
categoria:palestina, israele, brigate rosse, servizi segreti, mitrokhin, terrorismo e guerra globale, misteri d italia, caso moro, strage stazione, moro aldo

L’accordo Moro
(di Sextus Empiricus e Cieli Limpidi)

Il Patto
(intervista* a Gian Paolo Pelizzaro)

* L’intervista è stata realizzata con l’aiuto fondamentale di Sextus Empiricus e di Enrix.
Da un paio di settimane rimbalza in Tv una notizia a dir poco esplosiva e inedita.
Per primo ne ha parlato il giudice Rosario Priore a “Omnibus” su La 7 alle 8.13 di lunedì 14 maggio. E poi anche a “Terra” il programma di approfondimento del Tg5, andata in onda alle 23.30 di domenica 3 giugno.
Poi se n’è discusso da Minoli a “La Storia Siamo Noi” su Raidue giovedì 24 maggio. La carta stampata a dire il vero non ne ha dato per ora il risalto che a nostro avviso meriterebbe, ma questo è un altro discorso.
In sostanza, la notizia riguarda un “Patto” segretissimo “siglato” dopo la strage di Fiumicino del 17 dicembre 1973, tra il governo italiano (Aldo Moro Ministro degli Affari esteri nel IV governo Rumor, 7 luglio 1973 – 14 marzo 1974) e la dirigenza palestinese. A fronte della “distrazione” da parte delle autorità italiane al passaggio di armi e di materiale esplosivo attraverso il nostro Paese, il terrorismo palestinese ci avrebbe risparmiato dalle sue cruente azioni e ciò in effetti accadde almeno fino alla fine del 1979.
Sull’esistenza di tale patto oggi sembrano convergere un po’ tutti, da Francesco Cossiga a Giulio Andreotti, anche se Cossiga sostiene di esserne stato all’oscuro persino quando arrivò a ricoprire le cariche istituzionali più elevate. Verso la fine del 1979, forse inavvertitamente, il patto venne rotto con il sequestro ad Ortona (in provincia di Chieti) di due di missili SAM 7 “Strela” di fabbricazione sovietica e l’arresto proprio a Bologna del cittadino giordano di origini palestinesi Saleh Abu Anzeh, responsabile del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) in Italia, formazione di matrice marxista-leninista che aderiva all’OLP e che praticava il terrorismo su scala internazionale.
Secondo i consulenti della Commissione Mitrokhin Lorenzo Matassa e Gian Paolo Pelizzaro il movente della strage di Bologna sarebbe stato proprio l’arresto di Abu Saleh e la violazione di quell’accordo tra l’Italia e i palestinesi. Una prova di ciò la presenza a Bologna la notte precedente la strage alla stazione del terrorista tedesco Thomas Kram legato al gruppo di Carlos e dunque all’FPLP.
Secondo Priore uno dei motivi per cui la Commissione Mitrokhin ha suscitato tante resistenze è proprio il fatto che coi suoi lavori e con le sue ricerche si fosse arrivati vicino a queste verità scottanti “su cui non si può ancora parlare”.
Gian Paolo Pelizzaro, redattore del mensile Area e giornalista del Roma di Napoli, presente alla trasmissione di Minoli, è stato consulente della Commissione Stragi e della Mitrokhin. In questi ultimi mesi insieme a Vincenzo Nardiello sta conducendo per il quotidiano napoletano una documentatissima e attenta inchiesta sulla vicenda che vede coinvolto Mario Scaramella, altro consulente della Commissione presieduta da Paolo Guzzanti, in carcere dalla vigilia di Natale.
Abbiamo chiesto a Pelizzaro se era disponibile a rispondere ad alcune domande sui fatti che abbiamo velocemente richiamato. Gentilmente ha accettato.
Pelizzaro, nell’ottobre del 1997 è stato pubblicato il saggio Gladio rossa. Dossier sulla più potente banda armata esistita in Italia per le edizioni Settimo Sigillo. Nei “Ringraziamenti” lei lamentò il fatto che quel suo testo era già pronto nel 1994, ma che subì una vera e propria "stagione migratoria" da un editore all’altro restando spesso dimenticato per mesi nei cassetti di tante scrivanie. Lei crede che anche oggi ci siano alcuni argomenti “tabù” sui quali si applica un vero e proprio ostracismo più o meno palese? Ritiene che oggi una nuova edizione di quel suo libro, magari aggiornata con le informazioni contenute nel “dossier Mitrokhin”, reso pubblico nell’ottobre 1999, incontrerebbe ancora tante difficoltà? Il “clima editoriale” è più o meno lo stesso di allora?
Prima di rispondere a questa domanda, vorrei tornare per un attimo alla vicenda del tedesco Thomas Kram, essendo questo un tema trattato sia nella trasmissione “La storia siamo noi” di Giovanni Minoli su Raidue che da “Terra” di Toni Capuozzo su Canale 5, ambedue dedicate alla strage di Bologna. Ho sentito, per l’ennesima volta, alcune affermazioni che meritano un chiarimento. Secondo alcuni, infatti, non vi sarebbe la “prova” che Kram, già militante di primo livello delle Cellule rivoluzionarie tedesche, avrebbe fatto parte anche del gruppo Carlos. Bene, ciò è falso. La “prova” che il tedesco presente a Bologna a partire dalle prime ore del 2 agosto 1980 fosse stato arruolato nella rete Separat (nome in codice assegnato al gruppo Carlos dalla Stasi, la polizia politica dell’ex Ddr) è contenuta in una serie di documenti e fascicoli che la Commissione Mitrokhin ha potuto acquisire, a partire dall’ottobre del 2003. Il primo riscontro è contenuto in un lungo rapporto di polizia giudiziaria formato dalla Dst (l’antiterrorismo francese), risalente al 3 ottobre 1995 e destinato al giudice istruttore di Parigi Jean-Louis Bruguière, titolare delle inchieste che hanno portato ad un nuovo rinvio a giudizio di Carlos (la notizia si è appresa il 4 maggio scorso) per una serie di attentati dinamitardi compiuti in Francia (fra cui quello al treno Parigi-Tolosa “La Capitole” del 29 marzo 1982, quello alla sede del giornale filoiracheno e antisiriano Al Watan Al Arabi, in rue Marbeuf a Parigi del 22 aprile 1982 e quelli alla stazione ferroviaria Saint-Charles di Marsiglia e al treno ad alta velocità Tgv del 31 dicembre 1983 – per un totale di undici morti e oltre cento feriti), in cui il nome di Kram figura fra quelli dell’anello più stretto intorno al tedesco Johannes Weinrich, numero due dell’organizzazione, braccio destro di Carlos, anche lui con un passato da dirigente delle Cellule rivoluzionarie. Weinrich era colui che teneva i contatti, personali e confidenziali, con gli ufficiali del ministero per la Sicurezza dello Stato (MFS) della Germania Est. Ulteriori riscontri sono agli atti della documentazione che la magistratura francese ha trasmesso prima alla Commissione Stragi (nell’aprile del 2001) e quindi alla Mitrokhin, la quale ha potuto integrare questi atti con altri fascicoli acquisiti dalla Procura di Roma e dalla stessa magistratura ungherese. Il nome di Kram compare inoltre nei documenti sia della Stasi che del servizio di sicurezza ungherese e viene descritto come appartenente al cosiddetto ramo tedesco del gruppo Carlos, al pari di Weinrich, Fröhlich e Albartus. Kram, secondo questi rapporti, è membro a pieno titolo dell’organizzazione Separat. L’MFS cita la sua integrazione totale in seno al gruppo capeggiato da Carlos, facendo risalire alla metà del 1979 l’incontro tra Kram e Carlos. Ora, è chiaro che chi si ostina a dire che tra Kram e Carlos non vi sarebbe alcun legame, afferma il falso, mentendo per qualche motivo facilmente intuibile. Ma vi è una domanda, a fronte dei numerosi elementi che sono stati prodotti nel corso dei lavori della Commissione Mitrokhin, che credo meriti una risposta: che ci venne a fare Kram in Italia la mattina di venerdì 1° agosto 1980, per poi comparire a Bologna la notte tra il 1° e il 2 agosto, riapparendo alla stazione di Bologna proprio la mattina di sabato 2 agosto (come ha affermato Carlos in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera il 23 novembre 2005), uscendone qualche istante prima dell’esplosione, per poi sparire – da quel preciso momento – dall’orizzonte degli eventi italiani, fino ai primi di dicembre dello scorso anno quando, dopo 26 anni di clandestinità e irreperibilità (Kram è ricercato in Germania dai primi anni Ottanta e latitante in quel Paese dal 1986), si è costituito alle autorità della Repubblica federale di Germania?
Per tornare alla sua domanda, ricordo con sofferenza quanto difficile fu la pubblicazione di quel libro. All’epoca ero assistito dal compianto Valerio Riva, un gigante non solo del giornalismo, ma soprattutto della ricerca storica non omologata, il quale si adoperò moltissimo per trovare un editore. Andammo a parlare anche con le edizioni Il Fenicottero di Bologna (lo stesso editore che nel 2000 diede alle stampe quella straordinaria biografica non autorizzata del prof. Romano Prodi, Prodeide, scritta dal mio caro amico e collega Antonio Selvatici, discepolo di Riva ed uno dei più brillanti giornalisti d’inchiesta italiani), ma alla fine non si trovò un accordo e, tempo dopo, ho saputo che il titolare ha chiuso l’attività e lasciato l’Italia. Alla fine il libro uscì, ma il risultato è quello che si può vedere. Bene, quella “stagione migratoria” mi fece riflettere su quello che lei chiama “clima editoriale”. In Italia abbiamo molti “micro-clima” culturali e questo negli anni ha creato dei grandi tabù: argomenti, temi, questioni e vicende sulle quali meno se ne parla, meglio è.
Ha prevalso una sorta di “pensiero unico” dei e sui grandi misteri nazionali, sui segreti della Repubblica e della politica, sui complotti, sui burattinai, sui colpi di Stato (veri o presunti), sulle cospirazioni e manovre occulte. Prendo a prestito questi termini, questo lexicon molto suggestivo, da giornali e saggi sui quali mi sono formato da adolescente. Leggevo con famelica avidità non solo l’Espresso degli anni ruggenti, con le copertine shock e delle grandi inchieste, ma anche Panorama e libri come La strage di stato di Eduardo M. Di Giovanni e Marco Ligini, Giovanni Leone di Camilla Cederna o Gli americani in Italia di Roberto Faenza e Marco Fini. Mi sembrava tutto chiaro, tutto logico e consequenziale. Ma poi ho iniziato a coltivare dei dubbi sulle varie versioni a cui ero stato abituato e sulle quali mi ero formato dei convincimenti. Il primo grande fatto sul quale iniziarono a formarsi profonde crepe fu il presunto golpe attribuito al generale Giovanni De Lorenzo, all’epoca dei fatti (era il 1964, il mio anno di nascita) comandante generale dell’Arma dei carabinieri… il cosiddetto Piano Solo.
Negli anni a seguire, anche sulla scia dei mancati riscontri a quel teorema da parte delle varie Commissioni parlamentari d’inchiesta, mi accorsi che forse il racconto del fatto era cosa diversa dalla verità sostanziale del medesimo fatto. Questo fenomeno (la creazione di un teorema che deve spiegare un evento, spesso inesistente) fa parte di un certo conformismo culturale che affonda le proprie radici ai tempi della Guerra fredda. In Italia, a differenza di quanto è accaduto in altri Paesi europei liberati dalle forze anglo-americane tra il 1944 e il
Un esempio importante di questa lobby filo-sovietica è rappresentato da Ruggero Zangrandi, giornalista e scrittore, autore fra l’altro del celebre libro Il lungo viaggio attraverso il fascismo. La sua inchiesta scatenata contro l’intelligence militare (il Sifar) dalle pagine di Paese Sera (un formidabile quotidiano finanziato direttamente da Mosca nella redazione del quale si sono formati molti cronisti di nera e giudiziaria poi approdati a Repubblica) è un esempio di come operava un agente di influenza. Si trattò di una delle più grandi operazioni messe in piedi dalle centrali internazionali oltrecortina. I nostri apparati di sicurezza (fino a quel momento fedeli servitori della logica atlantista, anticomunisti, schierati al fianco dei grandi servizi d’intelligence occidentali) finiranno nel mirino di Mosca, fatti bersaglio di plurime e gravissime offensive e trascinati in una serie di scandali (e questo sino ai nostri giorni – vedi il caso della sparizione di Abu Omar) che col tempo finiranno con l’indebolire le strutture operative più delicate: quelle offensive (lo spionaggio) e quelle difensive (il controspionaggio). La “verità” che si è affermata, a seguito di questa campagna di disarticolazione, è che i servizi segreti sono sempre apparati deviati. Su di loro è stata fatta ricadere tutta la responsabilità in ordine ai piccoli e grandi misteri della Repubblica.
La devastante stagione dei grandi scandali dei servizi segreti, passando dai coinvolgimenti nelle indagini sulla strage di piazza Fontana, dal fallito golpe Borghese fino al tentativo di golpe bianco di Edgardo Sogno, approderà alla fine alla legge di riforma sull’istituzione e ordinamento dei servizi per le informazioni e la sicurezza e disciplina del segreto di Stato, del 24 ottobre 1977, della quale il Partito comunista fu uno dei principali ideatori e protagonisti. Da quel momento, come direbbe l’ex senatore Francesco Mazzola che di servizi d’intelligence se ne intende, fu il diluvio. Due mesi e mezzo dopo l’entrata in vigore della legge 801, venne rapito il presidente della Dc Aldo Moro da parte della colonna romana delle Brigate rosse. Moro, e questo venne a galla solo nel 1999 dopo l’esame dei report del materiale Impedian (dossier Mitrokhin), venne tenuto sotto controllo e pedinato da un ufficiale del Primo direttorato centrale del Kgb (spionaggio all’estero), Sergei Sokolov, fino a poche ore prima che Moro cadesse nelle mani dell’organizzazione di Mario Moretti. Ne parlò in Commissione Stragi il giudice Rosario Priore, nella seduta del 10 novembre 1999. Il dossier Mitrokhin venne reso pubblico poche settimane prima (l'11 ottobre) su sofferta decisione dell’allora presidente dell’organismo parlamentare d’inchiesta, sen. Giovanni Pellegrino. Sokolov lasciò l’Italia nell’aprile del 1978 per fare ritorno a Mosca alla vigilia della Pasqua ortodossa: appena in tempo per evitare di essere presente a Roma quando venne “bruciato” il covo delle Br in via Gradoli.
Un altro nome che incarna il partito filo-sovietico è quello del mitico Giorgio Conforto (alias Dario), uno dei principali è più influenti agenti del Kgb in Italia, per anni a capo di una rete con pesanti infiltrazioni nei ministeri degli Esteri e dell’Agricoltura, padre di Giuliana Conforto, la donna che diede ospitalità nel suo appartamento di viale Giulio Cesare a Roma a Valerio Morucci e Adriana Faranda, reduci dal sequestro Moro. I tre (Conforto, Morucci e Faranda) vennero arrestati alla fine di maggio del 1979, un anno dopo l’omicidio dell’ex ministro degli Esteri e presidente del Consiglio della Dc. Nella casa di Giuliana Conforto, la Digos di Roma trovò un arsenale (quello di Morucci, grande appassionato di armi), fra cui la pistola-mitragliatrice Skorpion cal. 7.65 di fabbricazione cecoslovacca con la quale venne crivellato al petto Aldo Moro. L’11 ottobre 1999, quando il sottoscritto, analizzando i report del materiale Impedian, si accorse della presenza di Giorgio Conforto nel dossier Mitrokhin e del resoconto svolto dal Kgb in ordine all’arresto della figlia, ebbi l’ennesima conferma ai miei sospetti. Ricordo che quando la notizia dell’agente Dario trapelò le agenzie di stampa in un primo momento decisero di censurarla, ben comprendendo le implicazioni che quella scoperta poteva avere sul caso Moro (per anni si era ripetuto, senza mai provarlo, che l’esponente democristiano sarebbe stato rapito su ordine della Cia…). Leggendo i rapporti trasmessi dal Secret Intelligence Service al Sismi nell’ambito dell’operazione Impedian, dal 1995 al 1999, si scoprì, inoltre, che tutte quelle fesserie sul presunto coinvolgimento della Cia, degli americani nel sequestro Moro altro non erano che il brillante risultato di una massiccia “misura attiva” di disinformazione ideata dal Kgb (denominata Shpora) con la quale la centrale di Mosca intossicava il già drammatico dibattito interno italiano alimentando i sospetti che Moro fosse stato vittima di una cospirazione ordita da Washington… Ma il partito filo-sovietico non aveva messo radici solo nelle strutture del Partito comunista (con il quale preferiva fare affari, piuttosto che alimentare l’eversione), ma anche e soprattutto in altre formazioni politiche (di sinistra come di destra), fra i giornalisti, nell’industria di Stato, nelle istituzioni, nella burocrazia statale, nelle gerarchie militari e delle forze di polizia. Una piovra tentacolare che non ha paragoni con altri Paesi dell’Europa occidentale, tranne forse in Francia ai tempi del generale De Gaulle.
Tutto questo per dire che non credo che per l’Italia valga il principio che la storia la scrivono (o l’hanno scritta) i vincitori. Il nostro Paese è stato liberato dai vincitori anglo-americani quindi uno si aspetterebbe che la storia l’abbiano scritta o la scrivano autorevoli esponenti del think-tank di Washington o meglio di Londra. Niente affatto. In Italia, la nostra storia (soprattutto quella segreta, legata ai grandi misteri) è stata in gran parte egemonizzata non tanto dal Partito comunista, ma dal partito di Mosca, che ha pesantemente influito – nel corso degli anni – nei processi dinamici del giornalismo e della pubblicistica, dando vita ad una versione dei fatti manipolata e orientata, in cui veniva fatta salva l’ortodossia nei confronti della casa madre e, al contempo, veniva congedata una versione dei fatti sempre ostile e scomoda verso gli ex alleati (Stati Uniti e Regno Unito in testa), baluardo dell’Occidente e fondatori del Trattato del Nord Atlantico (firmato a Washington il 4 aprile del 1949). E così si arriva alla logica del “doppio Stato”, della “sovranità limitata”, della “strategia della tensione”. Tutte formule che partono da un assunto: l’esistenza di un fantomatico complotto perenne, ordito dagli Usa e attuato attraverso la solita Cia, con la manovalanza di uomini di mafia, servizi deviati, massoneria (leggi P2) e destra eversiva, finalizzato ad impedire al Pci di salire al potere.
Attraverso questo teorema si è cercato di spiegare un po’ tutti i grandi misteri di questo Paese: dai fenomeni mafiosi e di criminalità organizzata ai sequestri di persona, dal terrorismo alle stragi, dai presunti colpi di Stato al sequestro Moro, dal disastro del Dc9 Itavia, alle stragi piazza Fontana, piazza della Loggia a Brescia, all’Italicus, a quelle di Bologna e del rapido 904 del dicembre 1984, per arrivare fino alla Falange armata e alla banda della Uno Bianca. Un’enorme, grottesca discarica della storia nazionale nella quale sono state riversate le pagine più orribili del dopoguerra, sempre con gli stessi presunti responsabili di cartone, con gli stessi mandanti occulti, le medesime ingerenze esterne (leggi americani). Ma questa teorizzazione della cosiddetta “periferia dell’impero” non è stata capace di spiegare, nel concreto, uno solo dei vari fenomeni che hanno interessato il nostro Paese. Il conformismo culturale, frutto di questo clima che ho sin qui descritto, ha prodotto nel tempo una serie di “grandi tabù”. Insomma, tutto il bene da una parte, tutto il marcio dall’altra. Si tratta di un modo infantile di interpretare la realtà, vittima del pregiudizio ideologico e di una umiliante visione manichea del mondo. Penso spesso a quello che una volta a pranzo mi disse Edgardo Sogno: «Siamo in Italia, caro mio, l’unico Paese del blocco socialista che fa parte della Nato…».
Per quanto concerne il mio libro, si tratta di un lavoro che non credo possa essere aggiornato con le informazioni del materiale Impedian. Vi fu qualcuno, al volgere dei lavori della Commissione Mitrokhin, che volle trovare dei punti di contatto tra la cosiddetta Gladio rossa e le principali direttrici di penetrazione degli apparati sovietici in Italia. Ma, una volta letto quel documento (firmato peraltro da un noto generale italiano), mi resi conto della inconsistenza di quell’ipotesi. Sulla questione del “clima editoriale”, credo che la situazione sia di poco cambiata rispetto al 1999. Vi è ancora una forte egemonia (politica, culturale, settoriale, di casta) che esercita un seduttivo potere sulle scelte delle principali casi editrici (a loro volta legate ai grandi gruppi industriali e imprenditoriali). In questo senso, l’entrata e l’uscita non solo degli autori, ma degli stessi argomenti da trattare (e come vanno trattati) risponde a precisi interessi. Nulla capita per caso. Un esempio su tutti: la prefazione dell’ultima edizione de L’archivio Mitrokhin (Bur) affidata dalla Rizzoli a Giuseppe D’Avanzo di Repubblica, il giornalista che insieme a Carlo Bonini ha firmato gli articoli più infamanti sulla Commissione Mitrokhin. Un ignaro futuro lettore, magari nel 2050, se metterà a confronto la prima edizione del saggio del prof. Andrew con l’ultima prefata da D’Avanzo avrà difficoltà a comprendere cosa è accaduto nel frattempo in Italia. E comunque, si farà un’idea di certo falsata e manipolata dei fatti così come si sono realmente svolti. D’Avanzo è sempre quel bravo e super informato giornalista che su Repubblica del 4 giugno ha riempito due pagine piene zeppe con questa nuova, allarmante storia su “una nuova P2 che ricatta la politica debole”, agitando un “mostro”, uno spaventoso network con i soliti servizi segreti, generali, massoni, dossier e intercettazioni. Ma al netto delle battute, un dato credo sia ormai acclarato: in Italia un certo giornalismo appare sempre meno libero e indipendente e sempre più al servizio di oscure lobby di potere. Se nelle redazioni dei grandi quotidiani vi fossero più Milena Gabanelli e meno Giuseppe D’Avanzo forse il quadro sarebbe diverso.
Quel suo volume del 1997 ruota intorno ad un documento del SIFAR del 28 febbraio 1950 e rimasto segreto fino al 26 giugno 1991 (quando fu declassificato), intitolato “L’apparato paramilitare comunista”.
Nell’introduzione lei accenna al cosiddetto “mistero degli "enucleandi" (pp. 44-45), ovvero al fatto che “agli atti della documentazione trasmessa dalla presidenza del Consiglio alla Commissione Stragi – presieduta allora dal senatore Libero Gualtieri – mancava inspiegabilmente il famoso elenco dei 731 presunti "sovversivi" di sinistra, aggiornato e compilato parzialmente dal controspionaggio e dal ministero dell’Interno”.
Siamo nel dicembre 1990, è stata da poco “riscoperta” la documentazione di via Montenevoso a Milano (ottobre 1990), cioè il “memoriale Moro” e molte lettere di Moro inedite; poco prima era emersa la faccenda di “Gladio”, inoltre Andreotti aveva tolto gli omissis del Piano Solo.
Lei conclude: «Ebbene, dietro il mistero della falsa scomparsa (sarebbe meglio dire "sottrazione") delle liste degli enucleandi esiste il sospetto che possa essersi nascosto una sorta di “Grande Baratto” tra i vertici dei [partiti] della Democrazia cristiana e l’ex Partito comunista per occultare la "prova schiacciante" dell’esistenza della quinta colonna armata, infiltrata nel territorio nazionale e nelle istituzioni, pronta ad entrare in azione qualora fosse scattata l’invasione da Est».
Sembra quasi dunque, agganciandosi anche a quanto sostiene Priore, che i cosiddetti “misteri” della storia italiana siano duri da svelare proprio in virtù di questi “patti segreti” che legano in una sostanziale complicità omertosa gli eredi politici del vecchio CLN. È così?
Gli anni che vanno dal 1989 al 1991 sono tra i più turbolenti della storia dell’Italia repubblicana. Il crollo del muro di Berlino e il successivo collasso dell’Unione Sovietica hanno avuto pesanti ripercussioni sul nostro panorama politico interno. Fu un periodo costellato di tanti, oscuri fatti. Basti pensare alla scelta di rendere pubblici i nomi degli appartenenti alla rete di resistenza clandestina Stay Behind, violando una delle norme più rigide e severe sulla tenuta del segreto in ambito Nato. L’Italia, in pochi giorni, è diventata lo zimbello dell’Occidente. Sono convinto che la falsa sparizione delle liste dei cosiddetti enucleandi (che nel libro spiego che non erano affatto state distrutte o sparite, ma erano state lasciate chiuse nei cassetti per evitare inutili imbarazzi) servì come merce di scambio in un particolare momento storico, in cui Democrazia cristiana e Partito comunista cercavano di sopravvivere alle grandi scosse del terremoto della storia. Non c’è dubbio che – anche in quel caso – si creò un falso mistero per distogliere l’attenzione dal vero problema: l’esistenza di un insieme di strutture armate clandestine che erano sopravvissute negli anni e che avevano agito all’ombra del potere e con coperture istituzionali, sotto l’egida di qualche grande super potenza e finanziate dall’estero. Quel groviglio di interessi inconfessabili rischiava di portare al collasso tutto il sistema dei partiti, non solo una parte (quella che poi è passata agli onori delle cronache di Mani Pulite, a partire dal 1992). I nomi degli enucleandi (persone che all’epoca erano considerate, in vario modo, pericolose per la sicurezza nazionale), così come vennero iscritti nei rispettivi elenchi e registri del controspionaggio, coincidevano – in massima parte – ai quadri della organizzazione della Vigilanza armata (Gladio Rossa). Una rete super clandestina che negli anni ha subito vari “stop and go”, riassetti e piani di riorganizzazione, ma che è riuscita a restare attiva almeno sino al 1989. Non c’è dubbio che il Partito comunista sino alla fine ha potuto contare su un livello palese ed uno occulto. Una struttura a doppio livello che gli ha permesso di resistere alle tante sollecitazioni che ha subito nel corso degli anni. La vera storia di Gian Giacomo Feltrinelli e Pietro Secchia aspetta ancora di essere scritta per intero. Non posso far altro che sottoscrivere l’opinione del giudice Priore quando si fa riferimento a questi “patti segreti” come di un qualcosa di inviolabile, alla base dell’Italia contemporanea.
L’ipotesi che dopo il collasso dei regimi dell’Est, in Italia, si fossero scatenate forze oscure per frenare o impedire che affiorassero dagli abissi della Storia alcune verità sui segreti della Repubblica venne, peraltro, avanzata da un brillantissimo poliziotto dell’epoca, Umberto Improta, già capo della polizia politica. In un rapporto riservato di oltre venti pagine, datato 5 dicembre 1990 e destinato al capo della Polizia, Vincenzo Parisi, l’allora questore di Roma metteva in guardia le istituzioni (in particolare il Quirinale) circa un presunto piano di destabilizzazione portato da oscure cabine di regìa attraverso la strumentalizzazione del caso Gladio, la richiesta di impeachment del presidente della Repubblica Francesco Cossiga e le allora recenti rivelazioni sul memoriale Moro, ritrovato per la seconda volta (e in forma più o meno integrale, anche se sempre in copia) nel vecchio covo delle Br di via Monte Nevoso a Milano. Nel suo rapporto al prefetto Parisi, il questore Improta faceva riferimento, in particolare, proprio al ruolo di Giorgio Conforto.
L’impressione generale, sicuramente amplificata da certa stampa, è che la Commissione Mitrokhin, di cui lei ha fatto parte in qualità di consulente, non sia giunta a nessuna conclusione effettiva e seria e sia dunque stato un flop. Taluni sostengono addirittura che l’unico fine perseguito dal suo presidente e dalla maggioranza dei commissari, fosse quello di trovare (o addirittura di fabbricare) prove o sospetti su esponenti del centro sinistra a partire da Romano Prodi. Ci può dare un suo giudizio generale su quella Commissione e sui suoi lavori?
Un flop? Comprendo che per qualcuno faccia comodo pensarla così. Ma la realtà dei fatti è un’altra. La Commissione ha lavorato con un mandato molto ampio e articolato in un arco di tempo relativamente breve (di fatto dal luglio 2002 al febbraio 2006). Ha raccolto una straordinaria quantità di documenti e materiali, in Italia e all’estero. Ha portato a buon fine almeno due rogatorie internazionali e ne ha approvate non meno di cinque. Ha svolto decine di audizioni e condotto importanti attività istruttorie non solo sul dossier Mitrokhin, ma anche su casi come l’attentato al Papa (del 13 maggio 1981) e la strage di Bologna (del 2 agosto 1980). Ma se si vuole avere un’idea più precisa sulla reale attitudine al rispetto delle norme e delle leggi da parte di alcuni dei nostri più autorevoli, importanti ed esimi esponenti politico-istituzionali, allora consiglio a chiunque di andarsi a leggere la “Relazione sull’attività istruttoria svolta sull’operazione Impedian”, approvata il 15 dicembre 2004 e trasmessa ai presidenti di Camera e Senato il giorno successivo. Si tratta di un documento tecnico, senza fronzoli politici, approvato all’unanimità, che squarcia un velo su una delle più gravi violazioni della legge 801 che la storia ricordi: una serie di deviazioni provate per tabulas delle quali si resero responsabili i vertici del nostro servizio segreto militare con il pieno appoggio dei governi che si sono avvicendati nel tempo, tra il 1995 e il 1999. L’intossicazione anti Mitrokhin non tiene conto, tuttavia, di un risultato che è passato alla storia: in dodici anni di attività, la disciolta Commissione Stragi chiuse i battenti – il 22 marzo 2001 – senza un documento conclusivo votato e approvato. Ricordo quanta amarezza vi fu da parte dell’allora presidente Giovanni Pellegrino, un uomo al quale devo moltissimo, in termini umani e professionali, un nobile e raro esempio di rigore e onestà intellettuale, quando dovette prendere atto del fallimento politico di tanti anni di lavoro. Un documento, congedato all’ultimo momento dall’ala più radicale dei Ds (così come hanno fatto alla Commissione Mitrokhin, sia ai tempi della Relazione di medio termine che alla fine, quando si trattò di discutere il documento finale), assemblato e messo insieme in modo affastellato, senza un preciso metodo scientifico, infarcito di affermazioni, accuse e congetture fantasiose e bizzarre, frutto del solito super teorema del quale ho detto in precedenza, nel quale – fra le altre chicche – venivano riportate informazioni tratte di straforo da alcuni fascicoli della polizia politica intestati, nientemeno, che a parlamentari allora in carica dell’opposizione. Un lavoretto pulito, oserei dire… Altro che Mitrokhin!
La ridicola accusa seconda la quale l’unico fine della Commissione sia stato quello di trovare (o peggio, fabbricare!) prove o sospetti sul centro sinistra purtroppo si infrange sul devastante dato storico così come illustrato, sul piano documentale e fattuale, dalla citata “Relazione”. Il resto sono sciocchezze che si commentano da sole. E poi, perché fabbricare prove, se gli elementi e i dati probatori erano già all’epoca abbondantemente sufficienti ad illustrare tutta una serie di violazioni, manomissioni, deviazioni e manipolazioni (come, ad esempio, la censura preventiva operata dal vertice del Sismi sulla bozza-dattiloscritto del saggio di Christopher Andrew prima della sua andata in stampa col titolo The Mitrokhin Archive)? Ripeto: la lettura rende l’uomo migliore. E mai come in questo caso la lettura è illuminante. Leggete quella Relazione e poi domandatevi perché sulla Commissione Mitrokhin si sono andate addensando tutte queste nubi nere…
Minoli sul finire della sua intervista dichiara: “Quanto alla nostra inchiesta, il riscontro sui documenti originali è stato impossibile perché la Commissione ha segretato la maggior parte degli atti”. Ora le chiedo chi è che ha segregato i documenti a cui si fa riferimento e con che motivazioni? Di recente, anche un gruppo di storici ha chiesto pubblicamente la loro desegretazione. Lei che cosa ne pensa?
Andiamo con ordine. Sulla posizione di archivio dei documenti acquisiti dalla Commissione nel corso dei suoi lavori istruttori la mia opinione è che, sul piano formale, fu giusta e corretta quella decisione di rispettare le istanze dei vari enti originatori (quali il Sismi, il Sisde, il ministero dell’Interno, autorità giudiziarie di altri Paesi e così via) e quindi di mantenere il livello di classifica che i singoli atti avevano al momento della loro trasmissione. Sul piano sostanziale, tuttavia, ritengo che si sarebbe dovuto – per tempo – fare una seria selezione delle carte (compresi gli elaborati presentati dai consulenti) e verificare, caso per caso, se andava mantenuto o meno il livello di classifica (che va dal riservato al segretissimo e oltre) ai fini di una eventuale pubblicazione. Il presidente, coadiuvato dal parere degli uffici, ritenne di dover mantenere il segreto su tutti gli atti, compresi alcuni fondi di archivio che risalgono agli anni Cinquanta. In questo, la Commissione, rispetto ad altre esperienze fatte nel contesto delle inchieste parlamentari (mi vengono in mente in particolare le Commissioni Moro o P2), ha inteso interpretare non solo la norma, ma anche la consuetudine in senso alquanto restrittivo. Credo che un margine vi fosse per la pubblicazione non di tutti gli atti, ma almeno di una buona parte. In questo, hanno perfettamente ragione gli storici che hanno firmato quell’appello per l’accesso e la consultabilità degli atti raccolti e custoditi dalla Commissione Mitrokhin. Non c’è dubbio che quella scelta, comunque, ha non solo fatto felici e contenti alcuni politici profondamente preoccupati dell’ipotesi di una futura pubblicazione degli atti, ma ha dato un duro colpo alla ricerca storiografica, privandola di uno straordinario materiale d’archivio.
Sempre relativamente alle Commissioni parlamentari di cui lei ha una certa esperienza, le volevo chiedere come funzionano alcuni meccanismi che riguardano i consulenti e le loro attività. Ecco un elenco di domande e curiosità:
1. Come vengono scelti i consulenti per le commissioni parlamentari?
2. C’è qualcuno, cioè i membri delle Commissioni stesse, che sceglie a sua discrezione?
3. Oppure sono i consulenti che si propongono; che requisiti occorrono; c’è una sorta di “esame”?
4. Una volta proposti, qual è la procedura di approvazione?
5. Una volta nominati, quali compiti vengono loro assegnati? E da chi?
6. Che “doveri” hanno?
7. Devono scrivere delle relazioni, devono rendere conto di quello che fanno, e a chi?
8. Le eventuali relazioni, o la documentazione raccolta, dove va a finire?
9. Esiste da qualche parte, ad esempio, un elenco di tutte le relazioni e i documenti che sono stati depositati nell’archivio della “Commissione Mitrokhin”?
10. È segreto anche questo elenco? Se no, dove è consultabile?
Sui consulenti, posso riferire ciò che accaduto in Commissione Stragi e alla Mitrokhin. Non so dire come questo argomento sia stato trattato dalle altre Commissioni d’inchiesta come l’Antimafia o, ad esempio, la Telecom Serbia o quella sui fatti connessi all’omicidio della giornalista Ilaria Alpi in Somalia. Per quello che ho potuto vedere, non vi è una regola precisa per diventare consulenti. Spesso accade che vi sia una sorta di cooptazione (un po’ per meriti, un po’ per amicizia, un po’ per simpatia, un po’ per affiliazione politica, raramente per meriti speciali dimostrati sul campo) dall’alto verso il basso. Non si deve sostenere alcun esame di accesso, ma una volta nominati si deve giurare sul rispetto delle norme, del regolamento e delle leggi in particolare sulla tenuta del segreto e sulla riservatezza degli atti. Si tratta, quasi sempre, di un arruolamento che si compie attraverso criteri di massima discrezionalità. Non ci sono parametri fissi (mi riferisco a fattori come competenza, affidabilità, serietà, onestà), se non quelli dettati dal regolamento interno. Ricordo casi di incompatibilità (o quantomeno con profili di palese inopportunità) risolti felicemente dopo una serie di discussioni, mediazioni e negoziati politici. Rari se non nulli i casi di illustri sconosciuti che (anche se bravi e competenti), una volta perorata la propria candidatura, si trovano a svolgere l’incarico. Una volta proposti, l’ipotesi di collaborazione viene illustrata all’Ufficio di presidenza (spesso allargato ai rappresentanti dei gruppi politici) e, se ritenuta opportuna, idonea o utile ai lavori della Commissione, si delibera la nomina che, sul piano formale, diviene esecutiva solo dopo l’assunzione dell’incarico e il relativo giuramento. Da quel momento, si è sottoposti ad un vigile e severo controllo da parte degli uffici di segreteria che annotano, protocollano, archiviano giorno per giorno l’attività svolta. Per scoprire chi ha lavorato e chi no, sarebbe sufficiente andare a compulsare i fascicoli personali dei singoli collaboratori. Devo dire che, se di scandalo si deve parlare per quanto riguarda la Commissione Mitrokhin (ma lo stesso vale per la Commissione Stragi), esso è legato a quei consulenti i quali, dopo l’assunzione dell’ambito incarico, finiscono con lo sparire dall’orizzonte degli eventi, nonostante rimangano destinatari (beati loro) di lauti compensi. A dire il vero, molti autorevolissimi studiosi, professori, docenti universitari, esperti e così via si sono distinti per questa poco nobile forma di assenteismo. Senza contare chi, con il pretesto di fare ricerche presso enti e archivi, cerca, trova e raccoglie carte che non solo nulla hanno a che fare con i lavori della Commissione, ma che poi vengono utilizzate per scrivere saggi e libri vari. Ma per quieto vivere e per evitare veleni o imbarazzanti ritorsioni, ai piani alti hanno sempre deciso di lasciar correre, con aristocratico disincanto, mantenendo il privilegio. Chi ha scrupolo e senso del dovere, anche di fronte a mille difficoltà e asperità, partecipa, lavora, produce, fa ricerca, frequenta gli archivi, fa proposte, scrive, si mette in discussione e consegna agli atti documenti, elaborati e relazioni. Altri, meno solerti e dotati di scarso senso del dovere e rispetto civico, rimangono a casa, sereni e retribuiti, per poi ritrovarseli a fine lavori che scrivono, accusano e pontificano sui mali della politica e sull’inutilità (se non sulla dannosità) delle Commissioni e delle inchieste parlamentari. Comunque, tutto il lavoro svolto dai consulenti è registrato, a cura degli uffici di segreteria, sul protocollo. Dopo il loro deposito agli atti, eventuali documenti, elaborati o relazioni – una volta autorizzati dal presidente previo parere degli uffici – entrano nell’archivio per la consultazione. I documentaristi predispongono, di volta in volta, un elenco degli atti presenti in archivio (questo registro credo sia consultabile). Lì sono conservati tutti i record relativi alle acquisizioni e ai depositi. Gli Uffici Stralcio delle Commissioni d’inchiesta tengono questi registri e gli elenchi degli atti depositati.
La precedente domanda introduce necessariamente la vicenda ormai drammatica di Mario Scaramella, consulente della Mitrokhin, che da oltre cinque mesi si trova in carcere, in isolamento, a fronte di capi d’imputazione quali la “calunnia” nei confronti di un agente segreto ucraino e il “traffico d’armi” essendo dunque sospettato di aver architettato il trasporto di due granate su un furgone da lui stesso fatte ritrovare. Lei ha avuto modo di conoscerlo personalmente? Su di lui si è scritto molto, ironizzando, per la verità con un certo cinismo viste le condizioni in cui versa da cinque mesi, sul suo impressionante curriculum professionale. Lei cosa ci può dire in proposito?
Ho conosciuto Mario Scaramella durante le fasi finali dei lavori della Commissione. Devo dire che per mesi (se non per anni), dopo la sua nomina a consulente, non ho avuto modo di vederlo. Il suo contributo era esterno, svolgeva attività all’estero e poco frequentava gli uffici della Commissione. Non credo che abbia partecipato alle sedute o alle varie audizioni che abbiamo tenuto nel corso dell’istruttoria. Nulla ho da dire sul suo curriculum professionale. Mentre qualcosa ritengo di doverla dire in ordine al suo incarico che – di certo – non si è scritto o approvato da solo. Ricordo quando, nella seduta dell’11 dicembre 2003 (ma l’annuncio della sua nomina fu dato il giorno precedente), venne letto l’incarico che l’Ufficio di presidenza della Commissione aveva votato e approvato per Scaramella. Ritengo utile, per futura memoria, trascrivere il passaggio del resoconto stenografico di quel giorno quando il presidente, in apertura di seduta, diede testuale lettura della motivazione: “Informo che l’Ufficio di presidenza integrato dai rappresentanti dei gruppi ha deliberato di affidare i seguenti incarichi: al professor Mario Scaramella di acquisire documenti ed effettuare ricerche presso istituzioni e organismi di Paesi occidentali e dell’ex Unione Sovietica riguardanti operazioni commerciali e finanziarie svolte fra l’Italia e i Paesi dell’Est europeo, finalizzate (come recita la nostra legge istitutiva) al finanziamento illecito del Pci al di fuori di ogni controllo, nonché attività di finanziamento dirette o indirette del Kgb a partiti politici italiani, a correnti di partito e ad organi di informazione in Italia, successivamente al 1974, data certa a partire dalla quale esiste una legge che vieta il finanziamento dei partiti al di fuori delle norme stabilite dalla legge; presunte relazioni tra Pcus, Kgb e altre agenzie di esplorazione estera e organizzazioni italiane terroristiche; collegamenti tra l’intelligence sovietica, il terrorismo islamico e altre strutture eversive straniere, in particolare sul terrorismo nazionale; eventuale supporto o coinvolgimento italiano in operazioni illecite fra servizi sovietici e Paesi islamici, anche dopo la caduta dell’Urss per le note continuità”. Ecco qui. Questo fu il mandato conferito a Scaramella. Un incarico straordinario, estremamente ampio e articolato, nel quale il consulente si è mosso sino alla fine dei lavori istruttori della Commissione. Scaramella, per lo svolgimento di questo compito (credo, sulla base della mia esperienza, si tratti di un unicum nella storia delle inchieste parlamentari), ha preso contatti con i più importanti, autorevoli e accreditati defezionisti non solo del Kgb, ma del Gru e dell’attuale intelligence russa (Svr e Fsb), come Oleg Gordievsky, Oleg Kalugin, Alexander Litvinenko o Yuri Shvets. Una simile attività non poteva passare inosservata ai servizi di sicurezza russi e dei Paesi ad essa collegati, come l’Ucraina (vediamo quanta difficoltà ha questa ex Repubblica sovietica a sganciarsi da Mosca). Scaramella, senza saperlo, è finito nell’ingranaggio di questa seconda Guerra fredda tra Est e Ovest. Le minacce delle quali è stato destinatario sono proprio l’inquietante esito delle sue attività per la Commissione. È finito nel mirino dell’intelligence russa non appena ha iniziato a frequentare Litvinenko. Da quel momento (e siamo tra la fine del 2003 e gli inizi del 2004), Scaramella diventa un obiettivo, come del resto lo stesso Litvinenko.
Qual è la sua opinione su quanto sta accadendo a Scaramella? Crede che ciò sia la conseguenza di qualche attività non gradita?
Preferisco non rispondere. L’unica cosa che posso dire è che Mario Scaramella, del tutto inconsapevolmente, è stato pesantemente manipolato da una serie di agenti dell’intelligence russa e ucraina. Il suo coinvolgimento, che lo ha portato a Londra il giorno in cui venne deciso di colpire e annientare Litvinenko, è stato il brillante risultato di una grande operazione, portata a termine da professionisti. E una delle pedine utilizzate è stato proprio quell’Evgueni Limarev che vive a Cluses nell’Alta Savoia dall’agosto del 2000. Un dato è certo: una macchinazione simile lasciava poche possibilità di uscirne indenni. Credo sia evidente il fatto che, sino al giorno in cui trapelò la notizia che Litvinenko era stato avvelenato e che aveva incontrato Scaramella, il suo nome era lontano dalle cronache nazionali e dalle stesse emergenze giudiziarie italiane. La fretta di associarlo al carcere è la prova di questo “salto di qualità”. Del resto, le stesse fonti d’accusa contro Scaramella non possono certo dirsi degli esempi cristallini di affidabilità e attendibilità. Con la morte di Litvinenko, contaminato con una dose massiccia di polonio 210 poco prima di incontrarsi con Scaramella a Piccadilly Circus nel primo pomeriggio del 1° novembre 2006, non solo usciva di scena una delle più importanti fonti dell’ex consulente della Commissione Mitrokhin, ma le informazioni da lui stesso passate, attraverso Scaramella, al Parlamento italiano rischiavano di assumere un rilievo di verità assoluta. Come dire: Litvinenko martire della verità, Scaramella il suo discepolo. Ecco, dunque, l’esigenza (tutta italiana) di demolire la credibilità sia della fonte che dello stesso destinatario delle informazioni. Il primo non può più confermare nulla, il secondo in cella di isolamento con l’accusa di calunnia.
Lei è redattore del mensile Area e scrive per il Roma e sta conducendo col suo collega Vincenzo Nardiello un’inchiesta molto interessante, ma per certi versi contro corrente rispetto a tutto il resto della carta stampata. Come giudica il comportamento e l’atteggiamento di giornali come Repubblica che hanno trattato la vicenda Litvinenko-Scaramella nel modo che tutti conosciamo?
Sul “comportamento” e “l’atteggiamento”, come lei li definisce, di grandi quotidiani come Repubblica, che hanno trattato il caso Litvinenko-Scaramella (per colpire tutta la Commissione Mitrokhin), preferisco stendere un velo pietosissimo. Erano anni che non si assisteva ad un fenomeno di alterazione della verità dei fatti di questa portata. Senza parlare della violazione, sistematica e scientifica, delle norme alla base del nostro codice deontologico professionale. Le famose “interviste” di Repubblica a Limarev, Gordievsky e Bukowsky sono un monumento a questa anomalia. L’inchiesta che sta conducendo Il Roma è controcorrente, non c’è dubbio, in un flusso dell’informazione alla rovescia, come si trova a fare il salmone quando risale la corrente del fiume, seguendo l’istinto di natura che lo richiama ai luoghi di nascita. Vede, ogni anno la fondazione Freedom House stila una classifica degli Stati del mondo in relazione alla libertà di stampa. Secondo l’ultimo rapporto, relativo al 2006, l’Italia occupa il 79° posto assieme al Botswana. Nel 2004, l’Italia occupava la 74ª posizione. Ogni altro commento sarebbe superfluo…
Mortadella coltivata

Le accuse tremende a Romano Prodi “uomo del KGB” in Italia, “protettore delle BR e assassino morale di Aldo Moro”, si fondano su:
1) Una seduta spiritica;
2) Un ingiallito articolo-intervista del Corriere della Sera (20/08/1991);
3) I presunti rapporti pericolosi tra Nomisma e l’Istituto Plekhanov;
4) Il presunto insabbiamento dei lavori della Commissione Mitrokhin;
5) Le affermazioni di due ex spie del KGB morte.
È dunque su questi punti che si sviluppa la tesi accusatoria.
Di molti di essi abbiamo già ampiamente trattato. Sul punto 4, esiste un esposto denuncia Guzzanti-Cordova (che coinvolgeva altri “uomini del KGB” come D’Alema e Dini) depositato nel dicembre 2005 e già bi-archiviato, sia dai PM della Procura di Roma (febbraio 2006), sia dal Tribunale dei Ministri (ottobre 2006).
Sul punto 2, c’è (incredibilmente!) un ritorno di fiamma. Il 13 dicembre scorso infatti,
Stefania Craxi (!) ha pubblicato un articolo su Il Giornale (!) intitolato maliziosamente: “Quell’«amicizia» tra Prodi e l’Urss”. Il ragionamento della Signora Craxi si sviluppa a partire da un articolo-intervista sul quale avevamo già in marzo discusso abbondantemente con Guzzanti.
In un gioco di specchi e di citazioni reciproche oggi lo stesso Senatore rende omaggio alla signora “…Caro Prodi, (…) e poi storie brutte che Stefania Craxi va a ripescare rovistando sui giornali ingialliti dove si parla del tuo passato…”.
Poiché, a nostro avviso, l’articolo di mercoledì scorso c’è parso un po’ troppo “partigiano”, abbiamo pensato di scrivere alla Signora Craxi una lettera aperta alla quale purtroppo, temiamo non risponderà mai… Comunque la nostra lettera la pubblichiamo lo stesso:
Gent.ma Signora Craxi
Le scrivo in merito al suo articolo “Quell’«amicizia» tra Prodi e l’Urss” pubblicato su Il Giornale del 13-12-
Alla base della sua tesi, sembra esserci un’intervista rilasciata da Prodi a Massimo Gaggi sul Corriere della Sera il 20 agosto 2001, pochi giorni cioè dopo il golpe.
lo quell’articolo di 15 anni fa lo conosco molto bene perché ho già avuto modo di disquisirne con il Senatore Guzzanti diversi mesi fa, quando anch’egli lo utilizzò per “dimostrare” che Romano Prodi era un uomo legato ad una “certa” Unione Sovietica ed aveva quindi plaudito al golpe del ’91.
Ora una lettura attenta e integrale dell’articolo (che mi andai a ritrovare in emeroteca), mi sembra che non attesti alcunché di ciò che Lei afferma.
Sembra quasi che Lei, così come Guzzanti allora, non lo abbia proprio letto quell’articolo o lo abbia letto con particolari lenti deformanti, se mi posso permettere.
Sapientemente infatti sono riportate alcune frasi estrapolate dal loro contesto fino a farle apparire l’opposto di quello che significavano.
Facciamo alcuni esempi.
Lei riporta la seguente frase di Prodi: «Conosco bene Pavlov (...) direi che per certi versi quello che ha fatto in queste ore è una scelta coerente. Mi aspetto entro pochi giorni passi decisivi per quanto riguarda la gestione dell'economia».
Quello che invece Lei ha dimenticato di riportare, lasciando degli eloquenti puntini di sospensione è: “E’ un tecnocrate [si riferisce a Pavlov] da anni in dissidio con Gorbaciov. Un dissidio non mascherato”. Sempre Prodi concludeva quel pensiero: “Bisognerà vedere come riusciranno a conciliare una impostazione interna che non sarà certo progressista con la probabile conferma della linea di apertura fin qui seguita a livello internazionale”.
Altro esempio.
Lei per far credere che Prodi fosse nemico dell’illuminato Gorbaciov riporta queste parole dell’intervista: «Non mi pare il caso di aspettarsi una sollevazione popolare a favore di Gorbaciov (...) e secondo i nostri analisti nemmeno Boris Eltsin, che è assai più popolare, dispone di una rete capace di promuovere una sollevazione».
Dimentica sempre all’interno di abili parentesi e puntini di sospensione il resto delle frasi pronunciate dal professore… Gliele ricordo io: “E’ il più grande personaggio comparso sulla scena mondiale negli ultimi dieci anni [si riferisce a Gorbaciov…], uno straordinario innovatore, ma all’interno la situazione economica si era troppo deteriorata mentre il quadro politico era estremamente frammentato. Il popolo non è con lui. A noi occidentali spesso in missione a Mosca la gente diceva: -lo stimate solo voi-“.
Come vede a me sembra che la sostanza dell’intervista sia tutt’altra da quella che Lei voleva far apparire.
Lei parla anche e ovviamente di Nomisma e degli incarichi che questa società aveva nell’URSS all’epoca.
Le do un consiglio. Se Lei recupera l’intera copia del Corriere del 20 agosto 1991 (è più facile in una buona emeroteca piuttosto che nella Fondazione), troverà nella stessa pagina dell’intervista e in quelle successive altre cose molto interessanti.
Ad esempio una scheda ed un elenco di tutte le aziende italiane e gruppi (oltre una ventina) impegnati in attività in Unione Sovietica durante quel periodo. Erano tante e probabilmente non tutte colluse con il KGB, non crede?…
Troverà anche alcune dichiarazioni di Cossiga (allora Presidente della Repubblica) e di Andreotti (allora Primo Ministro) particolarmente e apertamente “caute” coi golpisti, ben più “strane” delle innocue parole dell’economista Prodi. Sostanzialmente essi sostenevano che comunque (“obtorto collo?”) nei mesi successivi si sarebbe dovuto fare i conti con la nuova dirigenza e che quindi bisognava valutare bene la situazione… Realpolitic? Diplomazia? O erano forse anche Cossiga e Andreotti uomini di Mosca?
Se avrà la cortesia di rispondermi, magari pubblicamente, Le sarei veramente grato.
Cordialmente
Gabriele Paradisi
Favolette per Spiriti allegri

Non riusciamo, ahimè, malgrado i ripetuti tentativi di coinvolgere amici e blogger affinchè scrivano in tutta fretta qualche altra storia sui mitici anni ’70, a schiodarci dal Caso Scaramella.
Seguiamo infatti sempre con grande attenzione il blog del Senatore Guzzanti e talvolta ci è davvero difficile resistere alla tentazione di incrociare, di bel nuovo, le spade con lui.
Abbiamo già riportato nei commenti all’articolo precedente, i primi due capitoli (1) (2) di una “fiaba” che egli va scrivendo. La “favoletta”, molto simpatica e ben scritta, narra le vicende di “un piccolo uomo, piuttosto insignificante che faceva la sua brava carriera universitaria di terza fila” (tal Romano Prodi). Un giorno dei misteriosi inviati da un Regno del Male (o della Speranza), ovvero da quella che fu l’Unione Sovietica, avvicinarono il “nostro uomo” e contando sulla sua smisurata ambizione, lo indussero a stipulare un diabolico patto, garantendo a lui una carriera altrimenti impossibile e a loro un non meglio precisato futuro favore, impegnati com’erano nell’eterna lotta con la Terra delle Opportunità e delle Libertà (ovvero gli Stati Uniti d’America). Una pratica, questa del favore potenziale, di chiaro stampo e matrice mafiosa, che come un debito contratto che so con l’FMI o con la Banca Mondiale, vincola e lega per sempre lo sciagurato al suo padrone.
Questo lo scenario fantastico e originale che ci propone l’autore.
Ma il bravo Guzzanti si supera quando svela quale fu il famoso favore che l’URSS, il KGB, il GRU, chiesero al ligio professorucolo di Bologna. Non ci crederete, ma è proprio quello. Sempre quello. Il favore infatti consisteva nell’inscenare una seduta spiritica insieme ad altri 12 colleghi/consorti, più cinque ignari pargoli, durante la quale, rievocando l’anima di Don Sturzo e di La Pira, sarebbe stato comunicato il nome di “Gradoli”. Era in atto in quel tempo (aprile 1978), il sequestro di Aldo Moro. In Via Gradoli c’era un covo brigatista, ma la notizia di quel nome suggerito dagli spiriti sarebbe stata argutamente fornita da Prodi agli inquirenti e ai media in modo da indirizzare le indagini non in Via Gradoli a Roma, bensì a Gradoli paese, suggerendo così, astutamente, ai criminali abitanti di Via Gradoli, ch’era giunta l’ora di tagliare le tende…
Abbiamo già mille volte cercato di confutare questo argomento che a noi onestamente pare esilissimo oltrechè logicamente contorto. Il senatore ha però continuato a riportarlo pari pari, per filo e per segno. Non ci resta pertanto che provare a smontarlo attraverso una minuziosa opera filologico-esegetica della citata (e riportata per esteso), gustosa “favoletta”…
Abbiamo quindi scritto a Guzzanti:
Caro Paolo
La tua storia è veramente avvincente. Inverosimile, come tutte le favole del resto, ma avvincente.
Sul tuo talento d’altronde nessuno, nemmeno i tuoi più acerrimi nemici, nutre il ben che minimo dubbio. Mi permetto però di correggerti in un punto almeno, e nemmeno troppo secondario, perchè una storia, per quanto inventata, converrai che deve risultare ineccepibile dal punto di vista del "plot".
Narrano infatti le “croniche” di quel tempo andato, che quando il messo giunse, ammesso che giunse (nota per favore la gustosa allitterazione che mi si è presentata inducendomi persino a forzare la sintassi…), non si rivolse, il messo dicevamo, all'omino privo di qualsivoglia qualità che tu indichi al facil ludibrio del volgo, bensì avrebbe dovuto rivolgersi ad altro convenuto in quel di Zappolino nel piovoso meriggio di quel tristo aprile 1978 e.v.
Infatti, racconta un’autorevole cronista Pellegrino (17 GIUGNO 1998), fu proprio il signorotto di quella villa, tal Albertus Clò, e non il nostro insignificante omino, ad indire quel simpatico trastullo in cui dame et nobil’homini rievocavan leggiadri spirti et alme defunte.
Altri poi non mancarono di sottolineare che fù ancora lui, l’Albertus, il più eccitato ed attivo inquisitor degli spiriti…
Fu dunque egli, Albertus, ti chiedo, ad appartarsi in bagno con la delittuosa pergamena giunta dal Regno del Male? Ma se così fu, cosa c’entra allora l’omino nostro?
O forse fu l’omino che, uscito tutto trafelato dal bagno dopo aver letto ed imparato a memoria l’intricato enigma, convinse il signor di quella villa a diriger quel giuoco periglioso che tu ci narri?
Se così fosse, perché così pare, ne avrebbe certo risentito la trama, che invece fila spedita all’obiettivo che ti sei dato per allietar le folle dei tuoi fedeli seguaci.
Ah, come vorrei che tu, Oh Paolo, mi rispondessi.
Perché potrebbero apparire anche dettagli di poco conto in effetti, ma tu, Oh Paolo, hai dato tanto e tal valore a quanto scrivi con agile penna, che un chiarimento credo sia d’uopo atque necessario. Qui e altrove.
RingrazioTi con affetto
Gabriele.
La primula russa


Così dopo l’intervista del 7 dicembre ad Oleg Gordievskij, che stranamente Guzzanti con un sofismo degno del suo nome, sostiene si tratti addirittura di un autogol dei suoi detrattori (!?), La Repubblica sabato 9 dicembre ha pubblicato un’altra intervista ad un personaggio chiave della vicenda Litvinenko, ovvero Vladimir Bukovskij.
E’ evidente che per onorare la Verità occorra verificare puntualmente l’autenticità di tali interviste firmate da Carlo Bonini e Giuseppe D’Avanzo (rimandiamo a chi di dovere di procedere in tal senso), ma dando per scontato (a puro titolo di esercizio), che esse lo siano, il quadro che ne scaturisce è decisamente grottesco.
Tralasciando cosa pensano Gordievskij e Bukovskij dello zelante Scaramella (“quell’uomo pretende di fare, di una mosca, un elefante”), rimane un solo “pilastro”, esile esile, a sostenere il pesante castello di accuse contro Romano Prodi.
Resta cioè “soltanto” una dichiarazione di Litvinenko, filmata (sembra), e comunque confermata da tutti gli interlocutori interpellati che la sentirono dalla viva voce del ex agente recentemente ucciso col Polonio a Londra.
Litvinenko, citando lo scomparso generale russo a tre stelle suo vicedirettore ai tempi dell’FSB Anatolij Trofimov, sostiene che quest’ultimo per metterlo in guardia da una sua venuta in Italia, gli disse: “stai attento perché in Italia ci sono molti ex uomini del KGB. Persino Prodi è un nostro uomo”.
Al di là che Bonini abbia recentemente pubblicato un’intervista del
Dunque? Cosa resta? Qual è a questo punto l’oggetto del contendere?
Ce lo ricorda il senatore in persona nella stessa citata agenzia: “Romano Prodi ha mentito sulla seduta spiritica del 2 aprile 1978 durante la quale si seppe dove era il quartier generale delle Brigate Rosse che tenevano prigioniero Aldo Moro”.
Ecco dunque il bandolo della matassa! Ancora e sempre la famosa seduta spiritica del 1978.
Su questo argomento abbiamo discusso già a lungo col senatore tra febbraio ed aprile 2006. Non abbiamo dunque più nulla da aggiungere. Egli allora, ci spiegò puntualmente la sua posizione e invitiamo chi voglia conoscerla a scorrersi gli articoli di quel periodo.
Oggi, quello che possiamo suggerire per risolvere “il caso Scaramella” è di fare un’altra bella… seduta spiritica! Ebbene sì. Un’altra volta ancora. Non c’è niente di meglio da fare. Solo rievocando l’anima di Trofimov infatti si potrebbe confermare o smentire quanto sostenne Litvinenko… Non vediamo oggettivamente altre vie praticabili. Se Guzzanti supera l’idiosincrasia verso i “piattini” potrebbe opporre al silenzio imbarazzato e imbarazzante di Romanone, una bella dichiarazione del generale sovietico dall’aldilà: “E’ vero! Prodi era un nostro uomo”. Tò moh! Per trent’anni il senatore di Forza Italia potrebbe sostenere questa tesi senza dover produrre altre “pistole fumanti”. Trofimov come Don Sturzo; Litvinenko come La Pira. Ci pensi senatore…
Per chiudere un pensiero profondo: la satira anticipa il mondo!
Giovedì 3 maggio 1979, Il Male, indimenticabile settimanale satirico, pubblicò un numero divenuto mitico. Sulle orme di Orson Wells, quei demoni del Male (tra cui Pino Zac, Jacopo Fò, Andrea Pazienza…) riprodussero un’Edizione Straordinaria di un quotidiano che a nove colonne informava dell’avvenuto arresto del “Grande Vecchio” delle Brigate Rosse. Nientepopodimenochè: Ugo Tognazzi! Anche oggi un… Giornale a caso, rifacendosi a quel precedente illustre, potrebbe sostituire al grande attore Cremonese che tanto ci manca, il nostro attuale Presidente del Consiglio e… il gioco sarebbe bell’e fatto. La notizia però, per risultare efficace, andrebbe sparata in prima pagina, non nascosta nelle pagine interne… La buona satira và esibita senza paura e con orgoglio.
La Madre di tutti gli Scandali

AGGIORNAMENTO: in privato avevo fatto alcune considerazioni sul caso della seduta spiritica del 2 aprile 1978, che riporto integralmente nei commenti. Ad esse il Senatore ha risposto:
Baldassarri e gli altri dieci non sapevano nulla di quel che faceva il piattino (non bicchierino) e un uomo solo sapeva.
O pensa davvero che gli spiriti muovano i piattini e che i piattini si muovano come computers correndo da una lettera all’altra e avvertendo quando hanno finito una parola tornando in posizione “Enter”?
Tutte le sciocchezze che lei ha pubblicato sono tutte delle NON RISPOSTE.
Prodi non aveva alcuna necessità di proteggere una fonte che volesse restare anonima perché la legge lo permette.
Prodi ha fatto muovere un piattino per compilare tre nomi di paesi dell’Alto Lazio.
Prodi e soltanto Prodi ha detto: ci penso io a dirlo a chi di dovere.
Prodi e soltanto Prodi è andato anziché alla polizia (e avrebbe potuto telefonare immediatamente a tutto il mondo) ma nella sede della Dc per dire a Umberto Cavina quel che era successo.
Prodi e soltanto Prodi ha fatto sì che una operazione di polizia con telegiornali al seguito si scatenasse su Gradoli paese facendo capire a chi stava a via Gradoli a Roma che era ora di tagliare la corda.
L’appartamento di via Gradoli non era stato individuato in precedenza ma faceva parte di una intera zona di Roma esaminata dalla polizia e quell’appartamento non fu visitato come tutti gli altri appartamenti in cui non c’era nessuno, perché non aveva alcuna importanza particolare.
L’appartamento di via Gradoli fu poi scoperto dai pompieri chiamati dai vicini a causa di un’infiltrazione provocata dalla doccia lasciata appositamente aperta dagli occupanti clandestini al preciso scopo di bruciarlo anche pubblicamente affinché nessuno dei clandestini ci tornasse più facendosi arrestare.
I piattini non si muovono.
I fantasmi non esistono e non danno indicazioni e se le danno non le danno sbagliate.
Se Prodi non proteggeva un ragazzotto di Autonomia, che poteva coprire senza problemi, allora perché agì in quel modo macchinoso e metafisico?
Non è naturale, non è banale, non è tediosamente insignificante che un professore universitario di economia svolga una seduta spiritica che non ha mai fatto prima né dopo, che nel corso di questa seduta faccia emergere una parola a tutti sconosciuta perché è il nome di un paesino ignoto e di una via romana nota solo a chi ci abita.
Tutte le elucubrazioni che lei mi ha fatto leggere con citazioni di articoli di giornalisti e gente che parla per sentito dire sono e valgono assolutamente zero di fronte ad una investigazione ufficiale condotta con rigore estremo, tant’è vero che l’opposizione nega le conclusioni ma non ha mai attaccato la trasparenza del metodo.
Lei mi scarica fiumi di chiacchiere e di sentito dire. Io uso i verbali, le deposizioni, i codici attraverso la conoscenza del procuratore Cordova.
Tutte le cose dette da quel signore che firma con uno pseudonimo (immagino) [Onekenoby, ndr] sono tutte campate per aria, valore oggettivo zero, chiacchiere come mille altre con cui un pubblico ufficiale quale io sono, una figura istituzionale quale io sono, un ramo del Parlamento quale è quello che io presiedo, ci può fare la birra.
Inoltre io ho scaricato qui tutte le conclusioni della Commissione, purtroppo il documento non è passato perché è troppo pesante ma credo che da oggi sarà sul sito del Parlamento a disposizione di tutti. [Appena disponibile lo linkeremo, ndr]
Vale per Prodi l’esposto Cordova, reperibile sul sito del Velino [già linkato da noi qui almeno 2 volte, anzi 3 con questa, ndr] con tutti gli atti d’accusa per cui Prodi ed altri sono davanti al tribunale dei ministri dopo la trasmissione da parte della Procura della Repubblica.
Lei mi deve e deve ai suoi lettori ed ai miei risposte articolate alle mie comunicazioni che non sono articoli di giornale ma conclusioni istituzionali.
Lasci perdere come la pensavo nel 1978: a dispetto suo e di tutti i suoi amici del suo blog io sono uno di quei MILIONI di socialisti italiani che stanno da questa parte insieme a milioni di socialdemocratici, comunisti, repubblicani e radicali.
Infatti bisogna che ve ne facciate una ragione: noi non siamo la DESTRA, noi siamo perché così ci chiamiamo ed agiamo dei riformisti rivoluzionari, che usano la forza della democrazia per tentare la rivoluzione e io personalmente ho sempre usato come unico strumento di lavoro la verità. Posso aver fatto errori, scritto cose imprecise, ma ho sempre usato solo la verità e sfido chiunque a trovare una sola menzogna nei miei articoli dal 1961 ad oggi, dopo 45 anni di attività.
Lei caro Paradisi è ora che si rimbocchi le maniche e ci faccia vedere che sa fare, oltre a produrre con toni cortesi e rispettosi una disinformazione in cui mi è difficile riconoscere la buona fede. Tra l’altro: non mi piace il fatto che lei abbia due stili, due linguaggi, due maschere, secondo se scrive qui o a casa sua. Io ho una faccia sola. Sarà orrenda, ma non ho ricambi.
Mi aspetto, come sempre, che lei pubblichi integralmente la presente sul suo blog così come io pubblico sempre integralmente tutto quel che lei ci manda.
Buona giornata a tutti e buona campagna elettorale fino alla vittoria.
Paolo Guzzanti
Sull'accusa di avere due linguaggi e due facce, non sono ovviamente d'accordo. Semplicemente nel Gruppo di Discussione del Senatore cerco di argomentare le mie posizioni moderando e ricercando le parole, evitando l'ironia o il "colpo di teatro" che qui, in casa mia, talvolta mi permetto. Evidentemente faccio ciò sia per rispetto sia per non urtare la suscettibilità degli iscritti a quella Mailing List che già vedono la mia presenza in quel luogo, voluta con forza dal Senatore che ringrazio, come un'anomalia irritante. Le mie idee, le mie opinioni, sovente opposte a quelle di Paolo Guzzanti, sono molto chiare e ferme, sia qui, sia altrove. Gabriele
Pubblichiamo quanto ci scrive Guzzanti. Il testo ci sembra molto interessante e completo. Una sintesi perfetta di quanto abbiamo dibattuto in questi mesi. Il Senatore risponde anche direttamente ad alcuni commenti. Il dibattito (no... il dibattito no....) è avviato. Credo ci sia molto materiale di discussione.
Rispondo a questa lettera:
1 – Sì. La commissione ha lavorato egregiamente, oscurata da tutti i media, per primi quelli di Mediaset come Paradisi sa perfettamente benché si eserciti nel sarcasmo più cheap sulla solita balla del tycoon che tutto può nei media, e che invece non può nulla specialmente in casa propria.
2 – Il Kgb smise di arruolare agenti nel Pci dal 1956, quando fu emanata da Mosca una apposita direttiva in proposito.
3 – Quanto ad infiltrare il Pci, il Kgb ha sempre infiltrato il Pci, come oggi lo Svr di Putin (Sì, Putin: Paradisi adesso può fare il solito numeretto: ma non è tanto amico di Berlusconi?).
4 – Avendo noi dimostrato definitivamente grazie ai documenti della Procura di Budapest che le Brigate Rosse erano parte integrata e integrante del sistema militare sovietico, abbiamo anche dimostrato che l’attacco armato delle stesse Br fu un attacco alla parte berlingueriana del Pci: l’Italia è stata insanguinata per anni dalla guerra civile interna fra comunisti serial killer agli ordini del kgb e comunisti che cercavano di sottrarsi senza mai avere la forza definitiva di, per usare l’espressione di Scalfari, “passare il guado”.
5 – Berlinguer doveva essere assassinato ed era sicuro, lui, che il tentativo di farlo fuori fu messo in atto con un falso incidente d’auto in Bulgaria, dove lo aveva costretto ad andare Cossutta.
6 – Sì, i nomi del vero dossier Mitrokhin sono stati sbianchettati alla fonte: ciò è avvenuto a più riprese fra il 1992, quando il servizio segreto inglese Mi6 distribuisce il materiale Mitrokhin a tutti i Paesi alleati, Italia compresa, e il 1995, 30 marzo, quando viene recapitato al Sismi diretto dal generale Siracusa, da me denunciato alla Procura militare, sotto la responsabilità diretta del Presidente del Consiglio Romano Prodi.
7 – I nomi che lei fa sono puro pettegolezzo: chiacchiere che girano fin dal primo giorno. Ha uno straccio di prova, di indizio, una traccia? Se ce l’ha, faccia il suo dovere di cittadino e me la dia, altrimenti sono chiacchiere.
8 – Io personalmente so che non si diventa agenti della Cia vendendo appunti con notizie politiche. Ferrara avrà confidato quel che pensava, ma essere agenti è tutt’altra cosa. Lei parla di Giuliano uomo del Kgb: su quale base?
9 – La storia di Renato Mieli mi è notissima. La conosco perfettamente e conosco perfettamente gli intellettuali ancora vivi che facevano parte del suo circolo antifascista prima e anticomunista poi. Agente doppio degli inglesi? Può darsi, io non lo so. Lei lo sa? Che cosa sa?
Vede, è facilissimo compilare una lettera come la sua: ne ho ricevute almeno diecimila così con nomi diversi. Chi ha da dire, dica. Alludere è un gioco troppo facile.
La mia commissione è stata sabotata, questo il vero scandalo Mitrokhin, dal clan dei media che conosco perfettamente: sono tutti miei amici, per così dire, li conosco uno ad uno come le mie tasche. A me piace lavorare in modo preciso, chirurgico, esatto. Io non lascio nulla al caso. La mia Commissione non è fallita: ha tolto un mattone alla diga della menzogna e le faccio una facile profezia: fra poco, mesi credo, verrà giù tutto: lo scandalo Mitrokhin è la madre di tutti gli scandali, è alla base della cadutra della prima Repubblica, di Tangentopoli, della nascita di Berlusconi politico, del ribaltone, dell’attuale conflitto tra il fronte degli sbianchettati nel dossier e noi, le persone perbene.
Su via Gradoli e il piattino: il punto è uno solo. Poiché non esistono fantasmi e non esistono piattini semoventi, quella seduta servì a qualcuno per veicolare l’informazione Gradoli. Quel qualcuno la volle corredare con due informazioni collaterali, Bolsena e Viterbo, che sono centri abitati vicini al paese di Gradoli. Erano 12 a quella seduta spiritica, ma evidentemente l’informazione Gradoli era nella disponibilità di una sola persona. E dunque una sola persona guidò il piattino in quel modo. Fu Prodi? Turtto lo lascia ritenere dal momento che lui e soltanto lui si offrì di trasmettere l’informazione, cosa che NON fece SUBITO (come farebbe ogni persona normale che ha avuto una diritta che ritiene attendibile per risolvere un caso che teneva col fiato sospeso il mondo intero e non soltanto l’Italia) e NON fece per via ISTITUZIONALE: non chiamò il ministro degli Interni Cossiga, che conosceva bene, non chiamò la polizia, i carabinieri, i servizi segreti, non chiamò nessuno. ASPETTO’ e poi, con comodo, in un in un modo deliberatamente casuale, trovandosi di passaggio nella sede della DC, “dropped the name”, lasciò cadere come una bizzarra curiosità questo nome Gradoli, fornendo – ma guarda un po’ - due numeri che corrispondevano al numero civico della strada e all’interno dell’appartamento in cui si riuniva lo stato maggiore dei rapitori e da cui ogni sera, deposero i vicini, si sentiva distintamente una trasmissione Morse. Quindi Prodi disponeva del nome Gradoli (che “il piattino” aveva arricchito con i nomi di Bolsena e Viterbo) e di due numeri.
Il resto è noto: il rastrellamento della polizia a Gradoli paese, la fuga dei brigatisti da via Gradoli, il cui indirizzo era rivelato come bruciato. Ora, si può discutere se Prodi l’abbia fatto apposta o sia stato un imbecille. Ma sta di fatto che ebbe l’informazione utile per liberare Moro e che l’uso che fece di tale informazione fu tale da impedire,m anziché consentire, la liberazione dell’ostaggio. Per questo io ritengo Prodi corresponsabile dell’omicidio, lasciando sospesa la questione della volontà o dell’imbecillità, che lascio volentieri ai suoi sostenitori.
C’è un signore che nel suo blog chiede quanto è costata la mia commissione farsa. Non conosco commissioni farsa del Parlamento della Repubblica e registro da tempo come una triste novità l’atteggiamento antiparlamentare della nuova brillante sinistra. Comunque la mia commissione, in cui hanno lavorato 18 parlamentari di sinistra e una trentina di loro consulenti di sinistra, più tutti quelli di sinistra che ho assunto io come il professor Pons direttore dell’Istituto Gramsci, ha speso meno di un quarto di quello che spese l’inutile commissione stragi che non riuscì a concludere i suoi lavoro e il cui presidente, il senatore Pellegrino diessino, mio caro amico, disgustato dai suoi riunuciò a produrre una sua relazione e scrisse poi un libro intervista che non è un atto parlamentare. Noi lasciamo una relazione approvata dalla Commissione due anni fa sui delitti commessi dal Sismi e dai Presidenti del Consiglio pro tempore, ora all’attenzione del Tribunale dei Ministri.
C’è poi una relazione del Presidente che reca le firme dei rappresentanti della maggioranza e una serie di documenti allegati per un totale di circa 10.000 pagine, per la maggior parte documenti originali.
Questi i risultati finora raggiunti:
1. Il dossier fu sbianchettato all’origine, ecco come. Rinviati al Tribunale dei ministri con avviso di garanzia Dini, Prodi e D’Alema. Il dossier originale conteneva tutti i nomi di politici, militari, intellettuali, giornalisti, economisti che facevano parte integrante del governo collaborazionista che avrebbe dovuto seguire l’invasione, così come pianificata dai ministri del Patto di Varsavia: vedi la lettura integrale di tutti i verbali delle riunioni, ora disponibili anche in volume stampato, agli atti della Commisssione.
2. Le Brigate Rosse erano eterodirette ed integrate nel sistema militare, di intelligence e terroristico comunista sovietico, tedesco e ungherese ed erano totalmente eterodirette, come dimostrano i documenti prodotti, e quellin Allegato i mostrati ma non ancora inoltrati, dalla Procura generale di Budapest.
3. Dimostrato il carattere militare, collegato all’invasione pianificata dell’Europa occidentale, sia del rapimento interrogatorio per due mesi e soppressione di Aldo Moro che il tentativo di eliminare con il Papa polacco la causa della indisponibilità della Polonia come nodo cruciale della manovrabilità del patto di Varsavia.
4. Dimostrato che l’uomo dietro Agca è Antonov che agiva per conto dei sovietici, e che non il Kgb ma il Gru (servizio militare) si occupò dell’attentato, compreso l’addestramento di Agca nello Yemen del Sud, nella disponibvilità della flotta sovietica e del GRU.
5. Dimostrato che per la strage di Bologna esiste una pista Carlos- Separat (DDR) che fu accantonata colpevolmente dalla magistratura.
6. Il caso del Papa è riaperto dal magistrato de Cataldo.
7. Il caso della strage di Bologna è riaperto dalla Procura Bolognese, dopo l’audizione del procuratore capo.
8. Dini, Prodi e D’Alema sono denunciati di fronte al Tribunale dei ministri insieme ai direttori del Sismi Siracusa e Battelli ed hanno avuto l’avviso di garanzia.
9. Prodi è stato anche accusato apertamente di aver ostacolato la liberazione di Moro spargendo la falsa informazione su Gradoli in luogo di via Gradoli, essendo stabilità dalla legge che non c’era alcuna necessità di proteggere una fonte interna.
10. Ho prodotto i piani di invasione dell’Italia attraverso il Brennero con la violazione della neutralità austriaca, lungo direttive est ovest che toccano tutti i punti di sviluppo del terrorismo brigatista.
Ho indicato la responsabilità di Carlos (Ilich Ramirez Sanchez, detto lo Sciacallo, all’ergastolo a Parigi) nella pianificazione ed esecuzione dell’attentato al treno del 23 dicembre 1984, come in atti dei documenti della Stasi tedesca.
Gentile Gabriele Paradisi, do per scontato che lei pubblicherà integralmente sul suo blog questo testo in forma integrale e di ciò la ringrazio in anticipo.
Paolo Guzzanti
Prodi Under Attack

Sul prossimo numero di Panorama uscirà l'articolo di Paolo Guzzanti che potete già leggere per intero nei commenti. Niente di nuovo rispetto a ciò che sapevamo e su cui abbiamo avuto già abbondantemente occasione di discutere. Sicuramente però l'articolo del Senatore di Forza Italia e presidente della Commissione Mitrokhin, costituisce il "la" all'attacco finale al candidato premier del Centro Sinistra. Il Senatore Guzzanti del resto non ha mai fatto mistero del fatto che il suo lavoro sarebbe tornato utile in campagna elettorale. In un'intervista rilasciata un anno fa (19 marzo 2005) a Gianteo Bordero per Ragionpolitica.it (Dipartimento Formazione Forza Italia), egli diceva: "Dobbiamo tutti, anche nel centrodestra, capire l'importanza politica della Commissione Mitrokhin. Può essere un elemento molto importante per vincere le prossime elezioni politiche del
Tornando ai contenuti osserviamo la ripetitività delle accuse rivolte a Prodi senza peraltro, almeno per ora, nessun elemento nuovo e decisivo. Vorremmo sottoporre al Senatore quindi alcune semplici considerazioni e domande al riguardo che secondo noi smontano facilmente le accuse così impostate:
1) Se Prodi era in combutta con le BR e voleva avvertire i sequestratori di Moro del fatto che gli inquirenti si stavano avvicinando al loro covo di Via Gradoli, perchè mai non fece giungere loro un messaggio diretto attraverso i canali che sicuramente saranno esistiti ed egli, dunque, non poteva non conoscere? Perchè invece pensò bene di lasciare quel nome di Via, camuffandolo però sagacemente in nome di paese, in mano alle Forze dell'Ordine, sperando che esse, incapaci a decifrare giochi di parole e rebus così arguti, si precipitassero al suddetto paese con grancassa mediatica al seguito? L'abbiamo già detto in un post dedicato, ma secondo noi, le BR di fiancheggiatori e di informatori così maldestri e chiassosi ne avrebbero fatto sicuramente e volentieri a meno. Perchè mai dunque Prodi, se era un “agente” del Kgb, non usò canali segreti e più discreti e si prestò viceversa ad una trovata che l’avrebbe reso “estremamente imbarazzato ed estremamente ridicolo” (Audizione presso
2) Abbiamo notato con soddisfazione che il Senatore, crediamo anche su nostra indicazione, ha corretto il nome dell’amico fraterno di Prodi, il golpista sovietico del 1991, Valentin Pavlov. Infatti in un suo precedente articolo su Il Giornale (La verità dimostrata, 5 marzo 2006), egli parlava appunto di stretti rapporti di Prodi non con l’allora Primo Ministro, bensì con Vladimir Kriuchkov che al tempo era nientepopòdimenochè capo del KGB. Una differenza non da poco vista la tesi che si voleva far passare… Tornando ai rapporti di Prodi e Pavlov voglio riportare integralmente il brano della famosa intervista al Corriere a cui (unica pezza giustificativa?) lo stesso Guzzanti continua a riferirsi: “Ma la svolta repentina,” - chiedeva l’intervistatore – “il voltafaccia del primo ministro Pavlov non produrranno reazioni in un sistema non più gestito in modo centralistico?”. Lo sciagurato rispose: “Conosco bene Pavlov. E’ un tecnocrate da anni in dissidio con Gorbaciov. Un dissidio non mascherato. Direi che per certi versi quella che ha fatto in queste ore è una scelta coerente. Mi aspetto entro pochi giorni passi decisivi per quanto riguarda la gestione dell’economia. Bisognerà vedere come riusciranno a conciliare una impostazione interna che non sarà certo progressista con la probabile conferma della linea di apertura fin qui seguita a livello internazionale”. That’s All Folks! In questa frase secondo Guzzanti Prodi “manifestò comprensione per il golpista Pavlov, suo stimato amico, mentre quello tentava di eliminare Michail Gorbaciov”. (!?) Come si riesce, Senatore, a sostenere questa affermazione leggendo quella sola frase? Non ritiene sia un po’ pochino? Possibile che non esistano altri documenti più espliciti che possano approfondire qual’era in realtà il rapporto “pericoloso” tra Prodi e Pavlov?
3) Sulle carte recepite nello scorso dicembre in seguito alla “rogatoria compiuta dal Parlamento italiano presso la Procura di Budapest” che testimonierebbero “che il gruppo di comando delle Brigate Rosse faceva parte integrante di una rete militare sorvegliata dal Kgb e usata dal Gru, cioè dal servizio segreto militare sovietico”, non possiamo dire nulla finchè non le leggeremo. Per ora possiamo dire di aver raccolto e già pubblicato una smentita sul reale contenuto di quei documenti da parte dell’On. Valter Bielli, membro anch’egli della commissione Mitrokhin, il quale riteniamo se ne assumerà per intero
4) Sulle omissioni, “sbianchettamenti” e altri reati imputati a Prodi (ma anche a Dini e a D’Alema in qualità anch’essi di Presidenti del Consiglio e ai vertici del Sismi, Siracusa e Battelli), il documento di riferimento resta
Sia chiaro comunque che noi qui non vogliamo sostenere che il KGB, il GRU, L’Unione Sovietica o Brezniev in persona non fossero eventualmente coinvolti in vicende gravi o avessero responsabilità diretta su determinati episodi. Crediamo siano argomenti che andranno sviscerati e valutati dagli storici e, qualora si rilevino eventi che comportano ancora oggi conseguenze penali, andrà fatto dagli organi competenti. Quello che qui vogliamo dire è che le informazioni così confezionate non ci sembra configurino responsabilità e accuse così gravi a carico di una persona, Romano Prodi, che raccoglie comunque il consenso di almeno la metà, forse più, degli italiani. Se ci sono documenti espliciti essi vengano esibiti, le interpretazioni di articoli di giornale o di veniali “bicchierate” tra amici avvenute quasi trent’anni fa, ci sembra, onestamente, che lascino il tempo che trovano.
Mitrokhin: relazione finale. Misteri e dintorni.

Ieri non è stata votata la relazione finale della Commissione Mitrokhin presentata dal Senatore Paolo Guzzanti, per mancanza del numero legale. Non erano presenti tutti i commissari dell’Unione, che hanno depositato un loro documento molto critico, ma anche tre esponenti della CdL facendo mancare il quorum necessario di 21 membri per solo due voti.
La commissione è stata quindi sciolta. Il Senatore a vita Giulio Andreotti ha spinto affinché non si giungesse ad una votazione. A suo dire è necessario un approfondimento da rimandare eventualmente ad una nuova commissione da ripristinare nelle prossima legislatura.
Sulle conclusioni sostenute dal Senatore di Forza Italia, abbiamo già discusso abbondantemente in questa sede, ma cercheremo di farlo ancora. Ieri, a caldo, Guzzanti ha rilasciato una lunga e completa intervista a “Lino on line” che riportiamo integralmente nei commenti. In essa sono richiamati tutti i punti più salienti dell’inchiesta:
Come ben conclude il senatore, se ciò che afferma fosse anche solo parzialmente vero andrebbe “riscritta tutta la storia d’Italia”.
Ma per riscrivere la storia bisogna partire da documenti certi e da fatti inconfutabili.
Ad oggi le polemiche da blog che abbiamo sostenuto con Guzzanti su Prodi e la seduta spiritica e sulla presunta affiliazione sempre di Prodi al KGB ci sembrano evidenziare una certa inconsistenza documentale.
Non solo penalmente parlando, ma anche “moralmente”. Ovvero non ci sembrano esserci prove tali da portare a condanne penali, ma nemmeno tali da ritenere qualcuno “moralmente” colpevole.
Affermare per esempio che “Prodi fece un’intervista in cui si schierò contro Gorbaciov a favore dei golpisti, dichiarandosi anche amico del capo dei golpisti. Questi sono fatti”, avendo tutti a disposizione quella intervista in tutta la sua ingenuità e innocenza, ci sembra eccessivo.
Il discorso sarebbe diverso se dagli archivi dell’est fosse emerso qualche preciso documento che avvalorasse questa supposizione.
Se qualcuno riprende in mano i giornali di quei giorni dell’agosto 1991, quando il golpe di Kriuckhov era in atto, e segue il ragionamento di Guzzanti, sarebbe tentato di accusare di connivenza con i golpisti il Presidente Cossiga e il Primo Ministro Andreotti, piuttosto che l’economista Prodi.
Non può, lo ripetiamo al senatore, un’accusa così grave basarsi su una intervista così palesemente innocua. Per una volta ci sentiamo di condividere la posizione di Andreotti. Chiediamo approfondimenti.
Senatore Guzzanti porti alla luce il Sacro Graal. Il vero Dossier Mitrokhin.
E' caduta la prima bomba...

Aggiornamento 9 marzo 2006
Caro Gabriele,
Mi sono alzato un’ora prima di andare a lavorare (in Commissione, dove arrivano ogni giorno nuovi documenti, proprio alla fine del lavoro) per rispondere alle sue domande martellanti, riproposte con una insistenza mascherata da questa sua tecnica di una forma che definirei a questo punto melliflua ed entrista.
Può darsi che i miei amici della lista non conoscano l’entrismo trotskista, ma lei certamente sì: ci si traveste e si simula di essere almeno affini a quelli fra cui ci si mescola e poi si compie una scrupolosa opera di distruzione dall’interno, pezzetto per pezzetto.
Ora io di questo ho una responsabilità, perché purtroppo l’ho scambiata per un cavaliere senza macchia e certamente senza paura e vedo che forse lei non ha macchie (di sicuro come me non ha paura, e questo è un merito, ma io sono un combattente duro e senza maschera) ma ha facce diverse.
Ho dato un’occhiata a quel che ha scritto , e vedo da questo che lei è una figura di rango un po’ diverso da quello che immaginavo.
Comunque, a me fa piacere avere a che fare con i duri, perché quando il gioco si fa duro, eccetera.
Mi spiace un po’ che ci sia chi nella sua epica l’ha scambiata , per un allegro angelo sterminatore che combatte con la forza delle sole idee.
Io dico che lei invece combatte con molte armi legittime ,che sa usare, ma anche con l’arma proibita della manipolazione, che sa usare ancora meglio.
Io ho molti difetti, tutti visibili e confessati, di cui non mi vergogno e che metto in piazza con sincerità.
Lei mi sembra invece che abbia pochi difetti e sia però sostanzialmente in malafede quando combatte con me, malgrado i salamelecchi.
E veniamo alla sua lettera sulla questione Prodi e Urss.
Comincio col fare ammenda di due errori, che sono spiacevoli perché sono errori, che ammetto subito e che tuttavia non spostano di una virgola la documentazione di quanto sostengo.
Gli errori, dovuti alla mia pretesa di citare a memoria un articolo che non avevo da anni sotto il naso, sono questi:
1 - Prodi nel 1991 non era più presidente dell’Iri, ma era il responsabile della società Nomisma e con questa era, come recita l’occhiello del titolo “consulente dei sovietici”.
2. Seconda mia imprecisione: Non è in quella intervista che Prodi dichiara di conoscere bene e di essere amico di Kriuchkov, ultimo capo del Kgb, capo della giunta golpista che stava tentando di eliminare Gorbaciov, uomo che fu poi sconfitto, arrestato, messo da parte e poi allegramente reintegrato nel nuovo ordine post sovietico, e che adesso si permette di lanciare proclami contro di me, come stanno facendo tutti i membri del vecchio regime.
Sarebbe come se, dopo la caduta del nazismo e la nascita della Repubblica federale tedesca, i tedeschi democratici avessero negato le colpe della Gestapo e delle SS, e naturalmente anche i campi di sterminio e la Shoà, difendendo il passato nazista.
Ma in quella intervista si mostra amico di Pavlov, capo politico dei golpisti.
3. Le espressioni di apprezzamento di Prodi per tutta la giunta golpista che stava tentando di reintrodurre il regime comunista sovietico esistono, sono numerose e in quell’epoca notissime a tutti i collaboratori di Prodi.
4. Fine del mea culpa.
E adesso veniamo alla sua manipolazione.
Manipolare vuol dire scegliere pezzi che fanno comodo, metterli insieme e impedire che si legga il vero senso di un discorso.
Il discorso di Prodi in quell’intervista non è affatto quello che lei manipola mettendo insieme frasi generiche ma è chiarissimo: Prodi detesta Gorbaciov, detesta il suo tentativo di riformare l’Urss e dice: “Non mi pare il caso di aspettarsi una sollevazione popolare a favore di Gorbaciov”.
Capisce l’Italiano, Paradisi?
Dice Prodi: il popolo non è con Gorbaciov.
Seguono poi quelle generiche parole di apprezzamento, per poi tornare al sodo:
“Il popolo non è con lui. A noi occidentali spesso in missione a Mosca la gente diceva: lo stimate solo voi”.
Poi l’articolo spiega che Prodi è diventato, dopo Nomisma “consulente del governo sovietico e promotore di una scuola di formazione per i manager dell’Urss”.
Prodi dichiara di essere molto amico di Pavlov, che non era il capo magazziniere, ma il primo ministro golpista che aveva guidato politicamente la giunta (mentre Kriuchkov, capo del kgb dava il supporto logistico).
Quindi Pavlov e non Kriuchkov era amico di Prodi che detestava Gorbaciov e per lui Prodi ha parole di tenerezza politica: “Conosco bene Pavlov. E’ un tecnocrate da anni in dissidio con Gorbaciov, un dissidio non mascherato. Direi che per certi versi quella che ha fatto è una scelta coerente”.
Capisce, Paradisi? Prodi sostiene che Gorbaciov è un fallimento e che Pavlov facendo un colpo di Stato è coerente: non c’è una sola parola, neanche mezza, di presa di distanza.
Allora non so se lei è al corrente del fatto che il Kgb non era un banale servizio segreto, come la Cia.
Il servizio segreto come la Cia in Urss era il Gru militare, se vuole come il nostro Sismi. Quello che io ho accusato di aver ordito, su imput di Breznev, l’attentato a papa Giovanni Paolo II.
Il Kgb era una istituzione poliziesca totale e globale (globale: ecco una parola a lei familiare) che comandava su tutti gli aspetti della vita civile dell’Unione Sovietica.
Il Kgb comandava sui conservatori di pianoforte, decideva chi dovesse fare la modella (la mia amica Louda Tsibikov, che ora vive a new York con suo marito, donna bellissima e altissima, mi raccontò come un giorno il Kgb la convocò e le comunico che da quel giorno lei sarebbe stata indossatrice), sul cinema, sull’economia, sui giornalisti stranieri, sulle aziende straniere in Urss, sui programmi televisivi, eccetera.
L’istituto Plehanov era una delle sezioni del Kgb direttorato economico, e Nomisma era in joint venture con quell’istituto, ovvero con il Kgb, fine del discorso.
O lei pensa che il Kgb sotto Gorbaciov fosse un’istituzione di orsoline? Il Kgb di Gorbaciov, che io ho visto in campo nei Paesi baltici e poi in Romania dopo l’assassinio di Nicolau ed Elena Ceausescu, sotto il gorbacioviano Iliescu, era feroce, assassino, terribile: Gorbaciov fece fucilar 12 agenti del Kgb che erano passati al campo avverso, man mano che l’agente della Cia Ames li svelava. Il “buon Gobaciov” era l’uomo prescelto da Andropov e poi da Cernenko, e sotto di lui la polizia segreta era terribile e mostruosa: pochi giorni prima del golpe ero a Mosca e ho visto gli uomini del kgb picchiare selvaggiamente per strada i venditori di orologi, in borghese, mentre tutti fuggivano urlano “Kaghebè, kaghebè...”.
Quindi, ripeto: Prodi, che non aveva alcun bisogno di una seduta spiritica per proteggere qualcuno dell’Autonomia per passare l’informazione su via Gradoli, mise in moto un meccanismo come quello del piattino che portò alla fuga dei brigatisti.
Prodi era dalla parte dei golpisti durante il golpe. Prodi stava dalla parte di quello stesso Kriuchkov che oggi accusa me di essere un provocatore.
Paradisi, mi risponde per favore anche sulla questione dei media.
A stamattina, mi dice la mia segretaria Francesca, sono oltre 1000 (mille) i media mondiali che si stanno occupando della Commissione Mitrokhin e del suo presidente. Ma fra quei valorosi mille non ci sono Corriere della Sera (ora ufficialmente prodiano), la Stampa, La Repubblica, le tre reti del servizio pubblico e neanche quelle private. Lei ha sostenuto che il silenzio su di me dipende dallo scarso interesse di quel che faccio e dei risultati della Commissione. Ciò sembra in lieve collisione frontale con i dati di fatto.
Come la mettiamo?
Cordialissimi saluti dal suo
Paolo Guzzanti
Aggiornamento 6 marzo 2006
Tovarich Prodi-Romanov
Ieri Paolo Guzzanti su Il Giornale a proposito di Vladimir Kriuchkov (uno dei leader del golpe del
Al di la di un primo lampante ma veniale errore dovuto di certo alla fretta o ad una rilettura troppo veloce del pezzo (Prodi aveva infatti lasciato la presidenza dell’IRI già da un paio di anni, nel 1989), ci siamo andati a rileggere il famoso articolo per scoprire come si era espressa in quei giorni di trepidazione la vera natura di Prodi, poiché, come ci dimostra il senatore forzista, sotto le mentite spoglie di un già pacioso e innocuo professore cattolico in realtà si nascondesse un bieco bolscevico.
Si tratta di un intervista rilasciata a Massimo Gaggi il 20 agosto 1991. Il titolo è già di per sé un inno al comunismo: Prodi: “In pericolo non solo le commesse ma la svolta verso l’economia di mercato”!
Dopo questo inquietante incipit, le successive prese di posizione di Romanone nostro sono a dir poco destabilizzanti.
In primis l’opinione verso Gorbaciov che viene liquidato con uno sprezzante: “E’ il più grande personaggio comparso sulla scena mondiale negli ultimi dieci anni, uno straordinario innovatore”.
Quindi sempre più impressionati ci siamo andati a cercare le lodi sperticate nei confronti del suo amico golpista Vladimir Kriuckhov già capo del KGB e… e… non abbiamo trovato nulla…
In effetti Prodi nomina un sovietico col suffisso –ov nel cognome, ma si tratta di Valentin Pavlov (allora primo ministro) che viene citato in questi precisi termini: “Conosco bene Pavlov. E’ un tecnocrate da anni in dissidio con Gorbaciov. Un dissidio non mascherato. Direi che per certi versi quella che ha fatto in queste ore è una scelta coerente. Mi aspetto entro pochi giorni passi decisivi per quanto riguarda la gestione dell’economia. Bisognerà vedere come riusciranno a conciliare una impostazione interna che non sarà certo progressista con la probabile conferma della linea di apertura fin qui seguita a livello internazionale”.
Poi un susseguirsi di frasi dal chiaro tono di comprensione per il golpe e di attesa fiduciosa nel “nuovo” corso: “Piuttosto la svolta interrompe un pezzo di cambiamento del mondo, un’esperienza che va dalla liquidazione di Yalta allo spostamento del confine Est-Ovest sempre più a Oriente. Questo è il vero blocco potenzialmente minaccioso nel lungo periodo: qui si giustifica la reazione dei mercati”; “a questo punto tutto è possibile, anche un ritorno al vecchio centralismo”; “perché la destituzione di Gorbaciov tira in ballo tutti i nuovi equilibri, compresi quelli del Medio Oriente dove le prospettive della conferenza di pace si fanno all’improvviso difficilissime”…
Per dar modo a tutti di farsi un’idea di ciò che arrivò a dire in quell’occasione Romano Prodi, riportiamo integralmente l’articolo nei commenti, lasciando però una domanda per il Senatore Paolo Guzzanti che sicuramente ci leggerà:
Si riferiva, senatore, quando ha scritto l’articolo di ieri, forse ad un’altra intervista rilasciata al Corriere in quei giorni e a noi forse sfuggita nella penombra dell’emeroteca?
Riceviamo dal Senatore Paolo Guzzanti e pubblichiamo:
Insisto per Prodi a rimettere in colonna i soli fatti certi che lo collegano e lo legano in maniera lampante con il KGB:
1 -Il gioco del piattino si concluse con la fuga dei brigatisti da via Gradoli. L’informazione Gradoli NON venne da una fonte dell’Autonomia e NON c’era alcuna necessità di coprire la fonte chiunque fosse, perché la legge prevede il caso di una fonte che intende restare riservata e non c’era bisogno di alcuna seduta spiritica per questo, codice alla mano (vedi Esposto denuncia di Cordova).
Il rapimento Moro servì soltanto per l’interrogatorio di Moro che si concluse con la soppressione dell’interrogato.
Durante i 55 giorni di interrogatorio sparirono dalla cassaforte del Ministro della Difesa i piani Top Secret dell’operazione Stay Behind e della difesa nord dell’Italia, per poi riapparirvi dopo la morte di Moro.
2- Durante il golpe contro Gorbaciov Prodi tifava per i golpisti e si dichiarava amico del loro capo, nonché capo del Kgb
3 - La Nomisma aveva una sede a Mosca ed era in connessione con il KGB sezione economica.
L’uomo che faceva la spola per conto di Prodi fra Roma e Mosca era l’attuale onorevole Andrea Papini, ora mio vice presidente nella Commissione Mitrokhin allora soltanto collaboratore di Prodi. Fonte: l’onorevole Andrea Papini.
4 - Durante l’arrivo delle schede del KGB il presidente del Consiglio Romano Prodi costrinse il direttore del Sismi Sergio Siracusa ad una catena di illegalità ora all’attenzione del Tribunale dei Ministri, dove sono stati deferiti, da me e da Cordova, sia lo stesso Prodi, che Dini e D’Alema.
5 - il generale Siracusa che compì tutte le illegalità necessarie a mascherare il dossier Mitrokhin, ricevette come compenso ciò che mai alcun militare europeo ha mai ottenuto neanche ai tempi del fascismo:
il comando dell’arma dei Carabinieri ripetuto persino dopo aver superato i limiti d’età, più i benefici di una legge ad personam che fingendo di trasformare l’Arma nella Quarta forza armata, ha soltanto messo a disposizione di Siracusa un numero enorme di promozioni con cui premiare i suoi fedeli.
Sono curioso di vedere se qualcuno ha da ridire su questi dati di fatto e con quali argomenti.
Grazie di nuovo.
Paolo Guzzanti
Oggi su Il Giornale è uscito un articolo del Senatore Paolo Guzzanti in qualità non di vicedirettore od opinionista di quel quotidiano, ma come Presidente della Commissione Mitrokhin. In questa veste Paolo Guzzanti viene spesso gentilmente ospitato dal direttore Belpietro al quale egli non manca di inviare sentiti ringraziamenti.
Come avevamo temuto i primi spezzoni d'artiglieria cominciano a cadere sul terreno già tormentato di questa lunga, estenuante, campagna elettorale.
Un paio di interviste rilasciate rispettivamente da un magistrato francese Jean Luis Bruguière (ben altro colore hanno le toghe oltralpe), e dal golpista sovietico Vladimir Kriuchkov, danno modo a Guzzanti di mettere insieme i tasselli che già impreziosivano il suo quadriennale lavoro in Commissione e le relative Relazioni finali di maggioranza.
Lo scenario che ci disegna il Senatore di Forza Italia è degno del miglior Le Carrè. E' un quadro d'insieme a suo modo amplissimo e "maestoso". L'Unione Sovietica e i suoi servizi, impegnati nella loro missione di conquista del mondo, figurano dietro alle azioni più terribili che insanguinarono il nostro Paese negli anni '70 e '80. L'URSS era quindi dietro alle stragi, non richiamate in quest'articolo ma già fatto altrove, impropriamente fino ad oggi definite fasciste; era dietro all'attentato al Papa polacco; era dietro al sequestro e all'omicidio di Aldo Moro.
Il vecchio PCI, ovviamente, con le sue propagini rivoluzionarie di "compagni che sbagliano", era la quinta colonna di questo "progetto finale" e Prodi, sì proprio lui, il candidato dell'Unione di Centro Sinistra alle imminenti elezioni politiche, chissà perchè allora camuffato tra le file della DC, finisce per essere il regista effettivo e operativo delle azioni criminose.
Finalmente il "Grande Vecchio" è stato scoperto, anche se allora, diciamo nel 1978 (omicidio Moro), Prodi Romano, classe 1939, aveva meno di quarant'anni, qualche puntina di canizie già si avvertiva nel suo volutamente ingannevole volto paffuto...
Per ora, dalle carte, emergono prove, se ci si passa questo termine ardito, alquanto labili. Sul caso Moro infatti viene ribadito il ruolo determinante di Prodi nelle soffiate agli amici brigatisti (la seduta spiritica e Gradoli-Paese, tema già ampiamente trattato da noi in questo blog...), mentre a riprova della sua vicinanza conl'Unione Sovietica e quindi ai suoi criminali scopi, viene riportata un'intervista del medesimo al Corriera della Sera in cui, il pacioso Mortadella, sembra non prendere adeguatamente le distanze dai restauratori golpisti di Kriuchkov.
Poca cosa direte voi, ma questo, ne siamo certi, è solo l'assaggio. Come in ogni thriller che si rispetti, la suspance è d'obbligo. Questa è solo un'anteprima, un abbozzo, una punta di iceberg di qualcosa di ENORME che potrebbe destabilizzare (come teme lo stesso Andreotti) il Paese intero... e proprio alla vigilia delle elezioni...
Aspettiamo, sarà solo questione di ore ormai, e verranno resi noti e pubblici i documenti inconfutabili emersi dagli archivi della Stasi, del KGB, del GRU e di tutti gli altri servizi segreti comunisti, setacciati con rigore dai commissari (di maggioranza) della Mitrokhin. Il tempo stringe. Alle elezioni mancano sole poche settimane ormai.
Possiamo mandare al governo dell'Italia i complici del'Unione Sovietica, oggi, che l'Unione Sovietica non c'è nemmeno più?
Smoking gun???

Il Senatore Guzzanti non ha gradito questo articolo. Ha detto che le sue parole sono state manipolate e ha fornito una dattagliata puntualizzazione.
Riporterò per esteso entrambi i testi. Sia quello originario utilizzato per scrivere l'articolo (sarà di colore blu), sia la sua ultima puntualizzazione (sarà di colore verde). Crediamo tuttora di aver aggiunto, ma in modo esplicito, solo le nostre personali e libere considerazioni finali.
...
3 La messinscena è fuor di dubbio. Che per chi ha messo in scena si tratti più precisamente di una serie di menzogne raccontate al magistrato inquirente, alla Commissione Moro e poi alla Commissione Mitrokhin sembra lapalissiano.
4 La smoking gun, se si vuole accontentare della logica e dell’evidenza, consiste nel fatto che una messinscena è stata preparata per far sì che il messaggio “Gradoli” fosse alterato come “città di Gradoli” e diffuso in questa forma, sicché potesse essere letto da chi trovandosi in “via Gradoli” potesse riceverlo e agire di conseguenza. Visto che con Gradoli sono state fornite anche altre due città limitrofe, lo scopo effettivo della messinscena è provato oltre ogni ragionevole dubbio.
5 – Siamo tutti certi che non tutti i partecipanti sapessero di partecipare a una messinscena, ma almeno uno sì.
6 – L’autore della messinscena simula una distratta sorpresa e poi avverte che ci penserà lui a far arrivare il messaggio.
L’autore della messinscena è l’unico che si proponga per un tale impegno e che lo attui (la spiegazione secondo cui il piattino tornava all’inizio della parola per dare ENTER e considerare la parola completa dimostrerebbe che questo spirito metafisico è anche un operatore marconista di straordinarie risorse, peraltro ben compreso dai suoi interlocutori che ne accettano il codice).
7 – Trovi, caro Paradisi, il punto debole nei punti 3, 4, 5, 6 e concluda: se ci fu messinscena organizzata, e ben organizzata, per dirottare l’attenzione su Gradoli, allora ne consegue che si trattò di un piano per far sapere a chi si trovava in v. Gradoli che era ora di togliere le tende.
8 – Se tutto ciò risulta vero come è vero, documentalmente e logicamente, ne consegue che colui che prese l’impegno di informare le autorità agiva allo scopo di salvare i brigatisti e rendere non rischiosa per coloro che lo trattenevano Moro, l’esecuzione del prigioniero al termine dei suoi interrogatori.
9 –Non vedo affatto prove della versione buonista della vicenda: il buon Prodi che avendo saputo da ambienti vicini all’autonomia che Moro è a via Gradoli, invece di dare all’istante e per telefono l’informazione riservata (e protetta dalla legge come informazione riservata) crea una messinscena organizzata con complicati artifici per diventare una falsa informazione utile a rendere inutilizzabile l’informazione vera.
10 – Ecco perché ritengo che Prodi abbia svolto una parte attiva nella vicenda e che lo abbia fatto in un contesto visibile.
(Paolo Guzzanti, 6 febbraio 2006)
1. che la Commissione avesse trovato una diversa smoking gun lo dice lei.
2. che si trattasse di una ovvia messinscena lo ha scritto lei e io ho risposto al suo testo.
3. che se era una messinscena ciò implicava che qualcuno, almeno uno, l’avesse organizzata, è la conseguenza irrimediabile e logica del fatto che fosse una messinscena. Che potesse essere più di uno è possibile, che dovesse essere almeno uno è irrinunciabile. Lei era forte in logica a a scuola?
4. Quindi: qualora fossimo d’accordo con lei Paradisi nel dire che quella del piattino fosse una messinscena,. Dovremmo concludere che almeno una persona l’aveva messa in scena. Chi?
5. Se noi conveniamo con Gabriele Paradisi sul fatto che fu una messa in scena e che almeno uno dei partecipanti doveva averla messa in scena, dobbiamo chiederci perché quel qualcuno avesse voluto metterla in scena. Mi segue Gabriele? E’ capace di trasportare senza manipolare, barare, ridicolizzare?
6. Se qualcuno voleva mettere in scena una messinscena per trattare l’informazione Gradoli, bisogna osservare e prendere noto in che modo fu trattata questa informazione.
7. L’informazione Gradoli fu trattata in modo tale che apparisse fuor di dubbio che andava messa in relazione con il centro abitato di Gradoli e non con via Gradoli a Roma, come si evince dal fatto che accanto a Gradoli furono indicate (sempre con la messinscena del piattino rotante per forza metafisica computerizzata e geografica) le città viciniori di Bolsena e di Viterbo, aggiungendo anche una passata del piattino sulla carta geografica stradale sulla quale il piattino copriva l’intero alto Lazio. Questa sovrabbondanza di insistenza sul fatto che Gradoli fosse il Paese e non la via soddisfa la questione “e se qualche solerte funzionario....”.
8. Dunque la messa in scena è consistita nel trattare l’informazione Gradoli in modo tale da indicare Gradoli Paese e una sola persona si è offerta, fra gli altri partecipanti, di trasmettere l’informazione alle autorità competenti. La messinscena non avrebbe avuto alcuno scopo se non fosse terminata con il trasferimento di una informazione da una fonte originante ad un ricevitore competente. Quella persona fu il professor Romano prodi e soltanto lui. Prodi inoltre non telefonò, non si precipitò, non andò dalla polizia, né dai servizi segreti o dalla magistratura, la sussurrò la bizzarra indiscrezione alla segreteria della Dc, la quale trasmise alla polizia che andò a Gradoli sotto i riflettori e i brigatisti di via Gradoli tolsero subito le tende vedendo che il loro indirizzo era bruciato.
9. Dunque la messa in scena ebbe come effetto finale di far sapere ai brigatisti che era ora di sloggiare. Si può amenamente discutere se questo fosse lo scopo del professor Prodi.
10. Sembra indiscutibile che se lo scopo di Prodi fosse quello di aiutare Moro nel caso che la sua prigionia fosse in relazione con un indirizzo ricevuto, allora Prodi avrebbe dovuto con rapidità ed efficacia precipitarsi a dare la sua informazione, per bizzarra che fosse: la polizia del resto non lo considerò un pazzo visionario, tant’è che andò a Gradoli.
(Paolo Guzzanti, 8 febbraio 2006)
Sostiene il Senatore Paolo Guzzanti di Forza Italia, che Prodi “ha protetto le Brigate Rosse e ha fatto ammazzare Moro”.
Sono accuse pesanti alla vigilia di elezioni politiche che vedono Romano Prodi candidato per il Centro Sinistra alla Presidenza del Consiglio.
Il Senatore Guzzanti è anche Presidente della Commissione Mitrokhin che sta indagando sui documenti trasmessi dal servizio segreto britannico al SISMI e relativi alla rete spionistica del KGB in Italia negli anni della guerra fredda.
Recentemente la Commissione s’è recata in Ungheria per visionare materiale scottante e il Senatore stesso alla vigilia di quel viaggio aveva anticipato alla stampa “verità pazzesche” che stavano emergendo proprio in merito al ruolo svolto da Prodi nel sequestro Moro.
Il momento centrale della vicenda risulta essere la famosa seduta spiritica del 2 aprile
Nell’articolo del 6 febbraio abbiamo cercato di analizzare la documentazione disponibile (le audizioni fatte dalle varie commissioni parlamentari ai partecipanti a quella seduta), per verificare se ci fossero elementi tali da giustificare la tesi così terribile di Guzzanti.
A noi non è sembrato di rilevarne, malgrado la puntualizzazione tempestiva del senatore, al quale abbiamo poi chiesto immediatamente se esistessero documenti nuovi ed inequivocabili di cui noi non eravamo a conoscenza.
Infatti, vista la tenacia con cui viene ripetuta quella tremenda accusa a Prodi, tutto lasciava intendere che la Commissione avesse scovato in qualche polveroso archivio dell’est la “smoking gun”.
In realtà Guzzanti ci ha così motivato le sue conclusioni che a questo punto anche noi riteniamo “pazzesche”:
* la seduta fu a giudizio di tutti una “messinscena”;
* non tutti forse erano consapevoli di questa messinscena, ma almeno uno sì;
* Prodi fu l’unico partecipante che si assunse la responsabilità di comunicare l’informazione alle autorità e lo fece oltretutto con una certa lentezza (dopo un paio di giorni).
Fin qui tutto sommato nulla di nuovo. E allora la prova regina dove sta? Eccola. Lasciamola esporre al Senatore in persona:
“La smoking gun consiste nel fatto che una messinscena è stata preparata per far sì che il messaggio “Gradoli” fosse alterato come “città di Gradoli” e diffuso in questa forma, sicché potesse essere letto da chi trovandosi in “via Gradoli” potesse riceverlo e agire di conseguenza. Visto che con Gradoli sono state fornite anche altre due città limitrofe [Bolsena e Viterbo, Ndr], lo scopo effettivo della messinscena è provato oltre ogni ragionevole dubbio”.
?!
Sì, avete capito bene. La prova inattaccabile della colpevolezza di Prodi è in quei due nomi di località, Bolsena e Viterbo appunto, buttati lì dissimulando distrazione e leggerezza, che hanno accompagnato, la parola “Gradoli”.
Due paroline fintemente innocenti che hanno indotto le Forze dell’Ordine al blitz con dispiegamento di mezzi e di mass media nell’ameno borgo medievale, ma nel contempo hanno fatto capire ai brigatisti del covo di Via Gradoli “che era ora di togliere le tende”.
?!
Ora sulla scarsa fantasia delle Forze dell’Ordine c’è una vastissima, per quanto discutibile, letteratura, ma confidare nel fatto che a nessuno, dico nessuno, potesse venire in mente, anche per puro caso, di associare a quel nome un'altra accezione è segno di spudorata e deprecabile sfiducia negli organi di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza.
Ora, mi chiedo, se Prodi era un burattino teleguidato dai servizi sovietici, non aveva altro mezzo per far giungere un messaggio, un segnale, agli amici brigatisti? Un sistema, diciamo così, meno rischioso per i brigatisti stessi?
La notizia di “Gradoli” divenne di pubblico dominio nel momento stesso in cui le Forze dell’Ordine irruppero nell’amena località, non certo giorni o ore prima del blitz.
E se qualche solerte e agile funzionario avesse preso in considerazione l’ipotesi “Via” anziché “paese” forse il “messaggio” sarebbe giunto ai brigatisti un po’ troppo in ritardo, o no?
E ancora, se foste dei brigatisti, e un vostro “informatore”, “fiancheggiatore”, per dirvi di andare via da un luogo urlasse “urbi et orbi” il nome esatto del nascondiglio, ovviamente aggiungendo però qualche particolare irrilevante tanto per depistare con sagacia le prime ricerche, che cosa pensereste, o cosa vi verrebbe voglia di fare a quel signore?
Io dico che “fiancheggiatori” così è meglio perderli che trovarli. O no?
Tornando seri. E’ pensabile che qualche tribunale democratico possa prendere in considerazione un’accusa così infamante e grave basata su una ipotesi (in sostanza un'opinabile interpretazione di fatti), così debole?
Ma forse abbiamo capito male. Il senatore ha certo prove ben più serie e documentate… che ci farà sicuramente avere.
Palla al centro.
Il ritorno degli spiriti

Aggiornamento:
Riceviamo da Guzzanti la seguente precisazione:
"Quanto alla seduta spiritica, essendo certo e provato che non esiste alcuna forza motrice spiritica che possa aver tenuto in circolo rotante un piattino da caffè per alcune ore, devesi intendere che tale forza motrice fosse del tutto umana e che l’intelligenza del piattino nel disporre lettere che formassero nomi fosse umana anch’essa, e che tale forza umana, e non spiritica, indicando Bolsena e Viterbo insieme a Gradoli (e perché non ci si fermò a Grado, senza aspettare che si aggiungessero le lettere elle e i? [a tale domanda Baldassarri rispose: "Mi pare ci fosse una posizione di partenza e di ritorno del piattino". Ndr]) volesse precisamente indirizzare forze dell’ordine verso il paese di Gradoli e non verso l’appartamento di via Gradoli, benché la stessa intelligenza non spiritica fosse generosamente provvista anche di due numeri casualmente corrispondenti al civico e all’interno dell’appartamento in cui le BR avevano la loro base di comando e dal quale i vicini di casa la sera udivano distintamente il ticchettio di un trasmettitore in alfabeto Morse.
Dunque la forza motrice e l’organizzazione mentale di una sola persona, o se si preferisce di più complici in mezzo ad un gruppo di gitanti domenicali dediti al trastullo pomeridiano, decise di raccogliere un messaggio che indicava il paese di Gradoli (con gli accessori geografici viciniori di Bolsena e Viterbo, tanto per precisare che si trattava di città e non di strade) come luogo della probabile detenzione di Moro e annunciò anche di voler passare tale informazione, per quel che poteva valere (e accidenti se valeva!) alle autorità investigative.
Prodi fu esattamente colui che annunciò di voler passare questa informazione alle autorità. Ma non lo fece subito.
Lo fece con comodo: se avesse avuto la reale intenzione di far trovare Moro, sia pure con l’aiuto degli spiriti, avrebbe dovuto scatenarsi correndo dagli inquirenti, e ricorrendo persino a quello strumento avveniristico e ancora non del tutto sperimentato che si chiama telefono.
Nulla di tutto ciò: Prodi attende alcuni giorni e poi sussurra durante una visita casuale (cosa che sottolinea lui stesso) la sua informazione alla segreteria della Dc, affinché vedessero loro della segreteria se e che cosa fare.
In questo modo, con ritardo gravissimo ai fini della ricerca e della salvezza dell’ostaggio, ma perfettamente in tempo per altri fini, l’informazione arriva alle forze di sicurezza indicando Gradoli paese come luogo in cui cercare Moro e dove si svolge quindi una massiccia incursione mostrata dai telegiornali e raccontata dalle gazzette.
A quel punto i brigatisti rossi che sono acquartierati in via Gradoli e non a Gradoli Paese, sono colti da un tremendo sospetto: vuoi vedere che il nostro covo è scoperto e che bisogna sloggiare? E sloggiano.
Luciano Violante, e non io, ha detto, lo può leggere nel resoconto della Commissione Moro di fronte ad un indignato e sarcastico Leonardo Sciascia, che se questa faccenda di via Gradoli e di Gradoli Paese fosse andata nel modo giusto, Moro probabilmente sarebbe ancora vivo.
Perché Prodi e non Clò e gli altri?
Perché fu lui e soltanto lui a prendersi l’incarico di procedere e rendere nota l’informazione spiritica. E’ molto semplice". (Paolo Guzzanti)
“…ho potuto provare il fatto incontrovertibile che con il suo comportamento Romano Prodi ha permesso alle Br durante il rapimento Moro di abbandonare in tempo il covo di via Gradoli… Costui ha protetto le brigate rosse e ha fatto ammazzare Moro…” (Paolo Guzzanti)
Queste sono le accuse gravissime che il Senatore di Forza Italia Paolo Guzzanti, Presidente della Commissione Mitrokhin, ha rivolto a Romano Prodi riferendosi alla “seduta spiritica” del 2 aprile
Dietro a queste accuse ci devono essere per forza elementi inoppugnabili e altrettanto gravi. Non basta certo la “discutibilità” di quell’episodio e non basta certo quanto emerso fino ad oggi.
A metà dicembre il Senatore Guzzanti ha depositato una denuncia (Relazione di Agostino Cordova) nei confronti di Lamberto Dini, Massimo D’Alema e Romano Prodi per le omissioni, a detta sua, operate da costoro quando erano Presidenti del Consiglio sul dossier Mitrokhin.
In questa denuncia (e precisamente da pag
Nulla. Nessun fatto specifico che si possa imputare a Prodi e soprattutto nessun nuovo elemento rispetto a ciò che si conosce da 28 anni.
Addirittura in quella denuncia si ricorda che le Forze dell’ordine si recarono in Via Gradoli una prima volta il 18 marzo 1978 e cioè 2 giorni dopo la strage di Via Fani e 15 giorni prima della seduta spiritica… “ed ignorasi in base a quale informazione ciò sia avvenuto”; si aggiunge quindi, con un certo acume, “ciò potrebbe far desumere che tale indicazione circolasse ancor prima di tale seduta, e che non sia stata appresa dal piattino, ma da altra fonte”… Non si capisce pertanto il ruolo rivestito da Prodi…
Rileggendo poi le deposizioni rilasciate dai partecipanti a quell’evento alla varie Commissioni Parlamentari, ma anche le conclusioni o le affermazioni dei vari commissari e presidenti si fatica a trovare anche un minimo elemento che possa avvalorare la tesi di Guzzanti...
Addirittura il commissario Fragalà (AN) nella seduta della Commissione Pellegrino (Terrorismo e Stragi) del 17 giugno 1998 afferma che l’informazione Gradoli fu suggerita ben tre volte in quei giorni. La prima fu la “soffiata” che produsse la perquisizione mancata del 18 marzo; la seconda fu il “suggerimento” durante la seduta spiritica e infine la terza fu la doccia lasciata aperta nel covo che portò alla sua scoperta definitiva il 18 aprile. Fragalà fa quindi intendere che tale informazione provenisse dall’ala trattativista delle BR, che tentava così di bloccare Moretti e quindi l'uccisione dell'onorevole Moro. Per assurdo, pur abbracciando la tesi di Guzzanti sul coinvolgimento di Prodi, emergerebbe che egli ha cercato di salvare Moro piuttosto che ucciderlo…
Guzzanti ha anche affermato: “perché Prodi ha mentito sulla seduta spiritica, perché avendo mentito davanti al magistrato, davanti alla Commissione Moro, davanti alla Commissione Mitrokhin ha protetto coloro che erano implicati nel rapimento Moro; ha agito in modo tale da mettere sull'avviso i brigatisti rossi e farli fuggire sicché Violante ha detto che se Prodi avesse agito diversamente Moro avrebbe potuto forse salvarsi”.
Ha quindi mentito anche Mario Baldassarri (AN), presente a quella seduta? Ha mai chiesto il Senatore Guzzanti direttamente a Baldassarri (collega nella coalizione di governo) come andarono esattamente le cose in quel pomeriggio piovoso di aprile?
Le dichiarazioni di Baldassarri alla Commissione sono molto esplicite e avvalorano la tesi sempre sostenuta da Prodi e dagli altri protagonisti: “mi sono abbassato cercando di vedere chi muoveva il piattino, quale dito lo toccava e quindi spingeva, o se avevano, in qualche modo, concordato un comportamento. Per quello che ho visto, il piattino si muoveva per conto suo. La cosa è ridicola e imbarazzante, ma io continuo a dire questo… Faccio l'economista, uso anche un po' di matematica e mi rendo conto che è un'assoluta apparente sciocchezza quella che vi sto raccontando. Però questo ho visto e questo dico… a fare le domande erano prevalentemente Alberto Clò, Prodi e il fratello di Clò.”
(Manca) “Il professor Prodi era mediamente o particolarmente attivo?.”
(Baldassarri) “Come gli altri”. Incalzato ancora da Fragalà Baldassarri ripete “… una precisazione riguarda il professor Prodi. Io non ho mai detto che fosse il maggiore protagonista della seduta....”
(Taradash) “il maggior indiziato finisce per essere il professor Alberto Clò”.
Perché allora Guzzanti attacca Prodi e non Clò? C’è qualche ragione che non sia il diverso ruolo politico rivestito oggi da quelle due persone?
All’epoca Prodi aveva 38 anni avrebbe mai preso decisioni di tale portata senza nemmeno consultarsi con il suo “maestro” Beniamino Andreatta?
Il Presidente Pellegrino sempre il 17 giugno
La scelta della seduta spiritica per coprire una fonte può sembrare anche discutibile, ma è pur vero che era un modo “intelligente” per diluire e disperdere su 12 stimati professori universitari una responsabilità forte. Se chi aveva raccolto la soffiata (Prodi? Clò? Andreatta?) si fosse esposto in prima persona parlando magari di telefonata anonima o anche di contatto diretto con uno studente vicino all’Autonomia bolognese, non si sarebbe forse esposto anche ad eventuali rappresaglie brigatiste?
Guzzanti parlò nel gennaio 2005 di un altro dossier Mitrokhin “quello vero, precedente a quello su cui abbiamo lavorato e che potrebbe fare luce sull' omicidio Moro”…
E’ in questo nuovo dossier, gli chiediamo, che si trova qualche fatto più sostanzioso per accusare Prodi con tanta virulenza?
Guzzanti dunque conosce già questi nuovi e inconfutabili elementi?
Viceversa ci sembra in tutta sincerità che si possa parlare di ennesimo attacco decisamente debole e spuntato. O no?
À la guerre!

Aggiornamento:
I PM indagano sulla denuncia di Guzzanti: archiviazione o ulteriori accertamenti ?
Il senatore Paolo Guzzanti ha intrapreso una battaglia all'ultimo sangue con Romano Prodi. Cioè il leader dell'opposizione e candidato premier per il Centro-Sinistra.
Un Romano Prodi, secondo Guzzanti, con un passato oscuro. Un Cattocomunista, più Comunista che Catto, che si rese responsabile di azioni criminose. Insomma un Criminale. Per di più "edentulo" e "sputacchioso".
Il senatore di Forza Italia accusa Prodi senza mezzi termini di aver protetto o avvertito le Brigate Rosse nel 1978; di aver nientepopodimenochè fatto ammazzare Aldo Moro; di aver insabbiato il dossier inglese sugli agenti sovietici in Italia; di essere un mentitore e un baro. Di aver violato le leggi. Insomma un Mascalzone. Che per giunta, spesso ma non contemporaneamente ad essere un "mascalzone", psicofisicamente sbava... Insomma un Bavoso.
Guzzanti sostiene che tutto ciò è scritto e documentato. Il 20 dicembre scorso, (nei commenti le agenzie di quei giorni), al ritorno da una missione a Budapest della Commissione Mitrokhin di cui Guzzanti è presidente, egli consegnò al Procuratore di Roma un documento intitolato: "RELAZIONE RISERVATA DEL COLLABORATORE DELLA COMMISSIONE DOTT. AGOSTINO CORDOVA SUL DOSSIER MITROKHIN E SULL’ATTIVITÀ DEGLI ORGANI COMPETENTI PER LA SUA TRATTAZIONE":
http://www.ilvelino.it/allegati_documenti/allegato_documento_257.pdf
L'esposto denuncia contiene le malefatte di Dini, Prodi e D'Alema, ma soprattutto quelle di Prodi (in quanto è lui il candidato dell'Unione...).