lunedì, 06 agosto 2007
Il “Patto”, seconda parte
di Enrix

Nel post del 27 giugno scorso “L’accordo Moro, l’amico Sextus Empiricus si poneva un quesito relativamente alla data di stipula del famoso “patto” segreto fra Italia e Palestinesi.
 
Ho raccolto pertanto alcune nuove riflessioni utili a dipanare il bandolo della matassa.
 
Riprendiamo dall’articolo di Sextus.
 
19 ottobre 1973: la data del “patto”?
Un preciso riferimento cronologico alla stipula di questo “patto” è attestato da Sergio Flamini in “La tela del ragno. Il delitto Moro”, Kaos edizioni, 1ª ed. maggio 1988, 5ª ed. aggiornata aprile 2003. Alle pagine 197-198 di quest’opera (un vero e proprio “classico” sul caso Moro) troviamo scritto:
“Il 19 ottobre 1973, presso l’Ambasciata italiana al Cairo, c’era stato un incontro fra il rappresentatnte dell’Olp, Said Wasfi Kamal, e diplomatici italiani, il primo consigliere Ranieri Tallarigo e il segretario Concetta Di Stefano in Grignano. Il rappresentante dell’Olp aveva chiesto la liberazione dei palestinesi arrestati per l’attentato all’aereo della El Al «e ha offerto l’impegno formale dell’Olp che nessuna azione dei feddayn si ripeterà in Italia qualora venga concessa la liberazione degli attuali detenuti» (Da un appunto “Riservatissimo” al Sid proveniente dal Cairo; cfr. sentenza-ordinanza del giudice istruttore Carlo Mastelloni, cit. [Tribunale di Venezia, procedimento penale nº 204 del 1983], pagg. 1.161-63.). La proposta era stata esaminata il 25 ottobre, nel corso di una riunione al ministero degli Esteri, durante la quale il rappresentante del Viminale – il vicequestore Silvano Russomanno, direttore della Divisione sicurezza interna – aveva sottolineato «la scarsa credibilità dell’impegno che gli organi ufficiali della resistenza palestinese assumerebbero in caso di liberazione dei cinque detenuti»; secondo Russomanno, dovevano «ritenersi del tutto fantasiosi i timori palesati circa possibili azioni delittuose da parte israeliana contro gli arabi». La riunione aveva dimostrato che sotto la direzione di Moro il ministero degli Esteri era impegnato a stabilire un’intesa con l’Olp per salvaguardare il territorio italiano da eventuali attacchi palestinesi, e dai pericoli di ritorsione da parte israeliana che stranamente Russomanno tendeva a escludere.”
 
Può essere che questo “accordo” dell’autunno 1973, nel pieno della guerra del Kippur (6-22 ottobre) non fosse altro che una reiterazione di un precedente “patto”.
NON SI SPIEGA PERÒ A QUESTO PUNTO L’ATTENTATO COMPIUTO IL 17 DICEMBRE DI QUELLO STESSO ANNO DA CINQUE TERRORISTI DI SETTEMBRE NERO ALL’AEROPORTO DI FIUMICINO CHE CAUSÒ 32 MORTI.”
 
Per meglio chiarire questo punto, suggerirei di esaminare alcuni nuovi documenti.
 
Io credo che da tutta la documentazione raccolta, si possa desumere che una data precisa di stipula del “patto” non esista, ma che le condizioni per lo stesso si siano realizzate attraverso una serie di incontri, pattuizioni successive, sottintesi, ed anche e soprattutto contestuali azioni terroristiche di “stimolo” ad una più precisa definizione dell’accordo, a partire dal 1972 e per gli anni successivi.
 
Trattandosi inoltre di un patto non scritto, le condizioni andavano per forza di cose “riviste” a seconda dei vari avvicendamenti politici, soprattutto nello scenario italiano.
Ad es. la morte di Moro (9 maggio 1978), dovette naturalmente creare non poche turbolenze all’interno del discusso “patto”.
 
Un contributo interessante alla ricerca è dato senz’altro dalle decine di migliaia di documenti preceduti da un dossier di oltre 500 pagine firmate dal giudice Carlo Mastelloni e depositate alla cancelleria del Tribunale di Venezia martedì 20 giugno 1989, nel contesto dell’inchiesta sui rapporti fra Italia-Servizi segreti e Olp denominata “Inchiesta Mastelloni” (cfr.: articolo di A. Carlucci da "Panorama" del 9 luglio 1989 “Rivelazioni /Il patto segreto Italia-Olp”), dove si legge:
Quei documenti raccolti con pazienza dal giudice Mastelloni saranno veramente preziosi quando gli storici potranno accedere liberamente agli archivi dello Stato per studiare e raccontare tutta la storia dei rapporti tra l'Italia e l'Olp, così come quelli che riguardano la politica estera nei confronti di Israele. A cominciare da un accordo segreto stilato subito dopo la seconda guerra mondiale e che prevedeva precisi impegni in materia di assistenza militare (v. il contributo 1786). Tanto che lo stesso magistrato ha intitolato uno dei capitoli della sua ordinanza di rinvio a giudizio "Filoarabi e filoisraeliani: un falso problema" per mettere in luce come l'Italia abbia sempre affrontato con la massima disinvoltura e spregiudicatezza i rapporti con israeliani e palestinesi.
Fu lo stesso Giovannone a spiegare perché mai fu spedito in fretta e furia a Beirut e accreditato presso la nostra ambasciata. Il colonnello dei servizi segreti chiese di dettare personalmente a verbale l'inizio della sua esperienza mediorientale, datata OTTOBRE 1972: "LE DIRETTIVE DEL GENERALE MICELI (a quel tempo era il capo del servizio segreto, ndr) ATTRIBUIVANO ESCLUSIVA PRIORITÀ ALLE INIZIATIVE DELLA SICUREZZA, MA È OVVIO CHE IL CONGELAMENTO DELLE OPERAZIONI TERRORISTICHE DA PARTE PALESTINESE A FAVORE DELL'ITALIA E DEI SUOI INTERESSI ALL'ESTERO AVREBBE POTUTO COMPORTARE FAVOREVOLI RIFLESSI. QUESTE DIRETTIVE SONO RIMASTE PERMANENTI".
(…) In quei mesi l'Italia aveva visto il suo territorio trasformarsi in campo di battaglia di guerre tra eserciti stranieri. A maggio due episodi: una donna venne bloccata prima che salisse a bordo di un volo Pan Am diretto a Beirut con la borsa carica di bombe a mano e gas lacrimogeno, strumenti buoni solo per un dirottamento. Riuscirono nella loro impresa tre terroristi giapponesi dell'Armata rossa: si imbarcarono a Fiumicino su un volo dell'Air France diretto a Tel Aviv e, al momento dello sbarco, aprirono il fuoco facendo strage di uomini, donne e bambini. PASSARONO SOLO DUE MESI E UN COMMANDO PALESTINESE FECE SALTARE, A TRIESTE, QUATTRO SERBATOI DI UN OLEODOTTO. TUTTI EPISODI CHE ACCELERARONO LA PARTENZA DI GIOVANNONE, CHE DA BEIRUT DOVETTE OCCUPARSI UN ANNO DOPO DELLE TRATTATIVE PER I QUATTRO PALESTINESI CHE VOLEVANO ABBATTERE A OSTIA UN AEREO DELLA EL AL (FURONO POI RICONSEGNATI AI LIBICI) E DELLA STRAGE (17 DICEMBRE 1973) DI FIUMICINO, 32 MORTI, UN AEREO DIROTTATO, LE AUTORITÀ POLITICHE ITALIANE, MORO IN TESTA, A SUGGERIRE AI GOVERNI GRECO, SIRIANO, KUWAITIANO DI NON USARE LE MANIERE FORTI CON I DIROTTATORI.
 
A questo punto, sarà bene ricostruire alcune date relative a quegli eventi.
 
5 SETTEMBRE 1973: “viene diramata la notizia dell’arresto di cinque terroristi arabi ad Ostia. Il commando palestinese era pronto per colpire un obiettivo sensibile israeliano (un aereo della compagnia di bandiera El Al). In realtà, la neutralizzazione della cellula di Settembre Nero che - il 14 gennaio 1973 - avrebbe dovuto colpire all’aeroporto di Fiumicino con lanciamissili portatili terra-aria di fabbricazione sovietica marca Strela l’aereo del primo ministro israeliano Golda MEIR (nella sua visita in Italia, il premier israeliano incontrò il presidente della Repubblica Giovanni LEONE e il Papa PAOLO VI), sarebbe da collocare in un periodo antecedente. Il controspionaggio del SID (l’Ufficio D, diretto dal generale Gian Adelio MALETTI), grazie alle informazioni fornite dal MOSSAD, sarebbe riuscito ad individuare e intercettare la cellula palestinese, proprio alla vigilia dell’arrivo in Italia del primo ministro israeliano. Gli arrestati sono: Ali AL TAYEB AL FERGANI di ALI, nato il 23 agosto 1947 a Gherian (Libia) alias Faiq ATIF AHMAD BUSAYSU, Ahmed GHASSAN AL HADITHI di AHMED, nato il 15 maggio 1947 a Bagdad (Iraq) alias GASSAN THAIR AHMADIS, Amin ELHENDI, nato a Colomb Behare (Algeria) alias Amin EL HINDI nato a Gaza il 9 gennaio 1941 alias Amin EL HINDI FAUZI, Gabriel KHOURI, nato il 3 marzo 1943 a Damasco alias Murid IZZ AL DIN DAJIANI alias Abua RAYALI, nato a Gaza nel 1943, Mohammed NABIL MAHMOUD AZMI KANJ, nato a Tripoli del Libano nel 1950 alias Said MAHMOUD HASSAN SADEK, nato nel 1944 ad Abu DEES (alias FA’IQU A’WASH). (da: L’almanacco dei misteri, “La dimensione sovranazionale del fenomeno eversivo”, elaborato redatto dal senatore A. Mantica e dall’onorevole V. Fragalà. Fa parte degli elaborati finali della “Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi”, XIII legislatura, Doc. XXIII, n. 64, vol. I, tomo V, Roma 31 luglio 2000.)
 
E a questo punto, riprendiamo il precedente testo di Flamigni:
 
19 OTTOBRE 1973 “presso l’Ambasciata italiana al Cairo, c’era stato un incontro fra il rappresentante dell’Olp, Said Wasfi Kamal, e diplomatici italiani, il primo consigliere Ranieri Tallarigo e il segretario Concetta Di Stefano in Grignano. Il rappresentante dell’Olp aveva chiesto la liberazione dei palestinesi arrestati per l’attentato all’aereo della El Al «e ha offerto l’impegno formale dell’Olp che nessuna azione dei feddayn si ripeterà in Italia qualora venga concessa la liberazione degli attuali detenuti» (Da un appunto “Riservatissimo” al Sid proveniente dal Cairo; cfr. sentenza-ordinanza del giudice istruttore Carlo Mastelloni, cit. [Tribunale di Venezia, procedimento penale nº 204 del 1983], pagg. 1.161-63.).
 
25 OTTOBRE 1973 riunione al ministero degli Esteri a Roma per la valutazione degli eventi relativi alla detenzione dei 5 palestinesi ed alle proposte di rilascio.
 
Continuiamo con la cronologia degli eventi secondo “L’almanacco dei misteri” (documento citato):
 
30 OTTOBRE 1973:  “i primi due qui citati (Ali AL TAYEB AL FERGANI di ALI e Ahmed GHASSAN AL HADITHI di AHMED) furono scarcerati e posti in libertà provvisoria su provvedimento del Tribunale di Roma. DOPO UN RINVIO A GIUDIZIO DISPOSTO IL 14 DICEMBRE 1973, FURONO LIBERATI ANCHE I RESTANTI TRE ESTREMISTI ARABI. I cinque - con sentenza del 27 febbraio 1974 - furono ritenuti responsabili dei reati di introduzione, detenzione e traffico di armi da guerra e relativo munizionamento allo scopo di eseguire una strage e condannati alla pena di anni 5 e mesi due di reclusione ciascuno.
 
31 OTTOBRE 1973, "all’atto della scarcerazione - scrive il giudice istruttore del Tribunale di Venezia, Carlo MASTELLONI, nella sua ordinanza-sentenza dell’11 dicembre 1998, relativa al proc. pen. n° 318/87 AGI e attinente al disastro aereo militare del DC3 Dakota Argo 16, avvenuto a Marghera il 23 novembre 1973 - i primi due furono ospitati in un appartamento a disposizione del Raggruppamento Centri CS di Roma presso via Quintino Sella e indi accompagnati all’aeroporto di Ciampino". Ad attenderli c’erano gli ufficiali del SID, col. Giovan Battista MINERVA, il cap. Antonio LABRUNA e il col. Stefano GIOVANNONE, nonché il ten. col. Enrico MILANI del SIOS Aeronautica in qualità di interprete. I due terroristi di Settembre Nero vennero imbarcati sull’Argo 16, con piano di volo Roma-Malta-Tripoli (Libia). (da: L’almanacco dei misteri, documento citato)
 
17-18 DICEMBRE 1973: Strage di Fiumicino (Una nota: per coincidenza, lo stesso 18 dicembre 1973 le BR rilasciano l’ingegner Ettore Amerio, direttore del personale FIAT gruppo auto, dopo solo 8 giorni di prigionia).
 
La precedente nota: “dopo un rinvio a giudizio disposto il 14 DICEMBRE 1973, furono liberati anche i restanti tre estremisti arabi” è troppo vaga e non pare d’aiuto a sciogliere il dubbio che si è posto Sextus: “non si spiega però a questo punto l’attentato compiuto il 17 DICEMBRE di quello stesso anno da cinque terroristi di settembre nero all’aeroporto di Fiumicino che causò 32 morti.”
 
In realtà, se si approfondiscono gli eventi e la cronologia degli stessi, risulta evidente che fra lo stato italiano ed i palestinesi in quel nefasto 17 dicembre, doveva essere in corso un “braccio di ferro” per il rilascio dei “restanti tre estremisti arabi”, che il 14 dicembre erano stati rinviati a giudizio e per i quali lo stato italiano non dava affatto segnali tali da dimostrare la volontà di liberarli. Infatti essi restarono in carcere (particolare non affatto chiaro alla lettura delle fonti sino ad ora citate) SIN DOPO ALLA  CONDANNA DI PRIMO GRADO (27 febbraio 1974).
 
Per conoscere le circostanze temporali esatte della liberazione di questi tre estremisti palestinesi, ci si può richiamare alla Relazione finale, del 23 marzo 2006, dei commissari del centrosinistra della Commissione d’inchiesta Mitrokhin (Documento conclusivo sull’attività svolta e sui risultati dell’inchiesta), pag. 252, dove si può leggere: “Il processo (agli estremisti palestinesi di Ostia – ndr) cominciò il 13 dicembre. Pochi giorni dopo, a Fiumicino, avvenne la strage firmata da Settembre nero: (…) Le vittime di questa operazione risulteranno una trentina. È a questo punto che il colonnello Stefano Giovannone entra totalmente in campo. È lui, per conto di Moro, allora ministro degli Esteri, a condurre le trattative per la "tregua". Il prezzo, nel marzo '74, è la liberazione dei palestinesi arrestati ad Ostia con il lanciamissili e condannati a 5 anni di carcere.”
Dunque i restanti tre estremisti furono rilasciati nel MARZO 74.
E sono gli stessi commissari di minoranza della Commissione Mitrokhin a lasciare intendere che l’attentato di Fiumicino, pur non esplicitamente connesso con l’arresto dei terroristi di Ostia, sia servito anche da “atto intimidatorio decisivo” per convincere il Governo Italiano, per il quale agiva in prima linea il colonnello Giovannone, ad approfondire, e probabilmente ultimare, le trattative avviate sin dal 1972, e di cui l’incontro in sede diplomatica al Cairo il 19 ottobre 1973, citato da Flamigni, doveva essere stato, probabilmente e semplicemente, una tappa.
 
Altra interessante testimonianza da acquisire, in tal senso, è quella di Giovan Battista MINERVA, all’epoca direttore amministrativo del SID: "Se ben ricordo, durante il processo agli arabi arrestati dal nostro Reparto a Ostia si verificò la strage di Fiumicino [17 dicembre 1973] che fu opera di elementi di Settembre Nero e di AL FATAH. Fu il Governo e in particolare il ministro della Difesa Mario TANASSI che, nella circostanza, richiese il nostro intervento al fine di mediare, trattare e trovare idonei strumenti al fine di evitare che israeliani e palestinesi si battessero nel territorio del nostro Paese. Sollecitato all’uopo dal capo del Servizio, chiesi al Servizio libico di interessarsi presso ARAFAT acché venissero a cessare queste vicende. Fui io ad occuparmi dei contatti con i Servizi libici il cui capo, dopo la liberazione dei tre arabi di Ostia avvenuta a Roma, ci chiese la consegna dei liberati, facendosi contestualmente carico di riconsegnarli ai loro reparti di AL FATAH El HUNI. Ci garantì, in tal guisa, che non si sarebbero più verificati nel nostro territorio fatti simili. Per il trasbordo da Roma a Tripoli degli arabi, fu impiegato un aereo dell’Aeronautica Militare, già affidato per le operazioni del Servizio. Partimmo da Ciampino e giunti a Tripoli, dopo uno scalo a Malta, fui reso edotto dal capo dei Servizi libici dell’impegno che loro si assumevano, che peraltro mi fu ribadito la mattina successiva. All’epoca i libici erano in ottimi rapporti con George HABBASH e con ARAFAT: di qui il successo della mediazione"
 
Inoltre assolutamente degne di nota, all’interno dell’inchiesta Mastelloni, sono le rivelazioni di Antonino Di Blasi, un alto funzionario del Sid, che, fra le altre cose, dichiara: “Un altro aspetto delle direttive governative fu quello secondo cui armamento palestinese poteva transitare liberamente in Italia per raggiungere altri Paesi... sempre al fine di evitare azioni terroristiche contro interessi italiani, anche all'estero"
 
E con tutte queste premesse, veniamo alla fine del decennio.
 
Nel novembre 1979, avviene il ben noto fermo di ABU AZNEH Saleh a seguito del sequestro ad Ortona dei missili Sam7.
Su quell’evento abbiamo già detto molto.
Ci tengo però a riportare un appunto riservato - del 26 novembre 1979 - e diretto alla Segreteria Speciale del ministro dell’Interno, Virginio ROGNONI, l’allora direttore del SISDE, Giulio GRASSINI, che sottolineava quanto segue:
 
In occasione di un recente convegno internazionale, il Direttore dell’Istituto di Studi Strategici dell’Università di Tel Aviv, parlando dell’ingerenza sovietica nel territorio palestinese, ha affermato che, tra gli altri armamenti, migliaia di fucili Kalashnikov e decine di lanciamissili SA-7 (Strela) sono stati inviati dall’Urss alle forze dell’OLP via mare tramite la Bulgaria.
 
L’affermazione dello studioso è peraltro confermata dai precedenti episodi terroristici in cui i palestinesi, e solo loro, hanno usato i lanciamissili SA-7 (Ostia - 5.9.1973) o armi simili quali i bazooka (aeroporto di Orly - 1975). In effetti gli Strela trovano un ragionevole impiego contro velivoli - a bassa velocità - siano essi nelle fasi di atterraggio o decollo, data l’elevata sorgente di radiazioni infrarosse costituite dai potenti motori di tali mezzi. L’impiego contro altri obiettivi, quali automezzi o carri armati, oltre che antieconomico, risulta pressoché impossibile per le scarsissime possibilità ai adeguato puntamento.
 
È noto che per le organizzazioni palestinesi l’abbattimento di un aereo della El Al, della Twa o della Lufthansa costituisce, da tempo, un’aspirazione ossessivamente perseguita ed una rappresaglia più volte promessa. Nessun gruppo terroristico europeo ha mai programmato azioni del genere. Da quanto sopra, appare lecito supporre che i lanciamissili sequestrati ad Ortona fossero destinati ad essere impiegati da palestinesi e non da terroristi italiani. Il motivo che possa aver spinto gli autonomi romani a prestarsi a fare da corrieri per tali armi potrebbe individuarsi in quella solidarietà proletaria che in più di un’occasione ha determinato alcuni impegnati della ultra sinistra europea a fornire appoggio alle organizzazioni palestinesi. Basti ricordare il caso della professoressa romana, Rita PORENA che trasportò dal Libano a Roma, via Grecia, alcune granate cecoslovacche (4 aprile 1973), nonché quello dell’operatore cinematografico di sinistra Vito CODELLA, che effettuò un filmato dell’oleodotto Trieste-Ingolstaldt, prima che il gruppo palestinese procedesse all’attentato. Di analoghi episodi furono protagonisti il ticinese BREGUET, Eveljn BARGE, la francese LEFEBVRE e la sua omonima rodesiana.”
 
Come si può leggere quindi, la direzione del SISDE, evidenziava un collegamento oggettivo fra i lanciamissili Strela sequestrati al commando palestinese nel settembre del 1973 ad Ostia, quelli utilizzati dal gruppo di Carlos durante il fallito attentato ad Orly del 13 gennaio 1975 e quelli trovati ad Ortona la sera dell’8 novembre 1979.
 
Vorrei a questo punto rivedere la successione degli eventi raffrontandola con il “taglio” dato agli stessi dalla cit. Relazione finale dei Commissari di Centrosinistra della Commissione d'inchiesta Mitrokhin, dove i commissari dell’opposizione si impegnano a fondo per dimostrare come non vi sia alcuna attinenza fra i missili di Pifano sequestrati ad Ortona e l’attentato alla stazione di Bologna dell’agosto 1980, contestando quindi la tesi che si possa trattare di una rappresaglia con implicazioni “palestinesi”.
 
La tesi dei membri di minoranza, si basa su tre presupposti fondamentali:
 
1)     Non è vero che vi fosse un “patto” preciso fra Stato Italiano e palestinesi. Quindi niente patto, niente rappresaglia.
2)     Non è vero che i palestinesi fossero interessati in qualche modo alla liberazione di ABU AZNEH Saleh. Si trattava di personaggio di secondo piano la cui liberazione non poteva essere posta alla base di un ricatto avente come contropartita una rappresaglia terroristica. In ogni caso non ci sono riscontri di alcun tipo, nei vari rapporti degli organismi investigativi italiani, di relazioni fra l’arresto di Abu Saleh e l’attentato di Bologna.
3)     Tecnicamente l’attentato di Bologna non si presenta come una “rappresaglia”, perché troppo grave, ma come una vera e propria “azione di guerriglia”.
 
A dimostrazione del punto 1), si legge nella relazione conclusiva di minoranza, a pag. 253:
Intervistato dal quarto canale della tv britannica, il colonnello Giovannone affermò: "Il mio dialogo con i palestinesi [. . .] ha dato sette anni di pace all'Italia [...) NON ABBIAMO MAI STIPULATO ALCUN PATTO. NON C'È MAI STATO NIENTE DI SCRITTO. SOLO UN ACCORDO VAGO, UN'INTESA. LA DIMOSTRAZIONE DEL MIO SUCCESSO È DATA DAL FATTO CHE NON VI SONO STATE AZIONI PALESTINESI SU TERRITORIO ITALIANO DAL 1973 AL 1981.”
 
Dunque i Commissari di centrosinistra si richiamano, con vari omissis, ad un’intervista televisiva al colonnello Giovannone trascritta dal "Corriere della sera" il 19 maggio 1985, dove egli avrebbe negato l’esistenza del PATTO (solamente un “vago accordo”) con i palestinesi, ma soprattutto dove lo stesso rimarca che il periodo di inazione palestinese sul territorio italiano arriverebbe sino al 1981, escludendo quindi che la Strage di Bologna (1980) possa ricondursi a tale matrice.
 
Mi pare però che si debba evidenziare, che si tratta di un’intervista TELEVISIVA per la Tv inglese, che le dichiarazioni sono molto generiche, che si tratta comunque dello stesso colonnello Giovannone che invece, chiamato dal magistrato Mastelloni a deporre in maniera più circostanziata, rispose: “"Sui miei rapporti con l'Organizzazione per la liberazione della Palestina invoco il segreto di Stato.”, che lo stesso giudice Ma stelloni era arrivato “a lui per una storiaccia scoperta negli anni più bui del terrorismo: una partita di armi automatiche ed esplosivo consegnata dagli uomini dell'Olp ai capi delle Brigate rosse e sbarcata una notte di settembre del 1979 sulle spiagge di Venezia”, e che “quei mitra furono usati per uccidere e ferire.” (Panorama - 9 luglio 1989)
 
Per quanto riguarda invece il punto 2), si legge nella relazione conclusiva di minoranza, alle pagg. 253-255:
 
Nel quadro della politica estera italiana in Medio Oriente, all'interno della "tregua" accordata all'Italia dal 1973 al 1981, ovviamente la vicenda di Ortona non fu un episodio isolato. A un mese dall'arresto dei tre autonomi e del giordano Abu Anzeh Saleh, in una informativa indirizzata al direttore del SISMI e alla Presidenza del Consiglio, si leggono le prime prese di posizione dell'FPLP, nella persona di Tasir Qubaa, espresse in un colloquio con "Maestro" (il nome di copertura del colonnello Giovannone). Egli sostanzialmente confermava che i missili si trovavano in Italia solo per transito e sarebbero stati impiegati in vista di una rinnovata campagna terroristica in Israele.
Affermava che il ruolo di Abu Anzeh Saleh era limitato a quello di intermediario tra i vettori italiani e l'incaricato della nave Sidon e che non era al corrente dell'intero sviluppo dell'operazione. Inoltre, sosteneva che la partecipazione dei tre autonomi era da intendersi a carattere personale e non implicava il coinvolgimento di organizzazioni terroristiche italiane.
 Dal documento emerge che l'esponente dell'FPLP non appariva preoccuparsi tanto della liberazione di Saleh, che definiva "elemento bruciato e controllato", bensi di avanzare richieste da inoltrare al governo italiano. Tramite "Maestro", egli intendeva portare a conoscenza del Presidente del Consiglio la richiesta di impegnarsi al fine di vietare che i due lanciamissili sequestrati e la relativa documentazione fossero esaminati dai servizi israeliani e statunitensi, anche se tali servizi – si specificava - erano già in possesso di esemplari della stessa arma, uno dei quali sequestrato dalla polizia greca durante il transito attraverso il Pireo nell'estate 1978.
Secondo il documento, nel caso che tale richiesta fosse stata rifiutata, Taisir Qubaa minacciava una rappresaglia. Maestro, ovvero il colonnello Giovannone, ritenne che la presa di posizione dell'interlocutore fosse esasperata a causa delle critiche e delle accuse rivoltegli dagli oppositori all'interno dello stesso FPLP. Comunque, in relazione alle minacce, attese elementi di risposta idonei a rassicurare lo stesso Tasir Qubaa.
Questi elementi furono presumibilmente forniti, dato che non si rilevano successive informative che riferiscano nuovamente sull'argomento e sull'interessato, oltre al fatto che non furono attivate "azioni di rappresaglia".
I1 ciclo informativo che ne seguì alternava il timore di "azioni di rappresaglia" con pressioni diplomatiche fino alla ipotizzata collaborazione di Abu Anzeh Saleh con il servizio italiano, espressa in un documento del Centro di Controspionaggio di Bologna, in data 31 marzo 1980.
I1 15 gennaio 1980, in un’informativa data dalla direzione generale di Polizia - DIGOS - Ufficio Centrale, inviata alle questure di Bologna e Roma, sostanzialmente si affermava che il leader dell’FPLP, George Habbash, fosse contrariato per l'arresto di Saleh e la conseguente dannosa pubblicità per il suo Fronte e "manovrerebbe" "contatti" informali con ambienti diplomatici arabi per far pressioni sul governo italiano.
I1 25 gennaio 1980, il Tribunale di Chieti condannava a sette anni Abu Anzeh Saleh e i tre autonomi per detenzione e trasporto illegittimo di armi da guerra, ma li assolveva dal reato di introduzione delle armi su territorio nazionale.
L'8 marzo 1980, il SISDE inviava una nota alla questura di Bari dove si esprimeva la preoccupazione che I'FPLP potesse tentare in qualche modo una ritorsione nei confronti del nostro Paese se non anche un'azione per liberare Abu Anzeh Saleh.
(…) L'11 luglio 1980, il direttore dell’UCIGOS inviava una nota al direttore del SISDE in cui paventava nuovamente azioni di ritorsione da parte dell’FPLP.
I1 2 agosto 1980 avvenne la strage di Bologna. Nelle comunicazioni che seguirono, in merito a Saleh e alle trattative e ai timori di rappresaglia da parte dell'FPLP nessun organo investigativo risulta aver accennato a un possibile collegamento tra la vicenda di Ortona e la strage, neppure l'allora direttore dell'UCIGOS Gaspare De Francisci (estensore dell'informativa dell'11 luglio 1980) né la Direzione centrale di Polizia. Né alcuna segnalazione pervenne dal Maestro, il colonnello Giovannone, "l'uomo della politica in Medio Oriente" che il citato esponente dell'FPLP, nel dicembre 1979, intendeva incontrare per inoltrare le sue richieste alla Presidenza del Consiglio della Repubblica italiana. Dal riscontro in atti non risulta dunque nessun collegamento tra la vicenda di Ortona e la strage di Bologna. I legittimi timori espressi dagli organi investigativi italiani per un azione di rappresaglia e per un'azione violenta da parte dell'FPLP al fine di liberare dal carcere Saleh restano tali.”
 
Dunque, riassumendo i vari assunti dei Commissari del centrosinistra su questo punto:
a) Un dirigente dell’FPLP, Tasir Qubaa, chiese a Giovannone di fare semplicemente in maniera che i missili di Ortona non finissero in mani israeliane o americane, pena rappresaglia.
Lo stesso Giovannone però avrebbe ritenuto la richiesta più strumentale a questioni interne al FPLP che non realmente minacciosa. Su Abu Saleh secondo Giovannone non ci sarebbe stata alcuna richiesta da parte palestinese, anzi, era considerato un elemento non determinante.
b) tra il gennaio e il luglio 1980 alcune note dei servizi segreti ed investigativi, allertavano da possibili rappresaglie palestinese sul territorio italiano, conseguenti la detenzione di Saleh. Ma le stesse agenzie (Sisde – Ucigos), dopo l’attentato di Bologna dell’agosto 1980, non segnalarono alcun collegamento fra quelle precedenti segnalazioni e la strage, segno che non consideravano essercene.
 
Infine in relazione al punto 3), si legge nella relazione conclusiva di minoranza, alle pagg. 255-256:
 
D'altronde è opportuno sottolineare che la strage di Bologna - causata dall'esplosione di una bomba contenente 20-25 chili di tritolo con aggiunta di T4, che causò la morte di 85 persone e il ferimento di 200 - non è sicuramente da iscriversi, politicamente e operativamente, in una semplice "azione di rappresaglia". È altrettanto necessario sottolineare che il compimento di una strage come quella di Bologna, da parte dell'FPLP non avrebbe costituito un atto di ritorsione e rappresaglia, ma un atto di guerra contro l'Italia, un paese strategicamente importante, con il quale il dialogo era stato ed era comunque proficuo.”
 
Per capire come debbano essere considerate tali considerazioni conclusive dei commissari del centrosinistra (punto 1, 2 e 3), bisogna proseguire nella lettura della relazione, perché paradossalmente spunta un elemento che ha dell’incredibile.
 
Dalla relazione conclusiva di minoranza, alle pagg. 256-257:
 
Come si è scritto, il ciclo informativo inerente la vicenda di Ortona e, in particolare, Saleh non si ferma al 1980. Porta la data del 15 giugno 1981 un documento di estremo interesse, che conferma l'esistenza del "patto" di tregua accordato dall'FPLP all'Italia fin dal 1973 e testimonia che fino al giugno 1981 quella "tregua" era stata osservata; per la prima volta si legge ciò che non era emerso nelle informative precedenti, ovvero dell'ipotesi di una situazione di pericolo a breve scadenza e di una possibile ripresa della piena libertà di azione da parte dell'FPLP. Esso peraltro conferma implicitamente l’estraneità del Fronte palestinese rispetto alla strage di Bologna, poiché si afferma che, solo a partire dal giugno 1981, su quel "patto" si rischia di non poter fare più affidamento.
Il documento in questione è un'informativa redatta dal SISMI, indirizzata alla 1ª Divisione, al vice direttore del servizio, alla Presidenza del Consiglio, ministero dell’intemo, ministero di Grazia e Giustizia e CESIS. Si riferisce che il 29 maggio 1981, la Corte d'Appello dell'Aquila ha rigettato l'istanza di scarcerazione per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva, presentata dall'avvocato di Abu Anzeh Saleh, Edmondo Zappacosta. Si evidenzia la "preoccupata reazione" dell'esponente dell'FPLP, in contatto con il rappresentante del SISMI a Beirut colonnello Giovannone, e si dice che vi è motivo di ritenere che il Fronte interpreti tale decisione come un atteggiamento pregiudizialmente negativo assunto dalle autorità italiane. in sostanza, il documento avvertiva che "non si dovrebbe più fare affidamento sulla sospensione delle operazioni terroristiche in Italia e contro interessi e cittadini italiani decisa dall'FPLP nel 1973". Conseguentemente, si ipotizzava una situazione di pericolo a breve scadenza, anche in concomitanza del processo d'appello il cui inizio era previsto per il 17 giugno 1981. In proposito, l'informativa riportava notizie apprese da fonte fiduciaria estranea all'FPLP, secondo cui sarebbero state predisposte due operazioni da condurre, in alternativa, contro obiettivi italiani: 1) il dirottamento di un aereo DC 10 Alitalia, con cattura dei passeggeri e dell'equipaggio; 2) occupazione di un'ambasciata italiana in un paese del Centro o Sud America con cattura dei funzionari e degli impiegati di nazionalità italiana. Com'è evidente, si tratta di due ipotetiche azioni di rappresaglia non riconducibili alle dimensioni di una strage.
I1 22 giugno 1981 era nuovamente presentata l'istanza di scarcerazione di Saleh. La Corte di Cassazione la concesse il 31. I1 15 agosto Abu Anzeh Saleh tornò in libertà anche se con l'obbligo di risiedere a Bologna e presentarsi due volte alla settimana al locale commissariato di polizia. I1 cittadino giordano fu, quindi, giudicato a piede libero e presenziò al processo d'appello iniziato il 13 gennaio 1982. Residente a Bologna, Abu Anzeh Saleh vi conclude gli studi laureandosi in scienze politiche il 23 giugno 1983, subito dopo si rende irreperibile.
 
Oserei definire il ragionamento dei commissari del centrosinistra, del tutto particolare.
 
Essi invocano un’informativa del SISMI del 15 giugno 1981, che semplicemente avvisava che, poiché la Corte d’Appello dell’Aquila aveva rigettato l’istanza di scarcerazione per Abu Saleh il 29 maggio 1981, sorgeva il rischio di rappresaglie palestinesi subito a seguire, anche in rottura del ben noto PATTO del 1973.
 
E sulla base di questa breve nota, i commissari del centrosinistra deducono che, dal momento che veniva segnalato un rischio FUTURO (da giugno in poi) era IMPLICITO nell’informativa stessa che lo stesso rischio non avrebbe potuto riguardare il PASSATO (e cioè l’agosto 1980, periodo della strage).
Peccato però che la stessa informativa sconfessa prepotentemente tutti gli assunti precedenti (1, 2 e 3).
 
PRIMO: conferma l’esistenza del PATTO di tregua, a far data dal 1973, patto che nella pagina precedente gli stessi Commissari si erano dati da fare per degradare a “vago accordo” ripescando stralci di un’intervista televisiva di Giovannone alla TV britannica.
SECONDO: conferma il fermo interesse alla liberazione di Abu Saleh da parte dell’organizzazione terroristica palestinese, contrariamente a quanto richiamato sempre ai punti precedenti della relazione conclusiva, dove i commissari citano gli incontri fra lo stesso Colonnello Giovannone ed il dirigente palestinese Tasir Qubaa, per il quale Abu Saleh era semplicemente un personaggio “bruciato” di interesse praticamente nullo.
TERZO: si ipotizzano, come tragica contropartita alla mancata liberazione del terrorista palestinese, rappresaglie sottoforma di gravi azioni terroristiche quali, ad es., “il dirottamento di un aereo DC 10 Alitalia, con cattura dei passeggeri e dell'equipaggio”.
 
Ma a questo punto, ci si domanda: ma se esisteva un PATTO dal 1973 di natura tale e di tale importanza da far temere al SISMI, a metà di giugno del 1981, la possibilità di una rappresaglia terroristica a seguito della conferma in Corte d’Appello della detenzione di un membro del FPLP, per quale ragione l’FPLP non poteva identicamente (anzi, a maggior ragione) intendere come violato il patto, ed indi effettuare rappresaglie, già dal momento dell’arresto stesso del loro affiliato, e cioè da prima dell’agosto del 1980?
 
E non è semplicemente ridicolo il tentativo dei commissari di centrosinistra di “declassare” per gravità ed importanza tale ipotetica azione terroristica rispetto alla strage di Bologna?
 
Infatti bisogna innanzitutto considerare che la strage di Bologna poteva anche essere la conseguenza di un’azione mal calcolata.
Lo stesso crollo della sala d’aspetto che causò il maggior numero di vittime, pare si debba al ritorno dell’onda d’urto causata dall’ordigno contro il convoglio Ancona-Chiasso fermo sul primo binario.
 
E se quel treno non fosse stato sul binario? Forse la sala d’aspetto non sarebbe crollata.
Forse il numero di vittime sarebbe stato molto minore, più vicino alle 32 vittime causate dall’azione terroristica di Fiumicino del dicembre 1973. (sulla natura della quale, atto di guerra o di intimidazione nel contesto delle trattative in corso con il governo italiano, non si può essere certi).
 
Ma non è forse ridicolo “pesare” col numero di vittime o con la massa di esplosivo la “ratio” di questi attentati?
Forse il dirottamento di un DC10 da parte di terroristi palestinesi non sarebbe potuto terminare anch’esso in un’immane tragedia?
 
Sono, tutte queste, ragioni sufficienti per non considerare la presenza a Bologna, nei pressi della stazione, il giorno dell’attentato, del terrorista tedesco Thomas Kram collegato col terrorista Carlos, nonché la probabile presenza di un’altra terrorista tedesca?
 
E che dire del fatto che gli attentati a treni e stazioni segnano marcatamente uno stile inconfondibile, quello del terrorista Carlos cui il Kram era indiscutibilmente collegato?
 
E che dire inoltre del fatto che un altro attentato molto simile fu effettuato due anni dopo a Parigi, proprio per rappresaglia all’arresto ed al processo di altri due terroristi, Magdalena KOPP e lo svizzero Bruno BREGUET?
 
“Il 22 aprile 1982 viene fatta saltare in aria l’agenzia di stampa francese a Beirut. Lo stesso giorno, pochi minuti prima che iniziasse il processo a Parigi a carico di KOPP e BREGUET, un’automobile con una potente carica di esplosivo salta in aria - poco dopo le ore 9 - sotto la sede del settimanale filo iracheno Al Watan Al Arabi, in rue Marbeuf, all’altezza del civico 33, poco distante dai Campi Elisi. Bilancio: un morto (una signora di 30 anni, Nelly GUILLERME) e 46 feriti (fra i più gravi, un ragazzo di 18 anni al quale verrà amputata una gamba). L’onda d’urto provocherà vasti danni per un raggio di 150 metri. Il ministro dell’Interno austriaco rese noto che l’auto utilizzata (una Opel Kadett color arancio, targata W691 814) era stata noleggiata alla Hertz dell’aeroporto di Lubjana (Jugoslavia) il 19 aprile da una donna. … Da successive e delicatissime indagini, fu possibile accertare la vera identità della donna che condusse a Parigi la Opel carica di esplosivo ad altissimo potenziale (secondo la testimonianza del custode dell’edificio, Jean-Luc MENAULT, l’auto era stata parcheggiata la sera precedente intorno alla mezzanotte dinanzi al numero 33 della rue Marbeuf da un uomo dal colorito scuro, di circa 30 anni, con capelli grigi): Christa Margot FRÖHLICH, nata Kalisz (Polonia), il 19 settembre 1942, cittadina tedesca. La donna verrà arrestata due mesi dopo - il 18 giugno 1982 - all’aeroporto Leonardo Da Vinci mentre trasportava, in una valigia, 3,5 kg di miccia detonante, composta di esplosivo ad alto potenziale (giudicato in un primo momento T4, ma poi periziato in cordone fulminante alla pentrite), di due detonatori elettrici e di una sveglia elettrica predisposta all’impiego quale timer di un ordigno.”
(da Almanacco dei Misteri, documento citato)
 
Ora, anche la FRÖHLICH stando ad alcune risultanze emerse anche nei lavori della Commissione Mitrokhin, pare fosse a Bologna quel tragico 2 agosto 1980.
 
Ma questa storia la affronteremo prossimamente.

 

mercoledì, 11 luglio 2007

Shhh!

 

 

E va bene. L’avete capito. Io amo i Peanuts. Non c’è dubbio.

Amo la primavera; le colline dolci della romagna-toscana. Amo l’indolente provincia che vi cresce intorno. Col Mare (maiuscolo) lì vicino. (…sempre il mare, uomo libero, amerai…)

Amo Charlie Brown ma anche Mafalda (un bacio di nascosto…), Zagor Te Nai, Corto Maltese e altri meravigliosi compagni di mente… di quegli anni “formidabili”.

Amo l’adolescenza. Perchè ho avuto la fortuna di viverne una serena e piena di emozioni. E di questo io non posso che ringraziare d-o.

Ma è inutile menare il can per l’aia…

 

Ci ho provato, è vero… per allentare la tensione, per ritornare a parlare di altro… Ho ricevuto anche un sincero, amicale, tenero consiglio da un’amica in tal senso…

Ci ho provato insomma. Ma credo sia inutile…

Nessun commento sulle “noccioline” dopo un giorno è sintomatico. Devo prenderne atto.

Questo blog ha assunto ormai una fisionomia specifica. È la sua peculiarità. Contemporaneamente è la sua grandezza ed il suo limite.

 

Forse questo blog addirittura morirà su questa storia. Ma non sarà stato comunque invano.

Questo spazio di rete è diventato un luogo (LIBERO!) di discussione e di ricerca su una determinata vicenda ed è  inutile, oltre che stupido, girarci intorno.

Quindi ho deciso di riportare d’autorità la discussione OT (On Topic)…

Sarebbe necessaria, forse indispensabile, una mia presenza più continua, lo sò. Non mi è possibile, ahimè. Ma qualche colpo di timone ogni tanto credo sia opportuno darlo…

 

Un amico (un acuto “bretone”…) ha postato giusto ieri un’agenzia ANSA che io trovo sconvolgente.

Recentemente con un amico, diciamo così…“sismico”, abbiamo provato quasi per gioco a riportare in superficie alcuni documenti e prove (edite… nulla di segreto dunque), che per qualche ragione però erano rimaste sepolte sotto numerosi strati di polvere e di oblio.

Come mai ciò era accaduto ci siamo chiesti? Non saprei…

Forse però, potrei azzardare, per la stessa ragione per cui anche quell’agenzia riportata ieri da Francois è stata completamente ignorata dai media… Perché così a me risulta…

Io non ne ho trovato traccia in nessun quotidiano. Se qualcuno mi può smentire ne sarei sinceramente felice…

 

Ora quello che vorrei far capire è che non sono qui a sostenere che una dichiarazione “celata”, una testimonianza “insabbiata” sono necessariamente “la Verità”. Credo però che ci siano sistemi intellettualmente rispettabili e razionali per dimostrarne l’eventuale inconsistenza.

 

Come mi piacerebbe vedere un politico, un giornalista, un addetto ai lavori insomma prendere per le corna il problema, strofinarsi il corpo con olii e unguenti, impugnare la spada ed affrontare la realtà con energia ma soprattutto con dignità…

 

Sergio De Gregorio (a pelle non lo adoro…), ha detto forse una enorme falsità? Ebbene che qualcuno, per favore, lo smentisca. Subito. Lo faccia con forza.

Qualsiasi omissione mi inquieta. Perché, mi domando, si evita persino di citare le sue parole?

 

Il silenzio altezzoso, sprezzante, indisponente a me (mi) riempie di tristezza e di amarezza.

Mi va via anche la voglia di leggermi qualche striscia degli anni ’70 con Piperita Patty, Marcie e Charlie Brown al campeggio…

anche se oggi, mio figlio diciassettenne, è proprio in un campeggio in Costa Dorada con tre compagne/i di liceo… a tirar tardi e a lumare le pupe…

 

postato da: GabrielParadisi alle ore 11/07/2007 23:05 | Permalink | commenti (327)
categoria:palestina, israele, giornalismo, servizi segreti
mercoledì, 27 giugno 2007

L’accordo Moro

(di Sextus Empiricus e Cieli Limpidi)

Sulle tracce indicate da Priore

“Io ho istruito in parte il processo per banda armata relativo ai missili di Pifano, e lì nasce una vicenda così complessa che non è stata mai spiegata, di rapporti con il FPLP (Fronte popolare per la liberazione della Palestina)… che poi si raccorda con quanto è contenuto nelle lettere di Moro… Moro fa sempre menzione a questo patto, a questo accordo che c’è con la resistenza palestinese.

Questo è un accordo sul quale tuttora c’è una sorta di segreto di fatto (perché non è stato mai opposto un segreto formale), su cui non si può ancora parlare, perché la Commissione Mitrokhin era arrivata ad un determinato punto proprio su questa materia… e da quel momento è nato di nuovo un segreto di fatto, perché i lavori si son chiusi, e lo stesso Andreotti, io ricordo, il Presidente Andreotti parlava appunto di questa sorta di segreto che è troppo presto per rivelare. … Si ha l’impressione che la nostra opinione pubblica non sia preparata alla rivelazione di certi segreti, come quello che riguarda il patto con la resistenza palestinese che ha dominato la nostra storia per anni, per decenni…

Io vorrei solo fare un piccolo riferimento a questo patto, questo è un patto di cui parla Moro in quattro importantissime lettere: a Pennacchini, a Piccoli, e credo… a Cossiga… fa sempre riferimento a questo patto, però di questo patto in Italia c’è una sorta di divieto di parlarne. Questo è un patto, diciamo la verità, che ha determinato la nostra storia per oltre trent’anni…”.

Con queste parole Rosario Priore, giudice che nel corso della sua carriera ha indagato sui cosiddetti “misteri d’Italia”, dalla strage di Piazza Fontana al caso Moro fino al caso Ustica, interveniva a Omnibus su LA7 il 14 maggio scorso.

Parole che, è inutile negarlo, colpiscono tutti coloro i quali hanno vissuto con una certa partecipazione le vicende drammatiche che hanno caratterizzato gli anni ’70.

I precisi riferimenti del giudice Priore lasciano intendere fin da subito – poi si renderà necessaria comunque una seria e oggettiva verifica documentale – che una lunga sequenza di eventi, fatti e “verità” abbiano lasciato tracce evidenti, anche se finora non adeguatamente riconosciute.

Non si può ancora parlare”… di cose che in realtà sono già scritte e che ormai, grazie anche alla rete, risulta molto facile ritrovare, rileggere, rianalizzare con cura.

Forse la novità, la grande novità, sta proprio qui.

Non vogliamo facilmente scadere in una esaltazione acritica della rete, ma forse questo strumento è calato come arma impropria ed imprevista nel placido consesso dei poteri.

Verità sepolte, scomode, inopportune rischiano di vedere la luce grazie alla potenza dei motori di ricerca e degli ipertesti; alla rivoluzionaria contrazione del tempo e dello spazio, che consente a persone lontane che mai si sarebbero incontrate, di scambiarsi opinioni, dubbi, considerazioni e… “scoperte”.

Io e Sextus abbiamo provato pazientemente a seguire quel filo esile ma intrigante che Priore aveva indicato.

Senza nessun intento interpretativo vogliamo mettere semplicemente a disposizione dei lettori le notizie essenziali, vale a dire le “fonti” ultime che siamo riusciti a identificare.

Questo solo per mettere ordine fra informazioni frammentarie e sconnesse e per dare magari modo ad altri curiosi navigatori di andare oltre.

 

Le lettere di Moro

Priore fa cenno a quattro lettere scritte da Aldo Moro durante i 55 giorni della sua prigionia nel “carcere del popolo” delle BR.

Le lettere scritte da Moro sono in totale 95, di cui però solo 30 vennero recapitate ai destinatari mentre le altre 65 vennero “trattenute” dai brigatisti, nonostante, come ebbe a dire Mario Moretti “Moro si raccomandava molto che venissero recapitate” (cfr. Mario Moretti, “Brigate Rosse. Una storia italiana, intervista con Carla Mosca e Rossana Rossanda”, Anabasi, Milano 1994), e nonostante che gli stessi brigatisti avessero promesso che “tutto quanto riguarda il processo a Moro [verrà] trattato pubblicamente” (Comunicato n. 1 del 18 marzo 1978).

Le lettere di Moro divennero pubbliche in tre diversi momenti:

1.      durante i 55 giorni del sequestro (16 marzo – 9 maggio 1978);

2.      dopo la scoperta del covo delle Brigate rosse di via Monte Nevoso (Milano, 1º ottobre 1978), dove vennero rinvenute dattiloscritte e in fotocopia;

3.      dopo il secondo rinvenimento nello stesso covo delle Br di via Monte Nevoso, durante lavori di ristrutturazione (Milano, 9 ottobre 1990), dove vennero rinvenuti i testi manoscritti, ancora in fotocopia.

 

Questi i brani a cui fa riferimento il giudice Priore, in cui Moro esplicitamente cita un “accordo” con i palestinesi.

• Lettera a Erminio Pennacchini recapitata il 29 aprile 1978:

“…È quindi naturale che in un momento drammatico mi rivolga a te per un aiuto prezioso che consiste semplicemente nel dire la verità. Dirla, per ora, ben chiara agli amici parlamentari ed a qualche portavoce qualificato dell’opinione pubblica. Si vedrà poi se ufficializzarla.

Si tratta della nota vicenda dei palestinesi che ci angustiò per tanti anni e che tu, con il mio modesto concorso, riuscisti a disinnescare. L’analogia, anzi l’eguaglianza con il mio doloroso caso, sono evidenti. Semmai in quelle circostanze la minaccia alla vita dei terzi estranei era meno evidente, meno avanzata. Ma il fatto c’era e ad esso si è provveduto secondo le norme dello Stato di necessità, gestite con somma delicatezza…”.

• Lettera a Flaminio Piccoli recapitata il 29 aprile 1978, ma scritta il 22-23 aprile poiché è menzionata in una lettera di Moro a Maria Luisa Familiari scritta domenica 23 aprile:

“… La prima osservazione da fare è che si tratta di una cosa che si ripete come si ripetono nella vita gli stati di necessità. Se n’è parlato meno di ora, ma abbastanza, perché si sappia come sono andate le cose. E tu, che sai tutto, ne sei certo informato. Ma, per tua tranquillità e per diffondere in giro tranquillità, senza fare ora almeno dichiarazioni ufficiali, puoi chiamarti subito Pennacchini che sa tutto (nei dettagli più di me) ed è persona delicata e precisa. Poi c’è Miceli e, se è in Italia (e sarebbe bene da ogni punto di vista farlo venire) il Col. Giovannone, che Cossiga stima. Dunque, non una, ma più volte, furono liberati con meccanismi vari palestinesi detenuti ed anche condannati, allo scopo di stornare gravi rappresaglie che sarebbero poi state poste in essere, se fosse continuata la detenzione. La minaccia era seria, credibile, anche se meno pienamente apprestata che nel caso nostro. Lo stato di necessità è in entrambi evidente.

Uguale il vantaggio dei liberati, ovviamente trasferiti in Paesi Terzi…”.

Priore nel suo recente intervento sembra sbagliare segnalando altri riferimenti nelle due lettere inviate da Moro a Francesco Cossiga. In effetti non sembrano esserci. Anche se la (o le) testimonianze di Cossiga come vedremo sono molto interessanti…

Viceversa, nello scorrere le lettere di Moro, si riscontrano altre tracce del “patto”. In particolare:

• Lettera all’ambasciatore Luigi Cottafavi (amico del Segretario dell’ONU Kurt Waldheim) a cui Moro scrive:

E ciò dimenticando che in moltissimi altri paesi civili si hanno scambi e compensazioni e che in Italia stessa per i casi dei Palestinesi ci siamo comportati in tutt’altro modo”.

• E ancora lettera a Renato Dell’Andro:

La prima riguarda quella che può sembrare una stranezza e non è e cioè lo scambio dei prigionieri politici. Invece essa è avvenuta ripetutamente all’estero, ma anche in Italia. Tu forse già conosci direttamente le vicende dei palestinesi all’epoca più oscura della guerra. Lo scopo di stornare grave danno minacciato alle persone, ove essa fosse perdurata. Nello spirito si fece ricorso allo stato di necessità. Il caso è analogo al nostro, anche se la minaccia, in quel caso, pur serissima, era meno definita. Non si può parlare di novità né di anomalia. La situazione era quella che è oggi e conviene saperlo per non stupirsi. Io non penso che si debba fare, per ora, una dichiarazione ufficiale, ma solo parlarne di qua e di là, intensamente però. Ho scritto a Piccoli e a Pennacchini che è buon testimone”.

E poi al Partito della Democrazia Cristiana (riportiamo solo la prima di tre versioni comunque simili tra loro):

Bisogna pur ridire a questi ostinati immobilisti della D.C. che in moltissimi casi scambi sono stati fatti in passato, ovunque, per salvaguardare ostaggi, per salvare vittime innocenti. Ma è tempo di aggiungere che, senza che almeno la D.C. lo ignorasse, anche la libertà (con l’espatrio) in un numero discreto di casi è stata concessa a palestinesi, per parare la grave minaccia di ritorsioni e rappresaglie capaci di arrecare danno rilevante alla comunità. E, si noti, si trattava di minacce serie, temibili, ma non aventi il grado d’immanenza di quelle che oggi ci occupano. Ma allora il principio era stato accettato. La necessità di fare uno strappo alla regola della legalità formale (in cambio c’era l’esilio) era stata riconosciuta. Ci sono testimonianze ineccepibili, che permetterebbero di dire una parola chiarificatrice. E sia ben chiaro che, provvedendo in tal modo, come la necessità comportava, non si intendeva certo mancare di riguardo ai paesi amici interessati, i quali infatti continuarono sempre nei loro amichevoli e fiduciosi rapporti”.

• Infine lettera a Riccardo Misasi:

Ecco perché queste cose sono e non possono essere disciplinate nel segno dello Stato di necessità, salvo le ipotesi più semplici alle quali fa riferimento saggiamente l’On. Craxi. La casistica, sulla quale più volte mi sono soffermato è al riguardo altamente indicativa, dagli innumerevoli casi di salvezza di ostaggi fino ai casi dei palestinesi di cui si è parlato”.

Il testo integrale delle lettere di Moro si può consultare al sito:

http://www.archivio900.it/it/documenti/finestre-900.aspx?c=1043

Una versione cartacea delle stesse lettere si può leggere in Sergio Flamigni, “«Il mio sangue ricadrà su di loro». Gli scritti di Aldo Moro prigioniero delle Br”, Kaos edizioni, gennaio 1997 (pp. 55-203).

Dunque un “patto”, un “accordo” tra governo italiano e palestinesi sembra essere esistito.

Ma quando è stato stipulato? E dove?

19 ottobre 1973: la data del “patto”?

Un preciso riferimento cronologico alla stipula di questo “patto” è attestato da Sergio Flamigni in “La tela del ragno. Il delitto Moro”, Kaos edizioni, 1ª ed. maggio 1988, 5ª ed. aggiornata aprile 2003. Alle pagine 197-198 di quest’opera (un vero e proprio “classico” sul caso Moro) troviamo scritto:

Il 19 ottobre 1973, presso l’Ambasciata italiana al Cairo, c’era stato un incontro fra il rappresentante dell’Olp, Said Wasfi Kamal, e diplomatici italiani, il primo consigliere Ranieri Tallarigo e il segretario Concetta Di Stefano in Grignano. Il rappresentante dell’Olp aveva chiesto la liberazione dei palestinesi arrestati per l’attentato all’aereo della El Al «e ha offerto l’impegno formale dell’Olp che nessuna azione dei feddayn si ripeterà in Italia qualora venga concessa la liberazione degli attuali detenuti» (Da un appunto “Riservatissimo” al Sid proveniente dal Cairo; cfr. sentenza-ordinanza del giudice istruttore Carlo Mastelloni, cit. [Tribunale di Venezia, procedimento penale nº 204 del 1983], pagg. 1.161-63.). La proposta era stata esaminata il 25 ottobre, nel corso di una riunione al ministero degli Esteri, durante la quale il rappresentante del Viminale – il vicequestore Silvano Russomanno, direttore della Divisione sicurezza interna – aveva sottolineato «la scarsa credibilità dell’impegno che gli organi ufficiali della resistenza palestinese assumerebbero in caso di liberazione dei cinque detenuti»; secondo Russomanno, dovevano «ritenersi del tutto fantasiosi i timori palesati circa possibili azioni delittuose da parte israeliana contro gli arabi». La riunione aveva dimostrato che sotto la direzione di Moro il ministero degli Esteri era impegnato a stabilire un’intesa con l’Olp per salvaguardare il territorio italiano da eventuali attacchi palestinesi, e dai pericoli di ritorsione da parte israeliana che stranamente Russomanno tendeva a escludere.

Può essere che questo “accordo” dell’autunno 1973, nel pieno della guerra del Kippur (6-22 ottobre) non fosse altro che una reiterazione di un precedente “patto”.

Non si spiega però a questo punto l’attentato compiuto il 17 dicembre di quello stesso anno da cinque terroristi di Settembre Nero all’aeroporto di Fiumicino che causò 32 morti.

Le “notizie riservate” di Pecorelli

È d’obbligo citare il giornalista Mino Pecorelli, che dalle colonne della sua rivista “OP” (Osservatorio Politico) del 10 ottobre 1978, analizza la citata lettera di Moro a Piccoli:

Moro si riferisce a quell’accordo «anomalo» stabilito al di fuori dello Stato ma sotto il controllo dello Stato, grazie al quale l’Italia non è stata teatro di quei dirottamenti aerei, stragi e attentati che tante vittime e danni hanno provocato in Europa a partire dal ’72. In quell’anno agenti del Sid informarono il governo che terroristi palestinesi stavano preparando attentati agli aeroporti italiani. Rumor e Moro giudicarono che l’unica strada per impedire che l’Italia diventasse terreno di manovra dei palestinesi era quella di trattare con Habbash una sorta di mutuo patto di non aggressione. L’accordo stabilito dal Sid, con l’unica misteriosa eccezione della strage di Fiumicino, fu sempre rispettato.

Da parte italiana l’accordo presupponeva una perfetta intesa tra governo, Sid e magistratura. Per esempio, quando sul finire del ’73 il Sid di Miceli sorprese a Ostia cinque terroristi arabi in procinto di lanciare un missile contro un aereo israeliano, nel superiore interesse dello Stato la magistratura concesse subito la libertà dietro cauzione che il Sid fu lesto a pagare riaccompagnando gli arabi alla frontiera. Né quella fu l’unica operazione anomala e parallela agli interessi dello Stato. Dal ’73 al ’75, in tre riprese furono consegnati a Habbash dieci terroristi condannati. Salvare la vita di nostri connazionali, salvare gli aerei della flotta di bandiera è stata forse una disfatta dello Stato o una vittoria dell’intelligenza politica sulla forza bruta?

Né lo stato italiano (segnatamente Rumor, Moro, Piccoli, Pennacchini sottosegretario al ministero di Grazia e giustizia, Carmelo Spagnuolo procuratore generale, Miceli capo del Sid, il col. Giovannone responsabile del Sid a Beirut, tutti ricordati nelle lettere di Moro) si limitarono a trattare con i palestinesi. Quando i guerriglieri del Fronte di liberazione dell’Eritrea, per finanziare la rivolta contro Addis Abeba si misero a sequestrare possidenti italiani, anche allora su disposizione di Moro si ricorse ai buoni uffici del Sid. Un agente di Miceli si mise in contatto con il capo del fronte eritreo e riuscì a ottenere l’immunità per tutti i residenti italiani.” (La citazione è tratta da Sergio Flamigni, “Le idi di marzo. Il delitto Moro secondo Mino Pecorelli”, Kaos edizioni, ottobre 2006, pp. 364-365).

Le “testimonianze” di Cossiga

Veniamo infine a Francesco Cossiga e a quanto ha affermato il 24 maggio scorso durante la trasmissione di RAI2 “La storia siamo noi” di Giovanni Minoli:

“… Arrivò attraverso Giovannone, un messaggio del capo di un’organizzazione terroristica, a me diretto, molto cortese, che diceva: “Ma qui stiamo violando i patti, il missile è mio, voi me lo dovete restituire.” Compresi che quindi faceva parte del “patto”, il fatto che noi ci “distraessimo” dei trasporti di materiale esplosivo attraverso il nostro paese, purché al nostro paese non fossero destinati
... Una delle più ardite realizzazioni di Aldo Moro è stato l’accordo segreto, tanto segreto che io che sono stato Ministro dell’Interno, presidente del Consiglio e Presidente della Repubblica, non ne ho mai saputo niente…
… A me poi Ministro dell’Interno e poi Presidente del Consiglio e poi Presidente della Repubblica, non hanno mai detto nulla. Però per un lungo periodo noi siamo stati al riparo dal terrorismo mediorientale
”.

Quasi due anni prima, il 20 luglio 2005 Cossiga scrisse una lettera a Enzo Fragalà capogruppo di An in commissione Mitrokhin, in cui tra le altre cose affermava:

Vi è «il dubbio grave» che la strage di Bologna del 2 agosto 1980 sia stata «o un atto del terrorismo arabo o della fortuita deflagrazione di una o più valigie di esplosivo, trasportato da palestinesi, che si credevano garantiti dall’ accordo Moro’. L’ ‘accordo Moro’, venne “stipulato sulla parola tra la resistenza ed il terrorismo palestinese da una parte e dal governo italiano dall'altra, al fine di tenere l’Italia al riparo dagli atti terroristici di quelle organizzazioni”, e spiega perché “ufficiali del Sismi, ente sempre fedele all’accordo e leale verso perfino la memoria di Aldo Moro, tentarono il depistaggio verso esponenti credo neonazisti del terrorismo tedesco, e per questo furono condannati”.
Le carte raccolte dalla commissione Mitrokhin, a mio avviso potrebbero costituire base per la valida revisione del processo che portò alla condanna della Mambro e del Fioravanti, difesi presso di me da esponenti importanti delle Brigate Rosse che teorizzarono il perché i due non potessero essere che innocenti”.
Quando la Polizia stradale intercettò un camion con due missili, scortato dal «pacifista non violento» Pifano, ‘dominus’ di quel circolo culturale della cosiddetta Autonomia, così lo definì il giudice che annullando una ordinanza da me emanata in base alle leggi speciali quale ministro dell'Interno, e cioè il cosiddetto covo di via dei Volsci, il Sismi mi passò una informativa che si affermava originata dalla «stazione» di Beirut, alias dal colonnello Giovannone, l’ ‘uomo’ di Aldo Moro, secondo la quale una determinata organizzazione della resistenza palestinese, la Fplp, rivendicava la proprietà dei due missili, non destinati all’Italia”.
In realtà non fu difficile a me ed al Sottosegretario all’Informazione e alla Sicurezza, on. Mazzola, comprendere che i dirigenti del Sismi, ci nascondevano qualcosa. Vi fu un burrascoso incontro notturno a Palazzo Chigi, ed alla fine mi fu detta la verità e mi fu esibito un documento trasmesso dalla nostra «stazione»: un telegramma del capo della Fplp a me indirizzato con cui, con il tono di chi si sente offeso per l’atto che ritiene compiuto in violazione di precedenti accordi, mi contestava il sequestro dei due missili e ne richiedeva la restituzione, insieme alla liberazione del ‘compagno’ Pifano”.
La richiesta avanzata dall'Fplp di restituzione dei missili faceva forse parte “dell'accordo mai dimostrato ‘per tabulas’, ma notorio, stipulato sulla parola tra la resistenza ed il terrorismo palestinese da una parte, e dal governo italiano dall’altra, quando era per la prima volta Presidente del Consiglio dei Ministri l’on. Aldo Moro.

La totale fedeltà e conseguente riservatezza che i collaboratori sia del Ministero degli esteri sia del Sifar e poi Sismi, di Aldo Moro nutrivano per lui, impedì sempre a me, benché «autoritariamente curioso», di sapere alcunché di più preciso sia da ministro dell'Interno, che da Presidente del Consiglio dei Ministri e da Presidente della Repubblica”.
Un altro “degli episodi legati all’accordo è la distruzione da parte dei servizi israeliani dell’aereo militare Argo 16, in dotazione al Sismi, come ritorsione alla ‘esfiltrazione’ di cinque terroristi palestinesi arrestati in quanto avevano tentato di abbattere con missili terra-aria un aereo civile israeliano in partenza da Fiumicino”.
“Esfiltrazione o fuga agevolata, operata da agenti del nostro servizio, naturalmente d'accordo con la magistratura che giustamente talvolta fa eccezioni al principio dell’esercizio dell'azione penale e della obbligatorietà teorica dei provvedimenti limitativi che dovrebbero discenderne
”… (AdnKronos, 20 luglio 2005).

Una timeline per l’anno 1973

Questa è una timeline di episodi in qualche modo connessi alla vicenda che abbiamo provato a documentare, accaduti nel 1973:

21 febbraio: aerei da guerra israeliani abbattono sul deserto del Sinai un aereo di linea libico (104 morti);

17 maggio: questura di Milano, via Fatebenefratelli (durante la cerimonia per l’inaugurazione di un busto dedicato a Luigi Calabresi nel primo anniversario della sua uccisione) l’ “anarchico” Gianfranco Bertoli lancia una bomba a mano nella folla (4 morti e 45 feriti), il presidente del Consiglio Mariano Rumor rimane incolume. Il quarantenne Bertoli era rientrato in Italia il 12 maggio dopo un soggiorno in Israele. Era a Milano il 16 dopo essere passato per Marsiglia;

28 giugno: Parigi, salta in aria Mohammed Boudia, il capo della rete palestinese in Europa. L’eliminazione di Boudia, attribuita al Mossad, spiana la strada a Ilich Ramirez Sanches (detto Carlos) ai vertici dell’organizzazione terroristica;

5 settembre: all’aeroporto di Fiumicino, allertati dal generale del SID Ambrogio Viviani, agenti del Mossad scatenano un conflitto a fuoco nel tentativo di eliminare alcuni membri palestinesi di Settembre Nero, catturati successivamente dalla polizia italiana;

6 ottobre – 22 ottobre: Guerra dello Yom Kippur tra Israele e i paesi arabi: Egitto e Siria;

31 ottobre: due dei cinque terroristi di Settembre Nero arrestati a Ostia mentre preparavano un attentato all’aeroporto di Fiumicino a un aereo della El Al, vengono scarcerati e fatti espatriare in Libia a bordo del bimotore Argo 16 del Sid;

23 novembre: “Argo 16”, in uso alla struttura segreta “Gladio”, precipita nei pressi di Marghera. Muoiono i quattro membri dell’equipaggio. Nel corso dell’inchiesta che ne seguì, venne incriminato tra gli altri il generale Zvi Zamir, capo dei servizi segreti israeliani dal 1968 al 1974 e Aba Léven, ex-responsabile del servizio di sicurezza israeliano in Italia;

17 dicembre: un commando di Settembre Nero lancia due bombe incendiari a bordo di Boeing 707 del Pan American in sosta a Fiumicino, 32 morti.

[seconda puntata...]

postato da: GabrielParadisi alle ore 27/06/2007 19:39 | Permalink | commenti (422)
categoria:palestina, israele, russia, brigate rosse, servizi segreti, mitrokhin, misteri d italia, caso moro, strage stazione, moro aldo
mercoledì, 06 giugno 2007

Il Patto

(intervista* a Gian Paolo Pelizzaro)

* L’intervista è stata realizzata con l’aiuto fondamentale di Sextus Empiricus e di Enrix.

 

Da un paio di settimane rimbalza in Tv una notizia a dir poco esplosiva e inedita.

Per primo ne ha parlato il giudice Rosario Priore a “Omnibus” su La 7 alle 8.13 di lunedì 14 maggio. E poi anche a “Terra” il programma di approfondimento del Tg5, andata in onda alle 23.30 di domenica 3 giugno.

Poi se n’è discusso da Minoli a “La Storia Siamo Noi” su Raidue giovedì 24 maggio. La carta stampata a dire il vero non ne ha dato per ora il risalto che a nostro avviso meriterebbe, ma questo è un altro discorso.

In sostanza, la notizia riguarda un “Patto” segretissimo “siglato” dopo la strage di Fiumicino del 17 dicembre 1973, tra il governo italiano (Aldo Moro Ministro degli Affari esteri nel IV governo Rumor, 7 luglio 1973 – 14 marzo 1974) e la dirigenza palestinese. A fronte della “distrazione” da parte delle autorità italiane al passaggio di armi e di materiale esplosivo attraverso il nostro Paese, il terrorismo palestinese ci avrebbe risparmiato dalle sue cruente azioni e ciò in effetti accadde almeno fino alla fine del 1979.

Sull’esistenza di tale patto oggi sembrano convergere un po’ tutti, da Francesco Cossiga a Giulio Andreotti, anche se Cossiga sostiene di esserne stato all’oscuro persino quando arrivò a ricoprire le cariche istituzionali più elevate. Verso la fine del 1979, forse inavvertitamente, il patto venne rotto con il sequestro ad Ortona (in provincia di Chieti) di due di missili SAM 7 “Strela” di fabbricazione sovietica e l’arresto proprio a Bologna del cittadino giordano di origini palestinesi Saleh Abu Anzeh, responsabile del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) in Italia, formazione di matrice marxista-leninista che aderiva all’OLP e che praticava il terrorismo su scala internazionale.

Secondo i consulenti della Commissione Mitrokhin Lorenzo Matassa e Gian Paolo Pelizzaro il movente della strage di Bologna sarebbe stato proprio l’arresto di Abu Saleh e la violazione di quell’accordo tra l’Italia e i palestinesi. Una prova di ciò la presenza a Bologna la notte precedente la strage alla stazione del terrorista tedesco Thomas Kram legato al gruppo di Carlos e dunque all’FPLP.

Secondo Priore uno dei motivi per cui la Commissione Mitrokhin ha suscitato tante resistenze è proprio il fatto che coi suoi lavori e con le sue ricerche si fosse arrivati vicino a queste verità scottanti “su cui non si può ancora parlare”.

Gian Paolo Pelizzaro, redattore del mensile Area e giornalista del Roma di Napoli, presente alla trasmissione di Minoli, è stato consulente della Commissione Stragi e della Mitrokhin. In questi ultimi mesi insieme a Vincenzo Nardiello sta conducendo per il quotidiano napoletano una documentatissima e attenta inchiesta sulla vicenda che vede coinvolto Mario Scaramella, altro consulente della Commissione presieduta da Paolo Guzzanti, in carcere dalla vigilia di Natale.

Abbiamo chiesto a Pelizzaro se era disponibile a rispondere ad alcune domande sui fatti che abbiamo velocemente richiamato. Gentilmente ha accettato.

 

Pelizzaro, nell’ottobre del 1997 è stato pubblicato il saggio Gladio rossa. Dossier sulla più potente banda armata esistita in Italia per le edizioni Settimo Sigillo. Nei “Ringraziamenti” lei lamentò il fatto che quel suo testo era già pronto nel 1994, ma che subì una vera e propria "stagione migratoria" da un editore all’altro restando spesso dimenticato per mesi nei cassetti di tante scrivanie. Lei crede che anche oggi ci siano alcuni argomenti “tabù” sui quali si applica un vero e proprio ostracismo più o meno palese? Ritiene che oggi una nuova edizione di quel suo libro, magari aggiornata con le informazioni contenute nel “dossier Mitrokhin”, reso pubblico nell’ottobre 1999, incontrerebbe ancora tante difficoltà? Il “clima editoriale” è più o meno lo stesso di allora?

 

Prima di rispondere a questa domanda, vorrei tornare per un attimo alla vicenda del tedesco Thomas Kram, essendo questo un tema trattato sia nella trasmissione “La storia siamo noi” di Giovanni Minoli su Raidue che da “Terra” di Toni Capuozzo su Canale 5, ambedue dedicate alla strage di Bologna. Ho sentito, per l’ennesima volta, alcune affermazioni che meritano un chiarimento. Secondo alcuni, infatti, non vi sarebbe la “prova” che Kram, già militante di primo livello delle Cellule rivoluzionarie tedesche, avrebbe fatto parte anche del gruppo Carlos. Bene, ciò è falso. La “prova” che il tedesco presente a Bologna a partire dalle prime ore del 2 agosto 1980 fosse stato arruolato nella rete Separat (nome in codice assegnato al gruppo Carlos dalla Stasi, la polizia politica dell’ex Ddr) è contenuta in una serie di documenti e fascicoli che la Commissione Mitrokhin ha potuto acquisire, a partire dall’ottobre del 2003. Il primo riscontro è contenuto in un lungo rapporto di polizia giudiziaria formato dalla Dst (l’antiterrorismo francese), risalente al 3 ottobre 1995 e destinato al giudice istruttore di Parigi Jean-Louis Bruguière, titolare delle inchieste che hanno portato ad un nuovo rinvio a giudizio di Carlos (la notizia si è appresa il 4 maggio scorso) per una serie di attentati dinamitardi compiuti in Francia (fra cui quello al treno Parigi-Tolosa “La Capitole” del 29 marzo 1982, quello alla sede del giornale filoiracheno e antisiriano Al Watan Al Arabi, in rue Marbeuf a Parigi del 22 aprile 1982 e quelli alla stazione ferroviaria Saint-Charles di Marsiglia e al treno ad alta velocità Tgv del 31 dicembre 1983 – per un totale di undici morti e oltre cento feriti), in cui il nome di Kram figura fra quelli dell’anello più stretto intorno al tedesco Johannes Weinrich, numero due dell’organizzazione, braccio destro di Carlos, anche lui con un passato da dirigente delle Cellule rivoluzionarie. Weinrich era colui che teneva i contatti, personali e confidenziali, con gli ufficiali del ministero per la Sicurezza dello Stato (MFS) della Germania Est. Ulteriori riscontri sono agli atti della documentazione che la magistratura francese ha trasmesso prima alla Commissione Stragi (nell’aprile del 2001) e quindi alla Mitrokhin, la quale ha potuto integrare questi atti con altri fascicoli acquisiti dalla Procura di Roma e dalla stessa magistratura ungherese. Il nome di Kram compare inoltre nei documenti sia della Stasi che del servizio di sicurezza ungherese e viene descritto come appartenente al cosiddetto ramo tedesco del gruppo Carlos, al pari di Weinrich, Fröhlich e Albartus. Kram, secondo questi rapporti, è membro a pieno titolo dell’organizzazione Separat. L’MFS cita la sua integrazione totale in seno al gruppo capeggiato da Carlos, facendo risalire alla metà del 1979 l’incontro tra Kram e Carlos. Ora, è chiaro che chi si ostina a dire che tra Kram e Carlos non vi sarebbe alcun legame, afferma il falso, mentendo per qualche motivo facilmente intuibile. Ma vi è una domanda, a fronte dei numerosi elementi che sono stati prodotti nel corso dei lavori della Commissione Mitrokhin, che credo meriti una risposta: che ci venne a fare Kram in Italia la mattina di venerdì 1° agosto 1980, per poi comparire a Bologna la notte tra il 1° e il 2 agosto, riapparendo alla stazione di Bologna proprio la mattina di sabato 2 agosto (come ha affermato Carlos in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera il 23 novembre 2005), uscendone qualche istante prima dell’esplosione, per poi sparire – da quel preciso momento – dall’orizzonte degli eventi italiani, fino ai primi di dicembre dello scorso anno quando, dopo 26 anni di clandestinità e irreperibilità (Kram è ricercato in Germania dai primi anni Ottanta e latitante in quel Paese dal 1986), si è costituito alle autorità della Repubblica federale di Germania?

Per tornare alla sua domanda, ricordo con sofferenza quanto difficile fu la pubblicazione di quel libro. All’epoca ero assistito dal compianto Valerio Riva, un gigante non solo del giornalismo, ma soprattutto della ricerca storica non omologata, il quale si adoperò moltissimo per trovare un editore. Andammo a parlare anche con le edizioni Il Fenicottero di Bologna (lo stesso editore che nel 2000 diede alle stampe quella straordinaria biografica non autorizzata del prof. Romano Prodi, Prodeide, scritta dal mio caro amico e collega Antonio Selvatici, discepolo di Riva ed uno dei più brillanti giornalisti d’inchiesta italiani), ma alla fine non si trovò un accordo e, tempo dopo, ho saputo che il titolare ha chiuso l’attività e lasciato l’Italia. Alla fine il libro uscì, ma il risultato è quello che si può vedere. Bene, quella “stagione migratoria” mi fece riflettere su quello che lei chiama “clima editoriale”. In Italia abbiamo molti “micro-clima” culturali e questo negli anni ha creato dei grandi tabù: argomenti, temi, questioni e vicende sulle quali meno se ne parla, meglio è.

Ha prevalso una sorta di “pensiero unico” dei e sui grandi misteri nazionali, sui segreti della Repubblica e della politica, sui complotti, sui burattinai, sui colpi di Stato (veri o presunti), sulle cospirazioni e manovre occulte. Prendo a prestito questi termini, questo lexicon molto suggestivo, da giornali e saggi sui quali mi sono formato da adolescente. Leggevo con famelica avidità non solo l’Espresso degli anni ruggenti, con le copertine shock e delle grandi inchieste, ma anche Panorama e libri come La strage di stato di Eduardo M. Di Giovanni e Marco Ligini, Giovanni Leone di Camilla Cederna o Gli americani in Italia di Roberto Faenza e Marco Fini. Mi sembrava tutto chiaro, tutto logico e consequenziale. Ma poi ho iniziato a coltivare dei dubbi sulle varie versioni a cui ero stato abituato e sulle quali mi ero formato dei convincimenti. Il primo grande fatto sul quale iniziarono a formarsi profonde crepe fu il presunto golpe attribuito al generale Giovanni De Lorenzo, all’epoca dei fatti (era il 1964, il mio anno di nascita) comandante generale dell’Arma dei carabinieri… il cosiddetto Piano Solo.

Negli anni a seguire, anche sulla scia dei mancati riscontri a quel teorema da parte delle varie Commissioni parlamentari d’inchiesta, mi accorsi che forse il racconto del fatto era cosa diversa dalla verità sostanziale del medesimo fatto. Questo fenomeno (la creazione di un teorema che deve spiegare un evento, spesso inesistente) fa parte di un certo conformismo culturale che affonda le proprie radici ai tempi della Guerra fredda. In Italia, a differenza di quanto è accaduto in altri Paesi europei liberati dalle forze anglo-americane tra il 1944 e il 1945, ha preso il sopravvento – sotto il profilo politico-culturale – il partito sovietico, o meglio quello che a Mosca aveva il proprio punto di riferimento principale (anche e soprattutto in termini economico-finanziari). Vero è che il terreno fu reso fertile - per certi gruppi di influenza - dal clima politico che si determinò, a partire dal dopoguerra, e che ebbe come patto fondante, nel 1947, la nostra Carta costituzionale, entrata in vigore il 1° gennaio 1948. Ma all’interno di quel grande, storico accordo tra le varie anime dell’antifascismo (quella liberale, cristiana, socialista e comunista), alla fine ha preso il sopravvento l’ala minoritaria, ma estremamente aggressiva, di quello che io chiamo il partito filo-sovietico. Lo stesso partito che non avrà problemi ad allearsi, di volta in volta, con la sinistra democristiana per assestare i migliori colpi a quello che veniva ancora considerato un’emanazione del vecchio regime fascista: gli apparati dello Stato e le sue varie articolazioni (come forze di polizia e servizi di sicurezza).

Un esempio importante di questa lobby filo-sovietica è rappresentato da Ruggero Zangrandi, giornalista e scrittore, autore fra l’altro del celebre libro Il lungo viaggio attraverso il fascismo. La sua inchiesta scatenata contro l’intelligence militare (il Sifar) dalle pagine di Paese Sera (un formidabile quotidiano finanziato direttamente da Mosca nella redazione del quale si sono formati molti cronisti di nera e giudiziaria poi approdati a Repubblica) è un esempio di come operava un agente di influenza. Si trattò di una delle più grandi operazioni messe in piedi dalle centrali internazionali oltrecortina. I nostri apparati di sicurezza (fino a quel momento fedeli servitori della logica atlantista, anticomunisti, schierati al fianco dei grandi servizi d’intelligence occidentali) finiranno nel mirino di Mosca, fatti bersaglio di plurime e gravissime offensive e trascinati in una serie di scandali (e questo sino ai nostri giorni – vedi il caso della sparizione di Abu Omar) che col tempo finiranno con l’indebolire le strutture operative più delicate: quelle offensive (lo spionaggio) e quelle difensive (il controspionaggio). La “verità” che si è affermata, a seguito di questa campagna di disarticolazione, è che i servizi segreti sono sempre apparati deviati. Su di loro è stata fatta ricadere tutta la responsabilità in ordine ai piccoli e grandi misteri della Repubblica.

La devastante stagione dei grandi scandali dei servizi segreti, passando dai coinvolgimenti nelle indagini sulla strage di piazza Fontana, dal fallito golpe Borghese fino al tentativo di golpe bianco di Edgardo Sogno, approderà alla fine alla legge di riforma sull’istituzione e ordinamento dei servizi per le informazioni e la sicurezza e disciplina del segreto di Stato, del 24 ottobre 1977, della quale il Partito comunista fu uno dei principali ideatori e protagonisti. Da quel momento, come direbbe l’ex senatore Francesco Mazzola che di servizi d’intelligence se ne intende, fu il diluvio. Due mesi e mezzo dopo l’entrata in vigore della legge 801, venne rapito il presidente della Dc Aldo Moro da parte della colonna romana delle Brigate rosse. Moro, e questo venne a galla solo nel 1999 dopo l’esame dei report del materiale Impedian (dossier Mitrokhin), venne tenuto sotto controllo e pedinato da un ufficiale del Primo direttorato centrale del Kgb (spionaggio all’estero), Sergei Sokolov, fino a poche ore prima che Moro cadesse nelle mani dell’organizzazione di Mario Moretti. Ne parlò in Commissione Stragi il giudice Rosario Priore, nella seduta del 10 novembre 1999. Il dossier Mitrokhin venne reso pubblico poche settimane prima (l'11 ottobre) su sofferta decisione dell’allora presidente dell’organismo parlamentare d’inchiesta, sen. Giovanni Pellegrino. Sokolov lasciò l’Italia nell’aprile del 1978 per fare ritorno a Mosca alla vigilia della Pasqua ortodossa: appena in tempo per evitare di essere presente a Roma quando venne “bruciato” il covo delle Br in via Gradoli.

Un altro nome che incarna il partito filo-sovietico è quello del mitico Giorgio Conforto (alias Dario), uno dei principali è più influenti agenti del Kgb in Italia, per anni a capo di una rete con pesanti infiltrazioni nei ministeri degli Esteri e dell’Agricoltura, padre di Giuliana Conforto, la donna che diede ospitalità nel suo appartamento di viale Giulio Cesare a Roma a Valerio Morucci e Adriana Faranda, reduci dal sequestro Moro. I tre (Conforto, Morucci e Faranda) vennero arrestati alla fine di maggio del 1979, un anno dopo l’omicidio dell’ex ministro degli Esteri e presidente del Consiglio della Dc. Nella casa di Giuliana Conforto, la Digos di Roma trovò un arsenale (quello di Morucci, grande appassionato di armi), fra cui la pistola-mitragliatrice Skorpion cal. 7.65 di fabbricazione cecoslovacca con la quale venne crivellato al petto Aldo Moro. L’11 ottobre 1999, quando il sottoscritto, analizzando i report del materiale Impedian, si accorse della presenza di Giorgio Conforto nel dossier Mitrokhin e del resoconto svolto dal Kgb in ordine all’arresto della figlia, ebbi l’ennesima conferma ai miei sospetti. Ricordo che quando la notizia dell’agente Dario trapelò le agenzie di stampa in un primo momento decisero di censurarla, ben comprendendo le implicazioni che quella scoperta poteva avere sul caso Moro (per anni si era ripetuto, senza mai provarlo, che l’esponente democristiano sarebbe stato rapito su ordine della Cia…). Leggendo i rapporti trasmessi dal Secret Intelligence Service al Sismi nell’ambito dell’operazione Impedian, dal 1995 al 1999, si scoprì, inoltre, che tutte quelle fesserie sul presunto coinvolgimento della Cia, degli americani nel sequestro Moro altro non erano che il brillante risultato di una massiccia “misura attiva” di disinformazione ideata dal Kgb (denominata Shpora) con la quale la centrale di Mosca intossicava il già drammatico dibattito interno italiano alimentando i sospetti che Moro fosse stato vittima di una cospirazione ordita da Washington… Ma il partito filo-sovietico non aveva messo radici solo nelle strutture del Partito comunista (con il quale preferiva fare affari, piuttosto che alimentare l’eversione), ma anche e soprattutto in altre formazioni politiche (di sinistra come di destra), fra i giornalisti, nell’industria di Stato, nelle istituzioni, nella burocrazia statale, nelle gerarchie militari e delle forze di polizia. Una piovra tentacolare che non ha paragoni con altri Paesi dell’Europa occidentale, tranne forse in Francia ai tempi del generale De Gaulle.

Tutto questo per dire che non credo che per l’Italia valga il principio che la storia la scrivono (o l’hanno scritta) i vincitori. Il nostro Paese è stato liberato dai vincitori anglo-americani quindi uno si aspetterebbe che la storia l’abbiano scritta o la scrivano autorevoli esponenti del think-tank di Washington o meglio di Londra. Niente affatto. In Italia, la nostra storia (soprattutto quella segreta, legata ai grandi misteri) è stata in gran parte egemonizzata non tanto dal Partito comunista, ma dal partito di Mosca, che ha pesantemente influito – nel corso degli anni – nei processi dinamici del giornalismo e della pubblicistica, dando vita ad una versione dei fatti manipolata e orientata, in cui veniva fatta salva l’ortodossia nei confronti della casa madre e, al contempo, veniva congedata una versione dei fatti sempre ostile e scomoda verso gli ex alleati (Stati Uniti e Regno Unito in testa), baluardo dell’Occidente e fondatori del Trattato del Nord Atlantico (firmato a Washington il 4 aprile del 1949). E così si arriva alla logica del “doppio Stato”, della “sovranità limitata”, della “strategia della tensione”. Tutte formule che partono da un assunto: l’esistenza di un fantomatico complotto perenne, ordito dagli Usa e attuato attraverso la solita Cia, con la manovalanza di uomini di mafia, servizi deviati, massoneria (leggi P2) e destra eversiva, finalizzato ad impedire al Pci di salire al potere.

Attraverso questo teorema si è cercato di spiegare un po’ tutti i grandi misteri di questo Paese: dai fenomeni mafiosi e di criminalità organizzata ai sequestri di persona, dal terrorismo alle stragi, dai presunti colpi di Stato al sequestro Moro, dal disastro del Dc9 Itavia, alle stragi piazza Fontana, piazza della Loggia a Brescia, all’Italicus, a quelle di Bologna e del rapido 904 del dicembre 1984, per arrivare fino alla Falange armata e alla banda della Uno Bianca. Un’enorme, grottesca discarica della storia nazionale nella quale sono state riversate le pagine più orribili del dopoguerra, sempre con gli stessi presunti responsabili di cartone, con gli stessi mandanti occulti, le medesime ingerenze esterne (leggi americani). Ma questa teorizzazione della cosiddetta “periferia dell’impero” non è stata capace di spiegare, nel concreto, uno solo dei vari fenomeni che hanno interessato il nostro Paese. Il conformismo culturale, frutto di questo clima che ho sin qui descritto, ha prodotto nel tempo una serie di “grandi tabù”. Insomma, tutto il bene da una parte, tutto il marcio dall’altra. Si tratta di un modo infantile di interpretare la realtà, vittima del pregiudizio ideologico e di una umiliante visione manichea del mondo. Penso spesso a quello che una volta a pranzo mi disse Edgardo Sogno: «Siamo in Italia, caro mio, l’unico Paese del blocco socialista che fa parte della Nato…».

Per quanto concerne il mio libro, si tratta di un lavoro che non credo possa essere aggiornato con le informazioni del materiale Impedian. Vi fu qualcuno, al volgere dei lavori della Commissione Mitrokhin, che volle trovare dei punti di contatto tra la cosiddetta Gladio rossa e le principali direttrici di penetrazione degli apparati sovietici in Italia. Ma, una volta letto quel documento (firmato peraltro da un noto generale italiano), mi resi conto della inconsistenza di quell’ipotesi. Sulla questione del “clima editoriale”, credo che la situazione sia di poco cambiata rispetto al 1999. Vi è ancora una forte egemonia (politica, culturale, settoriale, di casta) che esercita un seduttivo potere sulle scelte delle principali casi editrici (a loro volta legate ai grandi gruppi industriali e imprenditoriali). In questo senso, l’entrata e l’uscita non solo degli autori, ma degli stessi argomenti da trattare (e come vanno trattati) risponde a precisi interessi. Nulla capita per caso. Un esempio su tutti: la prefazione dell’ultima edizione de L’archivio Mitrokhin (Bur) affidata dalla Rizzoli a Giuseppe D’Avanzo di Repubblica, il giornalista che insieme a Carlo Bonini ha firmato gli articoli più infamanti sulla Commissione Mitrokhin. Un ignaro futuro lettore, magari nel 2050, se metterà a confronto la prima edizione del saggio del prof. Andrew con l’ultima prefata da D’Avanzo avrà difficoltà a comprendere cosa è accaduto nel frattempo in Italia. E comunque, si farà un’idea di certo falsata e manipolata dei fatti così come si sono realmente svolti. D’Avanzo è sempre quel bravo e super informato giornalista che su Repubblica del 4 giugno ha riempito due pagine piene zeppe con questa nuova, allarmante storia su “una nuova P2 che ricatta la politica debole”, agitando un “mostro”, uno spaventoso network con i soliti servizi segreti, generali, massoni, dossier e intercettazioni. Ma al netto delle battute, un dato credo sia ormai acclarato: in Italia un certo giornalismo appare sempre meno libero e indipendente e sempre più al servizio di oscure lobby di potere. Se nelle redazioni dei grandi quotidiani vi fossero più Milena Gabanelli e meno Giuseppe D’Avanzo forse il quadro sarebbe diverso.

 

 

Quel suo volume del 1997 ruota intorno ad un documento del SIFAR del 28 febbraio 1950 e rimasto segreto fino al 26 giugno 1991 (quando fu declassificato), intitolato “L’apparato paramilitare comunista”.

Nell’introduzione lei accenna al cosiddetto “mistero degli "enucleandi" (pp. 44-45), ovvero al fatto che “agli atti della documentazione trasmessa dalla presidenza del Consiglio alla Commissione Stragi – presieduta allora dal senatore Libero Gualtieri – mancava inspiegabilmente il famoso elenco dei 731 presunti "sovversivi" di sinistra, aggiornato e compilato parzialmente dal controspionaggio e dal ministero dell’Interno”. Siamo nel dicembre 1990, è stata da poco “riscoperta” la documentazione di via Montenevoso a Milano (ottobre 1990), cioè il “memoriale Moro” e molte lettere di Moro inedite; poco prima era emersa la faccenda di “Gladio”, inoltre Andreotti aveva tolto gli omissis del Piano Solo.

Lei conclude: «Ebbene, dietro il mistero della falsa scomparsa (sarebbe meglio dire "sottrazione") delle liste degli enucleandi esiste il sospetto che possa essersi nascosto una sorta di “Grande Baratto” tra i vertici dei [partiti] della Democrazia cristiana e l’ex Partito comunista per occultare la "prova schiacciante" dell’esistenza della quinta colonna armata, infiltrata nel territorio nazionale e nelle istituzioni, pronta ad entrare in azione qualora fosse scattata l’invasione da Est».

Sembra quasi dunque, agganciandosi anche a quanto sostiene Priore, che i cosiddetti “misteri” della storia italiana siano duri da svelare proprio in virtù di questi “patti segreti” che legano in una sostanziale complicità omertosa gli eredi politici del vecchio CLN. È così? 

 

Gli anni che vanno dal 1989 al 1991 sono tra i più turbolenti della storia dell’Italia repubblicana. Il crollo del muro di Berlino e il successivo collasso dell’Unione Sovietica hanno avuto pesanti ripercussioni sul nostro panorama politico interno. Fu un periodo costellato di tanti, oscuri fatti. Basti pensare alla scelta di rendere pubblici i nomi degli appartenenti alla rete di resistenza clandestina Stay Behind, violando una delle norme più rigide e severe sulla tenuta del segreto in ambito Nato. L’Italia, in pochi giorni, è diventata lo zimbello dell’Occidente. Sono convinto che la falsa sparizione delle liste dei cosiddetti enucleandi (che nel libro spiego che non erano affatto state distrutte o sparite, ma erano state lasciate chiuse nei cassetti per evitare inutili imbarazzi) servì come merce di scambio in un particolare momento storico, in cui Democrazia cristiana e Partito comunista cercavano di sopravvivere alle grandi scosse del terremoto della storia. Non c’è dubbio che – anche in quel caso – si creò un falso mistero per distogliere l’attenzione dal vero problema: l’esistenza di un insieme di strutture armate clandestine che erano sopravvissute negli anni e che avevano agito all’ombra del potere e con coperture istituzionali, sotto l’egida di qualche grande super potenza e finanziate dall’estero. Quel groviglio di interessi inconfessabili rischiava di portare al collasso tutto il sistema dei partiti, non solo una parte (quella che poi è passata agli onori delle cronache di Mani Pulite, a partire dal 1992). I nomi degli enucleandi (persone che all’epoca erano considerate, in vario modo, pericolose per la sicurezza nazionale), così come vennero iscritti nei rispettivi elenchi e registri del controspionaggio, coincidevano – in massima parte – ai quadri della organizzazione della Vigilanza armata (Gladio Rossa). Una rete super clandestina che negli anni ha subito vari “stop and go”, riassetti e piani di riorganizzazione, ma che è riuscita a restare attiva almeno sino al 1989. Non c’è dubbio che il Partito comunista sino alla fine ha potuto contare su un livello palese ed uno occulto. Una struttura a doppio livello che gli ha permesso di resistere alle tante sollecitazioni che ha subito nel corso degli anni. La vera storia di Gian Giacomo Feltrinelli e Pietro Secchia aspetta ancora di essere scritta per intero. Non posso far altro che sottoscrivere l’opinione del giudice Priore quando si fa riferimento a questi “patti segreti” come di un qualcosa di inviolabile, alla base dell’Italia contemporanea.

L’ipotesi che dopo il collasso dei regimi dell’Est, in Italia, si fossero scatenate forze oscure per frenare o impedire che affiorassero dagli abissi della Storia alcune verità sui segreti della Repubblica venne, peraltro, avanzata da un brillantissimo poliziotto dell’epoca, Umberto Improta, già capo della polizia politica. In un rapporto riservato di oltre venti pagine, datato 5 dicembre 1990 e destinato al capo della Polizia, Vincenzo Parisi, l’allora questore di Roma metteva in guardia le istituzioni (in particolare il Quirinale) circa un presunto piano di destabilizzazione portato da oscure cabine di regìa attraverso la strumentalizzazione del caso Gladio, la richiesta di impeachment del presidente della Repubblica Francesco Cossiga e le allora recenti rivelazioni sul memoriale Moro, ritrovato per la seconda volta (e in forma più o meno integrale, anche se sempre in copia) nel vecchio covo delle Br di via Monte Nevoso a Milano. Nel suo rapporto al prefetto Parisi, il questore Improta faceva riferimento, in particolare, proprio al ruolo di Giorgio Conforto.

 

L’impressione generale, sicuramente amplificata da certa stampa, è che la Commissione Mitrokhin, di cui lei ha fatto parte in qualità di consulente, non sia giunta a nessuna conclusione effettiva e seria e sia dunque stato un flop. Taluni sostengono addirittura che l’unico fine perseguito dal suo presidente e dalla maggioranza dei commissari, fosse quello di trovare (o addirittura di fabbricare) prove o sospetti su esponenti del centro sinistra a partire da Romano Prodi. Ci può dare un suo giudizio generale su quella Commissione e sui suoi lavori?

 

Un flop? Comprendo che per qualcuno faccia comodo pensarla così. Ma la realtà dei fatti è un’altra. La Commissione ha lavorato con un mandato molto ampio e articolato in un arco di tempo relativamente breve (di fatto dal luglio 2002 al febbraio 2006). Ha raccolto una straordinaria quantità di documenti e materiali, in Italia e all’estero. Ha portato a buon fine almeno due rogatorie internazionali e ne ha approvate non meno di cinque. Ha svolto decine di audizioni e condotto importanti attività istruttorie non solo sul dossier Mitrokhin, ma anche su casi come l’attentato al Papa (del 13 maggio 1981) e la strage di Bologna (del 2 agosto 1980). Ma se si vuole avere un’idea più precisa sulla reale attitudine al rispetto delle norme e delle leggi da parte di alcuni dei nostri più autorevoli, importanti ed esimi esponenti politico-istituzionali, allora consiglio a chiunque di andarsi a leggere la “Relazione sull’attività istruttoria svolta sull’operazione Impedian, approvata il 15 dicembre 2004 e trasmessa ai presidenti di Camera e Senato il giorno successivo. Si tratta di un documento tecnico, senza fronzoli politici, approvato all’unanimità, che squarcia un velo su una delle più gravi violazioni della legge 801 che la storia ricordi: una serie di deviazioni provate per tabulas delle quali si resero responsabili i vertici del nostro servizio segreto militare con il pieno appoggio dei governi che si sono avvicendati nel tempo, tra il 1995 e il 1999. L’intossicazione anti Mitrokhin non tiene conto, tuttavia, di un risultato che è passato alla storia: in dodici anni di attività, la disciolta Commissione Stragi chiuse i battenti – il 22 marzo 2001 – senza un documento conclusivo votato e approvato. Ricordo quanta amarezza vi fu da parte dell’allora presidente Giovanni Pellegrino, un uomo al quale devo moltissimo, in termini umani e professionali, un nobile e raro esempio di rigore e onestà intellettuale, quando dovette prendere atto del fallimento politico di tanti anni di lavoro. Un documento, congedato all’ultimo momento dall’ala più radicale dei Ds (così come hanno fatto alla Commissione Mitrokhin, sia ai tempi della Relazione di medio termine che alla fine, quando si trattò di discutere il documento finale), assemblato e messo insieme in modo affastellato, senza un preciso metodo scientifico, infarcito di affermazioni, accuse e congetture fantasiose e bizzarre, frutto del solito super teorema del quale ho detto in precedenza, nel quale – fra le altre chicche – venivano riportate informazioni tratte di straforo da alcuni fascicoli della polizia politica intestati, nientemeno, che a parlamentari allora in carica dell’opposizione. Un lavoretto pulito, oserei dire… Altro che Mitrokhin!

La ridicola accusa seconda la quale l’unico fine della Commissione sia stato quello di trovare (o peggio, fabbricare!) prove o sospetti sul centro sinistra purtroppo si infrange sul devastante dato storico così come illustrato, sul piano documentale e fattuale, dalla citata “Relazione”. Il resto sono sciocchezze che si commentano da sole. E poi, perché fabbricare prove, se gli elementi e i dati probatori erano già all’epoca abbondantemente sufficienti ad illustrare tutta una serie di violazioni, manomissioni, deviazioni e manipolazioni (come, ad esempio, la censura preventiva operata dal vertice del Sismi sulla bozza-dattiloscritto del saggio di Christopher Andrew prima della sua andata in stampa col titolo The Mitrokhin Archive)? Ripeto: la lettura rende l’uomo migliore. E mai come in questo caso la lettura è illuminante. Leggete quella Relazione e poi domandatevi perché sulla Commissione Mitrokhin si sono andate addensando tutte queste nubi nere…

 

 

Minoli sul finire della sua intervista dichiara: “Quanto alla nostra inchiesta, il riscontro sui documenti originali è stato impossibile perché la Commissione ha segretato la maggior parte degli atti”. Ora le chiedo chi è che ha segregato i documenti a cui si fa riferimento e con che motivazioni? Di recente, anche un gruppo di storici ha chiesto pubblicamente la loro desegretazione. Lei che cosa ne pensa?

 

Andiamo con ordine. Sulla posizione di archivio dei documenti acquisiti dalla Commissione nel corso dei suoi lavori istruttori la mia opinione è che, sul piano formale, fu giusta e corretta quella decisione di rispettare le istanze dei vari enti originatori (quali il Sismi, il Sisde, il ministero dell’Interno, autorità giudiziarie di altri Paesi e così via) e quindi di mantenere il livello di classifica che i singoli atti avevano al momento della loro trasmissione. Sul piano sostanziale, tuttavia, ritengo che si sarebbe dovuto – per tempo – fare una seria selezione delle carte (compresi gli elaborati presentati dai consulenti) e verificare, caso per caso, se andava mantenuto o meno il livello di classifica (che va dal riservato al segretissimo e oltre) ai fini di una eventuale pubblicazione. Il presidente, coadiuvato dal parere degli uffici, ritenne di dover mantenere il segreto su tutti gli atti, compresi alcuni fondi di archivio che risalgono agli anni Cinquanta. In questo, la Commissione, rispetto ad altre esperienze fatte nel contesto delle inchieste parlamentari (mi vengono in mente in particolare le Commissioni Moro o P2), ha inteso interpretare non solo la norma, ma anche la consuetudine in senso alquanto restrittivo. Credo che un margine vi fosse per la pubblicazione non di tutti gli atti, ma almeno di una buona parte. In questo, hanno perfettamente ragione gli storici che hanno firmato quell’appello per l’accesso e la consultabilità degli atti raccolti e custoditi dalla Commissione Mitrokhin. Non c’è dubbio che quella scelta, comunque, ha non solo fatto felici e contenti alcuni politici profondamente preoccupati dell’ipotesi di una futura pubblicazione degli atti, ma ha dato un duro colpo alla ricerca storiografica, privandola di uno straordinario materiale d’archivio.

 

 

Sempre relativamente alle Commissioni parlamentari di cui lei ha una certa esperienza, le volevo chiedere come funzionano alcuni meccanismi che riguardano i consulenti e le loro attività. Ecco un elenco di domande e curiosità:

1. Come vengono scelti i consulenti per le commissioni parlamentari?

2. C’è qualcuno, cioè i membri delle Commissioni stesse, che sceglie a sua discrezione?

3. Oppure sono i consulenti che si propongono; che requisiti occorrono; c’è una sorta di “esame”?

4. Una volta proposti, qual è la procedura di approvazione?

5. Una volta nominati, quali compiti vengono loro assegnati? E da chi?

6. Che “doveri” hanno?

7. Devono scrivere delle relazioni, devono rendere conto di quello che fanno, e a chi?

8. Le eventuali relazioni, o la documentazione raccolta, dove va a finire?

9. Esiste da qualche parte, ad esempio, un elenco di tutte le relazioni e i documenti che sono stati depositati nell’archivio della “Commissione Mitrokhin”?

10. È segreto anche questo elenco? Se no, dove è consultabile?

 

Sui consulenti, posso riferire ciò che accaduto in Commissione Stragi e alla Mitrokhin. Non so dire come questo argomento sia stato trattato dalle altre Commissioni d’inchiesta come l’Antimafia o, ad esempio, la Telecom Serbia o quella sui fatti connessi all’omicidio della giornalista Ilaria Alpi in Somalia. Per quello che ho potuto vedere, non vi è una regola precisa per diventare consulenti. Spesso accade che vi sia una sorta di cooptazione (un po’ per meriti, un po’ per amicizia, un po’ per simpatia, un po’ per affiliazione politica, raramente per meriti speciali dimostrati sul campo) dall’alto verso il basso. Non si deve sostenere alcun esame di accesso, ma una volta nominati si deve giurare sul rispetto delle norme, del regolamento e delle leggi in particolare sulla tenuta del segreto e sulla riservatezza degli atti. Si tratta, quasi sempre, di un arruolamento che si compie attraverso criteri di massima discrezionalità. Non ci sono parametri fissi (mi riferisco a fattori come competenza, affidabilità, serietà, onestà), se non quelli dettati dal regolamento interno. Ricordo casi di incompatibilità (o quantomeno con profili di palese inopportunità) risolti felicemente dopo una serie di discussioni, mediazioni e negoziati politici. Rari se non nulli i casi di illustri sconosciuti che (anche se bravi e competenti), una volta perorata la propria candidatura, si trovano a svolgere l’incarico. Una volta proposti, l’ipotesi di collaborazione viene illustrata all’Ufficio di presidenza (spesso allargato ai rappresentanti dei gruppi politici) e, se ritenuta opportuna, idonea o utile ai lavori della Commissione, si delibera la nomina che, sul piano formale, diviene esecutiva solo dopo l’assunzione dell’incarico e il relativo giuramento. Da quel momento, si è sottoposti ad un vigile e severo controllo da parte degli uffici di segreteria che annotano, protocollano, archiviano giorno per giorno l’attività svolta. Per scoprire chi ha lavorato e chi no, sarebbe sufficiente andare a compulsare i fascicoli personali dei singoli collaboratori. Devo dire che, se di scandalo si deve parlare per quanto riguarda la Commissione Mitrokhin (ma lo stesso vale per la Commissione Stragi), esso è legato a quei consulenti i quali, dopo l’assunzione dell’ambito incarico, finiscono con lo sparire dall’orizzonte degli eventi, nonostante rimangano destinatari (beati loro) di lauti compensi. A dire il vero, molti autorevolissimi studiosi, professori, docenti universitari, esperti e così via si sono distinti per questa poco nobile forma di assenteismo. Senza contare chi, con il pretesto di fare ricerche presso enti e archivi, cerca, trova e raccoglie carte che non solo nulla hanno a che fare con i lavori della Commissione, ma che poi vengono utilizzate per scrivere saggi e libri vari. Ma per quieto vivere e per evitare veleni o imbarazzanti ritorsioni, ai piani alti hanno sempre deciso di lasciar correre, con aristocratico disincanto, mantenendo il privilegio. Chi ha scrupolo e senso del dovere, anche di fronte a mille difficoltà e asperità, partecipa, lavora, produce, fa ricerca, frequenta gli archivi, fa proposte, scrive, si mette in discussione e consegna agli atti documenti, elaborati e relazioni. Altri, meno solerti e dotati di scarso senso del dovere e rispetto civico, rimangono a casa, sereni e retribuiti, per poi ritrovarseli a fine lavori che scrivono, accusano e pontificano sui mali della politica e sull’inutilità (se non sulla dannosità) delle Commissioni e delle inchieste parlamentari. Comunque, tutto il lavoro svolto dai consulenti è registrato, a cura degli uffici di segreteria, sul protocollo. Dopo il loro deposito agli atti, eventuali documenti, elaborati o relazioni – una volta autorizzati dal presidente previo parere degli uffici – entrano nell’archivio per la consultazione. I documentaristi predispongono, di volta in volta, un elenco degli atti presenti in archivio (questo registro credo sia consultabile). Lì sono conservati tutti i record relativi alle acquisizioni e ai depositi. Gli Uffici Stralcio delle Commissioni d’inchiesta tengono questi registri e gli elenchi degli atti depositati.

 

 

La precedente domanda introduce necessariamente la vicenda ormai drammatica di Mario Scaramella, consulente della Mitrokhin, che da oltre cinque mesi si trova in carcere, in isolamento, a fronte di capi d’imputazione quali la “calunnia” nei confronti di un agente segreto ucraino e il “traffico d’armi” essendo dunque sospettato di aver architettato il trasporto di due granate su un furgone da lui stesso fatte ritrovare. Lei ha avuto modo di conoscerlo personalmente? Su di lui si è scritto molto, ironizzando, per la verità con un certo cinismo viste le condizioni in cui versa da cinque mesi, sul suo impressionante curriculum professionale. Lei cosa ci può dire in proposito?

 

Ho conosciuto Mario Scaramella durante le fasi finali dei lavori della Commissione. Devo dire che per mesi (se non per anni), dopo la sua nomina a consulente, non ho avuto modo di vederlo. Il suo contributo era esterno, svolgeva attività all’estero e poco frequentava gli uffici della Commissione. Non credo che abbia partecipato alle sedute o alle varie audizioni che abbiamo tenuto nel corso dell’istruttoria. Nulla ho da dire sul suo curriculum professionale. Mentre qualcosa ritengo di doverla dire in ordine al suo incarico che – di certo – non si è scritto o approvato da solo. Ricordo quando, nella seduta dell’11 dicembre 2003 (ma l’annuncio della sua nomina fu dato il giorno precedente), venne letto l’incarico che l’Ufficio di presidenza della Commissione aveva votato e approvato per Scaramella. Ritengo utile, per futura memoria, trascrivere il passaggio del resoconto stenografico di quel giorno quando il presidente, in apertura di seduta, diede testuale lettura della motivazione: “Informo che l’Ufficio di presidenza integrato dai rappresentanti dei gruppi ha deliberato di affidare i seguenti incarichi: al professor Mario Scaramella di acquisire documenti ed effettuare ricerche presso istituzioni e organismi di Paesi occidentali e dell’ex Unione Sovietica riguardanti operazioni commerciali e finanziarie svolte fra l’Italia e i Paesi dell’Est europeo, finalizzate (come recita la nostra legge istitutiva) al finanziamento illecito del Pci al di fuori di ogni controllo, nonché attività di finanziamento dirette o indirette del Kgb a partiti politici italiani, a correnti di partito e ad organi di informazione in Italia, successivamente al 1974, data certa a partire dalla quale esiste una legge che vieta il finanziamento dei partiti al di fuori delle norme stabilite dalla legge; presunte relazioni tra Pcus, Kgb e altre agenzie di esplorazione estera e organizzazioni italiane terroristiche; collegamenti tra l’intelligence sovietica, il terrorismo islamico e altre strutture eversive straniere, in particolare sul terrorismo nazionale; eventuale supporto o coinvolgimento italiano in operazioni illecite fra servizi sovietici e Paesi islamici, anche dopo la caduta dell’Urss per le note continuità”. Ecco qui. Questo fu il mandato conferito a Scaramella. Un incarico straordinario, estremamente ampio e articolato, nel quale il consulente si è mosso sino alla fine dei lavori istruttori della Commissione. Scaramella, per lo svolgimento di questo compito (credo, sulla base della mia esperienza, si tratti di un unicum nella storia delle inchieste parlamentari), ha preso contatti con i più importanti, autorevoli e accreditati defezionisti non solo del Kgb, ma del Gru e dell’attuale intelligence russa (Svr e Fsb), come Oleg Gordievsky, Oleg Kalugin, Alexander Litvinenko o Yuri Shvets. Una simile attività non poteva passare inosservata ai servizi di sicurezza russi e dei Paesi ad essa collegati, come l’Ucraina (vediamo quanta difficoltà ha questa ex Repubblica sovietica a sganciarsi da Mosca). Scaramella, senza saperlo, è finito nell’ingranaggio di questa seconda Guerra fredda tra Est e Ovest. Le minacce delle quali è stato destinatario sono proprio l’inquietante esito delle sue attività per la Commissione. È finito nel mirino dell’intelligence russa non appena ha iniziato a frequentare Litvinenko. Da quel momento (e siamo tra la fine del 2003 e gli inizi del 2004), Scaramella diventa un obiettivo, come del resto lo stesso Litvinenko.

 

 

Qual è la sua opinione su quanto sta accadendo a Scaramella? Crede che ciò sia la conseguenza di qualche attività non gradita?

 

Preferisco non rispondere. L’unica cosa che posso dire è che Mario Scaramella, del tutto inconsapevolmente, è stato pesantemente manipolato da una serie di agenti dell’intelligence russa e ucraina. Il suo coinvolgimento, che lo ha portato a Londra il giorno in cui venne deciso di colpire e annientare Litvinenko, è stato il brillante risultato di una grande operazione, portata a termine da professionisti. E una delle pedine utilizzate è stato proprio quell’Evgueni Limarev che vive a Cluses nell’Alta Savoia dall’agosto del 2000. Un dato è certo: una macchinazione simile lasciava poche possibilità di uscirne indenni. Credo sia evidente il fatto che, sino al giorno in cui trapelò la notizia che Litvinenko era stato avvelenato e che aveva incontrato Scaramella, il suo nome era lontano dalle cronache nazionali e dalle stesse emergenze giudiziarie italiane. La fretta di associarlo al carcere è la prova di questo “salto di qualità”. Del resto, le stesse fonti d’accusa contro Scaramella non possono certo dirsi degli esempi cristallini di affidabilità e attendibilità. Con la morte di Litvinenko, contaminato con una dose massiccia di polonio 210 poco prima di incontrarsi con Scaramella a Piccadilly Circus nel primo pomeriggio del 1° novembre 2006, non solo usciva di scena una delle più importanti fonti dell’ex consulente della Commissione Mitrokhin, ma le informazioni da lui stesso passate, attraverso Scaramella, al Parlamento italiano rischiavano di assumere un rilievo di verità assoluta. Come dire: Litvinenko martire della verità, Scaramella il suo discepolo. Ecco, dunque, l’esigenza (tutta italiana) di demolire la credibilità sia della fonte che dello stesso destinatario delle informazioni. Il primo non può più confermare nulla, il secondo in cella di isolamento con l’accusa di calunnia.

 

 

Lei è redattore del mensile Area e scrive per il Roma e sta conducendo col suo collega Vincenzo Nardiello un’inchiesta molto interessante, ma per certi versi contro corrente rispetto a tutto il resto della carta stampata. Come giudica il comportamento e l’atteggiamento di giornali come Repubblica che hanno trattato la vicenda Litvinenko-Scaramella nel modo che tutti conosciamo?

 

Sul “comportamento” e “l’atteggiamento”, come lei li definisce, di grandi quotidiani come Repubblica, che hanno trattato il caso Litvinenko-Scaramella (per colpire tutta la Commissione Mitrokhin), preferisco stendere un velo pietosissimo. Erano anni che non si assisteva ad un fenomeno di alterazione della verità dei fatti di questa portata. Senza parlare della violazione, sistematica e scientifica, delle norme alla base del nostro codice deontologico professionale. Le famose “interviste” di Repubblica a Limarev, Gordievsky e Bukowsky sono un monumento a questa anomalia. L’inchiesta che sta conducendo Il Roma è controcorrente, non c’è dubbio, in un flusso dell’informazione alla rovescia, come si trova a fare il salmone quando risale la corrente del fiume, seguendo l’istinto di natura che lo richiama ai luoghi di nascita. Vede, ogni anno la fondazione Freedom House stila una classifica degli Stati del mondo in relazione alla libertà di stampa. Secondo l’ultimo rapporto, relativo al 2006, l’Italia occupa il 79° posto assieme al Botswana. Nel 2004, l’Italia occupava la 74ª posizione. Ogni altro commento sarebbe superfluo…

venerdì, 16 giugno 2006

Il mondo dell’Iliade

(Alle Radici dell’Odio – parte seconda)

Il 5 maggio scorso abbiamo pubblicato l'articolo "Alle Radici dell'Odio" coinvolgendo nella discussione alcuni amici che vivono in Israele. Qualche giorno dopo scoprimmo quasi per caso che il Centro Milanese di Psicoanalisi Cesare Musatti aveva organizzato per il 13 maggio un convegno dallo stesso titolo per "un'analisi del fenomeno terrorismo". Ci siamo fatti inviare gli atti di quell'evento che metteva a confronto proprio studiosi israeliani (o ebrei) e palestinesi (o arabi), e pensiamo da oggi di cominciare ad analizzare, in momenti diversi, i lavori più interessanti.

Nel frattempo, nell'area commenti del nostro precedente articolo ma anche in altri Forum, si è sviluppato un interessantissimo dibattito sul tema.

Da un lato taluni affrontano il problema dal punto di vista "storico", ovvero si cerca di dare o di trovare gli elementi che possano legittimare o meno l'identità di un popolo sul territorio.

Per gli ebrei, cacciati dalla Palestina nell'antichità, non è stato mai possibile trovare una terra stabile e sicura ovunque andassero. Nei secoli le persecuzioni più atroci li hanno costretti a continue diaspore e fughe. Perchè mai oggi, dopo tante sofferenze, non dovrebbero considerare la Galilea e la Giudea come la loro terra? Non va nemmeno dimenticato che fin dalla costituzione dello stato d'Israele (che taluni considerano un atto di riparazione degli "europei" forse un pò troppo frettoloso in termini politici e pratici), esso si è trovato a dover contrastare anche con le armi paesi arabi confinanti che non hanno mai riconosciuto il diritto alla sua esistenza. D’altra parte i palestinesi fanno risalire la loro frustrazione alla “sottrazione” di un territorio nel quale vivevano. Crediamo che il dibattito storico abbia una sua valenza e possa certo servire per capire il fenomeno, anche se vogliamo, per “giustificare” ciò che è accaduto negli ultimi trent’anni, ma forse discutere se il popolo palestinese sia veramente un popolo o piuttosto una costruzione politica, credo che difficilmente porterà ad una soluzione del problema. Così come il non riconoscimento di Israele è stato e continua ad essere un grave macigno sulla strada della pace, il mancato riconoscimento della Palestina come stato e popolo a prescindere dalla sua storia non possa condurre a nulla.

C’è un’altra riflessione però che ci interessa approfondire e riguarda meno la storia ma più l’umanità. L’aspetto storico affronta il problema in termini di “gruppo”, di “comunità” o “popolo”, ma il terrore o l’insicurezza, l’umiliazione o la deumanizzazione, interessano e colpiscono gli individui uno ad uno. Noi di sinistra in occidente parliamo, credo ancora giustamente e onestamente, di pace. Cosa ci sentiamo di rispondere però a domande del tipo: “cosa può fare, cosa deve fare, l’agnello quando nell’ovile entra il lupo?”.

 

Non ho ancora completato l’articolo che volevo dedicare all’intervento, tenuto al convegno di Milano, da George A. Awad, psicoanalista nato in Palestina ma residente e operante in Canada. Lo farò di certo nei prossimi giorni perché lo ritengo molto interessante per capire il punto di vista dei palestinesi. Successivamente vedrò di analizzare il testo di Emanuel Berman dell’ Israel Psychoanalytic Society & University of Haifa.

Volevo però riportare l’attenzione di questo blog sulla discussione che ripeto si è sviluppata e che spero possa continuare. Nel lavoro di Awad c’è comunque una parte all’inizio, meno tecnica ma a mio avviso molto efficace, che vorrei riportare qui come ulteriore spunto di riflessione:

Viviamo nel mondo dell’Iliade. Achille uccide Ettore e trascina il suo corpo intorno a Troia assediata. Poi per vendetta Achille viene ucciso per aver ucciso Ettore e terrorizzato i troiani. La maggioranza dei personaggi dell’Iliade combatte ed uccide, compete per il potere, per la vanità e per le donne, e dimostra una scarsa attitudine alla riflessione, all’empatia o alla compassione. Che posto ha Ulisse in un mondo simile? Figura minore nell’Iliade, eppure Ulisse era stato tra coloro che avevano dato ai greci l’idea del cavallo. Questo era un esempio della capacità di avere una “teoria della mente”, ossia la capacità di riflettere non solo sulla propria mente, ma anche sulla mente degli “Altri”. Ulisse aveva previsto ciò che i Troiani avrebbero fatto e che fecero. In seguito diventa l’eroe dell’”Odissea”, la metafora del viaggio della vita umana e dell’uso della mente per superare con l’ingegno gli altri e per non impiegare la forza fisica per realizzare i propri obiettivi e desideri. Il mondo odierno è simile al mondo dell’Iliade, uno “Scontro tra civiltà”, per coloro che vogliono che sia così”.

   
postato da: GabrielParadisi alle ore 16/06/2006 08:08 | Permalink | commenti (2)
categoria:palestina, israele, terrorismo e guerra globale, pace e conflitti
venerdì, 05 maggio 2006

Alle radici dell’odio

Aggiornamento: Questo post è stato oggi segnalato su Bloggoverno. Ringraziamo il "Ministro degli Affari Esteri" e riportiamo gli emendamenti per ora presenti nella sezione Commenti.

 

Ho avuto la fortuna di conoscere due persone a loro modo straordinarie: una poetessa e un colono: Sigal e Hadar. Vivono entrambi in Israele. Sigal Harari vi è nata, mentre Hadar (Sergio Hadar Tezza) è un cittadino italiano che ha deciso solo una quindicina d’anni orsono di raggiungere la… Terra Promessa. Sigal, laureata in Lingua e Letteratura Italiana ha anche recentemente pubblicato una raffinata raccolta di poesie nella nostra lingua che governa con estrema padronanza (“La Gabbiana”, Amichay Publisher – Tel Aviv). Hadar che vive a Qiryath Arba Hebron (la Città dei Patriarchi), si definisce provocatoriamente “A Torah-wing Jew ("religious fanatic, gun-toting settler")” ovvero “Un ebreo né di sinistra né di destra ma che segue la Torà, cioè uno che viene chiamato di destra dai sinistri, e di sinistra dai destri (quello che usano chiamare "colono armato, fanatico religioso", la seconda delle quali è senz'altro ironica)...”.

Discutendo con loro, di politica e di poesia, ben presto è emerso un aspetto, lo ammetto, per me decisamente inquietante: la diffidenza o addirittura la rabbia con la quale essi reagiscono ogniqualvolta si parla di PACE. Sentono in questa parola solo ipocrisia o addirittura la interpretano come un subdolo inganno: “la Pace come il trionfo dei loro nemici.

Sentendoli parlare, leggendo i loro testi, si viene a contatto, in modo diretto e asciutto, con la difficilissima, spesso insostenibile, realtà quotidiana in cui si trovano a vivere. Si percepisce la terribile consuetudine di persone costrette all’insicurezza continua, al pericolo ovunque. Al ristorante, sulla spiaggia, in discoteca. Persone che si vedono morire accanto famigliari, amici, conoscenti. In loro sorge quindi, probabilmente spontaneo e naturale, …l’odio verso il nemico. Un odio profondo e immenso. Per noi in tal misura forse inconcepibile.

Hadar oggi mi ha inviato questo messaggio: “Caro Paradisi, solo per darti un'idea della mia realtà quotidiana...
Ragazzina di otto anni strangolata da un arabo a Beth Shemesh

http://www.jpost.com/servlet/Satellite?cid=1145961276007&pagename=JPost%2FJPArticle%2FShowFull

Rock Attacks Against Buses Traveling in Samaria

(16:15 May 04, '06 / 6 Iyar 5766 IsraelNN.com) Three incidents involving rocks hurled at Israeli buses were reported in Samaria on Thursday afternoon. A bus was attack north of Ofrah on Highway 60. A second attack occurred in Hawara south of Shechem and a school bus was attacked en route to Tapuach. There were no injuries. Damage was reported.
Terrorists Apprehended Near Kalkilye

(16:00 May 04, '06 / 6 Iyar 5766 IsraelNN.com) IDF soldiers involved in counter-terrorism efforts near Palestinian Authority (PA) controlled Kalkilye apprehended four PA residents wanted for questioning, including a Fatah Tanzim member.  At least one of the suspects was armed. They were turned over to security authorities for questioning”.
L’altro giorno Sigal mi aveva scritto: “Io credo in un tempo di pace/ Ma so che e' solo un sogno,/ Io credo in un tempo di pace/ Quando non ci saranno più guerre/ E le ragazze buone/ Non avranno sulla tomba/ Un albero tagliato corto/ Ma una brocca d'acqua sorgiva/ E un candelabro a sei bracci,/ Come sta scritto nell'esodo,/ Due mani incrociate/ E la pace che vince./ Allora sapremo,/ Solo allora sapremo/ Che è giunto il messia”.

Gavriel, la pace e’ una conquista, nessuno te la regala. Devi crearla tu con le unghie e coi denti. Rassegnati ed accetta che nel mondo esistono i lupi ed esistono gli agnelli e i lupi per il momento non pascolano sereni accanto agli agnelli. Gli uomini non sono uguali, ci sono uomini che sgozzano e uomini che vengono sgozzati. E ai futuri sgozzati non serve urlare la parola “pace” nelle piazze né spalmarla sui giornali. Rassegnati, Gavriel,  il messia non è ancora giunto. Assassinare è proibito, uccidere è un diritto e soprattutto un dovere. Nella bibbia sta scritto “non assassinare”, non sta scritto “non uccidere” (infatti sta scritto “Lo tirzach”  e non “Lo Taharog”). I buoni uccidono, i malvagi assassinano”.

Sono parole molto dure da accettare per chi come noi, certo al sicuro e al calore della nostra tutto sommato serena e tranquilla esistenza, crediamo pur tuttavia seriamente alla Pace, alla possibilità che la nascita di uno stato Palestinese porti finalmente ad una coesistenza pacifica questi due popoli.

Intelligenze raffinate e acute come quelle di Sigal e di Hadar non possono restare ostaggio quasi esclusivo di categorie come il dolore, l’odio, la paura. Devono potersi liberare dalle catene della violenza e come una gabbiana leggiadra ed elegante, librarsi in volo sopra "bianca terra / ebbra di latte e di miele.

Ho chiesto a Sigal e a Hadar di scrivermi, di farmi capire, di farci capire, gli abissi di dolore nei quali essi vivono. Di farci capire come nasce quest’odio insopprimibile. Anche perché crediamo non possa essere molto diverso da quello che i “Pals” possono nutrire nei confronti degli Ebrei, per loro solo invasori, profanatori della loro terra.

E’ questa ultima, forse banale constatazione, che ci riempie di sgomento.

Come potrà interrompersi questa sanguinosa spirale se non si riesce a ridare alla parola PACE la sola accezione vera, giusta. Unica. Come si potrà sconfiggere l’Angelo della Morte se non si crede più alla PACE?

 

Ieri sera, letto il mio articolo, Sigal mi ha scritto:

Caro Gavriel, Io rifiuto la parola pace non rifiuto la pace. La pace è il mio sogno più grande, ed è stato e continua ad essere il sogno di tutti gli israeliani, a qualsiasi partito appartengano. Il pacifismo di cui tu parli vuole ostacolare il mio sforzo di guerra così aiutando lo sforzo di guerra di chi vuole la mia fine. I pacifisti mi fanno ribrezzo perchè a loro non interessano le sofferenze degli israeliani. Nessun pacifista è mai venuto a parlare coi genitori dei ragazzi morti in discoteca o sugli scuolabus. Nessuno di loro è venuto a consolare i feriti a Beit Lewinstein, ragazze e ragazzi senza gambe e senza braccia. Io non rifiuto la pace. rifiuto la parola pace in bocca a chi vuole ostacolare il mio legittimo diritto alla vita. I pacifisti dichiarano che Israele non esiste, che Israele si dovrebbe chiamare Palestina, che Israele occupa territorio arabo. Non troverai nella storia umana nessun caso in cui un popolo che ha vinto in guerre che non ha voluto, si ritiri dai territori conquistati senza ricevere nulla in cambio se non la speranza di qualcosa che assomigli alla pace. Israele l'ha fatto in passato e continua a farlo e si ritira da territori che non sono mai appartenuti ai palestinesi. Io rifiuto i pacifisti perchè li ritengo ipocriti. Il contrario di pace, cioè amore, come affermi, non è odio. Il contrario della pace è guerra. E la guerra noi la facciamo perchè siamo costretti a farla, non per odio. Io non odio nessuno. Non è indispensabile odiarlo il nemico per combatterlo. Nessuno in Israele odia i palestinesi, nessuno rifiuta loro uno stato, sono loro che non lo vogliono e continuano a rifiutarlo. Gli arabi hanno inventato un popolo inesistente per essere aiutati nel loro dichiarato progetto di eliminare fisicamente lo stato ebraico, patria degli ebrei, gli odiati infedeli che inquinano lo 0,006 % di quella che doveva essere soltanto terra araba Ecco cosa difendono i pacifisti. Quindi io dico abbasso i pacifisti e viva la pace. Sigal

postato da: GabrielParadisi alle ore 05/05/2006 06:08 | Permalink | commenti (36)
categoria:palestina, israele, pace e conflitti