mercoledì, 28 giugno 2006

Campagna contro il razzismo dei Media

Abbiamo ricevuto da Francesca Casella dell'Ufficio Stampa di Survival una lettera di ringraziamento che pubblichiamo volentieri. Essa fa seguito al nostro articolo sui Nukak-Makù del 12 maggio scorso. Va evidenziato come i maggiori quotidiani italiani che pubblicarono il pittoresco ed esotico caso dei "selvaggi" che abbandonavano la foresta per calarsi nella luccicante "civiltà", non abbiano poi mai speso nemmeno due righe per rettificare e spiegare le vere ragioni di quell'esodo. Credo che La Repubblica, Il Messaggero e Il Corriere della Sera in virtù della loro storia e tradizione avrebbero potuto tranquillamente ammettere lo scivolone a dir poco di dubbio gusto. Ma tant'è... Vedremo che posizione prenderanno nei confronti dell'imminente campagna sul Razzismo dei Media...

Caro Gabriele,
Avevamo notato il tuo pezzo non appena era stato pubblicato, mediante una ricerca sulle uscite legate ai Nukak.
Ti consoli sapere che nessun giornale ha risposto nemmeno a noi o ad altri che si sono uniti alla nostra protesta, come l'associazione di antropologi di nome 'Anthropos Community'.
Stiamo raccogliendo fondi per lanciare una grande campagna contro il razzismo dei media nei confronti dei popoli tribali: ti terrò sicuramente informato. La nostra sede centrale di Londra la conduce già da mesi con un certo successo. Per l'Italia, sinceramente sono meno ottimista, ma spero che riusciremo comunque a cambiare un po' le cose.
Intanto grazie del tuo sostegno e di averci linkati al tuo interessante sito.
A presto.
Francesca Casella

Survival International Italia

26 giugno 2006

postato da: GabrielParadisi alle ore 28/06/2006 16:45 | Permalink | commenti (2)
categoria:globalizzazione e neoliberismo, mafie e narcomafie, popoli tribali
venerdì, 12 maggio 2006

Ma quale voglia di civiltà?

Nelle pagine interne dei maggiori quotidiani odierni, si può leggere un pittoresco reportage tratto dal New York Times di ieri in cui si narra di un gruppo di indigeni amazzonici giuntimezzi nudi e accompagnati da piccole scimmie”,  nei pressi di una città colombiana per chiedere… “asilo”.

La Repubblica titola “Amazzonia, l’addio degli indios ‘Abbiamo voglia di civiltà’”; il quotidiano on-line chiosa: “Un gruppo di Nukak-Makú ha deciso di vivere ai bordi di una città. Tribù amazzonica lascia la giungla: ‘Siamo pronti per la società civile". In originale il New York Times recitava: “Lasciare la natura selvaggia, e piuttosto gradire il cambiamento”. Il Corriere ha adattato: “Ottanta Nukak Makù abbracceranno il mondo moderno. Addio foresta: tribù lascia l'Amazzonia. Vivono ancora allo stato selvaggio nella foresta più profonda ma ora sembrano averne abbastanza della vita primitiva”…

Ci immaginiamo già qualche servizio televisivo in cui solerti presentatori ci racconteranno dai loro soffusi salotti la capacità attrattiva della nostra luccicante civiltà coi suoi irrinunciabili benefici: i cellulari, le merendine confezionate, le polveri sottili.

Ora una qualunque persona di buon senso, chiunque cioè si rifiuti di bere le favolette utili soltanto a rassicurare le casalinghe e utili soprattutto alla raccolta pubblicitaria, credo faccia molta fatica a immaginare che un indio, capace di chiedere guardando in alto: "su quale razza di strada invisibile camminano in cielo gli aerei?", possa decidere di punto in bianco di approdare in un mondo rumoroso, puzzolente e incomprensibile, in quanto stanco (!?) di ciò che lui e i suoi antenati hanno fatto da sempre.

Grazie a d-o e alla tecnologia (malgrado qualcuno di voi lo pensi, non sono assolutamente in contraddizione con me stesso), oggi basta qualche click di mouse per cercare di capire, per cercare di farsi un’idea magari un po’ più seria e libera.

Vi voglio perciò raccontare io qualcosa di più, qualcosa di diverso.

 

I Nukak Makù vivono in una regione situata tra i bacini del Guaviare e dello Inirida, nell’area amazzonica della Colombia orientale. Sono entrati in contatto con il mondo esterno per la prima volta nel 1988. Il primo assaggio della “civiltà” fu per loro disastroso. Molto rapidamente furono colpiti da epidemie e da malattie contro le quali non erano immunizzati: malaria, morbillo, raffreddore, e sono stati decimati. Si pensa che attualmente ne sopravvivano circa 400 mentre all’origine dovevano essere più di un migliaio.

Vivono esattamente secondo lo stereotipo delle popolazioni amazzoniche. In piccoli gruppi familiari, privilegiano la foresta isolata ai fiumi e sono costantemente in movimento. Questa grande mobilità implica che possiedano soltanto pochi e agili beni materiali, dovendo essere facilmente trasportabili. Possono così in alcuni minuti raccogliere i loro hamacs (tessuti in fibre vegetali che costituiscono i loro principali mobili), i loro utensili ed alcuni altri oggetti in borse di palme che portano sulla schiena, e ripartire.

Le case Maku, costruite per mezzo di rami e di strati di palma, hanno una struttura leggera di una solidità sufficiente per procurare loro un tetto e appendere i loro hamacs. Ogni famiglia ha un suo focolare utilizzato per cucinare, riscaldarsi ed anche per bruciare lentamente alcune particolari piante che allontanano le zanzare durante la notte. Degli zampironi naturali pare molto efficaci. I Maku si nutrono di pesce, di selvaggina, di tartarughe, di frutta, di verdura, di noci, di insetti e di miele. Gli uomini cacciano per mezzo di canne usando frecce imbevute di curaro, potente veleno che ottengono a partire da ben cinque piante diverse. I Nukak Maku non conoscono il concetto di denaro (!?), proprietà privata (!?), futuro (!). Non sanno nemmeno dell'esistenza di uno stato chiamato Colombia.

Cos’è dunque che ha fatto decidere questi tranquilli selvaggi a lasciare le loro terre al di là del grande ritorno d’immagine visto l’interesse suscitato sulla stampa mondiale da questo loro gesto?

Non ci crederete ma è questione di droga e di eserciti. Di soldi insomma. Denaro (denaro?).

 

Dagli anni ‘60, infatti le loro terre non cessano di essere invase. La stessa loro emersione alla civiltà del 1988 fu dovuta a "incidenti" che li avevano spinti a tanto. L'isolamento della regione ed il clima propizio alla coltura della coca garantisce un afflusso continuo e massiccio di "coloni senza terra".

I guerriglieri marxisti delle FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia) e le forze paramilitari di estrema destra dell’AUC (Autodefensas unidas de Colombia) si disputano la produzione lucrativa di coca e spesso forzano gli indigeni a lavorare nelle piantagioni.

D’altra parte il governo colombiano interviene impiegando l’esercito regolare e irrorando le colture di coca con fumogeni per estirpare le piantagioni.

I poveri Nukak Maku sono quindi schiacciati tra i fuochi di questa ‘guerra civile' a quattro: coloni, guérilla, paras ed esercito.

Chi pensa a loro?

Esiste un’organizzazione denominata Survival impegnata a sostenere i popoli tribali di ogni continente attraverso campagne di mobilitazione dell'opinione pubblica. A seguito di una di queste campagne, nel 1991, il governo colombiano trasformò il 95% del territorio Nukak in resguardo (territorio ufficialmente assegnato agli indiani). Survival ora sta facendo pressione sul governo colombiano perché avvii negoziati con tutte le parti e allontani dalle terre Nukak ogni presenza armata, perchè sospenda le fumigazioni delle piantagioni di coca ed organizzi una politica adeguata per rialloggiare i coloni su altre terre dove possano coltivare piante legali e vivere dignitosamente pure loro.

Survival chiede di scrivere una lettera breve e cortese (in francese o in spagnolo) ispirandosi al modello riportato qui di seguito o anche di scrivere liberamente. È preferibile inviare la lettera per posta, che è senza alcun dubbio il mezzo più efficace. Si può anche inviare il messaggio via fax, ma i numeri vengono spesso modificati o i fax staccati. Gli indirizzi elettronici sono proposti ma sovente le emails non vengono lette.

 

Altro che voglia di civiltà? I popoli normalmente stanno bene a casa loro e lì vogliono restare. Poi per sopravvivere, semplicemnete per esistere, spesso sono costretti ad andarsene... e qualcuno poi si lamenta dei migranti... 

Ecco il testo della lettera che vorrei spedissimo tutti quanti, rifiutando sdegnosamente le "favole" a lieto fine, didascalico-moraleggianti, che qualcuno ci vuol far bere.

« I Nukak sono vittime innocenti della guerra della droga che imperversa in Colombia. Esorto le autorità ad entrare in negoziato con le varie parti del conflitto per prevenire ogni operazione armata sul territorio Nukak e sulle terre degli indiani Guayabero. Le fumigazioni delle piantagioni di coca sul territorio indiano devono essere sospese ed una politica adeguata dovrebbe essere realizzata allo scopo di rialloggiare i coloni su altre terre dove potranno coltivare piante legali. I Nukak che sono fuggiti verso le città devono essere aiutati a rientrare nelle loro terre e vedersi offrire un sostegno medico adeguato ».

 

Versione in spagnolo (quella da inviare):

“ Los indígenas nukak son víctimas inocentes de la guerra de drogas colombiana. Insto a las autoridades a entablar negociaciones con todas las partes del conflicto con el objetivo de excluir el territorio nukak y el de los guayabero, sus vecinos indígenas, de cualquier tipo de operación armada. La fumigación aérea de las plantaciones de coca dentro del territorio indígena debería ser suspendida, y una política apropiada implantada para reestablecer a los colonos en tierras en las que puedan plantar cultivos legales. Se debe ayudar a los nukak que han sido desplazados de sus hogares a regresar a los mismos, y se les debe ofrecer asistencia médica adecuada”.

 

Le lettere vanno spedite a :
Son Excellence Alvaro Uribe Velez
Président de la République
Carrera 8 n. 7-26
Palacio de Nariño,
Santa Fe de Bogotá
Colombie
Fax :+ 57 1 284 2186 / 286 7434/ 337 5890/ 342 0592
Email:
auribe@presidencia.gov.co

Se possibile inviate anche una copia a :
Sr Michael Frühling
Comisión de Derechos Humanos de las Naciones Unidas
Calle 114 No. 9-45
Torre B Oficina 1101
Edificio Teleport Business Park
Bogotá, D.C.
Colombie
Fax + 57 1 658 3301/ 629 3637
Email:
oacnudh@hchr.org.co

 

Survival in Italia: Casella Postale 1194, 20101 Milano, T 02 890 0671, F 02 890 0674, info@survival.it

postato da: GabrielParadisi alle ore 12/05/2006 12:21 | Permalink | commenti (4)
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giovedì, 11 maggio 2006

Il nuovo che avanza…

L’altro ieri, 9 maggio, era il 28esimo anniversario della morte di Aldo Moro e tutti, politici e Tv, ne hanno giustamente parlato. In realtà quel tragico giorno del 1978 non fu ucciso solo lo statista democristiano. Quel giorno venne dilaniato da una carica di tritolo anche Peppino Impastato e nessuno, l’altro ieri, né politici né TV, ha pensato di ricordarlo. A Cinisi comunque per l’occasione si è tenuto il 5° Forum Sociale Antimafia: solo giovani e musica... la speranza. La politica che conta era impegnata altrove.

Del resto se osserviamo quanto accaduto nell’ultimo mese ci rendiamo conto del cancro che affligge il nostro paese. Tre, quattro regioni, sono di fatto a sovranità parziale. Gestite pressoché integralmente dalle Mafie, dalle Camorre, ‘Ndranghete e Sacre Corone Unite. Le forze dell’ordine e qualche magistrato coraggioso (e incosciente) lasciati a combattere in trincea a mani nude, mentre la politica si rivela oggettivamente infiltrata senza che questo comporti alcuno scandalo. In nessun altro paese democratico crediamo, uomini con incarichi pubblici potrebbero reggere nemmeno il lontanissimo sospetto di collusione con la malavita. Da noi siedono tranquillamente in Parlamento politici sui quali sono state scritte sentenze definitive di inaudita gravità. Da noi, il Senatore a vita Giulio Andreotti, ha rischiato addirittura di diventare nell’ultimo mese Presidente del Senato (seconda carica dello Stato) , grazie all’appoggio di tutta la cosiddetta Casa delle Libertà.

Ricordiamo che il Senatore Andreotti è stato ritenuto dalla Cassazione contiguo alla Mafia fino al 1980, reato pertanto prescritto… Riportiamo alcuni brani di quella sentenza che invitiamo comunque a leggere per intero in quanto molto istruttiva:

A tal fine è necessario occuparsi del periodo antecedente al 1980, con riferimento al quale essa [decisione, ndr], ritenuta la sussistenza di relazioni amichevoli e dirette di Andreotti con esponenti mafiosi di spicco - propiziate dai suoi legami con Salvo Lima, con i cugini Salvo e con Ciancimino - ha affermato essere intercorsi rapporti di scambio, consistiti, da una parte, in un generico appoggio elettorale alla corrente andreottiana e nel solerte attivarsi dei mafiosi per soddisfare possibili esigenze, non necessariamente illecite, dell'imputato o di suoi amici e, dall'altra parte, nella palesata disponibilità e nell'asserito apprezzamento del ruolo dei mafiosi, frutto non solo di buone relazioni, ma anche di una effettiva sottovalutazione del fenomeno mafioso, oltre che nella travagliata interazione dell'imputato con i mafiosi nella vicenda Mattarella, pur risoltasi con il fallimento del disegno andreottiano. Più analiticamente, la Corte territoriale ha affermato che il sen. Andreotti aveva avuto piena consapevolezza che i suoi referenti siciliani (Lima, i Salvo e poi anche Ciancimino) intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; che egli aveva, quindi, a sua volta, coltivato amichevoli relazioni con gli stessi boss; che aveva palesato ai medesimi una disponibilità non necessariamente seguita da concreti, consistenti interventi agevolativi; che aveva loro chiesto favori; che li aveva incontrati; che aveva interagito con essi; che aveva loro indicato il comportamento da tenere in relazione alla delicatissima questione Mattarella, sia pure senza riuscire ad ottenere, in definitiva, che le stesse indicazioni venissero seguite; che aveva conquistato la loro fiducia tanto da discutere insieme anche di fatti gravissimi (come appunto l'assassinio del Presidente Mattarella), nella sicura consapevolezza di non correre il rischio di essere denunciati, che aveva omesso di denunciare le loro responsabilità, in particolare in relazione all'omicidio del Presidente Mattarella, malgrado potesse, al riguardo, offrire utilissimi elementi di conoscenza. La Corte di Appello, in esito a imprescindibili e quindi incensurabili valutazioni di merito, ha valutato questi fatti come processualmente rilevanti e significativi ai fini della configurabilità del reato contestato. Per questa ragione, in presenza dell'assoluzione dubitativa pronunciata dal Tribunale, ha applicato la causa estintiva della pena - la prescrizione – nel frattempo maturata, assumendo non essere evidente la prova dell'innocenza dell'imputato”.

Andreotti Sen. Giulio è sicuramente il personaggio più noto, ma anche altri esponenti di spicco del nostro Senato e della nostra Camera, appena costituite, possono vantare curriculum vitae di tutto rispetto.

Calogero Mannino ad esempio, eletto Senatore nelle file dell’UDC. Anche per lui la sentenza di “assoluzione” della Cassazione (dopo che in Appello era stato condannato a cinque anni e quattro mesi per concorso esterno in associazione mafiosa), parla chiaro…

Nella roccaforte agrigentina (giuste le convergenti dichiarazioni dei collaboratori Virone, Leto, Di Carlo, Siino e Bono Benedetta) non sarebbero mancati fin dalla metà degli anni '70 i contatti del Mannino con esponenti di vertice della locale cosca mafiosa quali Salemi, Settecasi, Colletti, De Caro, Vella. Ma, in assenza di prova di specifiche condotte intese a favorire Cosa nostra, detti rapporti e i singoli episodi di partecipazione a taluni incontri con questi personaggi (il 10/9/1977 testimone alle nozze Caruana; nel dicembre 1978 ospite ad un pranzo di ufficiali medici presso la Taverna Mosè cui era presente Settecasi; tra il 1979 e il 1980 incontro con Salemi a Roma, per la concessione di un subappalto dalla soc. Icori alla soc. Samovi facente capo al primo, per il quale non erano emersi elementi idonei a corroborare la veridicità dell'assunto indiretto di Virone di un interessamento del politico; il 29/8/1988 testimone alle nozze della figlia di Di Maida, già segretario provinciale della D.C. e imparentato con esponenti mafiosi agrigentini, giustificata dalla comune militanza nello stesso partito), andavano tutti letti in chiave elettorale-clientelare e valutati in termini di "vicinanza" politica a Mannino delle famiglie mafiose in quel contesto provinciale che costituiva la base del suo elettorato.

Sono state ritenute inoltre acquisibili e utilizzabili, non solo come attestato del fatto processuale dalle stesse rappresentato ma anche per trarne elementi di prova in merito agli aspetti di contiguità mafiosa delle condotte del Mannino, le sentenze non definitive di condanna di Inzerillo e Ferraro (Trib. Palermo, 20/11/2000, riformata però in appello in senso assolutorio con sentenza pronunciata il 3/12/2004 nelle more del presente giudizio, e rispettivamente Trib. Caltanissetta, 10/7/2003), nelle quali risultava accertata la mafiosità di soggetti che rivestivano una centrale importanza nella ricostruzione del contributo causale del Mannino all'associazione mafiosa per le consistenti relazioni con essi intessute... Da un lato sembrano indeterminate le concrete linee dell'apporto del politico, al di là dell'assicurazione di una generica "disponibilità" o "vicinanza", di continuative e stabili relazioni personali con esponenti della mafia agrigentina e palermitana, di incontri e frequentazioni giuridicamente indifferenti o di ambigua decifrazione sul piano della "contiguità". Dall'altro, con riferimento alla mera idoneità ex ante del patto - che si definisce "occulto" - per il rafforzamento della struttura associativa e ad una sorta di "sostegno morale" da esso derivante, si sottolineano la previsione di "favori" nei vari settori di interesse del sodalizio e la "carica psicologica dell'intera organizzazione" per il "rinnovato prestigio criminale acquisito" e per l' "aspettativa di impunità".

Per la cronaca va fatto notare che questa sentenza annulla quella d’appello per difetto di motivazione, ma rinvia per nuovo esame ad altra sezione della Corte di appello di Palermo… Ovviamente il Senatore Mannino ha invocato la legge Pecorella che abolisce l’appello in caso di proscioglimento al primo grado… Un suo sacrosanto diritto.

 

Il nostro “museo degli orrori” potrebbe ahimè continuare. Riportiamo di seguito l’elenco degli eletti il 9-10 aprile scorso che risultano in qualche modo coinvolti in fatti di mafia, come indagati, imputati, condannati in attesa dei successivi gradi di giudizio… insomma persone che se fossero uomini d’onore dovrebbero in una democrazia normale e compiuta aspettare come semplici cittadini il regolare corso della giustizia al fine di fugare qualsiasi sospetto che li riguardi. Evidentemente o loro non sono “uomini d’onore” o la nostra non è una democrazia normale e compiuta. O tutte due le cose.

 

Senato della Repubblica: Dell’Utri Marcello (Forza Italia), Cuffaro Salvatore detto Totò (UDC - Presidente della Regione Sicilia uscente e ricandidato alle imminenti elezioni), Comincioli Romano (Forza Italia), Firrarello Giuseppe (Forza Italia), Malvano Franco (Forza Italia).

Camera dei Deputati: Berruti Massimo Maria (Forza Italia), Crisafulli Vladimiro (Democratici di Sinistra), Romano Saverio (UDC), Vito Alfredo (Forza Italia), Giudice Gaspare (Forza Italia).

 

Per una carrellata sulle loro storie e attuali posizioni rimandiamo al sito società civile.

postato da: GabrielParadisi alle ore 11/05/2006 08:47 | Permalink | commenti (1)
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