venerdì, 01 settembre 2006

Settembre

Settembre...
…Ricordo ancora quell'11 Settembre…
 
Uno dei tanti, dei troppi… 11 Settembre.
E sempre immancabile,
solo quel colore di morte.
Nero.
Settembre nero di Giordania.
Nero come lo sguardo di un generale cileno.
Come il fumo nero
che si leva da torri in fiamme sull’isola-collina.
"Black operations" with "sleeping gas": Laos 1970
 
Forse sarà...
quest'aria di settembre…
 
Un tempo amavo Settembre. Il languore dolce dei violini coi loro primi, timidi singulti. Quando l’aria diventava densa. Una lanugine, foschia, ancora tiepida…
Settembre: anticamera cheta di autunni caldi, inverni gelidi, primavere piovose…
Settembre: incipit e presagio di stagioni sofferte quando l’adolescenza, però, era ancora robusta. Senza paure o stanchezze.
Alla prima luna di Settembre s’inchinano sette lune!
 
Come i gol che facevo
contro una porta di legno
con le ginocchia sbucciate
d’esterno... gol...
 
Ed ecco disegnarsi nel cielo Nero
Traiettorie d’aerei…
Forse sarà
quest'aria di settembre…
E la mia mamma che chiama
che è gia pronta la cena
ma voglio ancora giocare
un po'!
“…E allora salvalo amore
questo bambino che trema
che vuole tutto l'amore che c'è…
 
...“Svegliatemi, quando finisce settembre!”...

Mi è venuta in mente una partita… un settembre di tanti anni fa… grigio, cupo quel settembre.
Era il 1973. Lo ricordo come fosse ora. L’11 (sassolino bianco… a volte, dicono, le date….), i fascisti del generale Pinochet (praticamente un traditore) avevano fatto il golpe in Cile.
Allende prima di morire, quello stesso giorno, aveva lanciato un’ultima straziante poesia che ancora oggi, (ancora oggi!), solca i cieli… "Ho fiducia nel Cile e nel suo destino. Non dubitate che, e non troppo tardi, si apriranno i grandi viali per i quali passa l’uomo libero per costruire una società migliore"…
Invece quel giorno passavano solo carri armati. Poi i cannoni. E gli aerei che bombardavano la Moneda...
Poi iniziarono subito le persecuzioni e gli arresti di massa. Lo stadio Nacional di Santiago diventò un’enorme prigione a cielo aperto. La Croce Rossa parlò di 7000 persone detenute nello stadio solo nei primi dieci giorni successivi al golpe. Molti vennero uccisi o torturati.
Anni dopo lessi la testimonianza di un ragazzo di 16 anni che era stato portato lì prigioniero:
"Avrei pagato chissà quanto, fino a pochi giorni or sono, pur di ritrovarmi qui, sull'erba odorosa di pioggia e di primavera dell'Estadio Nacional, con la maglia rossa della nazionale cilena. Indossavo la maglietta con il numero 6 della nazionale, un regalo di nonno Isidoro; mi raccontò di averla avuta da Francisco Valdés in persona, Capitano e idolo del Colo Colo, la squadra di tutto il popolo cileno unito, la squadra di Pablo Neruda...
Erano venuti a prendermi durante la partitella del giovedì, sul nostro campo spellacchiato alla periferia di Santiago… La camionetta comparve intorno al quarto d'ora della ripresa, eravamo sul 2-2. Le ruote frenarono arroganti in mezzo al campo, a zittire il vocìo dei calciatori, del mister che sbraitava consigli, di qualche attonito parente-spettatore. In un attimo di paralisi e di terrore mi furono addosso due elmetti di ferro verdoso, i mitra a penzoloni lungo le cosce, occhi spiritati e unghie sudicie. Mi spintonarono sul mezzo marziale e ripartirono, senza un perché. Mi voltai indietro, verso il mio pomeriggio interrotto, subito distolto da una mano nera che mi artigliava al cuore e strappava alla maglia lo stemma del Cile. Le lacrime mi si serrarono in gola, né riuscivo a pronunciare parola, mentre la città prendeva a scorrermi sotto gli occhi, mai così assurda e allucinata, lungo un tragitto che avevo percorso tante volte, verso l'Estadio Nacional, il tempio del nostro fútbol, l'orgoglio di tutto il Cile.La camionetta trovò i cancelli spalancati senza nemmeno pagare, fino oltre il portellone aperto sul terreno di gioco. I battistrada grezzi dei pneumatici violarono la libertà del prato e inchiodarono a centrocampo, dove mi spintonarono giù, in mezzo a tutti gli altri. Avrei pagato chissà quanto, fino a pochi giorni or sono, pur di ritrovarmi qui, sull'erba odorosa di pioggia e di primavera…Ma qui non si gioca nessuna partita: i miei compagni di squadra (compagni?, compañeros?, quale orribile espressione, smidollata e comunista, bandita una volta per tutte nel Cile augusto e risorto del generale Pinochet… Augusto) pascolano per il prato come bestie rassegnate al macello, occhi atterriti e stanchi cercano un perché fra i fili dell'erba, sorvegliati a vista da un avversario più grande di tutti noi, armato fino ai denti serrati, l'emblema nazionale sulle divise, sugli elmetti, sulle lamiere blindate.Il pubblico sugli spalti siamo sempre noi, senza più bandiere né voci per incitare, così in troppi che non sanno più dove nasconderci, ostaggi di un regime dagli occhi adunchi e neri…
Quanto sembra diverso, ora, questo stadio, e quanto sembra irriconoscibile la mia maglietta rossa, la maglia della nazionale cilena che proprio qui, in questo stadio, si giocherà la qualificazione ai prossimi mondiali in Germania: lo spareggio di andata, a Mosca con i sovietici, è terminato 0-0 e davanti al nostro pubblico festoso vinceremo senza dubbio: finirà uno a zero, lo sento, e il gol sarà di questa maglia, del capitano Valdés, ne sono sicuro; ne ero sicuro, fino a pochi giorni or sono….
Occhi sconosciuti e disperati mi vengono vicino, vogliono bisbigliarmi qualcosa, hanno la barba lunga da giorni: è morto anche Neruda, sussurra la voce sdentata, immediatamente zittita dal grido rauco e isterico del militare che accorre, la ferisce con un calcio di fucile alla bocca, la stende a terra, la umilia con un altro calcio, al basso ventre, questo non è più calcio, arbitro!, è fallo, un fallo da espulsione. Ma nessun fischietto interviene imperioso, non c'è il boato della folla indignata. E’ morto anche Neruda
"…
E tutto accadeva in quel buio e cupo mese di settembre. Era il 1973.
L’11 c'era stato il golpe; il 23 la morte di Neruda. Con la speranza, in Cile, moriva anche la Poesia…
Passarono settimane. Buie, cupe. Nel mondo le persone libere e sensibili fecero sentire la loro voce, la loro protesta. Debole, ma era tutto quello che si poteva fare. Poteri più forti avevano stabilito e deciso ogni cosa.
Da noi, in provincia, giunsero gruppi di rifugiati cileni e insieme a loro si dipinsero murales sulle pareti del Liceo e in altri punti della città.
Passarono mesi. Bui, cupi. Il 21 novembre 1973 si doveva giocare a Santiago la famosa e decisiva partita per la qualificazione ai mondiali: Cile-URSS. In quello stesso stadio appena sgombrato dai prigionieri, dal piscio, dal vomito. Dal sangue.
La squadra sovietica boicottò l’evento. Ma le autorità cilene decisero che la partita si sarebbe dovuta giocare comunque. Si sarebbe dovuta giocare lo stesso. Le autorità decisero anche chi avrebbe segnato il gol della VITTORIA! Proprio lui: Francisco Valdes.
Vent’anni dopo il mitico capitano della nazionale cilena ormai cinquantenne, si sentì di scrivere una lettera proprio a Pablo Neruda per dirgli tutto quello che aveva tenuto dentro per così tanti anni. Per me è una lettera stupenda. E ci ho scritto sopra anche una brutta poesia…
"Querido Don Pablo ,
mi permetto di rivolgermi in questo modo un po’ colloquiale, e forse irriverente, per annullare la distanza che da troppo tempo mi provoca dolore. Mi chiamo Francisco Valdes, ho 50 anni compiuti l’altro ieri, una moglie e un figlio, che ho chiamato Pablo, come lei, nato il 20 Luglio 1977. Faccio l’impiegato in una banca di Santiago e guadagno abbastanza bene. Le scrivo per togliermi un peso enorme dalla coscienza, sono quasi vent’anni che me lo porto dentro.Era il 21 Novembre del 1973. Allo stadio Nacional di Santiago era in programma la partita di calcio Cile – Urss, spareggio per andare ai Mondiali in Germania Ovest l’anno successivo. Io ero il capitano del Cile, portavo la maglia numero 6. All’andata avevamo pareggiato 0-0, un buon risultato: contavamo di vincere con l’aiuto del nostro pubblico.I gironi precedenti la gara furono un inferno: la nazionale sovietica comunicò che non intendeva venire a giocare a Santiago per protesta contro il golpe fascista del generale Pinochet. I nostri dirigenti, su suggerimento della federazione internazionale, ci obbligarono a scendere in campo ugualmente: il Cile, l’arbitro, un austriaco, ricordo, e nessun avversario. Un caso unico nella storia del calcio. L’ordine era semplice: al fischio d’avvio, avremmo dovuto inscenare un’azione e fare un gol. Subito dopo l’arbitro avrebbe fischiato la fine di una partita mai disputata, il Cile avrebbe vinto e si sarebbe qualificato per i Mondiali. Mi sembrava tutto così irreale…Ero il capitano, come le ho detto, e negli spogliatoi, pochi istanti prima di andare in campo, venne il presidente della federazione cilena e mi disse: "Francisco, il gol devi segnarlo tu". Mi sentii crollare il mondo addosso, schiacciato da una responsabilità che non avrei mai voluto sopportare. Ma non ebbi la forza di rifiutare. Stavo diventando il personaggio chiave di una farsa che avrebbe fatto il giro del mondo, me ne rendevo perfettamente conto, stavo diventando un simbolo non solo sportivo ma anche politico. Si, perche’ quella partita era soprattutto politica: il regime di Pinochet voleva dimostrare la propria forza al mondo che condannava la sua violenza. E io ero stato scelto per un gioco più grande di me, don Pablo. Uno strano caso del destino, capisce? Mi interessavo di politica, a quel tempo. Ma in silenzio, non si poteva alzare la voce di fronte ai mitra dei soldati. O meglio, io non ne avevo il coraggio. Mio padre Eduardo, che era morto qualche anno prima, aveva fatto l’operaio per tutta la vita e si era rovinato a forza di lavorare: dieci, dodici ore al giorno, e pochi soldi in tasca alla fine del mese. Non era facile farli bastare per me, mia madre e mia sorella Laura. Mi diceva sempre mio padre: "Paco, voi giovani dovete cercare di cambiare questo sporco sistema: io lavoro come un pazzo e il mio padrone si arricchisce. Non è giusto". Capii con il passare degli anni quelle parole, quando già andavo al liceo, e studiavo, e leggevo e imparavo a conoscere come girano le cose al mondo. Mio padre aveva voluto a tutti i costi che non abbandonassi la scuola, anche se in casa ci sarebbe stato bisogno di uno stipendio in piu’: "Non ti preoccupare" diceva a mia madre "ci penso io, faccio gli straordinari, ma Paco e Laura devono studiare". Mi allacciai le scarpe quel giorno, con una lentezza insolita che mi spiegai soltanto in un modo: volevo rallentare il tempo, volevo che il momento di quel gol già deciso non arrivasse mai. Venne l’arbitro negli spogliatoi, ricordo che fece l’appello, nome per nome, numero per numero, poi uscimmo sul campo. C’era una folla incredibile, bandiere che sventolavano, gente che urlava.Pensavo: ma che avranno da urlare? Stiamo vivendo con i militari agli angoli delle strade con i carri armati che circolano sui viali di Santiago come se fossero padroni della città, spariscono persone e non si trovano più, ci sono donne che vanno alla polizia per cercare i loro mariti e i loro figli: che ci sarà mai da urlare di gioia? Poi capii: quella partita e quella qualificazione ai Mondiali ormai stabilita, perchè tutti sapevano che l’Urss non si sarebbe mai presentata, era in fondo un modo per dimenticare la tristezza. E quel pensiero, per un attimo, mi fece coraggio. L’arbitro fischiò l’inizio della partita e io corsi verso la porta. Non ricordo chi mi passò il pallone: sono dieci o venti secondi completamente cancellati dalla memoria. Segnai senza accorgermene e corsi subito negli spogliatoi, tra il frastuono delle trombe e il canto dei tifosi. Vomitai. Venne l’allenatore e mi chiese se stavo bene. Dovevo tornare in campo, perche’ la federazione cilena, sapendo della rinuncia dell’Urss, dopo la farsa del mio gol, aveva organizzato un’amichevole contro il Santos: il pubblico aspettava. "Non ce la faccio" risposi, "mi sento male". L’allenatore, che mi conosceva da molto tempo, non fece altre domande. "Va bene, per questa volta faremo a meno di te". Tornai a casa e mi misi a letto. Ero sconvolto.Non lessi i giornali per tre giorni. Rimasi sempre in casa a pensare: il gol, la gente che esultava in quello stadio che avevano sgomberato poche ore prima dai prigionieri politici che il regime chiamava sovversivi. Erano ragazzi come me, la cui unica colpa era quella di aver dichiarato le proprie idee. Io, invece, ero un vigliacco, uno che aveva segnato quel gol, uno che non aveva saputo dire no, e che era diventato un simbolo, andando contro i principi secondo i quali ero cresciuto. Capii, in quei giorni, quanta differenza ci sia tra la teoria e la pratica, quanto sia facile parlare di liberta’ e quanto sia complicato realizzarla. Mi sentivo lacerato.Si chiederà, don Pablo: perchè scrive proprio a me? Che cosa c’entro io con tutta questa storia? Le ho detto prima che questa lettera e’ un modo per liberarmi la coscienza da un peso insopportabile. Ora mi spiego.Quando lei morì, il 23 settembre 1973, mentre Santiago viveva il momento più tragico della sua storia, io mi sentii perso, smarrito, senza guida. Ricordo che presi dalla mia biblioteca un libro e cominciai a leggere una poesia, e la ripetei all’infinito, per ore e ore, fino a che non entrò dentro di me, fino a che non divenne una parte di me. Il giorno successivo c’ero anche io ai suoi funerali: eravamo in trecento, suonarono l’Internazionale e vidi la sua casa di via Marques de la Plata completamente distrutta dalla crudeltà dei militari che volevano sotterrare per sempre la sua presenza. Stavo nascosto in mezzo alla folla. Qualcuno urlò il suo nome e un’altra voce rispose forte: "Presente". E poi ancora. E ancora. E tutti gridarono "presente". Poi altre parole e un altro grido. "Compagno Salvador Allende". Quel nome gelò la folla. Era la prima volta che veniva pronunciato in pubblico da quando i militari di Pinochet lo avevano ammazzato, pochi giorni prima. Io tremavo dentro, vedevo i mitra dei soldati, i loro occhi che squadravano minacciosi la gente del corteo, come se volessero fissarsi in mente i volti di quelle persone. Chissà, forse vorranno denunciarci, arrestarci, torturarci, pensavo… E avevo paura, tanta paura. Ma restai li dov’ero, un pò coperto, un pò nascosto: vigliaccamente nascosto, penso oggi. Quando tornai a casa, piansi, e pensai a mio padre, e mi rimproverai per non aver avuto il coraggio di gridare anch’io "presente", come tutti gli altri del corteo. Non ce l’avevo fatta. Come non ce la feci quel giorno allo stadio di Santiago.Ecco perchè le scrivo oggi, don Pablo Neruda. Oggi, 12 dicembre 1992, giorno in cui la sua salma finalmente e’ ritornata a Isla Negra, a casa sua, dopo gli anni di esilio in un cimitero anonimo. Segnare quel gol, per me, e’ stato un tradimento che non mi sono mai perdonato. Le lascio questa lettera davanti alla porta, sperando di aver saldato il debito, ma consapevole che la ferita non si puo’ rimarginare solo con le parole. Asì es la vida.
Con affetto e devozione
Francisco Valdes"



Il gol di Francisco

Muy Querido Don Francisco
è passato tanto tempo da allora.
Da quel giorno di novembre (era la fine!),
oscuro come il profilo della cordigliera,
come i cuori sugli spalti. . .
Cupo. Ch’era vivo ancora
il ricordo, il grido, il pianto
della gente su quel prato (muta)
sotto il tiro dei fucili. . .
Ch’era vivo ancora
il volo a finire sull’oceano infinito
e il sangue sulle sedie nei garage,
come altrove, dimore per gli dei (muti).
Muy Querido Don Francisco
ricordo ancora quella prima azione. L’ultima.
Sgomento a dribblare fantasmi,
a saltare ombre trasparenti,
entrate a gamba tesa sugli stinchi,
ginocchiate a tradimento allo stomaco,
feroci, come pelle scorticata.
Poi la porta si spalancò davanti. Vuota.
Come mai era stata,
come mai avrebbe dovuto essere.
Il vuoto.
Tra i pali, nella mente ronzante, nel cuore in tumulto. Il vuoto.
" Francisco, il gol devi segnarlo tu! "
Come sarebbe stato bello tirare fuori quella palla. . .
calciarla lontano verso le nuvole. . .
e rivedere così Don Pablo di bel nuovo cantare
lassù nel cielo. . .
e risentire l’azzurro sorriso. . . della Poesia.
Come sarebbe stato bello. . .
Invece
fu solo vomito negli spogliatoi
e dolore senza fine
per gli anni a venire.
Don Francisco, mi querido, asì es la vida.

* Nel settembre dello scorso anno pubblicai questo pezzo sul blog (bellissimo) di un amico di rete. Solaris. Fu praticamente il mio primo approccio al mondo dei blog. Di lì a poche settimane ne avrei aperto uno pure io. Questo. E' pertanto un anniversario da ricordare. Come non si può dimenticare il settembre del 1973.
postato da: GabrielParadisi alle ore 01/09/2006 00:17 | Permalink | commenti (2)
categoria:cile, poesia e impegno
lunedì, 05 giugno 2006

Intellettualità Diffusa

“Le arti devono essere usate come l’antidoto di riferimento alla nostra condizione disperante di homo homini lupus” Eugenio Nardelli, “Il Flauto di Pan”

 

Bologna, 31 maggio 2006, XM24

Possibile traccia pubblica di Manifesto

 

Si è discusso per dar vita ad una "comunità intellettuale dal basso" che sappia cooperare trasversalmente ai saperi e alle sensibilità, al fine di far nascere una rete di singolarità attive e situazionali (cioè in situazioni di trasformazione ed impegno esistenziale-poetico-artistico-politico) in Bologna o ovunque lo si ritenga necessario, in quanto esseri naturali o esseri cosmopoliti-culturali gettati nel mondo.

 

Per iniziare il nostro cammino comune di ricerca ed azione, è sicuramente indispensabile tracciare percorsi traversali e plurali in senso artistico-politico-sociale, dotarsi di  un background culturale per affrontare il presente fatto di noia, depressione e spettacolarizzazione dell'esistente nei vari programmi spazzatura televisiva.

Riteniamo che per fare questo sia indispensabile partire dalla riflessione su vita e testi di poeti o poetesse, su  movimenti ed avanguardie artistiche europee, che neppure il passare del tempo ne cancella il valore, fino alle esperienze espressive contemporanee.

Si annota nella nostra informale conversazione costituente "di intellettualità diffusa" che nelle nostre attuali letture, questo riiniziare da grandi poeti e poetesse (quali Baudelaire, Rimbaud, Saffo o dai dadaisti ...) consenta ora in questo nuovo riattraversamento l'acquisizione di nuove consapevolezze  rispetto alle prime letture (magari adolescenziali) e che ci induca ad una re-ispirazione poetica e ad un ri-impegno esistenziale e politico, spingendoci  alla riattivazione della scrittura per ciascuno di noi.

 

Questi percorsi di riattivazione comune possono concretizzarsi, a partire dall'autunno, in un ciclo di serate in forma "dialoghi" ed in forma "nomadica" attraverso la città nei differenti luoghi d'aggregazione dell'attuale contestazione all'esistente dominante e luoghi dell'impegno attivo a rinventare testi e mondi possibili, con letture, discussioni e presentazioni anche di scritture originali, per proseguire, ricreare "situazioni poetiche singolare e comune" in movimento......

 

Si è discusso sul ruolo dell'intellettuale.

Si è detto che l’intellettuale che abbiamo visto agire nei secoli precedenti, era una figura etica ed estetica o politica che prevalentemente proveniva e per questo tradiva la sua classe d'appartenenza aristocratica e borghese, passando e schierandosi con le classi subalterne o con figure marginali quali prostitute, ladri, barboni, poveri, tradiva la sua condizione sociale di privilegio, figura spesso singolare che pensava criticamente le forme dominanti in termini universalistici di diritti e libertà, riuscendo ad andare al di là e contro il proprio particolare mondo culturale e materiale dominante, mettendo così la sua intelligenza al servizio della società degli analfabeti e degli esclusi, capace di riflettere e di far riflettere sulla sofferenza ed il dolore di queste vite umane marginalizzate culturalmente e miserabili materialmente.

La scolarizzazione di massa degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, aveva creato molte aspettative fra coloro che lottavano per le vecchie e nuove libertà civili e la giustizia sociale.

S’era sognato che potesse emergere da questi margini che andavano via via scolarizzandosi dalle scuole di base alle università, di una intellettualità critica di massa, capace di pensare per sè ma anche per la marginalità che la società capitalista sempre genera nella sua permanente ineguaglianza di condizioni economico-sociali.

Si è pensato cioè che questa coscienza che andava acquisendosi con lo studio e con le lotte per "l'accesso alle varie istituzioni culturali e al tempo libero" da parte di molti giovani e giovanissime  provenienti dalle classsi subalterne operaie, contadine ed artigiane, generassero una concatenazione desiderante e pensante di intellettualità diffuse.

In realtà questo sogno non s’è avverato anzi è prevalsa, una autovalorizzazione culturale individuale in forma prevalentemente tecnica e strumentale al fare produttivo creativo emergente e non al pensare comune, critico ed immaginativo, un fare economico autonomo mistificato dall'idea di coniugare senso, creatività e produzione, molto spesso nel cuore del  sistema produttivo capitalista, in forma di new economy, ma insignificante dal punto di vista di visioni di mondi possibili per tutti,  che ha portato a forme di intellettualità strumentali, al servizio della propria o amicale condizione, o di quella emergente in forma sempre più precaria e con redditi incerti.

 

S’è ragionato anche sulla complessità della realtà attuale che probabilmente esclude la possibilità d'esistenza di un intellettuale classico dallo sguardo universale a cui eravamo abituati a conoscere nella prima modernità, ma viceversa s’è ribadito come sia possibile pensare l’intellettualità in termini non più universali ma singolari e comuni, inteso  come insieme di reti di esperienze, di competenze di sensibilità, che sappiano concatenare gli sguardi frammentati che ci consegna la tarda modernità esplosa nella postmodernità, ricca di possibilità dataci dal mosaico delle singolarità che ci ridona di nuovo completezza nel vedere critico singolare e comune.

 

In tal senso s’è ribadita la necessità di instaurare con la “Tecnologia” un rapporto proficuo, ma strumentale alle nuove forme di vita emergenti e non viceversa come accade oggi con il virtualismo degli isolati e degli affascinati.

Scienza e Tecnica possono, anzi debbono, essere intesi come possibilità, purché siano viste come mezzi da utilizzare al servizio dei vari mondi viventi. L'uso intelligente delle tecnologie messe a disposizione della "società dei singoli" può rappresentare quindi una grande occasione anche per lo scambio di conoscenze e per l’ampliamento degli orizzonti interculturali e dei contatti interpersonali.

 

Riflettendo sulla “realtà virtuale” e sui rischi (soprattutto per le generazioni più giovani) che essa, li possa ridurre in schiavitù o servitù volontaria, s’è riaffermata la necessità di riappropriarsi della sensualità data dalla fisicità dei corpi e degli ambienti, quindi di una geo-sofia o eco-sofia delle realtà im-materiali complesse nei suoi segni e nei suoi sensi in divenire: realtà im-materiali fatte di cose da toccare, da odorare e da pensare, da camminare e così via, con la nostra voce e i nostri passi attraverso le porte della percezione e dei vari mondi.

 

Ragionando sul rapporto individuo-massa s’è ribadito come la comunità possa enfatizzare le singolarità.

La singolarità attraversando la massa, come una particella elementare nel suo attraversamento  della materia, può ricevere dalla comunità attraversata energia per sè, ma in questo attraversamento cede anche energia in eccesso alla massa.

 

Singolare-Comune.

Si pensa di progettare quest'anno per realizzare la prossima primavera (a trent’anni dai fatti) una rievocazione del 1977 bolognese, sviluppando l’idea di un collegamento immaginale tra il 18 marzo 1871, data d'inizio di rivolta della Comune di Parigi a cui partecipò attivamente Rimbaud e l'11 marzo 1977 bolognese, data d'insorgenza simultanea in molte altre città italiane contro autoritarismi e no future delle nuove generazioni scolarizzate e in via di precarizzazione di vita e società.

S’è sottolineato come Bologna fu “veggente” anticipando temi come la creatività, la precarietà e le non garanzie che sono esplosi oggi in tutta la loro virulenza sociale.

 

Bologna.

Relativamente all’attuale situazione amministrativa e di governo della città di Bologna, non risparmiando critiche al "nostro" sindaco ottuso e tardo-positivista, a cui consigliamo per l'estate di leggersi Nietsche fumandosi una canna per provare a liberarsi di quella corazza da caserma,  corazza caratteriale mistica-politica e sessuofoba, (di libido non liberamente espressa) di cui parlava W. Reich a proposito degli “autoritarismi e totalitarismi del Novecento".

 

S’è pensato di costituire una situazione-spazio schizoanalitico (divenire altro... minorità in senso deleuziano) per singolarità (campi di forze individuali o collettive) critiche e sensibilità mutanti all’interno della città, che funga da laboratorio di partecipazione, di mediazione e superamento dell’attuale collante amministrativo politico paranoico rappresentato dal cofferatismo per nulla cyberg e molto orwelliano.

 

N-oi c'immaginiamo una democrazia aperta, partecipata, contestabile e pacifica.

 

Aperta

ai conflitti interiori ed esteriori

 

Pacifica

che ripudia le guerre intese come risoluzioni muscolari e militari dei conflitti sia interni al paese che esterni al paese; che ripudia il terrorismo non solo delle opposizioni ma anche degli stati

 

Un’occasione per la prima comparsa  "dell'intellettualità diffusa" può essere il Rave Party di luglio, operando affinché le componenti del movimento antiproibizionista interessate all’evento possano manifestare ma anche accettare una mediazione possibile con l’amministrazione in nome del rispetto della città antica e della sua popolazione, ma nello stesso tempo  che l'amministrazione e la città nel suo insieme  possano concedere un percorso critico e musicale in quello spazio moderno che sono i viali, che non sono per nulla il ghetto o il confino, ma l'interfaccia tra l'antica città ed le altre nuove città.

 

Un esempio potrebbe essere una parata simbolica che pur dispiegando mezzi e corpi  e che pur partendo dal cuore della città, sia comunque “silenziosa e rispettosa” fino al raggiungimento di aree esterne meno problematiche: i viali o la periferia delle città nuove.

Siamo per la centralità della banlieue, non pensiamo come pensa il potere in termini centralistici ma periferici come le nuove emergenze sociali.

 

In piazza si può anche pensare in contemporanea un reading poetico che valorizzi questo evento tecno-orgiastico-sintetico, con letture di testi, da Saffo in poi, per evidenziare il filo dionisiaco che lega quelle manifestazioni naturali di festa popolare con quelle culturali e tecnologiche.

 

Circa Cofferati-Nosferrati (il vampiro delle partecipazioni), s’è criticato il suo dirigismo realista vecchio stampo, quando si riteneva ancora il partito strategico e la massa tattica.

Da tempo un ribaltamento di questa situazione sembrava essersi affermato e diffuso a sinistra, dopo il sessantotto in Europa.

Lenin in quell'occasione era stato messo a testa in giù, non nel senso macabro dell'impiccato ma nel senso simbolico del rovesciamento della visione leninista, la massa o la moltitudine delle singolarità comuni era divenuta strategica e il partito o i partiti tattici.

Un esempio concreto è stato di certo l’”annullamento” del PRC all’interno del movimento dei movimenti, pur mantenendo per alcuni versi la responsabilità rispetto della durata rispetto all'ultimo sguardo dei movimenti.

Il loro sguardo è sempre l'ultimo sguardo ma può essere anche l'ultimo sguardo prima di scomparire per sempre.

 

Pino De March, Alfredo Stori, Marco Lanza, Gabriele Paradisi

 

postato da: GabrielParadisi alle ore 05/06/2006 18:50 | Permalink | commenti (2)
categoria:poesia e impegno
mercoledì, 31 maggio 2006

Bologna veggente

Bologna! Bologna!

“…le tette sul piano padano e il culo sui colli…”

Bologna la dotta, la grassa e sazia. La disperata Bologna…

Ci arrivai un giorno d’estate alla fine degli anni ’70

Sbarbatello frizzante d’euforico entusiasmo…

Bologna bambina per bene. Bologna busona”.
Colpivano, noi provinciali, i suoi panini imbottiti
e la penombra dolce dei portici…

cosce calde di mamma Bologna…”

Bologna carnale e corporea… Sudata e pregna d’odori…

Bologna ombelico di tutto”. Singolare Bologna.

Parigi in minore”. I bar all'aperto (...i dehors)... i bistrot...

Della rive gauche l'odore… con Sartre che pontificava”…

L’ESISTENZIALISMO, l’ESISTENZIALISMO al potere!!!!

“…e Baudelaire fra l'assenzio cantava”…

Lo SPLEEN, lo SPLEEN al potere!!!!

Singolare Bologna... Comune Parigi...

11 marzo (1977)... 18 marzo (1871)...

Bologna veggente!

“...Attraverso il ragionato disordine di tutti i sensi...

tutte le forme d'amore…

di sofferenza...

tutte le forme di follia”...

La Cara Grande Anima scorazzava imberbe sulle barricate

mangiando nere ciliegie...

Il rosso del sangue e delle bandiere scorreva sui muri...

Altri ragazzini (portati dalla settima onda)

raccoglievano sampietrini e colori

sui nuovi muri della vecchia Europa (…dai parapetti antichi)…

“Mamma dammi la benza!”...

La società è disgregante, la disgregazione è angosciante, l'angoscia è disperante, la disperazione è delirante (…il delirio è inconcludente)”…
Alice, intanto, guardava i gatti dal civico 41 del Pratello...

Bestemmia secca quando sfondarono la porta.

Bologna e la repressione: Bo-gogna!

I carriarmati in via Zamboni;

i celerini dietro le colonne pitturate dagli indiani.

Metropoli fumante di fuochi e di incendi.

Di ragazzi morti ammazzati e di proiettili nel muro…

A distanza di trent’anni.

Bologna Veggente: il futuro è dei non garantiti!!!

A distanza di trent’anni.

La notte (sospensione di ogni schiavitù),

la precaria notte,

s’estendeva oscura avanguardia del disagio

Bologna! Bologna! Cupa Bologna dei vampiri.

Grande Malata. Somma Sapiente

che sa quel che conta e che vale…”

che “mi spingi”, ancora una volta, “ad un singhiozzo e ad un rutto…

rimorso per quel che m' hai dato, che è quasi ricordo, e in odor di passato”...

Ma se, anche smarrito, finissi col perder l'intelligenza delle mie visioni,

LE HO PUR VEDUTE!!!

Con l'amico Pino De March (poetic-attivista ed ex settantasettino, sue le poesie che seguono) e altri spiriti, stiamo cercando di sviluppare alcune esperienze artistiche e di impegno a Bologna. Bologna, una città viva come sempre, malgrado il rigurgito di “legalità”.

Un’idea abbozzata per ora. Un progetto per la prossima primavera che verrà.

A trent’anni (e a 136) da altri marzi radiosi. Un ponte simbolico, artistico e r-esistente tra Bologna e Parigi. Singolare e Comune. Due momenti speciali e unici da non dimenticare… per continuare a sognare… per continuare a sperare… anche oggi… ancora oggi…

(Ringrazio infine anche un altro provinciale sbarcato a Bologna qualche anno prima di me che l’ha saputa cantare, tra un bicchiere di vino e un sospiro, come pochi altri: Francesco Guccini).

Tra le macerie di vetri infranti di bottiglie e di città

 

Ho camminato tra le macerie di vetri infranti di bottiglie e di città fino al tramonto

Corpi depressi tra mute di cani coricati sulle piazze e sui teleschermi in movimenti d’indifferenza

Telecamere puntate su quelle forme umane sfigurate di nero spleen

Dentro battono cuori di carne incandescente ed agitata d’ormoni e di precarietà

Il calcolatore della questura visiona gli ultimi battiti cardiaci della moltitudine

Il vento della sera sposta qua e là fogli di finti gratuiti giornali

leggo non leggo ?

web non web?

metro o non  metro?

dilemmi postmoderni che sembrano ai molti e primi sguardi intelligenti,

forse perchè ti catturano quando sei ancora in uno stato ipnotico del primo mattino,

ma già a mezzogiorno questa effimera intelligenza sfigura in  pettegolezzo.

ultime merci notizie di governi, di guerra, di depressione e violenze familiari

divorate dalle pagine di pubblicità

in un frammento di un giorno che muore

Aspetto l’alba di un quotidiano che segni il gemito di un parto

Che si scopre subito nero avvelenato di particolato e avvolto in una nube bianca di diossina

Angoscia di molecole ancora viventi

Nel fumo del portico di un’osteria Osvaldo del Pratello

Segni di cocktail di corpi di visi semantici

silenzio di specchi dentro ad un bicchiere vuoto

che cattura gli stravolti segni della notte indecisa

all'alba sedersi nel sasso di una piazza ancora bollente, gridata e mal odorata di vino e di birra

guardare turbati al domani che si presenta inalterato di noia e d’ingiustizia

raggi di sole penetrano dai varchi murati della città ammutinata 

di realismo e  visioni ottuse di città imbalsamata

di un tardo governatore positivista

dal nome di un principe di Transilvania:  Nossferrati

sguardi ultimi su quel sasso per andare Avanti

nel futuro negato

riposare sul quel sasso lucidato dai mille passi

sasso termine guanciale d’eresie e d'amori di città

annegarsi nel  fiume di folla che riprende a scorrere

operai ed operai incrociano braccia ai cancelli delle fabbriche dismesse

tra cartelli di protesta mangiando gelati

studenti e studentesse incrociano corpi e gambe sul selciato della piazza delle sette chiese

fumando erbe d’infinito e d’oriente

e le pietre di sillabe e consonanti tracciano versi impossibili di metroletterarietà  

mentre fast fast fast il tempo

riprende nel cuore del giorno ad agitarsi tra mille telefonate e lavori  di seduzioni

impossibili, interinali, infernali

buona passeggiata nel cuore infernale della città del capitale molecolare

mi sussurra all’orecchio un androide bianco e nero delle penombre.

 

Impact punk in xm24

 

Cielo tempestoso nero-nero senza chiaro di luna  sulla Bolognina Resistente

E sulle sue strada sudate

nuova onda umana  dell’apocalisse punk 

mura narranti  e filo spinato nell’ex mercato

delimita il ghetto degli  erranti

quando il campanile suona le ventiquattro

spiriti dei luoghi vegani muovono i primi passi

fra le pieghe dei graffiti della ri-e-voluzione arborea-animale-umana

impact di ritmi

fiumane elettriche 

rivolta di varie generazioni

vecchi e nuovi raggi di sole e di luna

spuntano dalla massa rossa nera affilati come spade

sulle teste bionde di volti del sesto continente

rosso e nera sventola una bandiera sul palco dei officianti stregoni

voci  urlano e  cuori battono fino all’alba assonnata

I love eversion

“su avanti! La marcia, il fardello, il deserto, la noia e l’ira”

rabbiosa erotica  delicata aggressività in scarponi militari

in abiti nerissimi trapunti di chiodi di Londra e di Berlino

di corpo a corpo spinti ondeggiano 

Ceres e Marijuana aleggiano nella periferia e nell’aria di birra assieme

a Baudelaire, Rimbaud, Bakunin,  Debord e ai Sex Pistols

Esercitazioni di stile tutta la notte

per no future di r-esistenze di vitalità e di socialità sommerse

e il divenire altro e subito gioia 

giusta libertà sognata

vita in-quieta per redditi certi 

“quando mai andremo, oltre i monti e le rive a salutare la nascita (del nuovo reddito di cittadinanza) e della nuova saggezza,

la fuga dei tiranni (nossferratiani urbani) e dei demoni, la fine della superstizione (del neocapitalismo liberista),

ad adorare per primi! Natale sulla terra!

Il canto dei cieli, la marcia dei popoli!

Schiavi non malediciamo la vita.”

“ma che cos’è la vita ?

cadere sette volte

ed alzarsi otto”

da racconti popolari giapponesi

(appunti di viaggio di R. Barthes) 

 


postato da: GabrielParadisi alle ore 31/05/2006 14:32 | Permalink | commenti
categoria:poesia e impegno, immigrazione e legalitÃ