venerdì, 09 novembre 2007
IL MURO DI GOMMA

Ieri sera, 8 novembre 2007, intorno alle 18.17, alla Camera dei Deputati della Repubblica italiana è stata discussa l’interpellanza urgente n. 2-00830 presentata dall’onorevole Enzo RAISI insieme ad altri 43 deputati di Alleanza Nazionale e Forza Italia appena martedì scorso.
 
Luigi LI GOTTI il sottosegretario alla Giustizia chiamato a rispondere per conto del governo.
 
Riportiamo integralmente nel seguito la discussione, di cui sono disponibili anche i resoconti audio video ( [RAISI] [LI GOTTI] [RAISI] ), segnalando come, a nostro avviso, prosegua il “disperato” tentativo di mantenere in vita una interpretazione dei fatti assolutamente insostenibile e soprattutto non documentabile.
 
Evidenziamo un solo passaggio del sottosegretario: “Come si rileva, in assenza di specificazioni, la perquisizione poteva essere fatta tanto sull'uno [Espresso n. 201 Karlsruhe-Milano, Ndr] quanto sull'altro treno [n. 307 Chiasso-Milano, Ndr] ”.
 
Ora vorremmo evidenziare che sui treni si operano identificazioni e non perquisizioni, soprattutto quando queste portano alla realizzazione di fotocopie di biglietti ferroviari, documenti d’identità, lettere.
 
Vogliamo ricordare al sottosegretario che KRAM aveva un biglietto Karlsruhe – Milano e non aveva nessun motivo di scendere a Chiasso e cambiare treno.
Se ciò è avvenuto è evidente che è stato “contro” la sua volontà e dovuto a “cause di forza maggiore”. Infatti egli era iscritto nella Rubrica di Frontiera e, se identificato, avrebbe dovuto essere sottoposto a “perquisizione sotto aspetto doganale”.
Vorrei ricordare ancora al sottosegretario LI GOTTI che è proprio KRAM a dirci come avvenne quel giorno la “fermata tecnica” a Chiasso.
Nell’intervista del 1° agosto 2007 a Guido AMBROSINO de il manifesto egli ci spiega: Arrivato a Chiasso […] mi fecero scendere dal treno.
  
Che altro aggiungere….?
Ammetto che ieri sera mi sono sentito offeso nella mia, magari assolutamente mediocre, intelligenza. E anche preoccupato.
Il governo infatti si è limitato ad interpretare ed esporre dei virgolettati provenienti dalla procura di Bologna, così come aveva fatto l’11 ottobre scorso l’altro sottosegretario alla Giustizia Luigi SCOTTI. Dichiarazioni, quelle della procura, che via via facilmente si sono dimostrate e si dimostreranno errate.
Questa considerazione è dello stesso SCOTTI che ebbe a dire: “L'errore è derivato dal fatto che nella prima comunicazione della procura di Bologna si diceva che…”.
Ciò significa forse che il Parlamento, ovvero i cittadini, ricevono da altri organi istituzionali, su questo e su altri argomenti, continuamente informazioni non corrette? E se così fosse, perchè?
 
Per finire, vorrei tornare sconsolato alla risposta di LI GOTTI di ieri sera, evidenziando che volendo c’era una domanda non casuale nell’interpellanza di RAISI che poteva spazzar via qualsiasi dubbio se solo fosse stata affrontata dal governo e ad essa fosse stata data una risposta seria.
La domanda a cui si è dimenticato di rispondere è la seguente:
se il Governo intenda spiegare le modalità con cui la perquisizione a carico di Kram sarebbe potuta avvenire a bordo del treno 307.
Ecco, ieri sera abbiamo capito che il Governo non ha inteso spiegare…

 
(Trasmissione di notizie riguardanti Thomas Kram, in relazione al suo presunto coinvolgimento nella strage di Bologna, ed eventuali iniziative ispettive - n. 2-00830)
PRESIDENTE. Il deputato Raisi ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00830, concernente la trasmissione di notizie riguardanti Thomas Kram, in relazione al suo presunto coinvolgimento nella strage di Bologna, ed eventuali iniziative ispettive (vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 10).
ENZO RAISI. Signor Presidente, illustro la mia interpellanza, molto dettagliata, che non è la prima, ma la quarta che presento sulla questione relativa a Kram. Ciò è avvenuto anche perché il rappresentante del Governo che mi ha risposto in precedenza, il sottosegretario Scotti, mi fornì a suo tempo informazioni che, documenti alla mano, non risultavano corrette: in occasione della risposta all'ultima interpellanza, infatti, il sottosegretario si scusò con me per il fatto che, effettivamente, si trattava di informazioni non corrispondenti ai documenti ufficiali della polizia.
Vorrei aprire una breve parentesi e spiegare il motivo per il quale insisto sulla questione relativa a Kram e perché la
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ritengo così importante. Tutti sanno che Kram era presente il giorno della strage di Bologna nelle vicinanze della stazione. Carlos, addirittura, in una sua intervista, ha affermato che egli fosse l'uomo uscito pochi attimi prima dello scoppio (Carlos era sodale di Kram).
Kram si è consegnato dopo ventisei anni di latitanza. È entrato in clandestinità, esattamente, il 2 agosto 1980: per essere chiari, ha avuto una latitanza simile a quella di Lo Piccolo e si è poi consegnato alla polizia tedesca, ponendo fine alla sua fuga.
Da lì è partita una serie di errate informazioni che, in qualche modo, andavano a sostenere il suo alibi. Ciò che Kram dichiara è riportato chiaramente in un'intervista che lo stesso ha rilasciato a il manifesto. Egli ha affermato di essere arrivato con un treno da Karlsruhe, diretto a Milano, dove doveva incontrare un'amica austriaca. È stato fermato dalla polizia a Chiasso, perché segnalato dalla polizia tedesca e, a causa di questo fermo, che è perdurato per diverse ore, si è attardato. Visto, poi, che la sua tappa finale era Firenze, si è fermato a Milano. Essendo arrivato tardi, è stato poi obbligato a trattenersi, casualmente, a Bologna.
Dai dati a nostra disposizione risulta, invece, che poteva andare tranquillamente a Bologna, perché ha preso un treno che, partendo da Rotterdam, se non vado errato, arriva a Karlsruhe nella notte e alle 10,20 a Chiasso (dove viene fermato effettivamente dalla polizia di frontiera).
Qui c'è il primo errore; vi è stata confusione sugli orari. La volta scorsa, abbiamo dimostrato che non esistevano gli orari riportati sia nella relazione di minoranza della Commissione Mitrokhin, redatta da un onorevole deputato dei DS, sia dalla prima risposta fornita dal sottosegretario Scotti.
Effettivamente, il sottosegretario Scotti ammise che gli orari da noi indicati (arrivo alle 10,20 e ripartenza alle 12,10 per Milano), in base ai quali egli aveva, quindi, tutto il tempo per incontrare la persona a Milano e andare poi a Firenze, erano corretti. Tuttavia, nella sua risposta, egli commette un secondo errore, quando dice che Kram viene perquisito e fermato sul treno che alle 12,10 lo porta da Chiasso a Milano.
Agli atti della Commissione Mitrokhin vi è il verbale dell'allora responsabile del posto di polizia di frontiera, il
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dottor Marotta, in cui si dice che Kram è stato perquisito tra le 10,20 e le 12,10. Quindi, in realtà, egli non è stato perquisito sul treno, come erroneamente affermato dal sottosegretario Scotti nella sua risposta, ma in quel lasso di tempo dalle 10,20 alle 12,10. Pertanto, in realtà, alle 12,10 riprende il treno da Milano. Attenzione: ciò è molto importante, perché su questa circostanza Kram costruisce il suo alibi nella famosa intervista rilasciata a il manifesto il 2 agosto scorso.
Inoltre, egli afferma - questo è l'altro elemento di novità che cito in questa interpellanza urgente - che a Milano doveva incontrare un sua amica austriaca.
Preannuncio che questa mia interpellanza urgente sarà la penultima, perché ne ho un'altra pronta, sempre sulla base di quanto ha dichiarato il sottosegretario Scotti. Su questo, come ho già detto, non mollerò fino alla fine, anche perché forse c'è qualcuno che vi dà queste informazioni; e ciò mi preoccupa, perché le informazioni sono fornite da esponenti delle istituzioni, forse anche dell'istituzione che ha aperto un fascicolo e dovrebbe indagare su Kram.
Forse essi non sanno che - grazie a Dio - avendo passato due anni e mezzo a guardare tutti i documenti acquisiti dalla Commissione Mitrokhin, so esattamente come si è mosso il signor Kram, cosa effettivamente ha fatto e chi effettivamente ha incontrato.
Lo dico anche perché forse in questo modo leggeranno la mia illustrazione dagli atti e la prossima volta staranno attenti a rispondere in un certo modo.
Ricordo che Kram viene per la prima volta segnalato, in qualche modo, dal dottor Di Gennaro nel 2001 e inserito in un fascicolo con riferimento ad atti non aventi valenza di reato (non ricordo come si dice tecnicamente). Successivamente, la procura di Bologna, in qualche modo, archivia il caso.
Quando, però, nel 2004-2005, consegno alla procura di Bologna la parte della relazione della Commissione Mitrokhin che riguarda la strage di Bologna, questa è obbligata ad aprire un procedimento che, guarda caso, vede Kram non come imputato, ma come persona informata dei fatti, il che è abbastanza clamoroso.
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Ritengo che vi sia un clamore tale e quale a quello che si manifestò nel 2001 quando venne aperta la pratica con una notizia non avente valore di reato.
Voglio formulare, quindi, una serie di domande che sono rivolte innanzitutto a comprendere se le persone che Kram afferma di aver incontrato siano state mai interrogate. Mi riferisco ad esempio alla cittadina austriaca residente a Varese che in qualche modo dovrebbe confermare il suo presunto alibi. Chiedo di sapere se sia mai stato interrogato anche l'autore di quell'intervista che in qualche modo crea l'alibi a Kram. Un alibi che come ho già sostenuto in un mio precedente intervento non sta in piedi. In quell'articolo Kram afferma che il giorno che scoppiò la bomba si trovava in una grande arteria bolognese, via Indipendenza, e da lì dopo aver assistito a quello che stava accadendo prese un taxi per andare alla stazione delle corriere. Come ho già avuto modo di dire, tutti sanno che da via Indipendenza la stazione ferroviaria non si vede e che la stazione delle corriere è a fianco di quella ferroviaria. Per quale motivo, quindi, si dovrebbe prendere un taxi per andare esattamente nel posto che si vuole evitare? Chi conosce Bologna fortunatamente capisce subito come questa persona abbia detto delle stupidaggini. Soprattutto Kram afferma che doveva andare ad incontrare questa signora austriaca, questa sua amica conosciuta a Perugia dove aveva studiato per molti anni. Chiedo se effettivamente risulta al Ministero della giustizia se questa persona sia stata mai rintracciata e se gli sia stato effettivamente chiesto se doveva incontrarsi con lui a Milano.
Chiedo anche di sapere sulla base di che cosa il sottosegretario Scotti dichiarò in una precedente occasione che Kram venne perquisito sul treno che da Chiasso lo stava portando a Milano. Stiamo parlando del famoso treno n. 307, dove Kram sostenne di essere stato perquisito a bordo. A tale riguardo, ripeto, che il verbale del dottor Marotta risulta chiaro, chiarissimo. In ordine al telex, inviato a Roma, era richiesto, in virtù delle indicazioni fornite dai tedeschi, di fermare e perquisire il sospetto. Marotta fu molto chiaro al riguardo: Kram venne fermato al suo arrivo a Chiasso alle 10,20 perquisito nel lasso di tempo di due ore e ripartì solo
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successivamente con il treno. Non riesco a capire chi abbia fornito le informazioni al sottosegretario Scotti in merito alla perquisizione effettuata a Kram a bordo del treno per Milano. Questo non risulta in nessun atto e qualcuno quella risposta deve averla data.
Signor sottosegretario, non voglio essere polemico e chiaramente sono molto ansioso di ascoltare la sua risposta alla mia interpellanza, però lei esercita la professione di avvocato e sa meglio di me come una coincidenza possa essere casuale, ma molte coincidenze e tutte rivolte a creare un alibi a Kram forse non rappresentino più coincidenze.
Mi preoccupano - lo voglio dire in questa sede parlamentare - queste informazioni che voi trasmettete all'Assemblea e sulle quali venite puntualmente smentiti; mi dispiace che rispondiate sulla base di informazione che vengono fornite da organi istituzionali che forse sono gli stessi che dovrebbero indagare su Kram. È importante sapere se nel frattempo la posizione di Kram sia mutata o sia rimasta effettivamente quella di una persona informata sui fatti; in quest'ultimo caso ciò sarebbe un fatto clamoroso. Non possiamo dimenticarci che stiamo parlando di un terrorista, presente il giorno della strage di Bologna, al quale viene trovato in tasca un riferimento a un'altra terrorista che quel giorno era stata segnalata, la Freulich, e che due anni dopo viene arrestata con esplosivo compatibile con quello scoppiato alla stazione di Bologna. Non possiamo dimenticarci, inoltre, le prove fornite dalla Commissione Mitrokhin sul collegamento con Carlos e sul loro incontro un mese dopo a Budapest. Non possiamo scordarci che allorché Kram finalmente si consegna all'autorità e prova a dare un alibi questo viene smantellato pezzo per pezzo. Voglio sapere se lei è a conoscenza di quella persona, che Kram doveva incontrare a Milano, e se essa sia stata interrogata. Dopo la sua risposta le spiegherò il perché di questa mia domanda.
Se una tale persona non ha cambiato la sua posizione giudiziaria vuol dire che da parte di qualche istituzione non vi è la volontà di andare fino in fondo nel capire perché quel giorno a Bologna c'era Kram. Non essendo vero che sia stato presente a Bologna, perché arrivato in ritardo grazie a tutta una serie di coincidenze che però abbiamo smantellato, Kram ci deve spiegare cosa ci faceva quel giorno Bologna.
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È questo ciò che chiedo con un continuo, preciso e puntuale intervento sulla vicenda basato sui documenti ufficiali forniti dalla polizia e dalle forze dell'ordine. Non sto facendo ipotesi.
Infatti, è Marotta che dice che Kram è stato perquisito in quel lasso di tempo. Mi domando, dunque, come può un sottosegretario, suo collega, dirmi che questi, invece, viene perquisito sul treno di Milano. Infatti, prima si sbaglia sugli orari e lasciamo passare; poi, gli ho dimostrato - tabelle alla mano - che tali orari erano quelli corretti. Infine, però, - ecco la domanda che le rivolgo - su quali presupposti si è basata la risposta del sottosegretario Scotti secondo la quale Kram era stato perquisito sul treno 307? Sono molto ansioso nell'attendere tali risposte, perché - lo ripeto - come lei può immaginare e ha già capito, il mio è un tassello che sto mettendo sul punto e che si avvia verso la conclusione di una ricerca condotta in modo molto dettagliato anche grazie al contributo di persone che hanno lavorato per anni su questo tema e che mi sembra abbiano chiarito bene, perlomeno, quale era l'ambito nel quale sono successi certi eventi.
Però, ciò che mi preoccupa - lo dico da parlamentare - è la continua reticenza da parte delle istituzioni nel dare informazioni che puntualmente vengono smentite dai documenti ufficiali.
PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE CARLO LEONI (ore 18,30)
ENZO RAISI. Dunque ciò mi preoccupa - glielo dico molto sinceramente - perché non voglio addebitare colpe al Governo. È presente lei, ma sono sicuro che, anche se fosse stato presente il segretario Scotti, avrei detto lo stesso anche a lui: non imputo al Governo, naturalmente, una volontà politica di non andare avanti su questa vicenda. Imputo tale volontà, però, a chi mi fornisce l'informazione che a me, in qualche modo, sta iniziando a preoccupare. Concludo su questo punto e attendo la risposta del sottosegretario.
PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per la giustizia, onorevole Li Gotti, ha facoltà di rispondere.
LUIGI LI GOTTI, Sottosegretario di Stato per la giustizia. Signor Presidente, sulla prima parte dell'interpellanza, relativa
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alla contraddizione in cui sarebbe caduto il Governo nella risposta precedente ed analogo atto ispettivo, si ricorda quella parte della discussione che insorse a proposito della risposta resa il 25 gennaio 2007, circa l'impossibilità che un treno potesse, per di più nel 1980, percorre il tratto Karlsruhe-Chiasso in appena un'ora e mezza; proprio in rapporto a tali dubbi, nella successiva risposta dell'11 ottobre si chiarì che evidentemente nell' incipit della risposta del 25 gennaio, non si era fatto cenno alla diversità dei treni, e cioè, il 201 partito da Karlsruhe e, successivamente, il 307 [???]. Inoltre, si chiarì che nel riportare il contenuto della nota della polizia di frontiera di Chiasso, risultava comunque dalla risposta la duplicità dei treni utilizzati, per cui la discussione in ordine al - oppure ai - treni di cui il Kram si era avvalso risultava superata.
ENZO RAISI. Su quale treno? È quello il problema!
LUIGI LI GOTTI, Sottosegretario di Stato per la giustizia. Passando alle altre considerazioni e ai quesiti formulati si espone quanto segue. Dal telegramma inviato dall'ufficio di polizia di frontiera di Chiasso in data 1o agosto 1980, risulta che Thomas Kram, giunto alla stazione di Chiasso fu «identificato e perquisito sotto aspetto doganale con esito negativo»; a proposito di tale perquisizione, nella risposta dell'11 ottobre alla precedente interpellanza non si è specificato che il Kram era stato identificato e contestualmente sottoposto a perquisizione, bensì che era stato identificato sul treno, com'era naturale, e poi perquisito; d'altronde il telegramma della polizia non chiariva se la perquisizione fosse avvenuta sul treno oppure nel posto di polizia. Il Ministero dell'interno riferisce che: "Lo stesso ufficio di frontiera di Chiasso, il giorno successivo trasmise un'ulteriore nota, senza fare più riferimento all'orario di arrivo in Italia, per fornire la copia di una lettera manoscritta di Kram rinvenuta durante la perquisizione.
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Dagli atti non risulta se, al momento dell'ingresso sul territorio nazionale, il Kram fosse in possesso di borse, valigie o altri contenitori. La perquisizione«, proseguo la lettura dell'informativa del Ministero dell'interno, »ebbe esito negativo e non è dato sapere se la lettera manoscritta fu rinvenuta all'interno di un bagaglio o sulla persona. Al riguardo, l'ufficio di frontiera di Ponte Chiasso ha riferito che il fascicolo intestato a Thomas Kram è stato distrutto nel 1997, in seguito all'entrata in vigore dell'accordo di Schengen».
La procura della Repubblica di Bologna, il 3 ottobre scorso, in risposta ad un'informativa sollecitata dal Ministero della giustizia ha comunicato la seguente nota: »Preliminarmente si rappresenta che presso questa procura sono tuttora in corso indagini, nell'ambito del procedimento penale n. 7823/05 (registro generale notizie di reato modello 44), riguardanti il delitto di strage commesso alla stazione ferroviaria di Bologna il 2 agosto 1980. In tale ambito, sono stati approfonditi gli accertamenti anche sulla presenza a Bologna, il 2 agosto 1980, del terrorista tedesco Kram Thomas, nato il 18 luglio 1948 a Berlino, membro dell'organizzazione terroristica tedesca Cellule rivoluzionarie«.
In merito alla richiesta riguardante l'ingresso - prosegue la nota della procura della Repubblica - del cittadino tedesco Thomas Kram nel territorio nazionale, in data 1o agosto 1980, si rappresenta che la DIGOS di Bologna, con l'informativa A4/06/DIGOS/ATN del 28 luglio 2006, trasmetteva copia di un telex della polizia di frontiera di Chiasso, datato 1o agosto 1980, nel quale era riportata la seguente comunicazione: «Con treno 307 delle ore 12,08 legali odierne entrato Italia diretto Milano cittadino tedesco Kram Thomas Michael nato 18 luglio 1948 Berlino et residente Bochum (Germania) munito carta d'identità tedesca n. G7008331 rilasciata Bochum 25 marzo 1975. Predetto iscritto R.F. formula 5 est stato sottoposto at perquisizione sotto aspetto doganale con esito negativo. Medesimo est qui giunto con treno n. 201 delle ore 10,30 legali proveniente da Karlsruhe».
Come si rileva, in assenza di specificazioni, la perquisizione poteva essere fatta tanto sull'uno quanto sull'altro treno.
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Nella stessa informativa la DIGOS di Bologna comunicava, inoltre, che agli atti di quell'ufficio risultava copia del registro contenente il nominativo di Thomas Kram, che, dopo la mezzanotte del 1o agosto 1980, era stato registrato presso l'albergo centrale, all'epoca sito in questa via della Zecca n. 2. Precisamente nella pagina 130 - con numero progressivo 1481 - si riportavano i riferimenti alla stanza n. 21 e al documento di identificazione esibito dal predetto, relativo ad una patente di guida n. 20344, rilasciata in data 11 novembre 1970. Sulla base dei dati riportati nel predetto registro si rilevava, altresì, che la stanza fu assegnata al solo Thomas Kram.
Inoltre, per quanto finora accertato dalla polizia giudiziaria delegata, non risulta che Thomas Kram sia stato presente sul territorio nazionale dopo la data del 2 agosto 1980, e nemmeno si rilevano tracce della sua presenza nella città di Firenze.
Ad ogni buon conto, si evidenzia che, sulla base delle informazioni qui trasmesse dalla locale DIGOS, relative ai latitanti Thomas Kram e Adrienne Gerhauser che si erano costituiti presso la procura generale di Karlsrhue, in data 4 dicembre 2006, si procedeva ad inoltrare, alle autorità tedesche, il 12 febbraio 2007, richiesta urgente di rogatoria internazionale finalizzata principalmente all'escussione dei predetti terroristi tedeschi.
Infine, in riferimento all'attività compiuta all'epoca dagli organi inquirenti in merito alle testimonianze raccolte dai tassisti in servizio nei pressi della stazione ferroviaria la mattina del 2 agosto 1980, si rappresenta che l'azione investigativa si sviluppò anche con l'escussione di numerosi testi presenti, nei momenti antecedenti e susseguenti, all'esplosione dell'ordigno avvenuta alle ore 10,25 del 2 agosto 1980.
Tuttavia, allo stato, pur continuando le verifiche in merito alle ulteriori informazioni acquisite, si evidenzia che non si rilevano testimonianze concernenti riferimenti precisi relativi al trasporto di un turista tedesco diretto al terminal delle autocorriere di Bologna».
Ancora la procura della Repubblica di Bologna, con nota di ieri - 7 novembre - ha altresì riferito quanto segue: «Sono state esaminate nell'ambito delle indagini in corso le persone che risultavano o apparivano essere state in contatto con Kram in Italia, nel periodo dal 1979 al 1980; è stata identificata e sentita prima dell'intervista rilasciata da Kram al quotidiano
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il manifesto pubblicata il 1o agosto 2007 la persona in contatto epistolare con Kram nel 1980; sono state svolte e sono ancora in corso attività di indagine conseguenti al contenuto della detta intervista di Kram a il manifesto; non è stato disposto l'esame del giornalista Guido Ambrosino che ha realizzato la detta intervista; l'unico elemento certo relativo alla data e all'orario dell'ingresso di Kram in Italia il 1o agosto 1980 è il telex della polizia di frontiera di Chiasso del 1o agosto 1980, già riportato nella risposta sopra citata di questo ufficio del 3 ottobre scorso; nessuna persona è stata iscritta nel registro degli indagati di questo ufficio in relazione al procedimento di cui si tratta, sopra indicato».
Le ulteriori notizie circa la precisa ed attuale posizione processuale di Thomas Kram e i risultati degli altri accertamenti non potranno che risultare dal prosieguo delle indagini in corso da parte della procura di Bologna, anche attraverso rogatorie, così come indicato dall'ufficio nella nota innanzi riportata.
PRESIDENTE. Il deputato Raisi ha facoltà di replicare.
ENZO RAISI. Signor Presidente, non sono soddisfatto della risposta, in quanto vi sono due elementi gravi. Non sono né un magistrato, né un uomo delle forze dell'ordine, ma il telex è molto chiaro e afferma che Kram giunge a Chiasso alle 10,20 ed entra in Italia con il treno 307 delle ore 12,10, se non erro.
Ciò vuol dire che - Chiasso è in Italia, tanto per essere chiari - non è vero che dal telex non si deduce quando Kram sia stato perquisito. È molto semplice: quando scende dal treno con il quale è arrivato a Chiasso la polizia di frontiera di Chiasso lo perquisisce; lo stesso Kram entra in Italia col treno che lo conduce a Milano.
Questa lettura mi sembra banale! Se i magistrati inquirenti non sono capaci neanche di leggere un telex del genere, la cosa mi preoccupa.
Ma vi è un altro aspetto. Sono molto insoddisfatto di quello che la procura afferma sulle indagini in corso, innanzitutto perché la procura non dice una cosa fondamentale o, per lo meno, afferma che la DIGOS ha effettivamente sentito la persona che, in qualche modo, avrebbe dovuto confermare l'alibi di Kram in relazione alle indagini sulla sua presenza a Milano. So cosa ha affermato la signora, perché ho parlato con
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lei. Pertanto, le posso dire che è grave che la procura non abbia ancora cambiato la posizione di Kram, il quale tutt'oggi rimane persona informata sui fatti.
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Dico questo perché - lei è un avvocato e conosce bene il motivo - c'è di mezzo una rogatoria e, un conto è chiedere una rogatoria per una persona inquisita di un reato molto grave come quello di strage, e un altro è chiederla per chi è «persona solo informata sui fatti». Pertanto la volontà della procura di mantenere la posizione di Kram come persona informata sui fatti - e non come imputato per strage - evidentemente pone dei problemi, in primo luogo, in termini di rogatoria e in secondo, sull'effettivo risultato che tali rogatorie possano ottenere.
Le preannuncio che presenterò un'ulteriore interpellanza sull'argomento perché lei ha citato un altro fatto molto grave che altre volte mi era stato riferito: nel 1997 è stato bruciato il fascicolo di Kram sulla base del Trattato di Schengen, in cui si prevede che i documenti non rilevanti inerenti i cittadini dell'Unione europea possono essere mandati al macero se, appunto, su di loro non ci sono pendenze particolari o questioni giudiziarie.
Nel 1997 su Kram pendeva un mandato di cattura internazionale dell'Interpol quando la polizia - o chi per lei - ha deciso di bruciare questi documenti. Esiste anche un'altra stranezza: stranamente Kram era inserito nella banca dati della polizia italiana fino al 1994 come estremista di destra, quando tutti sapevano che faceva parte delle cellule rivoluzionarie, movimento notoriamente legato alle Brigate rosse e all'Action directe francese.
È molto strano che, fino al 1994, questa persona (che era inserita nella banca dati della polizia nazionale e ricercata dall'Interpol e, quindi, anche dai tedeschi) che tutti sapevano essere un terrorista di estrema sinistra, nella banca dati della nostra polizia nazionale guarda caso - era indicato come estremista di destra, dato che viene modificato solo successivamente.
Perché nel 1997 - e qui le anticipo il contenuto di un'altra interpellanza che a breve presenterò, che sarà l'ultima a chiusura del cerchio - il fascicolo di Kram è stato bruciato se su di lui pende un mandato di cattura internazionale ed è nella lista dei ricercati? Il Trattato di Schengen non prevede questo. Io ho studiato e mi sono anche preparato sul tema
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perché appunto quella risposta mi aveva stupito. Rimandiamo alla «prossima puntata» e vorrò capire come mai è accaduto questo fatto grave.
È come se avessero bruciato il fascicolo riguardante un famoso latitante italiano perché è entrato in vigore il Trattato di Schengen: è un po' difficile da sostenere.
Ripeto: quando si è verificato questo episodio su Kram pendeva un mandato di cattura internazionale dell'Interpol ed era inserito nella banca dati della polizia italiana come terrorista ricercato. E nonostante ciò, nel 1997 bruciamo un fascicolo della polizia di frontiera? E guarda caso oggi si fa confusione. Grazie a Dio esiste quel telex del dottor Marotta che è molto chiaro, ma se non ci fosse stato, oggi su Kram e sul suo fermo a Chiasso non avremmo saputo nulla; anzi, probabilmente, qualcuno avrebbe giocato su quell'equivoco che mi ha portato a presentare due interpellanze e che finalmente oggi abbiamo chiarito.
Caro sottosegretario, sono molte le circostanze che mi fanno pensare che c'è qualcuno che non vuole andare fino in fondo. Ribadisco il concetto: è evidente che la procura, essendo in possesso di una serie di elementi chiari ed evidenti che l'alibi di Kram non sta in piedi e sul fatto che ha interrogato la signora - perché non lo dicono, ma io lo sapevo, in realtà, per ovvi motivi - e sanno benissimo cosa ha risposto la signora, quanto meno dovrebbe cambiare la posizione di Kram, considerandolo una persona indagata. Invece, si continua a definirlo persona informata sui fatti e ritengo sia un fatto veramente clamoroso dal punto di vista giudiziario che fa pendant - mi permetta questa parola - con quanto accaduto nel 2001, quando addirittura fu inserito in un modello che riguardava le notizie non aventi valore di reato nonostante che il capo della polizia italiana (c'è proprio una lettera di De Gennaro), su indicazione dei tedeschi, gli avesse detto di cercare Kram poiché sembrava coinvolto nella strage di Bologna. C'è una lettera della polizia!
Ebbene, cosa fa la procura di Bologna? Prende questa lettera, fa finta di svolgere le indagini (perché poi in realtà non le ha fatte, e che indagine si può fare con le procure oberate?) e archivia. Se non ci fosse stata la casualità della Commissione Mitrokhin che ci ha consentito di accedere a quel fascicolo di Kram e trovare quella lettera di De Gennaro non avremmo mai saputo nulla su quella vicenda.
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Caro sottosegretario, queste sono questioni veramente inquietanti, di fronte alle quali, ovviamente, non mi fermo e vado fino in fondo. Le ho già anticipato qualche aspetto e quello di Schengen è veramente clamoroso! Non so se lei ha capito quello che è successo: abbiamo bruciato il fascicolo di un terrorista ricercato dall'Interpol, che è stato latitante dal 2 agosto 1980 fino al 2005. Qualcuno ha pensato che fosse un terrorista di poco conto, ma è un personaggio di questo livello.
Tra l'altro, è uno dei pochi che l'ha fatta franca del gruppo delle celle rivoluzionarie, perché gli altri legati alla Stasi sono quasi tutti caduti e sono stati presi. Lui, invece, è riuscito a farla franca fino alla fine; si è consegnato quando ormai i suoi reati, più o meno, in Germania li aveva in qualche modo estinti dal punto di vista della pena; probabilmente avrà contrattato, anche perché dopo pochi giorni di galera è agli arresti domiciliari, insieme all'altro signore che era con lui.
Mi dispiace molto e l'ho già detto più volte: non so, onestamente, che ruolo Kram avesse avuto il 2 agosto 1980, però c'è un fatto che mi sembra ormai chiarito da tutti i documenti che sono emersi: la sua presenza quel giorno, a Bologna, non era casuale.
Quello che mi dispiace e mi fa paura, come cittadino italiano, è che le istituzioni pubbliche non abbiano il coraggio di andare fino in fondo. Il mio pensiero è questo: il fatto che le nuove indagini - perché, come ci è stato confermato dalla procura di Bologna, ci sono indagini sulla strage di Bologna - siano state affidate a uno dei PM che ha fatto quel processo, lei capisce, è un altro fatto irrituale.
Lei consegna una nuova parte di indagine alla stessa persona che ha seguito un processo giunto a sentenza definitiva. Mi domando come quel PM, che sarà onesto intellettualmente, possa pensare di rimettere in discussione tutto il lavoro che lui stesso ha svolto.
Il bon ton, l'intelligenza, l'etica avrebbe voluto che fosse affidata, quanto meno, a un PM diverso. No! L'abbiamo affidata allo stesso PM che ha seguito il processo per la strage di Bologna. Questi sono tutti elementi che, messi assieme, mi fanno pensare che non ci sia la volontà di andare fino in fondo.
Io continuo, però, con le mie interpellanze, che si accumulano. Ringrazio perché, comunque, risposta su risposta,
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viene confermato quanto avevo dichiarato. Anche il Governo deve prendere atto che le risposte giuste erano le nostre, non quelle che vi vengono date da certi uffici.
L'esempio degli orari è chiaro ed evidente e questo mi fa ben pensare che, quanto meno, alla fine di tutto questo lavoro, avrò una serie di documenti che poi consegnerò alle istituzioni che dovranno fare il loro lavoro e li consegnerò, se non altro, alla storia dei nostri concittadini, i quali devono sapere che sulla strage di Bologna, come ha detto il Presidente Napolitano nell'ultimo anniversario, non tutto è stato chiarito. Anche il Presidente Napolitano avrà questo materiale e potrà capire perché, probabilmente, quel giorno non è stato tutto chiarito.

 

 

postato da: GabrielParadisi alle ore 09/11/2007 10:18 | Permalink | commenti (115)
categoria:mitrokhin, misteri d italia, strage stazione
mercoledì, 07 novembre 2007
Quella strana perquisizione…
(nuova interpellanza urgente sui "treni")

Quando l’11 ottobre scorso il sottosegretario alla Giustizia Luigi Scotti rispose in Parlamento all’interpellanza urgente n° 2-00766, presentata il 1° ottobre 2007 dall’On. Enzo Raisi ed altri 35 co-firmatari del suo partito, noi evidenziammo subito a caldo come Scotti avesse introdotto un nuovo elemento nell’interpretazione dei fatti relativi all’arrivo del terrorista tedesco Thomas Kram in Italia la mattina del 1° agosto 1980, vale a dire che la perquisizione di Kram si sarebbe svolta sul treno 307
 
Scotti, che pur aveva “ammesso” qualche errore e superficialità  commessi nella risposta alla interpellanza n° 2/00324 (presentata il 23 gennaio 2007 e discussa il 25 dello stesso mese), introducendo quel nuovo elemento come minimo reiterava lo scenario che aveva permesso indagini molto limitate se non del tutto inesistenti su Kram ed un suo eventuale coinvolgimento nella strage della stazione, ma soprattutto questo nuovo elemento continuerebbe a supportare l’alibi sostenuto da Kram anche recentemente alla vigilia del 27 anniversario della strage (intervista a Guido Ambrosino per il manifesto, 1° agosto 2007).
 
Infatti Thomas Kram sostiene l’assoluta casualità della sua presenza a Bologna la notte tra il 1° e il 2 agosto 1980, dovuta ad sua una identificazione e conseguente perquisizione avvenuta al posto di frontiera di Chiasso e protrattasi “per ore”.
Tale evento aveva scombinato tutti i suoi programmi (incontro a Milano con un’amica quindi ripartenza per giungere quello stesso venerdì 1° agosto alla vera meta finale del suo viaggio, ovvero Firenze).
Ora qui si è dimostrato come, attenendosi letteralmente al telex del funzionario di frontiera che descrive le procedure a cui venne sottoposto Kram, in realtà egli aveva tutto il tempo di realizzare i suoi piani.
Il nuovo elemento introdotto da Scotti l'11 ottobre scorso con queste esatte parole: “… il treno con il quale Kram si stava recando da Chiasso a Milano e sul quale venne identificato e perquisito è il 307"  e ancora “…risulta che il Kram è entrato in Italia alle ore 12,08 a bordo del treno 307 diretto da Chiasso a Milano, essendo stato identificato su tale treno come Thomas Michael Kram”, sembra voler affermare che il tedesco subì la perquisizione nel pomeriggio e non la mattina, alle 10,30 al suo arrivo a Chiasso con l’Espresso 201.
 
Ieri, 6 novembre 2007, è stata depositata una nuova interpellanza urgente (n. 2-00830firmata da Enzo Raisi e altri 43 deputati.
Essa principalmente verte sulla perquisizione di Kram. Quello che segue è il testo integrale.
Attendiamo ora con grande curiosità la risposta del governo.
 
 
CAMERA DEI DEPUTATI - XV LEGISLATURA
Atti di controllo rivolti al
Ministero della Giustizia
 
 
I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro della giustizia, per sapere - premesso che:
in data 11 ottobre 2007, il sottosegretario alla Giustizia Luigi Scotti, nel rispondere all'interpellanza urgente n. 2-00766, relativa all'entrata in Italia - la mattina del 1o agosto 1980 - dell'ormai noto terrorista tedesco Thomas Kram e al suo arrivo a Bologna nelle ore precedenti la strage, ovvero nella notte tra il 1o e il 2 agosto, introduceva nel dibattito ulteriori elementi sui quali si è sentita la necessità di avere un ampio ed esaustivo chiarimento, posto che tali «nuovi elementi» introdotti dal delegato del Governo non sembrano avere, al momento, riscontro oggettivo;
il sottosegretario Scotti, in un passo della sua risposta fornita alla Camera, così come da resoconto stenografico 222 relativo alla citata seduta dell'11 ottobre 2007,

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aveva modo di dichiarare testualmente, facendo riferimento, a sua volta, ad una precedente risposta (così come da lui stesso resa nella seduta 98 di giovedì 25 gennaio 2007, in risposta ad un'altra interpellanza urgente, presentata dall'onorevole La Russa, la n. 2-00324, riguardante sempre l'estremista tedesco Kram): «Premetto che nella risposta del 25 gennaio 2007, l'informativa resa era in parte diversa da quella riportata come testuale dall'onorevole interrogante, in quanto il passo indicato era il seguente: «In una nota trasmessa dalla polizia di frontiera di Chiasso si segnalava - o si segnala - che Kram, partito da Karlsruhe alle ore 10,30 del 1o agosto 1980 con il treno 201, risulta essere entrato in Italia alle ore 12,08 con il treno 307»;
la verifica effettuata sul testo del resoconto stenografico della seduta 98 del 25 gennaio 2007, ha permesso di appurare che il passo della risposta fornita dal sottosegretario Scotti, in quella circostanza, è esattamente quello riportato, testualmente, nella precedente interpellanza presentata dai sottoscritti interpellanti, e non così come sostenuto dal rappresentante del Governo nella sua risposta dell'11 ottobre 2007. Il passo, così come riportato nel citato resoconto stenografico della Camera, e fedelmente trascritto nella interpellanza 2-00766 del 2 ottobre 2007, seduta n. 215, è il seguente: «In una nota trasmessa dalla polizia di frontiera di Chiasso, si segnala che Kram, partito da Karlsruhe alle 10,30 del 1o agosto 1980, con il treno n. 201, risulta essere entrato in Italia alle 12,08, diretto a Milano, dal valico di frontiera di Chiasso». In altre e più semplici parole, la difformità del brano della risposta fornita dal Governo è stata operata dallo stesso rappresentante del Governo, e non dall'interpellante. Pertanto, va ascritta alla responsabilità del Governo la sottolineatura concernente il punto in cui il sottosegretario Scotti asserisce che l'informativa resa era in parte diversa da quella riportata come testuale nella interpellanza del sottoscritto del 2 ottobre scorso. Era sì diversa, ma a cagione della esposizione da parte di chi era stato chiamato, in rappresentanza del Governo, a rispondere in Aula su fatti connessi al più grave attentato subito dall'Italia repubblicana;
nella risposta fornita sempre dal sottosegretario Scotti alla Camera, l'11 ottobre 2007, in ordine ai motivi e alle modalità di arrivo in Italia il 1o agosto 1980 del terrorista tedesco Kram, veniva altresì affermato, testuale: «Da tale frase [quella sopra riportata] risulta testualmente che il treno con il quale Kram si stava recando da Chiasso a Milano e sul quale venne identificato e perquisito è il 307, non il 201 come riferito nell'interpellanza, e che di conseguenza non si è mai affermata l'esistenza di un unico treno 201 che avrebbe collegato Chiasso a Milano»;
si ribadisce l'esattezza dell'informazione, così come rassegnata nella precedente interpellanza, secondo la quale - all'epoca dei fatti - il treno espresso internazionale 201, proveniente dall'Olanda, passava da Chiasso una sola volta al giorno, ed esattamente alle ore 10,03, e non alle 12,08. Nella stessa località di Chiasso il medesimo treno effettuava una sosta di circa venti minuti, per poi ripartire alla volta di Milano, Bologna, Firenze e infine Roma;
il telex datato 1o agosto 1980 e firmato dal dirigente del posto di polizia internazionale di Ponte Chiasso, dottor Emanuele Marotta, oggi direttore della Scuola di perfezionamento delle forze di polizia, riguardante l'ingresso in Italia di Kram recita testuale: «Con treno 307 delle ore 12.08 legali odierne entrato Italia diretto Milano cittadino tedesco Kram Thomas Michael nato 18 luglio 1948 Berlino et residente Bochum (Germania) Pilgrimstr nr. 44, munito carta identità tedesca NR.G7008331 rilasciata Bochum 25 marzo 1975. Predetto iscritto R.F. [Rubrica Frontiera, ndr] formula 5 et 6/R est stato sottoposto at perquisizione sotto aspetto doganale con esito negativo. Medesimo est qui giunto con treno nr. 201 delle ore 10.30 legali proveniente da Karlsruhe»;
dal citato testo del telex della polizia di frontiera di Chiasso (che si trova in

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territorio elvetico a ridosso del confine italiano) non vi è alcun elemento dal quale emerga, come afferma invece il sottosegretario Scotti, che l'identificazione e la perquisizione sotto aspetto doganale di Kram sarebbe avvenuta a bordo del treno 307 Chiasso-Milano delle ore 12,08;
per contro, dall'esame del medesimo telex di polizia si evince che Kram entra in territorio italiano con il treno diretto 307 delle 12,08 (e non alle 12,08, come suggerito dal Governo);
il telex della polizia di frontiera di Chiasso del 1o agosto 1980 elenca i fatti, così come realmente accaduti, in una sequenza cronologica, dall'evento più recente al più antico: l'ingresso in Italia del sospetto terrorista tedesco con il treno 307 delle 12,08, la sua identificazione e perquisizione sotto l'aspetto doganale e il suo arrivo a Chiasso con il treno 210 delle ore 10,30;
l'ordine degli eventi, così come rassegnato nel citato telex, risponde ad una esigenza precisa. Obiettivo del funzionario di frontiera, infatti, era prima di tutto quello di avvisare le competenti articolazioni del ministero dell'Interno dell'ingresso in territorio italiano di Kram, spiegando poi a che tipo di trattamento egli era stato sottoposto, sotto l'aspetto doganale, e come lo stesso era giunto in mattinata al posto di frontiera di Chiasso;
al momento di fare ingresso in Italia, a bordo del treno diretto 307 Chiasso-Milano delle ore 12,08, Kram aveva già subito l'identificazione e la perquisizione da parte del personale di polizia. Ovvero, nel momento in cui Kram si trova sul treno 307 delle 12,08 è ormai libero di entrare in Italia, poiché la perquisizione ha dato esito negativo;
ogni riferimento ai numeri dei treni citati (il 201 e il 307), agli orari di partenza e di arrivo e alle varie stazioni di riferimento è disponibile, per eventuali riscontri, sull'Orario Ufficiale delle Ferrovie Italiane dello Stato, in vigore dal 1o giugno al 27 settembre 1980, così come conservato presso la Direzione Generale delle Ferrovie dello Stato;
l'orario di arrivo a Milano del treno espresso internazionale 201 (preso da Thomas Kram il 1o agosto 1980 per recarsi da Karlsruhe a Milano) era stimato alle ore 12,10. Mentre l'orario di arrivo, sempre a Milano, del treno diretto 307 (delle 12,08 da Chiasso) era stimato per le ore 14,00. Pertanto, il divario tra l'orario di arrivo a Milano dei due treni (il 201 e il 307) è pari ad un'ora e 50 minuti. Un ritardo del tutto trascurabile nell'arco di una giornata e di certo non sufficiente per giustificare un arrivo, nel cuore della notte, del tedesco a Bologna (dove prenderà alloggio all'Albergo Centrale di via della Zecca dopo la mezzanotte del 1o agosto 1980);
all'esito della perquisizione subita da Kram, la polizia di frontiera di Chiasso ebbe modo di fare copia del titolo di viaggio in possesso del Kram al momento della sua identificazione e di due lettere manoscritte (una presumibilmente scritta da egli stesso e l'altra, di una giovane donna austriaca, spedita da Varese in data 18 luglio 1980);
in particolare, il titolo di viaggio in possesso di Kram risulta essere stato emesso il 31 luglio 1980, con numero seriale 4166, ed era riferito alla tratta Karlsruhe-Milano. Pertanto Kram, con il biglietto acquistato giovedì 31 luglio 1980 in Germania, non aveva nessun motivo di scendere a Chiasso, se non perché obbligato dagli agenti della polizia di frontiera che operavano (e operano) in territorio svizzero nel contesto di un trattato bilaterale Italia-Confederazione Elvetica, che risale addirittura al 1885 (nel tempo riconfermato, esteso e aggiornato);
il treno espresso internazionale 201 Amsterdam-Roma, preso da Kram a Karlsruhe alle ore 3,31 del 1o agosto 1980, fermava a Chiasso alle ore 10,03 e ripartiva dalla medesima stazione alle ore 10,21. In questo arco di tempo, così come prevede la prassi, vengono effettuati i controlli di frontiera da parte del personale di polizia;

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il 1o agosto 1980, così come emerge dal telex del dottor Marotta, il treno 201 con a bordo Thomas Kram risulta essere arrivato a Chiasso alle ore 10,30: con un ritardo, quindi, di 27 minuti rispetto all'orario previsto;
nella sua intervista concessa al quotidiano Il Manifesto, pubblicata il 1o agosto 2007, Thomas Kram ha affermato testuale: «Arrivato a Chiasso il primo agosto "alle ore 12,08 legali", secondo le note di polizia riportate dalla relazione di minoranza della Mitrokhin, mi fecero scendere dal treno»;
dalle parole del terrorista tedesco, si apprende che il medesimo venne fatto scendere dal treno al suo arrivo a Chiasso. Ne consegue che Kram venne fatto scendere dal treno espresso internazionale 201, delle ore 10,03, e non quindi dal treno 307 Chiasso-Milano delle 12,08;
il dirigente del posto di polizia internazionale di Chiasso, dottor Marotta, informava - col telex del 1o agosto 1980 - le competenti articolazioni del ministero dell'Interno, così come le Questure di Milano, Como e la Polzona di Como (in copia) che il cittadino tedesco Thomas Kram, sospetto appartenente all'organizzazione terroristica Cellule Rivoluzionarie, con treno 307 delle ore 12,08 era entrato in territorio italiano. Quella era la notizia rilevante, posto che il medesimo Kram era stato identificato e perquisito (con esito negativo) al suo arrivo a Chiasso, con il treno 201 delle 10,30;
il 2 agosto 1980, giorno dell'attentato alla stazione ferroviaria di Bologna, il citato dirigente di polizia dottor Marotta trasmetteva a Roma, alle competenti articolazioni del ministero dell'Interno, nonché per conoscenza alla Questura di Varese e all'Ufficio 2a zona Polizia di frontiera di Como, un rapporto (prot. 1095/R.F.) con oggetto Kram Thomas, iscritto alla Rubrica di frontiera formula 5/R e 6/R (dal 12 maggio 1980), sospetto appartenente all'organizzazione terroristica denominata Cellule Rivoluzionarie, con allegate le copie fotostatiche del titolo di viaggio trovato in possesso di Kram al momento della perquisizione, nonché due lettere manoscritte, di cui una (espresso) spedita da Varese il 18 luglio 1980 da una giovane cittadina austriaca, insegnante di una scuola di lingue di Varese sita in via Fiume 46;
nella citata intervista concessa al Manifesto, Kram ha così motivato il suo arrivo in Italia e la sua successiva presenza a Bologna, il 2 agosto 1980, giorno della strage: «A Milano mi aveva invitato un'austriaca, che lì insegnava tedesco. Avrei pernottato da lei e il giorno dopo avrei proseguito per Firenze». Poi aggiunge, in riferimento al suo fermo da parte della polizia di frontiera a Chiasso: «Mi trattennero per ore. Mi sequestrarono una lettera dell'amica, che spiega il motivo del viaggio. L'appuntamento con lei a Milano saltò. Non riuscii a rintracciarla. Ripresi il treno per Firenze, ma sarei arrivato troppo tardi per trovare un albergo. Decisi di fermarmi a Bologna»;
risulta evidente secondo gli interpellanti che Kram, addossando la responsabilità del suo grave ritardo alla polizia di frontiera di Chiasso («mi trattennero per ore»), giustifica il suo arrivo a Bologna come un evento del tutto imprevisto e casuale. E come riscontro alle sue affermazioni, cita proprio l'orario (falso) riguardante il suo arrivo a Chiasso «alle ore 12,08 legali» (come riportato alla pagina 230 del «Documento conclusivo» dei commissari di minoranza della Mitrokhin»), e non alle ore 10,30 così come in realtà avvenne secondo quanto riferito nel telex del 1o agosto 1980 del dirigente di polizia dottor Marotta;
Kram, nella medesima intervista pubblicata dal Manifesto il 1o agosto 2007, motiva il suo arrivo in Italia il 1o agosto 1980 poiché invitato a Milano da «un'austriaca, che lì insegnava tedesco». A Milano Kram - come egli asserisce - avrebbe dovuto pernottare a casa di questa donna austriaca, per poi proseguire il giorno dopo (il 2 agosto) per Firenze;
secondo le ultime informazioni fornite al Parlamento da parte del rappresentante

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del Governo in data 11 ottobre 2007, Kram sarebbe stato identificato e avrebbe subito la perquisizione da parte degli agenti della polizia di frontiera a bordo del treno 307 delle ore 12,08. Pertanto, questa attività - se fosse confermata la versione del Governo - andrebbe in parte a vantaggio della versione di Kram, il quale afferma di essere stato trattenuto per ore dopo il suo arrivo a Chiasso «alle ore 12,08 legali» del 1o agosto 1980;
dagli elementi rassegnati dal Governo nella seduta dell'11 ottobre 2007, l'alibi di Kram potrebbe trovare, invece che evidenti e gravi elementi di smentita, utili spunti di riscontro, poiché se egli - come afferma il sottosegretario Scotti - venne identificato e perquisito sul treno diretto 307 delle ore 12,08, trattenuto per ore (come afferma il diretto interessato) e poi rilasciato a seguito dell'esito negativo della attività perquisitiva, potrà agilmente dimostrare che - proprio a causa di tali, imprevedibili e prolungati ritardi - arrivò a Bologna per puro caso, essendo ormai notte ed avendo necessità di trovare un luogo dove pernottare;
in data 23 novembre 2005, in una intervista concessa a Paolo Biondani del Corriere della Sera, il noto terrorista internazionale Il'ich Ramìrez Sànchez, detto Carlos ebbe modo di dichiarare: «Poco tempo dopo la strage ho ricevuto dalla Germania Ovest un rapporto scritto, che è molto importante e dovrebbe essere ancora negli archivi della nostra Organizzazione dei rivoluzionari internazionalisti (Ori). Il rapporto dice che un compagno tedesco era uscito dalla stazione pochi istanti prima dell'esplosione. Ho ricordato il suo nome leggendo il Corriere: Thomas Kram. Era un insegnante comunista di Bochum, rifugiato a Perugia. Il giorno prima della strage era a Roma, pedinato da agenti segreti che lo seguirono anche sul treno per Bologna»;
non risulta neppure:
a) se, a seguito delle attività di indagine delegate dalla Procura della Repubblica alla Digos di Bologna, siano state ascoltate come persone informate sui fatti, tutti coloro che, direttamente o indirettamente, risultavano in contatto con Kram in Italia;
b) in particolare, se sia stata identificata, rintracciata e sentita, come persona informata sui fatti, la cittadina austriaca con la quale Kram si sarebbe dovuto incontrare a Milano il 1o agosto 1980, così come da lui stesso dichiarato nella intervista al Manifesto del 1o agosto 2007;
c) se tale cittadina austriaca sia stata, precedentemente all'uscita della citata intervista di Kram, già sentita come persona informata dei fatti, in relazione ai suoi contatti (epistolari) con il terrorista tedesco;
d) se, alla luce delle affermazioni di Kram al Manifesto, la polizia giudiziaria abbia svolto ulteriori attività di indagine finalizzate, in particolar modo, al riscontro dell'alibi del tedesco il giorno della strage di Bologna e quello precedente;
e) se, nel contesto di tali attività di indagine da parte della Procura di Bologna, sia stato ascoltato Guido Ambrosino, il giornalista del Manifesto che ha firmato l'intervista a Kram, così come pubblicata il 1o agosto 2007 -:
da quali atti, documenti o testimonianze ufficiali risulti - in modo netto, chiaro e inequivocabile - che il cittadino tedesco Thomas Kram, così come affermato dal Sottosegretario Scotti l'11 ottobre 2007, sarebbe stato identificato e perquisito il 1o agosto 1980 a bordo del treno 307 Chiasso-Milano;
se il Governo intenda spiegare le modalità con cui la perquisizione a carico di Kram sarebbe potuta avvenire a bordo del treno 307;
se al Governo risulti se, rispetto alle ultime informazioni in merito fornite dal Governo stesso al Parlamento, la posizione giudiziaria di Thomas Kram sia mutata (da persona informata sui fatti a iscritto sul registro degli indagati), anche alla luce

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delle più recenti acquisizioni e delle attività investigative eventualmente poste in essere, in particolare alla luce delle dichiarazioni rese alla stampa da parte del terrorista tedesco;
se il Governo disponga di ulteriori elementi in ordine ai fatti descritti in premessa e se non intenda promuovere una ispezione ministeriale presso gli uffici giudiziari bolognesi al fine di verificare il corretto e legittimo svolgimento dell'azione penale.
(2-00830)
«Raisi, Perina, Contento, Lo Presti, Moffa, Angela Napoli, Leo, Patarino, Rositani, Briguglio, Scalia, Giorgio Conte, Lisi, Porcu, Castellani, Germontani, Airaghi, Cirielli, Lamorte, Alberto Giorgetti, Consolo, Cosenza, Ulivi, Urso, Holzmann, Benedetti Valentini, Giulio Conti, Armani, Tremaglia, Cossiga, Gioacchino Alfano, Zorzato, Fallica, Paoletti Tangheroni, Alemanno, Amoruso, Frassinetti, Catanoso, Foti, Mancuso, Mazzocchi, Minasso, Saglia, Proietti Cosimi».
postato da: GabrielParadisi alle ore 07/11/2007 09:28 | Permalink | commenti (123)
categoria:mitrokhin, misteri d italia, strage stazione
lunedì, 22 ottobre 2007
I treni in edicola: Il Giornale
(22 ottobre 2007)

23 ottobre 2007
Troppi errori: una doverosa rettifica.
 
Senza entrare nel merito della ricostruzione, peraltro piuttosto fantasiosa e ricca di inesattezze, riguardante il caso Kram, (i treni, gli orari del suo arrivo in Italia il 1° agosto 1980 e il suo alibi per il giorno dell’attentato), nell’articolo apparso ieri (22 ottobre 2007) a pag. 20 sul quotidiano Il Giornale, relativo alla strage del 2 agosto 1980 e intitolato “Il giallo della strage di Bologna. Ecco le prove della pista araba”, il mio nome – assieme a quello del magistrato Lorenzo Matassa – viene citato in ordine ad alcuni fatti e circostanze errate e destituite di ogni fondamento.
In un passo dell’articolo, infatti, si legge: «La storia “italiana” di Kram era iniziata nel 2003 quando il magistrato Lorenzo Matassa, consulente della Commissione Mitrokhin, assieme ad un altro consulente, Gian Paolo Pelizzaro, arrivarono in ritardo ad un appuntamento per consultare gli archivi della polizia a Bologna. In Questura, i consulenti trovano solo il piantone che, preso alla sprovvista, li accompagna negli archivi lasciandoli liberi di guardarsi attorno. I due notano una cartella intitolata “T Kram”. Il nome non era del tutto nuovo».
Tali affermazioni non solo non corrispondono alla verità dei fatti così come si sono svolti nell’estate del 2005 nel contesto dei lavori della Commissione Mitrokhin, ma contengono vari elementi di estrema gravità.
 
1.      La storia “italiana” di Kram non inizia nel 2003, ma il 25 e 26 luglio 2005 quando il sottoscritto (non accompagnato da nessun altro consulente) venne accreditato alla Questura di Bologna per effettuare ricerche di archivio connesse ai fatti del 2 agosto 1980.
2.      Tali ricerche erano state delegate dall’Ufficio di presidenza della Commissione Mitrokhin e, attraverso l’Ufficio di Gabinetto del ministro dell’Interno, era stata concessa la possibilità al sottoscritto (e non al dott. Matassa) di effettuare tali riscontri documentali presso la Questura di Bologna.
3.      Il fascicolo personale intestato al tedesco Thomas Kram (e non «una cartella intitolata T Kram») venne da me rinvenuto (insieme ad altri materiali di estremo interesse), e non – come riportato nell’articolo – dal dottor Matassa, il quale seguiva da Roma l’evolversi della situazione.
4.      Falsa è la circostanza secondo la quale sarei arrivato in ritardo ad un appuntamento presso gli uffici della Questura di Bologna. Non vi fu nessun ritardo o appuntamento mancato. È vero invece il contrario: e cioè che la mia visita era inquadrata in una attività istituzionale di natura collaborativa tra il ministero dell’Interno e la Commissione Mitrokhin e che – proprio in quei giorni di luglio del 2005 – era stata fissata la mia visita alla Questura di Bologna, dopo un fitto scambio epistolare con i competenti uffici del Viminale per le dovute autorizzazioni. Venne dunque fissato un appuntamento al quale mi presentai puntuale.
5.      Falsa è la circostanza secondo la quale sarei stato accolto in Questura solo dal piantone. Vero, invece, che venni ricevuto presso la citata Questura del capoluogo felsineo prima dal capo di Gabinetto, dott. Bracco, e quindi dal dirigente della Digos, dott. Ciarambino. E grazie alla loro splendida collaborazione fu per la Commissione Mitrokhin possibile portare a termine tutte le ricerche e i riscontri di archivio per i quali ero stato delegato. A loro vanno i miei ringraziamenti e tutta la mia riconoscenza.
6.      Falsa è la circostanza secondo la quale sarei stato accompagnato in archivio da questo presunto e fantomatico piantone (addirittura «preso alla sprovvista»). Ad onor del vero, ai consulenti della Commissione Mitrokhin, nel quadro di questa attività di assistenza e collaborazione, era stata messa a disposizione addirittura una stanza presso gli uffici della Digos e mai, ripeto mai, sono stato accompagnato o – peggio – avrei vagato da solo nell’archivio della Questura. La movimentazione dei fascicoli era cura esclusiva degli archivisti in servizio presso la Questura e solo loro avevano accesso ai locali dell’archivio. A me era di certo permesso svolgere ricerche, accertamenti e riscontri, ma non passeggiare o vagare per gli uffici, come invece afferma l’autore dell’articolo.
7.      Falsa è la circostanza secondo la quale sarei stato lasciato libero di guardarmi attorno, nell’archivio della Questura! Una pura follia. Il mio lavoro di ricerca (e ripeto al quale mai partecipò il dott. Matassa) venne svolto in una stanza messa gentilmente a disposizione della Questura di Bologna e mai è accaduto che sia stato lasciato solo presso detti uffici. Per fortuna, a conforto di ciò che dico vi sono i verbali di acquisizione, firmati e controfirmati dai vertici della Digos e dagli altri uffici della Questura, all’esito delle citate attività di riscontro.
8.      Fu soprattutto grazie alla leale e straordinaria collaborazione fornita dal ministero dell’Interno, dalla Direzione centrale della Polizia di prevenzione e dalla Digos di Bologna che alla Commissione Mitrokhin venne data la possibilità di accedere agli atti di archivio, direi – senza troppa enfasi – fondamentali ai fini della stesura della Relazione a firma congiunta con il dott. Matassa, da noi depositata al protocollo della Commissione il 23 febbraio 2006 (prot. 4116) e dedicata proprio al gruppo Separat e al contesto dell’attentato del 2 agosto 1980. In tale documento è ben rappresentato il profilo dell’estremista tedesco Thomas Kram, del suo ruolo all’interno del gruppo Carlos e soprattutto della sua presenza a Bologna il giorno della strage.
9.   La nota del capo della polizia, Gianni De Gennaro, dell'8 marzo 2001 su Thomas Kram non era indirizzata ai magistrati tedeschi, ma alla questura di Bologna, sollecitando ulteriori accertamenti da parte dell'autorità giudiziaria.
 
 
Era sufficiente una telefonata ai diretti interessati per avere un’informazione corretta, evitando così di riportare cose non vere e gravi. Raccontando simili fantasticherie si delegittima il lavoro svolto e i risultati conseguiti dalla tanto criticata Commissione Mitrokhin (travolta dallo scandalo Scaramella). Tutto ciò fa male non solo alla reputazione del sottoscritto, ma a quella stessa verità che ancora aspetta di essere scritta sui tragici fatti del 2 agosto 1980.
Distinti saluti
Gian Paolo Pelizzaro
 
 
 
Come già ricordato da Gian Paolo Pelizzaro va comunque ribadito in questa sede che anche la ricostruzione di Chiocci della "scoperta" di François de Quengo de Tonquédec non è del tutto esatta, come gli attenti lettori di questo blog hanno già potuto capire.

Il Giornale, 22 ottobre 2007
L’Esclusiva
Il 2 agosto 1980 Thomas Kram, terrorista rosso vicino all’estremismo islamico, era in città. Riaperto un capitolo nascosto per troppi anni.
«Il giallo della strage di Bologna. Ecco le prove della pista araba»

di  GIAN MARCO CHIOCCI

Il governo Prodi mente sulla strage di Bologna. Incalzato da due interrogazioni parlamentari di Enzo Raisi (An) l'Esecutivo ha dato, di fatto, la netta sensazione di voler aiutare un terrorista di sinistra tedesco a crearsi un alibi a posteriori per la bomba alla stazione del 2 agosto 1980. A scoprire il bluff governativo sulla presenza nel capoluogo emiliano di Thomas Kram, legato all'estremismo arabo del network terroristico di Carlos «lo Sciacallo», è stato un blog di sinistra, curato da Gabriele Paradisi (gabrieleparadisi.splinder.com) una sorta di poeta intellettuale bolognese che si è messo a spulciare minuziosamente le versioni ufficiali della procura rivelatesi piene di errori e contraddizioni. E così quando il sottosegretario Scotti, a nome del governo, ha risposto a Raisi sui motivi per cui non si era mai voluto indagare sulla presenza di un terrorista di quel calibro a Bologna il giorno della strage, sono stati i segugi del blog a smascherare reticenze e gravissime omissioni. La prima: il governo ha spiegato che Kram non poteva essere coinvolto nella strage perché aveva preso un treno in Germania l'1 agosto, ed era arrivato in Italia dopo la strage.

Il treno che non c’è
I blogger sono andati a consultare l'orario delle ferrovie europee di quell'anno, e hanno scoperto che il treno di cui parla il governo non esisteva, e che comunque quel treno non era quello citato nel rapporto di polizia, che invece datava il viaggio del Kram al 31 luglio, quindi in tempo utile per la strage del 2 agosto. Sbugiardato e messo all'angolo, il rappresentante del governo Prodi replicava che evidentemente si era trattato di un errore dovuto alla nota della procura che citava un altro treno... Purtroppo per Scotti, i soliti blogger nello scoprire che il sottosegretario citava treni impossibili, arrivano a ipotizzare che una strana coincidenza segnava la risposta ufficiale del governo italiano: sembrava ricalcare a pieno l'alibi che aveva fornito lo stesso Kram in una intervista al Manifesto dell'agosto scorso. Secondo il nostro governo, quello che diceva Thomas Kram era tutto vero. E siccome date e orari non tornavano, ecco che il governo sistemava le discrepanze. Kram, costituitosi in Germania dopo 26 anni di latitanza (iniziata, guarda caso, proprio il 2 agosto 1980) nell'intervista si giustificava dicendo di essere stato sì a Bologna, ma di aver notato, appena uscito dall'albergo, una certa confusione, e di aver preferito quindi non andare in stazione, ma andare in taxi a prendere una corriera per andare a Milano da una sua amica. I blogger hanno però scoperto che dal suo albergo era impossibile vedere la stazione ferroviaria, e poi la stazione delle corriere era proprio accanto a quella ferroviaria. Quanto alla supposta amica milanese di Kram, interrogata dalla Digos, ha smentito categoricamente di aver visto il tedesco in quei giorni.

A questo punto il sottosegretario Scotti, in palese difficoltà, replicava che le informazioni del governo provenivano direttamente dalla procura di Bologna, e che quindi eventuali imprecisioni andavano addebitate a loro. Ma aggiungeva, involontariamente, un dato clamoroso: «Il fascicolo relativo a Thomas Kram venne distrutto nel 1997 in seguito all'entrata in vigore dell'Accordo di Schengen», perché Kram a quel punto era solo un cittadino tedesco che aveva diritto alla sua privacy. Kram, però, non era un cittadino tedesco qualsiasi essendo ricercato nel mondo per una serie di attentati.

Lettera ai tedeschi
La storia «italiana» di Kram era iniziata nel 2003 quando il magistrato Lorenzo Matassa, consulente della commissione Mitrokin, assieme ad un altro consulente, Gian Paolo Pelizzaro, arrivano in ritardo ad un appuntamento per consultare gli archivi della polizia a Bologna. In questura i consulenti trovano solo il piantone che, preso alla sprovvista, li accompagna negli archivi lasciandoli liberi di guardarsi attorno. I due notano una cartella intitolata «T Kram». Il nome non era del tutto nuovo, visto che il giudice istruttore francese Jean-Louis Bruguière lo aveva inserito tra i costitutori di un gruppo terrorista filopalestinese facente capo a Carlos lo sciacallo. Aperta la cartella, vi trovarono dentro una lettera firmata dall'allora capo della Polizia Gianni De Gennaro, datata 8 marzo 2001, indirizzata alla magistratura tedesca. Su Thomas Kram, De Gennaro scriveva: «Risulta essere arrivato a Bologna l'1 agosto 1980, aver preso alloggio presso l'Albergo Centrale, stanza 21, ed essere ripartito il 2 agosto». De Gennaro stabiliva che la copia venisse trasmessa anche alla Procura di Bologna, per verificare eventuali collegamenti con la strage. Nella risposta ai colleghi tedeschi, elencava una serie di segnalazioni provenienti dalla Germania tra il 1979 e il 1980 perché gli italiani «tenessero d'occhio» quel Thomas Kram, portaordini del terrorismo filopalestinese. E De Gennaro aggiungeva che Thomas Kram era stato individuato al momento del suo ingresso in Italia via treno il 31 luglio 1980, pedinato, fermato, perquisito e rilasciato.

 

Compagno a Bologna
Un dettaglio singolare perché proprio di un «compagno» aveva parlato pochi mesi prima Carlos in una intervista rilasciata dal carcere francese. «Un nostro compagno si accorse di essere pedinato, uscì dalla stazione di Bologna di corsa, e pochi istanti dopo ci fu l'esplosione». Carlos e De Gennaro dicevano la stessa cosa: quel giorno, a Bologna, alla stazione, c'era un «compagno». E infine. Anziché accanirsi ossessivamente sui «fascisti» Mambro e Fioravanti la procura di Bologna forse avrebbe potuto scandagliare di più sul fronte arabo anche perché, Kram a parte, tre settimane prima del 2 agosto 1980 l'allora prefetto Gaspare De Francisci, capo dell'Antiterrorismo lancia l'allarme sulle possibili ritorsioni ai danni dell'Italia da parte del Fronte popolare di liberazione della Palestina (Fplp) che faceva pressioni per ottenere la liberazione di Abu Anzeh Saleh, rappresentante del Fronte in Italia detenuto nel carcere di Trani. Contestualmente la magistratura francese scopre, fra le carte di Mourkabal Michel Walib, braccio destro di Carlos, un indirizzo di Bologna («via S.Pio V 13, secondo piano a sinistra») e una parola d'ordine per accedere in un appartamento con granate, dinamite, detonatori, congegni a tempo. A quell'indirizzo corrisponde proprio il covo bolognese di Abu Saleh. Ce n'era abbastanza per indagare anche sul fronte arabo. Ma la strage doveva essere fascista, e fascista è passata in giudicato.

 

postato da: GabrielParadisi alle ore 22/10/2007 07:22 | Permalink | commenti (780)
categoria:mitrokhin, misteri d italia, strage stazione
venerdì, 12 ottobre 2007
L’ultima frontiera?

Rileggendo attentamente la risposta data ieri all’interpellanza dal sottosegretario alla giustizia Luigi Scotti [1] [2] [3], ma soprattutto leggendo alcuni commenti che essa ha generato nel nostro blog, viene da pensare che sia stata introdotta, volontariamente o involontariamente non sta a noi deciderlo, un’ennesima interpretazione fuorviante dei fatti occorsi a Thomas Kram la mattina del 1° agosto 1980.
 
Una manina invisibile (sempre la stessa?) sembra essere intervenuta introducendo un nuovo elemento, non deducibile assolutamente da nessun documento, che tende a spostare ancora una volta il momento esatto in cui Thomas Kram fu libero di muoversi in territorio italiano quel giorno.
 
Scotti infatti fa avvenire la perquisizione del cittadino tedesco sul treno 307, quello cioè che partiva dalla stazione di Chiasso alle ore 12.08 diretto a Milano: “il treno con il quale Kram si stava recando da Chiasso a Milano e sul quale venne identificato e perquisito è il 307.
Con che modalità e dove materialmente avvenne tale perquisizione egli non lo lascia intendere. Sappiamo che al tedesco vennero sequestrate e fotocopiate due lettere che aveva con sè, venne fatta copia del biglietto ferroviario e della sua carta d’identità, dunque era necessario accompagnare il Kram in un posto di Polizia dove ci fosse una fotocopiatrice.
Sul treno queste operazioni erano impossibili da compiersi.
In quale Ufficio allora venne tradotto il Kram? Venne dunque fatto scendere dal 307? In quale stazione ciò avvenne? Lo riportarono a Chiasso? Chi e con che mezzo?
Perché non c’è traccia alcuna nei rapporti di polizia di questo improbabile e inspiegabile “traffico”?
Il controllo su Kram non fu un semplice controllo ferroviario come sembra lasciar intendere il sottosegretario Scotti, bensì una “perquisizione sotto aspetto doganale” come recita il Telex di Marotta e dunque doveva avvenire nei locali della Polizia di Frontiera.
 
Come abbiamo già detto ieri sera ma è forse opportuno ribadirlo, non c’era nessun motivo logico affinché Kram, dotato di un biglietto Karlsruhe – Milano e trovandosi già sull’Espresso 201, che l’avrebbe depositato direttamente nel capoluogo lombardo, scendesse da quel treno e ne riprendesse un altro addirittura un’ora e mezza dopo.
(Su questa inspiegabile eventualità, comunque di fatto ammessa da Scotti, il sottosegretario non dà alcuna spiegazione).
 
Apparentemente dunque non ci sarebbe nessuna ragione valida e razionale affinché Kram scenda dal treno 201 e riprenda il viaggio per Milano un’ora e mezza dopo sul 307.
Eppure lo fa.
Cosa ha indotto Kram a scendere dal primo treno se non la sua intercettazione in quanto iscritto nella Rubrica di Frontiera (elenco delle persone da controllare)?
 
Questa a nostro avviso l’esatta sequenza dei fatti, a cui per ora non troviamo nessun valido elemento che possa confutarli:
 
  1. Thomas Kram è salito sul treno espresso internazionale 201 (Amsterdam-Roma) a Karlsruhe alle ore 03.41.

  2. È giunto a Ponte Chiasso alle ore 10,30 (rispetto alle ore 10,03 - orario di arrivo del treno alla stazione di Chiasso) di venerdì 1° agosto 1980. A quel punto il medesimo è stato controllato, indentificato sulla base dei dati in possesso del personale di polizia e contenuti sulla rubrica di frontiera, fatto scendere dal treno, condotto negli uffici di polizia, perquisito e fatta copia dei materiali trovati in suo possesso (così come prescrivono le attività relative alle sigle citate nel telex del dott. Marotta).
 
  1. I controlli del personale della stazione di polizia internazionale di Chiasso (istituita in base ad un accordo di collaborazione bilaterale italo-elvetico risalente al 1885) avvengono a Chiasso e non in territorio italiano.
 
  1. In particolare, fra i treni all'epoca maggiormente tenuti sotto osservazione dalle autorità di polizia italiane operanti a Chiasso c’era proprio il 201 (sul quale quasi ad ogni controllo veniva fermato qualcuno con dosi di marjuana, hashish, cocaina, droghe in genere, ecc. - vi era un'attenzione particolare proprio perché il treno partiva dall'Olanda...).
 
  1. Kram, all'esito dell'identificazione e perquisizione sotto il profilo doganale (e quindi non un semplice controllo di polizia ferroviaria, come invece lascia intendere il sottosegretario Scotti quando afferma che le attività di identificazione e perquisizione di Kram sarebbero avvenute a bordo del treno rapido 307), è stato rilasciato (poiché i controlli seppur meticolosi ebbero esito negativo). A quel punto il medesimo ha ripreso il primo treno utile per raggiungere Milano dove era originalmente diretto (così come da biglietto ferroviario trovato in suo possesso dagli agenti di Chiasso). Il treno in questione è il rapido 307 DELLE 12,08. A quell'ora il tedesco era ormai libero di far ingresso nel nostro paese, dopo aver superato i controlli di dogana al posto di frontiera in territorio elvetico. Il suo controllo è dunque iniziato proprio sul treno 201 per poi essere proseguito presso il posto di polizia internazionale italiano di Chiasso.
L'altro punto alquanto delicato introdotto dal sottosegretario Scotti nella risposta di ieri è quello che riguarda la distruzione del fascicolo Kram.
Raisi ha chiesto che sia aperta un'indagine in merito. Ecco i lanci di Agenzia relativi:
ADNK CRO 11/10/2007 19.32.09 Titoli Stampa
STRAGE BOLOGNA: RAISI (AN), PROCURA ROMA APRA INDAGINE SU DISTRUZIONE FASCICOLO KRAM Bologna, 11 ott. - (Adnkronos) - "In merito alla distruzione del fascicolo personale intestato a Thomas Kram, cosi' come riferito dal delegato del governo nella risposta fornita oggi in Aula auspico da parte dell'autorita' giudiziaria competente, cioe' la Procura della Repubblica di Roma, l'apertura di un'immediata indagine finalizzata ad accertare come cio' sia stato possibile, visti i pesanti sospetti legami di terrorismo che gravavano sul personaggio". E' quanto afferma Enzo Raisi, parlamentare di An, in merito alle affermazioni del sottosegretario Scotti riguardo la distruzione del fascicolo su Thomas Kram, e cita in una nota la comunicazione del ministero dell'Interno secondo la quale "ulteriori notizie non sono piu' reperibili in quanto il fascicolo relativo a Thomas Kram venne distrutto nel 1997 in seguito all'entrata in vigore dell'Accordo di Schengen, considerandolo semplicemente uno straniero entrato in Italia, ormai non piu' sottoposto a determinati vincoli di identificazione, in quanto cittadino dell'Unione europea". "Resta, infatti, un mistero - prosegue il parlamentare bolognese - come questa distruzione si sia verificata, tenuto conto che Kram, proprio sulla base degli elementi contenuti nei fascicoli a lui intestati e conservati dalle Digos, dalla Direzione centrale della polizia di prevenzione, dal Sisde e dal Sismi, era schedato come terrorista internazionale, e non come un semplice straniero entrato in Italia". Raisi auspica che "la magistratura riesca ad appurare di quale fascicolo si tratta (presumibilmente quello dell'Ufficio stranieri), sulla base di quali motivazioni venne operata questa distruzione e, soprattutto, se l'ordine venne impartito agli uffici che avevano in carico il fascicolo Kram dall'autorita' politica di governo in carica all'epoca (1997)". (segue) (Mem/Ct/Adnkronos) 11-OTT-07 19:37 NNNN
ADNK CRO 11/10/2007 19.39.31 Titoli Stampa
STRAGE BOLOGNA: RAISI (AN), PROCURA ROMA APRA INDAGINE SU DISTRUZIONE FASCICOLO KRAM (2) (Adnkronos) - Raisi osserva anche che non e' comprensibile come "tale gravissima soppressione documentale possa essere messa, anche lontanamente, in relazione alle norme del Trattato di Schengen, visto che Kram risulta come un soggetto pericoloso per la sicurezza nazionale, schedato in Italia sin dal 1979, su segnalazione da parte delle autorita' antiterrorismo delle Repubblica federale di Germania, come dirigente dell'organizzazione terroristica tedesca 'Cellule rivoluzionarie', presente a Bologna il 2 agosto 1980, colpito da mandato di cattura sin dal 1986, nonche' membro del gruppo Carlos". "Mi domando - conclude - se la medesima prassi sia stata adottata per altri stranieri, formalmente cittadini europei, sospettati di attivita' terroristiche". (Mem/Ct/Adnkronos) 11-OTT-07 19:44 NNNN

L'accordo bilaterale italo-elvetico per l'istituzione di un posto di polizia internazionale risale al 1885 (con successivi trattati di riconferma ed estensione).
Consultando tali accordi si apprende che i controlli di dogana vengono svolti da personale italiano in territorio elvetico. La rubrica di frontiera - per quanto riguarda Chiasso - è tenuta dalla stazione di polizia internazionale di Chiasso, operante nel quadro di tali accordi in territorio svizzero (e quindi non lungo la tratta Chiasso-Milano).
 
Alleghiamo per completezza copia dell’accordo tra la Svizzera e l’Italia che regola i controlli nella Stazione di Chiasso affinché tutti possano verificare come essi avvenivano e avvengano.
 
 
 
 
Accordo tra la Svizzera e l’Italia relativo all’istituzione di uffici a controlli nazionali abbinati nella Stazione ferroviaria di Chiasso ed al controllo in corso di viaggio sulla tratta Lugano–Como
 
Concluso il 28 febbraio 1974
Entrato in vigore il 1° luglio 1974
 
Il Consiglio federale svizzero e il Governo della Repubblica Italiana, in applicazione dell’articolo 2, numeri 2 e 3, della Convenzione tra la Svizzera e l’Italia relativa agli uffici a controlli nazionali abbinati ed al controllo in corso di viaggio, sottoscritta a Berna l’11 marzo 1961, hanno deciso di concludere un Accordo relativo all’istituzione di un ufficio a controlli nazionali abbinati nella stazione ferroviaria di Chiasso ed al controllo in corso di viaggio sulla tratta Lugano-Como ed a tal fine hanno convenuto quanto segue:
 
Art. 1
1. Un ufficio a controlli nazionali abbinati è istituito in territorio svizzero, alla stazione di Chiasso. I controlli svizzeri ed italiani d’entrata e di uscita sono effettuati presso detto ufficio.
2. Ai sensi dell’articolo 4 paragrafo 1 della Convenzione dell’11 marzo 1961 (denominata qui appresso «Convenzione quadro»), l’ufficio italiano situato in territorio svizzero è aggregato al Comune di Como.
 
Art. 2
1. Nella stazione di Chiasso vengono istituite due zone distinte, una per il traffico viaggiatori (persone che varcano la frontiera in treni viaggiatori, come pure il loro bagaglio, le merci d’uso privato, i campioni commerciali, le piccole quantità di merci commerciabili di non rilevante valore, la valuta e le carte-valori che dette persone recano seco per esigenze personali), l’altra per il traffico merci (spedizioni di colli espresso, spedizioni a grande e piccola velocità, derrate alimentari, invii postali, messaggeria e bestiame).
2. Planimetrie ufficiali delle zone menzionate agli articoli 3 e 4 saranno affisse negli uffici svizzero ed italiano.
 
Art. 3
1. La zona per il traffico viaggiatori comprende:
a) i binari d’ingresso dei treni compreso l’interbinario, dalla frontiera fino all’altezza dello scambio 49, denominati binari A1, A2, A3, A4, A5, A6 e A7, nonché i binari di partenza dei treni locali per l’Italia, denominati A9 e A10;
b) i marciapiedi I e II fino all’altezza dello scambio 49 nella direzione Est-Ovest, esclusa però l’area del marciapiede riservata al traffico viaggiatori locale per la Svizzera, delimitata da una cancellata, nonché il chiosco e la sala d’aspetto e il corridoio che dalla sala visita del marciapiede Il conduce al sottopassaggio;
c) le parti del fabbricato principale della stazione viaggiatori e dei fabbricati sorgenti sul marciapiede 11, specificate al seguente paragrafo 2.
2. La zona è divisa in due settori:
a) un settore utilizzato in comune dagli agenti dei due Stati, comprendente:
– i binari e i marciapiedi e parti di essi enumerati al paragrafo 1, lettere a) e b);
– nel fabbricato principale della stazione viaggiatori, ala Est, pianterreno:
– la sala comune di visita dei viaggiatori e dei bagagli a mano o registrati,
– il corridoio dalla sala visita fino all’estremità Est,
– la sala d’aspetto per i viaggiatori diretti in Italia,
– la toilette Est,
– il locale di deposito colli espresso in transito;
– nell’edificio del marciapiede II da Est a Ovest:
– il magazzino bagagli e colli espresso,
– l’atrio e la sala visita dei viaggiatori e dei bagagli a mano o registrati;
b) un settore riservato agli agenti italiani, comprendente:
– nel fabbricato principale della stazione viaggiatori al pianterreno:
– gli uffici della Dogana, della Guardia di Finanza, della Pubblica Sicurezza e dei servizi veterinari italiani,
– il locale (cella) arresti;
– nei fabbricati siti sul marciapiede II:
– l’ufficio Guardia di Finanza linea,
– gli uffici della Dogana italiana.
3. Se a cagione della loro lunghezza o per esigenze di manovra i treni o parte di essi dovessero oltrepassare la zona oppure venire spostati fuori di essa, detti treni o loro parti, nonché l’interbinario contiguo corrispondente alla loro lunghezza sono considerati ancora zona viaggiatori ai sensi del presente articolo.
Analogamente, gli agenti svizzeri possono eseguire il loro controllo su detti treni o loro parti che per ragioni di manovra dovessero essere spostati nella parte della stazione situata in territorio italiano. In tal caso la zona per gli agenti svizzeri è aggregata al Comune di Chiasso.
 
Art. 4
1. La zona per il traffico merci comprende, oltre la zona menzionata sotto il precedente articolo 3:
– la parte del fascio di binari A non compresa nella zona viaggiatori, fino all’altezza della cabina I. È riservata la restrizione menzionata all’articolo 6 paragrafo l;
– il fascio di binari C;
– il comprensorio dei fasci di binari T e M, esclusi i reparti locali per spedizioni interne svizzere nei magazzini II e V. È riservata la restrizione menzionata all’articolo 6 paragrafo l;
il comprensorio:
– dei fasci di binari N e 0,
– dei fasci di binari P, R e S nonché dei binari che servono il magazzino X (Z2, 3, 4, 30, 31, 40, 41 e 50). È riservata la restrizione menzionata all’articolo 6 paragrafo 1,
– dei binari K 2–8 e K11;
– il fascio di binari L esclusa la linea ferroviaria d’accesso K 1, proveniente da Nord;
– il fascio dei binari U, compreso il terreno fra detto fascio e la linea ferroviaria d’accesso dal Sud;
– la linea d’accesso dal Sud che costeggia la base della collina di Pedrinate, dalla frontiera fino all’inserimento nel fascio di arrivo L;
– tutte le costruzioni e gli impianti appartenenti a detti fasci di binari e alla linea di accesso elencati al seguente paragrafo 2 nonché le strade ferroviarie (strade di servizio) situate all’interno o immediatamente affiancate ai fasci di binari summenzionati.
2. La zona è divisa in due settori:
a) un settore utilizzato in comune dagli agenti dei due Stati, comprendente:
– fasci di binari elencati al paragrafo 1;
– le banchine e le rampe di carico nonché le strade ferroviarie appartenenti agli impianti di binari menzionati sopra;
– i magazzini seguenti:
– magazzini per il traffico colli espresso – Cirenaica – (esclusi i reparti locali per il traffico svizzero) e un locale all’estremità Est del fabbricato principale della stazione viaggiatori sul marciapiede I,
– magazzino fiori marciapiede II, escluso il locale della Società svizzera delle carrozze ristoranti,
– il magazzino colli postali situato al pianterreno del fabbricato Poste italiane,
– magazzino GV VI con le relative rampe, escluse le parti riservate al traffico svizzero,
– i magazzini PV da I e V compresi lo scantinato, i montacarichi e il cunicolo che congiunge il magazzino I al magazzino IV, escluse le parti dei magazzini riservate al traffico svizzero,
– il magazzino X, esclusi il reparzo locale per il traffico svizzero e il locale riservato alla visita della Dogana svizzera tra il magazzino X e il magazzino XI;
– l’officina riparazioni veicoli;
b) un settore riservato agli agenti italiani, comprendente:
– gli uffici e i locali ad uso della Dogana:
– nel fabbricato Poste italiane,
– nel fabbricato GV,
– alla cabina apparecchi centrali IV,
– nel fabbricato PV scalo merci,
– nei magazzini doganali da I a V e X,
– nei fabbricati L e R;
– l’ufficio del veterinario di confine sulla rampa bestiame del fascio S.
 
Art. 5
1. La zona include anche il pendio del terrapieno o della trincea, ove è tracciata la linea ferroviaria; se il terreno è pianeggiante, la zona si estende fino a 5 metri parallelamente alla rotaia esterna. Restano in ogni caso escluse dalla zona le proprietà private, le pubbliche vie che la costeggiano e i passaggi aperti al pubblico che passano sopra o sotto la zona, fermo restando quanto stabilito dall’articolo 8.
2. Nelle parti della zona prive di recinzione, oppure nei punti ove questa si scosta eccessivamente dall’area della stazione, il limite della zona verrà segnato mediante paletti bicolori di un metro di altezza.
 
Art. 6
1. Gli agenti italiani non hanno il diritto di controllo sul traffico interno svizzero e sul traffico internazionale svizzero che non tocca il territorio italiano. Questi traffici si svolgono di regola nelle parti seguenti della zona:
– via d’accesso e piazzale scalo P.V.;
– piazzale Est magazzino X e scalo locale P.V.;
– piazzale scalo GV, dal magazzino locale GY. fino al recinto della vecchia rampa bestiame;
– sala visita dei viaggiatori e dei bagagli a mano o registrati nel fabbricato principale della stazione viaggiatori.
2. L’attività di persone non addette al traffico proveniente o a destinazione dell’Italia può essere controllata soltanto qualora esse violino palesemente, nella zona, le norme di legge e regolamentari dello Stato limotrofo in materia doganale.
 
Art. 7
Gli agenti italiani di servizio in loco hanno la facoltà di esercitare il controllo in tutti i locali siti nella stazione di Chiasso, riservati all’uso di altre Amministrazioni pubbliche italiane e ciò solo agli effetti considerati dalla Convenzione quadro.
 
Art. 8
Qualora, per effetto di speciali esigenze doganali, si renda necessario il transito, anche con automezzi, di valori e merci fra la zona e la frontiera o fra una parte della zona e l’altra, gli agenti italiani hanno il diritto di scortare detti trasporti e di vigilarne l’effettuazione regolare. Durante il percorso indicato il veicolo stesso è considerato come zona. In tali casi la collaborazione prevista nei paragrafi 3 e 4 dell’articolo 10 della Convenzione quadro è estesa alle infrazioni commesse riguardo alla merce sul veicolo da persone fuori dello stesso. Durante tale trasporto devono essere evitate le fermate non imposte da necessità di circolazione. Detta scorta non pregiudica gli adempimenti della Dogana svizzera.
 
Art. 9
1. Ai fini dell’applicazione dell’articolo 6 della Convenzione quadro nel traffico viaggiatori, devono intendersi dirette in Italia tutte le persone le quali, nel corso delle operazioni di controllo effettuate dagli agenti italiani abbiano reso la richiesta dichiarazione doganale, anche se negativa, agli agenti medesimi, sempreché abbiano assolto il controllo svizzero per compimento o per rinuncia.
2. Per gli effetti di quanto previsto al paragrafo 2 dell’articolo 7 della Convenzione quadro, le operazioni di controllo ai viaggiatori e al loro bagaglio eseguite sui treni si intendono di regola terminate da parte del Paese d’uscita quando gli agenti di detto Paese abbiano abbandonato lo scompartimento.
 
Art. 10
1. Le persone arrestate conformemente agli articoli 4 e 6 della Convenzione quadro in una parte della zona e le merci ivi sequestrate possono essere trasferite dagli agenti italiani ad ogni ufficio italiano della zona, cioè:
– nel traffico viaggiatori: attraverso il sottopassaggio della stazione viaggiatori;
– nel traffico merci: entro la zona seguendo possibilmente le vie di servizio ferroviarie,
o attraverso il sottopassaggio suddetto.
I trasferimenti effettuati nel sottopassaggio della stazione viaggiatori sono considerati come effettuati nella zona. Per il trasporto delle merci sequestrate entro la zona dal luogo del sequestro agli uffici italiani nella zona, le Ferrovie federali svizzere daranno la loro collaborazione, previ gli accordi del caso fra i competenti organi locali.
2. Le persone arrestate a norma degli articoli 4 e 6 della Convenzione quadro saranno tradotte in Italia dagli agenti italiani per via ferroviaria. Nell’attesa potranno essere trattenute nei locali di sicurezza della stazione di Chiasso, ad uso esplicito della Polizia di frontiera italiana.
 
Art. 11
Gli agenti italiani in uniforme possono accedere al luogo di servizio nella zona e da essa ritornare transitando a piedi, possibilmente in fornazione compatta, oppure con veicolo, seguendo senza soste il percorso concordato dalle autorità di cui all’articolo 14.
 
Art. 12
In applicazione di quanto disposto dall’articolo 17 lettera a), della Convenzione quadro, i locali riconosciuti necessari per i servizi svolti negli uffici a controlli nazionali abbinati della stazione internazionale di Chiasso saranno forniti gratuitamente alle Amministrazioni doganale e di polizia italiane.
 
Art. 13
1. Nel traffico viaggiatori i controlli svizzeri ed italiani in entrata ed in uscita possono essere effettuati sui treni in corso di viaggio sul percorso Lugano-Como e viceversa. I controlli riguardano le persone e i loro bagagli personali.
2. Per gli agenti dello Stato limitrofo, la zona comprende i treni stabiliti a norma dell’articolo 14 sulla parte dei percorsi menzionati nel paragrafo precedente, sita nello Stato di soggiorno.
3. Nelle stazioni terminali dei percorsi indicati nel paragrafo 1 del presente articolo, gli agenti dello Stato limitrofo hanno il diritto di trattenere sui marciapiedi o nei locali della stazione messi a loro disposizione, le persone arrestate e le merci o altri beni sequestrati sui treni. Per il mantenimento di tali misure ufficiali, i marciapiedi e i locali indicati, nonché i percorsi che sia necessario seguire, sono considerati come «zone».
4. Le persone arrestate e le merci o altri beni sequestrati possono essere condotti nello Stato limitrofo con il primo treno utile sullo stesso percorso indicato nel presente articolo, paragrafo I.
5. Gli agenti in servizio dei due Stati fruiranno del trasporto gratuito sul percorso indicato nel presente articolo, paragrafo I.
6. Ai sensi dell’articolo 4 paragrafo 1, della Convenzione quadro, la zona per gli agenti svizzeri è aggregata al Comune di Chiasso, quella per gli agenti italiani al Comune di Como.
 
Art. 14
1. I presidenti delle due delegazioni alla Commissione mista prevista dall’articolo 25 della Convenzione quadro possono, mediante scambio di lettere, apportare alle zone descritte agli articoli 3 e 4 le eventuali modifiche che si rendessero necessarie per esigenze di ordine tecnico, organizzativo o funzionale. Tali modifiche, che potranno essere apportate solo entro i limiti di dette zone, saranno riportate sulle planimetrie
ufficiali menzionate all’articolo 2 paragrafo 2.
2. La Direzione delle Dogane del IV Circondario a Lugano e il Comando della Polizia del Cantone Ticino a Bellinzona da una parte, e la Direzione della Dogana internazionale a Chiasso e l’Ufficio della II Zona di Polizia di frontiera a Como dall’altra parte, regolano di comune accordo le questioni di dettaglio, d’intesa con le autorità ferroviarie, e in particolare quelle relative allo svolgimento del traffico e
all’utilizzo delle zone.
3. Dette amministrazioni stabiliscono secondo le necessità e le opportunità i casi in cui occorre effettuare i controlli sui treni in corso di viaggio.
4. Gli agenti di grado più elevato, in servizio in loco, sono autorizzati ad adottare, di comune accordo, le misure ritenute necessarie al momento, o per brevi periodi, specialmente per eliminare le difficoltà che potessero sorgere in occasione del controllo; per contro, le decisioni di massima sono sempre concordemente adottate dalle Direzioni o dai Servizi preposti.
 
Art. 15
1. Il presente Accordo entrerà in vigore quattro mesi dopo la data della firma.
2. Ciascuno dei due Stati potrà denunciare il presente Accordo con l’osservanza di un termine di sei mesi per il primo giorno di un mese.
 
Fatto, in due esemplari originali in lingua italiana, a Roma il 28 febbraio 1974.
 
Per il Consiglio federale svizzero: Lenz
 
 
Per il Governo della Repubblica Italiana: Tomasone
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giovedì, 11 ottobre 2007
Nemesi ferroviaria

Intorno al mezzogiorno di oggi, 11 ottobre 2007, il governo per voce del sottosegretario alla giustizia Luigi Scotti, ha risposto all’interpellanza urgente n° 2-00766 presentata dall’Onorevole Enzo Raisi insieme ad altri 35 deputati nella seduta del 2 ottobre scorso.
In calce è riportato lo stenografico integrale della discussione.
 
La risposta di Scotti sembra per certi versi aver soddisfatto ampiamente l’interpellante.
Infatti il sottosegretario ha ammesso un errore di interpretazione commesso quando egli stesso aveva risposto alla precedente interpellanza (quella del 25 gennaio 2007), relativamente ai tempi ed ai movimenti di Thomas Kram quel 1° agosto di ventisette anni fa.
 
Scotti oggi afferma di aver riportato in quella occasione le informazioni ricevute dalla Procura di Bologna facendo ricadere dunque su quest’ultima la causa del suo errore (“L'errore è derivato dal fatto che nella prima comunicazione della procura di Bologna si diceva che il Kram era partito da Karlsruhe con il treno 201 alle ore 10,30…”).
In realtà se si fosse preso in esame il telex della Polizia di Frontiera di Ponte Chiasso, che abbiamo la possibilità di mostrare in originale (notare l'appunto a mano datato 6-8-80 "Fatta copia per strage Bologna"), l’errore poteva essere facilmente evitato.
 
Scotti oggi parla anche di superficialità (“che forse posso attribuire anche a me stesso”), non avendo cercato di capire con più accuratezza la questione dei treni.
Noi (François in primis) l’avevamo invece fatto, qualche settimana fa, e l’Onorevole Enzo Raisi oggi l’ha generosamente ricordato pubblicamente: “…Sa come ho scoperto tutto ciò? La cosa fa ridere: i misteri d'Italia ogni tanto hanno anche un po' di fortuna. L'ho scoperto attraverso un blog di alcuni cittadini bolognesi (e non, NdR)… ”.
 
Dopo questa bella premessa però il sottosegretario Scotti sembra commettere un ennesimo errore nell’interpretare l’esatta sequenza dei fatti.
Questa volta tale errore non risulta funzionale all’alibi di Kram (del Kram che a detta sua non era potuto giungere a Firenze per ritardi), ma è comunque un errore che fa permanere un alone di non chiarezza sull’esatto svolgimento degli eventi.
 
Infatti Scotti dice: “… il treno con il quale Kram si stava recando da Chiasso a Milano e sul quale venne identificato e perquisito è il 307, non il 201 come riferito nell'interpellanza…”, e ancora “… lo stesso [Kram] era giunto a Chiasso alle ore 10,30 con treno 201 proveniente da Karlsruhe. Quindi, parte da Karlsruhe con il treno 201, giunge a Chiasso e prende l'altro treno, il 307…”, e infine “…risulta che il Kram è entrato in Italia alle ore 12,08 a bordo del treno 307 diretto da Chiasso a Milano, essendo stato identificato su tale treno come Thomas Michael Kram”.
 
Ora in realtà, come dimostra la copia del biglietto ferroviario di Kram per la tratta Karlsruhe-Milano che riportiamo in figura, Kram è vero che era giunto in Italia con il treno 201 Holland-Italien Express, ma non aveva alcun bisogno di scendere a Chiasso e cambiare treno per giungere alla sua “prima” meta e cioè a Milano. Il 201 infatti arrivava esso stesso a Milano, per proseguire poi per Bologna, Firenze e Roma.
Il cambio di treno, dal 201 al 307, è una diretta conseguenza del riconoscimento e della perquisizione subita da Kram.
Quindi Kram viene fatto scendere dal 201, perquisito (non “per ore” come ebbe modo di affermare nell’intervista a il manifesto del 1 agosto 2007), ma solo per un’ora e mezza, tanto che venne fatto salire sul 307 delle 12.08 diretto a Milano.
 
Domani metteremo in linea anche la copia dell’orario ferroviario relativo al mese di agosto 1980. In esso si potrà evincere l’esatta sequenza che confermerà il fatto che Kram, quel 1° agosto 1980, arrivò a Milano alle 14.00, avendo così tutto il tempo per arrivare a Firenze entro la mezzanotte, senza bisogno dunque di sostare per la notte a Bologna.
PS
Sulla 'singolare' affermazione di Scotti: "il fascicolo relativo a Thomas Kram venne distrutto nel 1997 in seguito all'entrata in vigore dell'Accordo di Schengen", ci riserviamo di tornare prossimamente. 
PPS
Oggi per certi versi è un giorno particolare. L’11 ottobre 1999 infatti la Commissione Stragi rese pubblico il dossier Mitrokhin… che sia un segno?
 
 
 
 
Trasmissione di notizie riguardanti Thomas Kram, in relazione al suo presunto coinvolgimento nella strage di Bologna - n. 2-00766)
 
PRESIDENTE. Il deputato Raisi ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00766, concernente trasmissione di notizie riguardanti Thomas Kram, in relazione al suo presunto coinvolgimento nella strage di Bologna (vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 4).
 
ENZO RAISI. Signor Presidente, spero che il rappresentante del Governo, questa volta, si attenga alle domande che sono state poste perché, nei numerosi atti di sindacato ispettivo che sto presentando sulla strage di Bologna, spesso mi sento riproporre vecchie risposte; mi è successo anche tre o quattro settimane fa, come se nulla si fosse mosso negli ultimi tempi grazie alle indagini approfondite che sono state realizzate, prima grazie alla Commissione Mitrokhin e, successivamente, anche ad alcuni documenti da me portati, anche in questa sede, sul caso Kram.
Credo che il sottosegretario sappia benissimo chi è Kram: è l'unico terrorista accertato presente quel giorno a Bologna, sul quale non si è mai indagato, fino a che, nel dicembre scorso, si è consegnato alle autorità tedesche dopo 26 anni di latitanza, proprio dal 2 agosto 1980.
Kram si è consegnato e su di lui si è iniziato a creare un alibi. Vi è un'indagine in corso da parte della magistratura di Bologna; peraltro, adesso, è stata chiesta semplicemente una rogatoria internazionale per poter ascoltare Kram come persona informata sui fatti ed è già incredibile il fatto che vi sia questo capo di imputazione o, meglio, questa richiesta (magari fosse un capo di imputazione!).
Dunque, cosa sta succedendo? Si sta creando un alibi intorno a questo Kram, cercando di capire e di motivare la sua presenza quel giorno a Bologna, dato che essa è innegabile e accertata.
 
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In una precedente interpellanza urgente ho ricevuto - mi sembra proprio da parte sua, signor sottosegretario - una risposta errata (di cui non attribuisco, ovviamente, la colpa a lei, ma a chi prepara questi documenti) e l'ho scritto nell'interpellanza urgente di oggi. Mi è stato detto, allora, che Kram era arrivato a Chiasso, dove fu fermato, ad un orario che non coincide con quello reale. Infatti, come le abbiamo spiegato nell'interpellanza urgente, siamo andati a rivedere gli orari dei treni di quel giorno: l'unico treno che poteva arrivare, quel giorno, da Karlsruhe, partiva da Amsterdam e arrivava alle 10,20 e non alle 12,08 come è stato sostenuto, in modo erroneo, nella risposta che mi è stata data precedentemente.
Addirittura, in quella risposta, si diceva che Kram aveva preso da Karlsruhe il treno delle ore 10,30 ed era arrivato alle ore 12,08: 450 chilometri percorsi in due ore, penso che sia una cosa fantastica: Non è possibile oggi, figuriamoci nel 1980!
Ma, attenzione: questo non è un dato da poco, perché crea un alibi al signor Kram, il quale dice di essere stato fermato alle 12,08 - proprio perché è arrivato alle 12,08! Quindi, allunga di due ore rispetto alle 10,20 - dopo di che viene fermato, la cosa si prolunga ed arriva tardi all'obiettivo che si era posto - cioè Firenze - e si ferma a Bologna e, casualmente, a Bologna succede quello che succede!
Kram dice ciò in un'intervista rilasciata questa estate a Il Manifesto. Si tratta di un'intervista in cui cerca di crearsi un alibi e che - guarda caso - riprende questa tesi per la quale sarebbe arrivato alle 12,08 e non alle 10,20. La stessa tesi è inserita anche in una relazione dell'allora minoranza della Commissione Mitrokhin: si sbagliano anche loro, indicando questo orario errato. Lo ha fatto anche il Governo nella risposta alla mia precedente interpellanza urgente e lo riprende questo signor Kram, che cita il dato della Commissione Mitrokhin (non so come sia venuto in possesso del testo della Commissione, sarebbe interessante appurarlo) in questa intervista, dove, tra l'altro, dice una serie di stupidaggini. Per chi è bolognese come me e conosce Bologna, è talmente chiaro che quando l'ho letta ho sorriso.
Cosa dice Kram? Egli afferma testualmente: «Mi svegliai tardi, feci colazione in qualche caffè vicino a piazza Maggiore. Poi mi incamminai verso la stazione su una grande strada,
 
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forse via dell'indipendenza». Ci sono due grandi strade che da piazza Maggiore portano alla stazione: via dell'indipendenza, appunto, e via Marconi. Quindi, Kram prosegue:
«Le sirene tranciavano l'aria. Da lontano vidi sul piazzale della stazione il lampeggiante di ambulanze e mezzi dei pompieri. Si capiva che era successo qualcosa di grave. Non mi avvicinai». Prosegue Kram nell'intervista a Il Manifesto: «Dopo l'esperienza del giorno prima a Chiasso - dove era stato fermato dalla polizia su indicazione della polizia tedesca - non volevo incappare in nuovi controlli di polizia. Un taxi mi portò alla stazione delle autocorriere» e da qui arrivò a Firenze.
Chi conosce Bologna sa bene che da via indipendenza e da via Marconi, che sono le uniche due grandi arterie che portano da piazza maggiore alla stazione, non si vede il piazzale di quest'ultima. Quindi, da un qualsiasi punto di via indipendenza è impossibile vedere il piazzale della stazione.
Ma, attenzione! La barzelletta è: «Un taxi mi portò alla stazione delle autocorriere». La stazione delle autocorriere a Bologna si trova accanto al quella ferroviaria. Quindi, Kram per fuggire dalla polizia avrebbe preso un taxi per giungere dove già si trovava!
Allora, è importante capire quale sia l'alibi, cioè è importante capire perché qualcuno abbia manipolato l'arrivo di Kram quel giorno a Chiasso, in quanto non corrisponde esattamente a quello che mi è stato detto precedentemente dal Governo.
Pertanto, ho appositamente formulato quesiti molto chiari e spero che mi venga data una risposta punto per punto. Vorrei ricordarli al signor sottosegretario, leggendoli testualmente affinché rimangano agli atti. Ho chiesto di conoscere: «su quali elementi e informazioni il sottosegretario Scotti abbia basato la sua risposta all'interpellanza urgente n. 2-00324 resa durante la seduta della Camera dei deputati del 25 gennaio 2007; a che ora Kram Thomas Michael, cittadino tedesco, nato a Berlino il 18 luglio 1948, risulta - sulla base delle informazioni agli atti della pubblica sicurezza - aver varcato il confine italiano a Chiasso, la mattina del 1o agosto 1980, proveniente da Karlsruhe con treno 201; se risulta - agli atti della pubblica sicurezza - che Kram, così come da esito
 
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della perquisizione subita la mattina del 1o agosto 1980, avesse al seguito uno o più bagagli (borse, valigie, eccetera); a che ora Thomas Kram risulta aver preso il treno diretto 307 Chiasso-Milano, sempre il 1o agosto 1980, secondo gli atti della pubblica sicurezza (polizia di frontiera di Ponte Chiasso); a che ora del 1o agosto 1980 venne inoltrato alle competenti articolazioni del Ministero dell'interno il telex predisposto dal dirigente dell'ufficio sicurezza di Chiasso Frontiera, dottor Emanuele Marotta, in ordine all'arrivo di Thomas Kram in territorio italiano; se risulti al Governo che, all'epoca delle indagini sulla strage di Bologna, gli organi inquirenti ebbero modo di raccogliere le testimonianze scritte dei tassisti in servizio nei pressi della stazione ferroviaria la mattina del 2 agosto 1980 e se, fra queste testimonianze, vi sia qualcuno che abbia riferito, a verbale, di aver preso a bordo, quella mattina, un turista tedesco diretto al terminal delle autocorriere; se agli atti della pubblica sicurezza risulti che Thomas Kram abbia soggiornato a Firenze il 2 agosto 1980 e i giorni seguenti; se, più in generale, vi siano tracce di Thomas Kram a Firenze prima e dopo la strage di Bologna».
Infatti, si parla dell'alibi di Kram che, come ho già dimostrato, ha già detto una serie di stupidaggini. L'alibi rappresenta, quindi, un elemento molto importante.
Vorrei citare, non a caso, una frase della corte d'appello di Bologna relativa al processo per la strage di Bologna a carico di Luigi Ciavardini. La corte d'appello di Bologna afferma che l'alibi che fornisce una persona accusata di un grave crimine, ancor di più se è consapevole, è una mossa processuale importantissima, che non deriva dal caso. Sagge parole!
Pertanto, cerchiamo di capire qual è l'alibi di Kram. Fino ad ora vi sono state delle manipolazioni circa il suo orario di arrivo. Inoltre - come ho già detto - Kram, in un'intervista, ha affermato stupidaggini che non corrispondono a verità. Ma per chi, non conoscendo Bologna, ha letto questa intervista, probabilmente, non era facile rendersene conto.
Adesso cerchiamo di capire dal Governo se, finalmente, sia possibile ricevere notizie chiare sulle domande precise, secche e nette che ho formulato con l'interpellanza urgente che ho presentato insieme agli altri colleghi.
 
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PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per la giustizia, Luigi Scotti, ha facoltà di rispondere.
 
LUIGI SCOTTI, Sottosegretario di Stato per la giustizia. Signor Presidente, vorrei ringraziare l'interpellante anche per la pazienza nella riproposizione dell'interpellanza in discussione, questa volta scandita nella formulazione dei diversi quesiti.
Cercherò di rispondere con altrettanta chiarezza premettendo che la mia risposta si fonda sulle acquisizioni operate dal Ministero dell'interno e dagli atti processuali, considerando che, purtroppo, alcuni fra questi ultimi non sono più reperibili, considerati gli anni trascorsi.
 
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L'onorevole interpellante è tornato sulla vicenda che ha già formato oggetto di altre risposte da parte del Governo e, in particolare, sull'ultima risposta fornita il 25 gennaio 2007, evidenziando - lo ha ripetuto anche ora - come non potesse corrispondere al vero quanto affermato relativamente al fatto che «in una nota trasmessa alla polizia di frontiera di Chiasso, si segnalava che Kram, partito da Karlsruhe alle ore 10,30 del 1° agosto 1980 con il treno 201, risulta essere entrato in Italia alle 12,08 diretto a Milano, dal valico di frontiera di Chiasso».
Tale informazione non corrisponde alla realtà - osserva l'interpellante - essendo impossibile che un treno partito da Karlsruhe, città sita nella Repubblica federale tedesca, potesse giungere a Chiasso dopo solo un'ora e mezzo di viaggio e non risultando alcun treno 201 con arrivo a Chiasso alle 12,08.
 In tali termini do ragione all'interpellante: il fatto è - e di ciò mi scuso - che forse c'è stata una non precisa indicazione nella precedente risposta; ma veniamo al punto.
Premetto che nella risposta del 25 gennaio 2007 l'informativa resa era in parte diversa da quella riportata come testuale dall'onorevole interrogante, in quanto il passo indicato era il seguente: «In una nota trasmessa dalla polizia di frontiera di Chiasso si segnalava - o si segnala - che Kram, partito da Karlsruhe alle ore 10,30 del 1° agosto 1980 con il treno 201, risulta essere entrato in Italia alle ore 12,08 con il treno 307 - l'equivoco riguarda i due treni: 201 e 307 - diretto a Milano dal valico di frontiera di Chiasso».
 Era già questa la risposta: probabilmente c'è stata una superficialità, che forse posso attribuire anche a me stesso, nel non avere evidenziato che i treni sono due: 201 e 307.
Da tale frase risulta testualmente che il treno con il quale Kram si stava recando da Chiasso a Milano e sul quale venne identificato e perquisito è il 307, non il 201 come riferito nell'interpellanza, e che di conseguenza non si è mai affermata l'esistenza di un unico treno 201 che avrebbe collegato Chiasso a Milano.
Passerò ora alle singole domande. Come precisato dal Ministero dell'interno nel telegramma trasmesso all'ufficio di
 
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polizia di frontiera di Chiasso il 1° agosto 1980 alle ore 17,20 (o 17,26, non essendo tale ultima cifra chiaramente leggibile nel brogliaccio della polizia) acquisito a protocollo dallo stesso Ministero alle ore 18,20 del medesimo giorno, risulta che il Kram è entrato in Italia alle ore 12,08 a bordo del treno 307 diretto da Chiasso a Milano, essendo stato identificato su tale treno come Thomas Michael Kram, nato a Berlino il 18 luglio 1948 e residente a Bochum, attraverso carta d'identità rilasciata a Bochum il 25 marzo 1975, e sottoposto a perquisizione personale. Ci risulta, inoltre, che lo stesso era giunto a Chiasso alle ore 10,30 con treno 201 proveniente da Karlsruhe. Quindi, parte da Karlsruhe con il treno 201, giunge a Chiasso e prende l'altro treno, il 307.
L'errore è derivato dal fatto che nella prima comunicazione della procura di Bologna si diceva che il Kram era partito da Karlsruhe con il treno 201 alle ore 10,30, mentre egli era giunto a Chiasso alle ore 10,30 proveniente da Karlsruhe. Ecco spiegato da cosa nasce l'equivoco, ma l'equivoco, secondo me, può essere senz'altro risolto considerando i due treni (quindi, il primo collegamento con un treno e il secondo collegamento con l'altro treno).
Per quanto riguarda la richiesta di conoscere quali effetti personali fossero nella disponibilità del Kram all'atto della perquisizione, il Ministero dell'interno ha evidenziato che le uniche informazioni disponibili sul punto consistono nell'indicazione che venne sequestrata soltanto una lettera manoscritta.
Ulteriori notizie non sono più reperibili - comunica il Ministero dell'interno - in quanto il fascicolo relativo a Thomas Kram venne distrutto nel 1997 in seguito all'entrata in vigore dell'Accordo di Schengen, considerandolo semplicemente uno straniero entrato in Italia, ormai non più sottoposto a determinati vincoli di identificazione, in quanto cittadino dell'Unione europea.
Dalle informazioni fornite dalla procura della Repubblica di Bologna è emerso, inoltre, che nessuna delle persone presenti nei pressi della stazione, immediatamente prima o dopo l'attentato, sentite come testimoni, ha fornito riferimenti precisi relativi al trasporto di un turista tedesco diretto al
 
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terminal delle autocorriere di Bologna. Non abbiamo, quindi, elementi attraverso queste testimonianze per quanto riguarda specificamente quella indicazione.
Per quanto attiene alla presenza in Italia del Kram, come già si è detto in una precedente risposta, il Ministero dell'interno ha accertato il suo pernottamento in una stanza singola dell'albergo Centrale di Bologna la notte del 1o agosto, precisamente la stanza n. 21, con annotazione riportata alla pagina 130, numero progressivo 1481 del registro delle presenze, in cui risulta annotato anche il documento di riconoscimento esibito, cioè la patente di guida n. 20344, rilasciata in data 11 novembre 1970.
Da tale registro risulta, inoltre, che la stanza venne assegnata al solo Kram, mentre non sono state rinvenute tracce di un suo pernottamento nella città di Firenze, né sono state rinvenute ulteriori tracce della presenza in Italia del Kram nei giorni successivi al 1o agosto 1980.
Spero in questo modo di aver risposto alle singole domande.
 
PRESIDENTE. Il deputato Raisi ha facoltà di replicare.
 
ENZO RAISI. Innanzitutto ringrazio il sottosegretario, perché la sua risposta mi dà ragione: qualcuno si è sbagliato. Posso poi essere malizioso e dire che qualcuno si è sbagliato apposta, perché mi sembra assurdo che la procura di Bologna faccia un errore così grossolano quando il telex originale della polizia è così facile da interpretare. Glielo leggo: «Punto con treno 307 delle ore 2:08 legali odierne entrata Italia diretto Milano cittadino tedesco Kram Thomas Michael, nato 18/07/48 a Berlino [...], rilasciato a Bochum, punto predetto iscritto a formula 5 et 6.3, est stato sottoposto a perquisizione sotto aspetto doganale con esito negativo, punto medesimo est qui giunto a Chiasso con treno numero 201 delle ore 10:30». Non può una procura fare un errore del genere, in primo luogo; in secondo luogo, come mai lo stesso errore viene fatto anche dalla relazione della minoranza nella Commissione Mitrockhin? È molto strana questa coincidenza!
Sa come ho scoperto tutto ciò? La cosa fa ridere: i misteri d'Italia ogni tanto hanno anche un po' di fortuna. L'ho scoperto attraverso un blog di alcuni cittadini bolognesi che,
 
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verificando la sua precedente risposta e gli orari dei treni, mi hanno dato queste informazioni, che sono corrette: non stava in piedi quello che è stato detto perché era impossibile che da Karlsruhe il Kram ci mettesse due ore per arrivare a Chiasso. Che questa risposta sia data da una procura che, in teoria, sta indagando, dovrebbe indagare (io ci credo, per carità), è un fatto molto grave.
È anche grave l'episodio dei fascicoli. Thomas Kram non è un cittadino qualunque: era segnalato anche nel 1994 nell'archivio della Polizia come un terrorista ricercato! I fascicoli spariscono: come è possibile? Si tratta di un soggetto che è stato latitante per 26 anni ed era nell'elenco della Polizia come terrorista ricercato da altre polizie!
Quando con la Commissione Mitrockhin siamo andati a verificare al SISMI il fascicolo di Kram, abbiamo scoperto che egli ha un fascicolo voluminosissimo, però si tratta di un fascicolo che si ferma a poche settimane prima del 1o agosto 1980, dopodiché di lui non si sa più nulla: anche questo è molto strano. Egli viene già controllato quando studiava a Perugia, arrivano tutte le informazioni della Polizia tedesca su di lui e sul fatto che è membro componente delle cellule rivoluzionarie, collegate con Carlos.
 
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Eppure, da poche settimane prima del 1980, quel fascicolo non contiene più nulla su Kram. Ciò è davvero molto strano: si dice che il fascicolo è stato mandato al macero perché, grazie al trattato di Schengen, non aveva alcun valore; eppure, nella lista della polizia del 1994 Kram era considerato un pericoloso terrorista internazionale. Dunque, o non si parlano fra loro oppure sono fatti strani. È strano che, nel fascicolo del SISMI, i documenti su questo personaggio, da poche settimane prima della strage, spariscono tutti. Non c'è più nulla: il fascicolo su Kram è enorme e poi non c'è più nulla. Sono molte le coincidenze che fanno pensare. Intanto, l'alibi del signor Kram, per le notizie che ci sono state rese finora, crolla, poiché nulla coincide. Egli afferma di essere andato a Firenze, ma della sua presenza in tale città non vi è traccia: a Bologna, dorme in albergo; a Firenze, invece, non si sa dove sia andato. Afferma inoltre di essersi recato a Milano perché doveva incontrare una persona: e non dico altro, poiché la prossima settimana - probabilmente - sapremo se davvero doveva incontrarla, considerato che la predetta persona è stata interrogata dalla polizia di Bologna (nulla è stato ancora detto). Constateremo dunque se effettivamente tale testimonianza, che costituisce un altro pezzo dell'alibi, è vera o meno.
Certo, devo dire che oggi uscirò da quest'aula soddisfatto. Non vi è traccia di Kram a Firenze; Gli orari, poi, erano quelli che dicevamo noi: egli arriva a Chiasso alle 10,20 e prende il treno per Milano in tempo per arrivare a Bologna. O per arrivare a Firenze, se voleva effettivamente andare a Firenze: perché aveva tutto il tempo per arrivare quella notte a Firenze, prendendo i treni che sono indicati in questo telex. Sono poi stupidaggini quelle che egli dice su Bologna: su via dell'Indipendenza e sulla stazione delle autocorriere, che sono di fianco (mi sembra evidente); nessun tassista, poi, ricorda di aver trasportato quel giorno un turista tedesco e a Firenze - lo ripeto - non c'è traccia. Diciamo dunque che, fino a questo momento, l'alibi di Kram non c'è. Credo che questo sia un punto a favore di coloro che credono che, quel giorno, a Bologna Kram non si trovasse casualmente.
 
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postato da: GabrielParadisi alle ore 11/10/2007 21:00 | Permalink | commenti (53)
categoria:mitrokhin, misteri d italia, strage stazione
giovedì, 11 ottobre 2007

I treni in Agenzia

STRAGE BOLOGNA: RAISI (AN), GOVERNO MENTE SU THOMAS KRAM (3)
''UN GIOCHETTO DI ORARI HA CONSENTITO A KRAM DI RIBALTARE

DINAMICA DEI FATTI''

(Adnkronos) - "Questo giochetto di orari, in apparenza senza alcuna importanza -rileva ancora Raisi- ha consentito a Kram di ribaltare a sua favore la dinamica dei fatti, sottolineando che la sua presenza a Bologna il giorno della strage e' da considerarsi del tutto casuale (dovuta al ritardo subito a Chiasso ad opera della polizia di frontiera) e non causale, cosi' come invece emerge dagli elementi raccolti a suo tempo dalla Commissione Mitrokhin."
"D'altra parte, si e' detto che la Mitrokhin era una fabbrica di falsi: in questo caso e' solutamente vero. A questo punto, il governo dovra' rispondere di tutte queste mistificazioni e
manomissioni, avendo cura di spiegare al Parlamento, e quindi agli italiani -conclude l'esponente di An- come cio' sia potuto accadere e fornendo tutti gli elementi relativi al reale e corretto svolgimento dei fatti. La risposta che verra' fornita a questa interpellanza urgente e relativa alle vicende connesse alla strage di Bologna -conclude Raisi- dovra' essere oggetto di vaglio anche da parte dell'autorita' giudiziaria".
(Sin/Col/Adnkronos)
10-OTT-07 17:24
 
 
STRAGE BOLOGNA: RAISI (AN), GOVERNO MENTE SU KRAM
(ANSA) - BOLOGNA, 10 OTT - ''Il governo su Kram ha mentito.

E' un fatto gravissimo''. Lo dice il deputato bolognese di An Enzo Raisi, gia' membro della Commissione Mitrokhin, spiegando il motivo alla base della nuova interpellanza urgente presentata ai ministri della Giustizia e dell'Interno ''per cercare di fare chiarezza su una serie di elementi relativi agli orari di arrivo in Italia l'1 agosto '80 di Thomas Kram, il tedesco legato al  gruppo Carlos, il quale era a Bologna il giorno della strage''.
''Il governo, nella persona del sottosegretario alla Giustizia, Luigi Scotti - dice Raisi - nella risposta del 25 gennaio scorso ad una precedente interpellanza urgente (relativa alla notizia sulla costituzione di Kram alle autorita' tedesche, lo scorso dicembre), ha fornito al Parlamento un dato falso, secondo il quale il treno espresso 201 sul quale viaggiava Kram quel 1/o agosto 1980 avrebbe coperto la distanza che separa Karlsruhe da Chiasso (cioe' 480 km) in poco piu' di un'ora e mezza! Nella fretta di insabbiare la nuova inchiesta sull'attentato del 2 agosto 1980 qualcuno ha fatto male i conti e ha consegnato al ministero della Giustizia elementi non veri, poi utilizzati per rispondere in Parlamento. Desta inquietudine il fatto che un organo costituzionale (come il governo) fornisca ad un altro organo costituzionale (come la Camera) elementi falsi in ordine al piu' grave attentato che la storia d'Italia ricordi''. (ANSA).
BS
10-OTT-07 17:18 NNNN
 
 
STRAGE BOLOGNA: RAISI (AN), GOVERNO MENTE SU THOMAS KRAM
IL TERRORISTA TEDESCO SUL SUO ARRIVO A BOLOGNA HA FORNITO UN ALIBI FALSO

Roma, 10 ott. (Adnkronos) - "Il governo ha mentito su Thomas Kram", il terrorista tedesco arrivato a Bologna l'1 agosto 1980, la sera prima della strage del 2 agosto 1980 a Bologna. Lo denuncia Enzo Raisi, deputato di An gia' membro della Commissione Mitrokhin. Insieme ad altri 35 parlamentari ha presentato una nuova interpellanza urgente ai ministri della Giustizia e dell'Interno per cercare di fare chiarezza su tutta una serie di elementi relativi agli orari di arrivo in Italia dell'estremista tedesco legato al gruppo Carlos, il quale era a Bologna il giorno della strage.
Afferma l'esponente di An: "Il governo, nella persona del sottosegretario alla Giustizia, Luigi Scotti, nella risposta del 25 gennaio scorso ad una precedente interpellanza urgente (relativa alla notizia sulla costituzione di Kram alle autorita' tedesche, lo scorso dicembre, dopo venti anni di latitanza e 26 trascorsi nel ''bosco'' come irreperibile insieme alla sua compagna di letto e di lotta Adrienne Gerhauser), ha fornito al Parlamento un dato falso". Quale? "Il treno espresso 201 sul quale viaggiava Kram quel 1° agosto 1980 avrebbe coperto la distanza che separa Karlsruhe da Chiasso (cioe' 480 km) in poco piu' di un'ora e mezza. Nella fretta di insabbiare la nuova inchiesta sull'attentato del 2 agosto 1980 qualcuno ha fatto male i conti e ha consegnato al ministero della Giustizia elementi non veri, poi utilizzati per rispondere in Parlamento''.
''Desta inquietudine -osserva Raisi- il fatto che un organo costituzionale (come il governo) fornisca ad un altro organo costituzionale (come la Camera) elementi falsi in ordine al piu' grave attentato che la storia d'Italia ricordi". (segue)
(Sin/Col/Adnkronos)
10-OTT-07 17:05
 
 
(ANSA) - BOLOGNA, 10 OTT - ''La gravita' sta nel fatto che il  delegato del governo - aggiunge il parlamentare - basando le sue  risposte sugli elementi forniti dalla Procura di Bologna, ha di fatto cercato di avvalorare un altro gravissimo falso, frutto di manipolazione, contenuto a pag. 230 della Relazione conclusiva dei commissari di sinistra alla Commissione Mitrokhin, del 23 marzo 2006, allorquando - attraverso la sapiente alterazione del testo del telex della polizia di frontiera di Chiasso dell'1 agosto 1980 relativo all'arrivo di Kram in Italia, citato fra virgolette - si e' cercato di accreditare la versione secondo la quale il terrorista tedesco sarebbe arrivato a Chiasso alle ore 12,08 dell'1 agosto e non alle 10,30 come in realta' avvenne.
Questa doppia manipolazione della verita' ha poi consentito al diretto interessato, Thomas Kram, in un'intervista pubblicata dal Manifesto il 1/o agosto scorso, di dichiarare quanto segue: 'Arrivato a Chiasso il primo agosto 'alle ore 12,08 legali', secondo le note della polizia riportate dalla relazione di minoranza della Mitrokhin, mi fecero scendere la treno'''.
''Questo giochetto di orari, in apparenza senza alcuna importanza - conclude Raisi - ha consentito a Kram di ribaltare a sua favore la dinamica dei fatti, sottolineando che la sua presenza a Bologna il giorno della strage e' da considerarsi del tutto casuale (dovuta al ritardo subito a Chiasso ad opera della polizia di frontiera) e non causale, cosi' come invece emerge dagli elementi raccolti a suo tempo dalla Commissione Mitrokhin.
D'altra parte, si e' detto che la Mitrokhin era una fabbrica di falsi: in questo caso e' assolutamente vero. A questo punto, il governo dovra' rispondere di tutte queste mistificazioni e manomissioni. La risposta che verra' fornita a questa interpellanza urgente dovra' essere oggetto di vaglio anche da parte dell'autorita' giudiziaria''.
BS
10-OTT-07 17:22 NNNN
 
 
 
STRAGE BOLOGNA: RAISI (AN), GOVERNO MENTE SU THOMAS KRAM (2)  
IL TERRORISTA TEDESCO ARRIVO' DA CHIASSO ALLE 10,30 E NON ALLE 12,30

(Adnkronos) - "La gravita' - secondo Raisi- sta nel fatto che il delegato del governo, basando le sue risposte sugli elementi forniti dalla Procura della Repubblica di Bologna, ha di fatto cercato di avvalorare un altro gravissimo falso, frutto di manipolazione, contenuto a pag. 230 della Relazione conclusiva dei commissari di sinistra alla Commissione Mitrokhin, del 23 marzo 2006, allorquando - attraverso la sapiente alterazione del testo del telex della polizia di frontiera di Chiasso del 1° agosto 1980 relativo all'arrivo di Kram in Italia, citato fra virgolette - si e' cercato di accreditare la versione secondo la quale il terrorista tedesco sarebbe arrivato a Chiasso alle ore 12,08 del 1° agosto e non alle 10,30 come in realta' avvenne".
"Questa doppia manipolazione della verita' ha poi consentito al diretto interessato, Thomas Kram, in un'intervista pubblicata dal Manifesto il 1° agosto scorso, di dichiarare quanto segue: ''Arrivato a Chiasso il primo agosto 'alle ore 12,08 legali', secondo le note della polizia riportate dalla relazione di minoranza della Mitrokhin, mi fecero scendere dal treno... Mi trattennero per ore. Mi sequestrarono una lettera dell'amica, che spiega il motivo del viaggio. L'appuntamento con lei a Milano salto'. Non riuscii a rintracciarla. Ripresi il treno per Firenze, ma sarei arrivato troppo tardi per trovare un albergo. Decisi di fermarmi a Bologna''.
"Si tratta -osserva l'esponente di Alleanza Nazionale- di falsificazioni e manipolazioni operate in ambito istituzionale di certo non frutto di disattenzione. Cio' e' dimostrato dalle stesse parole di Kram al Manifesto quando, proprio sulla base ''delle note di polizia'' (opportunamente modificate nel contenuto) citate nel Documento conclusivo dell'allora minoranza in Commissione Mitrokhin (n° 377, prot. 4236), l'estremista tedesco ha mentito, ponendo il fermo e la successiva perquisizione ad opera della polizia di frontiera a Chiasso (che si trova in Svizzera) dopo le ore 12,08 del 1° agosto 1980 e non prima come in realta' avvenne". (segue)
(Sin/Col/Adnkronos)
10-OTT-07 17:18

 

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mercoledì, 10 ottobre 2007
I treni in edicola: L’Opinione
(10 ottobre 2007)

L’Opinione, 10 ottobre 2007
Interrogazioni parlamentari sul ruolo del terrorista Thomas Kram
Un errore o una manomissione nella relazione di minoranza della Mitrokin serve a non mettere in discussione la matrice di destra dell’attentato 
«I veri depistaggi sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980»
di  DIMITRI BUFFA
 
 
A proposito dei veri depistaggi sulle indagini per la strage di Bologna del 2 agosto 1980, il ruolo del terrorista del gruppo di Carlos, Thomas Kram, e il senso della sua presenza in Italia, e segnatamente nel capoluogo felsineo, nella stessa data dello scoppio della bomba nella sala d’attesa della seconda classe, sta diventando centrale per capire qualcosa al di là degli schemi e dei pregiudizi ideologici. Che si accontentano della attuale verità processuale che vuole colpevoli Valerio Fioravanti e Francesca Mambro. Che invece da oltre ventisei anni si proclamano innocenti senza sé e senza ma.
Il problema è che esiste una “verità di stato” per avallare la quale qualcuno non ha esitato a alterare le carte. E le prove.
Infatti i veri depistaggi su questa strage sono stati fatti tutti a danno dei due imputati della corona, dal Sismi dell’epoca diretto dal piduista Santovito. E oggi?
Le verità ideologiche che sono dure a morire sembrano avere giocato qualche scherzo anche ai componenti di minoranza della ex commissione Mitrokhin. Che hanno “sbagliato” a ricopiare un telex della polizia di frontiera di Chiasso del 1 agosto 1980 posticipando di due ore l’effettiva entrata in Italia del terrorista del gruppo di Carlos, la famigerata Separat di cui faceva parte anche il Br Valerio Morucci. Una cosa che ha dell’incredibile (viste le accuse che la stessa minoranza di centro sinistra ha sempre fatto all’ex presidente Paolo Guzzanti di manipolare la verità sul caso Mitrokhin) e che è stata tutta raccontata nel blog di un ricercatore, Roberto (sic) Paradisi, le cui indagini sono tutte riassunte nel lungo articolo “treni strettamente sorvegliati”. Articolo che ha dato luogo a ben due interrogazioni parlamentari rimaste per ora senza risposte soddisfacenti.
Al centro del giallo il testo del seguente fonogramma che nella versione originale recita testualmente: “Con treno 307 delle ore 12,08 legali odierne entrato Italia diretto Milano cittadino tedesco KRAM Thomas Michael nato …”. E ancora: “Predetto iscritto R.F. formula 5 et 6/R est stato sottoposto at perquisizione sotto aspetto doganale con esito negativo. Medesimo est qui giunto con treno n° 201 delle ore 10,30 proveniente da Karlsrhue. Firmato: dirigente Ufficio Sicurezza Chiasso Frontiera MAROTTA”
Dal testo appare evidente che Kram era già in Italia alle 10,30 del 1 agosto 1980.
Ma stranamente, leggendo la relazione di minoranza della Commissione Mitrokhin sul punto in questione, lo stesso telegramma appare diverso dall’originale con uno slittamento di due ore dell’entrata in Italia del terrorista Kram: “Con il treno n° 307, alle ore 12,08 legali, Kram è entrato in Italia diretto a Milano”. Poi si legge che Kram “è giunto a Milano con treno n° 201 delle ore 10,30 legali proveniente da Karlsrhue”. Insomma Thomas Kram secondo la versione del telex che si legge nella relazione di minoranza del centro sinistra in commissione Mitrokhin sembrerebbe essere arrivato in Italia al valico di frontiera alle 12,08 e poi identificato e perquisito.
Stranamente questo “equivoco” sarà usato proprio da Kram che, in un’intervista al Manifesto del 1° agosto scorso intitolata paradossalmente “Bologna, l’ultimo depistaggio”, cita proprio la relazione di minoranza per confermare i suoi ricordi relativi
all’ arrivo in Italia, e per giustificare la sua presenza a Bologna il giorno della strage come una pura casualità. Dovuta proprio al fatto che, essendo giunto a Chiasso alle 12,08 per arrivare ad un appuntamento con un’amica a Milano, ed essendo stato trattenuto dalla polizia, fece tardi. E quindi sminuendo la portata della propria presenza a Bologna il giorno della strage. In pratica questo “errore di trascrizione” del telex da parte dei consulenti del centro sinistra nella Mitrokhin fornisce oggettivamente a Kram un alibi.
Peccato, però, che Kram a Chiasso non arriva alle 12,08 ma, come attesta inequivocabilmente il telex, alle 10,30.
In un’interrogazione parlamentare del deputato Enzo Raisi, già tra i membri di An dentro la Mitrokhin, si ipotizza che questa commedia degli equivoci non sia casuale ma anzi sia stata ad arte confezionata per continuare ad accreditare la matrice fascista della strage.
Nella relazione di minoranza si legge che “Kram, quindi, proveniente da Karlsrhue, varca la frontiera italiana alle “12,08 legali” del 1° agosto, diretto a Milano, ed è identificato e sottoposto a perquisizione come prevede l’iscrizione del suo nominativo in Rubrica di Frontiera”. Invece Kram arriva a Milano intorno alle 14 e, come verificato da Paradisi, c’erano “almeno 16 treni che avrebbero permesso al tedesco di raggiungere Bologna con 9 coincidenze utili per giungere a Firenze entro le 23,08 del 1° agosto”.
Per Gian Paolo Pelizzaro, giornalista ed ex consulente della Mitrokhin, “la manipolazione è da manuale: invertendo il prima col dopo, la Relazione del 23 marzo 2006 crea nella mente di un lettore distratto e ignaro l’idea che il fermo e la perquisizione subita dall’estremista tedesco da parte degli agenti agli ordini del commissario Emanuele Marotta siano due eventi collocabili dopo le ore 12,08 e non prima, come in realtà avvenne”. Pelizzaro ricorda impietosamente che “anche il sottosegretario alla Giustizia, nella sua risposta fornita alla Camera il 25 gennaio scorso, è incorso in questo grave errore: sarebbe ora interessante sapere su quali elementi il ministero della Giustizia ha elaborato la propria risposta al Parlamento.”
Di certo per ora c’è solo che il terrorista del gruppo di Carlos basa su questo errore, o manipolazione, a seconda dei punti di vista, il proprio alibi per il 2 agosto e per la propria presenza casuale nella città di Bologna il giorno della strage.
E per spiegare l’errore di trascrizione dei consulenti della Mitrokhin della allora minoranza di centro sinistra ci sono tante ipotesi ma anche tanti sospetti. E persino tanti indizi. E, come dice il senatore a vita che più di una volta ha fatto da puntello all’attuale maggioranza, “a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca spesso”.

 

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venerdì, 05 ottobre 2007
I treni in edicola: Il Roma
(5 e 6 ottobre 2007)

Il Roma, 5 ottobre 2007 - pag. 9
 
LA STRAGE
Nella relazione del centrosinistra alla Mitrokhin alterato il telex sull’ingresso in Italia dell’estremista tedesco sospettato dell’attentato
 
«Bologna, l’ultima manipolazione»
di  VINCENZO NARDIELLO
 
 
ROMA. Una clamorosa manipolazione che investe l’alibi di Thomas Kram, l’estremista tedesco fortemente sospettato - in base agli atti e documenti prodotti dall’ex commissione Mitrokhin - di aver partecipato alla strage di Bologna del 2 agosto ’80 (nella foto) per conto dell’organizzazione del superterrorista Carlos. Tutto ruota attorno al telex della Polizia di frontiera di Ponte Chiasso, al confine italo-svizzero, del 1° agosto ’80, che fotografa l’ingresso di Kram in Italia. Eccolo nella sua forma testuale:
«Con treno 307 delle ore 12,08 legali odierne entrato Italia diretto Milano cittadino tedesco KRAM Thomas Michael nato (...)». E ancora: «Predetto iscritto R.F. formula 5 et 6/R est stato sottoposto at perquisizione sotto aspetto doganale con esito negativo. Medesimo est qui giunto con treno n° 201 delle ore 10,30 proveniente da Karlsrhue. Firmato: dirigente Ufficio Sicurezza Chiasso Frontiera MAROTTA».
A che ora Kram giunge a Ponte Chiasso, ultimo comune elvetico prima del confine con l’Italia? Il telex è chiaro: «Medesimo est qui giunto con treno n° 201 delle ore 10,30 proveniente da Karlsrhue», dove Kram viene perquisito e poi fatto salire sul treno rapido 307 che alle 12,08 parte da Chiasso diretto a Milano (dove l’arrivo è previsto alle 14).
Nella relazione presentata dai commissari del centrosinistra nella Mitrokhin, a pagina 230, la frase attribuita al dirigente di Chiasso, citata tra virgolette, diventa: «Con il treno n° 307, alle ore 12,08 legali, Kram è entrato in Italia diretto a Milano». E poco dopo si aggiunge che Kram «è giunto a Milano con treno n° 201 delle ore 10,30 legali proveniente da Karlsrhue». Uno scambio di treni e orari che induce chi legge a percepire un dato temporale falso: e cioè che l’estremista tedesco sarebbe arrivato al valico di frontiera alle 12,08 e poi identificato e perquisito. Un giochetto di orari in apparenza innocuo e banale, ma che Kram utilizzerà, citando – in un’intervista al Manifesto del 1° agosto scorso - proprio la relazione di minoranza, per confermare i suoi ricordi relativi al suo arrivo in Italia, giustificando la sua presenza a Bologna il giorno della strage come una pura casualità dovuta proprio al fatto che, essendo giunto a Chiasso alle 12,08 per arrivare ad un appuntamento con un’amica a Milano, ed essendo stato trattenuto dalla polizia, fece tardi. Nessun piano preordinato dunque. Il punto, però, è che Kram a Chiasso non arriva alle 12,08 ma, come attesta inequivocabilmente il telex, alle 10,30.
Ed è proprio nel documento del centrosinistra che si consuma la manomissione del testo del telex. A scoprirla è stato il blogger Gabriele Paradisi assieme ai collaboratori del suo battagliero sito: «Noi abbiamo fatto semplicemente l’analisi dei testi - afferma Paradisi – riscontrando qualcosa che sembra più di una leggerezza.
[come tutti i lettori di questo blog sanno, il merito principale di questa scoperta va in realtà assegnato a François de Quengo de Tonquédec, NdR]
Le citazioni sono manipolate e il significato cambia. Ma non è compito nostro stabilire perché ciò sia avvenuto, non sta a noi fare queste considerazioni e verifiche, ma ad altri». La vicenda è arrivata anche in Parlamento grazie ad un’interpellanza urgente ai ministri dell’interno e della Giustizia firmata da 37 parlamentari della CdL, primo firmatario Enzo Raisi (An).
Nella relazione di minoranza si legge che «Kram, quindi, proveniente da Karlsrhue, varca la frontiera italiana alle “12,08 legali” del 1° agosto, diretto a Milano, ed è identificato e sottoposto a perquisizione come prevede l’iscrizione del suo nominativo in Rubrica di Frontiera». Invece Kram arriva a Milano intorno alle 14 e, come verificato da Paradisi, c’erano «almeno 16 treni che avrebbero permesso» al tedesco di raggiungere Bologna con 9 coincidenze utili per giungere a Firenze «entro le 23,08 del 1° agosto».
Per Gian Paolo Pelizzaro, giornalista ed ex consulente della Mitrokhin, «la manipolazione è da manuale. Invertendo il prima col dopo, la Relazione del 23 marzo 2006 crea nella mente di un lettore distratto (e ignaro) l’idea che il fermo e la perquisizione subita dall’estremista tedesco da parte degli agenti agli ordini del commissario Emanuele Marotta siano due eventi collocabili dopo le ore 12,08 e non prima, come in realtà avvenne». Non solo: Pelizzaro ricorda che «anche il sottosegretario alla
Giustizia, nella sua risposta fornita alla Camera il 25 gennaio scorso, è incorso in questo grave errore. Sarebbe ora interessante sapere su quali elementi il ministero della Giustizia ha elaborato la propria risposta al Parlamento.
Ciò che inquieta è il fatto che, proprio sulla base di queste alterazioni della verità, Kram - proprio nell’intervista pubblicata il 1° agosto scorso dal Manifesto - ha mentito, fornendo un alibi falso finalizzato a dimostrare che la sua presenza a Bologna il 2 agosto 1980 era del tutto casuale, e non causale. A questo punto occorre capire perché Kram si è preso la briga di riferire alla stampa cose non vere».

Il Roma, 6 ottobre 2007 – pag. 8

 

L’INTERVISTA

Pelizzaro, ex consulente della commissione Mitrokhin: è inquietante la  manipolazione del telex.

 

«Bologna, l’alibi di Kram è falso» 

di  VINCENZO NARDIELLO

 

ROMA. È l’uomo che a 25 anni dalla strage di Bologna (nella foto) ha ritrovato i materiali relativi a Thomas Kram - l’estremista tedesco fortemente sospettato di aver avuto un ruolo nell’attentato - compreso il telex della Polizia di frontiera di Ponte Chiasso che attesta il suo ingresso in Italia. Gian Paolo Pelizzaro, giornalista ed ex consulente della commissione Mitrokhin, tiene a precisare che «tutto ciò è stato possibile grazie allo straordinario contributo fornito dal Ministero dell’Interno, dal direttore centrale e dal capo di gabinetto della polizia di prevenzione e dalla Digos di Bologna».

 

Perché è importante fissare il fermo e la perquisizione di Kram a dopo le 12,08 e non un’ora e mezza prima, come attesta il telex della polizia di frontiera di Ponte Chiasso?

«Perché successivamente gli venne permesso di entrare in Italia. Dunque stabilire con certezza documentale questo orario permette di fissare un elemento definitivo nel già ambiguo alibi di Kram».

 

Quest’ora e mezza di differenza cosa determina?

«Nell’arco di una giornata è uno scostamento minimo e non cambia niente nella dinamica dei fatti. Se invece vogliamo collocare il momento in cui viene intercettato e perquisito a dopo le 12,08, l’arco temporale si riduce e permette a Kram di dire, (così come ha fatto) di avere accumulato un ritardo a causa della polizia italiana e, quindi, di essersi fermato per puro caso a Bologna invece che a Firenze, dove ha affermato di essere diretto». Kram afferma di essere stato perquisito «per ore» dalla polizia, ma dal testo del telex si evince che, giunto alle 10,30, alle 12,08 era già salito sul treno 307 con destinazione Milano… «La perquisizione sotto l’aspetto doganale, così come imponeva il provvedimento che dal maggio ’80 gravava su Kram, si è sviluppata da parte del personale del posto di polizia internazionale di Chiasso nell’arco di un’ora, al termine della quale, avendo avuto esito negativo, Kram è stato rilasciato. Il primo treno utile che poteva prendere era il rapido 307 delle 12,08».

 

Kram ha mentito?

«Su tutto ciò che ha detto relativamente ai motivi e ai tempi del suo ingresso in Italia e la sua presenza a Bologna sì, fondando le sue falsità su delle interpretazioni quanto meno ambigue di un telex della polizia di frontiera che nel suo testo originale è chiaro e non lascia spazio alle interpretazioni».

 

Perché è grave la manipolazione?

«Perché con impercettibili modifiche del testo originale del telex si è alterata la reale dinamica dei fatti. Sulla base di questo Kram ha mentito».

 

Questa scoperta è in grado offrire nuovi spunti ai magistrati che hanno avviato la rogatoria internazionale per interrogare Kram?

 «Spero che questa scoperta porti elementi a favore degli inquirenti, sono convinto che alla polizia giudiziaria e alla Digos questo dato non è sfuggito».

 

Al Governo però è sfuggito.

«Sicuramente, ed è incorso in un grave errore. Ma sono convinto che gli investigatori un elemento di fatto così importante non possono trascurarlo, perché Kram ha già fissato i punti salienti del suo alibi che, se gli orari sono esattamente quelli scritti nel telex, presenta un buco di 10 ore difficilmente colmabile».

 

Kram afferma di non aver mai avuto a che fare con Carlos.

«È stato Carlos ad aver affermato di ricordare magicamente il nome di Kram come quello di colui che usciva dalla stazione pochi istanti prima dell’esplosione. Rimane il fatto incontrovertibile, a meno che non si vogliano ignorare i documenti provenienti dall’ex Ddr che lo attestano, che Kram, insieme a Johannes Weinrich, faceva parte del segmento tedesco di “Separat”, dal 1979 arruolato nel gruppo Carlos. Il nome di Kram è inserito “in pianta stabile” - così affermano i rapporti della Stasi - nell’organizzazione capeggiata da Carlos e Weinrich».

 

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mercoledì, 03 ottobre 2007
I treni in Parlamento

Aggiornamento del 4 ottobre 2007:
La risposta all'interrogazione (prevista entro la fine di questa settimana) è stata posticipata alla prossima settimana - forse giovedì 11 ottobre - il tempo per gli uffici di rileggere i documenti e fare le controdeduzioni per il governo chiamato in causa.

Si narra che il 6 gennaio 1896, alla prima proiezione del cortometraggio dei fratelli Auguste e Louis Lumière “L'arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat”, gli spettatori spaventati fuggirono dal cinema per paura di essere travolti.
 
Anche ieri mattina, 2 ottobre 2007, “altri treni” sono apparsi in un’aula austera e sontuosa spaventando, forse come allora, alcuni “spettatori”.
L’aula: quella autorevole del Parlamento della Repubblica italiana.
 
Trentasei deputati hanno infatti presentato un’interpellanza urgente al Ministro dell’Interno e al Ministro della Giustizia sui fatti riportati nei nostri precedenti articoli "Il Patto terza parte" e “Treni strettamente sorvegliati”.
 
Di seguito riportiamo il testo dell’interpellanza nella sua integralità:
 
Allegato B
Seduta n. 215 del 2/10/2007

Pag. 8337


...
INTERNO
Interpellanza urgente (ex articolo 138-bis del regolamento):
I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro dell'interno, il Ministro della giustizia, per sapere - premesso che:
in data 25 gennaio 2007, il sottosegretario alla giustizia Luigi Scotti, nel rispondere all'interpellanza urgente 2-00324, dichiarava testualmente: «In una nota trasmessa dalla polizia di frontiera di Chiasso, si segnala che Kram, partito da Karlsruhe alle ore 10,30 del 1o agosto 1980, con treno n. 201, risulta essere entrato in Italia alle 12,08, diretto a Milano, dal valico di frontiera di Chiasso»;
la risposta del Governo suscita forti e motivate perplessità, poiché è inverosimile che il treno espresso internazionale (a lunga percorrenza) 201 con a bordo il terrorista tedesco Thomas Kram abbia coperto la distanza che separa Karlsruhe da Chiasso (cioè 480 chilometri) in poco più di un'ora e mezza;
l'elemento di falsità trova riscontro dal confronto tra le dichiarazioni rese in Aula dal delegato del Governo in data 25 gennaio 2007 e le tabelle riportate nell'Orario Ufficiale delle Ferrovie italiane dello Stato (in vigore dal 1o giugno al 27 settembre 1980), così come conservato presso la Direzione centrale delle Ferrovie dello Stato, da cui si evince che il treno 201 (Holland Italien Express) - citato nella risposta fornita dal sottosegretario Scotti - partiva da Karlsruhe alle ore 3,41 e arrivava a Chiasso alle ore 10,21;
il 201 risulta essere l'unico treno che, partendo da Amsterdam e fermandosi alle stazioni di Karlsruhe, Basilea e Lucerna, giungeva a Chiasso alle ore 10,21. Per altro verso, non vi è, alcun treno 201 che perveniva a Chiasso alle ore 12,08, come

Pag. 8338

invece sostenuto dal delegato del governo nella sua risposta all'interpellanza urgente 2-00324 del 23 gennaio 2007;
dall'esame del citato Orario Ufficiale dei treni delle Ferrovie italiane dello Stato, in vigore dal 1o giugno al 27 settembre 1980, il treno espresso internazionale 201 Holland Italien Express per andare da Karlsruhe a Chiasso ci impiegava non meno di 6 ore e 50. E non un'ora e mezza così come sostenuto dal sottosegretario Scotti;
in data 1o agosto 2007, il quotidiano comunista Il Manifesto pubblicava un articolo-intervista al noto terrorista tedesco Thomas Kram dal suggestivo titolo «Bologna, l'ultimo depistaggio» a firma Guido Ambrosino;
l'autore del citato articolo, fra l'altro, scrive: «Agosto, tempo di vacanze. Kram voleva rivedere amici conosciuti a Perugia dove aveva frequentato due corsi d'italiano, dal settembre al dicembre 1979, e dal gennaio al marzo 1980»;
proprio Kram afferma: «A Milano mi aveva invitato un'austriaca, che lì insegnava tedesco. Avrei pernottato da lei e il giorno dopo avrei proseguito per Firenze»;
sempre Kram aggiunge: «Arrivato a Chiasso il primo agosto "alle ore 12,08 legali", secondo le note della polizia riportate dalla relazione di minoranza della Mitrokhin, mi fecero scendere dal treno. Dovevano avere avuto una segnalazione dalla Germania»;
sempre dalla medesima intervista, Kram afferma: «Mi trattennero per ore. Mi sequestrarono una lettera dell'amica, che spiega il motivo del viaggio. L'appuntamento con lei a Milano saltò. Non riuscii a rintracciarla. Ripresi il treno per Firenze, ma sarei arrivato troppo tardi per trovare un albergo. Decisi di fermarmi a Bologna»;
raccontando cosa fece a Bologna la mattina del 2 agosto 1980, Kram afferma: «Mi svegliai tardi, feci colazione in qualche caffè vicino piazza Maggiore. Poi mi incamminai verso la stazione su una grande strada, forse via dell'Indipendenza. Le sirene tranciavano l'aria. Da lontano vidi sul piazzale della stazione il lampeggiante di ambulanze e mezzi dei pompieri. Si capiva che era successo qualcosa di grave. Non mi avvicinai - prosegue Kram nell'intervista a Il Manifesto -. Dopo l'esperienza del giorno prima a Chiasso non volevo incappare in nuovi controlli di polizia. Un taxi mi portò alla stazione delle autocorriere. A Firenze arrivai in pullman. Rimasi forse quattro, cinque giorni. Poi tornai in Germania»;
il tedesco, commentando quanto dichiarato dal noto terrorista venezuelano Carlos in due interviste (la prima rilasciata a Il Messaggero il 1o marzo del 2000 e la seconda al Corriere della Sera il 23 novembre 2005), secondo il quale Kram sarebbe saltato giù dal treno pochi minuti prima che scoppiasse la bomba (al Corriere della Sera Carlos aveva specificato che quel «compagno» presente alla stazione di Bologna la mattina della strage era in effetti proprio Thomas Kram, dei quale ricordava il nome, e che - come risulterebbe da un rapporto scritto dell'Organizzazione dei Rivoluzionari Internazionalisti (ORI), della quale Carlos era a capo - costui («il compagno tedesco» era uscito dalla stazione pochi istanti prima dell'esplosione), replicava testuale: «Non arrivai a Bologna "pochi minuti prima dell'esplosione". Avevo non so se una borsa o una valigia, perquisita a Chiasso. Né potevo essere una vittima "predestinata" (come ha ipotizzato Carlos, aggiungendo che Kram sarebbe stato pedinato da agenti dei nostri servizi segreti, nda): nemmeno io sapevo, fino alla sera del primo agosto, che mi sarei fermato a Bologna, e non a Milano» -:
su quali elementi e informazioni il sottosegretario Scotti ha basato la sua risposta all'interpellanza urgente 2-00324 resa durante la seduta del 25 gennaio 2007;
a che ora Kram Thomas Michael, cittadino tedesco, nato a Berlino il 18

Pag. 8339

luglio 1948, risulta - sulla base delle informazioni agli atti della Pubblica sicurezza - aver varcato il confine italiano a Chiasso, la mattina del 1o agosto 1980, proveniente da Karlsruhe con treno 201;
se risulta - agli atti della Pubblica sicurezza - che Kram, così come da esito della perquisizione subita la mattina del 1o agosto 1980, avesse al seguito uno o più bagagli (borse, valigie, eccetera);
a che ora Thomas Kram risulta aver preso il treno diretto 307 Chiasso-Milano, sempre il 1o agosto 1980, secondo gli atti della Pubblica sicurezza (polizia di frontiera di Ponte Chiasso);
a che ora del 1o agosto 1980 venne inoltrato alle competenti articolazioni del ministero dell'interno il telex predisposto dal dirigente dell'Ufficio sicurezza di Chiasso Frontiera, dottor Emanuele Marotta in ordine all'arrivo di Thomas Kram in territorio italiano;
se, risulti al Governo che all'epoca delle indagini sulla strage di Bologna, gli organi inquirenti ebbero modo di raccogliere le testimonianze scritte dei tassisti in servizio nei pressi della stazione ferroviaria la mattina del 2 agosto 1980 e se fra queste testimonianze vi sia qualcuno che abbia riferito, a verbale, di aver preso a bordo, quella mattina, un turista tedesco diretto al terminal delle autocorriere;
se agli atti della Pubblica sicurezza risulti che Thomas Kram abbia soggiornato a Firenze il 2 agosto 1980 e i giorni seguenti;
se, più in generale, vi siano tracce di Thomas Kram a Firenze, prima e dopo la strage di Bologna;
se risultino, agli atti della Pubblica sicurezza, eventuali tracce di Thomas Kram (ingressi, soggiorni, pernotti, domicilio, residenza, segnalazioni, permanenza o transito a vario titolo nei nostro territorio) in Italia tra il 2 agosto 1980 e il 4 dicembre 2006, giorno della sua costituzione alle autorità tedesche, così come riportato dalle agenzie di stampa l'11 gennaio 2007.
(2-00766) «Raisi, Lamorte, Ulivi, Lo Presti, Mazzocchi, Mancuso, Alberto Giorgetti, Perina, Contento, Pedrizzi, De Corato, Martinelli, Frassinetti, Angela Napoli, Gamba, Moffa, Holzmann, Cirielli, Bocchino, Proietti Cosimi, Benedetti Valentini, Amoruso, Airaghi, Zacchera, Cosenza, Ciccioli, Patarino, Leo, Giorgio Conte, Consolo, Foti, Filipponio Tatarella, Garnero Santanchè, Angeli, Germontani, Migliori».
 
 
La risposta del Governo ai quesiti dell’interpellanza urgente dovrà avvenire entro la fine di questa settimana.
 

 
 
Bibliografia
 
Sulla presenza di Thomas Kram a Bologna l’1 e il 2 agosto 1980, ovvero in concomitanza con la strage alla stazione, sono state negli anni presentate altre interpellanze parlamentari.
Di seguito una raccolta di link:
 
Fragalà, 28 luglio 2005 (interpellanza urgente 2-01636)
http://legislature.camera.it/_dati/leg14/lavori/stenografici/btestiatti/2-01636.htm
 
La Russa, 22 novembre 2005 (interpellanza 2-01734)
http://legxv.camera.it/_dati/leg14/lavori/stenografici/sed733/aurg08.htm
discussione 19 gennaio 2006
http://legxiv.camera.it/_dati/leg14/lavori/stenografici/sed733/s460.htm
 
La Russa, 23 gennaio 2007 (interpellanza urgente 2/00324)
http://banchedati.camera.it/sindacatoispettivo_15/showXhtml.asp?highLight=0&idAtto=7319&stile=6
Discussione
http://www.camera.it/resoconti/dettaglio_resoconto.asp?idLegislatura=15&idSeduta=0098&resoconto=stenografico&tit=00080&fase=00090
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venerdì, 21 settembre 2007
Treni strettamente sorvegliati…
(by “5 - cinque - 5”)
 
PREMESSA
 
Cari lettori di questo blog, tenetevi forte.
Qui si parla di treni, e probabilmente non è una “coincidenza”, perché credo si possa dire di essere giunti al “capolinea”.
Quanto sarà ora esposto è a nostro avviso di una tale gravità, che ciò che dovrebbe conseguirne non può essere più di competenza di semplici bloggers, ma debba per forza di cose essere seguito dalla magistratura e dagli organi del parlamento.
 
Dallo scorso mese di novembre, una certa informazione nazionale ed internazionale ha compiuto un enorme sforzo per rappresentare le attività in seno alla Commissione Parlamentare “Mitrokhin”, come attività principalmente illegittime e finalizzate alla realizzazione di “falsi dossier” e di “false prove” da usare come strumento politico.
 
Noi ci siamo battuti con ogni forza contro queste accuse rivolte alla Commissione, non ravvisando solide prove o solidi indizi a conferma di tali accuse.
Ci sbagliavamo…
Oggi sappiamo che almeno una manipolazione, una manomissione, ed in verità di eccezionale gravità, c’è effettivamente stata.
Però non commessa da Paolo Guzzanti, o da Mario Scaramella, ma, udite udite, dai Commissari di minoranza nel "Documento conclusivo" (23 marzo 2006).
 
È stata individuata una manipolazione, confrontando la trascrizione di un telex riportata in virgolettato nella Relazione di Minoranza, con il contenuto del medesimo telex così come citato in forma TESTUALE ed INTEGRALE nel documento “RELAZIONE sul gruppo Separat e il contesto dell’attentato del 2 agosto 1980” di Lorenzo Matassa e Gian Paolo Pelizzaro, depositata agli archivi della Commissione.
 
Quanto ne risulta, è agghiacciante, ed in un paese civile e che funziona, potrebbe sortire a conseguenze clamorose.
 
 
Partiamo dal “reperto”: il Telex della polizia di Frontiera di Ponte Chiasso, del 1° agosto 1980.
Questo è il solo documento (insieme alle allegate pezze giustificative in originale, tipo la fotocopia del biglietto ferroviario acquistato da Thomas Kram in Germania in cui si vede che è salito esattamente sull’Espresso 201 diretto in Italia), al quale tutti si devono per forza di cose riferire. E quindi anche i Commissari dell’allora minoranza.
Il Telex della Polizia di Frontiera di Ponte Chiasso del 1° agosto 1980, trasmesso per competenza a Roma alle varie articolazioni del ministero dell’Interno e alle Questure di Milano e Como, riferisce testuale:
 
“Con treno 307 delle ore 12,08 legali odierne entrato Italia diretto Milano cittadino tedesco KRAM Thomas Michael nato 18.7.1948 Berlino et residente Bochum (Germania), Pilgrimstrasse 44, munito carta identità tedesca n° G7008331, rilasciata Bochum il 25 marzo 1975. Predetto iscritto R.F. formula 5 et 6/R est stato sottoposto at perquisizione sotto aspetto doganale con esito negativo. Medesimo est qui giunto con treno n° 201 delle ore 10,30 proveniente da Karlsrhue”.
Firmato: dirigente Ufficio Sicurezza Chiasso Frontiera MAROTTA.
 
Corretta interpretazione:
Il funzionario di polizia italiano, Marotta, avverte in tempo reale che Kram sta entrando in Italia col treno 307 delle 12,08 (orario di partenza da Chiasso, stazione Internazionale attraversata dal confine italo/svizzero), diretto a Milano (dove arriverà se il treno è in orario alle 12,57). Il Telex dichiara anche che Kram era stato precedentemente sottoposto a perquisizione sotto aspetto doganale, appena giunto a Chiasso col treno 201 delle 10,30 proveniente da Karlsruhe.
 
La frase iniziale (“Con treno 307 delle ore 12,08 legali odierne entrato Italia diretto Milano”) se usata asetticamente avulsa dal resto del Telex e non ragionando su dove ci si trova, sembrerebbe da sola dimostrare che Kram arrivando dopo mezzogiorno in Italia, trattenuto per ore dalle autorità; non sarebbe riuscito a giungere a Firenze prima della mezzanotte. Con questo stratagemma, dunque, si avvalla il suo alibi laddove egli sostiene di essersi “dovuto” fermare a Bologna la notte precedente la strage solo a causa di quel “contrattempo” a Chiasso.
 
E infatti nella Relazione di minoranza (pag. 231) si riporta:
«Secondo quanto riferito nel telegramma datato 1°agosto 1980 e nella raccomandata datata 2 agosto 1980 dal dirigente dell'ufficio sicurezza Chiasso Frontiera, Thomas Kram entra in territorio italiano il 1° agosto 1980, alle ore 12,08, proveniente da Karlsruhe e diretto a Milano».
 
Gli autori della Relazione di minoranza (commissari e consulenti) possono decidere “legittimamente” (e lo faranno) di ignorare il riscontro e l’analisi degli orari ferroviari, dai quali facilmente si poteva ricostruire - senza alcun dubbio - la cronologia esatta degli eventi. Noi viceversa questa verifica la facciamo.
 
Analisi dell’Orario Ferroviario.
Il Telex cita due treni: il 201 e il 307.
Il 201 (Holland-Italien Express) parte da Amsterdam, transita da Colonia e da Karlsruhe e arriva a Chiasso (Versante Svizzero) intorno alle 10,12 del 1° agosto 1980; alle 10,30 dopo i controlli doganali, il treno entra nel versante italiano della stazione. Il treno 307 (Diretto) parte da Chiasso (Versante italiano della stazione) alle 12,13 dopo esserci arrivato alle 12,08 e giunge a Milano alle 12,57.
 
È dunque vero che alle ore 12,08 Kram “entra in Italia diretto a Milano”, ma solo perché a Chiasso (che ripetiamo è attraversata dal confine) è stato fatto salire dagli agenti della Polizia di Frontiera, sul treno 307 che entra in territorio italiano (il versante italiano della stazione) alle 12,08, treno che lo farà giungere a Milano alle 12,57.
In realtà, da Karlsruhe Kram è arrivato col treno 201 e, infatti, giustamente Marotta scrive sul Telex: “Medesimo est qui giunto con treno n° 201 delle ore 10,30 proveniente da Karlsrhue”, dove “qui sta ovviamente per Chiasso ed è dunque in quel momento (alle ore 10,30) che viene fermato e sottoposto a perquisizione.
 
Invece nella Relazione di minoranza si legge (pag. 230) [il virgolettato è attribuito al telegramma,del tutto privo di puntini di sospensione, quindi da considerare trascrizione letterale, Ndr]:
 
«1° agosto 1980. Il capo dell' Ufficio sicurezza Chiasso Frontiera, Emanuele Marotta, a mezzo telegramma, informa Polintemi, Polzona, questure di Roma, Milano, Como che Kram è entrato in territorio italiano. Il dirigente riferisce che "con il treno n. 307, alle ore 12,08 legali, Kram è entrato in Italia diretto a Milano; è munito di Carta d'identità tedesca nr. G7008331 rilasciata a Bochum 25.3.75; è stato sottoposto a perquisizione con esito negativo. È giunto a Milano con treno nr. 201 delle ore 10,30 legali proveniente da Karlsruhe". Kram, quindi, proveniente da Karlsruhe, varca la frontiera italiana alle "12,08 legali" del 1° agosto, diretto a Milano, ed è identificato e sottoposto a perquisizione come prevede l'iscrizione del suo nominativo in Rubrica di frontiera».
 
Da notare il “ed è identificato” che suppone una ben precisa sequenza temporale rispetto alla precedente azione di ingresso in Italia; facendo così intendere che se Kram viene perquisito per ore dopo le 12,08 orario d’ingresso in Italia, non era di certo in grado di giungere a Firenze.
 
Ora, come si fa a depotenziare la frase (“Medesimo est qui giunto con treno n° 201 delle ore 10,30 proveniente da Karlsrhue”), che inequivocabilmente fissa alle 10,30 l’arrivo di Kram al posto di frontiera e che quindi fissa alle 10,30 (e non alle 12,08!) l’inizio del suo fermo e perquisizione?
Semplice.
La frase la si modifica, ignorando (o premeditando) le gravi implicazioni che ciò innesca, ma che sono spiegabili solo consultando gli orari dei treni.
La frase del Telex:
“Medesimo est qui [Chiasso, Ndr] giunto con treno n° 201 delle ore 10,30 proveniente da Karlsrhue”,
pertanto diventa:
È giunto a Milano [Sic] con treno n. 201 delle ore 10,30 legali proveniente da Karlsruhe".
 
Gli aspetti inquietanti della vicenda riguardano anche, e soprattutto, due interviste comparse, rispettivamente, prima e dopo la pubblicazione della Relazione di minoranza (23 marzo 2006).
La prima sembra preparare il terreno a ciò che verrà scritto.
La seconda “interpreta” in maniera palese ciò che si voleva far credere.
 
1) - Il 1° dicembre 2005, Primo Di Nicola in un suo articolo su L'espresso dal titolo "Teorema Mitrokhin" (http://www.archivio900.it/it/articoli/art.aspx?id=6803), intervistando Fedora Raugei (che ha contribuito alla stesura della Relazione di Minoranza), scrive:
«Il 1° agosto 1980, il posto di frontiera di Chiasso informa il Ministero che con treno 307, alle 12,08 Kram entra in Italia diretto a Milano. Viene anche perquisito con esito negativo».
Anche in questo caso, si dichiara ciò che verrà lasciato intendere nella Relazione e cioè che Kram viene perquisito dopo le 12,08.
 
2) - Il 1° agosto 2007, Guido Ambrosino da Berlino in un suo articolo-intervista su il manifesto dal titolo “L’ultimo depistaggio”
(http://www.errenews.altervista.org/modules.php?name=News&file=article&sid=611), intervistando lo stesso Kram, scrive:
«Arrivato a Chiasso il primo agosto “alle ore 12,08 legali”, secondo le note della polizia riportate dalla relazione di minoranza della Mitrokhin [strano peraltro che Kram per rievocare ciò che accadde si senta in obbligo di citare la Relazione di minoranza con le stesse parole, Ndr], mi fecero scendere dal treno. Dovevano avere avuto una segnalazione dalla Germania»… «Mi trattennero per ore. Mi sequestrarono una lettera dell'amica, che spiega il motivo del viaggio. L'appuntamento con lei a Milano saltò. Non riusciì a rintracciarla. Ripresi il treno per Firenze, ma sarei arrivato troppo tardi per trovare un albergo. Decisi di fermarmi a Bologna».
Ciò che nella Relazione i commissari non potevano scrivere apertamente, viene fatto dire a Kram di persona.
 
Il Kram (come ha ben spiegato il funzionario di polizia Marotta) arriva a Milano col treno 307, dunque intorno alle ore 13.
 
Dalle 13,20 in poi abbiamo riscontrato almeno 16 (sedici) treni che avrebbero permesso al terrorista tedesco di giungere a Bologna prima dell’una di notte (ore 0,57, orario d’arrivo dell’ultimo treno); con ben 9 (nove) coincidenze utili da Bologna per giungere a Firenze entro le 23,08 del 1° agosto.
 
 
CONCLUSIONI
 
1)       Nella relazione finale di minoranza della Commissione Parlamentare “Mitrokhin” è riportato in virgolettato (e quindi con presunzione di fedele testualità) un telex (erroneamente definito telegramma) proveniente dalla polizia di frontiera di Chiasso GRAVEMENTE MANIPOLATO rispetto al testo originale.
2)       La manipolazione inquina gravemente la narrazione dei fatti. Si attribuisce a Kram il trasferimento da Chiasso a Milano con treno 201 da Karlsruhe ed arrivo a Milano ad orario imprecisato, mentre invece Kram è giunto a Milano alle 12,57 con treno diretto ITALIANO n° 307.
3)       Tra le 12,57 del 1° agosto (ora di arrivo in Milano) e le 00,57 (ora presumibile di arrivo in albergo a Bologna) intercorrono esattamente 12 ore.
4)       Kram nell’intervista al Manifesto mente, basandosi sul testo del telex così come trascritto nella relazione di minoranza della Commissione Parlamentare (cui infatti egli, guarda caso, si richiama esplicitamente), e smentito invece dal telex originale, cioè nella sua narrazione fedele e priva di manomissioni. Egli afferma di essere stato perquisito alla dogana dopo le 12,08 e di essere stato ivi trattenuto alcune ore, non riuscendo successivamente a fare di meglio che raggiungere Bologna dopo la mezzanotte, ove avrebbe dovuto per forza sostare allo scopo di dormire in albergo. Si tratta di una clamorosa bugia perché in realtà “12,08” rappresenta l’orario di partenza da Chiasso del diretto 307, giunto a Milano alle 12,57.
 

 

PS

Merita un'attenta lettura il commento #65 di Sextus. Nella sua "Filologia non classica applicata", tra le altre cose, egli evidenzia una "sostituzione" di preposizioni che altera in maniera eclatante il significato dell'intero testo:

"Se si prescinde dalle intenzioni che hanno mosso i commissari di minoranza (mi è venuto di pensare anche ad una sorta di “autoinganno quasi inconsapevole”) e da tutte le numerose alterazioni classificabili come “minuzie”, che non alterano il contenuto sostanziale del telex, sta di fatto che rimangono due punti fondamentali. A me pare che l’ “alterazione” più significativa, forse anche di più della “pesante” sostituzione di “Medesimo est qui giunto” di [1=testo del telex] con “È giunto a Milano” di [2a=“trascrizione” dei commissari di minoranza], sia l’intervento nella prima riga di [2a], vale a dire la “creazione” (qui il termine mi sembra appropriato) dell’inciso “, alle ore 12,08 legali,”, mediante l’introduzione di due virgole (dopo “307” e “legali”) che non ci sono in [1], e con la sostituzione della preposizione “delle” di [1] con “alle” di [2a].

Questa “modificazione”, all’apparenza, forse, non particolarmente evidente, è quella che poi “produce” di fatto l’effetto (voluto o non voluto, poco importa) più importante. Nel testo di [1], infatti (“Con treno 307 delle ore 12,08 legali odierne”), la specificazione “delle ore 12,08 legali odierne” si riferisce chiaramente al “treno 307”, mentre in [2a] la creazione dell’inciso “, alle ore 12,08 legali,” finisce per riferirsi a Kram, nome che viene spostato rispetto alla sua collocazione in [1]. Si “crea” così il risultato (ribadisco, voluto o non voluto, poco importa) che l’entrata (nel senso di transito) di Kram in Italia diventa la sua “sosta”, a partire (apparentemente) appunto dalle ore 12,08. Effetto rafforzato poi, medianti i tagli del testo di [1] non segnalati in [2a], dalla citazione della sua perquisizione"
  

postato da: GabrielParadisi alle ore 21/09/2007 19:51 | Permalink | commenti (769)
categoria:mitrokhin, misteri d italia, strage stazione
lunedì, 10 settembre 2007
Il “Patto”, terza parte
di François de Quengo de Tonquédec

Aggiornamento del 13 settembre 2007:
Con la consueta accuratezza l’amico Sextus ha proseguito la ricerca iniziata da François scoprendo un piccolo dettaglio di un certo interesse che val la pena pubblicare.
 
…A proposito della ipotetica presenza della Fröhlich a Bologna, nell’articolo si cita la dichiarazione resa alla Digos di Bologna da Rodolfo Bulgini il 28 giugno 1982; il testo della citazione è tratto dal Documento conclusivo di minoranza (2006), pp. 239-240 della Commissione Mitrokhin. Va fatto notare che i commissari di minoranza hanno operato un taglio nel testo della deposizione. Ecco il punto incriminato:

"La vidi per la prima volta il pomeriggio del 1° agosto 1980 verso le ore 18,00 e parlava con un portiere di cui adesso non ricordo il nome [...]. La donna...”.

Il testo nascosto dentro alla parentesi quadra è reperibile nel parallelo Documento conclusivo di maggioranza (2006) della stessa Commissione. Alla nota 54 di p. 296, che riporta la medesima deposizione di Bulgini, si legge quanto segue a proposito del testo espunto:

Venni a sapere pochi giorni dopo che questa donna si fece portare una valigia alla stazione da un facchino e questo successe sicuramente il giorno precedente alla strage”.

La deposizione, così ricomposta, è pertanto la seguente:

Ricordo che questa donna parlava in lingua italiana con un forte accento tedesco ed era la prima volta che veniva a mangiare in questo Hotel. La vidi la prima volta il pomeriggio del 1° agosto 1980 verso le ore 18 e parlava con il portiere di cui adesso non ricordo il nome. Venni a sapere pochi giorni dopo che questa donna si fece portare una valigia alla stazione da un facchino e questo successe sicuramente il giorno precedente alla strage. La donna ritornò all'Hotel Jolly il 2 agosto 1980 a mangiare e ricordo che effettuò parecchie telefonate. Rammento che la donna era particolarmente euforica […] aveva effettuato tutte le telefonate per informarsi se il treno che era arrivato sul primo binario e che era stato investito dai detriti della bomba trasportasse i suoi due figli […] Ricordo che la donna aveva oltre i trenta anni”.

Sul punto specifico, occorre necessariamente rimanere cauti, però alcune considerazioni del tutto ipotetiche si possono fare.

Se la persona indicata da Bulgini era effettivamente la Fröhlich la faccenda della valigia potrebbe essere rilevante.
Se non era la Fröhlich, ma persona estranea alla strage, nessuna rilevanza.
Si potrebbe anche pensare a persona diversa dalla Fröhlich, ma implicata, e la cosa potrebbe tornare ad avere un qualche peso.

Altre riflessioni in libertà.
C’è da immaginarsi che nessuno degli investigatori abbia sentito il portiere nominato da Bulgini per provare a saperne di più: dove portò esattamente la valigia?
È comunque un po’ strano che una persona faccia portare una valigia in stazione il 1° agosto e non parta quel giorno, ma il 2 ritorni nello stesso albergo.
Ai non bolognesi è forse il caso di ricordare che l’Hotel Jolly è nei pressi della stazione, praticamente di fronte, tra la fine di via dell’Indipendenza e il piazzale della stazione.

Non servirà a spiegare cosa è successo alla stazione, ma forse a cestinare l'ultimo depistaggio”.
Con questa frase si chiude un’articolo-intervista a Thomas Kram, l’ex appartenente alle Cellule Rivoluzionarie presente a Bologna il 2 Agosto 1980, pubblicato su Il Manifesto l’1 Agosto di quest’anno.
Già, i depistaggi, la P2, i servizi deviati, Gelli, Pazienza, quante volte ne abbiamo sentito parlare?
Il patto siglato da Aldo Moro con i palestinesi attraverso Stefano Giovannone? Tutte frottole, fumo negli occhi, i palestinesi non c’entrano nulla e i depistaggi dei piduisti servivano a proteggere i fascisti responsabili ed i loro mandanti, ossia quella parte di Stato deviata, stragista e golpista che ruotava intorno al “Venerabile” di Castiglion Fibocchi. Sono andate davvero così le cose? In parte si, i depistaggi fatti dai servizi segreti sono esistiti davvero, ma vedendo dove hanno tentato di indirizzare le indagini e chi sono gli autori offrono non poche sorprese, vediamole, ripartendo da dove ci eravamo interrotti, ossia l’eventuale presenza di Christa Margot Fröhlich a Bologna il giorno della strage.
Il 22 giugno 1982, 4 giorni dopo l’arresto della Fröhlich avvenuto all’Aeroporto di Fiumicino dove venne scoperta con una valigia contenente dell’esplosivo, un cameriere dell’Hotel Jolly De La Gare di Bologna riconosce dalla foto sui quotidiani “Heidi” Fröhlich come la donna presente nell’albergo dove lavorava il 2 Agosto 1980. Il 28 Giugno si reca presso gli uffici della DIGOS di Bologna dove rende spontanee dichiarazioni testimoniali riportate dal documento conclusivo di minoranza in Commissione Mitrokhin (pagine 239-240):
“Venivo colpito dalla fotografia di questa doma in quanto notavo una certa somiglianza tra questa fotografia e una donna che due anni fa circa era stata a mangiare all'Hotel Yolly [sic] e precisamente nel periodo precedente la strage alla stazione di Bologna. Ricordo che questa donna parlava in lingua italiana con un forte accento tedesco ed era la prima volta che veniva a mangiare in questo hotel”
 
“La vidi per la prima volta il pomeriggio del 1° Agosto 1980 verso le ore 18,00 e parlava con un portiere di cui adesso non ricordo il nome [...] La donna ritornò all'hotel Yolly il 2 agosto 1980 a mangiare e ricordo che effettuò parecchie telefonate, rammento che la donna era particolarmente euforica [….] cercava con insistenza di conversare con me e mi riferì che lei abitava a Idice, che era stata ballerina al Joker Yolly quattro anni prima e che aveva effettuato tutte le telefonate per informarsi se il treno che era arrivato sul primo binario e che era stato investito dai detriti della bomba trasportasse i suoi figli".
 
Sempre il documento conclusivo di minoranza riporta un sunto degli accertamenti svolti, chiudendolo con un dettaglio che pare dimostrare l’inattendibilità della testimonianza:
 
“I1 25 giugno 1982, il capo della Polizia Giovanni Coronas invia a tutti i questori la richiesta di segnalare alla questura di Roma e agli Interni Sicurezza eventuali tracce di "soggiorno o transito" della Frolich. Non solo a questo nome, ma anche ai nomi falsi contenuti nei due passaporti trovati in possesso della terrorista al momento del suo arresto avvenuto pochi giorni prima, all'aeroporto di Fiumicino, il 18 giugno. I1 6 luglio 1982, in base alle dichiarazioni spontanee rese dal signor Bulgini, l'ufficio Istruzione della Procura di Bologna chiede al dirigente della DIGOS della locale Questura di accertare la presenza della Fröhlich ad Idice di S. Lazzaro e se ella abbia lavorato come ballerina al Jocker Yolly, intorno al 1978, e cioè nel periodo indicato dal signor Bulgini. In data 12 ottobre 1982, la DIGOS risponde che gli accertamenti svolti hanno dato esito negativo. A ciò si aggiunge il dato che l'attività del citato Jocker Jolly, la cui attività è iniziata il 4 luglio 1960 è cessata il 5 dicembre 1976.”
 
Apparentemente quindi, con buona pace dei depistatori complottisti, “Heidi” Fröhlich non può essere la donna riconosciuta dal cameriere, anzi, la testimonianza è probabilmente un bufala, visto che “nel periodo indicato dal signor Bulgini”, il locale dove avrebbe dovuto lavorare la terrorista tedesca era già chiuso.
 
Apparentemente appunto, visto che il testimone non ha mai dichiarato che la Fröhlich aveva lavorato in quel locale nel 1978, ma nel 1976!
Rileggendo lo stralcio del verbale della deposizione del 1982, infatti si legge:
“mi riferì (nel 1980 Ndr) che lei abitava a Idice, che era stata ballerina al Joker Jolly quattro anni prima”. In poche parole, la DIGOS ha sbagliato anno, compiendo gli accertamenti come se il teste avesse dichiarato “mi riferì che lei abitava a Idice, che era stata ballerina al Joker Jolly quattro anni fa” e non “quattro anni prima”.
 
Un errore grossolano, che fa il paio con quello avvenuto negli anni ’80 ad opera del Ministero dell’Interno, che tiene sotto controllo Thomas Kram  in quanto estremista di destra, più esattamente, in un documento inviato dalla Questura di Bologna alla Procura della Repubblica della stessa città si legge:
“Al CED il prefato (ossia Kram Ndr) risulta: in data 29 Aprile 1983 inserito vigilanza e segnalazione dal Servizio di sicurezza del Ministero dell’Interno quale estremista di destra; in data 14 novembre 1985 inserito quale soggetto eversivo in ambito di terrorismo internazionale” (cfr. R. Bocca, "Tutta un’altra strage", BUR, pag. 236).
 
Come un estremista di sinistra tedesco per i nostri servizi diventi di destra dopo che è stata resa nota la sua presenza a Bologna è un mistero. Thomas Kram infatti era già noto alle autorità italiane da prima della strage di Bologna, difatti il 1° Agosto 1980 fu fermato e trattenuto alla frontiera di Chiasso per dei lunghi accertamenti, durante i quali dichiarò che la sua destinazione in Italia era Milano, dove avrebbe dovuto incontrarsi con una certa Heidi, nome rinvenuto su un appunto in suo possesso durante la perquisizione. La Polizia di Frontiera allertò le prefetture di Como (presumibilmente perché lungo il percorso del treno) e di Milano, ovviamente non quelle delle altre città, ad eccezione di quella di Roma.
 
Forse queste sviste delle autorità vanno collocate nell’ampio quadro dei depistaggi “di Stato”, che come abbiamo già detto, secondo la convinzione di molti servivano a salvare i veri responsabili, Francesca Mambro e Giusva Fioravanti, ed i loro mandanti, la P2.
 
In realtà la famigerata “pista libanese”, primo depistaggio a mezzo stampa operato sulla strage mirava più a trovare dei mandanti ai due neofascisti accusati, visto che faceva riferimento a un’organizzazione  terroristica internazionale che addestrava in campi situati in Libano terroristi con lo scopo di restaurare il nazifascismo. 
 
La notizia, successivamente confermata dal SISMI del Generale Giuseppe Santovito, (tessera P2 1630, nominato ai vertici del SISMI con il pieno accordo di Ugo Pecchioli, PCI, dal 1977 al 1979 vicepresidente del COPACO Ndr) fu data la prima volta da una giornalista del Corriere del Ticino, Rita Porena, che sul suo giornale, il 19 settembre 1980 intervista a Abu Ayad, dirigente di Al Fatah, nonché capo dei servizi segreti dell’OLP che dichiara appunto l’esistenza di questi campi di addestramento controllati dalla destra maronita, aggiungendo che durante gli addestramenti “il gruppo tedesco ha discusso con gli italiani la strategia per restaurare il nazifascismo” e che i neofascisti italiani “hanno affermato che il loro maggior nemico è rappresentato dal Partito Comunista e dalla sinistra in generale, perciò avrebbero cominciato con un grosso attentato a Bologna, città amministrata dalla sinistra”.
Dagli atti dell’inchiesta di Bologna è emerso che Rita Porena era legata al Sismi, in particolare al Colonnello Giovannone, ossia all’autore insieme a Moro dell’ormai famoso “patto”.
(cfr. R. Bocca, "Tutta un’altra strage", BUR, pagg. 123-124).
 
Come tutto questo si possa classificare come un depistaggio per proteggere i neofascisti dei NAR è difficile da capire, ancora meno se si aggiunge al quadro la vicenda della valigia rinvenuta, su segnalazione del SISMI, il 13 Gennaio 1981 alla stazione di Bologna sul treno 514 diretto a Milano, contenente un mitra, un fucile, 7 etti di esplosivo, due passamontagna, dei guanti, dei giornali francesi e tedeschi e due biglietti aerei, uno Milano Monaco intestato a Dimitris Martin, l’altro Milano Parigi intestato a Legrand Raphael, rilasciati il giorno precedente dall’agenzia Morfini di Bari. Alla successiva richiesta di notizie inviata da parte della procura del capoluogo emiliano il SISMI, nella persona del Generale Santovito risponderà che a comprare quei biglietti era stato Giorgio Vale, appartenente prima a Terza posizione e poi ai NAR di Mambro e Fioravanti, che avrebbe tenuto i contatti con il gruppo francese FANE e con quello tedesco Hoffmann.
 
Hoffmann, secondo l’articolo del Corriere del Ticino scritto dalla giornalista legata (e secondo alcuni a libro paga) al Colonnello Giovannone citato prima era il capo del gruppo tedesco che si addestrava insieme agli italiani in Libano.
Per questa falsa pista, che parlava di una fantomatica operazione “terrore sui treni” sono stati condannati per depistaggio: Francesco Pazienza, Licio Gelli, il Generale Pietro Musumeci e il Colonnello Giuseppe Belmonte, gli ultimi due in forza al SISMI.
 
Giorgio Vale, risultato poi del tutto estraneo e vittima di una macchinazione del SISMI, morirà, ufficialmente per suicidio, durante un conflitto a fuoco con la Polizia che fece irruzione nell’appartamento dove era rifugiato mentre i suoi famigliari e i suoi legali trattavano con le autorità per farlo costituire senza spargimento di sangue. Durante il conflitto a fuoco vennero sparati oltre 140 colpi.
 
Una piccola nota per chiudere il capitolo dei depistaggi “storici”: l’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, afferma, nell’intervista rilasciata a Riccardo Bocca per il suo libro “Tutta un’altra strage”, di aver conosciuto Yasser Arafat nell’appartamento di rappresentanza del Generale Santovito.
 
Veniamo all’ ”ultimo depistaggio” ossia agli “scoop” dell’estate che hanno definito tale la pista palestinese portata avanti sia dalla Commissione Mitrokhin, e considerata come assolutamente da approfondire dal giornalista del Manifesto Andrea Colombo, autore, insieme a Mambro e Fioravanti del libro “Storia nera”.
 
Il 28 giugno 2007 L’Espresso ha pubblicato il primo capitolo del libro di Riccardo Bocca, nel quale appare una misteriosa nonché anonima testimone che afferma di aver visto qualcosa di strano il 2 agosto 1980 fuori dalla stazione di Bologna subito prima dello scoppio:
 
"Per qualche minuto rimasi davanti alla stazione, ad aspettare il pullman. Poi mi sedetti sull'aiuola al centro della piazza, e a pochi metri da me, sull'erba, notai un ragazzo e una ragazza vestiti in modo assurdo, vista l'afa che c'era. Avevano pantaloni a tre quarti da montagna, calzettoni di lana e scarponi. In particolare, la ragazza indossava calzoni verde militare, calzettoni rossi, una maglietta bianca, uno zaino, e aveva a fianco un golf o un giacchino tirolese. Quanto al ragazzo, ricordo la sua giacca, che non era il classico modello italiano, ma anch'esso tirolese. Una tenuta così eccentrica che pensai: 'Non sembrano nemmeno tedeschi...!'; un'espressione emiliana per sottolineare quanto invece lo apparissero, almeno sotto il profilo dell'abbigliamento. Per il resto erano italiani al cento per cento, con i capelli castani - lei lunghi fino al collo - e i nostri tipici volti".
Questa testimonianza, che pare essere una risposta alle dichiarazioni del figlio di Massimo Sparti (il superteste che dichiarò di aver saputo da Fioravanti che lui e la Mambro erano gli autori della strage Ndr) che ha recentemente affermato che la testimonianza del padre era un falso.
Massimo Sparti (legato alla Banda della Magliana, a sua volta legata alla P2 autrice dei depistaggi di cui abbiamo parlato), ha affermato che Fioravanti si rivolse a lui per dei documenti falsi per la sua compagna:
"Valerio si presentò a casa mia con la Mambro che io non conoscevo, e mi parlò di questa in termini elogiativi, dicendo che aveva trovato la donna della sua vita e che si trattava di una ragazza decisa e coraggiosa. Mi disse pure che era stata fidanzata con un 'coglione', e che adesso stava con lui. Riferendosi alla strage mi disse testualmente: 'Hai visto che botto?', e aggiunse che a Bologna si era vestito in modo da sembrare un turista tedesco, mentre la Mambro poteva esser stata notata, per cui aveva bisogno urgentissimo di documenti falsi e le aveva fatto tingere i capelli".
 
Di seguito la ricostruzione di quello che fece la testimone dopo aver appreso nel 1982, della testimonianza di Sparti dai giornali, così come la ricostruisce Bocca nel suo libro:
"Andai a Bologna", dice, "per partecipare a una riunione dell'Associazione dei familiari delle vittime. Presi da parte l'allora presidente Torquato Secci con il vice Paolo Bolognesi, e raccontai tutto".
"Restammo sbalorditi", conferma l'attuale presidente Bolognesi, fin qui in silenzio durante il mio incontro con la testimone. "Le dicemmo che con quel genere di cose non si scherzava, che doveva andare dagli inquirenti. Poi contattammo l'avvocato dell'associazione, Laura Grassi, e la pregammo di concordare un appuntamento".
Ciò che succede di lì a pochi giorni, lo ricostruisce la signora: "Da principio raccontai agli inquirenti quello che ricordavo del 2 agosto. Poi mi mostrarono delle fotografie segnaletiche con volti di donna, e mi chiesero se ne riconoscevo qualcuno. Presi in mano quelle immagini in bianco e nero, le guardai con attenzione e dissi: 'Lei', indicando uno dei ritratti. 'Questa ragazza mi pare proprio di riconoscerla...'".
In verità, precisa oggi, "ricordavo un volto appena più paffuto, più in carne, ma i lineamenti erano quelli".
Quanto basta per provocare la reazione di chi la interroga: "Signora, ma questa è la Mambro!", le dicono. Dopodiché le chiedono dove l'avesse vista, quella ragazza, ottenendo però una risposta vaga: "Non spiegai", ammette la signora, "che la donna nella fotografia era la stessa della stazione di Bologna. Dissi invece che non sapevo con certezza dove l'avessi notata: forse in televisione, o sui giornali...". "Insomma", commenta Bolognesi, "quando si è trovata a sottoscrivere un verbale, la signora non l'ha fatto, non se l'è sentita. O almeno questo è ciò che noi dell'Associazione abbiamo saputo tempo dopo, da altre fonti".

In effetti,
su questo punto la signora non è precisa. Si rifugia dietro il tempo passato, nei buchi di memoria che ha allargato per rimuovere le preoccupazioni. Ma ciò che è disposta a dire, ventisette anni dopo la strage, è comunque importante. "In effetti", ammette, "collegai il volto della Mambro alla giovane sull'aiuola della stazione. Non solo: misi in relazione il suo volto al corpo, del quale avevo notato il generoso seno". Un collegamento, precisa, "che mi è venuto dopo l'interrogatorio, quando è scemata l'angoscia per quello che stava succedendo".
Alcune stranezze: dalle cronache processuali risulta che tutti i feriti (e la signora dichiara di essere stata ricoverata in ospedale dove sono state raccolte dagli inquirenti le sue prime dichiarazioni) furono convocati in aula, e che nessuno abbia riconosciuto i due imputati, quindi la signora oltre a non aver firmato il verbale avrebbe reso falsa testimonianza. Inoltre l’associazione familiari delle vittime non avrebbe mai rivelato queste informazioni, nemmeno al rappresentante della pubblica accusa, ufficialmente perché non avrebbe mai confermato i fatti pubblicamente.
Rimane però strano che mentre la difesa cercava di smontare in tutti i modi la testimonianza di Sparti nessuno abbia fatto partecipe, magari informalmente, il rappresentante della pubblica accusa, tanto più che le riunioni tra la pubblica accusa e le parti civili sono un fatto noto e documentato.
Inoltre, questa testimonianza, pur confermando la presenza di Mambro e Fioravanti, contrasta in parte con la ricostruzione di Sparti, visto che a suo dire l’unico vestito da Tirolese sarebbe stato Fioravanti, mentre la Mambro, evidentemente vestita in modo “normale” rischiava di essere riconosciuta. Anche la presenza di un “uomo” insieme ai due neofascisti contrasta con la ricostruzione fatta dai magistrati bolognesi, per i quali il terzo uomo del gruppo era Luigi Ciavardini, all’epoca diciassettenne.
L’altro scoop dell’estate, come già accennato, è l’articolo de Il Manifesto del 1° Agosto 2007, intitolato “Bologna, l'ultimo depistaggio”, nel quale, intervistato dal giornalista Guido Ambrosino, Thomas Kram ricostruisce la sua presenza a Bologna il 2 agosto 1980:
«Ho scoperto su internet che la bomba potrei averla messa io. Un'assurdità, sostenuta addirittura da una commissione d'inchiesta del parlamento italiano, o meglio dalla sua maggioranza di centrodestra, nel dicembre 2004. Deputati di An, e altri critici delle sentenze che hanno condannato per quella strage i neofascisti Fioravanti e Mambro, rimproverano agli inquirenti di non aver indagato sulla mia presenza a Bologna». Per Kram è una polemica pretestuosa: «Non sono io il mistero da svelare. Non lo credono nemmeno i commissari di minoranza della Mitrokhin. Viaggiavo con documenti autentici. La polizia italiana mi controllava, sapeva in che albergo avevo dormito a Bologna, il giorno prima mi aveva fermato a Chiasso. Come corriere per una bomba non ero proprio adatto».
Quello che Kram non dice è che, come ricostruito dal documento conclusivo di minoranza in Commissione Mitrokhin, nessuno sospettava minimamente che Kram fosse diretto a Bologna, visto che alla frontiera aveva dichiarato di essere diretto a Milano, inoltre Kram si registrò in albergo dopo la mezzanotte del 2 Agosto, quindi il suo nominativo fu consegnato dall’albergo dove Kram alloggiò alla Questura bolognese solo la mattina successiva, ossia nel pieno del caos di quella tragica mattina. La Questura informerà infatti la DIGOS e il Ministero degli Interni della presenza di Kram a Bologna, solo il 7 Agosto.   (cfr. Documento conclusivo di minoranza della Commissione Mitrokhin, pagg. 229-232)
L’articolo prosegue così:
Un viaggio in Italia
Agosto, tempo di vacanze. Kram voleva rivedere amici conosciuti a Perugia dove aveva frequentato due corsi d'italiano, dal settembre al dicembre 1979, e dal gennaio al marzo 1980. «A Milano mi aveva invitato un'austriaca, che lì insegnava tedesco. Avrei pernottato da lei e il giorno dopo avrei proseguito per Firenze».
«Arrivato a Chiasso il primo agosto 'alle ore 12,08 legali', secondo le note della polizia riportate dalla relazione di minoranza della Mitrokhin, mi fecero scendere dal treno. Dovevano avere avuto una segnalazione dalla Germania». Sin dal novembre 1979, quando soggiornava a Perugia, Kram era sorvegliato in Italia su richiesta del Bundeskriminalamt, che lo sospettava di favoreggiamento delle Cellule rivoluzionarie. «Mi trattennero per ore. Mi sequestrarono una lettera dell'amica, che spiega il motivo del viaggio. L'appuntamento con lei a Milano saltò. Non riuscii a rintracciarla. Ripresi il treno per Firenze, ma sarei arrivato troppo tardi per trovare un albergo. Decisi di fermarmi a Bologna».
All'albergo Centrale, in via della Zecca 2, è registrato l'arrivo. Su una piantina di Bologna, Kram ricostruisce il percorso del giorno dopo: «Mi svegliai tardi, feci colazione in qualche caffè vicino Piazza Maggiore. Poi mi incamminai verso la stazione su una grande strada, forse via dell'Indipendenza. Le sirene tranciavano l'aria. Da lontano vidi sul piazzale della stazione il lampeggiare di ambulanze e mezzi dei pompieri. Si capiva che era successo qualcosa di grave».
«Non mi avvicinai. Dopo l'esperienza del giorno prima a Chiasso non volevo incappare in nuovi controlli di polizia. Un taxi mi portò alla stazione delle autocorriere. A Firenze arrivai in pullman. Rimasi forse quattro, cinque giorni. Poi tornai in Germania».

Ricostruiamo anche noi su una piantina di Bologna, o meglio su una foto aerea il percorso di Kram quella mattina:

Il punto 1 è Piazza Maggiore, punto di riferimento dato da Kram per il suo percorso verso la stazione ferroviaria, in effetti il suo albergo, l'Hotel Centrale (punto 2) è in Via della Zecca vicinissimo alla piazza.
Via dell’indipendenza è la strada che parte dall’angolo in alto a sinistra (guardando la foto) di Piazza Maggiore, e arriva quasi davanti alla stazione ferroviaria, ma soprattutto arriva a pochi metri dalla stazione delle autocorriere.
Come si vede chiaramente, Kram non poteva in nessun modo vedere da lontano i mezzi di soccorso sul piazzale della stazione, per farlo doveva essere in fondo a Via dell’Indipendenza, quindi davanti al posto dove si sarebbe, a suo dire, fatto accompagnare in taxi.
Impensabile. Anche perché i taxi più vicini erano quelli del parcheggio davanti alla stazione, che dopo il crollo della sala d’aspetto erano sommersi dai detriti. Anche due taxisti risultarono tra le 85 vittime della strage.
Quella mattina dopo l’esplosione persino gli Autobus scaricarono i passeggeri e trasportarono feriti o morti. I taxi, a Bologna, quella mattina non girarono. Soprattutto a ridosso della stazione e soprattutto per percorsi di pochi metri.
Dall’immagine aerea si vede anche chiaramente che nessuna delle strade che dal centro della città porta verso la Stazione permette una visuale “da lontano” del piazzale della stazione. Per vedere i mezzi di soccorso Kram doveva essere praticamente davanti alla stazione delle corriere dove dice di essersi fatto accompagnare in taxi. Ma c’è di più.

Thomas Kram sostiene che doveva fare tappa a Milano per incontrare un’amica, che dagli accertamenti fatti sul suo conto risulta chiamarsi Heidi. Heidi e’ il nome “di battaglia” di Christa  Margot Fröhlich, era con lei che doveva incontrarsi a Milano? Ovviamente i due smentiscono, ma l’arrivo di Kram in albergo dopo la mezzanotte pare incompatibile con la ricostruzione dei fatti che ha dato al Manifesto.

Il treno 307 delle 12.08 legali con il quale Kram proseguì il suo viaggio dopo i controlli alla frontiera impiegava circa 50 minuti ad arrivare da Ponte Chiasso a Milano (cfr. Orario Ferroviario Pozzo 1975/76, posticipato di un ora perché con ora solare), quindi se Kram, che era già in ritardo di un’ora e mezzo rispetto all’arrivo previsto con il treno 201 dal quale era stato fatto scendere per i controlli, non era in grado di rintracciare la sua amica come da lui affermato aveva tutto il tempo di raggiungere Firenze ben prima della mezzanotte, ora della sua registrazione in albergo a Bologna, quindi la spiegazione di essersi fermato in quella città perché sarebbe arrivato troppo tardi a Firenze non sta in piedi. Cosa ha fatto in tutto quel tempo? E per finire, è mai andato a Firenze?
Dopo la notte trascorsa all’Hotel Centrale a Bologna non c’è più nessuna traccia documentale della presenza di Kram in Italia, eppure lui stesso parlando del suo soggiorno a Firenze fa riferimento all’albergo come luogo di pernottamento. Come mai non c’è nessuna traccia di questo passaggio negli accertamenti svolti su di lui dalla DIGOS?
Non ha dormito in albergo? Non si è registrato? Si è registrato sotto falso nome? Non è mai andato a Firenze ma ha lasciato l’Italia in fretta e furia?
Probabilmente sono passati troppi anni per saperlo, ma una cosa sembra sicura: il titolo “l’ultimo depistaggio” è davvero azzeccato per quell’articolo del Manifesto.
 

postato da: GabrielParadisi alle ore 10/09/2007 09:15 | Permalink | commenti (549)
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lunedì, 06 agosto 2007
Il “Patto”, seconda parte
di Enrix

Nel post del 27 giugno scorso “L’accordo Moro, l’amico Sextus Empiricus si poneva un quesito relativamente alla data di stipula del famoso “patto” segreto fra Italia e Palestinesi.
 
Ho raccolto pertanto alcune nuove riflessioni utili a dipanare il bandolo della matassa.
 
Riprendiamo dall’articolo di Sextus.
 
19 ottobre 1973: la data del “patto”?
Un preciso riferimento cronologico alla stipula di questo “patto” è attestato da Sergio Flamini in “La tela del ragno. Il delitto Moro”, Kaos edizioni, 1ª ed. maggio 1988, 5ª ed. aggiornata aprile 2003. Alle pagine 197-198 di quest’opera (un vero e proprio “classico” sul caso Moro) troviamo scritto:
“Il 19 ottobre 1973, presso l’Ambasciata italiana al Cairo, c’era stato un incontro fra il rappresentatnte dell’Olp, Said Wasfi Kamal, e diplomatici italiani, il primo consigliere Ranieri Tallarigo e il segretario Concetta Di Stefano in Grignano. Il rappresentante dell’Olp aveva chiesto la liberazione dei palestinesi arrestati per l’attentato all’aereo della El Al «e ha offerto l’impegno formale dell’Olp che nessuna azione dei feddayn si ripeterà in Italia qualora venga concessa la liberazione degli attuali detenuti» (Da un appunto “Riservatissimo” al Sid proveniente dal Cairo; cfr. sentenza-ordinanza del giudice istruttore Carlo Mastelloni, cit. [Tribunale di Venezia, procedimento penale nº 204 del 1983], pagg. 1.161-63.). La proposta era stata esaminata il 25 ottobre, nel corso di una riunione al ministero degli Esteri, durante la quale il rappresentante del Viminale – il vicequestore Silvano Russomanno, direttore della Divisione sicurezza interna – aveva sottolineato «la scarsa credibilità dell’impegno che gli organi ufficiali della resistenza palestinese assumerebbero in caso di liberazione dei cinque detenuti»; secondo Russomanno, dovevano «ritenersi del tutto fantasiosi i timori palesati circa possibili azioni delittuose da parte israeliana contro gli arabi». La riunione aveva dimostrato che sotto la direzione di Moro il ministero degli Esteri era impegnato a stabilire un’intesa con l’Olp per salvaguardare il territorio italiano da eventuali attacchi palestinesi, e dai pericoli di ritorsione da parte israeliana che stranamente Russomanno tendeva a escludere.”
 
Può essere che questo “accordo” dell’autunno 1973, nel pieno della guerra del Kippur (6-22 ottobre) non fosse altro che una reiterazione di un precedente “patto”.
NON SI SPIEGA PERÒ A QUESTO PUNTO L’ATTENTATO COMPIUTO IL 17 DICEMBRE DI QUELLO STESSO ANNO DA CINQUE TERRORISTI DI SETTEMBRE NERO ALL’AEROPORTO DI FIUMICINO CHE CAUSÒ 32 MORTI.”
 
Per meglio chiarire questo punto, suggerirei di esaminare alcuni nuovi documenti.
 
Io credo che da tutta la documentazione raccolta, si possa desumere che una data precisa di stipula del “patto” non esista, ma che le condizioni per lo stesso si siano realizzate attraverso una serie di incontri, pattuizioni successive, sottintesi, ed anche e soprattutto contestuali azioni terroristiche di “stimolo” ad una più precisa definizione dell’accordo, a partire dal 1972 e per gli anni successivi.
 
Trattandosi inoltre di un patto non scritto, le condizioni andavano per forza di cose “riviste” a seconda dei vari avvicendamenti politici, soprattutto nello scenario italiano.
Ad es. la morte di Moro (9 maggio 1978), dovette naturalmente creare non poche turbolenze all’interno del discusso “patto”.
 
Un contributo interessante alla ricerca è dato senz’altro dalle decine di migliaia di documenti preceduti da un dossier di oltre 500 pagine firmate dal giudice Carlo Mastelloni e depositate alla cancelleria del Tribunale di Venezia martedì 20 giugno 1989, nel contesto dell’inchiesta sui rapporti fra Italia-Servizi segreti e Olp denominata “Inchiesta Mastelloni” (cfr.: articolo di A. Carlucci da "Panorama" del 9 luglio 1989 “Rivelazioni /Il patto segreto Italia-Olp”), dove si legge:
Quei documenti raccolti con pazienza dal giudice Mastelloni saranno veramente preziosi quando gli storici potranno accedere liberamente agli archivi dello Stato per studiare e raccontare tutta la storia dei rapporti tra l'Italia e l'Olp, così come quelli che riguardano la politica estera nei confronti di Israele. A cominciare da un accordo segreto stilato subito dopo la seconda guerra mondiale e che prevedeva precisi impegni in materia di assistenza militare (v. il contributo 1786). Tanto che lo stesso magistrato ha intitolato uno dei capitoli della sua ordinanza di rinvio a giudizio "Filoarabi e filoisraeliani: un falso problema" per mettere in luce come l'Italia abbia sempre affrontato con la massima disinvoltura e spregiudicatezza i rapporti con israeliani e palestinesi.
Fu lo stesso Giovannone a spiegare perché mai fu spedito in fretta e furia a Beirut e accreditato presso la nostra ambasciata. Il colonnello dei servizi segreti chiese di dettare personalmente a verbale l'inizio della sua esperienza mediorientale, datata OTTOBRE 1972: "LE DIRETTIVE DEL GENERALE MICELI (a quel tempo era il capo del servizio segreto, ndr) ATTRIBUIVANO ESCLUSIVA PRIORITÀ ALLE INIZIATIVE DELLA SICUREZZA, MA È OVVIO CHE IL CONGELAMENTO DELLE OPERAZIONI TERRORISTICHE DA PARTE PALESTINESE A FAVORE DELL'ITALIA E DEI SUOI INTERESSI ALL'ESTERO AVREBBE POTUTO COMPORTARE FAVOREVOLI RIFLESSI. QUESTE DIRETTIVE SONO RIMASTE PERMANENTI".
(…) In quei mesi l'Italia aveva visto il suo territorio trasformarsi in campo di battaglia di guerre tra eserciti stranieri. A maggio due episodi: una donna venne bloccata prima che salisse a bordo di un volo Pan Am diretto a Beirut con la borsa carica di bombe a mano e gas lacrimogeno, strumenti buoni solo per un dirottamento. Riuscirono nella loro impresa tre terroristi giapponesi dell'Armata rossa: si imbarcarono a Fiumicino su un volo dell'Air France diretto a Tel Aviv e, al momento dello sbarco, aprirono il fuoco facendo strage di uomini, donne e bambini. PASSARONO SOLO DUE MESI E UN COMMANDO PALESTINESE FECE SALTARE, A TRIESTE, QUATTRO SERBATOI DI UN OLEODOTTO. TUTTI EPISODI CHE ACCELERARONO LA PARTENZA DI GIOVANNONE, CHE DA BEIRUT DOVETTE OCCUPARSI UN ANNO DOPO DELLE TRATTATIVE PER I QUATTRO PALESTINESI CHE VOLEVANO ABBATTERE A OSTIA UN AEREO DELLA EL AL (FURONO POI RICONSEGNATI AI LIBICI) E DELLA STRAGE (17 DICEMBRE 1973) DI FIUMICINO, 32 MORTI, UN AEREO DIROTTATO, LE AUTORITÀ POLITICHE ITALIANE, MORO IN TESTA, A SUGGERIRE AI GOVERNI GRECO, SIRIANO, KUWAITIANO DI NON USARE LE MANIERE FORTI CON I DIROTTATORI.
 
A questo punto, sarà bene ricostruire alcune date relative a quegli eventi.
 
5 SETTEMBRE 1973: “viene diramata la notizia dell’arresto di cinque terroristi arabi ad Ostia. Il commando palestinese era pronto per colpire un obiettivo sensibile israeliano (un aereo della compagnia di bandiera El Al). In realtà, la neutralizzazione della cellula di Settembre Nero che - il 14 gennaio 1973 - avrebbe dovuto colpire all’aeroporto di Fiumicino con lanciamissili portatili terra-aria di fabbricazione sovietica marca Strela l’aereo del primo ministro israeliano Golda MEIR (nella sua visita in Italia, il premier israeliano incontrò il presidente della Repubblica Giovanni LEONE e il Papa PAOLO VI), sarebbe da collocare in un periodo antecedente. Il controspionaggio del SID (l’Ufficio D, diretto dal generale Gian Adelio MALETTI), grazie alle informazioni fornite dal MOSSAD, sarebbe riuscito ad individuare e intercettare la cellula palestinese, proprio alla vigilia dell’arrivo in Italia del primo ministro israeliano. Gli arrestati sono: Ali AL TAYEB AL FERGANI di ALI, nato il 23 agosto 1947 a Gherian (Libia) alias Faiq ATIF AHMAD BUSAYSU, Ahmed GHASSAN AL HADITHI di AHMED, nato il 15 maggio 1947 a Bagdad (Iraq) alias GASSAN THAIR AHMADIS, Amin ELHENDI, nato a Colomb Behare (Algeria) alias Amin EL HINDI nato a Gaza il 9 gennaio 1941 alias Amin EL HINDI FAUZI, Gabriel KHOURI, nato il 3 marzo 1943 a Damasco alias Murid IZZ AL DIN DAJIANI alias Abua RAYALI, nato a Gaza nel 1943, Mohammed NABIL MAHMOUD AZMI KANJ, nato a Tripoli del Libano nel 1950 alias Said MAHMOUD HASSAN SADEK, nato nel 1944 ad Abu DEES (alias FA’IQU A’WASH). (da: L’almanacco dei misteri, “La dimensione sovranazionale del fenomeno eversivo”, elaborato redatto dal senatore A. Mantica e dall’onorevole V. Fragalà. Fa parte degli elaborati finali della “Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi”, XIII legislatura, Doc. XXIII, n. 64, vol. I, tomo V, Roma 31 luglio 2000.)
 
E a questo punto, riprendiamo il precedente testo di Flamigni:
 
19 OTTOBRE 1973 “presso l’Ambasciata italiana al Cairo, c’era stato un incontro fra il rappresentante dell’Olp, Said Wasfi Kamal, e diplomatici italiani, il primo consigliere Ranieri Tallarigo e il segretario Concetta Di Stefano in Grignano. Il rappresentante dell’Olp aveva chiesto la liberazione dei palestinesi arrestati per l’attentato all’aereo della El Al «e ha offerto l’impegno formale dell’Olp che nessuna azione dei feddayn si ripeterà in Italia qualora venga concessa la liberazione degli attuali detenuti» (Da un appunto “Riservatissimo” al Sid proveniente dal Cairo; cfr. sentenza-ordinanza del giudice istruttore Carlo Mastelloni, cit. [Tribunale di Venezia, procedimento penale nº 204 del 1983], pagg. 1.161-63.).
 
25 OTTOBRE 1973 riunione al ministero degli Esteri a Roma per la valutazione degli eventi relativi alla detenzione dei 5 palestinesi ed alle proposte di rilascio.
 
Continuiamo con la cronologia degli eventi secondo “L’almanacco dei misteri” (documento citato):
 
30 OTTOBRE 1973:  “i primi due qui citati (Ali AL TAYEB AL FERGANI di ALI e Ahmed GHASSAN AL HADITHI di AHMED) furono scarcerati e posti in libertà provvisoria su provvedimento del Tribunale di Roma. DOPO UN RINVIO A GIUDIZIO DISPOSTO IL 14 DICEMBRE 1973, FURONO LIBERATI ANCHE I RESTANTI TRE ESTREMISTI ARABI. I cinque - con sentenza del 27 febbraio 1974 - furono ritenuti responsabili dei reati di introduzione, detenzione e traffico di armi da guerra e relativo munizionamento allo scopo di eseguire una strage e condannati alla pena di anni 5 e mesi due di reclusione ciascuno.
 
31 OTTOBRE 1973, "all’atto della scarcerazione - scrive il giudice istruttore del Tribunale di Venezia, Carlo MASTELLONI, nella sua ordinanza-sentenza dell’11 dicembre 1998, relativa al proc. pen. n° 318/87 AGI e attinente al disastro aereo militare del DC3 Dakota Argo 16, avvenuto a Marghera il 23 novembre 1973 - i primi due furono ospitati in un appartamento a disposizione del Raggruppamento Centri CS di Roma presso via Quintino Sella e indi accompagnati all’aeroporto di Ciampino". Ad attenderli c’erano gli ufficiali del SID, col. Giovan Battista MINERVA, il cap. Antonio LABRUNA e il col. Stefano GIOVANNONE, nonché il ten. col. Enrico MILANI del SIOS Aeronautica in qualità di interprete. I due terroristi di Settembre Nero vennero imbarcati sull’Argo 16, con piano di volo Roma-Malta-Tripoli (Libia). (da: L’almanacco dei misteri, documento citato)
 
17-18 DICEMBRE 1973: Strage di Fiumicino (Una nota: per coincidenza, lo stesso 18 dicembre 1973 le BR rilasciano l’ingegner Ettore Amerio, direttore del personale FIAT gruppo auto, dopo solo 8 giorni di prigionia).
 
La precedente nota: “dopo un rinvio a giudizio disposto il 14 DICEMBRE 1973, furono liberati anche i restanti tre estremisti arabi” è troppo vaga e non pare d’aiuto a sciogliere il dubbio che si è posto Sextus: “non si spiega però a questo punto l’attentato compiuto il 17 DICEMBRE di quello stesso anno da cinque terroristi di settembre nero all’aeroporto di Fiumicino che causò 32 morti.”
 
In realtà, se si approfondiscono gli eventi e la cronologia degli stessi, risulta evidente che fra lo stato italiano ed i palestinesi in quel nefasto 17 dicembre, doveva essere in corso un “braccio di ferro” per il rilascio dei “restanti tre estremisti arabi”, che il 14 dicembre erano stati rinviati a giudizio e per i quali lo stato italiano non dava affatto segnali tali da dimostrare la volontà di liberarli. Infatti essi restarono in carcere (particolare non affatto chiaro alla lettura delle fonti sino ad ora citate) SIN DOPO ALLA  CONDANNA DI PRIMO GRADO (27 febbraio 1974).
 
Per conoscere le circostanze temporali esatte della liberazione di questi tre estremisti palestinesi, ci si può richiamare alla Relazione finale, del 23 marzo 2006, dei commissari del centrosinistra della Commissione d’inchiesta Mitrokhin (Documento conclusivo sull’attività svolta e sui risultati dell’inchiesta), pag. 252, dove si può leggere: “Il processo (agli estremisti palestinesi di Ostia – ndr) cominciò il 13 dicembre. Pochi giorni dopo, a Fiumicino, avvenne la strage firmata da Settembre nero: (…) Le vittime di questa operazione risulteranno una trentina. È a questo punto che il colonnello Stefano Giovannone entra totalmente in campo. È lui, per conto di Moro, allora ministro degli Esteri, a condurre le trattative per la "tregua". Il prezzo, nel marzo '74, è la liberazione dei palestinesi arrestati ad Ostia con il lanciamissili e condannati a 5 anni di carcere.”
Dunque i restanti tre estremisti furono rilasciati nel MARZO 74.
E sono gli stessi commissari di minoranza della Commissione Mitrokhin a lasciare intendere che l’attentato di Fiumicino, pur non esplicitamente connesso con l’arresto dei terroristi di Ostia, sia servito anche da “atto intimidatorio decisivo” per convincere il Governo Italiano, per il quale agiva in prima linea il colonnello Giovannone, ad approfondire, e probabilmente ultimare, le trattative avviate sin dal 1972, e di cui l’incontro in sede diplomatica al Cairo il 19 ottobre 1973, citato da Flamigni, doveva essere stato, probabilmente e semplicemente, una tappa.
 
Altra interessante testimonianza da acquisire, in tal senso, è quella di Giovan Battista MINERVA, all’epoca direttore amministrativo del SID: "Se ben ricordo, durante il processo agli arabi arrestati dal nostro Reparto a Ostia si verificò la strage di Fiumicino [17 dicembre 1973] che fu opera di elementi di Settembre Nero e di AL FATAH. Fu il Governo e in particolare il ministro della Difesa Mario TANASSI che, nella circostanza, richiese il nostro intervento al fine di mediare, trattare e trovare idonei strumenti al fine di evitare che israeliani e palestinesi si battessero nel territorio del nostro Paese. Sollecitato all’uopo dal capo del Servizio, chiesi al Servizio libico di interessarsi presso ARAFAT acché venissero a cessare queste vicende. Fui io ad occuparmi dei contatti con i Servizi libici il cui capo, dopo la liberazione dei tre arabi di Ostia avvenuta a Roma, ci chiese la consegna dei liberati, facendosi contestualmente carico di riconsegnarli ai loro reparti di AL FATAH El HUNI. Ci garantì, in tal guisa, che non si sarebbero più verificati nel nostro territorio fatti simili. Per il trasbordo da Roma a Tripoli degli arabi, fu impiegato un aereo dell’Aeronautica Militare, già affidato per le operazioni del Servizio. Partimmo da Ciampino e giunti a Tripoli, dopo uno scalo a Malta, fui reso edotto dal capo dei Servizi libici dell’impegno che loro si assumevano, che peraltro mi fu ribadito la mattina successiva. All’epoca i libici erano in ottimi rapporti con George HABBASH e con ARAFAT: di qui il successo della mediazione"
 
Inoltre assolutamente degne di nota, all’interno dell’inchiesta Mastelloni, sono le rivelazioni di Antonino Di Blasi, un alto funzionario del Sid, che, fra le altre cose, dichiara: “Un altro aspetto delle direttive governative fu quello secondo cui armamento palestinese poteva transitare liberamente in Italia per raggiungere altri Paesi... sempre al fine di evitare azioni terroristiche contro interessi italiani, anche all'estero"
 
E con tutte queste premesse, veniamo alla fine del decennio.
 
Nel novembre 1979, avviene il ben noto fermo di ABU AZNEH Saleh a seguito del sequestro ad Ortona dei missili Sam7.
Su quell’evento abbiamo già detto molto.
Ci tengo però a riportare un appunto riservato - del 26 novembre 1979 - e diretto alla Segreteria Speciale del ministro dell’Interno, Virginio ROGNONI, l’allora direttore del SISDE, Giulio GRASSINI, che sottolineava quanto segue:
 
In occasione di un recente convegno internazionale, il Direttore dell’Istituto di Studi Strategici dell’Università di Tel Aviv, parlando dell’ingerenza sovietica nel territorio palestinese, ha affermato che, tra gli altri armamenti, migliaia di fucili Kalashnikov e decine di lanciamissili SA-7 (Strela) sono stati inviati dall’Urss alle forze dell’OLP via mare tramite la Bulgaria.
 
L’affermazione dello studioso è peraltro confermata dai precedenti episodi terroristici in cui i palestinesi, e solo loro, hanno usato i lanciamissili SA-7 (Ostia - 5.9.1973) o armi simili quali i bazooka (aeroporto di Orly - 1975). In effetti gli Strela trovano un ragionevole impiego contro velivoli - a bassa velocità - siano essi nelle fasi di atterraggio o decollo, data l’elevata sorgente di radiazioni infrarosse costituite dai potenti motori di tali mezzi. L’impiego contro altri obiettivi, quali automezzi o carri armati, oltre che antieconomico, risulta pressoché impossibile per le scarsissime possibilità ai adeguato puntamento.
 
È noto che per le organizzazioni palestinesi l’abbattimento di un aereo della El Al, della Twa o della Lufthansa costituisce, da tempo, un’aspirazione ossessivamente perseguita ed una rappresaglia più volte promessa. Nessun gruppo terroristico europeo ha mai programmato azioni del genere. Da quanto sopra, appare lecito supporre che i lanciamissili sequestrati ad Ortona fossero destinati ad essere impiegati da palestinesi e non da terroristi italiani. Il motivo che possa aver spinto gli autonomi romani a prestarsi a fare da corrieri per tali armi potrebbe individuarsi in quella solidarietà proletaria che in più di un’occasione ha determinato alcuni impegnati della ultra sinistra europea a fornire appoggio alle organizzazioni palestinesi. Basti ricordare il caso della professoressa romana, Rita PORENA che trasportò dal Libano a Roma, via Grecia, alcune granate cecoslovacche (4 aprile 1973), nonché quello dell’operatore cinematografico di sinistra Vito CODELLA, che effettuò un filmato dell’oleodotto Trieste-Ingolstaldt, prima che il gruppo palestinese procedesse all’attentato. Di analoghi episodi furono protagonisti il ticinese BREGUET, Eveljn BARGE, la francese LEFEBVRE e la sua omonima rodesiana.”
 
Come si può leggere quindi, la direzione del SISDE, evidenziava un collegamento oggettivo fra i lanciamissili Strela sequestrati al commando palestinese nel settembre del 1973 ad Ostia, quelli utilizzati dal gruppo di Carlos durante il fallito attentato ad Orly del 13 gennaio 1975 e quelli trovati ad Ortona la sera dell’8 novembre 1979.
 
Vorrei a questo punto rivedere la successione degli eventi raffrontandola con il “taglio” dato agli stessi dalla cit. Relazione finale dei Commissari di Centrosinistra della Commissione d'inchiesta Mitrokhin, dove i commissari dell’opposizione si impegnano a fondo per dimostrare come non vi sia alcuna attinenza fra i missili di Pifano sequestrati ad Ortona e l’attentato alla stazione di Bologna dell’agosto 1980, contestando quindi la tesi che si possa trattare di una rappresaglia con implicazioni “palestinesi”.
 
La tesi dei membri di minoranza, si basa su tre presupposti fondamentali:
 
1)     Non è vero che vi fosse un “patto” preciso fra Stato Italiano e palestinesi. Quindi niente patto, niente rappresaglia.
2)     Non è vero che i palestinesi fossero interessati in qualche modo alla liberazione di ABU AZNEH Saleh. Si trattava di personaggio di secondo piano la cui liberazione non poteva essere posta alla base di un ricatto avente come contropartita una rappresaglia terroristica. In ogni caso non ci sono riscontri di alcun tipo, nei vari rapporti degli organismi investigativi italiani, di relazioni fra l’arresto di Abu Saleh e l’attentato di Bologna.
3)     Tecnicamente l’attentato di Bologna non si presenta come una “rappresaglia”, perché troppo grave, ma come una vera e propria “azione di guerriglia”.
 
A dimostrazione del punto 1), si legge nella relazione conclusiva di minoranza, a pag. 253:
Intervistato dal quarto canale della tv britannica, il colonnello Giovannone affermò: "Il mio dialogo con i palestinesi [. . .] ha dato sette anni di pace all'Italia [...) NON ABBIAMO MAI STIPULATO ALCUN PATTO. NON C'È MAI STATO NIENTE DI SCRITTO. SOLO UN ACCORDO VAGO, UN'INTESA. LA DIMOSTRAZIONE DEL MIO SUCCESSO È DATA DAL FATTO CHE NON VI SONO STATE AZIONI PALESTINESI SU TERRITORIO ITALIANO DAL 1973 AL 1981.”
 
Dunque i Commissari di centrosinistra si richiamano, con vari omissis, ad un’intervista televisiva al colonnello Giovannone trascritta dal "Corriere della sera" il 19 maggio 1985, dove egli avrebbe negato l’esistenza del PATTO (solamente un “vago accordo”) con i palestinesi, ma soprattutto dove lo stesso rimarca che il periodo di inazione palestinese sul territorio italiano arriverebbe sino al 1981, escludendo quindi che la Strage di Bologna (1980) possa ricondursi a tale matrice.
 
Mi pare però che si debba evidenziare, che si tratta di un’intervista TELEVISIVA per la Tv inglese, che le dichiarazioni sono molto generiche, che si tratta comunque dello stesso colonnello Giovannone che invece, chiamato dal magistrato Mastelloni a deporre in maniera più circostanziata, rispose: “"Sui miei rapporti con l'Organizzazione per la liberazione della Palestina invoco il segreto di Stato.”, che lo stesso giudice Ma stelloni era arrivato “a lui per una storiaccia scoperta negli anni più bui del terrorismo: una partita di armi automatiche ed esplosivo consegnata dagli uomini dell'Olp ai capi delle Brigate rosse e sbarcata una notte di settembre del 1979 sulle spiagge di Venezia”, e che “quei mitra furono usati per uccidere e ferire.” (Panorama - 9 luglio 1989)
 
Per quanto riguarda invece il punto 2), si legge nella relazione conclusiva di minoranza, alle pagg. 253-255:
 
Nel quadro della politica estera italiana in Medio Oriente, all'interno della "tregua" accordata all'Italia dal 1973 al 1981, ovviamente la vicenda di Ortona non fu un episodio isolato. A un mese dall'arresto dei tre autonomi e del giordano Abu Anzeh Saleh, in una informativa indirizzata al direttore del SISMI e alla Presidenza del Consiglio, si leggono le prime prese di posizione dell'FPLP, nella persona di Tasir Qubaa, espresse in un colloquio con "Maestro" (il nome di copertura del colonnello Giovannone). Egli sostanzialmente confermava che i missili si trovavano in Italia solo per transito e sarebbero stati impiegati in vista di una rinnovata campagna terroristica in Israele.
Affermava che il ruolo di Abu Anzeh Saleh era limitato a quello di intermediario tra i vettori italiani e l'incaricato della nave Sidon e che non era al corrente dell'intero sviluppo dell'operazione. Inoltre, sosteneva che la partecipazione dei tre autonomi era da intendersi a carattere personale e non implicava il coinvolgimento di organizzazioni terroristiche italiane.
 Dal documento emerge che l'esponente dell'FPLP non appariva preoccuparsi tanto della liberazione di Saleh, che definiva "elemento bruciato e controllato", bensi di avanzare richieste da inoltrare al governo italiano. Tramite "Maestro", egli intendeva portare a conoscenza del Presidente del Consiglio la richiesta di impegnarsi al fine di vietare che i due lanciamissili sequestrati e la relativa documentazione fossero esaminati dai servizi israeliani e statunitensi, anche se tali servizi – si specificava - erano già in possesso di esemplari della stessa arma, uno dei quali sequestrato dalla polizia greca durante il transito attraverso il Pireo nell'estate 1978.
Secondo il documento, nel caso che tale richiesta fosse stata rifiutata, Taisir Qubaa minacciava una rappresaglia. Maestro, ovvero il colonnello Giovannone, ritenne che la presa di posizione dell'interlocutore fosse esasperata a causa delle critiche e delle accuse rivoltegli dagli oppositori all'interno dello stesso FPLP. Comunque, in relazione alle minacce, attese elementi di risposta idonei a rassicurare lo stesso Tasir Qubaa.
Questi elementi furono presumibilmente forniti, dato che non si rilevano successive informative che riferiscano nuovamente sull'argomento e sull'interessato, oltre al fatto che non furono attivate "azioni di rappresaglia".
I1 ciclo informativo che ne seguì alternava il timore di "azioni di rappresaglia" con pressioni diplomatiche fino alla ipotizzata collaborazione di Abu Anzeh Saleh con il servizio italiano, espressa in un documento del Centro di Controspionaggio di Bologna, in data 31 marzo 1980.
I1 15 gennaio 1980, in un’informativa data dalla direzione generale di Polizia - DIGOS - Ufficio Centrale, inviata alle questure di Bologna e Roma, sostanzialmente si affermava che il leader dell’FPLP, George Habbash, fosse contrariato per l'arresto di Saleh e la conseguente dannosa pubblicità per il suo Fronte e "manovrerebbe" "contatti" informali con ambienti diplomatici arabi per far pressioni sul governo italiano.
I1 25 gennaio 1980, il Tribunale di Chieti condannava a sette anni Abu Anzeh Saleh e i tre autonomi per detenzione e trasporto illegittimo di armi da guerra, ma li assolveva dal reato di introduzione delle armi su territorio nazionale.
L'8 marzo 1980, il SISDE inviava una nota alla questura di Bari dove si esprimeva la preoccupazione che I'FPLP potesse tentare in qualche modo una ritorsione nei confronti del nostro Paese se non anche un'azione per liberare Abu Anzeh Saleh.
(…) L'11 luglio 1980, il direttore dell’UCIGOS inviava una nota al direttore del SISDE in cui paventava nuovamente azioni di ritorsione da parte dell’FPLP.
I1 2 agosto 1980 avvenne la strage di Bologna. Nelle comunicazioni che seguirono, in merito a Saleh e alle trattative e ai timori di rappresaglia da parte dell'FPLP nessun organo investigativo risulta aver accennato a un possibile collegamento tra la vicenda di Ortona e la strage, neppure l'allora direttore dell'UCIGOS Gaspare De Francisci (estensore dell'informativa dell'11 luglio 1980) né la Direzione centrale di Polizia. Né alcuna segnalazione pervenne dal Maestro, il colonnello Giovannone, "l'uomo della politica in Medio Oriente" che il citato esponente dell'FPLP, nel dicembre 1979, intendeva incontrare per inoltrare le sue richieste alla Presidenza del Consiglio della Repubblica italiana. Dal riscontro in atti non risulta dunque nessun collegamento tra la vicenda di Ortona e la strage di Bologna. I legittimi timori espressi dagli organi investigativi italiani per un azione di rappresaglia e per un'azione violenta da parte dell'FPLP al fine di liberare dal carcere Saleh restano tali.”
 
Dunque, riassumendo i vari assunti dei Commissari del centrosinistra su questo punto:
a) Un dirigente dell’FPLP, Tasir Qubaa, chiese a Giovannone di fare semplicemente in maniera che i missili di Ortona non finissero in mani israeliane o americane, pena rappresaglia.
Lo stesso Giovannone però avrebbe ritenuto la richiesta più strumentale a questioni interne al FPLP che non realmente minacciosa. Su Abu Saleh secondo Giovannone non ci sarebbe stata alcuna richiesta da parte palestinese, anzi, era considerato un elemento non determinante.
b) tra il gennaio e il luglio 1980 alcune note dei servizi segreti ed investigativi, allertavano da possibili rappresaglie palestinese sul territorio italiano, conseguenti la detenzione di Saleh. Ma le stesse agenzie (Sisde – Ucigos), dopo l’attentato di Bologna dell’agosto 1980, non segnalarono alcun collegamento fra quelle precedenti segnalazioni e la strage, segno che non consideravano essercene.
 
Infine in relazione al punto 3), si legge nella relazione conclusiva di minoranza, alle pagg. 255-256:
 
D'altronde è opportuno sottolineare che la strage di Bologna - causata dall'esplosione di una bomba contenente 20-25 chili di tritolo con aggiunta di T4, che causò la morte di 85 persone e il ferimento di 200 - non è sicuramente da iscriversi, politicamente e operativamente, in una semplice "azione di rappresaglia". È altrettanto necessario sottolineare che il compimento di una strage come quella di Bologna, da parte dell'FPLP non avrebbe costituito un atto di ritorsione e rappresaglia, ma un atto di guerra contro l'Italia, un paese strategicamente importante, con il quale il dialogo era stato ed era comunque proficuo.”
 
Per capire come debbano essere considerate tali considerazioni conclusive dei commissari del centrosinistra (punto 1, 2 e 3), bisogna proseguire nella lettura della relazione, perché paradossalmente spunta un elemento che ha dell’incredibile.
 
Dalla relazione conclusiva di minoranza, alle pagg. 256-257:
 
Come si è scritto, il ciclo informativo inerente la vicenda di Ortona e, in particolare, Saleh non si ferma al 1980. Porta la data del 15 giugno 1981 un documento di estremo interesse, che conferma l'esistenza del "patto" di tregua accordato dall'FPLP all'Italia fin dal 1973 e testimonia che fino al giugno 1981 quella "tregua" era stata osservata; per la prima volta si legge ciò che non era emerso nelle informative precedenti, ovvero dell'ipotesi di una situazione di pericolo a breve scadenza e di una possibile ripresa della piena libertà di azione da parte dell'FPLP. Esso peraltro conferma implicitamente l’estraneità del Fronte palestinese rispetto alla strage di Bologna, poiché si afferma che, solo a partire dal giugno 1981, su quel "patto" si rischia di non poter fare più affidamento.
Il documento in questione è un'informativa redatta dal SISMI, indirizzata alla 1ª Divisione, al vice direttore del servizio, alla Presidenza del Consiglio, ministero dell’intemo, ministero di Grazia e Giustizia e CESIS. Si riferisce che il 29 maggio 1981, la Corte d'Appello dell'Aquila ha rigettato l'istanza di scarcerazione per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva, presentata dall'avvocato di Abu Anzeh Saleh, Edmondo Zappacosta. Si evidenzia la "preoccupata reazione" dell'esponente dell'FPLP, in contatto con il rappresentante del SISMI a Beirut colonnello Giovannone, e si dice che vi è motivo di ritenere che il Fronte interpreti tale decisione come un atteggiamento pregiudizialmente negativo assunto dalle autorità italiane. in sostanza, il documento avvertiva che "non si dovrebbe più fare affidamento sulla sospensione delle operazioni terroristiche in Italia e contro interessi e cittadini italiani decisa dall'FPLP nel 1973". Conseguentemente, si ipotizzava una situazione di pericolo a breve scadenza, anche in concomitanza del processo d'appello il cui inizio era previsto per il 17 giugno 1981. In proposito, l'informativa riportava notizie apprese da fonte fiduciaria estranea all'FPLP, secondo cui sarebbero state predisposte due operazioni da condurre, in alternativa, contro obiettivi italiani: 1) il dirottamento di un aereo DC 10 Alitalia, con cattura dei passeggeri e dell'equipaggio; 2) occupazione di un'ambasciata italiana in un paese del Centro o Sud America con cattura dei funzionari e degli impiegati di nazionalità italiana. Com'è evidente, si tratta di due ipotetiche azioni di rappresaglia non riconducibili alle dimensioni di una strage.
I1 22 giugno 1981 era nuovamente presentata l'istanza di scarcerazione di Saleh. La Corte di Cassazione la concesse il 31. I1 15 agosto Abu Anzeh Saleh tornò in libertà anche se con l'obbligo di risiedere a Bologna e presentarsi due volte alla settimana al locale commissariato di polizia. I1 cittadino giordano fu, quindi, giudicato a piede libero e presenziò al processo d'appello iniziato il 13 gennaio 1982. Residente a Bologna, Abu Anzeh Saleh vi conclude gli studi laureandosi in scienze politiche il 23 giugno 1983, subito dopo si rende irreperibile.
 
Oserei definire il ragionamento dei commissari del centrosinistra, del tutto particolare.
 
Essi invocano un’informativa del SISMI del 15 giugno 1981, che semplicemente avvisava che, poiché la Corte d’Appello dell’Aquila aveva rigettato l’istanza di scarcerazione per Abu Saleh il 29 maggio 1981, sorgeva il rischio di rappresaglie palestinesi subito a seguire, anche in rottura del ben noto PATTO del 1973.
 
E sulla base di questa breve nota, i commissari del centrosinistra deducono che, dal momento che veniva segnalato un rischio FUTURO (da giugno in poi) era IMPLICITO nell’informativa stessa che lo stesso rischio non avrebbe potuto riguardare il PASSATO (e cioè l’agosto 1980, periodo della strage).
Peccato però che la stessa informativa sconfessa prepotentemente tutti gli assunti precedenti (1, 2 e 3).
 
PRIMO: conferma l’esistenza del PATTO di tregua, a far data dal 1973, patto che nella pagina precedente gli stessi Commissari si erano dati da fare per degradare a “vago accordo” ripescando stralci di un’intervista televisiva di Giovannone alla TV britannica.
SECONDO: conferma il fermo interesse alla liberazione di Abu Saleh da parte dell’organizzazione terroristica palestinese, contrariamente a quanto richiamato sempre ai punti precedenti della relazione conclusiva, dove i commissari citano gli incontri fra lo stesso Colonnello Giovannone ed il dirigente palestinese Tasir Qubaa, per il quale Abu Saleh era semplicemente un personaggio “bruciato” di interesse praticamente nullo.
TERZO: si ipotizzano, come tragica contropartita alla mancata liberazione del terrorista palestinese, rappresaglie sottoforma di gravi azioni terroristiche quali, ad es., “il dirottamento di un aereo DC 10 Alitalia, con cattura dei passeggeri e dell'equipaggio”.
 
Ma a questo punto, ci si domanda: ma se esisteva un PATTO dal 1973 di natura tale e di tale importanza da far temere al SISMI, a metà di giugno del 1981, la possibilità di una rappresaglia terroristica a seguito della conferma in Corte d’Appello della detenzione di un membro del FPLP, per quale ragione l’FPLP non poteva identicamente (anzi, a maggior ragione) intendere come violato il patto, ed indi effettuare rappresaglie, già dal momento dell’arresto stesso del loro affiliato, e cioè da prima dell’agosto del 1980?
 
E non è semplicemente ridicolo il tentativo dei commissari di centrosinistra di “declassare” per gravità ed importanza tale ipotetica azione terroristica rispetto alla strage di Bologna?
 
Infatti bisogna innanzitutto considerare che la strage di Bologna poteva anche essere la conseguenza di un’azione mal calcolata.
Lo stesso crollo della sala d’aspetto che causò il maggior numero di vittime, pare si debba al ritorno dell’onda d’urto causata dall’ordigno contro il convoglio Ancona-Chiasso fermo sul primo binario.
 
E se quel treno non fosse stato sul binario? Forse la sala d’aspetto non sarebbe crollata.
Forse il numero di vittime sarebbe stato molto minore, più vicino alle 32 vittime causate dall’azione terroristica di Fiumicino del dicembre 1973. (sulla natura della quale, atto di guerra o di intimidazione nel contesto delle trattative in corso con il governo italiano, non si può essere certi).
 
Ma non è forse ridicolo “pesare” col numero di vittime o con la massa di esplosivo la “ratio” di questi attentati?
Forse il dirottamento di un DC10 da parte di terroristi palestinesi non sarebbe potuto terminare anch’esso in un’immane tragedia?
 
Sono, tutte queste, ragioni sufficienti per non considerare la presenza a Bologna, nei pressi della stazione, il giorno dell’attentato, del terrorista tedesco Thomas Kram collegato col terrorista Carlos, nonché la probabile presenza di un’altra terrorista tedesca?
 
E che dire del fatto che gli attentati a treni e stazioni segnano marcatamente uno stile inconfondibile, quello del terrorista Carlos cui il Kram era indiscutibilmente collegato?
 
E che dire inoltre del fatto che un altro attentato molto simile fu effettuato due anni dopo a Parigi, proprio per rappresaglia all’arresto ed al processo di altri due terroristi, Magdalena KOPP e lo svizzero Bruno BREGUET?
 
“Il 22 aprile 1982 viene fatta saltare in aria l’agenzia di stampa francese a Beirut. Lo stesso giorno, pochi minuti prima che iniziasse il processo a Parigi a carico di KOPP e BREGUET, un’automobile con una potente carica di esplosivo salta in aria - poco dopo le ore 9 - sotto la sede del settimanale filo iracheno Al Watan Al Arabi, in rue Marbeuf, all’altezza del civico 33, poco distante dai Campi Elisi. Bilancio: un morto (una signora di 30 anni, Nelly GUILLERME) e 46 feriti (fra i più gravi, un ragazzo di 18 anni al quale verrà amputata una gamba). L’onda d’urto provocherà vasti danni per un raggio di 150 metri. Il ministro dell’Interno austriaco rese noto che l’auto utilizzata (una Opel Kadett color arancio, targata W691 814) era stata noleggiata alla Hertz dell’aeroporto di Lubjana (Jugoslavia) il 19 aprile da una donna. … Da successive e delicatissime indagini, fu possibile accertare la vera identità della donna che condusse a Parigi la Opel carica di esplosivo ad altissimo potenziale (secondo la testimonianza del custode dell’edificio, Jean-Luc MENAULT, l’auto era stata parcheggiata la sera precedente intorno alla mezzanotte dinanzi al numero 33 della rue Marbeuf da un uomo dal colorito scuro, di circa 30 anni, con capelli grigi): Christa Margot FRÖHLICH, nata Kalisz (Polonia), il 19 settembre 1942, cittadina tedesca. La donna verrà arrestata due mesi dopo - il 18 giugno 1982 - all’aeroporto Leonardo Da Vinci mentre trasportava, in una valigia, 3,5 kg di miccia detonante, composta di esplosivo ad alto potenziale (giudicato in un primo momento T4, ma poi periziato in cordone fulminante alla pentrite), di due detonatori elettrici e di una sveglia elettrica predisposta all’impiego quale timer di un ordigno.”
(da Almanacco dei Misteri, documento citato)
 
Ora, anche la FRÖHLICH stando ad alcune risultanze emerse anche nei lavori della Commissione Mitrokhin, pare fosse a Bologna quel tragico 2 agosto 1980.
 
Ma questa storia la affronteremo prossimamente.

 

mercoledì, 27 giugno 2007

L’accordo Moro

(di Sextus Empiricus e Cieli Limpidi)

Sulle tracce indicate da Priore

“Io ho istruito in parte il processo per banda armata relativo ai missili di Pifano, e lì nasce una vicenda così complessa che non è stata mai spiegata, di rapporti con il FPLP (Fronte popolare per la liberazione della Palestina)… che poi si raccorda con quanto è contenuto nelle lettere di Moro… Moro fa sempre menzione a questo patto, a questo accordo che c’è con la resistenza palestinese.

Questo è un accordo sul quale tuttora c’è una sorta di segreto di fatto (perché non è stato mai opposto un segreto formale), su cui non si può ancora parlare, perché la Commissione Mitrokhin era arrivata ad un determinato punto proprio su questa materia… e da quel momento è nato di nuovo un segreto di fatto, perché i lavori si son chiusi, e lo stesso Andreotti, io ricordo, il Presidente Andreotti parlava appunto di questa sorta di segreto che è troppo presto per rivelare. … Si ha l’impressione che la nostra opinione pubblica non sia preparata alla rivelazione di certi segreti, come quello che riguarda il patto con la resistenza palestinese che ha dominato la nostra storia per anni, per decenni…

Io vorrei solo fare un piccolo riferimento a questo patto, questo è un patto di cui parla Moro in quattro importantissime lettere: a Pennacchini, a Piccoli, e credo… a Cossiga… fa sempre riferimento a questo patto, però di questo patto in Italia c’è una sorta di divieto di parlarne. Questo è un patto, diciamo la verità, che ha determinato la nostra storia per oltre trent’anni…”.

Con queste parole Rosario Priore, giudice che nel corso della sua carriera ha indagato sui cosiddetti “misteri d’Italia”, dalla strage di Piazza Fontana al caso Moro fino al caso Ustica, interveniva a Omnibus su LA7 il 14 maggio scorso.

Parole che, è inutile negarlo, colpiscono tutti coloro i quali hanno vissuto con una certa partecipazione le vicende drammatiche che hanno caratterizzato gli anni ’70.

I precisi riferimenti del giudice Priore lasciano intendere fin da subito – poi si renderà necessaria comunque una seria e oggettiva verifica documentale – che una lunga sequenza di eventi, fatti e “verità” abbiano lasciato tracce evidenti, anche se finora non adeguatamente riconosciute.

Non si può ancora parlare”… di cose che in realtà sono già scritte e che ormai, grazie anche alla rete, risulta molto facile ritrovare, rileggere, rianalizzare con cura.

Forse la novità, la grande novità, sta proprio qui.

Non vogliamo facilmente scadere in una esaltazione acritica della rete, ma forse questo strumento è calato come arma impropria ed imprevista nel placido consesso dei poteri.

Verità sepolte, scomode, inopportune rischiano di vedere la luce grazie alla potenza dei motori di ricerca e degli ipertesti; alla rivoluzionaria contrazione del tempo e dello spazio, che consente a persone lontane che mai si sarebbero incontrate, di scambiarsi opinioni, dubbi, considerazioni e… “scoperte”.

Io e Sextus abbiamo provato pazientemente a seguire quel filo esile ma intrigante che Priore aveva indicato.

Senza nessun intento interpretativo vogliamo mettere semplicemente a disposizione dei lettori le notizie essenziali, vale a dire le “fonti” ultime che siamo riusciti a identificare.

Questo solo per mettere ordine fra informazioni frammentarie e sconnesse e per dare magari modo ad altri curiosi navigatori di andare oltre.

 

Le lettere di Moro

Priore fa cenno a quattro lettere scritte da Aldo Moro durante i 55 giorni della sua prigionia nel “carcere del popolo” delle BR.

Le lettere scritte da Moro sono in totale 95, di cui però solo 30 vennero recapitate ai destinatari mentre le altre 65 vennero “trattenute” dai brigatisti, nonostante, come ebbe a dire Mario Moretti “Moro si raccomandava molto che venissero recapitate” (cfr. Mario Moretti, “Brigate Rosse. Una storia italiana, intervista con Carla Mosca e Rossana Rossanda”, Anabasi, Milano 1994), e nonostante che gli stessi brigatisti avessero promesso che “tutto quanto riguarda il processo a Moro [verrà] trattato pubblicamente” (Comunicato n. 1 del 18 marzo 1978).

Le lettere di Moro divennero pubbliche in tre diversi momenti:

1.      durante i 55 giorni del sequestro (16 marzo – 9 maggio 1978);

2.      dopo la scoperta del covo delle Brigate rosse di via Monte Nevoso (Milano, 1º ottobre 1978), dove vennero rinvenute dattiloscritte e in fotocopia;

3.      dopo il secondo rinvenimento nello stesso covo delle Br di via Monte Nevoso, durante lavori di ristrutturazione (Milano, 9 ottobre 1990), dove vennero rinvenuti i testi manoscritti, ancora in fotocopia.

 

Questi i brani a cui fa riferimento il giudice Priore, in cui Moro esplicitamente cita un “accordo” con i palestinesi.

• Lettera a Erminio Pennacchini recapitata il 29 aprile 1978:

“…È quindi naturale che in un momento drammatico mi rivolga a te per un aiuto prezioso che consiste semplicemente nel dire la verità. Dirla, per ora, ben chiara agli amici parlamentari ed a qualche portavoce qualificato dell’opinione pubblica. Si vedrà poi se ufficializzarla.

Si tratta della nota vicenda dei palestinesi che ci angustiò per tanti anni e che tu, con il mio modesto concorso, riuscisti a disinnescare. L’analogia, anzi l’eguaglianza con il mio doloroso caso, sono evidenti. Semmai in quelle circostanze la minaccia alla vita dei terzi estranei era meno evidente, meno avanzata. Ma il fatto c’era e ad esso si è provveduto secondo le norme dello Stato di necessità, gestite con somma delicatezza…”.

• Lettera a Flaminio Piccoli recapitata il 29 aprile 1978, ma scritta il 22-23 aprile poiché è menzionata in una lettera di Moro a Maria Luisa Familiari scritta domenica 23 aprile:

“… La prima osservazione da fare è che si tratta di una cosa che si ripete come si ripetono nella vita gli stati di necessità. Se n’è parlato meno di ora, ma abbastanza, perché si sappia come sono andate le cose. E tu, che sai tutto, ne sei certo informato. Ma, per tua tranquillità e per diffondere in giro tranquillità, senza fare ora almeno dichiarazioni ufficiali, puoi chiamarti subito Pennacchini che sa tutto (nei dettagli più di me) ed è persona delicata e precisa. Poi c’è Miceli e, se è in Italia (e sarebbe bene da ogni punto di vista farlo venire) il Col. Giovannone, che Cossiga stima. Dunque, non una, ma più volte, furono liberati con meccanismi vari palestinesi detenuti ed anche condannati, allo scopo di stornare gravi rappresaglie che sarebbero poi state poste in essere, se fosse continuata la detenzione. La minaccia era seria, credibile, anche se meno pienamente apprestata che nel caso nostro. Lo stato di necessità è in entrambi evidente.

Uguale il vantaggio dei liberati, ovviamente trasferiti in Paesi Terzi…”.

Priore nel suo recente intervento sembra sbagliare segnalando altri riferimenti nelle due lettere inviate da Moro a Francesco Cossiga. In effetti non sembrano esserci. Anche se la (o le) testimonianze di Cossiga come vedremo sono molto interessanti…

Viceversa, nello scorrere le lettere di Moro, si riscontrano altre tracce del “patto”. In particolare:

• Lettera all’ambasciatore Luigi Cottafavi (amico del Segretario dell’ONU Kurt Waldheim) a cui Moro scrive:

E ciò dimenticando che in moltissimi altri paesi civili si hanno scambi e compensazioni e che in Italia stessa per i casi dei Palestinesi ci siamo comportati in tutt’altro modo”.

• E ancora lettera a Renato Dell’Andro:

La prima riguarda quella che può sembrare una stranezza e non è e cioè lo scambio dei prigionieri politici. Invece essa è avvenuta ripetutamente all’estero, ma anche in Italia. Tu forse già conosci direttamente le vicende dei palestinesi all’epoca più oscura della guerra. Lo scopo di stornare grave danno minacciato alle persone, ove essa fosse perdurata. Nello spirito si fece ricorso allo stato di necessità. Il caso è analogo al nostro, anche se la minaccia, in quel caso, pur serissima, era meno definita. Non si può parlare di novità né di anomalia. La situazione era quella che è oggi e conviene saperlo per non stupirsi. Io non penso che si debba fare, per ora, una dichiarazione ufficiale, ma solo parlarne di qua e di là, intensamente però. Ho scritto a Piccoli e a Pennacchini che è buon testimone”.

E poi al Partito della Democrazia Cristiana (riportiamo solo la prima di tre versioni comunque simili tra loro):

Bisogna pur ridire a questi ostinati immobilisti della D.C. che in moltissimi casi scambi sono stati fatti in passato, ovunque, per salvaguardare ostaggi, per salvare vittime innocenti. Ma è tempo di aggiungere che, senza che almeno la D.C. lo ignorasse, anche la libertà (con l’espatrio) in un numero discreto di casi è stata concessa a palestinesi, per parare la grave minaccia di ritorsioni e rappresaglie capaci di arrecare danno rilevante alla comunità. E, si noti, si trattava di minacce serie, temibili, ma non aventi il grado d’immanenza di quelle che oggi ci occupano. Ma allora il principio era stato accettato. La necessità di fare uno strappo alla regola della legalità formale (in cambio c’era l’esilio) era stata riconosciuta. Ci sono testimonianze ineccepibili, che permetterebbero di dire una parola chiarificatrice. E sia ben chiaro che, provvedendo in tal modo, come la necessità comportava, non si intendeva certo mancare di riguardo ai paesi amici interessati, i quali infatti continuarono sempre nei loro amichevoli e fiduciosi rapporti”.

• Infine lettera a Riccardo Misasi:

Ecco perché queste cose sono e non possono essere disciplinate nel segno dello Stato di necessità, salvo le ipotesi più semplici alle quali fa riferimento saggiamente l’On. Craxi. La casistica, sulla quale più volte mi sono soffermato è al riguardo altamente indicativa, dagli innumerevoli casi di salvezza di ostaggi fino ai casi dei palestinesi di cui si è parlato”.

Il testo integrale delle lettere di Moro si può consultare al sito:

http://www.archivio900.it/it/documenti/finestre-900.aspx?c=1043

Una versione cartacea delle stesse lettere si può leggere in Sergio Flamigni, “«Il mio sangue ricadrà su di loro». Gli scritti di Aldo Moro prigioniero delle Br”, Kaos edizioni, gennaio 1997 (pp. 55-203).

Dunque un “patto”, un “accordo” tra governo italiano e palestinesi sembra essere esistito.

Ma quando è stato stipulato? E dove?

19 ottobre 1973: la data del “patto”?

Un preciso riferimento cronologico alla stipula di questo “patto” è attestato da Sergio Flamigni in “La tela del ragno. Il delitto Moro”, Kaos edizioni, 1ª ed. maggio 1988, 5ª ed. aggiornata aprile 2003. Alle pagine 197-198 di quest’opera (un vero e proprio “classico” sul caso Moro) troviamo scritto:

Il 19 ottobre 1973, presso l’Ambasciata italiana al Cairo, c’era stato un incontro fra il rappresentante dell’Olp, Said Wasfi Kamal, e diplomatici italiani, il primo consigliere Ranieri Tallarigo e il segretario Concetta Di Stefano in Grignano. Il rappresentante dell’Olp aveva chiesto la liberazione dei palestinesi arrestati per l’attentato all’aereo della El Al «e ha offerto l’impegno formale dell’Olp che nessuna azione dei feddayn si ripeterà in Italia qualora venga concessa la liberazione degli attuali detenuti» (Da un appunto “Riservatissimo” al Sid proveniente dal Cairo; cfr. sentenza-ordinanza del giudice istruttore Carlo Mastelloni, cit. [Tribunale di Venezia, procedimento penale nº 204 del 1983], pagg. 1.161-63.). La proposta era stata esaminata il 25 ottobre, nel corso di una riunione al ministero degli Esteri, durante la quale il rappresentante del Viminale – il vicequestore Silvano Russomanno, direttore della Divisione sicurezza interna – aveva sottolineato «la scarsa credibilità dell’impegno che gli organi ufficiali della resistenza palestinese assumerebbero in caso di liberazione dei cinque detenuti»; secondo Russomanno, dovevano «ritenersi del tutto fantasiosi i timori palesati circa possibili azioni delittuose da parte israeliana contro gli arabi». La riunione aveva dimostrato che sotto la direzione di Moro il ministero degli Esteri era impegnato a stabilire un’intesa con l’Olp per salvaguardare il territorio italiano da eventuali attacchi palestinesi, e dai pericoli di ritorsione da parte israeliana che stranamente Russomanno tendeva a escludere.

Può essere che questo “accordo” dell’autunno 1973, nel pieno della guerra del Kippur (6-22 ottobre) non fosse altro che una reiterazione di un precedente “patto”.

Non si spiega però a questo punto l’attentato compiuto il 17 dicembre di quello stesso anno da cinque terroristi di Settembre Nero all’aeroporto di Fiumicino che causò 32 morti.

Le “notizie riservate” di Pecorelli

È d’obbligo citare il giornalista Mino Pecorelli, che dalle colonne della sua rivista “OP” (Osservatorio Politico) del 10 ottobre 1978, analizza la citata lettera di Moro a Piccoli:

Moro si riferisce a quell’accordo «anomalo» stabilito al di fuori dello Stato ma sotto il controllo dello Stato, grazie al quale l’Italia non è stata teatro di quei dirottamenti aerei, stragi e attentati che tante vittime e danni hanno provocato in Europa a partire dal ’72. In quell’anno agenti del Sid informarono il governo che terroristi palestinesi stavano preparando attentati agli aeroporti italiani. Rumor e Moro giudicarono che l’unica strada per impedire che l’Italia diventasse terreno di manovra dei palestinesi era quella di trattare con Habbash una sorta di mutuo patto di non aggressione. L’accordo stabilito dal Sid, con l’unica misteriosa eccezione della strage di Fiumicino, fu sempre rispettato.

Da parte italiana l’accordo presupponeva una perfetta intesa tra governo, Sid e magistratura. Per esempio, quando sul finire del ’73 il Sid di Miceli sorprese a Ostia cinque terroristi arabi in procinto di lanciare un missile contro un aereo israeliano, nel superiore interesse dello Stato la magistratura concesse subito la libertà dietro cauzione che il Sid fu lesto a pagare riaccompagnando gli arabi alla frontiera. Né quella fu l’unica operazione anomala e parallela agli interessi dello Stato. Dal ’73 al ’75, in tre riprese furono consegnati a Habbash dieci terroristi condannati. Salvare la vita di nostri connazionali, salvare gli aerei della flotta di bandiera è stata forse una disfatta dello Stato o una vittoria dell’intelligenza politica sulla forza bruta?

Né lo stato italiano (segnatamente Rumor, Moro, Piccoli, Pennacchini sottosegretario al ministero di Grazia e giustizia, Carmelo Spagnuolo procuratore generale, Miceli capo del Sid, il col. Giovannone responsabile del Sid a Beirut, tutti ricordati nelle lettere di Moro) si limitarono a trattare con i palestinesi. Quando i guerriglieri del Fronte di liberazione dell’Eritrea, per finanziare la rivolta contro Addis Abeba si misero a sequestrare possidenti italiani, anche allora su disposizione di Moro si ricorse ai buoni uffici del Sid. Un agente di Miceli si mise in contatto con il capo del fronte eritreo e riuscì a ottenere l’immunità per tutti i residenti italiani.” (La citazione è tratta da Sergio Flamigni, “Le idi di marzo. Il delitto Moro secondo Mino Pecorelli”, Kaos edizioni, ottobre 2006, pp. 364-365).

Le “testimonianze” di Cossiga

Veniamo infine a Francesco Cossiga e a quanto ha affermato il 24 maggio scorso durante la trasmissione di RAI2 “La storia siamo noi” di Giovanni Minoli:

“… Arrivò attraverso Giovannone, un messaggio del capo di un’organizzazione terroristica, a me diretto, molto cortese, che diceva: “Ma qui stiamo violando i patti, il missile è mio, voi me lo dovete restituire.” Compresi che quindi faceva parte del “patto”, il fatto che noi ci “distraessimo” dei trasporti di materiale esplosivo attraverso il nostro paese, purché al nostro paese non fossero destinati
... Una delle più ardite realizzazioni di Aldo Moro è stato l’accordo segreto, tanto segreto che io che sono stato Ministro dell’Interno, presidente del Consiglio e Presidente della Repubblica, non ne ho mai saputo niente…
… A me poi Ministro dell’Interno e poi Presidente del Consiglio e poi Presidente della Repubblica, non hanno mai detto nulla. Però per un lungo periodo noi siamo stati al riparo dal terrorismo mediorientale
”.

Quasi due anni prima, il 20 luglio 2005 Cossiga scrisse una lettera a Enzo Fragalà capogruppo di An in commissione Mitrokhin, in cui tra le altre cose affermava:

Vi è «il dubbio grave» che la strage di Bologna del 2 agosto 1980 sia stata «o un atto del terrorismo arabo o della fortuita deflagrazione di una o più valigie di esplosivo, trasportato da palestinesi, che si credevano garantiti dall’ accordo Moro’. L’ ‘accordo Moro’, venne “stipulato sulla parola tra la resistenza ed il terrorismo palestinese da una parte e dal governo italiano dall'altra, al fine di tenere l’Italia al riparo dagli atti terroristici di quelle organizzazioni”, e spiega perché “ufficiali del Sismi, ente sempre fedele all’accordo e leale verso perfino la memoria di Aldo Moro, tentarono il depistaggio verso esponenti credo neonazisti del terrorismo tedesco, e per questo furono condannati”.
Le carte raccolte dalla commissione Mitrokhin, a mio avviso potrebbero costituire base per la valida revisione del processo che portò alla condanna della Mambro e del Fioravanti, difesi presso di me da esponenti importanti delle Brigate Rosse che teorizzarono il perché i due non potessero essere che innocenti”.
Quando la Polizia stradale intercettò un camion con due missili, scortato dal «pacifista non violento» Pifano, ‘dominus’ di quel circolo culturale della cosiddetta Autonomia, così lo definì il giudice che annullando una ordinanza da me emanata in base alle leggi speciali quale ministro dell'Interno, e cioè il cosiddetto covo di via dei Volsci, il Sismi mi passò una informativa che si affermava originata dalla «stazione» di Beirut, alias dal colonnello Giovannone, l’ ‘uomo’ di Aldo Moro, secondo la quale una determinata organizzazione della resistenza palestinese, la Fplp, rivendicava la proprietà dei due missili, non destinati all’Italia”.
In realtà non fu difficile a me ed al Sottosegretario all’Informazione e alla Sicurezza, on. Mazzola, comprendere che i dirigenti del Sismi, ci nascondevano qualcosa. Vi fu un burrascoso incontro notturno a Palazzo Chigi, ed alla fine mi fu detta la verità e mi fu esibito un documento trasmesso dalla nostra «stazione»: un telegramma del capo della Fplp a me indirizzato con cui, con il tono di chi si sente offeso per l’atto che ritiene compiuto in violazione di precedenti accordi, mi contestava il sequestro dei due missili e ne richiedeva la restituzione, insieme alla liberazione del ‘compagno’ Pifano”.
La richiesta avanzata dall'Fplp di restituzione dei missili faceva forse parte “dell'accordo mai dimostrato ‘per tabulas’, ma notorio, stipulato sulla parola tra la resistenza ed il terrorismo palestinese da una parte, e dal governo italiano dall’altra, quando era per la prima volta Presidente del Consiglio dei Ministri l’on. Aldo Moro.

La totale fedeltà e conseguente riservatezza che i collaboratori sia del Ministero degli esteri sia del Sifar e poi Sismi, di Aldo Moro nutrivano per lui, impedì sempre a me, benché «autoritariamente curioso», di sapere alcunché di più preciso sia da ministro dell'Interno, che da Presidente del Consiglio dei Ministri e da Presidente della Repubblica”.
Un altro “degli episodi legati all’accordo è la distruzione da parte dei servizi israeliani dell’aereo militare Argo 16, in dotazione al Sismi, come ritorsione alla ‘esfiltrazione’ di cinque terroristi palestinesi arrestati in quanto avevano tentato di abbattere con missili terra-aria un aereo civile israeliano in partenza da Fiumicino”.
“Esfiltrazione o fuga agevolata, operata da agenti del nostro servizio, naturalmente d'accordo con la magistratura che giustamente talvolta fa eccezioni al principio dell’esercizio dell'azione penale e della obbligatorietà teorica dei provvedimenti limitativi che dovrebbero discenderne
”… (AdnKronos, 20 luglio 2005).

Una timeline per l’anno 1973

Questa è una timeline di episodi in qualche modo connessi alla vicenda che abbiamo provato a documentare, accaduti nel 1973:

21 febbraio: aerei da guerra israeliani abbattono sul deserto del Sinai un aereo di linea libico (104 morti);

17 maggio: questura di Milano, via Fatebenefratelli (durante la cerimonia per l’inaugurazione di un busto dedicato a Luigi Calabresi nel primo anniversario della sua uccisione) l’ “anarchico” Gianfranco Bertoli lancia una bomba a mano nella folla (4 morti e 45 feriti), il presidente del Consiglio Mariano Rumor rimane incolume. Il quarantenne Bertoli era rientrato in Italia il 12 maggio dopo un soggiorno in Israele. Era a Milano il 16 dopo essere passato per Marsiglia;

28 giugno: Parigi, salta in aria Mohammed Boudia, il capo della rete palestinese in Europa. L’eliminazione di Boudia, attribuita al Mossad, spiana la strada a Ilich Ramirez Sanches (detto Carlos) ai vertici dell’organizzazione terroristica;

5 settembre: all’aeroporto di Fiumicino, allertati dal generale del SID Ambrogio Viviani, agenti del Mossad scatenano un conflitto a fuoco nel tentativo di eliminare alcuni membri palestinesi di Settembre Nero, catturati successivamente dalla polizia italiana;

6 ottobre – 22 ottobre: Guerra dello Yom Kippur tra Israele e i paesi arabi: Egitto e Siria;

31 ottobre: due dei cinque terroristi di Settembre Nero arrestati a Ostia mentre preparavano un attentato all’aeroporto di Fiumicino a un aereo della El Al, vengono scarcerati e fatti espatriare in Libia a bordo del bimotore Argo 16 del Sid;

23 novembre: “Argo 16”, in uso alla struttura segreta “Gladio”, precipita nei pressi di Marghera. Muoiono i quattro membri dell’equipaggio. Nel corso dell’inchiesta che ne seguì, venne incriminato tra gli altri il generale Zvi Zamir, capo dei servizi segreti israeliani dal 1968 al 1974 e Aba Léven, ex-responsabile del servizio di sicurezza israeliano in Italia;

17 dicembre: un commando di Settembre Nero lancia due bombe incendiari a bordo di Boeing 707 del Pan American in sosta a Fiumicino, 32 morti.

[seconda puntata...]

postato da: GabrielParadisi alle ore 27/06/2007 19:39 | Permalink | commenti (422)
categoria:palestina, israele, russia, brigate rosse, servizi segreti, mitrokhin, misteri d italia, caso moro, strage stazione, moro aldo
mercoledì, 06 giugno 2007

Il Patto

(intervista* a Gian Paolo Pelizzaro)

* L’intervista è stata realizzata con l’aiuto fondamentale di Sextus Empiricus e di Enrix.

 

Da un paio di settimane rimbalza in Tv una notizia a dir poco esplosiva e inedita.

Per primo ne ha parlato il giudice Rosario Priore a “Omnibus” su La 7 alle 8.13 di lunedì 14 maggio. E poi anche a “Terra” il programma di approfondimento del Tg5, andata in onda alle 23.30 di domenica 3 giugno.

Poi se n’è discusso da Minoli a “La Storia Siamo Noi” su Raidue giovedì 24 maggio. La carta stampata a dire il vero non ne ha dato per ora il risalto che a nostro avviso meriterebbe, ma questo è un altro discorso.

In sostanza, la notizia riguarda un “Patto” segretissimo “siglato” dopo la strage di Fiumicino del 17 dicembre 1973, tra il governo italiano (Aldo Moro Ministro degli Affari esteri nel IV governo Rumor, 7 luglio 1973 – 14 marzo 1974) e la dirigenza palestinese. A fronte della “distrazione” da parte delle autorità italiane al passaggio di armi e di materiale esplosivo attraverso il nostro Paese, il terrorismo palestinese ci avrebbe risparmiato dalle sue cruente azioni e ciò in effetti accadde almeno fino alla fine del 1979.

Sull’esistenza di tale patto oggi sembrano convergere un po’ tutti, da Francesco Cossiga a Giulio Andreotti, anche se Cossiga sostiene di esserne stato all’oscuro persino quando arrivò a ricoprire le cariche istituzionali più elevate. Verso la fine del 1979, forse inavvertitamente, il patto venne rotto con il sequestro ad Ortona (in provincia di Chieti) di due di missili SAM 7 “Strela” di fabbricazione sovietica e l’arresto proprio a Bologna del cittadino giordano di origini palestinesi Saleh Abu Anzeh, responsabile del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) in Italia, formazione di matrice marxista-leninista che aderiva all’OLP e che praticava il terrorismo su scala internazionale.

Secondo i consulenti della Commissione Mitrokhin Lorenzo Matassa e Gian Paolo Pelizzaro il movente della strage di Bologna sarebbe stato proprio l’arresto di Abu Saleh e la violazione di quell’accordo tra l’Italia e i palestinesi. Una prova di ciò la presenza a Bologna la notte precedente la strage alla stazione del terrorista tedesco Thomas Kram legato al gruppo di Carlos e dunque all’FPLP.

Secondo Priore uno dei motivi per cui la Commissione Mitrokhin ha suscitato tante resistenze è proprio il fatto che coi suoi lavori e con le sue ricerche si fosse arrivati vicino a queste verità scottanti “su cui non si può ancora parlare”.

Gian Paolo Pelizzaro, redattore del mensile Area e giornalista del Roma di Napoli, presente alla trasmissione di Minoli, è stato consulente della Commissione Stragi e della Mitrokhin. In questi ultimi mesi insieme a Vincenzo Nardiello sta conducendo per il quotidiano napoletano una documentatissima e attenta inchiesta sulla vicenda che vede coinvolto Mario Scaramella, altro consulente della Commissione presieduta da Paolo Guzzanti, in carcere dalla vigilia di Natale.

Abbiamo chiesto a Pelizzaro se era disponibile a rispondere ad alcune domande sui fatti che abbiamo velocemente richiamato. Gentilmente ha accettato.

 

Pelizzaro, nell’ottobre del 1997 è stato pubblicato il saggio Gladio rossa. Dossier sulla più potente banda armata esistita in Italia per le edizioni Settimo Sigillo. Nei “Ringraziamenti” lei lamentò il fatto che quel suo testo era già pronto nel 1994, ma che subì una vera e propria "stagione migratoria" da un editore all’altro restando spesso dimenticato per mesi nei cassetti di tante scrivanie. Lei crede che anche oggi ci siano alcuni argomenti “tabù” sui quali si applica un vero e proprio ostracismo più o meno palese? Ritiene che oggi una nuova edizione di quel suo libro, magari aggiornata con le informazioni contenute nel “dossier Mitrokhin”, reso pubblico nell’ottobre 1999, incontrerebbe ancora tante difficoltà? Il “clima editoriale” è più o meno lo stesso di allora?

 

Prima di rispondere a questa domanda, vorrei tornare per un attimo alla vicenda del tedesco Thomas Kram, essendo questo un tema trattato sia nella trasmissione “La storia siamo noi” di Giovanni Minoli su Raidue che da “Terra” di Toni Capuozzo su Canale 5, ambedue dedicate alla strage di Bologna. Ho sentito, per l’ennesima volta, alcune affermazioni che meritano un chiarimento. Secondo alcuni, infatti, non vi sarebbe la “prova” che Kram, già militante di primo livello delle Cellule rivoluzionarie tedesche, avrebbe fatto parte anche del gruppo Carlos. Bene, ciò è falso. La “prova” che il tedesco presente a Bologna a partire dalle prime ore del 2 agosto 1980 fosse stato arruolato nella rete Separat (nome in codice assegnato al gruppo Carlos dalla Stasi, la polizia politica dell’ex Ddr) è contenuta in una serie di documenti e fascicoli che la Commissione Mitrokhin ha potuto acquisire, a partire dall’ottobre del 2003. Il primo riscontro è contenuto in un lungo rapporto di polizia giudiziaria formato dalla Dst (l’antiterrorismo francese), risalente al 3 ottobre 1995 e destinato al giudice istruttore di Parigi Jean-Louis Bruguière, titolare delle inchieste che hanno portato ad un nuovo rinvio a giudizio di Carlos (la notizia si è appresa il 4 maggio scorso) per una serie di attentati dinamitardi compiuti in Francia (fra cui quello al treno Parigi-Tolosa “La Capitole” del 29 marzo 1982, quello alla sede del giornale filoiracheno e antisiriano Al Watan Al Arabi, in rue Marbeuf a Parigi del 22 aprile 1982 e quelli alla stazione ferroviaria Saint-Charles di Marsiglia e al treno ad alta velocità Tgv del 31 dicembre 1983 – per un totale di undici morti e oltre cento feriti), in cui il nome di Kram figura fra quelli dell’anello più stretto intorno al tedesco Johannes Weinrich, numero due dell’organizzazione, braccio destro di Carlos, anche lui con un passato da dirigente delle Cellule rivoluzionarie. Weinrich era colui che teneva i contatti, personali e confidenziali, con gli ufficiali del ministero per la Sicurezza dello Stato (MFS) della Germania Est. Ulteriori riscontri sono agli atti della documentazione che la magistratura francese ha trasmesso prima alla Commissione Stragi (nell’aprile del 2001) e quindi alla Mitrokhin, la quale ha potuto integrare questi atti con altri fascicoli acquisiti dalla Procura di Roma e dalla stessa magistratura ungherese. Il nome di Kram compare inoltre nei documenti sia della Stasi che del servizio di sicurezza ungherese e viene descritto come appartenente al cosiddetto ramo tedesco del gruppo Carlos, al pari di Weinrich, Fröhlich e Albartus. Kram, secondo questi rapporti, è membro a pieno titolo dell’organizzazione Separat. L’MFS cita la sua integrazione totale in seno al gruppo capeggiato da Carlos, facendo risalire alla metà del 1979 l’incontro tra Kram e Carlos. Ora, è chiaro che chi si ostina a dire che tra Kram e Carlos non vi sarebbe alcun legame, afferma il falso, mentendo per qualche motivo facilmente intuibile. Ma vi è una domanda, a fronte dei numerosi elementi che sono stati prodotti nel corso dei lavori della Commissione Mitrokhin, che credo meriti una risposta: che ci venne a fare Kram in Italia la mattina di venerdì 1° agosto 1980, per poi comparire a Bologna la notte tra il 1° e il 2 agosto, riapparendo alla stazione di Bologna proprio la mattina di sabato 2 agosto (come ha affermato Carlos in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera il 23 novembre 2005), uscendone qualche istante prima dell’esplosione, per poi sparire – da quel preciso momento – dall’orizzonte degli eventi italiani, fino ai primi di dicembre dello scorso anno quando, dopo 26 anni di clandestinità e irreperibilità (Kram è ricercato in Germania dai primi anni Ottanta e latitante in quel Paese dal 1986), si è costituito alle autorità della Repubblica federale di Germania?

Per tornare alla sua domanda, ricordo con sofferenza quanto difficile fu la pubblicazione di quel libro. All’epoca ero assistito dal compianto Valerio Riva, un gigante non solo del giornalismo, ma soprattutto della ricerca storica non omologata, il quale si adoperò moltissimo per trovare un editore. Andammo a parlare anche con le edizioni Il Fenicottero di Bologna (lo stesso editore che nel 2000 diede alle stampe quella straordinaria biografica non autorizzata del prof. Romano Prodi, Prodeide, scritta dal mio caro amico e collega Antonio Selvatici, discepolo di Riva ed uno dei più brillanti giornalisti d’inchiesta italiani), ma alla fine non si trovò un accordo e, tempo dopo, ho saputo che il titolare ha chiuso l’attività e lasciato l’Italia. Alla fine il libro uscì, ma il risultato è quello che si può vedere. Bene, quella “stagione migratoria” mi fece riflettere su quello che lei chiama “clima editoriale”. In Italia abbiamo molti “micro-clima” culturali e questo negli anni ha creato dei grandi tabù: argomenti, temi, questioni e vicende sulle quali meno se ne parla, meglio è.

Ha prevalso una sorta di “pensiero unico” dei e sui grandi misteri nazionali, sui segreti della Repubblica e della politica, sui complotti, sui burattinai, sui colpi di Stato (veri o presunti), sulle cospirazioni e manovre occulte. Prendo a prestito questi termini, questo lexicon molto suggestivo, da giornali e saggi sui quali mi sono formato da adolescente. Leggevo con famelica avidità non solo l’Espresso degli anni ruggenti, con le copertine shock e delle grandi inchieste, ma anche Panorama e libri come La strage di stato di Eduardo M. Di Giovanni e Marco Ligini, Giovanni Leone di Camilla Cederna o Gli americani in Italia di Roberto Faenza e Marco Fini. Mi sembrava tutto chiaro, tutto logico e consequenziale. Ma poi ho iniziato a coltivare dei dubbi sulle varie versioni a cui ero stato abituato e sulle quali mi ero formato dei convincimenti. Il primo grande fatto sul quale iniziarono a formarsi profonde crepe fu il presunto golpe attribuito al generale Giovanni De Lorenzo, all’epoca dei fatti (era il 1964, il mio anno di nascita) comandante generale dell’Arma dei carabinieri… il cosiddetto Piano Solo.

Negli anni a seguire, anche sulla scia dei mancati riscontri a quel teorema da parte delle varie Commissioni parlamentari d’inchiesta, mi accorsi che forse il racconto del fatto era cosa diversa dalla verità sostanziale del medesimo fatto. Questo fenomeno (la creazione di un teorema che deve spiegare un evento, spesso inesistente) fa parte di un certo conformismo culturale che affonda le proprie radici ai tempi della Guerra fredda. In Italia, a differenza di quanto è accaduto in altri Paesi europei liberati dalle forze anglo-americane tra il 1944 e il 1945, ha preso il sopravvento – sotto il profilo politico-culturale – il partito sovietico, o meglio quello che a Mosca aveva il proprio punto di riferimento principale (anche e soprattutto in termini economico-finanziari). Vero è che il terreno fu reso fertile - per certi gruppi di influenza - dal clima politico che si determinò, a partire dal dopoguerra, e che ebbe come patto fondante, nel 1947, la nostra Carta costituzionale, entrata in vigore il 1° gennaio 1948. Ma all’interno di quel grande, storico accordo tra le varie anime dell’antifascismo (quella liberale, cristiana, socialista e comunista), alla fine ha preso il sopravvento l’ala minoritaria, ma estremamente aggressiva, di quello che io chiamo il partito filo-sovietico. Lo stesso partito che non avrà problemi ad allearsi, di volta in volta, con la sinistra democristiana per assestare i migliori colpi a quello che veniva ancora considerato un’emanazione del vecchio regime fascista: gli apparati dello Stato e le sue varie articolazioni (come forze di polizia e servizi di sicurezza).

Un esempio importante di questa lobby filo-sovietica è rappresentato da Ruggero Zangrandi, giornalista e scrittore, autore fra l’altro del celebre libro Il lungo viaggio attraverso il fascismo. La sua inchiesta scatenata contro l’intelligence militare (il Sifar) dalle pagine di Paese Sera (un formidabile quotidiano finanziato direttamente da Mosca nella redazione del quale si sono formati molti cronisti di nera e giudiziaria poi approdati a Repubblica) è un esempio di come operava un agente di influenza. Si trattò di una delle più grandi operazioni messe in piedi dalle centrali internazionali oltrecortina. I nostri apparati di sicurezza (fino a quel momento fedeli servitori della logica atlantista, anticomunisti, schierati al fianco dei grandi servizi d’intelligence occidentali) finiranno nel mirino di Mosca, fatti bersaglio di plurime e gravissime offensive e trascinati in una serie di scandali (e questo sino ai nostri giorni – vedi il caso della sparizione di Abu Omar) che col tempo finiranno con l’indebolire le strutture operative più delicate: quelle offensive (lo spionaggio) e quelle difensive (il controspionaggio). La “verità” che si è affermata, a seguito di questa campagna di disarticolazione, è che i servizi segreti sono sempre apparati deviati. Su di loro è stata fatta ricadere tutta la responsabilità in ordine ai piccoli e grandi misteri della Repubblica.

La devastante stagione dei grandi scandali dei servizi segreti, passando dai coinvolgimenti nelle indagini sulla strage di piazza Fontana, dal fallito golpe Borghese fino al tentativo di golpe bianco di Edgardo Sogno, approderà alla fine alla legge di riforma sull’istituzione e ordinamento dei servizi per le informazioni e la sicurezza e disciplina del segreto di Stato, del 24 ottobre 1977, della quale il Partito comunista fu uno dei principali ideatori e protagonisti. Da quel momento, come direbbe l’ex senatore Francesco Mazzola che di servizi d’intelligence se ne intende, fu il diluvio. Due mesi e mezzo dopo l’entrata in vigore della legge 801, venne rapito il presidente della Dc Aldo Moro da parte della colonna romana delle Brigate rosse. Moro, e questo venne a galla solo nel 1999 dopo l’esame dei report del materiale Impedian (dossier Mitrokhin), venne tenuto sotto controllo e pedinato da un ufficiale del Primo direttorato centrale del Kgb (spionaggio all’estero), Sergei Sokolov, fino a poche ore prima che Moro cadesse nelle mani dell’organizzazione di Mario Moretti. Ne parlò in Commissione Stragi il giudice Rosario Priore, nella seduta del 10 novembre 1999. Il dossier Mitrokhin venne reso pubblico poche settimane prima (l'11 ottobre) su sofferta decisione dell’allora presidente dell’organismo parlamentare d’inchiesta, sen. Giovanni Pellegrino. Sokolov lasciò l’Italia nell’aprile del 1978 per fare ritorno a Mosca alla vigilia della Pasqua ortodossa: appena in tempo per evitare di essere presente a Roma quando venne “bruciato” il covo delle Br in via Gradoli.

Un altro nome che incarna il partito filo-sovietico è quello del mitico Giorgio Conforto (alias Dario), uno dei principali è più influenti agenti del Kgb in Italia, per anni a capo di una rete con pesanti infiltrazioni nei ministeri degli Esteri e dell’Agricoltura, padre di Giuliana Conforto, la donna che diede ospitalità nel suo appartamento di viale Giulio Cesare a Roma a Valerio Morucci e Adriana Faranda, reduci dal sequestro Moro. I tre (Conforto, Morucci e Faranda) vennero arrestati alla fine di maggio del 1979, un anno dopo l’omicidio dell’ex ministro degli Esteri e presidente del Consiglio della Dc. Nella casa di Giuliana Conforto, la Digos di Roma trovò un arsenale (quello di Morucci, grande appassionato di armi), fra cui la pistola-mitragliatrice Skorpion cal. 7.65 di fabbricazione cecoslovacca con la quale venne crivellato al petto Aldo Moro. L’11 ottobre 1999, quando il sottoscritto, analizzando i report del materiale Impedian, si accorse della presenza di Giorgio Conforto nel dossier Mitrokhin e del resoconto svolto dal Kgb in ordine all’arresto della figlia, ebbi l’ennesima conferma ai miei sospetti. Ricordo che quando la notizia dell’agente Dario trapelò le agenzie di stampa in un primo momento decisero di censurarla, ben comprendendo le implicazioni che quella scoperta poteva avere sul caso Moro (per anni si era ripetuto, senza mai provarlo, che l’esponente democristiano sarebbe stato rapito su ordine della Cia…). Leggendo i rapporti trasmessi dal Secret Intelligence Service al Sismi nell’ambito dell’operazione Impedian, dal 1995 al 1999, si scoprì, inoltre, che tutte quelle fesserie sul presunto coinvolgimento della Cia, degli americani nel sequestro Moro altro non erano che il brillante risultato di una massiccia “misura attiva” di disinformazione ideata dal Kgb (denominata Shpora) con la quale la centrale di Mosca intossicava il già drammatico dibattito interno italiano alimentando i sospetti che Moro fosse stato vittima di una cospirazione ordita da Washington… Ma il partito filo-sovietico non aveva messo radici solo nelle strutture del Partito comunista (con il quale preferiva fare affari, piuttosto che alimentare l’eversione), ma anche e soprattutto in altre formazioni politiche (di sinistra come di destra), fra i giornalisti, nell’industria di Stato, nelle istituzioni, nella burocrazia statale, nelle gerarchie militari e delle forze di polizia. Una piovra tentacolare che non ha paragoni con altri Paesi dell’Europa occidentale, tranne forse in Francia ai tempi del generale De Gaulle.

Tutto questo per dire che non credo che per l’Italia valga il principio che la storia la scrivono (o l’hanno scritta) i vincitori. Il nostro Paese è stato liberato dai vincitori anglo-americani quindi uno si aspetterebbe che la storia l’abbiano scritta o la scrivano autorevoli esponenti del think-tank di Washington o meglio di Londra. Niente affatto. In Italia, la nostra storia (soprattutto quella segreta, legata ai grandi misteri) è stata in gran parte egemonizzata non tanto dal Partito comunista, ma dal partito di Mosca, che ha pesantemente influito – nel corso degli anni – nei processi dinamici del giornalismo e della pubblicistica, dando vita ad una versione dei fatti manipolata e orientata, in cui veniva fatta salva l’ortodossia nei confronti della casa madre e, al contempo, veniva congedata una versione dei fatti sempre ostile e scomoda verso gli ex alleati (Stati Uniti e Regno Unito in testa), baluardo dell’Occidente e fondatori del Trattato del Nord Atlantico (firmato a Washington il 4 aprile del 1949). E così si arriva alla logica del “doppio Stato”, della “sovranità limitata”, della “strategia della tensione”. Tutte formule che partono da un assunto: l’esistenza di un fantomatico complotto perenne, ordito dagli Usa e attuato attraverso la solita Cia, con la manovalanza di uomini di mafia, servizi deviati, massoneria (leggi P2) e destra eversiva, finalizzato ad impedire al Pci di salire al potere.

Attraverso questo teorema si è cercato di spiegare un po’ tutti i grandi misteri di questo Paese: dai fenomeni mafiosi e di criminalità organizzata ai sequestri di persona, dal terrorismo alle stragi, dai presunti colpi di Stato al sequestro Moro, dal disastro del Dc9 Itavia, alle stragi piazza Fontana, piazza della Loggia a Brescia, all’Italicus, a quelle di Bologna e del rapido 904 del dicembre 1984, per arrivare fino alla Falange armata e alla banda della Uno Bianca. Un’enorme, grottesca discarica della storia nazionale nella quale sono state riversate le pagine più orribili del dopoguerra, sempre con gli stessi presunti responsabili di cartone, con gli stessi mandanti occulti, le medesime ingerenze esterne (leggi americani). Ma questa teorizzazione della cosiddetta “periferia dell’impero” non è stata capace di spiegare, nel concreto, uno solo dei vari fenomeni che hanno interessato il nostro Paese. Il conformismo culturale, frutto di questo clima che ho sin qui descritto, ha prodotto nel tempo una serie di “grandi tabù”. Insomma, tutto il bene da una parte, tutto il marcio dall’altra. Si tratta di un modo infantile di interpretare la realtà, vittima del pregiudizio ideologico e di una umiliante visione manichea del mondo. Penso spesso a quello che una volta a pranzo mi disse Edgardo Sogno: «Siamo in Italia, caro mio, l’unico Paese del blocco socialista che fa parte della Nato…».

Per quanto concerne il mio libro, si tratta di un lavoro che non credo possa essere aggiornato con le informazioni del materiale Impedian. Vi fu qualcuno, al volgere dei lavori della Commissione Mitrokhin, che volle trovare dei punti di contatto tra la cosiddetta Gladio rossa e le principali direttrici di penetrazione degli apparati sovietici in Italia. Ma, una volta letto quel documento (firmato peraltro da un noto generale italiano), mi resi conto della inconsistenza di quell’ipotesi. Sulla questione del “clima editoriale”, credo che la situazione sia di poco cambiata rispetto al 1999. Vi è ancora una forte egemonia (politica, culturale, settoriale, di casta) che esercita un seduttivo potere sulle scelte delle principali casi editrici (a loro volta legate ai grandi gruppi industriali e imprenditoriali). In questo senso, l’entrata e l’uscita non solo degli autori, ma degli stessi argomenti da trattare (e come vanno trattati) risponde a precisi interessi. Nulla capita per caso. Un esempio su tutti: la prefazione dell’ultima edizione de L’archivio Mitrokhin (Bur) affidata dalla Rizzoli a Giuseppe D’Avanzo di Repubblica, il giornalista che insieme a Carlo Bonini ha firmato gli articoli più infamanti sulla Commissione Mitrokhin. Un ignaro futuro lettore, magari nel 2050, se metterà a confronto la prima edizione del saggio del prof. Andrew con l’ultima prefata da D’Avanzo avrà difficoltà a comprendere cosa è accaduto nel frattempo in Italia. E comunque, si farà un’idea di certo falsata e manipolata dei fatti così come si sono realmente svolti. D’Avanzo è sempre quel bravo e super informato giornalista che su Repubblica del 4 giugno ha riempito due pagine piene zeppe con questa nuova, allarmante storia su “una nuova P2 che ricatta la politica debole”, agitando un “mostro”, uno spaventoso network con i soliti servizi segreti, generali, massoni, dossier e intercettazioni. Ma al netto delle battute, un dato credo sia ormai acclarato: in Italia un certo giornalismo appare sempre meno libero e indipendente e sempre più al servizio di oscure lobby di potere. Se nelle redazioni dei grandi quotidiani vi fossero più Milena Gabanelli e meno Giuseppe D’Avanzo forse il quadro sarebbe diverso.

 

 

Quel suo volume del 1997 ruota intorno ad un documento del SIFAR del 28 febbraio 1950 e rimasto segreto fino al 26 giugno 1991 (quando fu declassificato), intitolato “L’apparato paramilitare comunista”.

Nell’introduzione lei accenna al cosiddetto “mistero degli "enucleandi" (pp. 44-45), ovvero al fatto che “agli atti della documentazione trasmessa dalla presidenza del Consiglio alla Commissione Stragi – presieduta allora dal senatore Libero Gualtieri – mancava inspiegabilmente il famoso elenco dei 731 presunti "sovversivi" di sinistra, aggiornato e compilato parzialmente dal controspionaggio e dal ministero dell’Interno”. Siamo nel dicembre 1990, è stata da poco “riscoperta” la documentazione di via Montenevoso a Milano (ottobre 1990), cioè il “memoriale Moro” e molte lettere di Moro inedite; poco prima era emersa la faccenda di “Gladio”, inoltre Andreotti aveva tolto gli omissis del Piano Solo.

Lei conclude: «Ebbene, dietro il mistero della falsa scomparsa (sarebbe meglio dire "sottrazione") delle liste degli enucleandi esiste il sospetto che possa essersi nascosto una sorta di “Grande Baratto” tra i vertici dei [partiti] della Democrazia cristiana e l’ex Partito comunista per occultare la "prova schiacciante" dell’esistenza della quinta colonna armata, infiltrata nel territorio nazionale e nelle istituzioni, pronta ad entrare in azione qualora fosse scattata l’invasione da Est».

Sembra quasi dunque, agganciandosi anche a quanto sostiene Priore, che i cosiddetti “misteri” della storia italiana siano duri da svelare proprio in virtù di questi “patti segreti” che legano in una sostanziale complicità omertosa gli eredi politici del vecchio CLN. È così? 

 

Gli anni che vanno dal 1989 al 1991 sono tra i più turbolenti della storia dell’Italia repubblicana. Il crollo del muro di Berlino e il successivo collasso dell’Unione Sovietica hanno avuto pesanti ripercussioni sul nostro panorama politico interno. Fu un periodo costellato di tanti, oscuri fatti. Basti pensare alla scelta di rendere pubblici i nomi degli appartenenti alla rete di resistenza clandestina Stay Behind, violando una delle norme più rigide e severe sulla tenuta del segreto in ambito Nato. L’Italia, in pochi giorni, è diventata lo zimbello dell’Occidente. Sono convinto che la falsa sparizione delle liste dei cosiddetti enucleandi (che nel libro spiego che non erano affatto state distrutte o sparite, ma erano state lasciate chiuse nei cassetti per evitare inutili imbarazzi) servì come merce di scambio in un particolare momento storico, in cui Democrazia cristiana e Partito comunista cercavano di sopravvivere alle grandi scosse del terremoto della storia. Non c’è dubbio che – anche in quel caso – si creò un falso mistero per distogliere l’attenzione dal vero problema: l’esistenza di un insieme di strutture armate clandestine che erano sopravvissute negli anni e che avevano agito all’ombra del potere e con coperture istituzionali, sotto l’egida di qualche grande super potenza e finanziate dall’estero. Quel groviglio di interessi inconfessabili rischiava di portare al collasso tutto il sistema dei partiti, non solo una parte (quella che poi è passata agli onori delle cronache di Mani Pulite, a partire dal 1992). I nomi degli enucleandi (persone che all’epoca erano considerate, in vario modo, pericolose per la sicurezza nazionale), così come vennero iscritti nei rispettivi elenchi e registri del controspionaggio, coincidevano – in massima parte – ai quadri della organizzazione della Vigilanza armata (Gladio Rossa). Una rete super clandestina che negli anni ha subito vari “stop and go”, riassetti e piani di riorganizzazione, ma che è riuscita a restare attiva almeno sino al 1989. Non c’è dubbio che il Partito comunista sino alla fine ha potuto contare su un livello palese ed uno occulto. Una struttura a doppio livello che gli ha permesso di resistere alle tante sollecitazioni che ha subito nel corso degli anni. La vera storia di Gian Giacomo Feltrinelli e Pietro Secchia aspetta ancora di essere scritta per intero. Non posso far altro che sottoscrivere l’opinione del giudice Priore quando si fa riferimento a questi “patti segreti” come di un qualcosa di inviolabile, alla base dell’Italia contemporanea.

L’ipotesi che dopo il collasso dei regimi dell’Est, in Italia, si fossero scatenate forze oscure per frenare o impedire che affiorassero dagli abissi della Storia alcune verità sui segreti della Repubblica venne, peraltro, avanzata da un brillantissimo poliziotto dell’epoca, Umberto Improta, già capo della polizia politica. In un rapporto riservato di oltre venti pagine, datato 5 dicembre 1990 e destinato al capo della Polizia, Vincenzo Parisi, l’allora questore di Roma metteva in guardia le istituzioni (in particolare il Quirinale) circa un presunto piano di destabilizzazione portato da oscure cabine di regìa attraverso la strumentalizzazione del caso Gladio, la richiesta di impeachment del presidente della Repubblica Francesco Cossiga e le allora recenti rivelazioni sul memoriale Moro, ritrovato per la seconda volta (e in forma più o meno integrale, anche se sempre in copia) nel vecchio covo delle Br di via Monte Nevoso a Milano. Nel suo rapporto al prefetto Parisi, il questore Improta faceva riferimento, in particolare, proprio al ruolo di Giorgio Conforto.

 

L’impressione generale, sicuramente amplificata da certa stampa, è che la Commissione Mitrokhin, di cui lei ha fatto parte in qualità di consulente, non sia giunta a nessuna conclusione effettiva e seria e sia dunque stato un flop. Taluni sostengono addirittura che l’unico fine perseguito dal suo presidente e dalla maggioranza dei commissari, fosse quello di trovare (o addirittura di fabbricare) prove o sospetti su esponenti del centro sinistra a partire da Romano Prodi. Ci può dare un suo giudizio generale su quella Commissione e sui suoi lavori?

 

Un flop? Comprendo che per qualcuno faccia comodo pensarla così. Ma la realtà dei fatti è un’altra. La Commissione ha lavorato con un mandato molto ampio e articolato in un arco di tempo relativamente breve (di fatto dal luglio 2002 al febbraio 2006). Ha raccolto una straordinaria quantità di documenti e materiali, in Italia e all’estero. Ha portato a buon fine almeno due rogatorie internazionali e ne ha approvate non meno di cinque. Ha svolto decine di audizioni e condotto importanti attività istruttorie non solo sul dossier Mitrokhin, ma anche su casi come l’attentato al Papa (del 13 maggio 1981) e la strage di Bologna (del 2 agosto 1980). Ma se si vuole avere un’idea più precisa sulla reale attitudine al rispetto delle norme e delle leggi da parte di alcuni dei nostri più autorevoli, importanti ed esimi esponenti politico-istituzionali, allora consiglio a chiunque di andarsi a leggere la “Relazione sull’attività istruttoria svolta sull’operazione Impedian, approvata il 15 dicembre 2004 e trasmessa ai presidenti di Camera e Senato il giorno successivo. Si tratta di un documento tecnico, senza fronzoli politici, approvato all’unanimità, che squarcia un velo su una delle più gravi violazioni della legge 801 che la storia ricordi: una serie di deviazioni provate per tabulas delle quali si resero responsabili i vertici del nostro servizio segreto militare con il pieno appoggio dei governi che si sono avvicendati nel tempo, tra il 1995 e il 1999. L’intossicazione anti Mitrokhin non tiene conto, tuttavia, di un risultato che è passato alla storia: in dodici anni di attività, la disciolta Commissione Stragi chiuse i battenti – il 22 marzo 2001 – senza un documento conclusivo votato e approvato. Ricordo quanta amarezza vi fu da parte dell’allora presidente Giovanni Pellegrino, un uomo al quale devo moltissimo, in termini umani e professionali, un nobile e raro esempio di rigore e onestà intellettuale, quando dovette prendere atto del fallimento politico di tanti anni di lavoro. Un documento, congedato all’ultimo momento dall’ala più radicale dei Ds (così come hanno fatto alla Commissione Mitrokhin, sia ai tempi della Relazione di medio termine che alla fine, quando si trattò di discutere il documento finale), assemblato e messo insieme in modo affastellato, senza un preciso metodo scientifico, infarcito di affermazioni, accuse e congetture fantasiose e bizzarre, frutto del solito super teorema del quale ho detto in precedenza, nel quale – fra le altre chicche – venivano riportate informazioni tratte di straforo da alcuni fascicoli della polizia politica intestati, nientemeno, che a parlamentari allora in carica dell’opposizione. Un lavoretto pulito, oserei dire… Altro che Mitrokhin!

La ridicola accusa seconda la quale l’unico fine della Commissione sia stato quello di trovare (o peggio, fabbricare!) prove o sospetti sul centro sinistra purtroppo si infrange sul devastante dato storico così come illustrato, sul piano documentale e fattuale, dalla citata “Relazione”. Il resto sono sciocchezze che si commentano da sole. E poi, perché fabbricare prove, se gli elementi e i dati probatori erano già all’epoca abbondantemente sufficienti ad illustrare tutta una serie di violazioni, manomissioni, deviazioni e manipolazioni (come, ad esempio, la censura preventiva operata dal vertice del Sismi sulla bozza-dattiloscritto del saggio di Christopher Andrew prima della sua andata in stampa col titolo The Mitrokhin Archive)? Ripeto: la lettura rende l’uomo migliore. E mai come in questo caso la lettura è illuminante. Leggete quella Relazione e poi domandatevi perché sulla Commissione Mitrokhin si sono andate addensando tutte queste nubi nere…

 

 

Minoli sul finire della sua intervista dichiara: “Quanto alla nostra inchiesta, il riscontro sui documenti originali è stato impossibile perché la Commissione ha segretato la maggior parte degli atti”. Ora le chiedo chi è che ha segregato i documenti a cui si fa riferimento e con che motivazioni? Di recente, anche un gruppo di storici ha chiesto pubblicamente la loro desegretazione. Lei che cosa ne pensa?

 

Andiamo con ordine. Sulla posizione di archivio dei documenti acquisiti dalla Commissione nel corso dei suoi lavori istruttori la mia opinione è che, sul piano formale, fu giusta e corretta quella decisione di rispettare le istanze dei vari enti originatori (quali il Sismi, il Sisde, il ministero dell’Interno, autorità giudiziarie di altri Paesi e così via) e quindi di mantenere il livello di classifica che i singoli atti avevano al momento della loro trasmissione. Sul piano sostanziale, tuttavia, ritengo che si sarebbe dovuto – per tempo – fare una seria selezione delle carte (compresi gli elaborati presentati dai consulenti) e verificare, caso per caso, se andava mantenuto o meno il livello di classifica (che va dal riservato al segretissimo e oltre) ai fini di una eventuale pubblicazione. Il presidente, coadiuvato dal parere degli uffici, ritenne di dover mantenere il segreto su tutti gli atti, compresi alcuni fondi di archivio che risalgono agli anni Cinquanta. In questo, la Commissione, rispetto ad altre esperienze fatte nel contesto delle inchieste parlamentari (mi vengono in mente in particolare le Commissioni Moro o P2), ha inteso interpretare non solo la norma, ma anche la consuetudine in senso alquanto restrittivo. Credo che un margine vi fosse per la pubblicazione non di tutti gli atti, ma almeno di una buona parte. In questo, hanno perfettamente ragione gli storici che hanno firmato quell’appello per l’accesso e la consultabilità degli atti raccolti e custoditi dalla Commissione Mitrokhin. Non c’è dubbio che quella scelta, comunque, ha non solo fatto felici e contenti alcuni politici profondamente preoccupati dell’ipotesi di una futura pubblicazione degli atti, ma ha dato un duro colpo alla ricerca storiografica, privandola di uno straordinario materiale d’archivio.

 

 

Sempre relativamente alle Commissioni parlamentari di cui lei ha una certa esperienza, le volevo chiedere come funzionano alcuni meccanismi che riguardano i consulenti e le loro attività. Ecco un elenco di domande e curiosità:

1. Come vengono scelti i consulenti per le commissioni parlamentari?

2. C’è qualcuno, cioè i membri delle Commissioni stesse, che sceglie a sua discrezione?

3. Oppure sono i consulenti che si propongono; che requisiti occorrono; c’è una sorta di “esame”?

4. Una volta proposti, qual è la procedura di approvazione?

5. Una volta nominati, quali compiti vengono loro assegnati? E da chi?

6. Che “doveri” hanno?

7. Devono scrivere delle relazioni, devono rendere conto di quello che fanno, e a chi?

8. Le eventuali relazioni, o la documentazione raccolta, dove va a finire?

9. Esiste da qualche parte, ad esempio, un elenco di tutte le relazioni e i documenti che sono stati depositati nell’archivio della “Commissione Mitrokhin”?

10. È segreto anche questo elenco? Se no, dove è consultabile?

 

Sui consulenti, posso riferire ciò che accaduto in Commissione Stragi e alla Mitrokhin. Non so dire come questo argomento sia stato trattato dalle altre Commissioni d’inchiesta come l’Antimafia o, ad esempio, la Telecom Serbia o quella sui fatti connessi all’omicidio della giornalista Ilaria Alpi in Somalia. Per quello che ho potuto vedere, non vi è una regola precisa per diventare consulenti. Spesso accade che vi sia una sorta di cooptazione (un po’ per meriti, un po’ per amicizia, un po’ per simpatia, un po’ per affiliazione politica, raramente per meriti speciali dimostrati sul campo) dall’alto verso il basso. Non si deve sostenere alcun esame di accesso, ma una volta nominati si deve giurare sul rispetto delle norme, del regolamento e delle leggi in particolare sulla tenuta del segreto e sulla riservatezza degli atti. Si tratta, quasi sempre, di un arruolamento che si compie attraverso criteri di massima discrezionalità. Non ci sono parametri fissi (mi riferisco a fattori come competenza, affidabilità, serietà, onestà), se non quelli dettati dal regolamento interno. Ricordo casi di incompatibilità (o quantomeno con profili di palese inopportunità) risolti felicemente dopo una serie di discussioni, mediazioni e negoziati politici. Rari se non nulli i casi di illustri sconosciuti che (anche se bravi e competenti), una volta perorata la propria candidatura, si trovano a svolgere l’incarico. Una volta proposti, l’ipotesi di collaborazione viene illustrata all’Ufficio di presidenza (spesso allargato ai rappresentanti dei gruppi politici) e, se ritenuta opportuna, idonea o utile ai lavori della Commissione, si delibera la nomina che, sul piano formale, diviene esecutiva solo dopo l’assunzione dell’incarico e il relativo giuramento. Da quel momento, si è sottoposti ad un vigile e severo controllo da parte degli uffici di segreteria che annotano, protocollano, archiviano giorno per giorno l’attività svolta. Per scoprire chi ha lavorato e chi no, sarebbe sufficiente andare a compulsare i fascicoli personali dei singoli collaboratori. Devo dire che, se di scandalo si deve parlare per quanto riguarda la Commissione Mitrokhin (ma lo stesso vale per la Commissione Stragi), esso è legato a quei consulenti i quali, dopo l’assunzione dell’ambito incarico, finiscono con lo sparire dall’orizzonte degli eventi, nonostante rimangano destinatari (beati loro) di lauti compensi. A dire il vero, molti autorevolissimi studiosi, professori, docenti universitari, esperti e così via si sono distinti per questa poco nobile forma di assenteismo. Senza contare chi, con il pretesto di fare ricerche presso enti e archivi, cerca, trova e raccoglie carte che non solo nulla hanno a che fare con i lavori della Commissione, ma che poi vengono utilizzate per scrivere saggi e libri vari. Ma per quieto vivere e per evitare veleni o imbarazzanti ritorsioni, ai piani alti hanno sempre deciso di lasciar correre, con aristocratico disincanto, mantenendo il privilegio. Chi ha scrupolo e senso del dovere, anche di fronte a mille difficoltà e asperità, partecipa, lavora, produce, fa ricerca, frequenta gli archivi, fa proposte, scrive, si mette in discussione e consegna agli atti documenti, elaborati e relazioni. Altri, meno solerti e dotati di scarso senso del dovere e rispetto civico, rimangono a casa, sereni e retribuiti, per poi ritrovarseli a fine lavori che scrivono, accusano e pontificano sui mali della politica e sull’inutilità (se non sulla dannosità) delle Commissioni e delle inchieste parlamentari. Comunque, tutto il lavoro svolto dai consulenti è registrato, a cura degli uffici di segreteria, sul protocollo. Dopo il loro deposito agli atti, eventuali documenti, elaborati o relazioni – una volta autorizzati dal presidente previo parere degli uffici – entrano nell’archivio per la consultazione. I documentaristi predispongono, di volta in volta, un elenco degli atti presenti in archivio (questo registro credo sia consultabile). Lì sono conservati tutti i record relativi alle acquisizioni e ai depositi. Gli Uffici Stralcio delle Commissioni d’inchiesta tengono questi registri e gli elenchi degli atti depositati.

 

 

La precedente domanda introduce necessariamente la vicenda ormai drammatica di Mario Scaramella, consulente della Mitrokhin, che da oltre cinque mesi si trova in carcere, in isolamento, a fronte di capi d’imputazione quali la “calunnia” nei confronti di un agente segreto ucraino e il “traffico d’armi” essendo dunque sospettato di aver architettato il trasporto di due granate su un furgone da lui stesso fatte ritrovare. Lei ha avuto modo di conoscerlo personalmente? Su di lui si è scritto molto, ironizzando, per la verità con un certo cinismo viste le condizioni in cui versa da cinque mesi, sul suo impressionante curriculum professionale. Lei cosa ci può dire in proposito?

 

Ho conosciuto Mario Scaramella durante le fasi finali dei lavori della Commissione. Devo dire che per mesi (se non per anni), dopo la sua nomina a consulente, non ho avuto modo di vederlo. Il suo contributo era esterno, svolgeva attività all’estero e poco frequentava gli uffici della Commissione. Non credo che abbia partecipato alle sedute o alle varie audizioni che abbiamo tenuto nel corso dell’istruttoria. Nulla ho da dire sul suo curriculum professionale. Mentre qualcosa ritengo di doverla dire in ordine al suo incarico che – di certo – non si è scritto o approvato da solo. Ricordo quando, nella seduta dell’11 dicembre 2003 (ma l’annuncio della sua nomina fu dato il giorno precedente), venne letto l’incarico che l’Ufficio di presidenza della Commissione aveva votato e approvato per Scaramella. Ritengo utile, per futura memoria, trascrivere il passaggio del resoconto stenografico di quel giorno quando il presidente, in apertura di seduta, diede testuale lettura della motivazione: “Informo che l’Ufficio di presidenza integrato dai rappresentanti dei gruppi ha deliberato di affidare i seguenti incarichi: al professor Mario Scaramella di acquisire documenti ed effettuare ricerche presso istituzioni e organismi di Paesi occidentali e dell’ex Unione Sovietica riguardanti operazioni commerciali e finanziarie svolte fra l’Italia e i Paesi dell’Est europeo, finalizzate (come recita la nostra legge istitutiva) al finanziamento illecito del Pci al di fuori di ogni controllo, nonché attività di finanziamento dirette o indirette del Kgb a partiti politici italiani, a correnti di partito e ad organi di informazione in Italia, successivamente al 1974, data certa a partire dalla quale esiste una legge che vieta il finanziamento dei partiti al di fuori delle norme stabilite dalla legge; presunte relazioni tra Pcus, Kgb e altre agenzie di esplorazione estera e organizzazioni italiane terroristiche; collegamenti tra l’intelligence sovietica, il terrorismo islamico e altre strutture eversive straniere, in particolare sul terrorismo nazionale; eventuale supporto o coinvolgimento italiano in operazioni illecite fra servizi sovietici e Paesi islamici, anche dopo la caduta dell’Urss per le note continuità”. Ecco qui. Questo fu il mandato conferito a Scaramella. Un incarico straordinario, estremamente ampio e articolato, nel quale il consulente si è mosso sino alla fine dei lavori istruttori della Commissione. Scaramella, per lo svolgimento di questo compito (credo, sulla base della mia esperienza, si tratti di un unicum nella storia delle inchieste parlamentari), ha preso contatti con i più importanti, autorevoli e accreditati defezionisti non solo del Kgb, ma del Gru e dell’attuale intelligence russa (Svr e Fsb), come Oleg Gordievsky, Oleg Kalugin, Alexander Litvinenko o Yuri Shvets. Una simile attività non poteva passare inosservata ai servizi di sicurezza russi e dei Paesi ad essa collegati, come l’Ucraina (vediamo quanta difficoltà ha questa ex Repubblica sovietica a sganciarsi da Mosca). Scaramella, senza saperlo, è finito nell’ingranaggio di questa seconda Guerra fredda tra Est e Ovest. Le minacce delle quali è stato destinatario sono proprio l’inquietante esito delle sue attività per la Commissione. È finito nel mirino dell’intelligence russa non appena ha iniziato a frequentare Litvinenko. Da quel momento (e siamo tra la fine del 2003 e gli inizi del 2004), Scaramella diventa un obiettivo, come del resto lo stesso Litvinenko.

 

 

Qual è la sua opinione su quanto sta accadendo a Scaramella? Crede che ciò sia la conseguenza di qualche attività non gradita?

 

Preferisco non rispondere. L’unica cosa che posso dire è che Mario Scaramella, del tutto inconsapevolmente, è stato pesantemente manipolato da una serie di agenti dell’intelligence russa e ucraina. Il suo coinvolgimento, che lo ha portato a Londra il giorno in cui venne deciso di colpire e annientare Litvinenko, è stato il brillante risultato di una grande operazione, portata a termine da professionisti. E una delle pedine utilizzate è stato proprio quell’Evgueni Limarev che vive a Cluses nell’Alta Savoia dall’agosto del 2000. Un dato è certo: una macchinazione simile lasciava poche possibilità di uscirne indenni. Credo sia evidente il fatto che, sino al giorno in cui trapelò la notizia che Litvinenko era stato avvelenato e che aveva incontrato Scaramella, il suo nome era lontano dalle cronache nazionali e dalle stesse emergenze giudiziarie italiane. La fretta di associarlo al carcere è la prova di questo “salto di qualità”. Del resto, le stesse fonti d’accusa contro Scaramella non possono certo dirsi degli esempi cristallini di affidabilità e attendibilità. Con la morte di Litvinenko, contaminato con una dose massiccia di polonio 210 poco prima di incontrarsi con Scaramella a Piccadilly Circus nel primo pomeriggio del 1° novembre 2006, non solo usciva di scena una delle più importanti fonti dell’ex consulente della Commissione Mitrokhin, ma le informazioni da lui stesso passate, attraverso Scaramella, al Parlamento italiano rischiavano di assumere un rilievo di verità assoluta. Come dire: Litvinenko martire della verità, Scaramella il suo discepolo. Ecco, dunque, l’esigenza (tutta italiana) di demolire la credibilità sia della fonte che dello stesso destinatario delle informazioni. Il primo non può più confermare nulla, il secondo in cella di isolamento con l’accusa di calunnia.

 

 

Lei è redattore del mensile Area e scrive per il Roma e sta conducendo col suo collega Vincenzo Nardiello un’inchiesta molto interessante, ma per certi versi contro corrente rispetto a tutto il resto della carta stampata. Come giudica il comportamento e l’atteggiamento di giornali come Repubblica che hanno trattato la vicenda Litvinenko-Scaramella nel modo che tutti conosciamo?

 

Sul “comportamento” e “l’atteggiamento”, come lei li definisce, di grandi quotidiani come Repubblica, che hanno trattato il caso Litvinenko-Scaramella (per colpire tutta la Commissione Mitrokhin), preferisco stendere un velo pietosissimo. Erano anni che non si assisteva ad un fenomeno di alterazione della verità dei fatti di questa portata. Senza parlare della violazione, sistematica e scientifica, delle norme alla base del nostro codice deontologico professionale. Le famose “interviste” di Repubblica a Limarev, Gordievsky e Bukowsky sono un monumento a questa anomalia. L’inchiesta che sta conducendo Il Roma è controcorrente, non c’è dubbio, in un flusso dell’informazione alla rovescia, come si trova a fare il salmone quando risale la corrente del fiume, seguendo l’istinto di natura che lo richiama ai luoghi di nascita. Vede, ogni anno la fondazione Freedom House stila una classifica degli Stati del mondo in relazione alla libertà di stampa. Secondo l’ultimo rapporto, relativo al 2006, l’Italia occupa il 79° posto assieme al Botswana. Nel 2004, l’Italia occupava la 74ª posizione. Ogni altro commento sarebbe superfluo…

venerdì, 25 maggio 2007

“Compagni”, vogliamo dire qualcosa di sinistra?

Il 23 maggio 2007 a commento della sentenza del Tribunale di Teramo che ha assolto i quattro ucraini trasportatori delle “rugginose granate”, Carlo Bonini pubblica un articolo intitolato “L' attentato a Guzzanti? Un' invenzione”.

Il Senatore risponde con una lettera che gli viene pubblicata il giorno successivo ed alla quale Bonini replica a suo modo.

Questa mattina a pagina 34 de La Repubblica c’è la lettera che ieri il Senatore Guzzanti ha inviato al direttore Ezio Mauro in merito a quella prima risposta.

Ecco la lapidaria replica odierna dello stesso Bonini:

Prendo atto che la sentenza di assoluzione dei quattro ucraini ha avuto un pessimo effetto sul senatore Paolo Guzzanti. Converrà forse fare come certi zii, verbalmente incontinenti, al pranzo della domenica. Annuire e cambiare discorso”.

 

Bene, cambiamo discorso. Ma solo per un po’…

 

Dal novembre scorso su questo blog si è sviluppato un dibattito, una ricerca, che ha fatto vacillare le mie già esili e comunque scarse certezze ed opinioni politiche.

Ne ho già scritto in proposito e chi ha seguito con serietà e con continuità questo spazio lo sa bene.

Io mi reputo di sinistra!

Con tutto ciò che può ancora significare questo termine oggi in Italia. O se vogliamo oggi in occidente. Ho appoggiato in passato, e penso che continuerò a farlo anche in futuro, battaglie civili che credo di poter etichettare a pieno titolo di “sinistra”, se non altro per le reazioni che esse scatenano a “destra”.

Le appoggerò nelle piazze, nella rete. Nella società.

 

Un caro amico dice che a sinistra, in estrema sintesi, c’è tutto ciò che è “riformismo” democratico. È vero, ma non è tutto. Io credo che a sinistra si debbano declinare anche ed ancora concetti, da taluni forse ritenuti obsoleti ed ormai impronunciabili, come “uguaglianza”, “solidarietà”, difesa dei più deboli senza discriminazioni di alcun genere, “equità sociale”.

Possono sembrare categorie improprie o addirittura ingenue a definire oggi la “sinistra”, ma nel mio maturo romanticismo le trovo ancora del tutto valide e condivisibili; degne di impegno. Un buon motivo insomma per “rimettersi a lottare”.

Questi “valori” io credo che siano oggi messi in seria discussione dal modello di sviluppo imperante.

Non credo dunque alle sorti magnifiche e progressive di questo capitalismo liberista, tanto caro invece a certa “destra”; liberismo che, privo di controlli e di contrappesi, ormai stenta a trovare sponde e consensi anche in quei settori che avevano temuto più di altri il dilagare di modelli economici e sociali alternativi.

Ma purtroppo nella “sinistra” ufficiale, e non solo italiana, non trovo nessun segnale di disponibilità a cercare ed a proporre modelli seri e praticabili più sensibili alle esigenze dell’uomo ed alla sua esistenza. Il profitto sembra essere ormai diventato il centro di tutto e sembra aver catturato le attenzioni e l’interesse di tutti, da qualunque parte si trovino.

 

Fatto questo preambolo “ideologico”, vengo al punto.

Da mesi questo blog è diventata un’arena monotematica.

Coinvolti nella vicenda Litvinenko-Mitrokhin, ci siamo fatti giustamente rapire dall’intreccio e dai misteri di questa tragica spy-story.

Abbiamo cercato, conseguendo anche qualche piccolo “successo” di tappa, di dare un contributo di verità guardando con mente lucida e sgombra da ideologie a ciò che accadeva davanti ai nostri occhi.

Nel blog si sono formati fin da subito, e com’è giusto che sia, due partiti, due scuole di pensiero contrapposte, che hanno dato vita ad eleganti duelli ma anche (soprattutto?) a rozzi scambi da trivio, neanche fossimo “nei peggiori bar di Suburra”.

Per scelta ho lasciato che ciò avvenisse in piena libertà e devo dire che qualche siparietto divertente ne è di conseguenza scaturito ed ha sollazzato (e magari sollazzerà anche in futuro… chissà…) visitatori e passanti.

Questa insistenza tematica su una vicenda così complessa ed articolata ha forse stancato qualcuno che ci ha abbandonato e me ne dispiace molto, ma credo che l’impegno e l’approfondimento fossero dovuti, vista l’estrema importanza che riveste a nostro avviso questo caso per la democrazia nel nostro paese.

Al di là della sua serietà e gravità, vedasi le numerose morti ad esso connesse, questo caso non è una pura disquisizione accademica di ricerca storica, ma qualcosa di seriamente attuale e pregnante.

Malgrado i prolungati tentativi di sminuire le attività d’indagine della Commissione Mitrokhin, presieduta dal senatore Paolo Guzzanti, il clamore e l’accanimento di questi ultimi mesi sono lì a testimoniare che in realtà i temi trattati (e le scoperte fatte) toccano ed hanno toccato nervi ancora scoperti, situazioni irrisolte, interessi ancora in essere.

   

A mio avviso impropriamente, qui qualcuno ha impostato il dibattito come si farebbe in un qualunque scontro politico italiano al bar tra simpatizzanti di “destra” e di “sinistra”.

Ci si è messi la solita casacca, si sono tirati in ballo, eludendo il merito, “Berlusconi”, la “sinistra radicale”, insomma tutti gli attrezzi ordinari del confronto e delle divergenze tra i due schieramenti, dimenticando la vera sostanza di ciò che si stava trattando.

Credo che il discorso infatti sia molto diverso. Siamo di fronte ad una vicenda che merita un altro approccio.

 

Con le mie argomentazioni, i miei dubbi, le mie “ricerche”, so di aver creato scompiglio in tanti amici ed osservatori della sinistra DO