivenza di persone che adesso fanno a gara nel minimizzare il proprio contributo”.

Questa mattina invece su Repubblica, Bonini e D’Avanzo dedicano prima e quarta pagina a passare in rassegna un dossier su Prodi trovato in uno dei computer sequestrati a Scaramella.

L’attacco sembra dunque essersi spostato dal roccioso e coriaceo ex presidente della Commissione al ventre molle Scaramella Mario… un aggiustamento di tiro, insomma...

Chiederemo a Guzzanti quale sia oggi, alla luce di quanto emerge o viene riportato, il suo atteggiamento nei confronti di Scaramella. Parafrasando Gatti, Guzzanti si reputa “ingenuo”, “passivo”, “connivente” o il giornalista del Sole ha dimenticato qualche altra categoria più appropriata nella quale egli si riconosce?

 

Una breve e ultima osservazione.

Risulta non pervenuto (per lo meno a me) l’esito di una notizia che aveva ottenuto giustamente i riflettori nei primi caldissimi giorni del caso Litvinenko:

“Il presidente del Consiglio Romano Prodi ha dato incarico ai suoi legali di procedere «contro gli autori di dichiarazioni e di atti lesivi della sua dignità di cittadino e di rappresentante delle istituzioni in relazione al cosiddetto caso Mitrokhin »” (30 novembre).

Ciò è realmente avvenuto? E se sì nei confronti di chi sono state approntate iniziative legali da parte di Prodi?

 

 

 

postato da: GabrielParadisi alle ore 11/01/2007 10:58 | Permalink | commenti (46)
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venerdì, 15 dicembre 2006

Mortadella coltivata

In uno scenario surreale degno del grande Jacovitti, tra un Cocco Bill dallo sguardo cinico e un Trottalemme allampanato, tra salami volanti e pesci con le gambe, ecco spuntare inquietanti mortadelle dal terreno. Mortadelle coltivate.

Nella simpatica rispostina con cui ieri Paolo Guzzanti ha voluto liquidare i miei quesiti, c’è, malgrado la brevità,  tutta la sostanza sintetizzata del problema.

Le accuse tremende a Romano Prodi “uomo del KGB” in Italia, “protettore delle BR e assassino morale di Aldo Moro”, si fondano su:

 

1)     Una seduta spiritica;

2)     Un ingiallito articolo-intervista del Corriere della Sera (20/08/1991);

3)     I presunti rapporti pericolosi tra Nomisma e l’Istituto Plekhanov;

4)     Il presunto insabbiamento dei lavori della Commissione Mitrokhin;

5)     Le affermazioni di due ex spie del KGB morte.

 

È dunque su questi punti che si sviluppa la tesi accusatoria.

Di molti di essi abbiamo già ampiamente trattato. Sul punto 4, esiste un esposto denuncia Guzzanti-Cordova (che coinvolgeva altri “uomini del KGB” come D’Alema e Dini) depositato nel dicembre 2005 e già bi-archiviato, sia dai PM della Procura di Roma (febbraio 2006), sia dal Tribunale dei Ministri (ottobre 2006).

 

Sul punto 2, c’è (incredibilmente!) un ritorno di fiamma. Il 13 dicembre scorso infatti, Stefania Craxi (!) ha pubblicato un articolo su Il Giornale (!) intitolato maliziosamente: “Quell’«amicizia» tra Prodi e l’Urss”. Il ragionamento della Signora Craxi si sviluppa a partire da un articolo-intervista sul quale avevamo già in marzo discusso abbondantemente con Guzzanti.

In un gioco di specchi e di citazioni reciproche oggi lo stesso Senatore rende omaggio alla signora “…Caro Prodi, (…) e poi storie brutte che Stefania Craxi va a ripescare rovistando sui giornali ingialliti dove si parla del tuo passato…”.

 

Poiché, a nostro avviso, l’articolo di mercoledì scorso c’è parso un po’ troppo “partigiano”, abbiamo pensato di scrivere alla Signora Craxi una lettera aperta alla quale purtroppo, temiamo non risponderà mai… Comunque la nostra lettera la pubblichiamo lo stesso:

 

Gent.ma Signora Craxi

Le scrivo in merito al suo articolo “Quell’«amicizia» tra Prodi e l’Urss” pubblicato su Il Giornale del 13-12-2006 a pagina 11.  

Alla base della sua tesi, sembra esserci un’intervista rilasciata da Prodi a Massimo Gaggi sul Corriere della Sera il 20 agosto 2001, pochi giorni cioè dopo il golpe.

lo quell’articolo di 15 anni fa lo conosco molto bene perché ho già avuto modo di disquisirne con il Senatore Guzzanti diversi mesi fa, quando anch’egli lo utilizzò per “dimostrare” che Romano Prodi era un uomo legato ad una “certa” Unione Sovietica ed aveva quindi plaudito al golpe del ’91.

Ora una lettura attenta e integrale dell’articolo (che mi andai a ritrovare in emeroteca), mi sembra che non attesti alcunché di ciò che Lei afferma.

Sembra quasi che Lei, così come Guzzanti allora, non lo abbia proprio letto quell’articolo o lo abbia letto con particolari lenti deformanti, se mi posso permettere.

Sapientemente infatti sono riportate alcune frasi estrapolate dal loro contesto fino a farle apparire l’opposto di quello che significavano.

Facciamo alcuni esempi.

Lei riporta la seguente frase di Prodi: «Conosco bene Pavlov (...) direi che per certi versi quello che ha fatto in queste ore è una scelta coerente. Mi aspetto entro pochi giorni passi decisivi per quanto riguarda la gestione dell'economia».

Quello che invece Lei ha dimenticato di riportare, lasciando degli eloquenti puntini di sospensione è: “E’ un tecnocrate [si riferisce a Pavlov] da anni in dissidio con Gorbaciov. Un dissidio non mascherato”. Sempre Prodi concludeva quel pensiero: “Bisognerà vedere come riusciranno a conciliare una impostazione interna che non sarà certo progressista con la probabile conferma della linea di apertura fin qui seguita a livello internazionale”.

Altro esempio.

Lei per far credere che Prodi fosse nemico dell’illuminato Gorbaciov riporta queste parole dell’intervista: «Non mi pare il caso di aspettarsi una sollevazione popolare a favore di Gorbaciov (...) e secondo i nostri analisti nemmeno Boris Eltsin, che è assai più popolare, dispone di una rete capace di promuovere una sollevazione».

Dimentica sempre all’interno di abili parentesi e puntini di sospensione il resto delle frasi pronunciate dal professore… Gliele ricordo io: “E’ il più grande personaggio comparso sulla scena mondiale negli ultimi dieci anni [si riferisce a Gorbaciov], uno straordinario innovatore, ma all’interno la situazione economica si era troppo deteriorata mentre il quadro politico era estremamente frammentato. Il popolo non è con lui. A noi occidentali spesso in missione a Mosca la gente diceva: -lo stimate solo voi-“.

Come vede a me sembra che la sostanza dell’intervista sia tutt’altra da quella che Lei voleva far apparire.

Lei parla anche e ovviamente di Nomisma e degli incarichi che questa società aveva nell’URSS all’epoca.

Le do un consiglio. Se Lei recupera l’intera copia del Corriere del 20 agosto 1991 (è più facile in una buona emeroteca piuttosto che nella Fondazione), troverà nella stessa pagina dell’intervista e in quelle successive altre cose molto interessanti.

Ad esempio una scheda ed un elenco di tutte le aziende italiane e gruppi (oltre una ventina) impegnati in attività in Unione Sovietica durante quel periodo. Erano tante e probabilmente non tutte colluse con il KGB, non crede?…

Troverà anche alcune dichiarazioni di Cossiga (allora Presidente della Repubblica) e di Andreotti (allora Primo Ministro) particolarmente e apertamente “caute” coi golpisti, ben più “strane” delle innocue parole dell’economista Prodi. Sostanzialmente essi sostenevano che comunque (“obtorto collo?”) nei mesi successivi si sarebbe dovuto fare i conti con la nuova dirigenza e che quindi bisognava valutare bene la situazione… Realpolitic? Diplomazia? O erano forse anche Cossiga e Andreotti uomini di Mosca?

Se avrà la cortesia di rispondermi, magari pubblicamente, Le sarei veramente grato.

Cordialmente

Gabriele Paradisi

postato da: GabrielParadisi alle ore 15/12/2006 09:20 | Permalink | commenti (2)
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giovedì, 14 dicembre 2006

Favolette per Spiriti allegri

Non riusciamo, ahimè, malgrado i ripetuti tentativi di coinvolgere amici e blogger affinchè scrivano in tutta fretta qualche altra storia sui mitici anni ’70, a schiodarci dal Caso Scaramella.

Seguiamo infatti sempre con grande attenzione il blog del Senatore Guzzanti e talvolta ci è davvero difficile resistere alla tentazione di incrociare, di bel nuovo, le spade con lui.

Abbiamo già riportato nei commenti all’articolo precedente, i primi due capitoli (1) (2) di una “fiaba” che egli va scrivendo. La “favoletta”, molto simpatica e ben scritta, narra le vicende di “un piccolo uomo, piuttosto insignificante che faceva la sua brava carriera universitaria di terza fila” (tal Romano Prodi). Un giorno dei misteriosi inviati da un Regno del Male (o della Speranza), ovvero da quella che fu l’Unione Sovietica, avvicinarono il “nostro uomo” e contando sulla sua smisurata ambizione, lo indussero a stipulare un diabolico patto, garantendo a lui una carriera altrimenti impossibile e a loro un non meglio precisato futuro favore, impegnati com’erano nell’eterna lotta con la Terra delle Opportunità e delle Libertà (ovvero gli Stati Uniti d’America). Una pratica, questa del favore potenziale, di chiaro stampo e matrice mafiosa, che come un debito contratto che so con l’FMI o con la Banca Mondiale, vincola e lega per sempre lo sciagurato al suo padrone.

Questo lo scenario fantastico e originale che ci propone l’autore.

Ma il bravo Guzzanti si supera quando svela quale fu il famoso favore che l’URSS, il KGB, il GRU, chiesero al ligio professorucolo di Bologna. Non ci crederete, ma è proprio quello. Sempre quello. Il favore infatti consisteva nell’inscenare una seduta spiritica insieme ad altri 12 colleghi/consorti, più cinque ignari pargoli, durante la quale, rievocando l’anima di Don Sturzo e di La Pira, sarebbe stato comunicato il nome di “Gradoli”. Era in atto in quel tempo (aprile 1978), il sequestro di Aldo Moro. In Via Gradoli c’era un covo brigatista, ma la notizia di quel nome suggerito dagli spiriti sarebbe stata argutamente fornita da Prodi agli inquirenti e ai media in modo da indirizzare le indagini non in Via Gradoli a Roma, bensì a Gradoli paese, suggerendo così, astutamente, ai criminali abitanti di Via Gradoli, ch’era giunta l’ora di tagliare le tende…

Abbiamo già mille volte cercato di confutare questo argomento che a noi onestamente pare esilissimo oltrechè logicamente contorto. Il senatore ha però continuato a riportarlo pari pari, per filo e per segno. Non ci resta pertanto che provare a smontarlo attraverso una minuziosa opera filologico-esegetica della citata (e riportata per esteso), gustosa “favoletta”…

Abbiamo quindi scritto a Guzzanti:

 

 

Caro Paolo

La tua storia è veramente avvincente. Inverosimile, come tutte le favole del resto, ma avvincente.

Sul tuo talento d’altronde nessuno, nemmeno i tuoi più acerrimi nemici, nutre il ben che minimo dubbio. Mi permetto però di correggerti in un punto almeno, e nemmeno troppo secondario, perchè una storia, per quanto inventata, converrai che deve risultare ineccepibile dal punto di vista del "plot".

 

Narrano infatti le “croniche” di quel tempo andato, che quando il messo giunse, ammesso che giunse (nota per favore la gustosa allitterazione che mi si è presentata inducendomi persino a forzare la sintassi…), non si rivolse, il messo dicevamo, all'omino privo di qualsivoglia qualità che tu indichi al facil ludibrio del volgo, bensì avrebbe dovuto rivolgersi ad altro convenuto in quel di Zappolino nel piovoso meriggio di quel tristo aprile 1978 e.v.

Infatti, racconta un’autorevole cronista Pellegrino (17 GIUGNO 1998), fu proprio il signorotto di quella villa, tal Albertus Clò, e non il nostro insignificante omino, ad indire quel simpatico trastullo in cui dame et nobil’homini rievocavan leggiadri spirti  et  alme defunte.

Altri poi non mancarono di sottolineare che fù ancora lui, l’Albertus, il più eccitato ed attivo inquisitor degli spiriti…

Fu dunque egli, Albertus, ti chiedo, ad appartarsi in bagno con la delittuosa pergamena giunta dal Regno del Male? Ma se così fu, cosa c’entra allora l’omino nostro?

O forse fu l’omino che, uscito tutto trafelato dal bagno dopo aver letto ed imparato a memoria l’intricato enigma, convinse il signor di quella villa a diriger quel giuoco periglioso che tu ci narri?

Se così fosse, perché così pare, ne avrebbe certo risentito la trama, che invece fila spedita all’obiettivo che ti sei dato per allietar le folle dei tuoi fedeli seguaci.

Ah, come vorrei che tu, Oh Paolo, mi rispondessi.

Perché potrebbero apparire anche dettagli di poco conto in effetti, ma tu, Oh Paolo, hai dato tanto e tal valore a quanto scrivi con agile penna, che un chiarimento credo sia d’uopo atque necessario. Qui e altrove.

RingrazioTi  con affetto

Gabriele.

 

 

postato da: GabrielParadisi alle ore 14/12/2006 17:24 | Permalink | commenti (2)
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lunedì, 11 dicembre 2006

La primula russa

Così dopo l’intervista del 7 dicembre ad Oleg Gordievskij, che stranamente Guzzanti con un sofismo degno del suo nome, sostiene si tratti addirittura di un autogol dei suoi detrattori (!?), La Repubblica sabato 9 dicembre ha pubblicato un’altra intervista ad un personaggio chiave della vicenda Litvinenko, ovvero Vladimir Bukovskij.

E’ evidente che per onorare la Verità occorra verificare puntualmente l’autenticità di tali interviste firmate da Carlo Bonini e Giuseppe D’Avanzo (rimandiamo a chi di dovere di procedere in tal senso), ma dando per scontato (a puro titolo di esercizio), che esse lo siano, il quadro che ne scaturisce è decisamente grottesco.

Tralasciando cosa pensano Gordievskij e Bukovskij dello zelante Scaramella (“quell’uomo pretende di fare, di una mosca, un elefante”), rimane un solo “pilastro”, esile esile, a sostenere il pesante castello di accuse contro Romano Prodi.

Resta cioè “soltanto” una dichiarazione di Litvinenko, filmata (sembra), e comunque confermata da tutti gli interlocutori interpellati che la sentirono dalla viva voce del ex agente recentemente ucciso col Polonio a Londra.

Litvinenko, citando lo scomparso generale russo a tre stelle suo vicedirettore ai tempi dell’FSB Anatolij Trofimov, sostiene che quest’ultimo per metterlo in guardia da una sua venuta in Italia, gli disse: “stai attento perché in Italia ci sono molti ex uomini del KGB. Persino Prodi è un nostro uomo”.

Al di là che Bonini abbia recentemente pubblicato un’intervista del 2005 a Litvinenko in cui egli sembra smentire queste parole (!?), lo stesso Guzzanti si rende conto che tale testimonianza è ben poca cosa (la parola di un esule contro quella di tanti altri esuli che non sono in grado di confermare minimamente quell’affermazione), tant’è che egli stesso all’ Adnkronos il 6 dicembre scorso ha detto: “Su quel video [la testimonianza videoregistrata di Litvinenko consegnata il 4 aprile 2006 in commissione Mitrokhin] il nostro collaboratore [Mario Scaramella] fece una relazione. Io ritenni che vi fosse una assoluta insufficienza di prove per poter formulare accuse contro Prodi” (!?).

Dunque? Cosa resta? Qual è a questo punto l’oggetto del contendere?

Ce lo ricorda il senatore in persona nella stessa citata agenzia: “Romano Prodi ha mentito sulla seduta spiritica del 2 aprile 1978 durante la quale si seppe dove era il quartier generale delle Brigate Rosse che tenevano prigioniero Aldo Moro”.

Ecco dunque il bandolo della matassa! Ancora e sempre la famosa seduta spiritica del 1978.

Su questo argomento abbiamo discusso già a lungo col senatore tra febbraio ed aprile 2006. Non abbiamo dunque più nulla da aggiungere. Egli allora, ci spiegò puntualmente la sua posizione e invitiamo chi voglia conoscerla a scorrersi gli articoli di quel periodo.

Oggi, quello che possiamo suggerire per risolvere “il caso Scaramella” è di fare un’altra bella… seduta spiritica! Ebbene sì. Un’altra volta ancora. Non c’è niente di meglio da fare. Solo rievocando l’anima di Trofimov infatti si potrebbe confermare o smentire quanto sostenne Litvinenko… Non vediamo oggettivamente altre vie praticabili. Se Guzzanti supera l’idiosincrasia verso i “piattini” potrebbe opporre al silenzio imbarazzato e imbarazzante di Romanone, una bella dichiarazione del generale sovietico dall’aldilà: “E’ vero! Prodi era un nostro uomo”. Tò moh! Per trent’anni il senatore di Forza Italia potrebbe sostenere questa tesi senza dover produrre altre “pistole fumanti”. Trofimov come Don Sturzo; Litvinenko come La Pira. Ci pensi senatore…

 

Per chiudere un pensiero profondo: la satira anticipa il mondo!

Giovedì 3 maggio 1979, Il Male, indimenticabile settimanale satirico, pubblicò un numero divenuto mitico. Sulle orme di Orson Wells, quei demoni del Male (tra cui Pino Zac, Jacopo Fò, Andrea Pazienza…) riprodussero un’Edizione Straordinaria di un quotidiano che a nove colonne informava dell’avvenuto arresto del “Grande Vecchio” delle Brigate Rosse. Nientepopodimenochè: Ugo Tognazzi! Anche oggi un… Giornale a caso, rifacendosi a quel precedente illustre, potrebbe sostituire al grande attore Cremonese che tanto ci manca, il nostro attuale Presidente del Consiglio e… il gioco sarebbe bell’e fatto. La notizia però, per risultare efficace, andrebbe sparata in prima pagina, non nascosta nelle pagine interne… La buona satira và esibita senza paura e con orgoglio.

postato da: GabrielParadisi alle ore 11/12/2006 15:30 | Permalink | commenti (8)
categoria:prodi romano, brigate rosse, mitrokhin, guzzanti paolo, bonini carlo, caso moro, moro aldo, litvinenko
martedì, 05 dicembre 2006

Aspettando “Big One”… o forse… “Big Zero”

La deflagrazione del caso Mitrokhin è imminente… O forse no

Da mesi e mesi il Senatore Guzzanti, che è stato Presidente di quella commissione, lamenta il silenzio assordante della politica (sia di destra sia di sinistra) e soprattutto lamenta il silenzio dei media (senza esclusione alcuna), su quella che egli ritiene essere stata l’inchiesta più importante che sia mai stata condotta in Italia, inchiesta che è giunta, a suo dire, a conclusioni e a risultati importantissimi e devastanti… Per altri 17 commissari della stessa Commissione però tutto ciò non è assolutamente vero

Il silenzio bipartisan di questi mesi (la relazione finale venne depositata a fine marzo 2006), lascia intendere dunque, senza terze vie possibili, solo due scenari: o siamo di fronte realmente ad un diabolico sistema messo in piedi dal KGB e proseguito dall’FSB che ha coinvolto e coinvolge importanti uomini politici trasversalmente ma anche giornalisti, o molto più semplicemente siamo di fronte ad una bufala colossale…

La tragica fine dell’ex spia Litvinenko e l’altrettanto tragica coda che sta riguardando Mario Scaramella, discusso consulente della Commissione Mitrokhin, hanno “finalmente” portato agli onori della cronaca il caso.

A questo punto non sarà più possibile ignorare le denunce e le affermazioni che Guzzanti va ripetendo in ogni luogo ed occasione. A questo punto, in un modo o nell’altro, si dovranno prendere in esame le affermazioni, i documenti e le testimonianze, insomma tutto il materiale raccolto in oltre quattro anni di lavori e si dovrà giungere necessariamente ad una qualche conclusione o “sentenza”… Ma magari anche no

Potremmo così assistere nei prossimi mesi e settimane ad un vero e proprio terremoto politico dagli esiti inimmaginabili. Questo evidentemente se dovessero emergere responsabilità precise. Viceversa il tutto potrebbe semplicemente finire mestamente e sgonfiarsi come un triste soufflè, se Scaramella & C. risultassero persone con rispettabilità paragonabili a quelle dell’indimenticato Conte “Aigor” Marini, il geniale Pico della Mirandola della Commissione Telekom Serbia.

In queste prime fasi, dalle intercettazioni telefoniche “indebitamente diffuse” dei colloqui tra Scaramella e Guzzanti, la sinistra ritiene emerga evidente il tentativo di indirizzare le ricerche e le relative conclusioni della Mitrokhin in un ben determinato modo.

Da esse, al di là che tecnicamente si possano o meno utilizzare in eventuali processi poiché coinvolgono un parlamentare, sembra evidenziarsi in effetti la volontà da parte degli interlocutori di cercare e magari anche di trovare “per forza” responsabilità dirette di Prodi e di altri esponenti dell’attuale maggioranza con la rete del KGB in Italia.

I diretti interessati hanno immediatamente dato mandato ai legali di valutare le forme più consone a tutelare la loro reputazione ed i loro interessi. Già nel dicembre dello scorso anno quando Guzzanti cominciò a ritenere pubblicamente Prodi il mandante dell’omicidio Moro, l’allora candidato dell’Unione minacciò le vie legali contro il senatore forzista, ma allora nulla accadde. Oggi crediamo che non si ripeterà quella minaccia a salve… Oppure anche sì

Guzzanti infatti si dichiara molto soddisfatto della piega che hanno preso gli eventi perché finalmente a suo dire si giungerà a quello che lui ha definito “il processo del secolo”.

Da destra, per ora, nei confronti di Guzzanti ci sono state solo poco più che difese di circostanza. Come già avvenne alla vigilia delle ultime elezioni, quando noi invece ci si aspettava scoppiassero bombe mediatiche di eccezionale violenza. Anche oggi nulla di tutto questo. Un minimo di cautela del resto è forse necessaria vista la portata delle accuse.

Il senatore a vita Andreotti (uno che se ne intende di scandali), ha affermato che questa è “una storia odiosa contro Prodi”, anticipando così quello che sarà il suo posizionamento nella vicenda, frutto con ogni probabilità del suo intuito e della sua proverbiale saggezza… o anche frutto della sua diabolica intelligenza…

Taluni chiedono una nuova commissione d’inchiesta che potrebbe in effetti riaprire il caso riprendendo in esame il voluminoso materiale raccolto dalla Mitrokhin.

Mario Scaramella dal suo letto d’ospedale a Londra, consapevole di avere in corpo una dose almeno 6 volte letale di Polonio 210 (ma forse pare si tratti soltanto di un suo empirico calcolo spannometrico…), ha fatto trapelare la notizia che "Farà nomi importanti". Secondo il suo avvocato, Sergio Rastrelli che l’ha dichiarato ai microfoni del Tg1 appena due giorni fa, Scaramella “ha intenzione di comunicare anche all'opinione pubblica tutti i dati dei quali è in possesso”, riferendo ciò che l'ex agente del Kgb Litvinenko gli avrebbe rivelato su politici e giornalisti italiani collegati allo spionaggio sovietico…

Va detto però che tutto ciò potrebbe anche non essere vero… Infatti con un’intervista a Bonini e D’Avanzo pubblicata oggi su Repubblica, lo stesso Scaramella dice: “…c'è un equivoco che io voglio chiarire prima che si alzi un altro polverone. Io non conservo, né ho mai raccolto documenti segreti che custodisco da qualche parte, per mio conto. I documenti a cui ho fatto riferimento sono tutti nella disponibilità della Commissione e quindi del Parlamento italiano. Li ho raccolti nell'ambito della mia responsabilità di consulente della commissione Mitrokhin e da questa sono conosciuti da tempo”. 

Non si è nemmeno avuto il tempo di annotare tale dichiarazione (speriamo “on the record”, visti i precedenti), che si assiste ad un'altra ennesima estrosa piroetta… Pare infatti (Vespa notaio), che Scaramella, nel frattempo dichiarato dall'Agenzia britannica per la tutela della salute pubblica in “buone condizioni non presentando sintomi da avvelenamento da radiazioni”, avrebbe in mano “videoregistrazioni di Litvinenko che riguardano politici italiani…”.  Non c'è solo quanto depositato in commissione Mitrokhin” - egli infatti ha comunicato - “Ci sono tutti i documenti che ho raccolto in tre anni di lavoro, tra i quali alcuni molto forti”… E magari anche no…

postato da: GabrielParadisi alle ore 05/12/2006 23:23 | Permalink | commenti (1)
categoria:prodi romano, servizi segreti, mitrokhin, guzzanti paolo, bonini carlo, caso moro, litvinenko
venerdì, 01 dicembre 2006

Award… Our Man

Character Assassination: “distruzione della reputazione; annientamento della credibilità; assassinio di qualcuno non nel suo corpo, ma nella sua identità morale, professionale, sociale”.

Giusto tre mesi fa ero stato “accusato” (non a torto) da Paolo Guzzanti di aver operato nei suoi confronti proprio questo genere di “crimine”. Oggi sono Romano Prodi (Mr P - Piattino), Pecoraro Scanio (Pekorasky o anche più prosaicamente Culattosky) a rivolgere questo tipo di accusa al senatore già Presidente della Commissione Mitrokhin.

Le inquietanti intercettazioni delle telefonate intercorse tra Mario Scaramella (consulente della Mitrokhin) e Paolo Guzzanti, pubblicate ieri dal Corriere e oggi da Repubblica e da quasi tutti gli altri quotidiani, lasciano intravedere uno scenario sconcertante che si inserisce a pieno titolo nella più fosca e turpe tradizione della nostra già martoriata storia repubblicana.

Trame oscure, fabbricazione di falsi dossier, deviazioni di apparati e istituzioni…

Sembra proprio che il nostro povero paese non riesca a lasciarsi alle spalle questo tipo di situazioni, che non sono, si badi bene, eventi episodici spiacevoli e deplorevoli come può accedere e accade anche in altre democrazie, no, qui costituiscono l’abituale condizione. Sono lo standard, l’aria che respiriamo, l’humus su cui si sviluppa comunque (o malgrado) la vita onesta e non sempre facile di milioni e milioni di probi cittadini.

Cittadini di questo paese che ancora vogliono credere e sperare.

Credere e sperare che il loro voto (di destra o di sinistra) sia un voto vero, concreto e che conta.

Credere e sperare che i politici  (di destra o di sinistra) per cui hanno votato siano persone irreprensibili e specchiate e che hanno a cuore solo l’interesse generale.

Credere e sperare che i fatti e le notizie che leggono sui giornali o sentono alle TV pur nelle diverse legittime interpretazioni e sensibilità siano formulate con obiettività e soprattutto con professionalità.

La triste vicenda a cui stiamo assistendo in questi giorni intorno alla morte dell’ex spia russa Litvinenko, vede coinvolta una persona con la quale abbiamo discusso anche aspramente. Di questa persona pur non condividendo idee e lotte abbiamo apprezzato la disponibilità (sempre) e la passione (spesso).

Oggi forse questa persona sta rischiando la propria vita; questa persona ha visto violata la sua privacy ed è sicuramente sotto attacco da parte di “nemici” ma anche da parte di ex amici. Non è un problema. Sapeva di andare in guerra e combatterà come sempre.

Da ciò che sembra emergere nelle intercettazioni pubblicate, questa persona come minimo ha creduto con troppa leggerezza a faccendieri senza scrupoli pronti a sfornare caldi caldi i piatti succulenti che essa desiderava gustare.

Nei primi mesi di quest’anno abbiamo polemizzato a lungo con Paolo Guzzanti sul pesante ruolo che egli assegnava a Prodi, indicato da lui come il reale mandante del sequestro Moro e uomo di riferimento del KGB. Gli argomenti addotti ci sono sempre parsi risibili e debolissimi e glielo abbiamo ripetuto ad ogni occasione possibile.

Tanto si discusse, ad esempio, sulla formula “our man” ovvero Prodi presentato da ufficiali del KGB come il “nostro uomo” in Italia.

Nelle intercettazioni pubblicate si può individuare di preciso il momento in cui questa affermazione sembra essere stata “coniata”: «A questo punto, il "professore" [Scaramella] propone come testimone chiave Oleg Gordievskij (ex colonnello del Kgb, riparato a Londra nel 1985, autore con Cristopher Andrew de "La Storia segreta del Kgb"). Ma c'è una difficoltà. Oleg non ne vuole sapere di mettere tra virgolette "Prodi agente del Kgb", perché "questo non è accaduto", dice. Scaramella però conviene che si può lavorare sul discorso di "coltivazione". Guzzanti gli spiega gli essenziali passaggi che deve documentare per la commissione. "Mario, scusami, do alle parole l'importanza delle parole. Allora, in quella cosa lì si dice: "Award man" (la trascrizione fonetica tradisce verosimilmente un "our man", un "nostro uomo" con "award man" che significherebbe "uomo premio"). Tu pronunci la sigla e quello dice "Yes!"". Scaramella: "Certo, certo". Guzzanti: "Punto e basta! Non voglio sapere altro! L'unica domanda è: queste frasi sono confermate e confermabili?". Scaramella: "Assolutamente sì". Guzzanti: "E allora questo è l'unico punto, ma mi serve certificato e marca da bollo"»...

postato da: GabrielParadisi alle ore 01/12/2006 19:03 | Permalink | commenti (5)
categoria:russia, prodi romano, mitrokhin, guzzanti paolo, litvinenko
martedì, 28 novembre 2006

I Misteri di Londra

Aggiornamento:
Abbiamo rivolto a Carlo Bonini di Repubblica alcune domande sull'intervista a Litvinenko pubblicata il 26 novembre scorso. Gli abbiamo chiesto se esistono i nastri di quell'intervista e perchè non è stata resa pubblica subito. Questa la sua risposta:

Signor Paradisi,

…L'intervista non venne incisa su nastro ma da me "stenografata" e quindi trascritta integralmente il giorno stesso sul mio computer portatile.

Per curioso che le possa sembrare, la ragione per cui la conversazione con Litvinenko non venne resa immediatamente pubblica è in una circostanza propria dei tempi imposti a un quotidiano. La sera del 4 marzo 2005, giorno del mio rientro da Londra a Roma, venne ucciso a Bagdad Nicola Calipari. La vicenda, in quelle settimane e nei mesi successivi, assorbì per intero il mio lavoro e l'attenzione del giornale. Quando la "pressione" del caso Calipari si allentò, i retroscena della commissione Mitrokhin apparvero non più di immediata attualità. Anche perché la commissione si stava spegnendo nel più assoluto disinteresse e vuoto politico da parte della stessa maggioranza politica che l'aveva espressa (nonostante, come lei ricorda, la vicenda Batten alla vigilia delle elezioni).

Evidentemente, la morte di Litvinenko e le dichiarazioni di Guzzanti e Scaramella sui possibili mandanti dell'omicidio hanno cambiato nuovamente l'agenda giornalistica.

Grazie per il suo interesse

Carlo Bonini

Tutti i giornali del globo parlano in questi giorni della tragica ed inquietante morte di Aleksandr Valterovich Litvinenko, avvelenato con Polonio 210 in un sushi bar di Londra praticamente in quello che fu l’ombelico del mondo: Piccadilly Circus. Le tesi più diffuse per spiegare questo “omicidio di Stato” (il Polonio non si compra in Farmacia…), rimandano a temi e ad interessi molto particolari e circostanziati che si possono riassumere in due parole: Gas e Cecenia. Litvinenko dal 1998 non ha perso infatti occasione per denunciare le presunte malefatte e gli inconfessabili interessi di Vladimir Putin e dei servizi russi ex sovietici, arrivando a dire in pratica che proprio costoro sono di fatto i burattinai del terrorismo globale.
In Italia Litvinenko fu a suo tempo ascoltato dalla Commissione Mitrokhin al fine di far luce sulla rete di collaborazioni che i servizi sovietici e russi avevano ed hanno nel nostro paese.
Il primo novembre scorso, proprio all’Itsu dove si presume sia stato avvelenato, Litvinenko ha incontrato Mario Scaramella, consulente della Mitrokhin.
Mario Scaramella (MS) e Paolo Guzzanti (PG) presidente di quella Commissione, sembra siano in una “lista nera” che vedeva al primo posto proprio il povero ex colonnello del KGB-FSB.
Con queste cose non si scherza e abbiamo già testimoniato al senatore la nostra solidarietà. Vera o falsa (come ci auguriamo) che sia questa minaccia, Guzzanti e Scaramella come qualunque cittadino in pericolo, devono essere protetti adeguatamente dalle istituzioni del loro paese preposte a questo compito.
Le autorità britanniche reputano quanto accaduto sul loro territorio e ad un loro “cittadino” (Litvinenko aveva ottenuto l’asilo nel maggio del 2001), giustamente una cosa gravissima e non trascureranno nessun passo formale e sostanziale nei confronti del governo russo qualora emergano dati e prove compromettenti.
Anche il governo italiano, a nostro avviso, dovrebbe far intendere che non resterà indifferente a qualunque tipo di illecita intromissione nella vita di suoi cittadini ovvero nella vita dello stato. Coraggio Prodi, fa sentire la tua voce anche e soprattutto per proteggere un tuo “nemico”!
Non vogliamo più “extraordinary rendition” nel nostro paese! La sovranità è sacra!
Un’altra cosa però andrebbe fatta e lo stesso Guzzanti l'altro ieri sul Giornale l’ha in pratica richiesta espressamente alla sua parte politica e a Silvio Berlusconi in persona, ed è una presa di posizione chiara e netta di quella parte politica e del precedente governo nei confronti di Putin e delle sue trame. Una cosa sono la diplomazia e la ragion di stato, una cosa è il nostro assoluto bisogno di gas, ma quando sono in gioco i principi della libertà e della democrazia si deve avere il coraggio di prendere posizione senza se e senza ma.
Detto questo credo che in nome della Verità e della Libertà sia il caso di fare chiarezza su tanti aspetti di questa vicenda, per lo meno su quelli che chiamano in causa i nostri affari e interessi nazionali. Ci permettiamo quindi di porre alcune domande al senatore in nome del nostro rapporto, credendo con ciò di fare un servizio anche a lui, di cui da sempre contestiamo le tesi e le conclusioni a cui è giunto e che anche ieri ha esaustivamente sintetizzato nel suo articolo già citato, dandogli però modo così di far conoscere senza interpretazioni di terze parti il suo pensiero e la sua posizione sui recenti fatti.
Se il senatore vorrà risponderci sarà nostro impegno riportare per esteso e senza alcuna omissione le sue affermazioni.
 
Il 4 aprile 2006 il deputato del Parlamento Europeo Gerard Batten presentò una richiesta di indagine a carico di Romano Prodi per via dei suoi legami con il KGB. La fonte dell’accusa si disse, era Alexander Valterovich Litvinenko. Ieri su La Repubblica è stata pubblicata l’intervista integrale (“on the record”) che Litvinenko rilasciò il 3 marzo 2005 ad un giornalista di quel quotidiano. In essa l’ex agente dice espressamente:
 
Mario [Scaramella] mi raccontò che Prodi conosceva l'indirizzo dove le Br tenevano sequestrato Moro per averlo appreso durante una seduta spiritica. Mi chiese se non ritenevo che Prodi avesse appreso del covo dal Kgb. Mi chiese anche se il sequestro non fosse stato organizzato dal Kgb e se avesse addestrato le Br. Dissi che non conoscevo alcun dettaglio del sequestro e che non avevo mai sentito parlare di Prodi. Osservai soltanto che, se volevano il mio parere di esperto, era poco credibile che Prodi avesse appreso la notizia durante una seduta spiritica e che sicuramente il Kgb aveva seguito il sequestro provando ad acquisire informazioni. Io non avevo e non ho nessun tipo di prove su Prodi”.
 
Queste affermazioni di Litvinenko oltre ad escludere considerandolo poco credibile il coinvolgimento di Prodi nel sequestro Moro, lasciano intendere che la Commissione esercitò pressioni su di lui per farsi dire determinate cose e non altre. Ora domando: l’intervista di Litvinenko a Repubblica è da considerarsi vera? Se Litvinenko ha detto realmente quelle cose chi fu allora la fonte di Batten?
 
Litvinenko descrivendo le modalità con cui veniva “ascusso” da Scaramella nel 2004 per conto della Commissione dice una cosa molto precisa e crediamo anche oltremodo “grave”:
 
una donna trascriveva le mie dichiarazioni e le verbalizzava su dei fogli che, alla fine di ogni giornata di lavoro, mi veniva chiesto di firmare. Ora io non so che cosa ho firmato, perché il testo era in italiano e dunque non posso giurare che l' interprete non abbia fatto errori”.
 
Chiediamo: è vera questa affermazione? Non esistono dunque deposizioni “on the record” o testi in inglese firmati da Litvinenko?
 
Credo sia doveroso chiarire rapidamente questi aspetti, anche perché se esistono documenti o testimonianze concrete in un senso o nell’altro è molto facile diradare immediatamente dubbi, sospetti e falsità.
 
Vorrei infine porre alcune domande alle quali però so bene che potrebbe non esserci risposta per questioni di riservatezza e di sicurezza.
Il fatto che Scaramella abbia incontrato questo mese Litvinenko a Londra, significa che il lavoro della Commissione Mitrokhin è ancora in corso seppure in via informale? Se sì, quali risposte o conferme egli è andato a cercare?

 


sabato, 25 novembre 2006

L'ombrello bulgaro e il Polonio russo...

Nei mesi scorsi abbiamo dedicato diversi articoli alla Mitrokhin, in un dialogo anche serrato con Paolo Guzzanti Presidente di detta Commissione. Oggi dopo la tremenda e "misteriosa" morte del Col. Litvinenko a Londra, il Senatore, a cui va la nostra totale solidarietà, sostiene di essere in pericolo più che mai. Ci sentiamo di riportare senza ulteriori commenti quanto egli scrive perchè oltre tutto ci sembra un'ottima sintesi delle sue tesi, condivisibili o no, sulle BR, su Aldo Moro, su Romano Prodi.

LITVINENKO E’ MORTO ASSASSINATO. DIFFUSA UNA NUOVA LISTA IN CUI ANCHE IO SONO FRA I NEMICI DA ABBATTERE INSIEME A SCARAMELLA, BUKOVSKI ED ALTRI

Se per caso mi ammazzassero, se vi dicessero che sono morto d’un cancro fulminante, d’una polmonite folgorante, o ucciso da elementi della malavita nostrana, non credeteci. Qui, a quanto pare il cerchio si stringe: è morto ieri mattina Alexander Litvinenko a Londra e adesso Scotland Yard rnde noto che non il Thallium, un topicida, ma del “Polonio 210” (un metallo radioattivo), è la causa della morte di Sasha, dopo 23 giorni di atroce agonia.
Apprendo dalla stampa che lo storico e politico Alex Goldfarb ha reso nota una sua lista di gente da ammazzare che si apre con l’appena ucciso Litvinenko e si chiude con il mio nome, includendo quello di Vladimir Bukovski, Mario Scaramella, Berezovski e l’ex ministro ceceno in esilio Zakaev. Amici da Londra fanno notare che Alexander ”Sacha” Litvinenko non soltanto è stato ammazzato, ma è stato assassinato con un veleno terribilmente doloroso che ha distrutto per tre settimane i suoi organi, senza che i medici potessero trovare un antidoto. I russi oggi ammazzano, e si ammazzano, così: la tradizione è antica e la raffinatezza moderna passa attraverso armi di distruzione di massa e a colpo singolo. Se ho paura? Sì, chiunque avrebbe paura. Ho la scorta, è vero, ma chi può difendersi contro nemici che usano armi radioattive? L’albergo di Londra dove aveva alloggiato Sacha presenta ancora tracce di radioattività e così il Sushi Bar a Piccadilly Circus dove Mario Scaramella ha discusso con lui gli inquietanti messaggi che indicavano un elenco di persone da eliminare con i nostri nomi. Fra questi anche quello del consulente continuamente linciato sui giornali Mario Scaramella, che ha la terribile colpa di essere sempre stato in contatto con la comunità degli esuli russi sul Tamigi, formata da Vladimir Bukovski, Oleg Gordievski, Alexander Litvinenko e Viktor Suvorov, nom de plume di Vladimir Bogdanovich Rezun, uno dei pochissimi fuorusciti dal Gru (servizio segreto militare) cui non abbiano ancora fatto la pelle. Del loro gruppo faceva parte finché è vissuto l’eroe civile Vasilij Mitrokhin, un vecchio patriota povero e malato, che è morto malato e povero nel Regno Unito è che è stato linciato da tutti i nostri comunisti come un porco farabutto venduto.
Tutto ciò nasce infatti proprio con la Commissione Mitrokhin, nella quale e intorno alla quale sono stato abbandonato nella più totale solitudine, a compiere un lavoro titanico per la Repubblica e per il Parlamento di questo sciagurato Paese. Quando un galantuomo che cerca la verità è abbandonato da una parte e denigrato dall’altra, ecco che è pronto il varco attraverso il quale gli assassini non devono far altro che socchiudere una porta già aperta e compiere il loro lavoro. Molti lettori si chiederanno che cosa c’entra la Commissione Mitrokhin, una apparente storia di spie e di guerra fredda, con una catena di omicidi attuali. La ragione è che l’affare Mitrokhin costituisce la più grande merda che sia stata pestata nella storia della Repubblica. Non è una storia di spie. E neanche di comunisti. E’ la storia di un partito, una lobby, un fronte di persone che qui e altrove hanno per anni affiancato e sponsorizzato una possibile presa di potere dell’ex Unione Sovietica sull’Europa Occidentale, contando su un disimpegno americano. Quel colpo di mano non c’è mai stato, perché Stati Uniti e Nato hanno saputo opporre all’enormità numerica dell’aggressione possibile, una convincente quantità di sofisticazione armata e di risposte dissuadenti. Alla fine l’ex Urss è collassata insieme al suo progetto imperiale, Gorbaciov ne è stato l’agente liquidatore che ha trattato la famosa “caduta del Muro di Berlino” (un colpo puramente mediatico perché il comunismo semmai è caduto a Varsavia e non a Berlino).
Io non so se davvero Vladimir Putin, come leggo, è dietro questi atti di violenza. Lui nega energicamente, ma l’assassinio di Anna Politkovskaya nell’ascensore di casa sua, come anche la truce liquidazione del generale Anatolj Trofimov (l’ex capo di Litivinenko) ed altre morti fanno temere gravi coinvolgimenti dell’apparato russo, che è la banale prosecuzione di quello sovietico. La più amara delle scoperte per me è stata capire che il Kgb non è mai morto, e meno che mai i suoi dirigenti e metodi, ma ha soltanto cambiato sigla. Il breve periodo di liberalizzazione e democratizzazione di Eltsin, di cui Vladimir Bukovski è stato grande parte (ed ora anche lui è nella lista nera, a quanto sembra), è morto con l’avvento di Vladimir Putin, un colonnello del Kgb che spara come un dio, sa pilotare aerei da caccia e parla un elegante tedesco perché ha servito la polizia segreta da cui proviene a Berlino, dove il Kgb soprintendeva ai lavori della Stasi tedesca.
Da quando iniziai a presiedere la Commissione Bicamerale Parlamentare d’inchiesta (quaranta fra senatori e deputati) capii che la Federazione Russa guidata da Putin, non soltanto non avrebbe collaborato, ma era da considerare un avversario. I miei messaggi anche personali al premier russo in cui mi dicevo certo della collaborazione fra due democrazie, quella italiana e quella russa, sono rimasti senza risposta. La richiesta formale di una Commissione rogatoria in Russia, così come era avvenuto per la Francia e l’Ungheria, è stata respinta dalle autorità di Mosca con una motivazione che a me è sembrata pazzesca: avremmo, come Parlamento italiano, messo a rischio l’unità e la sicurezza dello Stato russo ex sovietico.
Molti segnali dalla stampa russa vicina ai servizi segreti mi indicarono presto come un “elemento anti-russo”, un nemico da tenere d’occhio, salvo misure ulteriori. Apprendevo intanto da altre fonti storiche che la guerra fredda non era mai finita, ma anzi era ricominciata, ma in sordina, senza emergere troppo a livello mediatico, perché tutti sembrano lavorare per questo mastodontico fine che è quello di guadagnare definitivamente la Russia di Putin alla democrazia, all’Occidente, alle libertà civili. Quando mi sbattono in faccia il fatto che Berlusconi è un grandissimo amico di Putin, rispondo che Berlusconi è altrettanto amico di Bush, e che ha fatto un grande lavoro convincendo Putin a non scegliere l’Oriente dominato dalla Cina come partner, ma l’Occidente europeo e americano.
Dunque, qui e ora, in queste righe, chiedo personalmente a Silvio Berlusconi di fare e dire quanto è in suo potere affinché questa leggenda nera, questo incubo abbia fine. Putin dice di essere estraneo agli omicidi che insanguinano non soltanto la Russia e Putin, come il Bruto di Sheakespeare, è uomo d’onore. Intanto penso alla miseria della sinistra comunista e post comunista italiana che ha gettato alle ortiche la grande e unica occasione della storia, proprio la Commissione Mitrokhin, per vuotare il sacco, per difendere il suo passato, per non scadere nel maccartismo rosso. Invece, ha scelto il maccartismo rosso. Ha scelto la delegittimazione e l’offesa, l’insinuazione, la derisione. Penso a quello che con deplorevole pigrizia intellettuale ha detto anche recentemente Piero Fassino (ma era lo stesso Fassino con cui ho condiviso il palco al Portico d’Ottavia sostenendo Israele?) sulla Commissione Mitrokhin, per non dire delle sciocchezze che dei soloni che hanno sempre brillato per assenza oggi vanno pontificando.
Il punto è che siamo andati talmente avanti nella ricerca della verità, da trovarci di fronte al baratro. Esattamente come i famosi giudici che sono stati mandati a morire, nel silenzio e nella solitudine. Io ho guidato un’inchiesta mai avvenuta prima che ha certificato che le Brigate Rosse fossero (una parte di loro) perfettamente integrata nel sistema terroristico-militare sovietico attraverso la rete “Separat” guidata dal terrorista Carlos sotto la supervisione della Stasi tedesca. E dunque un’inchiesta che riapre il caso Moro con un colpo di spada che lacera i veli pudichi: chi, perché ha voluto interrogare per due mesi Aldo Moro aprendogli un canale di posta in entrata e un canale di posta in uscita? Perché il più grande investigatore europeo di terrorismo, Jean Louis Bruguière ha concluso che fu il servizio segreto militare sovietico e non il Kgb, agli ordini del Cremlino ad ordinare l’omicidio del papa polacco che teneva in scacco l’occupante sovietico in Polonia?
E come si spiega che i servizi britannici e americani abbiano considerato le liste di Mitrokhin come il colpo del secolo, se non per il fatto che contenevano i nomi di oltre 300 mila agenti (non spie, non necessariamente comunisti) che fiancheggiavano il colpo di mano che per fortuna non c’è stato ma per preparare il quale l’Urss si dissanguò?
Un fronte compatto e crudele, come i leggendari cavalieri del sacro Grahal protegge il segreto più profondo della guerra fredda che non è mai finita e che l’Occidente non ha vinto, diversamente da quanto afferma la sciocca vulgata secondo cui un bel giorno di novembre del 1989, il popolo di Berlino buttò giù il muro e il comunismo finì. Tutte balle, bugie, rimaneggiamenti furbeschi. La mia vita per puro caso mi ha portato a sbattere contro questa enorme follia, questa bugia ciclopica. E sono subito entrato nella lista nera. Qui in Italia, secondo Litvinenko (che ebbe l’informazione dal povero Trofimov prima che gli chiudessero la bocca a colpi di mitra) vive e vegeta la più fiorente comunità di agenti ieri sovietici e oggi russi. Comunisti alcuni, altri no. Fra loro coloro che cercarono di far ammazzare Berlinguer a Sofia. Secondo quello che ha riferito Litvinenko, Romano Prodi non è mai stato un agente sovietico, ma da sovietici ieri e dai russi oggi è considerato “our man”, il nostro uomo (la comunità dell’intelligence usa la lingua inglese). Trofimov sconsigliò Sacha dal venire in Italia. E infatti lo hanno raggiunto a Londra, e adesso è morto. Se dovessi morire di raffreddore o per un incidente d’auto, per favore, non bevutevela. Sto benissimo. Per ora.

Paolo Guzzanti

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mercoledì, 26 aprile 2006

All Siberian

 

“Dimmi chi è il tuo amico ed io ti dirò chi sei tu”. (proverbio russo)

A quanto pare invece noi siamo stati tra i pochi a credere che tali accuse, peraltro pubbliche, potessero pesantemente essere calate sul tavolo della campagna elettorale, magari all’ultimo momento e risultare probabilmente determinanti. In realtà, e su questa omissione c’è molto da ragionare, ciò non è avvenuto. Le “pericolosissime relazioni” tra Prodi e il KGB, seppur continuamente richiamate in articoli o in dichiarazioni da Guzzanti in ogni sede e occasione, non sono state di fatto utilizzate o enfatizzate adeguatamente dal Centro Destra. Nemmeno un cenno da parte di Berlusconi nei due faccia a faccia con l’infido avversario; nemmeno un proclama nelle centinaia di ore di campagna televisiva. Solo un vago e distratto richiamo alla famosa seduta spiritica durante un comizio, quasi a voler togliersi un’incombenza, e nulla più. Perché? Perché argomenti così succulenti sono stati sottovalutati o addirittura ignorati? Non sarebbero valsi a spostare l’opinione di appena 25.000 elettori scarsi?

Scorrendo le relazioni finali (di maggioranza e di minoranza) della commissione una qualche idea ce la stiamo facendo ma ne parleremo in un altro momento. Oggi vogliamo commentare l’articolo appena scritto da Paolo Guzzanti e pubblicato su Panorama.

L’articolo, da cui traspare, a noi sembra, anche una certa stanchezza, è una sorta di amara e triste sintesi delle tesi strenuamente e inutilmente sostenute dal senatore in questi anni. Un riepilogo schematico dei soliti argomenti la cui unica funzione sembra essere proprio quella di richiamarli, di metterli diligentemente in ordine.

Vediamoli, o rivediamoli, in tutta la loro sostanza e/o, a nostro parere, inconsistenza.

Berlusconi e il suo trionfo internazionale”. I casi sono due. O gli stranieri che noi conosciamo e coi quali abbiamo avuto modo di dialogare in questi ultimi cinque anni in Italia o all’estero erano tutti di sinistra o la fama di Berlusconi leader carismatico e stimato nel mondo è falsa. Siccome la prima è improbabile, la seconda crediamo sia vera. Basta scorrere la stampa estera di destra e di sinistra per accorgersi qual è stata in questi anni la diffusa e condivisa opinione nei confronti di Berlusconi e del suo governo (per la verità ci hanno messo del loro anche tanti ministri ed esponenti della maggioranza, dalla Lega in giù). Anche lasciando da parte le clamorose gaffes che spesso hanno portato il nostro paese ad un passo dall’incidente diplomatico serio, è stata la figura di Berlusconi in quanto tale e, ad esempio, la poca chiarezza sul suo passato imprenditoriale, a suscitare perplessità ed imbarazzo nei paesi democratici e liberali. In paesi cioè dove un esponente pubblico al minimo sospetto su qualche suo comportamento, spesso nemmeno legato all’attività politica, risponde con le dimissioni immediate dalla sua funzione pubblica, risulta difficile giustificare quello che è accaduto in Italia nell’ultimo decennio. E’ tranciante in tal senso il giudizio di Massimo Fini sul Quotidiano Nazionale di domenica scorsa nel “faccia a faccia” con Cesare De Carlo, quando interpretando il voto degli italiani all’estero, egli sostiene che il plebiscito verso l’Unione sia stato proprio una conseguenza di quanto s’è detto in questi anni fuori dall’Italia sull’Italia e il suo governo; frutto cioè delle tante e facili ironie e luoghi comuni che i nostri connazionali hanno dovuto sopportare nei cinque anni appena trascorsi.

I rapporti fra Romano Prodi e i servizi russi”. Ne abbiamo già parlato ampiamente il 12 aprile scorso. Lo stesso Guzzanti, forse ragionando sull’affidabilità delle fonti, avanza qualche timida domanda: “Esagerazioni di spie fuggiasche? Può darsi…”. Noi crediamo che il mondo sia pieno di mitomani e di pazzi. Nell’articolo citato avevamo molto rapidamente passato in rassegna la vita e le opere del Sig. Litvinenko. Costui, ad assecondarlo, si poteva tranquillamente arrivare a concludere che Putin, l’amico Putin, fosse addirittura la mente del “terrorismo globale” che sta insanguinando questo inizio di millennio. Che fosse cioè Al Qaeda in persona, insomma… Eh già… Al Qaeda… altro mistero glorioso… sigla, notate, comparsa come d’incanto solo dopo l’11 settembre 2001 !? Ebbene noi crediamo che qualunque accusa mossa contro qualcuno debba essere sempre avvalorata da prove documentali che vadano ben al di là di un semplice articolo di giornale o di una dichiarazione fatta da persona di dubbia reputazione e trascorsi. Ciò non significa che non si debbano a priori prendere in considerazione anche insinuazioni inverosimili o eclatanti, anzi, ma che la ricerca conseguente debba esser compiuta per trovare riscontri documentali, controprove inconfutabili… “pistole fumanti” per intenderci. Purtroppo negli ultimi anni diversi “colossali scandali” hanno portato solo e miseramente alla scoperta di volgarissimi… “pistola” e basta (il Conte Aigor su tutti…)

Ancora gli spiriti…”. Guzzanti ormai chiama il futuro premier Mr. P. (P come piattino). Abbiamo già detto più volte quello che pensiamo della famosa seduta spiritica, di Gradoli, del messaggio cifrato (!?) alle BR, dello studente-spia Sokolov. Inutile aggiungere altro. A questo punto occorre far parlare le carte. Invito tutti a leggersi i capitoli relativi al Caso Moro nelle relazioni finali della Mitrokhin (Parte Terza della Relazione di Maggioranza, pagg. 193-242 e la Parte Seconda – Capitolo primo della Relazione di Minoranza, pagg. 155-172). Ognuno sarà poi in grado di farsi un’opinione libera e serena.

Altro elemento considerato espressione delle “inclinazioni filo-russe” di Prodi, certe sue prese di posizione politiche quando era ancora Presidente della Commissione Europea compresa l’insistenza “affinché Estonia Lituania e Lettonia, accettassero come seconda lingua ufficiale il russo”. Facciamo notare che le minoranza russa costituisce il 28,2% della popolazione estone; il 29,6% della popolazione lettone; l’8% di quella lituana… Le repubbliche baltiche vennero sicuramente occupate con la forza da Stalin, ma, “obtorto collo”, per una cinquantina d’anni subirono l’emigrazione di popolazioni sovietiche e il russo fu la lingua ufficiale…

Comunque ecco altre infamanti prove delle specialissime relazioni tra Prodi e Putin, tra Prodi e la Russia…

Prodi operò con la massima energia affinché Putin fosse accolto alla pari nel club politico europeo e nel prestigioso forum di Davos; Nel 2003, al summit di Washington fra Unione Europea e Stati Uniti Prodi disse: "Vogliamo aiutare la Russia ad integrarsi completamene nella nostra comunità: Vogliamo favorire tutte le forme di cooperazione non soltanto in economia, ecologia ed energia, ma anche in difesa, sicurezza e per la tutela dei diritti democratici". E quindi lanciò il suo slogan più famoso: "Russia ed Europa sono inseparabili come caviale e vodka"…

Ci permettiamo di riportare altre frasi emblematiche che abbiamo scovato nei polverosi archivi di Google scaturite da un vero amico di Putin e della Russia che, non dimentichiamolo mai, è stata, prima di diventare tale, nientepopodimenochè, Unione Sovietica:

L'Europa deve approfittare di Putin perché lui è un democratico, un liberale, un occidentale."

“"In Cecenia c'è stata un'attività terroristica con molti attentati anche contro i cittadini russi senza che ci fosse mai una risposta corrispondente. Bisogna smettere di diffondere leggende e guardare alla realtà dei fatti, visto che c'è stato un referendum in cui l'80 per cento dei votanti ha deciso democraticamente di voler appartenere alla Federazione russa" (video/trascrizione)

La Russia nella Nato? E’ troppo poco, dobbiamo fare dei passi in più e la Russia dovrà entrare nella Ue"…

Come non leggere in queste deliranti affermazioni il subdolo disegno di un uomo legato a filo doppio con i comunisti che tali erano e tali restano?

PS

Ehm... Ci comunicano che le frasi appena riportate sono ascrivibili, non a Mr. P. bensì al Sig. S.B…. siamo sconcertati... Cribbio! Deve di certo trattarsi della proverbiale e inarrivabile capacità del secondo ad instaurare con tutti rapporti di “eccellenza”; “rapporti umani personali” piuttosto che “rapporti organici”… Scusate la confusione… non vorremmo sembrare imbarazzati… anche se un minimo di disagio lo stiamo provando… ehm… ehm…

La storia di Prodi appare fortemente legata a quella russa”. Il senatore Guzzanti continua a riportare come elemento cardine di questa sua tesi la famosa intervista che noi (NOI! evidenziando anche un paio di imprecisioni non da poco nelle sue affermazioni), riesumammo integrale dalle penombre rassicuranti di un’emeroteca. Io chiedo ancora una volta al senatore e ai lettori se, leggendo quelle frasi, si può affermare e continuare ad affermare che esse esprimono inequivocabilmente da parte di Prodi “uno sconcertante sostegno nei confronti dei golpisti” sovietici… A noi questa affermazione continua a risultare onestamente incredibile e priva di qualsiasi fondamento. Perché ci si appoggia su quell’intervista e solo su di essa? Non ci sono forse altri riscontri più efficaci?

Putin si è congratulato con Prodi”. E’ il minimo che potesse accadere. Tutti i capi di governo mondiali indirizzano saluti e cordiali auguri ad ogni insediamento di un loro nuovo collega. E’ il galateo diplomatico che lo richiede. Chi non riesce a farlo viene additato dal mondo civile quasi fosse un bambino capriccioso: «Berlusconi è un cattivo perdente che tiene il broncio e che per il bene dell’Italia dovrebbe ammettere la sconfitta elettorale. Sta alimentando le preoccupazioni internazionali sulla stabilità politica dell’Italia, pone gli interessi personali davanti a quelli del suo Paese». Financial Times, 21 aprile  

Vista la striminzita vittoria dell’Unione alle recenti elezioni politiche c’è da chiedersi cosa sarebbe successo se la CdL in toto (e Berlusconi in primis) avessero accolto l’invito pressante che il Senatore Guzzanti in qualità di Presidente della Commissione Mitrokhin da più di un anno lanciava loro: “Dobbiamo tutti, anche nel centrodestra, capire l'importanza politica della Commissione Mitrokhin. Può essere un elemento molto importante per vincere le prossime elezioni politiche del 2006 (19 Marzo 2005)”.

mercoledì, 19 aprile 2006

Pirro e mio cugino

E’ trascorsa già una settimana dal voto e ancora, come in qualunque repubblica delle banane che si rispetti, non s’è capito bene chi abbia vinto e chi ci governerà. Unica differenza, per ora, rispetto al Centramerica, è che da noi non ci sono carriarmati per strada. Non ancora almeno.

 

E così fin da subito abbiamo assistito a torme di pretoriani sguinzagliati per irridere alla “vittoria di Pirro” ed ai sobri festeggiamenti di Prodi & C, da Tajani (il monarchico) giù fino a Cicchitto (il piduista). “Nessuno può dire di aver vinto! L’Italia è divisa!”

Un drappello di fedelissimi guidato dall’immarcescibile Bondi è stato inviato a trattare la “resa” con onore: Presidenza della Repubblica (S.B. il nonno di tutti gli italiani!?!?) o la Große Koalition.

Ma il grosso delle truppe in queste ore è ancora schierato in trincea, guidato da un condottiero senza macchia e senza paura. Un odontotecnico di Bergamo (oggi, nonostante tutto, piazzato meglio di quello di Zagarolo). Detto anche Mr Maglietta bagnata, di professione Druido a Lorenzago. Inarrivabile il suo “lodo” supportato da apposita istanza di ben quattro paginette nottetempo presentata all’Ufficio centrale elettorale del Ministero dell'Interno come a voler dire che chi si loda s’imbroda e Prodi s’è im…prodato… Tristi giorni per un paese che si definisce democratico dover dipendere dagli umori viscerali di certa gente…

 

C’è un dubbio però che mi sovviene e la Cassazione decidendo sul “lodo Calderoli” me lo ha richiamato inquietante alla mente. Se dessero ragione, per puro caso, alla tesi dello statista legislatore giureconsulto “padano” come la prenderei? Sarei io, a quel punto, a scendere in piazza? Non ricordo più, a dire il vero, se era mio cugino, o se ero io, quello che non voleva perdere mai…

 

Comunque alle ore 17 di oggi, 19 aprile, la Suprema Corte pronuncerà il verdetto sui risultati elettorali dopo aver esaminato i verbali giunti dalle 26 circoscrizioni. Il Presidente del Consiglio uscente (si spera) parla di “sentenza già scritta” e si attendono le sue prossime mosse. Il popolo a lui fedele si aspetta anch’egli impaziente un segnale: resistenza o ritirata?

 

Il Caimano difficilmente mollerà la presa foss’anche un lembo infinitesimo di carne viva inopinatamente rimasto tra le sue voraci fauci. Troppi gli interessi che lo avvolgono, che lo imbevono, perché siano altri ad occuparsene. Certe persone poi provano piacere infinito, il gusto pieno della vita, solo se insigniti di un qualche potere. Potere e basta. Fine a sé stesso. Se poi sono anche costretti a vivere in una porcilaia e a mangiare da mane a sera ricotta e cicoria (di rutelliana memoria…) poco importa. L’ebbrezza è data loro dal potere in quanto tale. Dal decidere, controllare, gestire (ma questo termine è già una scivolata verso la democrazia), il destino di altri uomini… Così, per costoro diventa quasi inconcepibile farsi da parte se perdono una partita, anzi “la Partita”. Anche mio cugino Jacopo (ciao Jacopo…) non voleva mai perdere quando eravamo bambini. Ma questa è un’altra storia. Così il “nostro” quando non molti mesi fa, istruito dai soliti sondaggi, anima di ogni buon affare (vedasi Azienda Italia), s’accorse di un distacco pressoché incolmabile dalla coalizione avversaria, buttò a mare, mai ne avesse avuti, qualunque scrupolo di correttezza politica ed istituzionale. Cambiò, gli avevano detto che era una mossa arguta e sagace, la legge elettorale in barba a dieci anni di lotte bypartisan, di conquiste, di dichiarazioni a favore del sistema maggioritario… Decise di invadere oltre ogni decenza le TV dello Stato e quelle private (cioè le sue), alla faccia di chi continua a sostenere che le TV non contano nella formazione del consenso e soprattutto alla faccia di chi ritiene i media in mano ai soliti comunisti… E nel giro di qualche mese il gap come d’incanto era colmato. Gli era bastato ripetere qualche risibile promessa, ancora una volta, buttata lì come per sbaglio alla fine di una chiacchierata. Quando negli ultimi comizi Egli sosteneva di aver raggiunto e superato gli avversari, molti, noi compresi, lo pensavamo bollito e disperato, invece stava, forse una delle poche volte in vita sua, dicendo nientepopodimenochè la verità bella e buona. Forse gli sarebbe bastata ancora una partecipazione ad un talk show di seconda serata, o forse sarebbe stato sufficiente fottersene della par condicio, legge illiberale d’altronde, e piombare in qualche salotto, in qualche spettacolino d’intrattenimento scollacciato… Cosa sono in fondo solo 25.000 voti di scarto? Proprio non riusciamo a comprendere nella sua enormità la rabbia che deve avere in corpo quest’uomo da sette giorni in qua. Da un lato deve sopire lo sdegno sacrosanto nei confronti di quegli inetti consiglieri, da Tremaglia in giù, che gli hanno confezionato il trappolone e poi ne hanno anche diligentemente oliato i gangheri; dall’altro non deve perdonarsi l’aver derogato al suo proverbiale istinto vincente. Avesse fatto di testa sua fino in fondo non ce ne sarebbe stato per nessuno. Accidenti. Maledizione. Cribbio!

 

 

Ma l’istinto gli dice, gli ha detto, che non deve mollare comunque. Solo un rammollito, qualcuno che nella vita non ha mai creato nulla, può rinunciare alla “resistenza” ad oltranza. E allora via con la favola dei brogli unidirezionali. S’ingessa il Viminale e il suo inquilino che così, per quattro giorni quattro, si può parlare di 43.028 schede, più altre 39.822, da ricontrollare, e che sicuramente ribalteranno i risultati. Se poi dopo ben quattro giorni quattro si scopre che le schede contestate erano solo 2.131 più 3.135… che importa, nel popolino il messaggio è già arrivato: “i soliti comunisti imbroglioni, la democrazia è in pericolo”… Parole sante.

postato da: GabrielParadisi alle ore 19/04/2006 15:11 | Permalink | commenti (8)
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mercoledì, 12 aprile 2006

Amici Serpenti

Come sapete il 4 aprile scorso il deputato del Parlamento Europeo Gerard Batten, euroscettico inglese, per intenderci uno di quelli che ha sbattuto fuori dal gruppo di Indipendenza e Democrazia dell’Europarlamento di Strasburgo la Lega di Umberto Bossi, Mario Borghezio, Francesco Speroni e Matteo Salvini (!?), Gerard Batten dicevamo, ha presentato una richiesta di indagine a carico di Romano Prodi (ex Presidente della Commissione) per via dei suoi legami con il KGB. La fonte dell’accusa come ha confermato il Senatore Guzzanti, presidente della Commissione Mitrokhin, è Alexander Valterovich Litvinenko ex agente pentito del KGB-FSB che oggi vive in Gran Bretagna sotto protezione.

"In seguito alle sue rivelazioni sulle attività illegali del Fsb” ha spiegato Batten “Litvinenko fu costretto a cercare asilo politico all'estero. Prima di decidere il luogo, consultò un amico, il generale Anatoly Trofimov, ex vice capo dei FSB". Il generale Trofimov avrebbe detto a Litvinenko: “Non andare in Italia, ci sono molti agenti del Kgb fra i politici. Romano Prodi è il nostro uomo li”, ha proseguito Batten, aggiungendo che nel febbraio 2006 Litvinenko "ha riferito questa informazione a Mario Scaramella, consulente della commissione Mitrokhin presieduta da Paolo Guzzanti".

Val la pena, vista la gravità delle accuse rivolte al probabile futuro primo ministro italiano, andare a vedere da vicino chi sia questo Litvinenko.

Nato a Voreonezh nel 1962, dopo una carriera militare in cui raggiunse il grado di tenente colonnello, nel 1988 Litvinenko cominciò a lavorare per il KGB Sovietico. Dal 1991, alla caduta dell’Unione Sovietica, entrò nello Staff Centrale del MB-FSK-FSB di Russia, specializzato in attività anti-terrorismo e di lotta contro il crimine organizzato. Per operazioni condotte proprio con il MUR (un Reparto speciale Moscovita per l’Indagine contro il Crimine), gli fu assegnato il titolo di "veterano MUR”. Nel 1997, venne trasferito al reparto più segreto del FSB Russo, il reparto per l'Analisi delle Organizzazioni Criminali, come ufficiale operativo senior e capo della settima sezione. Nel novembre 1998, durante una conferenza stampa a Mosca, egli criticò pubblicamente la leadership del FSB denunciando molti ordini illegali che gli erano stati affidati. Nel marzo 1999, venne arrestato con l’accusa di aver sostenuto spese inventate e incarcerato nella prigione del FSB di Lefortovo a Mosca. Assolto nel novembre 1999, venne immediatamente arrestato sempre per lo stesso tipo di accuse. Nel 2000, i procedimenti criminali contro di lui vennero sospesi e Litvinenko fu rilasciato dopo avere fornito assicurazioni scritte che non avrebbe lasciato il paese. Quando venne indagato per una terza volta e dopo che la sua famiglia aveva ricevuto minacce, decise di lasciare la Russia illegalmente. Attualmente, egli vive con la sua famiglia in Gran Bretagna, dove gli è stato concesso asilo politico nel maggio 2001. E’ autore di un libro “Blowing Up Russia: Terror from Within”, scritto insieme a Yuri Felshtinsky. Nel libro egli tenta di dimostrare come i gravi problemi della Russia non derivino dalle riforme radicali liberali introdotte da Yeltsin, ma dalla resistenza aperta e clandestina fatta a questo processo di democratizzazione dai Servizi Speciali Russi, che hanno scatenato le guerre Cecene  per deviare la Russia dal percorso di democrazia e verso la dittatura, il militarismo e lo sciovinismo.

Nel settembre 1999 la Russia fu investita da una serie sanguinosa di attentati dinamitardi contro obiettivi non militari che fecero circa 300 morti e 550 feriti tra la popolazione civile. La conseguenza di quegli attacchi, attribuiti al terrorismo indipendentista ceceno, fu la ripresa delle ostilità contro la Repubblica ribelle. La seconda guerra cecena, lanciata da Putin in quei giorni al grido di "prederemo i terroristi anche nei loro gabinetti" ha fatto migliaia di morti, provocato la distruzione pressoché totale di Grozny e di fatto non si è ancora conclusa.

Litvinenko ha sostenuto, insieme al tycoon di una emittente televisiva indipedente chiusa dalle autorità di Mosca Boris Berezovsky, antagonista politico di Putin e attualmente anch’egli in auto-esilio a Londra, la tesi del complotto di stato. In altre parole, gli attentati del settembre 1999, secondo Litvinenko sarebbero stati organizzati nientedimeno che dai Servizi Segreti per giustificare l’intervento in Cecenia. In effetti un mancato attentato il 22 di quel tragico settembre, sventato per puro caso a Ryazan, smascherò un maldestro coinvolgimento dei Servizi. La maggioranza pro-Putin nella Duma bloccò però il tentativo di creare una commissione parlamentare di inchiesta sugli attentati, mentre il  Berezovsky venne accusato di aver finanziato con non meno di 1 milione di dollari il capo del terrorismo Ceceno Shamil Basayev. Ricordiamo che taluni ritengono le formazioni di Basayev, detto anche l’Osama del Caucaso, affiliate ad Al Qaeda…

Perché diciamo ciò? Perché l’intreccio a questo punto diventa pressoché incomprensibile …

In una recente intervista (13 agosto 2005) alla rivista polacca Fakt, Litvinenko ha introdotto una tesi a dir poco “esplosiva”. Interrogato sui tragici eventi del luglio londinese egli affermava: “Io conosco solo un’organizzazione che ha trasformato il terrorismo nel metodo principale per risolvere i problemi politici: i Servizi Speciali Russi. Il KGB ha sempre avuto un dipartimento adibito all’addestramento dei terroristi”. Al giornalista che gli chiedeva di fare qualche nome, Litvinenko citò Carlos Ilyich Ramirez, Yasser Arafat, Saddam Hussein, Ochalan, Wadi Haddad (FPLP), Hauyi (capo del partito comunista libanese), Papaionnu (Cipro) e l’irlandese Sean Garland. Il giornalista, osservando che si trattava comunque di personaggi datati che facevano quindi riferimento al vecchio KGB, chiese a Litvinenko se poteva nominare qualche personaggio legato alla storia più recente. Litvinenko non ebbe difficoltà alcuna a citare Ayman al-Zawahiri, il numero due di Al Qaeda. Il medico egiziano, per molti la vera mente dell’organizzazione terroristica di Bin Laden, trascorse infatti nel 1998 in Daghestan almeno sei mesi, il tempo di durata di un corso di addestramento, e in quell’area l’FSB ha proprio una base di training.

En passant vogliamo ricordare che il meno conosciuto fratello di Ayman, Muhammad al-Zawahiri, ha addestrato, per conto degli americani questa volta, i guerriglieri dell’UCK albanese… Al-Zawahiri: una famiglia che ha l’insegnamento nel… sangue

Litvinenko concluse l’intervista con queste secche parole: “Io posso in definitiva dire che il centro del terrorismo globale non è in Irak, Iran, Afghanistan o in Cecenia. L’infezione terroristica si estende in tutto il mondo partendo dalla Piazza Lubyanka (sede del KGB e poi FSB) e dal Gabinetto del Cremino. E finchè i Servizi Speciali Russi non verranno dichiarati illegali, dispersi e condannati, il terrorismo non finirà mai: le bombe esploderanno e sarà versato sangue. Il terrorismo non ha alcuna data di scadenza ... Vorrei ripetermi, che tutti i terroristi, a cui ho dato un nome, erano supportati dai capi dei servizi speciali sovietici e russi - dagli Yuri Andropov, dai Vladimir Putin, dal Nikolay Patrushev e dagli altri. Questa gente sono i veri terroristi... E fino a quando non li condanniamo ... il terrorismo globale continuerà”.

Ora i casi sono due. O il Sig. Litvinenko è una persona poco affidabile o qualcuno è meglio che selezioni meglio gli amici e le frequentazioni…

postato da: GabrielParadisi alle ore 12/04/2006 08:59 | Permalink | commenti (5)
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mercoledì, 05 aprile 2006

Наш человек (il nostro uomo)

AGGIORNAMENTO DEL 06 APRILE 2006:

Come anticipato da Guzzanti stanno emergendo nuovi dettagli sulle accuse a Prodi. Oggi Il Giornale riporta un articolo che riproduciamo nei commenti e su cui avremo modo di sentire direttamente il Senatore Guzzanti e i membri della Commissione Mitrokhin che non hanno sottoscritto la relazione e le conclusioni del Presidente.

 

L’articolo odierno su Il Giornale di Alessandro Caprettini, che abbiamo riportato nei commenti, ci impone di pubblicare questo post, quando ancora, l’aggiornamento al precedente nostro articolo è caldo (vi invito quindi a leggerlo comunque). Nel pezzo citato di Caprettini Paolo Guzzanti intervistato afferma: «Avevamo in effetti notizie sul fatto che Prodi fosse considerato dai sovietici “our man”, ma alla commissione non è stato possibile fare riscontri su fonti di seconda mano, per cui non ne ho parlato, né ho citato questi elementi non sufficientemente provati...». Quindi il Senatore non ne ha parlato (nella Relazione immaginiamo, ndr), ma in realtà ne parla… La cosa sconvolgente, o almeno a noi così pare, è come a testimonianza di questa incredibile e gravissima tesi, che si appoggia, sembra, a dichiarazioni di generali e tenenti colonnelli sovietici ma non appunto a documenti, si continui a riportare l’articolo di Massimo Gaggi del Corriera della Sera del 20 agosto 1991 (!?).

Ribadiamo per l’ennesima volta, invitando i lettori a rileggersi quell’intervista a Prodi, come essa a noi sembri assolutamente innocua e priva di qualsiasi elemento che faccia intendere anche lontanamente una vicinanza di Romano Prodi ai golpisti sovietici e al KGB.

A pensarla così siamo solo noi?

 


postato da: GabrielParadisi alle ore 05/04/2006 11:33 | Permalink | commenti (6)
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lunedì, 03 aprile 2006

La Madre di tutti gli Scandali

AGGIORNAMENTO: in privato avevo fatto alcune considerazioni sul caso della seduta spiritica del 2 aprile 1978, che riporto integralmente nei commenti. Ad esse il Senatore ha risposto:

Baldassarri e gli altri dieci non sapevano nulla di quel che faceva il piattino (non bicchierino) e un uomo solo sapeva.
O pensa davvero che gli spiriti muovano i piattini e che i piattini si muovano come computers correndo da una lettera all’altra e avvertendo quando hanno finito una parola tornando in posizione “Enter”?
Tutte le sciocchezze che lei ha pubblicato sono tutte delle NON RISPOSTE.
Prodi non aveva alcuna necessità di proteggere  una fonte che volesse restare anonima perché la legge lo permette.
Prodi ha fatto muovere un piattino per compilare tre nomi di paesi dell’Alto Lazio.
Prodi e soltanto Prodi ha detto: ci penso io a dirlo a chi di dovere.
Prodi e soltanto Prodi è andato anziché alla polizia (e avrebbe potuto telefonare immediatamente a tutto il mondo) ma nella sede della Dc per dire a Umberto Cavina quel che era successo.
Prodi e soltanto Prodi ha fatto sì che una operazione di polizia con telegiornali al seguito si scatenasse su Gradoli paese facendo capire a chi stava a via Gradoli a Roma che era ora di tagliare la corda.
L’appartamento di via Gradoli non era stato individuato in precedenza ma faceva parte di una intera zona di Roma esaminata dalla polizia e quell’appartamento non fu visitato come tutti gli altri appartamenti in cui non c’era nessuno, perché non aveva alcuna importanza particolare.
L’appartamento di via Gradoli fu poi scoperto dai pompieri chiamati dai vicini a causa di un’infiltrazione provocata dalla doccia lasciata appositamente aperta dagli occupanti clandestini al preciso scopo di bruciarlo anche pubblicamente affinché nessuno dei clandestini ci tornasse più facendosi arrestare.
I piattini non si muovono.
I fantasmi non esistono e non danno indicazioni e se le danno non le danno sbagliate.
Se Prodi non proteggeva un ragazzotto di Autonomia, che poteva coprire senza problemi, allora perché agì in quel modo macchinoso e metafisico?
Non è naturale, non è banale, non è tediosamente insignificante che un professore universitario di economia svolga una seduta spiritica che non ha mai fatto prima né dopo, che nel corso di questa seduta faccia emergere una parola a tutti sconosciuta perché è il nome di un paesino ignoto e di una via romana nota solo a chi ci abita.
Tutte le elucubrazioni che lei mi ha fatto leggere con citazioni di articoli di giornalisti e gente che parla per sentito dire sono e valgono assolutamente zero di fronte ad una investigazione ufficiale condotta con rigore estremo, tant’è vero che l’opposizione nega le conclusioni ma non ha mai attaccato la trasparenza del metodo.
Lei mi scarica fiumi di chiacchiere e di sentito dire. Io uso i verbali, le deposizioni, i codici attraverso la conoscenza del procuratore Cordova.
Tutte le cose dette da quel signore che firma con uno pseudonimo (immagino)
[Onekenoby, ndr] sono tutte campate per aria, valore oggettivo zero, chiacchiere come mille altre con cui un pubblico ufficiale quale io sono, una figura istituzionale quale io sono, un ramo del Parlamento quale è quello che io presiedo, ci può fare la birra.
Inoltre io ho scaricato qui tutte le conclusioni della Commissione, purtroppo il documento non è passato perché è troppo pesante ma credo che da oggi sarà sul sito del Parlamento a disposizione di tutti
.  [Appena disponibile lo linkeremo, ndr]
Vale per Prodi l’esposto Cordova, reperibile sul sito del Velino
[già linkato da noi qui almeno 2 volte, anzi 3 con questa, ndr] con tutti gli atti d’accusa per cui Prodi ed altri sono davanti al tribunale dei ministri dopo la trasmissione da parte della Procura della Repubblica.
Lei mi deve e deve ai suoi lettori ed ai miei risposte articolate alle mie comunicazioni che non sono articoli di giornale ma conclusioni istituzionali.
Lasci perdere come la pensavo nel 1978: a dispetto suo e di tutti i suoi amici del suo blog io sono uno di quei MILIONI di socialisti italiani che stanno da questa parte insieme a milioni di socialdemocratici, comunisti, repubblicani e radicali.
Infatti bisogna che ve ne facciate una ragione: noi non siamo la DESTRA,  noi siamo perché così ci chiamiamo ed agiamo dei riformisti rivoluzionari, che usano la forza della democrazia per tentare la rivoluzione e io personalmente ho sempre usato come unico strumento di lavoro la verità. Posso aver fatto errori, scritto cose imprecise, ma ho sempre usato solo la verità e sfido chiunque a trovare una sola menzogna nei miei articoli dal 1961 ad oggi, dopo 45 anni di attività.
Lei caro Paradisi è ora che si rimbocchi le maniche e ci faccia vedere che sa fare, oltre a produrre con toni cortesi e rispettosi una disinformazione in cui mi è difficile riconoscere la buona fede. Tra l’altro: non mi piace il fatto che lei abbia due stili, due linguaggi, due maschere, secondo se scrive qui o a casa sua. Io ho una faccia sola. Sarà orrenda, ma non ho ricambi.
Mi aspetto, come sempre, che lei pubblichi integralmente la presente sul suo blog così come io pubblico sempre integralmente tutto quel che lei ci manda.
Buona giornata a tutti e buona campagna elettorale fino alla vittoria.
Paolo Guzzanti

Sull'accusa di avere due linguaggi e due facce, non sono ovviamente d'accordo. Semplicemente nel Gruppo di Discussione del Senatore cerco di argomentare le mie posizioni moderando e ricercando le parole, evitando l'ironia o il "colpo di teatro" che qui, in casa mia, talvolta mi permetto. Evidentemente faccio ciò sia per rispetto sia per non urtare la suscettibilità degli iscritti a quella Mailing List che già vedono la mia presenza in quel luogo, voluta con forza dal Senatore che ringrazio, come un'anomalia irritante. Le mie idee, le mie opinioni, sovente opposte a quelle di Paolo Guzzanti, sono molto chiare e ferme, sia qui, sia altrove. Gabriele

 


 

Pubblichiamo quanto ci scrive Guzzanti. Il testo ci sembra molto interessante e completo. Una sintesi perfetta di quanto abbiamo dibattuto in questi mesi. Il Senatore risponde anche direttamente ad alcuni commenti. Il dibattito (no... il dibattito no....) è avviato. Credo ci sia molto materiale di discussione.

Rispondo  a questa lettera:     
1 – Sì. La commissione ha lavorato egregiamente, oscurata da tutti i media, per primi quelli di Mediaset come Paradisi sa perfettamente benché si eserciti nel sarcasmo più cheap sulla solita balla del tycoon che tutto può nei media, e che invece non può nulla specialmente in casa propria.
2 – Il Kgb smise di arruolare agenti nel Pci dal 1956, quando fu emanata da Mosca una apposita direttiva in proposito.       
3 – Quanto ad infiltrare il Pci, il Kgb ha sempre infiltrato il Pci, come oggi lo Svr di Putin (Sì, Putin: Paradisi adesso può fare il solito numeretto: ma non è tanto amico di Berlusconi?).       
4 – Avendo noi dimostrato definitivamente grazie ai documenti della Procura di Budapest che le Brigate Rosse erano parte integrata e integrante del sistema militare sovietico, abbiamo anche dimostrato che l’attacco armato delle stesse Br fu un attacco alla parte berlingueriana del Pci: l’Italia è stata insanguinata per anni dalla guerra civile interna fra comunisti serial killer agli ordini del kgb e comunisti che cercavano di sottrarsi senza mai avere la forza definitiva di, per usare l’espressione di Scalfari, “passare il guado”.       
5 – Berlinguer doveva essere assassinato ed era sicuro, lui, che il tentativo di farlo fuori fu messo in atto con un falso incidente d’auto in Bulgaria, dove lo aveva costretto ad andare Cossutta.       
6 – Sì, i nomi del vero dossier Mitrokhin sono stati sbianchettati alla fonte: ciò è avvenuto a più riprese fra il 1992, quando il servizio segreto inglese Mi6 distribuisce il materiale Mitrokhin a tutti i Paesi alleati, Italia compresa, e il 1995, 30 marzo, quando viene recapitato al Sismi diretto dal generale Siracusa, da me denunciato alla Procura militare, sotto la responsabilità diretta del Presidente del Consiglio Romano Prodi.       
7 – I nomi che lei fa sono puro pettegolezzo: chiacchiere che girano fin dal primo giorno. Ha uno straccio di prova, di indizio, una traccia? Se ce l’ha, faccia il suo dovere di cittadino e me la dia, altrimenti sono chiacchiere.       
8 – Io personalmente so che non si diventa agenti della Cia vendendo appunti con notizie politiche. Ferrara avrà confidato quel che pensava, ma essere agenti è tutt’altra cosa. Lei parla di Giuliano uomo del Kgb: su quale base?       
9 – La storia di Renato Mieli mi è notissima. La conosco perfettamente e conosco perfettamente gli intellettuali ancora vivi che facevano parte del suo circolo antifascista prima e anticomunista poi. Agente doppio degli inglesi? Può darsi, io non lo so. Lei lo sa? Che cosa sa?       
Vede, è facilissimo compilare una lettera come la sua: ne ho ricevute almeno diecimila così con nomi diversi. Chi ha da dire, dica. Alludere è un gioco troppo facile.
       
La mia commissione è stata sabotata, questo il vero scandalo Mitrokhin, dal clan dei media che conosco perfettamente: sono tutti miei amici, per così dire, li conosco uno ad uno come le mie tasche. A me piace lavorare in modo preciso, chirurgico, esatto. Io non lascio nulla al caso. La mia Commissione non è fallita: ha tolto un mattone alla diga della menzogna e le faccio una facile profezia: fra poco, mesi credo, verrà giù tutto: lo scandalo Mitrokhin è la madre di tutti gli scandali, è alla base della cadutra della prima Repubblica, di Tangentopoli, della nascita di Berlusconi politico, del ribaltone, dell’attuale conflitto tra il fronte degli sbianchettati nel dossier e noi, le persone perbene.     
  
Su via Gradoli e il piattino: il punto è uno solo. Poiché non esistono fantasmi e non esistono piattini semoventi, quella seduta servì a qualcuno per veicolare l’informazione Gradoli. Quel qualcuno la volle corredare con due informazioni collaterali, Bolsena e Viterbo, che sono centri abitati vicini al paese di Gradoli. Erano 12 a quella seduta spiritica, ma evidentemente l’informazione Gradoli era nella disponibilità di una sola persona. E dunque una sola persona guidò il piattino in quel modo. Fu Prodi? Turtto lo lascia ritenere dal momento che lui e soltanto lui si offrì di trasmettere l’informazione, cosa che NON fece SUBITO (come farebbe ogni persona normale che ha avuto una diritta che ritiene attendibile per risolvere un caso che teneva col fiato sospeso il mondo intero e non soltanto l’Italia) e NON fece per via ISTITUZIONALE: non chiamò il  ministro degli Interni Cossiga, che conosceva bene, non chiamò la polizia, i carabinieri, i servizi segreti, non chiamò nessuno. ASPETTO’ e poi, con comodo, in un in un modo deliberatamente casuale, trovandosi di passaggio nella sede della DC, “dropped the name”, lasciò cadere come una bizzarra curiosità questo nome Gradoli, fornendo – ma guarda un po’ - due numeri che corrispondevano al numero civico della strada e all’interno dell’appartamento in cui si riuniva lo stato maggiore dei rapitori e da cui ogni sera, deposero i vicini, si sentiva distintamente una trasmissione Morse. Quindi Prodi disponeva del nome Gradoli (che “il piattino” aveva arricchito con i nomi di Bolsena e Viterbo) e di due numeri.        
Il resto è noto: il rastrellamento della polizia a Gradoli paese, la fuga dei brigatisti da via Gradoli, il cui indirizzo era rivelato come bruciato. Ora, si può discutere se Prodi l’abbia fatto apposta o sia stato un imbecille. Ma sta di fatto che ebbe l’informazione utile per liberare Moro e che l’uso che fece di tale informazione fu tale da impedire,m anziché consentire, la liberazione dell’ostaggio. Per questo io ritengo Prodi corresponsabile dell’omicidio, lasciando sospesa la questione della volontà o dell’imbecillità, che lascio volentieri ai suoi sostenitori.
       
C’è un signore che nel suo blog chiede quanto è costata la mia commissione farsa. Non conosco commissioni farsa del Parlamento della Repubblica e registro da tempo come una triste novità l’atteggiamento antiparlamentare della nuova brillante sinistra. Comunque la mia commissione, in cui hanno lavorato 18 parlamentari di sinistra e una trentina di loro consulenti di sinistra, più tutti quelli di sinistra che ho assunto io come il professor Pons direttore dell’Istituto Gramsci, ha speso meno di un quarto di quello che spese l’inutile commissione stragi che non riuscì a concludere i suoi lavoro e il cui presidente, il senatore Pellegrino diessino, mio caro amico, disgustato dai suoi riunuciò a produrre una sua relazione e scrisse poi un libro intervista che non è un atto parlamentare. Noi lasciamo una relazione approvata dalla Commissione due anni fa sui delitti commessi dal Sismi e dai Presidenti del Consiglio pro tempore, ora all’attenzione del Tribunale dei Ministri.        
C’è poi una relazione del Presidente che reca le firme dei rappresentanti della maggioranza e una serie di documenti allegati per un totale di circa 10.000 pagine, per la maggior parte documenti originali.
       
Questi i risultati finora raggiunti:
     
1. Il dossier fu sbianchettato all’origine, ecco come. Rinviati al Tribunale dei ministri con avviso di garanzia Dini, Prodi e D’Alema. Il dossier originale conteneva tutti i nomi di politici, militari, intellettuali, giornalisti, economisti che facevano parte integrante del governo collaborazionista che avrebbe dovuto seguire l’invasione, così come pianificata dai ministri del Patto di Varsavia: vedi la lettura integrale di tutti i verbali delle riunioni, ora disponibili anche in volume stampato, agli atti della Commisssione.       
2. Le Brigate Rosse erano eterodirette ed integrate nel sistema militare, di intelligence e terroristico comunista sovietico, tedesco e ungherese ed erano totalmente eterodirette, come dimostrano i documenti prodotti, e quellin Allegato i mostrati ma non ancora inoltrati, dalla Procura generale di Budapest.
       
3. Dimostrato il carattere militare, collegato all’invasione pianificata dell’Europa occidentale, sia del rapimento interrogatorio per due mesi e soppressione di Aldo Moro che il tentativo di eliminare con il Papa polacco la causa della indisponibilità della Polonia come nodo cruciale della manovrabilità del patto di Varsavia.       
4. Dimostrato che l’uomo dietro Agca è Antonov che agiva per conto dei sovietici, e che non il Kgb ma il Gru (servizio militare) si occupò dell’attentato, compreso l’addestramento di Agca nello Yemen del Sud, nella disponibvilità della flotta sovietica e del GRU.       
5. Dimostrato che per la strage di Bologna esiste una pista Carlos- Separat (DDR) che fu accantonata colpevolmente dalla magistratura.       
6. Il caso del Papa è riaperto dal magistrato de Cataldo.       
7. Il caso della strage di Bologna è riaperto dalla Procura Bolognese, dopo l’audizione del procuratore capo.       
8. Dini, Prodi e D’Alema sono denunciati di fronte al Tribunale dei ministri insieme ai direttori del Sismi Siracusa e Battelli ed hanno avuto l’avviso di garanzia.       
9. Prodi è stato anche accusato apertamente di aver ostacolato la liberazione di Moro spargendo la falsa informazione su Gradoli in luogo di via Gradoli, essendo stabilità dalla legge che non c’era alcuna necessità di proteggere una fonte interna.       
10. Ho prodotto i piani di invasione dell’Italia attraverso il Brennero con la violazione della neutralità austriaca, lungo direttive est ovest che toccano tutti i punti di sviluppo del terrorismo brigatista.
       
Ho  indicato la responsabilità di Carlos (Ilich Ramirez Sanchez, detto lo Sciacallo, all’ergastolo a Parigi) nella pianificazione ed esecuzione dell’attentato al treno del 23 dicembre 1984, come in atti dei documenti della Stasi tedesca.   
       
Gentile Gabriele Paradisi, do per scontato che lei pubblicherà integralmente sul suo blog questo testo in forma integrale e di ciò la ringrazio in anticipo.       
Paolo Guzzanti

postato da: GabrielParadisi alle ore 03/04/2006 13:51 | Permalink | commenti (9)
categoria:campagna elettorale, prodi romano, mitrokhin, misteri d italia, guzzanti paolo, moro aldo
domenica, 02 aprile 2006

Uno Spettro s'aggira...

Il senatore Paolo Guzzanti, gentilmente, ci ha chiesto di intervenire in questo blog, definito amabilmente "palestra di democrazia e tempio della correttezza dell’informazione" per denunciare un complotto. Un soppruso del quale, egli, ma con lui tutta la destra e lo stesso Berlusconi Silvio, pare siano vittime. Tutta l'informazione nazionale infatti, sembra aver preso sottogamba le brucianti accuse rivolte dal presidente della Commissione Mitrokhin (e dallo stesso Berlusconi in quel di Bari), a Romano Prodi circa una seduta spiritica (orrore, noi seguaci della ragione e della scienza), avvenuta esattamente (oggi 2 aprile!) ben ventotto anni fa... Non capiamo come un tycoon, anzi il Tycoon più potente al mondo, politicamente parlando (escluso forse Shinawatra), possa lamentare difficoltà di comunicazione (!?). Un signore padrone di tre televisioni nazionali, con una enorme "moral sausion" sulle altre tre reti nazional-statali, un signore che può permettersi il lusso di arrivare nelle case di tutti gli italiani con riviste patinate in cui si tessono le lodi della sua inarrivabile carriera imprenditorial-politica... ebbene questo signore, e i suoi amici, sostengono di essere "censurati", "oscurati"... A noi sembra incredibile, ma loro sostengono che le notizie non arrivano... Noi, nel nostro piccolo ci fregiamo dell'onore di aver pubblicato sempre in anteprima quanto il senatore Guzzanti ci faceva avere, anche se, quasi sempre, s'era in disaccordo con le sue tesi. Abbiamo già spiegato come le accuse su Gradoli-paese e Gradoli-via siano per noi inconsistenti e forse altri, la pensano allo stesso modo...

Chiedo agli amici del blog (Dicke, Michele, Spartaus, Franceschito, Bunkr e tutti gli altri) di intevenire perchè chiamati in causa direttamente da Paolo Guzzanti. Oggi, io sarò all "Cà de Sanzves" (in quel di Predappio Alta) a bermi un buon bicchiere di rosso col mitico Nicholas Farrell, se verrà... Un simpatico giornalista su cui torneremo nei prossimi giorni...

Caro Paradisi,
Accade un fenomeno curioso che lei certamente segnalerà anche sul suo blog, che è una palestra di democrazia e un tempio della correttezza dell’informazione.
Accade cioè che da due giorni Berlusconi, l’odiato, si sia permesso di citare i risultati di una accolita di noti mascalzoni che si chiama Commissione Bicamerale Parlamentare d’Inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’Intelligence italiana, e abbia spinto la sua arroganza fino a indicare come dubbia e meritevole finalmente di spiegazioni la storia della famosa seduta spiritica in conseguenza della quale (lasciamo perdere la volontà, restiamo alla consequenzialità) lo stato maggiore dei brigatisti rossi tagliò la corda quando capì dalla perlustrazione nel paese di Gradoli che l’indirizzo del loro covo di via Gradoli a Roma era scoperto.
L’evidente arroganza di questo presidente del Consiglio che utilizza risultanze emerse dagli interrogatori della magistratura e persino da quel secchio della spazzatura che si chiama Parlamento della Repubblica, ovvero della Commissione Moro e della Commissione Mitrokhin, non ha evidentemente limiti.
E hanno ragione i suoi amici del suo blog (e la prego di pubblicare là anche questa lettera per vedere l’effetto che fa) quando la lodano perché lei aveva visto lungo: lei, caro Paradisi, aveva addirittura previsto, predetto, profetizzato che quel porco avrebbe usato per la campagna elettorale gli elementi di verità che emergono dall’inchiesta del Parlamento e che sono all’attenzione del Tribunale dei ministri. Lei deve veramente avere le palle di cristallo.
Ora si dà tuttavia, come le dicevo all’inizio, un fenomeno curioso: per quanto io abbia scartabellato sulla stampa nazionale tutta schierata con Prodi, forse a causa del recente abbassamento di vista, non riesco a trovare traccia dello scambio duro e preciso che c’è stato anche fra me e lo staff di Prodi, e le accuse di Berlusconi.
Come dobbiamo interpretare questa censura sulle notizie?
Le notizie sono: Berlusconi che attacca sul piattino e io che dichiaro nella mia veste di pubblico ufficiale (quale sono) e di figura istituzionale (quale sono come Presidente di un ramo del Parlamento della repubblica italiana) che Prodi è davanti al tribunale dei ministri, l’ufficio stampa di prodi che nega, io che li smentisco con certezza. Nulla. Buco. Silenzio. Censura.
Ieri sera, prima che i giornali di oggi uscissero, Paolo Bonaiuti che è in contatto diretto con tutti i giornali e giornalisti, ha dichiarato che c’è stato un summit telefonico fra i direttori e che tutti insieme hanno deciso di oscurare la vicenda del piattino, della seduta spiritica e di via Gradoli.
Pettegolezzi?
Mah, saperlo.
Poi uno apre i giornali, io l’ho fatto per ora solo on line, e vede che effettivamente non c’è una parola.
Eppure ieri il Corriere mi ha chiesto tutti gli elementi, la ricostruzione, il dossier ed ha avuto da me tutto.
E poi?
Che pensa? Paradisi, ce lo dica.
Lo so, lei è scandalizzato, lei sa che così facendo – abolendo le notizie che ci imbarazzano e non ci piacciono – Freedom House ci porrà più della già magra classifica fra Ghana e Benin.
E allora caro Paradisi, qua bisogna che proprio lei e i suoi amici protestiate.
Che diamine, sia come sia, qui si tratta di notizie, mica bruscolini: il presidente in carica accusa l’aspirante presidente di non aver spiegato il mistero del perché Prodi sapeva dove era il QG delle brigate rosse, perché fece fare tutto a un piattino suo amico, perché non si attaccò al telefono, perché non corse alla polizia, perché non chiamò il ministro Cossiga, i servizi eccetera. Perché non salvò Moro, chi gli dette l’informazione, perché tace dopo quasi trent’anni.
Io non sto nella pelle, caro Paradisi, aspettando la sua imminente fulminea azione sulla stampa imbavagliata, la stampa che nasconde ai suoi lettori ciò che dà fastidio: la seduta spiritica tallone d’Achille di Prodi.
Paradisi: ci aiuti a far risalire l’Italia nel novero delle nazioni civili, quelle i cui giornali pubblicano le notizie e non le nascondo.
Forza, con i suoi amici del blog ci dia una lezione di  etica.
Grazie.
Paolo Guzzanti

 

 

 

 

postato da: GabrielParadisi alle ore 02/04/2006 14:20 | Permalink | commenti (12)
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mercoledì, 22 marzo 2006

Prodi Under Attack

Sul prossimo numero di Panorama uscirà l'articolo di Paolo Guzzanti che potete già leggere per intero nei commenti. Niente di nuovo rispetto a ciò che sapevamo e su cui abbiamo avuto già abbondantemente occasione di discutere. Sicuramente però l'articolo del Senatore di Forza Italia e presidente della Commissione Mitrokhin, costituisce il "la" all'attacco finale al candidato premier del Centro Sinistra. Il Senatore Guzzanti del resto non ha mai fatto mistero del fatto che il suo lavoro sarebbe tornato utile in campagna elettorale. In un'intervista rilasciata un anno fa (19 marzo 2005) a Gianteo Bordero per Ragionpolitica.it (Dipartimento Formazione Forza Italia), egli diceva: "Dobbiamo tutti, anche nel centrodestra, capire l'importanza politica della Commissione Mitrokhin. Può essere un elemento molto importante per vincere le prossime elezioni politiche del 2006. E' pertanto iniziata la battaglia finale...

 

Tornando ai contenuti osserviamo la ripetitività delle accuse rivolte a Prodi senza peraltro, almeno per ora, nessun elemento nuovo e decisivo. Vorremmo sottoporre al Senatore quindi alcune semplici considerazioni e domande al riguardo che secondo noi smontano facilmente le accuse così impostate:

 

 

1)     Se Prodi era in combutta con le BR e voleva avvertire i sequestratori di Moro del fatto che gli inquirenti si stavano avvicinando al loro covo di Via Gradoli, perchè mai non fece giungere loro un messaggio diretto attraverso i canali che sicuramente saranno esistiti ed egli, dunque, non poteva non conoscere? Perchè invece pensò bene di lasciare quel nome di Via, camuffandolo però sagacemente in nome di paese, in mano alle Forze dell'Ordine, sperando che esse, incapaci a decifrare giochi di parole e rebus così arguti, si precipitassero al suddetto paese con grancassa mediatica al seguito? L'abbiamo già detto in un post dedicato, ma secondo noi, le BR di fiancheggiatori e di informatori così maldestri e chiassosi ne avrebbero fatto sicuramente e volentieri a meno. Perchè mai dunque Prodi, se era un “agente” del Kgb, non usò canali segreti e più discreti e si prestò viceversa ad una trovata che l’avrebbe reso “estremamente imbarazzato ed estremamente ridicolo” (Audizione presso la Commissione Moro – 10 GIUGNO 1981)?

 

2)     Abbiamo notato con soddisfazione che il Senatore, crediamo anche su nostra indicazione, ha corretto il nome dell’amico fraterno di Prodi, il golpista sovietico del 1991, Valentin Pavlov. Infatti in un suo precedente articolo su Il Giornale (La verità dimostrata, 5 marzo 2006), egli parlava appunto di stretti rapporti di Prodi non con l’allora Primo Ministro, bensì con Vladimir Kriuchkov che al tempo era nientepopòdimenochè capo del KGB. Una differenza non da poco vista la tesi che si voleva far passare… Tornando ai rapporti di Prodi e Pavlov voglio riportare integralmente il brano della famosa intervista al Corriere a cui (unica pezza giustificativa?) lo stesso Guzzanti continua a riferirsi: “Ma la svolta repentina,” - chiedeva l’intervistatore – “il voltafaccia del primo ministro Pavlov non produrranno reazioni in un sistema non più gestito in modo centralistico?”. Lo sciagurato rispose: “Conosco bene Pavlov. E’ un tecnocrate da anni in dissidio con Gorbaciov. Un dissidio non mascherato. Direi che per certi versi quella che ha fatto in queste ore è una scelta coerente. Mi aspetto entro pochi giorni passi decisivi per quanto riguarda la gestione dell’economia. Bisognerà vedere come riusciranno a conciliare una impostazione interna che non sarà certo progressista con la probabile conferma della linea di apertura fin qui seguita a livello internazionale”. That’s All Folks! In questa frase secondo Guzzanti Prodi “manifestò comprensione per il golpista Pavlov, suo stimato amico, mentre quello tentava di eliminare Michail Gorbaciov”. (!?) Come si riesce, Senatore, a sostenere questa affermazione leggendo quella sola frase? Non ritiene sia un po’ pochino? Possibile che non esistano altri documenti più espliciti che possano approfondire qual’era in realtà il rapporto “pericoloso” tra Prodi e Pavlov?

 

3)     Sulle carte recepite nello scorso dicembre in seguito alla “rogatoria compiuta dal Parlamento italiano presso la Procura di Budapest” che testimonierebbero “che il gruppo di comando delle Brigate Rosse faceva parte integrante di una rete militare sorvegliata dal Kgb e usata dal Gru, cioè dal servizio segreto militare sovietico”, non possiamo dire nulla finchè non le leggeremo. Per ora possiamo dire di aver raccolto e già pubblicato una smentita sul reale contenuto di quei documenti da parte dell’On. Valter Bielli, membro anch’egli della commissione Mitrokhin, il quale riteniamo se ne assumerà per intero la responsabilità. Riportiamo quanto ci disse: “per quanto attiene alla visita della commissione a Budapest il funzionario ungherese aveva in precedenza rimarcato che mai aveva seguito quell'inchiesta e che nulla poteva dire al riguardo… che per quanto poteva presumere, ma non ne aveva cognizione, al novanta per cento se si trovava scritto Br si doveva pensare all'Italia… Le faccio notare che nei documenti ungheresi si parla della Br svizzere, ma in Svizzera agivano altri gruppi non le Br”.

 

4)     Sulle omissioni, “sbianchettamenti” e altri reati imputati a Prodi (ma anche a Dini e a D’Alema in qualità anch’essi di Presidenti del Consiglio e ai vertici del Sismi, Siracusa e Battelli), il documento di riferimento resta la Relazione Cordova depositata il 20 dicembre scorso. Si è per ora pronunciata la Procura di Roma chiedendone l’archiviazione (8 febbraio). Il Senatore Guzzanti ha quindi inviato una lettera al Tribunale dei Ministri che dovrà pronunciarsi. Attendiamo il pronunciamento.

 

 

Sia chiaro comunque che noi qui non vogliamo sostenere che il KGB, il GRU, L’Unione Sovietica o Brezniev in persona non fossero eventualmente coinvolti in vicende gravi o avessero responsabilità diretta su determinati episodi. Crediamo siano argomenti che andranno sviscerati e valutati dagli storici e, qualora si rilevino eventi che comportano ancora oggi conseguenze penali, andrà fatto dagli organi competenti. Quello che qui vogliamo dire è che le informazioni così confezionate non ci sembra configurino responsabilità e accuse così gravi a carico di una persona, Romano Prodi, che raccoglie comunque il consenso di almeno la metà, forse più, degli italiani. Se ci sono documenti espliciti essi vengano esibiti, le interpretazioni di articoli di giornale o di veniali “bicchierate” tra amici avvenute quasi trent’anni fa, ci sembra, onestamente, che lascino il tempo che trovano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

postato da: GabrielParadisi alle ore 22/03/2006 12:05 | Permalink | commenti (6)
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domenica, 05 marzo 2006

E' caduta la prima bomba...

Aggiornamento 9 marzo 2006

Caro Gabriele,

Mi sono alzato un’ora prima di andare a lavorare (in Commissione, dove arrivano ogni giorno nuovi documenti, proprio alla fine del lavoro) per rispondere alle sue domande martellanti, riproposte con una insistenza mascherata da questa sua tecnica di una forma che definirei a questo punto melliflua ed entrista.

Può darsi che i miei amici della lista non conoscano l’entrismo trotskista, ma lei certamente sì: ci si traveste e si simula di essere almeno affini a quelli fra cui ci si mescola e poi si compie una scrupolosa opera di distruzione dall’interno, pezzetto per pezzetto.

Ora io di questo ho una responsabilità, perché purtroppo l’ho scambiata per un cavaliere senza macchia e certamente senza paura e vedo che forse lei non ha macchie (di sicuro come me non ha paura, e questo è un merito, ma io sono un combattente duro e senza maschera) ma ha facce diverse.

Ho dato un’occhiata a quel che ha scritto , e vedo da questo che lei è una figura di rango un po’ diverso da quello che immaginavo.

Comunque, a me fa piacere avere a che fare con i duri, perché quando il gioco si fa duro, eccetera.

Mi spiace un po’ che ci sia chi nella sua epica l’ha scambiata , per un allegro angelo sterminatore che combatte con la forza delle sole idee.

Io dico che lei invece combatte con molte armi legittime ,che sa usare, ma anche con l’arma proibita della manipolazione, che sa usare ancora meglio.

Io ho molti difetti, tutti visibili e confessati, di cui non mi vergogno e che metto in piazza con sincerità.

Lei mi sembra invece che abbia pochi difetti e sia però sostanzialmente in malafede quando combatte con me, malgrado i salamelecchi.

E veniamo alla sua lettera sulla questione Prodi e Urss.

Comincio col fare ammenda di due errori, che sono spiacevoli perché sono errori, che ammetto subito e che tuttavia non spostano di una virgola la documentazione di quanto sostengo.

Gli errori, dovuti alla mia pretesa di citare a memoria un articolo che non avevo da anni sotto il naso, sono questi:

1 - Prodi nel 1991 non era più presidente dell’Iri, ma era il responsabile della società Nomisma e con questa era, come recita l’occhiello del titolo “consulente dei sovietici”.

2. Seconda mia imprecisione: Non è in quella intervista che Prodi dichiara di conoscere bene e di essere amico di Kriuchkov, ultimo capo del Kgb, capo della giunta golpista che stava tentando di eliminare Gorbaciov, uomo che fu poi sconfitto, arrestato, messo da parte e poi allegramente reintegrato nel nuovo ordine post sovietico, e che adesso si permette di lanciare proclami contro di me, come stanno facendo tutti i membri del vecchio regime.

Sarebbe come se, dopo la caduta del nazismo e la nascita della Repubblica federale tedesca, i tedeschi democratici avessero negato le colpe della Gestapo e delle SS, e naturalmente anche i campi di sterminio e la Shoà, difendendo il passato nazista.

Ma in quella intervista si mostra amico di Pavlov, capo politico dei golpisti.

3. Le espressioni di apprezzamento di Prodi per tutta la giunta golpista che stava tentando di reintrodurre il regime comunista sovietico esistono, sono numerose e in quell’epoca notissime a tutti i collaboratori di Prodi.

4. Fine del mea culpa.

E adesso veniamo alla sua manipolazione.

Manipolare vuol dire scegliere pezzi che fanno comodo, metterli insieme e impedire che si legga il vero senso di un discorso.

Il discorso di Prodi in quell’intervista non è affatto quello che lei manipola mettendo insieme frasi generiche ma è chiarissimo: Prodi detesta Gorbaciov, detesta il suo tentativo di riformare l’Urss e dice: “Non mi pare il caso di aspettarsi una sollevazione popolare a favore di Gorbaciov”.

Capisce l’Italiano, Paradisi?

Dice Prodi: il popolo non è con Gorbaciov.

Seguono poi quelle generiche parole di apprezzamento, per poi tornare al sodo:

“Il popolo non è con lui. A noi occidentali spesso in missione a Mosca la gente diceva: lo stimate solo voi”.

Poi l’articolo spiega che Prodi è diventato, dopo Nomisma “consulente del governo sovietico e promotore di una scuola di formazione per i manager dell’Urss”.

Prodi dichiara di essere molto amico di Pavlov, che non era il capo magazziniere, ma il primo ministro golpista che aveva guidato politicamente la giunta (mentre Kriuchkov, capo del kgb dava il supporto logistico).

Quindi Pavlov e non Kriuchkov era amico di Prodi che detestava Gorbaciov e per lui Prodi ha parole di tenerezza politica: “Conosco bene Pavlov. E’ un tecnocrate da anni in dissidio con Gorbaciov, un dissidio non mascherato. Direi che per certi versi quella che ha fatto è una scelta coerente”.

Capisce, Paradisi? Prodi sostiene che Gorbaciov è un fallimento e che Pavlov facendo un colpo di Stato è coerente: non c’è una sola parola, neanche mezza, di presa di distanza.

Allora non so se lei è al corrente del fatto che il Kgb non era un banale servizio segreto, come la Cia.

Il servizio segreto come la Cia in Urss era il Gru militare, se vuole come il nostro Sismi. Quello che io ho accusato di aver ordito, su imput di Breznev, l’attentato a papa Giovanni Paolo II.

Il Kgb era una istituzione poliziesca totale e globale (globale: ecco una parola a lei familiare) che comandava su tutti gli aspetti della vita civile dell’Unione Sovietica.

Il Kgb comandava sui conservatori di pianoforte, decideva chi dovesse fare la modella (la mia amica Louda Tsibikov, che ora vive a new York con suo marito, donna bellissima e altissima, mi raccontò come un giorno il Kgb la convocò e le comunico che da quel giorno lei sarebbe stata indossatrice), sul cinema, sull’economia, sui giornalisti stranieri, sulle aziende straniere in Urss, sui programmi televisivi, eccetera.

L’istituto Plehanov era una delle sezioni del Kgb direttorato economico, e Nomisma era in joint venture con quell’istituto, ovvero con il Kgb, fine del discorso.

O lei pensa che il Kgb sotto Gorbaciov fosse un’istituzione di orsoline? Il Kgb di Gorbaciov, che io ho visto in campo nei Paesi baltici e poi in Romania dopo l’assassinio di Nicolau ed Elena Ceausescu, sotto il gorbacioviano Iliescu, era feroce, assassino, terribile: Gorbaciov fece fucilar 12 agenti del Kgb che erano passati al campo avverso, man mano che l’agente della Cia Ames li svelava. Il “buon Gobaciov” era l’uomo prescelto da Andropov e poi da Cernenko, e sotto di lui la polizia segreta era terribile e mostruosa: pochi giorni prima del golpe ero a Mosca e ho visto gli uomini del kgb picchiare selvaggiamente per strada i venditori di orologi, in borghese, mentre tutti fuggivano urlano “Kaghebè, kaghebè...”.

Quindi, ripeto: Prodi, che non aveva alcun bisogno di una seduta spiritica per proteggere qualcuno dell’Autonomia per passare l’informazione su via Gradoli, mise in moto un meccanismo come quello del piattino che portò alla fuga dei brigatisti.

Prodi era dalla parte dei golpisti durante il golpe. Prodi stava dalla parte di quello stesso Kriuchkov che oggi accusa me di essere un provocatore.

Paradisi, mi risponde per favore anche sulla questione dei media.

A stamattina, mi dice la mia segretaria Francesca, sono oltre 1000 (mille) i media mondiali che si stanno occupando della Commissione Mitrokhin e del suo presidente. Ma fra quei valorosi mille non ci sono Corriere della Sera (ora ufficialmente prodiano), la Stampa, La Repubblica, le tre reti del servizio pubblico e neanche quelle private. Lei ha sostenuto che il silenzio su di me dipende dallo scarso interesse di quel che faccio e dei risultati della Commissione. Ciò sembra in lieve collisione frontale con i dati di fatto.

Come la mettiamo?

Cordialissimi saluti dal suo

Paolo Guzzanti

Aggiornamento 6 marzo 2006

Tovarich Prodi-Romanov

Ieri Paolo Guzzanti su Il Giornale a proposito di Vladimir Kriuchkov (uno dei leader del golpe del 1991 in Unione Sovietica) scriveva “Ma c’è un importante circostanza che lega questo signore alle nostre vicende e la circostanza sta nella intervista che il professor Romano Prodi, allora presidente dell’Iri, concesse al Corriere della Sera mentre era in corso il  golpe nell’agosto del 1991. L’intervistatore chiese a Prodi che cosa  pensasse del golpe e lui disse prima di tutto che se l’aspettava, poi che conosceva bene il signor Kriuchkov e che avrebbe atteso ancora un po’ per valutare il nuovo corso economico della nuova Unione Sovietica. Quindi: comprensione per il golpe, un apprezzamento per il capo del Kgb e attesa fiduciosa nel nuovo corso da guerra fredda”.

Al di la di un primo lampante ma veniale errore dovuto di certo alla fretta o ad una rilettura troppo veloce del pezzo (Prodi aveva infatti lasciato la presidenza dell’IRI già da un paio di anni, nel 1989), ci siamo andati a rileggere il famoso articolo per scoprire come si era espressa in quei giorni di trepidazione la vera natura di Prodi, poiché, come ci dimostra il senatore forzista, sotto le mentite spoglie di un già pacioso e innocuo professore cattolico in realtà si nascondesse un bieco bolscevico.

Si tratta di un intervista rilasciata a Massimo Gaggi il 20 agosto 1991. Il titolo è già di per sé un inno al comunismo: Prodi: “In pericolo non solo le commesse ma la svolta verso l’economia di mercato”!

Dopo questo inquietante incipit, le successive prese di posizione di Romanone nostro sono a dir poco destabilizzanti.

In primis l’opinione verso Gorbaciov che viene liquidato con uno sprezzante: “E’ il più grande personaggio comparso sulla scena mondiale negli ultimi dieci anni, uno straordinario innovatore”.

Quindi sempre più impressionati ci siamo andati a cercare le lodi sperticate nei confronti del suo amico golpista Vladimir Kriuckhov già capo del KGB e… e… non abbiamo trovato nulla…

In effetti Prodi nomina un sovietico col suffisso –ov nel cognome, ma si tratta di Valentin Pavlov (allora primo ministro) che viene citato in questi precisi termini: “Conosco bene Pavlov. E’ un tecnocrate da anni in dissidio con Gorbaciov. Un dissidio non mascherato. Direi che per certi versi quella che ha fatto in queste ore è una scelta coerente. Mi aspetto entro pochi giorni passi decisivi per quanto riguarda la gestione dell’economia. Bisognerà vedere come riusciranno a conciliare una impostazione interna che non sarà certo progressista con la probabile conferma della linea di apertura fin qui seguita a livello internazionale”.

Poi un susseguirsi di frasi dal chiaro tono di comprensione per il golpe e di attesa fiduciosa nel “nuovo” corso: “Piuttosto la svolta interrompe un pezzo di cambiamento del mondo, un’esperienza che va dalla liquidazione di Yalta allo spostamento del confine Est-Ovest sempre più a Oriente. Questo è il vero blocco potenzialmente minaccioso nel lungo periodo: qui si giustifica la reazione dei mercati”; “a questo punto tutto è possibile, anche un ritorno al vecchio centralismo”; “perché la destituzione di Gorbaciov tira in ballo tutti i nuovi equilibri, compresi quelli del Medio Oriente dove le prospettive della conferenza di pace si fanno all’improvviso difficilissime”…

Per dar modo a tutti di farsi un’idea di ciò che arrivò a dire in quell’occasione Romano Prodi, riportiamo integralmente l’articolo nei commenti, lasciando però una domanda per il Senatore Paolo Guzzanti che sicuramente ci leggerà:

Si riferiva, senatore, quando ha scritto l’articolo di ieri, forse ad un’altra intervista rilasciata al Corriere in quei giorni  e a noi forse sfuggita nella penombra dell’emeroteca?

 

 

 

 


Riceviamo dal Senatore Paolo Guzzanti e pubblichiamo:

Insisto per Prodi a rimettere in colonna i soli fatti certi che lo collegano e lo legano in maniera lampante con il KGB:

1 -Il gioco del piattino si concluse con la fuga dei brigatisti da via Gradoli. L’informazione Gradoli NON venne da una fonte dell’Autonomia e NON c’era alcuna necessità di coprire la fonte chiunque fosse, perché la legge prevede il caso di una fonte che intende restare riservata e non c’era bisogno di alcuna seduta spiritica per questo, codice alla mano (vedi Esposto denuncia di Cordova).
La Commissione Mitrokhin ha provato al di là di qualsiasi ragionevole dubbio, grazie ai documenti originali forniti dalla Procura Generale di Budpest a me personalmente, che le Brigate Rosse erano parte integrante di una rete militare e terroristica alle dipendenze dirette del KGB e del GRU attraverso l’intermediazione di Ilich Ramirez Sanchesz detto Carlos e della Stasi.
Il rapimento Moro servì soltanto per l’interrogatorio di Moro che si concluse con la soppressione dell’interrogato.
Durante i 55 giorni di interrogatorio sparirono dalla cassaforte del Ministro della Difesa i piani Top Secret dell’operazione Stay Behind e della difesa nord dell’Italia, per poi riapparirvi dopo la morte di Moro.  

2- Durante il golpe contro Gorbaciov Prodi tifava per i golpisti e si dichiarava amico del loro capo, nonché capo del Kgb

3 - La Nomisma aveva una sede a Mosca ed era in connessione con il KGB sezione economica.
L’uomo che faceva la spola per conto di Prodi fra Roma e Mosca era l’attuale onorevole Andrea Papini, ora mio vice presidente nella Commissione Mitrokhin allora soltanto collaboratore di Prodi. Fonte: l’onorevole Andrea Papini.

4 - Durante l’arrivo delle schede del KGB il presidente del Consiglio Romano Prodi costrinse il direttore del Sismi Sergio Siracusa ad una catena di illegalità ora all’attenzione del Tribunale dei Ministri, dove sono stati deferiti, da me e da Cordova, sia lo stesso Prodi, che Dini e D’Alema.

5 - il generale Siracusa che compì tutte le illegalità necessarie a mascherare il dossier Mitrokhin, ricevette come compenso ciò che mai alcun militare europeo ha mai ottenuto neanche ai tempi del fascismo:
il comando dell’arma dei Carabinieri ripetuto persino dopo aver superato i limiti d’età, più i benefici di una legge ad personam che fingendo di trasformare l’Arma nella Quarta forza armata, ha soltanto messo a disposizione di Siracusa un numero enorme di promozioni con cui premiare i suoi fedeli.

Sono curioso di vedere se qualcuno ha da ridire su questi dati di fatto e con quali argomenti.
Grazie di nuovo.

Paolo Guzzanti

 

 

 

 

 

 

 

 

Oggi su Il Giornale è uscito un articolo del Senatore Paolo Guzzanti in qualità non di vicedirettore od opinionista di quel quotidiano, ma come Presidente della Commissione Mitrokhin. In questa veste Paolo Guzzanti viene spesso gentilmente ospitato dal direttore Belpietro al quale egli non manca di inviare sentiti ringraziamenti.

Come avevamo temuto i primi spezzoni d'artiglieria cominciano a cadere sul terreno già tormentato di questa lunga, estenuante, campagna elettorale.

Un paio di interviste rilasciate rispettivamente da un magistrato francese Jean Luis Bruguière (ben altro colore hanno le toghe oltralpe), e dal golpista sovietico Vladimir Kriuchkov, danno modo a Guzzanti di mettere insieme i tasselli che già impreziosivano il suo quadriennale lavoro in Commissione e le relative Relazioni finali di maggioranza.

Lo scenario che ci disegna il Senatore di Forza Italia è degno del miglior Le Carrè. E' un quadro d'insieme a suo modo amplissimo e "maestoso". L'Unione Sovietica e i suoi servizi, impegnati nella loro missione di conquista del mondo, figurano dietro alle azioni più terribili che insanguinarono il nostro Paese negli anni '70 e '80. L'URSS era quindi dietro alle stragi, non richiamate in quest'articolo ma già fatto altrove, impropriamente fino ad oggi definite fasciste; era dietro all'attentato al Papa polacco; era dietro al sequestro e all'omicidio di Aldo Moro.

Il vecchio PCI, ovviamente, con le sue propagini rivoluzionarie di "compagni che sbagliano", era la quinta colonna di questo "progetto finale" e Prodi, sì proprio lui, il candidato dell'Unione di Centro Sinistra alle imminenti elezioni politiche, chissà perchè allora camuffato tra le file della DC, finisce per essere il regista effettivo e operativo delle azioni criminose.

Finalmente il "Grande Vecchio" è stato scoperto, anche se allora, diciamo nel 1978 (omicidio Moro), Prodi Romano, classe 1939, aveva meno di quarant'anni, qualche puntina di canizie già si avvertiva nel suo volutamente ingannevole volto paffuto...

Per ora, dalle carte, emergono prove, se ci si passa questo termine ardito, alquanto labili. Sul caso Moro infatti viene ribadito il ruolo determinante di Prodi nelle soffiate agli amici brigatisti (la seduta spiritica e Gradoli-Paese, tema già ampiamente trattato da noi in questo blog...), mentre a riprova della sua vicinanza conl'Unione Sovietica e quindi ai suoi criminali scopi, viene riportata un'intervista del medesimo al Corriera della Sera in cui, il pacioso Mortadella, sembra non prendere adeguatamente le distanze dai restauratori golpisti di Kriuchkov.

Poca cosa direte voi, ma questo, ne siamo certi, è solo l'assaggio. Come in ogni thriller che si rispetti, la suspance è d'obbligo. Questa è solo un'anteprima, un abbozzo, una punta di iceberg di qualcosa di ENORME che potrebbe destabilizzare (come teme lo stesso Andreotti) il Paese intero... e proprio alla vigilia delle elezioni...

Aspettiamo, sarà solo questione di ore ormai, e verranno resi noti e pubblici i documenti inconfutabili emersi dagli archivi della Stasi, del KGB, del GRU e di tutti gli altri servizi segreti comunisti, setacciati con rigore dai commissari (di maggioranza) della Mitrokhin. Il tempo stringe. Alle elezioni mancano sole poche settimane ormai.

Possiamo mandare al governo dell'Italia i complici del'Unione Sovietica, oggi, che l'Unione Sovietica non c'è nemmeno più?

 


 

 

mercoledì, 08 febbraio 2006

Smoking gun???

Il Senatore Guzzanti non ha gradito questo articolo. Ha detto che le sue parole sono state manipolate e ha fornito una dattagliata puntualizzazione.

Riporterò per esteso entrambi i testi. Sia quello originario utilizzato per scrivere l'articolo (sarà di colore blu), sia la sua ultima puntualizzazione (sarà di colore verde). Crediamo tuttora di aver aggiunto, ma in modo esplicito, solo le nostre personali e libere considerazioni finali.

...

3 La messinscena è fuor di dubbio. Che per chi ha messo in scena si tratti più precisamente di una serie di menzogne raccontate al magistrato inquirente, alla Commissione Moro e poi alla Commissione Mitrokhin sembra lapalissiano.

4 La smoking gun, se si vuole accontentare della logica e dell’evidenza, consiste nel fatto che una messinscena è stata preparata per far sì che il messaggio “Gradoli” fosse alterato come “città di Gradoli” e diffuso in questa forma, sicché potesse essere letto da chi trovandosi in “via Gradoli” potesse riceverlo e agire di conseguenza. Visto che con Gradoli sono state fornite anche altre due città limitrofe, lo scopo effettivo della messinscena è provato oltre ogni ragionevole dubbio.

5 – Siamo tutti certi che non tutti i partecipanti sapessero di partecipare a una messinscena, ma almeno uno sì.

6 – L’autore della messinscena simula una distratta sorpresa e poi avverte che ci penserà lui a far arrivare il messaggio.

L’autore della messinscena è l’unico che si proponga per un tale impegno e che lo attui (la spiegazione secondo cui il piattino tornava all’inizio della parola per dare ENTER e considerare la parola completa dimostrerebbe che questo spirito metafisico è anche un operatore marconista di straordinarie risorse, peraltro ben compreso dai suoi interlocutori che ne accettano il codice).

7 – Trovi, caro Paradisi, il punto debole nei punti 3, 4, 5, 6 e concluda: se ci fu messinscena organizzata, e ben organizzata, per dirottare l’attenzione su Gradoli, allora ne consegue che si trattò di un piano per far sapere a chi si trovava in v. Gradoli che era ora di togliere le tende.

8 – Se tutto ciò risulta vero come è vero, documentalmente e logicamente, ne consegue che colui che prese l’impegno di informare le autorità agiva allo scopo di salvare i brigatisti e rendere non rischiosa per coloro che lo trattenevano Moro, l’esecuzione del prigioniero al termine dei suoi interrogatori.

9 –Non vedo affatto prove della versione buonista della vicenda: il buon Prodi che avendo saputo da ambienti vicini all’autonomia che Moro è a via Gradoli, invece di dare all’istante e per telefono l’informazione riservata (e protetta dalla legge come informazione riservata) crea una messinscena organizzata con complicati artifici per diventare una falsa informazione utile a rendere inutilizzabile l’informazione vera.

10 – Ecco perché ritengo che Prodi abbia svolto una parte attiva nella vicenda e che lo abbia fatto in un contesto visibile.

(Paolo Guzzanti, 6 febbraio 2006)

1.     che la Commissione avesse trovato una diversa smoking gun lo dice lei.

2.     che si trattasse di una ovvia messinscena lo ha scritto lei e io ho risposto al suo testo.

3.     che se era una messinscena ciò implicava che qualcuno, almeno uno, l’avesse organizzata, è la conseguenza irrimediabile e logica del fatto che fosse una messinscena. Che potesse essere più di uno è possibile, che dovesse essere almeno uno è irrinunciabile. Lei era forte in logica a a scuola?

4.     Quindi: qualora fossimo d’accordo con lei Paradisi nel dire che quella del piattino fosse una messinscena,. Dovremmo concludere che almeno una persona l’aveva messa in scena. Chi?

5.     Se noi conveniamo con Gabriele Paradisi sul fatto che fu una messa in scena e che almeno uno dei partecipanti doveva averla messa in scena, dobbiamo chiederci perché quel qualcuno avesse voluto metterla in scena. Mi segue Gabriele? E’ capace di trasportare senza manipolare, barare, ridicolizzare?

6.     Se qualcuno voleva mettere in scena una messinscena per trattare l’informazione Gradoli, bisogna osservare e prendere noto in che modo fu trattata questa informazione.

7.     L’informazione Gradoli fu trattata in modo tale che apparisse fuor di dubbio che andava messa in relazione con il centro abitato di Gradoli e non con via Gradoli a Roma, come si evince dal fatto che accanto a Gradoli furono indicate (sempre con la messinscena del piattino rotante per forza metafisica computerizzata e geografica) le città viciniori di Bolsena e di Viterbo, aggiungendo anche una passata del piattino sulla carta geografica stradale sulla quale il piattino copriva l’intero alto Lazio. Questa sovrabbondanza di insistenza sul fatto che Gradoli fosse il Paese e non la via soddisfa la questione “e se qualche solerte funzionario....”.

8.     Dunque la messa in scena è consistita nel trattare l’informazione Gradoli in modo tale da indicare Gradoli Paese e una sola persona si è offerta, fra gli altri partecipanti, di trasmettere l’informazione alle autorità competenti. La messinscena non avrebbe avuto alcuno scopo se non fosse terminata con il trasferimento di una informazione da una fonte originante ad un ricevitore competente. Quella persona fu il professor Romano prodi e soltanto lui. Prodi inoltre non telefonò, non si precipitò, non andò dalla polizia,  né dai servizi segreti o dalla magistratura, la sussurrò la bizzarra indiscrezione alla segreteria della Dc, la quale trasmise alla polizia che andò a Gradoli sotto i riflettori e i brigatisti di via Gradoli tolsero subito le tende vedendo che il loro indirizzo era bruciato.

9.     Dunque la messa in scena ebbe come effetto finale di far sapere ai brigatisti che era ora di sloggiare. Si può amenamente discutere se questo fosse lo scopo del professor Prodi.

10. Sembra indiscutibile che se lo scopo di Prodi fosse quello di aiutare Moro nel caso che la sua prigionia fosse in relazione con un indirizzo ricevuto, allora Prodi avrebbe dovuto con rapidità ed efficacia precipitarsi a dare la sua informazione, per bizzarra che fosse: la polizia del resto non lo considerò un pazzo visionario, tant’è che andò a Gradoli.

(Paolo Guzzanti, 8 febbraio 2006)

 

 

 

 

Sostiene il Senatore Paolo Guzzanti di Forza Italia, che Prodi “ha protetto le Brigate Rosse e ha fatto ammazzare Moro”.

Sono accuse pesanti alla vigilia di elezioni politiche che vedono Romano Prodi candidato per il Centro Sinistra alla Presidenza del Consiglio.

Il Senatore Guzzanti è anche Presidente della Commissione Mitrokhin che sta indagando sui documenti trasmessi dal servizio segreto britannico al SISMI e relativi alla rete spionistica del KGB in Italia negli anni della guerra fredda.

Recentemente la Commissione s’è recata in Ungheria per visionare materiale scottante e il Senatore stesso alla vigilia di quel viaggio aveva anticipato alla stampa “verità pazzesche che stavano emergendo proprio in merito al ruolo svolto da Prodi nel sequestro Moro. 

Il momento centrale della vicenda risulta essere la famosa seduta spiritica del 2 aprile 1978 a cui Prodi partecipò e in cui “emerse” il nome di Gradoli.

Nell’articolo del 6 febbraio abbiamo cercato di analizzare la documentazione disponibile (le audizioni fatte dalle varie commissioni parlamentari ai partecipanti a quella seduta), per verificare se ci fossero elementi tali da giustificare la tesi così terribile di Guzzanti.

A noi non è sembrato di rilevarne, malgrado la puntualizzazione tempestiva del senatore, al quale abbiamo poi chiesto immediatamente se esistessero documenti nuovi ed inequivocabili di cui noi non eravamo a conoscenza.

Infatti, vista la tenacia con cui viene ripetuta quella tremenda accusa a Prodi, tutto lasciava intendere che la Commissione avesse scovato in qualche polveroso archivio dell’est la “smoking gun”.

In realtà Guzzanti ci ha così motivato le sue conclusioni che a questo punto anche noi riteniamo “pazzesche”:

*   la seduta fu a giudizio di tutti una “messinscena”;

*   non tutti forse erano consapevoli di questa messinscena, ma almeno uno sì;

*   Prodi fu l’unico partecipante che si assunse la responsabilità di comunicare l’informazione alle autorità e lo fece oltretutto con una certa lentezza (dopo un paio di giorni).

Fin qui tutto sommato nulla di nuovo. E allora la prova regina dove sta? Eccola. Lasciamola esporre al Senatore in persona:

La smoking gun consiste nel fatto che una messinscena è stata preparata per far sì che il messaggio “Gradoli” fosse alterato come “città di Gradoli” e diffuso in questa forma, sicché potesse essere letto da chi trovandosi in “via Gradoli” potesse riceverlo e agire di conseguenza. Visto che con Gradoli sono state fornite anche altre due città limitrofe [Bolsena e Viterbo, Ndr], lo scopo effettivo della messinscena è provato oltre ogni ragionevole dubbio”.

?!

Sì, avete capito bene. La prova inattaccabile della colpevolezza di Prodi è in quei due nomi di località, Bolsena e Viterbo appunto, buttati lì dissimulando distrazione e leggerezza, che hanno accompagnato, la parola “Gradoli”.

Due paroline fintemente innocenti che hanno indotto le Forze dell’Ordine al blitz con dispiegamento di mezzi e di mass media nell’ameno borgo medievale, ma nel contempo hanno fatto capire ai brigatisti del covo di Via Gradoli “che era ora di togliere le tende”.

?!

Ora sulla scarsa fantasia delle Forze dell’Ordine c’è una vastissima, per quanto discutibile, letteratura, ma confidare nel fatto che a nessuno, dico nessuno, potesse venire in mente, anche per puro caso, di associare a quel nome un'altra accezione è segno di spudorata e deprecabile sfiducia negli organi di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza.

Ora, mi chiedo, se Prodi era un burattino teleguidato dai servizi sovietici, non aveva altro mezzo per far giungere un messaggio, un segnale, agli amici brigatisti? Un sistema, diciamo così, meno rischioso per i brigatisti stessi?

La notizia di “Gradoli” divenne di pubblico dominio nel momento stesso in cui le Forze dell’Ordine irruppero nell’amena località, non certo giorni o ore prima del blitz.

E se qualche solerte e agile funzionario avesse preso in considerazione l’ipotesi “Via” anziché “paese” forse il “messaggio” sarebbe giunto ai brigatisti un po’ troppo in ritardo, o no?

E ancora, se foste dei brigatisti, e un vostro “informatore”, “fiancheggiatore”, per dirvi di andare via da un luogo urlasse “urbi et orbi” il nome esatto del nascondiglio, ovviamente aggiungendo però qualche particolare irrilevante tanto per depistare con sagacia le prime ricerche, che cosa pensereste, o cosa vi verrebbe voglia di fare a quel signore?

Io dico che “fiancheggiatori” così è meglio perderli che trovarli. O no?

Tornando seri. E’ pensabile che qualche tribunale democratico possa prendere in considerazione un’accusa così infamante e grave basata su una ipotesi (in sostanza un'opinabile interpretazione di fatti), così debole?

Ma forse abbiamo capito male. Il senatore ha certo prove ben più serie e documentate… che ci farà sicuramente avere.

Palla al centro.

postato da: GabrielParadisi alle ore 08/02/2006 08:59 | Permalink | commenti (9)
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