mercoledì, 04 ottobre 2006
Arrivano i nostri
Chiunque ritiene di detenere una qualunque “verità”, si sente quasi sempre in obbligo di diffonderla. E’ per lui una missione indispensabile. Sarebbe “disumano” il contrario, non ci si deve stupire più di tanto.
Chi, d'altronde, sapendo di avere la conoscenza in mano, di possedere cioè il “segreto” della vita e magari, ritenendo pure di amare il prossimo suo, non si sente in dovere di “avvertire” i fratelli?
Taluni hanno definito questo fenomeno anche “evangelizzazione”. Altri, ispirati dalla stessa luce, sono arrivati e arrivano addirittura a disporre persino “guerre sante”, “jihad”, “giuste” che dir si voglia o anche solo di… “pacificazione”.
Il fine comunque è pressoché sempre il medesimo: portare novelle. Normalmente “buone”, a chi non abbia ancora avuto la felice ventura di esser stato illuminato dalla “rivelazione”.
I disastri che hanno combinato e combinano costoro sono quindi, sostanzialmente, dovuti ad eccesso di zelo. Mi sto ovviamente limitando a considerare coloro i quali sono mossi (per stupidità o per povertà di spirito) da oggettiva onestà. I “crociati” in buona fede, insomma. Incredibile ma vero, eppure ne esistono.
C’è addirittura chi si spinge a ritenere che questa missione abbia contribuito alla storia del mondo, ovviamente in senso positivo, avendo coinvolto genti e popoli che altrimenti ne sarebbero stati, ahimè, inesorabilmente esclusi.
Gianni Baget Bozzo, ad esempio, rispondendo qualche giorno fa ad alcune nostre considerazioni, è uno di questi. Egli infatti trovando una giustificazione etica al colonialismo occidentale si spinge ad affermare: “Il colonialismo creato dal mondo contemporaneo ha inserito nella storia del mondo popoli che ne rimanevano lontani”.
Nessun dubbio sembra sfiorare questi “paladini delle verità”. Nessuno di loro che si chieda se, per esempio, tanto per dire, a quelle genti, a quei popoli, importasse davvero essere “inseriti” in mondi, civiltà, usi e costumi a loro sconosciuti e sicuramente ostili.
Finora poi ho parlato di “missionari” mossi dalla buona fede e dal sincero desiderio di portare a tutti gli esseri viventi: civiltà, benessere e magari anche “democrazia”.
Purtroppo esistono anche altri figuri, meno sostenuti da buoni propositi o da un disegno etico seppur sbagliato.
Parlo di quei filibustieri di professione, prezzolati, che abbracciano tutte le cause (qualunque esse siano) pur di avere un tornaconto personale. Sostanzialmente potere, denaro e tutto ciò che ne consegue.
Una brutta razza, insomma. Personaggi senza troppi scrupoli o dignità, che si adeguano perfettamente al “progetto” dei primi, anzi ne diventano il loro braccio operativo, “armato”.
In questo contesto la filosofia liberista è andata a nozze. Un nuovo “dio”, potentissimo, feroce, s’è affacciato sul mondo globale: il Profitto.
In nome di esso si sono avviate nuove e più subdole e distruttive colonizzazioni.
Se nel primo novecento stava forse a cuore anche la “trasformazione-civilizzazione-integrazione” dei popoli “conquistati”, ai nuovi seguaci del profitto, di costoro nulla importa.
L’unico scopo è il raggiungimento e lo sfruttamento delle risorse naturali presenti di un determinato luogo. Gli abitanti originari di quel luogo quando non vengono soppressi da apposite guerre e da “signori” delle medesime, vengono, come da manuale, “inseriti di peso nella storia”, trasferiti cioè nelle suburre di caotiche e venefiche megalopoli (a breve sarà il caso di introdurre il più calzante neologismo di Gigalopoli o addirittura di Teralopoli), devastati dall’alcol e dalla miseria.
 
A tal proposito, abbiamo ricevuto da Francesca Casella dell’Ufficio Stampa di Survival, un delizioso volumetto e quest’articolo può essere la nostra umile recensione.
 
Il libretto si intitola “Arrivano i nostri”. E’ stato scritto e disegnato da Oren Ginzburg ed è distribuito da Survival.
Andrebbe reso obbligatorio in tutte le scuole elementari e medie della Repubblica. Le tavole sono di una ironia raffinata e amarissima, che i nostri figli, ancora, forse per poco, non del tutto consapevoli dei trituranti meccanismi del mondo circostante, saprebbero cogliere in tutta la sua potenza ed efficacia.
E’ una storia breve. Narra di un luogo meraviglioso. Una sorta di Paradiso terrestre dove convivono in simbiosi da millenni esseri viventi (umani, animali e vegetali). In questo Eden arrivano alcuni missionari a portare… lo Sviluppo Sostenibile.
 
Come sarebbe bello che nella nostra scuola se ne parlasse. Ma, ahimè, temo sia tardi. Nella nostra scuola, a parlare ai nostri bimbi, sono già arrivati gli stessi “missionari”. Quelli del “dio Profitto”
postato da: GabrielParadisi alle ore 04/10/2006 12:29 | Permalink | commenti (1)
categoria:baget bozzo gianni, globalizzazione e neoliberismo, popoli tribali
mercoledì, 28 giugno 2006

Campagna contro il razzismo dei Media

Abbiamo ricevuto da Francesca Casella dell'Ufficio Stampa di Survival una lettera di ringraziamento che pubblichiamo volentieri. Essa fa seguito al nostro articolo sui Nukak-Makù del 12 maggio scorso. Va evidenziato come i maggiori quotidiani italiani che pubblicarono il pittoresco ed esotico caso dei "selvaggi" che abbandonavano la foresta per calarsi nella luccicante "civiltà", non abbiano poi mai speso nemmeno due righe per rettificare e spiegare le vere ragioni di quell'esodo. Credo che La Repubblica, Il Messaggero e Il Corriere della Sera in virtù della loro storia e tradizione avrebbero potuto tranquillamente ammettere lo scivolone a dir poco di dubbio gusto. Ma tant'è... Vedremo che posizione prenderanno nei confronti dell'imminente campagna sul Razzismo dei Media...

Caro Gabriele,
Avevamo notato il tuo pezzo non appena era stato pubblicato, mediante una ricerca sulle uscite legate ai Nukak.
Ti consoli sapere che nessun giornale ha risposto nemmeno a noi o ad altri che si sono uniti alla nostra protesta, come l'associazione di antropologi di nome 'Anthropos Community'.
Stiamo raccogliendo fondi per lanciare una grande campagna contro il razzismo dei media nei confronti dei popoli tribali: ti terrò sicuramente informato. La nostra sede centrale di Londra la conduce già da mesi con un certo successo. Per l'Italia, sinceramente sono meno ottimista, ma spero che riusciremo comunque a cambiare un po' le cose.
Intanto grazie del tuo sostegno e di averci linkati al tuo interessante sito.
A presto.
Francesca Casella

Survival International Italia

26 giugno 2006

postato da: GabrielParadisi alle ore 28/06/2006 16:45 | Permalink | commenti (2)
categoria:globalizzazione e neoliberismo, mafie e narcomafie, popoli tribali
venerdì, 12 maggio 2006

Ma quale voglia di civiltà?

Nelle pagine interne dei maggiori quotidiani odierni, si può leggere un pittoresco reportage tratto dal New York Times di ieri in cui si narra di un gruppo di indigeni amazzonici giuntimezzi nudi e accompagnati da piccole scimmie”,  nei pressi di una città colombiana per chiedere… “asilo”.

La Repubblica titola “Amazzonia, l’addio degli indios ‘Abbiamo voglia di civiltà’”; il quotidiano on-line chiosa: “Un gruppo di Nukak-Makú ha deciso di vivere ai bordi di una città. Tribù amazzonica lascia la giungla: ‘Siamo pronti per la società civile". In originale il New York Times recitava: “Lasciare la natura selvaggia, e piuttosto gradire il cambiamento”. Il Corriere ha adattato: “Ottanta Nukak Makù abbracceranno il mondo moderno. Addio foresta: tribù lascia l'Amazzonia. Vivono ancora allo stato selvaggio nella foresta più profonda ma ora sembrano averne abbastanza della vita primitiva”…

Ci immaginiamo già qualche servizio televisivo in cui solerti presentatori ci racconteranno dai loro soffusi salotti la capacità attrattiva della nostra luccicante civiltà coi suoi irrinunciabili benefici: i cellulari, le merendine confezionate, le polveri sottili.

Ora una qualunque persona di buon senso, chiunque cioè si rifiuti di bere le favolette utili soltanto a rassicurare le casalinghe e utili soprattutto alla raccolta pubblicitaria, credo faccia molta fatica a immaginare che un indio, capace di chiedere guardando in alto: "su quale razza di strada invisibile camminano in cielo gli aerei?", possa decidere di punto in bianco di approdare in un mondo rumoroso, puzzolente e incomprensibile, in quanto stanco (!?) di ciò che lui e i suoi antenati hanno fatto da sempre.

Grazie a d-o e alla tecnologia (malgrado qualcuno di voi lo pensi, non sono assolutamente in contraddizione con me stesso), oggi basta qualche click di mouse per cercare di capire, per cercare di farsi un’idea magari un po’ più seria e libera.

Vi voglio perciò raccontare io qualcosa di più, qualcosa di diverso.

 

I Nukak Makù vivono in una regione situata tra i bacini del Guaviare e dello Inirida, nell’area amazzonica della Colombia orientale. Sono entrati in contatto con il mondo esterno per la prima volta nel 1988. Il primo assaggio della “civiltà” fu per loro disastroso. Molto rapidamente furono colpiti da epidemie e da malattie contro le quali non erano immunizzati: malaria, morbillo, raffreddore, e sono stati decimati. Si pensa che attualmente ne sopravvivano circa 400 mentre all’origine dovevano essere più di un migliaio.

Vivono esattamente secondo lo stereotipo delle popolazioni amazzoniche. In piccoli gruppi familiari, privilegiano la foresta isolata ai fiumi e sono costantemente in movimento. Questa grande mobilità implica che possiedano soltanto pochi e agili beni materiali, dovendo essere facilmente trasportabili. Possono così in alcuni minuti raccogliere i loro hamacs (tessuti in fibre vegetali che costituiscono i loro principali mobili), i loro utensili ed alcuni altri oggetti in borse di palme che portano sulla schiena, e ripartire.

Le case Maku, costruite per mezzo di rami e di strati di palma, hanno una struttura leggera di una solidità sufficiente per procurare loro un tetto e appendere i loro hamacs. Ogni famiglia ha un suo focolare utilizzato per cucinare, riscaldarsi ed anche per bruciare lentamente alcune particolari piante che allontanano le zanzare durante la notte. Degli zampironi naturali pare molto efficaci. I Maku si nutrono di pesce, di selvaggina, di tartarughe, di frutta, di verdura, di noci, di insetti e di miele. Gli uomini cacciano per mezzo di canne usando frecce imbevute di curaro, potente veleno che ottengono a partire da ben cinque piante diverse. I Nukak Maku non conoscono il concetto di denaro (!?), proprietà privata (!?), futuro (!). Non sanno nemmeno dell'esistenza di uno stato chiamato Colombia.

Cos’è dunque che ha fatto decidere questi tranquilli selvaggi a lasciare le loro terre al di là del grande ritorno d’immagine visto l’interesse suscitato sulla stampa mondiale da questo loro gesto?

Non ci crederete ma è questione di droga e di eserciti. Di soldi insomma. Denaro (denaro?).

 

Dagli anni ‘60, infatti le loro terre non cessano di essere invase. La stessa loro emersione alla civiltà del 1988 fu dovuta a "incidenti" che li avevano spinti a tanto. L'isolamento della regione ed il clima propizio alla coltura della coca garantisce un afflusso continuo e massiccio di "coloni senza terra".

I guerriglieri marxisti delle FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia) e le forze paramilitari di estrema destra dell’AUC (Autodefensas unidas de Colombia) si disputano la produzione lucrativa di coca e spesso forzano gli indigeni a lavorare nelle piantagioni.

D’altra parte il governo colombiano interviene impiegando l’esercito regolare e irrorando le colture di coca con fumogeni per estirpare le piantagioni.

I poveri Nukak Maku sono quindi schiacciati tra i fuochi di questa ‘guerra civile' a quattro: coloni, guérilla, paras ed esercito.

Chi pensa a loro?

Esiste un’organizzazione denominata Survival impegnata a sostenere i popoli tribali di ogni continente attraverso campagne di mobilitazione dell'opinione pubblica. A seguito di una di queste campagne, nel 1991, il governo colombiano trasformò il 95% del territorio Nukak in resguardo (territorio ufficialmente assegnato agli indiani). Survival ora sta facendo pressione sul governo colombiano perché avvii negoziati con tutte le parti e allontani dalle terre Nukak ogni presenza armata, perchè sospenda le fumigazioni delle piantagioni di coca ed organizzi una politica adeguata per rialloggiare i coloni su altre terre dove possano coltivare piante legali e vivere dignitosamente pure loro.

Survival chiede di scrivere una lettera breve e cortese (in francese o in spagnolo) ispirandosi al modello riportato qui di seguito o anche di scrivere liberamente. È preferibile inviare la lettera per posta, che è senza alcun dubbio il mezzo più efficace. Si può anche inviare il messaggio via fax, ma i numeri vengono spesso modificati o i fax staccati. Gli indirizzi elettronici sono proposti ma sovente le emails non vengono lette.

 

Altro che voglia di civiltà? I popoli normalmente stanno bene a casa loro e lì vogliono restare. Poi per sopravvivere, semplicemnete per esistere, spesso sono costretti ad andarsene... e qualcuno poi si lamenta dei migranti... 

Ecco il testo della lettera che vorrei spedissimo tutti quanti, rifiutando sdegnosamente le "favole" a lieto fine, didascalico-moraleggianti, che qualcuno ci vuol far bere.

« I Nukak sono vittime innocenti della guerra della droga che imperversa in Colombia. Esorto le autorità ad entrare in negoziato con le varie parti del conflitto per prevenire ogni operazione armata sul territorio Nukak e sulle terre degli indiani Guayabero. Le fumigazioni delle piantagioni di coca sul territorio indiano devono essere sospese ed una politica adeguata dovrebbe essere realizzata allo scopo di rialloggiare i coloni su altre terre dove potranno coltivare piante legali. I Nukak che sono fuggiti verso le città devono essere aiutati a rientrare nelle loro terre e vedersi offrire un sostegno medico adeguato ».

 

Versione in spagnolo (quella da inviare):

“ Los indígenas nukak son víctimas inocentes de la guerra de drogas colombiana. Insto a las autoridades a entablar negociaciones con todas las partes del conflicto con el objetivo de excluir el territorio nukak y el de los guayabero, sus vecinos indígenas, de cualquier tipo de operación armada. La fumigación aérea de las plantaciones de coca dentro del territorio indígena debería ser suspendida, y una política apropiada implantada para reestablecer a los colonos en tierras en las que puedan plantar cultivos legales. Se debe ayudar a los nukak que han sido desplazados de sus hogares a regresar a los mismos, y se les debe ofrecer asistencia médica adecuada”.

 

Le lettere vanno spedite a :
Son Excellence Alvaro Uribe Velez
Président de la République
Carrera 8 n. 7-26
Palacio de Nariño,
Santa Fe de Bogotá
Colombie
Fax :+ 57 1 284 2186 / 286 7434/ 337 5890/ 342 0592
Email:
auribe@presidencia.gov.co

Se possibile inviate anche una copia a :
Sr Michael Frühling
Comisión de Derechos Humanos de las Naciones Unidas
Calle 114 No. 9-45
Torre B Oficina 1101
Edificio Teleport Business Park
Bogotá, D.C.
Colombie
Fax + 57 1 658 3301/ 629 3637
Email:
oacnudh@hchr.org.co

 

Survival in Italia: Casella Postale 1194, 20101 Milano, T 02 890 0671, F 02 890 0674, info@survival.it

postato da: GabrielParadisi alle ore 12/05/2006 12:21 | Permalink | commenti (4)
categoria:globalizzazione e neoliberismo, mafie e narcomafie, popoli tribali