martedì, 16 maggio 2006

Piccoli liberisti crescono (Il Valore di un Sogno)

Mio figlio più piccolo frequenta la terza elementare in una scuola pubblica di Bologna. L’altro ieri è tornato a casa con un opuscoletto e un compito da svolgere.

Il quadernetto s’intitola “Il Valore di un Sogno” (Quaderno per casa), pare infatti che esista anche un “Album di Classe”. In bella vista il logo di UN noto Istituto di CREDITo. Per compito mio figlio doveva completare con l’aiuto dei genitori gli esercizi fino a pagina 6.

Riporto alcune frasi, quelle a mio avviso più significative:

Ogni persona possiede alcune risorse che sono solo sue, che sono cioè entrate a far parte del patrimonio personale. Qual è il tuo patrimonio di giochi?” (pag. 4).

Se ripensi bene abbiamo una risorsa che ci permette di procurarne altre… Quale sarà la risorsa che mamma e papà usano per procurarti quello che ti serve? Cercala fra le parole dello schema e colora di giallo le caselle che la compongono (Cerca in verticale, orizzontale, obliquo)” (pag. 6).

Io ho scartato “Dado” (non bisogna mai confidare sul gioco e sulla fortuna), “Vino” (tantomeno sul vizio), “Fiore” e “Papere” ed ho invece suggerito “Denaro” e “Oro” (entrambe verticali).

Da dove viene il denaro? Non cresce sugli alberi, non piove dal cielo… Gli scrittori hanno inventato modi molto fantasiosi con cui gli eroi delle favole tentano di procurarsi denaro. Pensa ad esempio alla pentola piena di monete che si trova dove finisce l’arcobaleno nel bosco degli gnomi, o all’asino che sputa monete d’oro”. (pag. 7)

Segue a pag. 9 una tabella in cui il bimbo può scrivere la lista dei desideri, cosa cioè vorrebbe “per divertirsi”, “per essere elegante” (!?), “per praticare il suo sport preferito” e così via. Quindi dovrebbe indicare quanto costa per lui questo desiderio e farsi aiutare dalla mamma per completare l’ultima colonna: “quanto costa davvero?”.

A pag. 12 e a pag. 13 parte l’affondo della Banca deciso e diretto: “Anche tu hai messo da parte un tuo capitale personale?”. A 8 (otto) anni? Un capitale personale?? “Come ti sei procurato i tuoi ‘soldini’”? Soldini?? “Racconta: Ho avuto in regalo per il compleanno:… Ho avuto in regalo in altre occasioni (quali?):… Ricevo come paghetta (ogni quanto?):…”. La tentazione di chiedere anche “quanto ricevo?” dev’essere stata tanta, ma un pizzico di pudore deve aver colto anche coloro i quali hanno organizzato i testi. Nella pagina successiva, dove si spiega anche “un po’ di contabilità” suggerendo la compilazione di una tabella entrate (soldi ricevuti) – uscite (spese), si sviluppa una serie di domande tipo: “Ti sono capitate spese impreviste?” (ricordiamoci sempre che il questionario è rivolto ad un bambino di 8 anni… spese impreviste a 8 anni??), l’ultima delle quali a noi pare veramente tanto anzi troppo. La maschera cala completamente e rimane una faccia truce e rossa di vergogna: “Hai mai pensato di depositare i tuoi risparmi in banca come fanno gli adulti?”. Senza alcun filtro si “istiga” la creatura a diventare correntista… perché la Banca custodisce i risparmi… e tu non devi fare come Pinocchio…

Non basta, a pag. 20 si cerca di spiegare al cucciolo che cosa è la Borsa e ovviamente cosa sono le Azioni: “Quando la tua mamma va al mercato, torna di solito a casa con una borsa piena di acquisti. Nel mondo dell’economia… la Borsa contiene un intero mercato!!! La Borsa infatti è un luogo dove avviene il mercato, cioè l’acquisto e la vendita di ‘prodotti’ molto particolari: le azioni”. Inarrivabile a nostro avviso il testo, fissato con attenzione da un simpatico scoiattolino (Scotty) che insieme ad un altrettanto vispo monello allieta e colora l’intero opuscoletto: “Le banche mettono a disposizione dei loro clienti delle persone esperte che fanno lunghi studi sulle azioni in vendita in Borsa, in modo da dare buoni consigli sugli acquisti da fare”.

E’ fatica trovare anche le parole… che tristezza… Immaginate se io avessi conosciuto una di queste “persone esperte” qualche anno fa e che mi avesse dato il “buon consiglio” di acquistare bond argentini o azioni Parmalat…

Sembra che la presentazione dell’iniziativa sia stata accompagnata in aula da due funzionari di banca in giacca e cravatta d’ordinanza, che hanno illustrato le schede e spiegato le parole più astruse come “tasso d’inflazione”, “carta di credito” e “budget mensile”. Mio figlio per fortuna ha detto che si è annoiato a morte e non ricorda nulla.

Tommy non ti preoccupare se non sai compilare la tabella di pag. 22 “tenendo conto della tua capacità di risparmiare per verificare se hai imparato a ‘misurare la strada’ per raggiungere i tuoi obiettivi”;

Non essere triste se non provi gioia a ragionare sulle varie forme di “Risorse necessarie: Paghetta (lo stipendio ufficiale?, ndr); Ricompense per lavoretti (il nero?, ndr); Mance (le tangenti?, ndr);

Probabilmente tu imparerai a compilare un assegno solo in età avanzata… come tuo padre;

Affronterai i fidi e i mutui al momento opportuno che purtroppo verrà… giusto per non dormire più la notte,

ma in tal modo, Tommy, tu darai valore non ad un sogno ma ad ogni minuto che passa.

E – quel che più conta – è che così sarai un Uomo, figlio mio!

 

PS

Dopo essermi debitamente scusato col vecchio Rudy e alla sua lettera del 1910, fornisco qualche utile coordinata.

L’iniziativa “Il Valore di un Sogno” è curata da La Fabbrica (Communication, Education & Marketing), un gruppo internazionale nato a Milano nel 1984 e con sedi anche a Torino e a San Paolo del Brasile. Nel loro sito sono citati almeno una decina di Progetti Didattici e relativi Concorsi realizzati per vari clienti tra cui una notissima azienda di TELECOMunicazioni.

Il Progetto che abbiamo appena descritto è rivolto alle scuole primarie del Comune di Bologna che avrà in tal modo, immaginiamo, ottenuto dei finanziamenti… quelli che l’ultimo governo ha tagliato alle amministrazioni e soprattutto alla scuola pubblica.

postato da: GabrielParadisi alle ore 16/05/2006 07:27 | Permalink | commenti (10)
categoria:educazione, politiche sociali
venerdì, 21 aprile 2006

Prego, Maestro…

''Ci sono misure urgenti da prendere''. Il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto al ribasso le stime sulla crescita del Pil per l’Italia mentre quello cinese è cresciuto nei primi tre mesi dell'anno del 10,2%! (malgrado le nubi gialle di polveri tossiche e di sabbia… o magari in loro virtù…).

“Innovazione e flessibilità si devono coniugare per ridare competitività al paese”.

Crescita. Sviluppo. Bisogna crescere. Aumentare i fatturati, aumentare i profitti. E tagliare le spese. Occorre fare “le Riforme” e rivedere il welfare. Eliminare gli sprechi e tagliare i rami secchi, inutili zavorre alla crescita. Freni insostenibili alla corsa sfrenata e lucente verso il… futuro… radioso…

Ecco i binari su cui si muove questa locomotiva impazzita e noi lì, incatenati sopra. Impotenti. Almeno i si-global ci credono. Loro pensano che questo modello porterà più benessere a tutti… E’ proprio vero che l’ignoranza a volte può servire. Perché si soffre di meno, a non conoscere. A non capire.

Assecondando questo modello di sviluppo, tutta la società, quindi la nostra vita tutta intera, deve cambiare, adeguarsi. Devono cambiare le strutture e le forme del lavoro; devono cambiare la sanità e l’erogazione dei servizi. Deve cambiare la scuola!

Il governo uscente (più liberista del prossimo venturo, ma solo di poco), ha varato una riforma della scuola per trasformare i nostri figli in “piccoli imprenditori”, futuri uomini e donne pronti a calarsi nel vortice del mondo globale e della vita … quella cosa tutta piena di lotte e di commerci turbinosi”. Uomini e donne temprati a un’esistenza “ruvida e concreta”, quella “del buon mercante inteso alla moneta”… (il virgolettato è di Guido Gozzano, ndr)

E allora ecco “il portfolio”. E allora ecco le tre “i” (inglese! internet! impresa!)…

Qualche mosca bianca (forse per via delle polveri) comincia però a pensarla diversamente. Qualcuno, stremato da questa corsa senza senso e senza traguardo, comincia a non voler più crescere. Basta! Così, magari con un pizzico di ironia, si comincia a parlare di “decrescita”. Una “decrescita felice” però, che ci consenta di ritrovare la nostra vita, i nostri affetti, i nostri interessi… In questo senso si può partire, forse, anche dallo yogurt o dalla marmellata… Io però comincerei dalla scuola.

 

Pubblico molto volentieri la sua lettera perché esprime esattamente la mia visione, la mia speranza. Il suo sogno è anche il mio. Io ho fatto le elementari negli anni ’60 quando si iniziava rigorosamente il primo di ottobre e quindi sono stato “remigino”. Avevo il grembiulino nero e il nastro al collo. Il bavero bianco e i pennini da intingere nel calamaio incastrato nel banco di legno vissuto. Ho fatto anche le aste e ricordo ancora un libro che si chiamava “Roselline” tutto pieno di disegni geometrici. Erano i tempi del Maestro Alberto Manzi che in Tv (c’era un solo canale) trasmetteva “Non è mai troppo tardi”… Ecco, speriamo che sia proprio vero. Che ormai non sia troppo tardi… che ci sia ancora tempo.

 

 

Una scuola veramente primaria, che dia il gusto del sapere

 

rispondo con gioia alla tua lettera-editoriale del 3 marzo scorso. Permettimi, per il tono della lettera, di darti del tu.Ti rivolgi a me, maestro di scuola elementare (primaria). Con viva soddisfazione mi sono accorto che parli a un maestro, e non a una maestra o a una maestrina, come fanno solitamente i tuoi colleghi quando si ricordano che, nel panorama della scuola, esiste anche la scuola primaria, e non solo i prof. Questi, i prof., nominati sempre con l'abbreviazione e il puntino, quasi non fossero degni di essere chiamati per intero; quelli, i maestri, ridotti a maestrine, come a sottolineare che la scuola primaria è una succursale del nido familiare e che in fondo possono insegnarci tutti: che ci vuole a fare qualche dettato e a fare scrivere qualche pensierino? Dunque,il primo grazie è perché vedo riconosciute le mie caratteristiche biologiche; il secondo perché non hai usato il diminutivo. Sono a risponderti. Mi chiedi qual è il mio ruolo oggi, quando non ho più la gestione esclusiva della classe, ma la condivido con due-tre colleghi. Mi sarei aspettato questa domanda qualche tempo fa, visto che dal 1990 nella scuola primaria lavoriamo in team, e semmai la Moratti voleva portarci indietro, al maestro unico. Da quando condivido la classe con altri, sono più felice, perché posso dividere il peso educativo, confrontarmi, esporre i miei dubbi, accorgermi di visioni pedagogiche e soluzioni diverse. Anche i bambini sono più felici: hanno più modelli a cui riferirsi e, se il team è unito, imparano presto che le diversità si possono integrare e illuminare a vicenda, e dunque arricchire.Il gruppo dei docenti diventa modello di ciò che significa lavorare in gruppo a un obiettivo comune, e oggi, nella società dell'individualismo, l'esempio vale assai più di qualsiasi predica. Ciò che ci schiaccia è invece la burocrazia: un malinteso concetto di efficacia ed efficienza si è infiltrato nella scuola come un cancro silenzioso. Dobbiamo rendere conto di tutto, documentare tutto, aderire a tutto. Si è fatta strada l'idea che nella scuola debba entrare tutto. Io questa idea la rifiuto con sdegno. Nella scuola non si può fare ogni cosa: dall'educazione stradale, a quella alimentare, a quella sessuale, in una moltiplicazione delirante di iniziative e progetti che snaturano la scuola. Per di più ricattatori: se fai il progetto, avrai i soldi, se no t'arrangi con quelle briciole che passa il convento. La scuola deve dare gli strumenti del sapere e, rendendoli significativi per i bambini di oggi, parlare al loro cuore cuore e non solo al loro cervello, insegnar loro a condividere un progetto imparando a stare con gli altri, dando il proprio contributo insostituibile. La scuola ha un solo progetto, come dice Andreoli nella sua bellissima Lettera a un insegnante, ed è insegnare a vivere. Non può correre dietro a tutte le mode, non può supplire tout court alle mancanze della società e delle famiglie, non può trasformarsi nel supermercato degli apprendimenti, dove ognuno prende quel che vuole e dove tutto si infila disordinatamente in un grande carrello. Io maestro ho un sogno, I have a dream: essere lasciato un po' in pace, a occuparmi di ciò per cui ho scelto, un quarto di secolo fa, questo lavoro: i bambini, la preparazione delle lezioni, il confronto con i colleghi su come agire su quel bambino concreto, in cui magari fatico a entrar dentro. Sono stanco di riunioni inutili e mortificanti, di progetti pomposi che nascondono il nulla, di parole altisonanti che definiscono il niente. Vorrei che la mia scuola tornasse primaria. Non primitiva, non semplicistica, beninteso, ma primaria: che dà le basi, che fonda il gusto per il sapere, che non scimmiotta un'azienda, che non produce il consumismo dell'apprendimento, che non moltiplica gli stimoli, perché i bambini ne hanno troppi e vi si perdono, ma insegna loro a selezionarli e a significarli, e dà per prima l'esempio. Questa, caro Aldo, è la scuola che vorrei, e mi piacerebbe anche poterne parlare più a fondo con te e con i colleghi del tuo giornale sempre così attento alle tematiche dell'educazione.

Non voglio rubarti altro tempo. Ti saluto con affetto.

Gabrio Monti, maestro elementare, Forlì

 

Carissimo Aldo Viviano,

 

 

 

Ho ricevuto da un caro amico dei miei anni migliori, un fratello, una bella lettera pubblicatagli su L’Avvenire del 24 marzo in risposta ad un articolo di Aldo Viviano. Gabrio è un Maestro di quelli veri, con la M maiuscola. Di quelli che sanno quando ci vuole l’apostrofo e che in una forma verbale riconoscono la radice e la desinenza (o flessione) anche quando il verbo contiene il gruppo GL. Un Maestro da 25 anni e più che sa portare anche Leopardi e la meraviglia de L’Infinito ai suoi bambini… bambini… bambini…

postato da: GabrielParadisi alle ore 21/04/2006 10:56 | Permalink | commenti (4)
categoria:educazione, politiche sociali
giovedì, 02 febbraio 2006

PRATICHE D’USO INFORMALE DELLO SPAZIO URBANO

(Misure alternative a quelle di ordine pubblico)

Riceviamo e pubblichiamo con piacere questa lettera di Paolo Cottino:

Ciao Gabriele

Come anticipato ti inoltro queste righe di presentazione del lavoro che presenterò alla X Conferenza nazionale della Società Italiana degli Urbanisti che si terrà a Milano il prossimo aprile 2006. Il titolo della conferenza è “Urbanistica e azione pubblica: riformismo al plurale” e quello della sezione all’interno della quale si collocherà il mio intervento è “Qualità urbana: abitabilità, bisogni, opportunità”.

Quello che ti allego sotto è semplicemente un breve abstract del lavoro ma per il momento è quello che mi sento di mandarti perché sul resto sto ancora lavorando.

A risentirci

Paolo Cottino

Dipartimento di Architettura e Pianificazione Politecnico di Milano

 

Misure alternative a quelle di ordine pubblico

Tende a consolidarsi nello scenario urbano contemporaneo la presenza di un universo di pratiche spontanee e comportamenti marginali di occupazione di alcuni spazi della città secondo logiche non convenzionali e per usi non previsti. Si pensi tanto al riutilizzo di aree dismesse come rifugio abitativo o all’autocostruzione di villaggi di baracche da parte delle popolazioni immigrate, quanto ai centri sociali autogestiti, agli orti urbani abusivi, ai mercati di strada informali,..):

Solitamente riguardate come “disordine”, “devianza” e “problema di ordine pubblico”, queste pratiche si collocano il più delle volte all’interno di spazi abbandonati, interstiziali, trascurati e anonimi, che vengono ridefiniti da soggetti collettivi attraverso una sospensione delle “norme d’uso”, la quale garantisce una maggiore elasticità nella fruizione dello spazio.

All’insegna dell’imperativo della legalità e dell’ordine le abituali forme di trattamento di queste iniziative da parte delle istituzioni si riducono ad interventi soltanto repressivi con cui si procede a “riordinare” la città. Attraverso l’esecuzione di provvedimenti di rimozione, sgombero, allontanamento e delocalizzazione viene fatta “piazza pulita” di ogni attività che compromette l’estetica della città e la percezione di sicurezza del cittadino comune.

Tuttavia, uno sguardo più riflessivo e critico nei confronti di queste pratiche porta a rileggerle come specchio dell’assenza di risposte formali-istituzionali a determinate condizioni di svantaggio o a bisogni emergenti: è possibile, in definitiva, interpretarle come segnale dell’incapacità dei sistemi di governo di rispondere con un disegno “dall’alto” ad alcune istanze provenienti dalla società.

Sostituendo questo sguardo sulla città “informale” a quello orientato soltanto dalla preoccupazione di ricondurre al più presto il disordine all’ordine e l’anomalia alla normalità (e cioè alle forme già previste), sembra possibile rintracciare i contorni di uno specifico spazio progettuale per le politiche.

Riguardate come micro-risposte organizzative con cui a livello locale singoli individui, piccoli gruppi e comunità insediate improvvisano risposte a problemi irrisolti, queste azioni informali infatti si scoprono rivestire un importante ruolo sociale che è di denuncia della scarsa attenzione pubblica che spesso viene rivolta a certi tipi di domanda e al contempo di rilancio del cambiamento.

E’ questo tipo di sguardo che sembra alla base di alcune innovative esperienze di intervento istituzionale sulle pratiche informali d’uso dello spazio urbano alternative a quelle di ordine pubblico, che cominciano ad essere sperimentate in alcuni contesti nord-europei.


L’INTERVENTO SULLE PRATICHE D’USO INFORMALE DELLO SPAZIO URBANO
postato da: GabrielParadisi alle ore 02/02/2006 15:59 | Permalink | commenti
categoria:politiche sociali, immigrazione e legalità
martedì, 17 gennaio 2006

La Città Imprevista

 

Nelle nostre città, negli interstizi dello spazio urbano dove sembra non arrivare la longa manus di qualche legge, o meglio, dove ogni norma sembra sospesa, si sviluppano spontanee esperienze di vita e di socialità. Spesso con originale immaginazione, comunità di persone si auto-organizzano occupando quegli spazi abbandonati, trasformandoli e ridandogli vita. Sorge così una città imprevista e informale ma umana all’interno di quella ufficiale e formale quasi sempre però fredda e inospitale. Disumana.

Gruppi eterogenei si incontrano e fruiscono collettivamente di quegli spazi inusuali. Li accomuna il bisogno. Bisogno di un luogo per vivere, bisogno di un luogo per sognare. Necessità d’esistenza, fisica e mentale, che attraversa storie e persone producendo nuove e impreviste geometrie sociali.

Il nuovo e il vecchio si mischiano. La ricerca di nuove condizioni e il tentativo di mantenere usi e speranze antiche s’intrecciano. Gruppi giovani, nuovi, di migranti in cerca di cittadinanza e gruppi “vecchi”, di anziani, di cittadini già assimilati e stanziali in cerca di una dimensione diversa e di un senso.

Le amministrazioni delle città spesso non sanno capire né il vecchio tantomeno il nuovo. L’unica risposta, a Milano come a Bologna, da destra come da sinistra, sembra essere la repressione. Lo sgombero forzato del dissenso per il ripristino della LEGALITA'. Il territorio degradato, al quale forse era stata ridata nuova vitale energia, torna ad essere spazio vuoto, comunque ipotecato. Non però da progetti sociali. Bensì destinato a svincoli stradali o a supermercati; vetro e cemento sparsi come calce viva a distruggere qualsiasi germe di socialità fosse rimasto.

Paolo Cottino, che prese parte in questo blog alla discussione sugli sgomberi operati dalla giunta Cofferati di lavoratori migranti rumeni e delle loro famiglie sul Lungoreno di Bologna, ha pubblicato nel Settembre 2003 per le edizioni Elèuthera un libro dal titolo “La Città Imprevista”, sottotitolo: “il dissenso nell’uso dello spazio urbano”. E’ un percorso partecipato e vivo alla scoperta di tre realtà di frontiera sviluppatesi nel territorio della metropoli Milanese.

La prima storia s’intitola “Sopravvivenza”. Edifici abbandonati, ruderi d’archeologia industriale occupati silenziosamente da migranti di tutte le provenienze. Esseri umani usati (sfruttati) di giorno dalla “città ufficiale” e dai suoi meccanismi produttivi (sfruttati a prescindere dall’esistenza o dalla regolarità dei loro permessi di soggiorno !?), sono dimenticati la notte, l’inverno, nel bisogno e nella malattia. Solo la carità disinteressata di organizzazioni di volontari cerca nell’indifferenza ipocrita dei governi di supplire le carenze del sistema. Superando anche le diffidenze e i sospetti di questi nuovi cittadini, alcuni anomali e imprevisti soggetti, porta loro umanità senza nulla in cambio. Senza profitto.

La seconda storia, “La Strada Creola”, racconta le vicissitudini un mercato di strada dove convivono culture, etnie e mestieri e dove strenuamente si cerca di mantenere in vita arti, consuetudini e memorie viceversa travolte dai ritmi e dagli obiettivi di questa società, che distrugge tutto ciò che ritiene non funzionale al suo sterile riprodursi.

Nell’ultima storia, “Terra e Libertà”, Paolo Cottino ci porta in un ritaglio di terreno di periferia risparmiato (chissà come) dal selvaggio sviluppo urbano e trasformato in orto dalla pazienza mite e dalla laboriosità di singoli. In questa oasi circondata da palazzi dormitorio, anziani trascorrono ore serene in un rapporto di totale simbiosi e di amore con la terra, con la natura e suoi ritmi stagionali riscoperti. Ma anche questa è un’opzione imprevista, non contemplata, nei disegni e nelle politiche urbane. Così sarà necessaria, anche in questo caso, una lotta appassionata per rivendicare quegli spazi. Spazi a cui la “politica” sembra non riconoscere alcun valore sociale, malgrado riescano a tenere attive e vive persone alle quali la “città prevista” non ha nulla da offrire.

Tre storie a suo modo dolcissime e nel contempo amare, dense di umanità. Storie a cui questa società purtroppo sa rispondere solo con parole, e ahimè con azioni, quali: “Allontanamento”, “Regolazione”, “Abbattimento”.

L’ennesima riprova, ce ne fosse bisogno, che questo modello di sviluppo è sbagliato fin dalle radici.

 

postato da: GabrielParadisi alle ore 17/01/2006 13:03 | Permalink | commenti
categoria:politiche sociali, immigrazione e legalitÃ