mercoledì, 06 giugno 2007

Il Patto

(intervista* a Gian Paolo Pelizzaro)

* L’intervista è stata realizzata con l’aiuto fondamentale di Sextus Empiricus e di Enrix.

 

Da un paio di settimane rimbalza in Tv una notizia a dir poco esplosiva e inedita.

Per primo ne ha parlato il giudice Rosario Priore a “Omnibus” su La 7 alle 8.13 di lunedì 14 maggio. E poi anche a “Terra” il programma di approfondimento del Tg5, andata in onda alle 23.30 di domenica 3 giugno.

Poi se n’è discusso da Minoli a “La Storia Siamo Noi” su Raidue giovedì 24 maggio. La carta stampata a dire il vero non ne ha dato per ora il risalto che a nostro avviso meriterebbe, ma questo è un altro discorso.

In sostanza, la notizia riguarda un “Patto” segretissimo “siglato” dopo la strage di Fiumicino del 17 dicembre 1973, tra il governo italiano (Aldo Moro Ministro degli Affari esteri nel IV governo Rumor, 7 luglio 1973 – 14 marzo 1974) e la dirigenza palestinese. A fronte della “distrazione” da parte delle autorità italiane al passaggio di armi e di materiale esplosivo attraverso il nostro Paese, il terrorismo palestinese ci avrebbe risparmiato dalle sue cruente azioni e ciò in effetti accadde almeno fino alla fine del 1979.

Sull’esistenza di tale patto oggi sembrano convergere un po’ tutti, da Francesco Cossiga a Giulio Andreotti, anche se Cossiga sostiene di esserne stato all’oscuro persino quando arrivò a ricoprire le cariche istituzionali più elevate. Verso la fine del 1979, forse inavvertitamente, il patto venne rotto con il sequestro ad Ortona (in provincia di Chieti) di due di missili SAM 7 “Strela” di fabbricazione sovietica e l’arresto proprio a Bologna del cittadino giordano di origini palestinesi Saleh Abu Anzeh, responsabile del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) in Italia, formazione di matrice marxista-leninista che aderiva all’OLP e che praticava il terrorismo su scala internazionale.

Secondo i consulenti della Commissione Mitrokhin Lorenzo Matassa e Gian Paolo Pelizzaro il movente della strage di Bologna sarebbe stato proprio l’arresto di Abu Saleh e la violazione di quell’accordo tra l’Italia e i palestinesi. Una prova di ciò la presenza a Bologna la notte precedente la strage alla stazione del terrorista tedesco Thomas Kram legato al gruppo di Carlos e dunque all’FPLP.

Secondo Priore uno dei motivi per cui la Commissione Mitrokhin ha suscitato tante resistenze è proprio il fatto che coi suoi lavori e con le sue ricerche si fosse arrivati vicino a queste verità scottanti “su cui non si può ancora parlare”.

Gian Paolo Pelizzaro, redattore del mensile Area e giornalista del Roma di Napoli, presente alla trasmissione di Minoli, è stato consulente della Commissione Stragi e della Mitrokhin. In questi ultimi mesi insieme a Vincenzo Nardiello sta conducendo per il quotidiano napoletano una documentatissima e attenta inchiesta sulla vicenda che vede coinvolto Mario Scaramella, altro consulente della Commissione presieduta da Paolo Guzzanti, in carcere dalla vigilia di Natale.

Abbiamo chiesto a Pelizzaro se era disponibile a rispondere ad alcune domande sui fatti che abbiamo velocemente richiamato. Gentilmente ha accettato.

 

Pelizzaro, nell’ottobre del 1997 è stato pubblicato il saggio Gladio rossa. Dossier sulla più potente banda armata esistita in Italia per le edizioni Settimo Sigillo. Nei “Ringraziamenti” lei lamentò il fatto che quel suo testo era già pronto nel 1994, ma che subì una vera e propria "stagione migratoria" da un editore all’altro restando spesso dimenticato per mesi nei cassetti di tante scrivanie. Lei crede che anche oggi ci siano alcuni argomenti “tabù” sui quali si applica un vero e proprio ostracismo più o meno palese? Ritiene che oggi una nuova edizione di quel suo libro, magari aggiornata con le informazioni contenute nel “dossier Mitrokhin”, reso pubblico nell’ottobre 1999, incontrerebbe ancora tante difficoltà? Il “clima editoriale” è più o meno lo stesso di allora?

 

Prima di rispondere a questa domanda, vorrei tornare per un attimo alla vicenda del tedesco Thomas Kram, essendo questo un tema trattato sia nella trasmissione “La storia siamo noi” di Giovanni Minoli su Raidue che da “Terra” di Toni Capuozzo su Canale 5, ambedue dedicate alla strage di Bologna. Ho sentito, per l’ennesima volta, alcune affermazioni che meritano un chiarimento. Secondo alcuni, infatti, non vi sarebbe la “prova” che Kram, già militante di primo livello delle Cellule rivoluzionarie tedesche, avrebbe fatto parte anche del gruppo Carlos. Bene, ciò è falso. La “prova” che il tedesco presente a Bologna a partire dalle prime ore del 2 agosto 1980 fosse stato arruolato nella rete Separat (nome in codice assegnato al gruppo Carlos dalla Stasi, la polizia politica dell’ex Ddr) è contenuta in una serie di documenti e fascicoli che la Commissione Mitrokhin ha potuto acquisire, a partire dall’ottobre del 2003. Il primo riscontro è contenuto in un lungo rapporto di polizia giudiziaria formato dalla Dst (l’antiterrorismo francese), risalente al 3 ottobre 1995 e destinato al giudice istruttore di Parigi Jean-Louis Bruguière, titolare delle inchieste che hanno portato ad un nuovo rinvio a giudizio di Carlos (la notizia si è appresa il 4 maggio scorso) per una serie di attentati dinamitardi compiuti in Francia (fra cui quello al treno Parigi-Tolosa “La Capitole” del 29 marzo 1982, quello alla sede del giornale filoiracheno e antisiriano Al Watan Al Arabi, in rue Marbeuf a Parigi del 22 aprile 1982 e quelli alla stazione ferroviaria Saint-Charles di Marsiglia e al treno ad alta velocità Tgv del 31 dicembre 1983 – per un totale di undici morti e oltre cento feriti), in cui il nome di Kram figura fra quelli dell’anello più stretto intorno al tedesco Johannes Weinrich, numero due dell’organizzazione, braccio destro di Carlos, anche lui con un passato da dirigente delle Cellule rivoluzionarie. Weinrich era colui che teneva i contatti, personali e confidenziali, con gli ufficiali del ministero per la Sicurezza dello Stato (MFS) della Germania Est. Ulteriori riscontri sono agli atti della documentazione che la magistratura francese ha trasmesso prima alla Commissione Stragi (nell’aprile del 2001) e quindi alla Mitrokhin, la quale ha potuto integrare questi atti con altri fascicoli acquisiti dalla Procura di Roma e dalla stessa magistratura ungherese. Il nome di Kram compare inoltre nei documenti sia della Stasi che del servizio di sicurezza ungherese e viene descritto come appartenente al cosiddetto ramo tedesco del gruppo Carlos, al pari di Weinrich, Fröhlich e Albartus. Kram, secondo questi rapporti, è membro a pieno titolo dell’organizzazione Separat. L’MFS cita la sua integrazione totale in seno al gruppo capeggiato da Carlos, facendo risalire alla metà del 1979 l’incontro tra Kram e Carlos. Ora, è chiaro che chi si ostina a dire che tra Kram e Carlos non vi sarebbe alcun legame, afferma il falso, mentendo per qualche motivo facilmente intuibile. Ma vi è una domanda, a fronte dei numerosi elementi che sono stati prodotti nel corso dei lavori della Commissione Mitrokhin, che credo meriti una risposta: che ci venne a fare Kram in Italia la mattina di venerdì 1° agosto 1980, per poi comparire a Bologna la notte tra il 1° e il 2 agosto, riapparendo alla stazione di Bologna proprio la mattina di sabato 2 agosto (come ha affermato Carlos in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera il 23 novembre 2005), uscendone qualche istante prima dell’esplosione, per poi sparire – da quel preciso momento – dall’orizzonte degli eventi italiani, fino ai primi di dicembre dello scorso anno quando, dopo 26 anni di clandestinità e irreperibilità (Kram è ricercato in Germania dai primi anni Ottanta e latitante in quel Paese dal 1986), si è costituito alle autorità della Repubblica federale di Germania?

Per tornare alla sua domanda, ricordo con sofferenza quanto difficile fu la pubblicazione di quel libro. All’epoca ero assistito dal compianto Valerio Riva, un gigante non solo del giornalismo, ma soprattutto della ricerca storica non omologata, il quale si adoperò moltissimo per trovare un editore. Andammo a parlare anche con le edizioni Il Fenicottero di Bologna (lo stesso editore che nel 2000 diede alle stampe quella straordinaria biografica non autorizzata del prof. Romano Prodi, Prodeide, scritta dal mio caro amico e collega Antonio Selvatici, discepolo di Riva ed uno dei più brillanti giornalisti d’inchiesta italiani), ma alla fine non si trovò un accordo e, tempo dopo, ho saputo che il titolare ha chiuso l’attività e lasciato l’Italia. Alla fine il libro uscì, ma il risultato è quello che si può vedere. Bene, quella “stagione migratoria” mi fece riflettere su quello che lei chiama “clima editoriale”. In Italia abbiamo molti “micro-clima” culturali e questo negli anni ha creato dei grandi tabù: argomenti, temi, questioni e vicende sulle quali meno se ne parla, meglio è.

Ha prevalso una sorta di “pensiero unico” dei e sui grandi misteri nazionali, sui segreti della Repubblica e della politica, sui complotti, sui burattinai, sui colpi di Stato (veri o presunti), sulle cospirazioni e manovre occulte. Prendo a prestito questi termini, questo lexicon molto suggestivo, da giornali e saggi sui quali mi sono formato da adolescente. Leggevo con famelica avidità non solo l’Espresso degli anni ruggenti, con le copertine shock e delle grandi inchieste, ma anche Panorama e libri come La strage di stato di Eduardo M. Di Giovanni e Marco Ligini, Giovanni Leone di Camilla Cederna o Gli americani in Italia di Roberto Faenza e Marco Fini. Mi sembrava tutto chiaro, tutto logico e consequenziale. Ma poi ho iniziato a coltivare dei dubbi sulle varie versioni a cui ero stato abituato e sulle quali mi ero formato dei convincimenti. Il primo grande fatto sul quale iniziarono a formarsi profonde crepe fu il presunto golpe attribuito al generale Giovanni De Lorenzo, all’epoca dei fatti (era il 1964, il mio anno di nascita) comandante generale dell’Arma dei carabinieri… il cosiddetto Piano Solo.

Negli anni a seguire, anche sulla scia dei mancati riscontri a quel teorema da parte delle varie Commissioni parlamentari d’inchiesta, mi accorsi che forse il racconto del fatto era cosa diversa dalla verità sostanziale del medesimo fatto. Questo fenomeno (la creazione di un teorema che deve spiegare un evento, spesso inesistente) fa parte di un certo conformismo culturale che affonda le proprie radici ai tempi della Guerra fredda. In Italia, a differenza di quanto è accaduto in altri Paesi europei liberati dalle forze anglo-americane tra il 1944 e il 1945, ha preso il sopravvento – sotto il profilo politico-culturale – il partito sovietico, o meglio quello che a Mosca aveva il proprio punto di riferimento principale (anche e soprattutto in termini economico-finanziari). Vero è che il terreno fu reso fertile - per certi gruppi di influenza - dal clima politico che si determinò, a partire dal dopoguerra, e che ebbe come patto fondante, nel 1947, la nostra Carta costituzionale, entrata in vigore il 1° gennaio 1948. Ma all’interno di quel grande, storico accordo tra le varie anime dell’antifascismo (quella liberale, cristiana, socialista e comunista), alla fine ha preso il sopravvento l’ala minoritaria, ma estremamente aggressiva, di quello che io chiamo il partito filo-sovietico. Lo stesso partito che non avrà problemi ad allearsi, di volta in volta, con la sinistra democristiana per assestare i migliori colpi a quello che veniva ancora considerato un’emanazione del vecchio regime fascista: gli apparati dello Stato e le sue varie articolazioni (come forze di polizia e servizi di sicurezza).

Un esempio importante di questa lobby filo-sovietica è rappresentato da Ruggero Zangrandi, giornalista e scrittore, autore fra l’altro del celebre libro Il lungo viaggio attraverso il fascismo. La sua inchiesta scatenata contro l’intelligence militare (il Sifar) dalle pagine di Paese Sera (un formidabile quotidiano finanziato direttamente da Mosca nella redazione del quale si sono formati molti cronisti di nera e giudiziaria poi approdati a Repubblica) è un esempio di come operava un agente di influenza. Si trattò di una delle più grandi operazioni messe in piedi dalle centrali internazionali oltrecortina. I nostri apparati di sicurezza (fino a quel momento fedeli servitori della logica atlantista, anticomunisti, schierati al fianco dei grandi servizi d’intelligence occidentali) finiranno nel mirino di Mosca, fatti bersaglio di plurime e gravissime offensive e trascinati in una serie di scandali (e questo sino ai nostri giorni – vedi il caso della sparizione di Abu Omar) che col tempo finiranno con l’indebolire le strutture operative più delicate: quelle offensive (lo spionaggio) e quelle difensive (il controspionaggio). La “verità” che si è affermata, a seguito di questa campagna di disarticolazione, è che i servizi segreti sono sempre apparati deviati. Su di loro è stata fatta ricadere tutta la responsabilità in ordine ai piccoli e grandi misteri della Repubblica.

La devastante stagione dei grandi scandali dei servizi segreti, passando dai coinvolgimenti nelle indagini sulla strage di piazza Fontana, dal fallito golpe Borghese fino al tentativo di golpe bianco di Edgardo Sogno, approderà alla fine alla legge di riforma sull’istituzione e ordinamento dei servizi per le informazioni e la sicurezza e disciplina del segreto di Stato, del 24 ottobre 1977, della quale il Partito comunista fu uno dei principali ideatori e protagonisti. Da quel momento, come direbbe l’ex senatore Francesco Mazzola che di servizi d’intelligence se ne intende, fu il diluvio. Due mesi e mezzo dopo l’entrata in vigore della legge 801, venne rapito il presidente della Dc Aldo Moro da parte della colonna romana delle Brigate rosse. Moro, e questo venne a galla solo nel 1999 dopo l’esame dei report del materiale Impedian (dossier Mitrokhin), venne tenuto sotto controllo e pedinato da un ufficiale del Primo direttorato centrale del Kgb (spionaggio all’estero), Sergei Sokolov, fino a poche ore prima che Moro cadesse nelle mani dell’organizzazione di Mario Moretti. Ne parlò in Commissione Stragi il giudice Rosario Priore, nella seduta del 10 novembre 1999. Il dossier Mitrokhin venne reso pubblico poche settimane prima (l'11 ottobre) su sofferta decisione dell’allora presidente dell’organismo parlamentare d’inchiesta, sen. Giovanni Pellegrino. Sokolov lasciò l’Italia nell’aprile del 1978 per fare ritorno a Mosca alla vigilia della Pasqua ortodossa: appena in tempo per evitare di essere presente a Roma quando venne “bruciato” il covo delle Br in via Gradoli.

Un altro nome che incarna il partito filo-sovietico è quello del mitico Giorgio Conforto (alias Dario), uno dei principali è più influenti agenti del Kgb in Italia, per anni a capo di una rete con pesanti infiltrazioni nei ministeri degli Esteri e dell’Agricoltura, padre di Giuliana Conforto, la donna che diede ospitalità nel suo appartamento di viale Giulio Cesare a Roma a Valerio Morucci e Adriana Faranda, reduci dal sequestro Moro. I tre (Conforto, Morucci e Faranda) vennero arrestati alla fine di maggio del 1979, un anno dopo l’omicidio dell’ex ministro degli Esteri e presidente del Consiglio della Dc. Nella casa di Giuliana Conforto, la Digos di Roma trovò un arsenale (quello di Morucci, grande appassionato di armi), fra cui la pistola-mitragliatrice Skorpion cal. 7.65 di fabbricazione cecoslovacca con la quale venne crivellato al petto Aldo Moro. L’11 ottobre 1999, quando il sottoscritto, analizzando i report del materiale Impedian, si accorse della presenza di Giorgio Conforto nel dossier Mitrokhin e del resoconto svolto dal Kgb in ordine all’arresto della figlia, ebbi l’ennesima conferma ai miei sospetti. Ricordo che quando la notizia dell’agente Dario trapelò le agenzie di stampa in un primo momento decisero di censurarla, ben comprendendo le implicazioni che quella scoperta poteva avere sul caso Moro (per anni si era ripetuto, senza mai provarlo, che l’esponente democristiano sarebbe stato rapito su ordine della Cia…). Leggendo i rapporti trasmessi dal Secret Intelligence Service al Sismi nell’ambito dell’operazione Impedian, dal 1995 al 1999, si scoprì, inoltre, che tutte quelle fesserie sul presunto coinvolgimento della Cia, degli americani nel sequestro Moro altro non erano che il brillante risultato di una massiccia “misura attiva” di disinformazione ideata dal Kgb (denominata Shpora) con la quale la centrale di Mosca intossicava il già drammatico dibattito interno italiano alimentando i sospetti che Moro fosse stato vittima di una cospirazione ordita da Washington… Ma il partito filo-sovietico non aveva messo radici solo nelle strutture del Partito comunista (con il quale preferiva fare affari, piuttosto che alimentare l’eversione), ma anche e soprattutto in altre formazioni politiche (di sinistra come di destra), fra i giornalisti, nell’industria di Stato, nelle istituzioni, nella burocrazia statale, nelle gerarchie militari e delle forze di polizia. Una piovra tentacolare che non ha paragoni con altri Paesi dell’Europa occidentale, tranne forse in Francia ai tempi del generale De Gaulle.

Tutto questo per dire che non credo che per l’Italia valga il principio che la storia la scrivono (o l’hanno scritta) i vincitori. Il nostro Paese è stato liberato dai vincitori anglo-americani quindi uno si aspetterebbe che la storia l’abbiano scritta o la scrivano autorevoli esponenti del think-tank di Washington o meglio di Londra. Niente affatto. In Italia, la nostra storia (soprattutto quella segreta, legata ai grandi misteri) è stata in gran parte egemonizzata non tanto dal Partito comunista, ma dal partito di Mosca, che ha pesantemente influito – nel corso degli anni – nei processi dinamici del giornalismo e della pubblicistica, dando vita ad una versione dei fatti manipolata e orientata, in cui veniva fatta salva l’ortodossia nei confronti della casa madre e, al contempo, veniva congedata una versione dei fatti sempre ostile e scomoda verso gli ex alleati (Stati Uniti e Regno Unito in testa), baluardo dell’Occidente e fondatori del Trattato del Nord Atlantico (firmato a Washington il 4 aprile del 1949). E così si arriva alla logica del “doppio Stato”, della “sovranità limitata”, della “strategia della tensione”. Tutte formule che partono da un assunto: l’esistenza di un fantomatico complotto perenne, ordito dagli Usa e attuato attraverso la solita Cia, con la manovalanza di uomini di mafia, servizi deviati, massoneria (leggi P2) e destra eversiva, finalizzato ad impedire al Pci di salire al potere.

Attraverso questo teorema si è cercato di spiegare un po’ tutti i grandi misteri di questo Paese: dai fenomeni mafiosi e di criminalità organizzata ai sequestri di persona, dal terrorismo alle stragi, dai presunti colpi di Stato al sequestro Moro, dal disastro del Dc9 Itavia, alle stragi piazza Fontana, piazza della Loggia a Brescia, all’Italicus, a quelle di Bologna e del rapido 904 del dicembre 1984, per arrivare fino alla Falange armata e alla banda della Uno Bianca. Un’enorme, grottesca discarica della storia nazionale nella quale sono state riversate le pagine più orribili del dopoguerra, sempre con gli stessi presunti responsabili di cartone, con gli stessi mandanti occulti, le medesime ingerenze esterne (leggi americani). Ma questa teorizzazione della cosiddetta “periferia dell’impero” non è stata capace di spiegare, nel concreto, uno solo dei vari fenomeni che hanno interessato il nostro Paese. Il conformismo culturale, frutto di questo clima che ho sin qui descritto, ha prodotto nel tempo una serie di “grandi tabù”. Insomma, tutto il bene da una parte, tutto il marcio dall’altra. Si tratta di un modo infantile di interpretare la realtà, vittima del pregiudizio ideologico e di una umiliante visione manichea del mondo. Penso spesso a quello che una volta a pranzo mi disse Edgardo Sogno: «Siamo in Italia, caro mio, l’unico Paese del blocco socialista che fa parte della Nato…».

Per quanto concerne il mio libro, si tratta di un lavoro che non credo possa essere aggiornato con le informazioni del materiale Impedian. Vi fu qualcuno, al volgere dei lavori della Commissione Mitrokhin, che volle trovare dei punti di contatto tra la cosiddetta Gladio rossa e le principali direttrici di penetrazione degli apparati sovietici in Italia. Ma, una volta letto quel documento (firmato peraltro da un noto generale italiano), mi resi conto della inconsistenza di quell’ipotesi. Sulla questione del “clima editoriale”, credo che la situazione sia di poco cambiata rispetto al 1999. Vi è ancora una forte egemonia (politica, culturale, settoriale, di casta) che esercita un seduttivo potere sulle scelte delle principali casi editrici (a loro volta legate ai grandi gruppi industriali e imprenditoriali). In questo senso, l’entrata e l’uscita non solo degli autori, ma degli stessi argomenti da trattare (e come vanno trattati) risponde a precisi interessi. Nulla capita per caso. Un esempio su tutti: la prefazione dell’ultima edizione de L’archivio Mitrokhin (Bur) affidata dalla Rizzoli a Giuseppe D’Avanzo di Repubblica, il giornalista che insieme a Carlo Bonini ha firmato gli articoli più infamanti sulla Commissione Mitrokhin. Un ignaro futuro lettore, magari nel 2050, se metterà a confronto la prima edizione del saggio del prof. Andrew con l’ultima prefata da D’Avanzo avrà difficoltà a comprendere cosa è accaduto nel frattempo in Italia. E comunque, si farà un’idea di certo falsata e manipolata dei fatti così come si sono realmente svolti. D’Avanzo è sempre quel bravo e super informato giornalista che su Repubblica del 4 giugno ha riempito due pagine piene zeppe con questa nuova, allarmante storia su “una nuova P2 che ricatta la politica debole”, agitando un “mostro”, uno spaventoso network con i soliti servizi segreti, generali, massoni, dossier e intercettazioni. Ma al netto delle battute, un dato credo sia ormai acclarato: in Italia un certo giornalismo appare sempre meno libero e indipendente e sempre più al servizio di oscure lobby di potere. Se nelle redazioni dei grandi quotidiani vi fossero più Milena Gabanelli e meno Giuseppe D’Avanzo forse il quadro sarebbe diverso.

 

 

Quel suo volume del 1997 ruota intorno ad un documento del SIFAR del 28 febbraio 1950 e rimasto segreto fino al 26 giugno 1991 (quando fu declassificato), intitolato “L’apparato paramilitare comunista”.

Nell’introduzione lei accenna al cosiddetto “mistero degli "enucleandi" (pp. 44-45), ovvero al fatto che “agli atti della documentazione trasmessa dalla presidenza del Consiglio alla Commissione Stragi – presieduta allora dal senatore Libero Gualtieri – mancava inspiegabilmente il famoso elenco dei 731 presunti "sovversivi" di sinistra, aggiornato e compilato parzialmente dal controspionaggio e dal ministero dell’Interno”. Siamo nel dicembre 1990, è stata da poco “riscoperta” la documentazione di via Montenevoso a Milano (ottobre 1990), cioè il “memoriale Moro” e molte lettere di Moro inedite; poco prima era emersa la faccenda di “Gladio”, inoltre Andreotti aveva tolto gli omissis del Piano Solo.

Lei conclude: «Ebbene, dietro il mistero della falsa scomparsa (sarebbe meglio dire "sottrazione") delle liste degli enucleandi esiste il sospetto che possa essersi nascosto una sorta di “Grande Baratto” tra i vertici dei [partiti] della Democrazia cristiana e l’ex Partito comunista per occultare la "prova schiacciante" dell’esistenza della quinta colonna armata, infiltrata nel territorio nazionale e nelle istituzioni, pronta ad entrare in azione qualora fosse scattata l’invasione da Est».

Sembra quasi dunque, agganciandosi anche a quanto sostiene Priore, che i cosiddetti “misteri” della storia italiana siano duri da svelare proprio in virtù di questi “patti segreti” che legano in una sostanziale complicità omertosa gli eredi politici del vecchio CLN. È così? 

 

Gli anni che vanno dal 1989 al 1991 sono tra i più turbolenti della storia dell’Italia repubblicana. Il crollo del muro di Berlino e il successivo collasso dell’Unione Sovietica hanno avuto pesanti ripercussioni sul nostro panorama politico interno. Fu un periodo costellato di tanti, oscuri fatti. Basti pensare alla scelta di rendere pubblici i nomi degli appartenenti alla rete di resistenza clandestina Stay Behind, violando una delle norme più rigide e severe sulla tenuta del segreto in ambito Nato. L’Italia, in pochi giorni, è diventata lo zimbello dell’Occidente. Sono convinto che la falsa sparizione delle liste dei cosiddetti enucleandi (che nel libro spiego che non erano affatto state distrutte o sparite, ma erano state lasciate chiuse nei cassetti per evitare inutili imbarazzi) servì come merce di scambio in un particolare momento storico, in cui Democrazia cristiana e Partito comunista cercavano di sopravvivere alle grandi scosse del terremoto della storia. Non c’è dubbio che – anche in quel caso – si creò un falso mistero per distogliere l’attenzione dal vero problema: l’esistenza di un insieme di strutture armate clandestine che erano sopravvissute negli anni e che avevano agito all’ombra del potere e con coperture istituzionali, sotto l’egida di qualche grande super potenza e finanziate dall’estero. Quel groviglio di interessi inconfessabili rischiava di portare al collasso tutto il sistema dei partiti, non solo una parte (quella che poi è passata agli onori delle cronache di Mani Pulite, a partire dal 1992). I nomi degli enucleandi (persone che all’epoca erano considerate, in vario modo, pericolose per la sicurezza nazionale), così come vennero iscritti nei rispettivi elenchi e registri del controspionaggio, coincidevano – in massima parte – ai quadri della organizzazione della Vigilanza armata (Gladio Rossa). Una rete super clandestina che negli anni ha subito vari “stop and go”, riassetti e piani di riorganizzazione, ma che è riuscita a restare attiva almeno sino al 1989. Non c’è dubbio che il Partito comunista sino alla fine ha potuto contare su un livello palese ed uno occulto. Una struttura a doppio livello che gli ha permesso di resistere alle tante sollecitazioni che ha subito nel corso degli anni. La vera storia di Gian Giacomo Feltrinelli e Pietro Secchia aspetta ancora di essere scritta per intero. Non posso far altro che sottoscrivere l’opinione del giudice Priore quando si fa riferimento a questi “patti segreti” come di un qualcosa di inviolabile, alla base dell’Italia contemporanea.

L’ipotesi che dopo il collasso dei regimi dell’Est, in Italia, si fossero scatenate forze oscure per frenare o impedire che affiorassero dagli abissi della Storia alcune verità sui segreti della Repubblica venne, peraltro, avanzata da un brillantissimo poliziotto dell’epoca, Umberto Improta, già capo della polizia politica. In un rapporto riservato di oltre venti pagine, datato 5 dicembre 1990 e destinato al capo della Polizia, Vincenzo Parisi, l’allora questore di Roma metteva in guardia le istituzioni (in particolare il Quirinale) circa un presunto piano di destabilizzazione portato da oscure cabine di regìa attraverso la strumentalizzazione del caso Gladio, la richiesta di impeachment del presidente della Repubblica Francesco Cossiga e le allora recenti rivelazioni sul memoriale Moro, ritrovato per la seconda volta (e in forma più o meno integrale, anche se sempre in copia) nel vecchio covo delle Br di via Monte Nevoso a Milano. Nel suo rapporto al prefetto Parisi, il questore Improta faceva riferimento, in particolare, proprio al ruolo di Giorgio Conforto.

 

L’impressione generale, sicuramente amplificata da certa stampa, è che la Commissione Mitrokhin, di cui lei ha fatto parte in qualità di consulente, non sia giunta a nessuna conclusione effettiva e seria e sia dunque stato un flop. Taluni sostengono addirittura che l’unico fine perseguito dal suo presidente e dalla maggioranza dei commissari, fosse quello di trovare (o addirittura di fabbricare) prove o sospetti su esponenti del centro sinistra a partire da Romano Prodi. Ci può dare un suo giudizio generale su quella Commissione e sui suoi lavori?

 

Un flop? Comprendo che per qualcuno faccia comodo pensarla così. Ma la realtà dei fatti è un’altra. La Commissione ha lavorato con un mandato molto ampio e articolato in un arco di tempo relativamente breve (di fatto dal luglio 2002 al febbraio 2006). Ha raccolto una straordinaria quantità di documenti e materiali, in Italia e all’estero. Ha portato a buon fine almeno due rogatorie internazionali e ne ha approvate non meno di cinque. Ha svolto decine di audizioni e condotto importanti attività istruttorie non solo sul dossier Mitrokhin, ma anche su casi come l’attentato al Papa (del 13 maggio 1981) e la strage di Bologna (del 2 agosto 1980). Ma se si vuole avere un’idea più precisa sulla reale attitudine al rispetto delle norme e delle leggi da parte di alcuni dei nostri più autorevoli, importanti ed esimi esponenti politico-istituzionali, allora consiglio a chiunque di andarsi a leggere la “Relazione sull’attività istruttoria svolta sull’operazione Impedian, approvata il 15 dicembre 2004 e trasmessa ai presidenti di Camera e Senato il giorno successivo. Si tratta di un documento tecnico, senza fronzoli politici, approvato all’unanimità, che squarcia un velo su una delle più gravi violazioni della legge 801 che la storia ricordi: una serie di deviazioni provate per tabulas delle quali si resero responsabili i vertici del nostro servizio segreto militare con il pieno appoggio dei governi che si sono avvicendati nel tempo, tra il 1995 e il 1999. L’intossicazione anti Mitrokhin non tiene conto, tuttavia, di un risultato che è passato alla storia: in dodici anni di attività, la disciolta Commissione Stragi chiuse i battenti – il 22 marzo 2001 – senza un documento conclusivo votato e approvato. Ricordo quanta amarezza vi fu da parte dell’allora presidente Giovanni Pellegrino, un uomo al quale devo moltissimo, in termini umani e professionali, un nobile e raro esempio di rigore e onestà intellettuale, quando dovette prendere atto del fallimento politico di tanti anni di lavoro. Un documento, congedato all’ultimo momento dall’ala più radicale dei Ds (così come hanno fatto alla Commissione Mitrokhin, sia ai tempi della Relazione di medio termine che alla fine, quando si trattò di discutere il documento finale), assemblato e messo insieme in modo affastellato, senza un preciso metodo scientifico, infarcito di affermazioni, accuse e congetture fantasiose e bizzarre, frutto del solito super teorema del quale ho detto in precedenza, nel quale – fra le altre chicche – venivano riportate informazioni tratte di straforo da alcuni fascicoli della polizia politica intestati, nientemeno, che a parlamentari allora in carica dell’opposizione. Un lavoretto pulito, oserei dire… Altro che Mitrokhin!

La ridicola accusa seconda la quale l’unico fine della Commissione sia stato quello di trovare (o peggio, fabbricare!) prove o sospetti sul centro sinistra purtroppo si infrange sul devastante dato storico così come illustrato, sul piano documentale e fattuale, dalla citata “Relazione”. Il resto sono sciocchezze che si commentano da sole. E poi, perché fabbricare prove, se gli elementi e i dati probatori erano già all’epoca abbondantemente sufficienti ad illustrare tutta una serie di violazioni, manomissioni, deviazioni e manipolazioni (come, ad esempio, la censura preventiva operata dal vertice del Sismi sulla bozza-dattiloscritto del saggio di Christopher Andrew prima della sua andata in stampa col titolo The Mitrokhin Archive)? Ripeto: la lettura rende l’uomo migliore. E mai come in questo caso la lettura è illuminante. Leggete quella Relazione e poi domandatevi perché sulla Commissione Mitrokhin si sono andate addensando tutte queste nubi nere…

 

 

Minoli sul finire della sua intervista dichiara: “Quanto alla nostra inchiesta, il riscontro sui documenti originali è stato impossibile perché la Commissione ha segretato la maggior parte degli atti”. Ora le chiedo chi è che ha segregato i documenti a cui si fa riferimento e con che motivazioni? Di recente, anche un gruppo di storici ha chiesto pubblicamente la loro desegretazione. Lei che cosa ne pensa?

 

Andiamo con ordine. Sulla posizione di archivio dei documenti acquisiti dalla Commissione nel corso dei suoi lavori istruttori la mia opinione è che, sul piano formale, fu giusta e corretta quella decisione di rispettare le istanze dei vari enti originatori (quali il Sismi, il Sisde, il ministero dell’Interno, autorità giudiziarie di altri Paesi e così via) e quindi di mantenere il livello di classifica che i singoli atti avevano al momento della loro trasmissione. Sul piano sostanziale, tuttavia, ritengo che si sarebbe dovuto – per tempo – fare una seria selezione delle carte (compresi gli elaborati presentati dai consulenti) e verificare, caso per caso, se andava mantenuto o meno il livello di classifica (che va dal riservato al segretissimo e oltre) ai fini di una eventuale pubblicazione. Il presidente, coadiuvato dal parere degli uffici, ritenne di dover mantenere il segreto su tutti gli atti, compresi alcuni fondi di archivio che risalgono agli anni Cinquanta. In questo, la Commissione, rispetto ad altre esperienze fatte nel contesto delle inchieste parlamentari (mi vengono in mente in particolare le Commissioni Moro o P2), ha inteso interpretare non solo la norma, ma anche la consuetudine in senso alquanto restrittivo. Credo che un margine vi fosse per la pubblicazione non di tutti gli atti, ma almeno di una buona parte. In questo, hanno perfettamente ragione gli storici che hanno firmato quell’appello per l’accesso e la consultabilità degli atti raccolti e custoditi dalla Commissione Mitrokhin. Non c’è dubbio che quella scelta, comunque, ha non solo fatto felici e contenti alcuni politici profondamente preoccupati dell’ipotesi di una futura pubblicazione degli atti, ma ha dato un duro colpo alla ricerca storiografica, privandola di uno straordinario materiale d’archivio.

 

 

Sempre relativamente alle Commissioni parlamentari di cui lei ha una certa esperienza, le volevo chiedere come funzionano alcuni meccanismi che riguardano i consulenti e le loro attività. Ecco un elenco di domande e curiosità:

1. Come vengono scelti i consulenti per le commissioni parlamentari?

2. C’è qualcuno, cioè i membri delle Commissioni stesse, che sceglie a sua discrezione?

3. Oppure sono i consulenti che si propongono; che requisiti occorrono; c’è una sorta di “esame”?

4. Una volta proposti, qual è la procedura di approvazione?

5. Una volta nominati, quali compiti vengono loro assegnati? E da chi?

6. Che “doveri” hanno?

7. Devono scrivere delle relazioni, devono rendere conto di quello che fanno, e a chi?

8. Le eventuali relazioni, o la documentazione raccolta, dove va a finire?

9. Esiste da qualche parte, ad esempio, un elenco di tutte le relazioni e i documenti che sono stati depositati nell’archivio della “Commissione Mitrokhin”?

10. È segreto anche questo elenco? Se no, dove è consultabile?

 

Sui consulenti, posso riferire ciò che accaduto in Commissione Stragi e alla Mitrokhin. Non so dire come questo argomento sia stato trattato dalle altre Commissioni d’inchiesta come l’Antimafia o, ad esempio, la Telecom Serbia o quella sui fatti connessi all’omicidio della giornalista Ilaria Alpi in Somalia. Per quello che ho potuto vedere, non vi è una regola precisa per diventare consulenti. Spesso accade che vi sia una sorta di cooptazione (un po’ per meriti, un po’ per amicizia, un po’ per simpatia, un po’ per affiliazione politica, raramente per meriti speciali dimostrati sul campo) dall’alto verso il basso. Non si deve sostenere alcun esame di accesso, ma una volta nominati si deve giurare sul rispetto delle norme, del regolamento e delle leggi in particolare sulla tenuta del segreto e sulla riservatezza degli atti. Si tratta, quasi sempre, di un arruolamento che si compie attraverso criteri di massima discrezionalità. Non ci sono parametri fissi (mi riferisco a fattori come competenza, affidabilità, serietà, onestà), se non quelli dettati dal regolamento interno. Ricordo casi di incompatibilità (o quantomeno con profili di palese inopportunità) risolti felicemente dopo una serie di discussioni, mediazioni e negoziati politici. Rari se non nulli i casi di illustri sconosciuti che (anche se bravi e competenti), una volta perorata la propria candidatura, si trovano a svolgere l’incarico. Una volta proposti, l’ipotesi di collaborazione viene illustrata all’Ufficio di presidenza (spesso allargato ai rappresentanti dei gruppi politici) e, se ritenuta opportuna, idonea o utile ai lavori della Commissione, si delibera la nomina che, sul piano formale, diviene esecutiva solo dopo l’assunzione dell’incarico e il relativo giuramento. Da quel momento, si è sottoposti ad un vigile e severo controllo da parte degli uffici di segreteria che annotano, protocollano, archiviano giorno per giorno l’attività svolta. Per scoprire chi ha lavorato e chi no, sarebbe sufficiente andare a compulsare i fascicoli personali dei singoli collaboratori. Devo dire che, se di scandalo si deve parlare per quanto riguarda la Commissione Mitrokhin (ma lo stesso vale per la Commissione Stragi), esso è legato a quei consulenti i quali, dopo l’assunzione dell’ambito incarico, finiscono con lo sparire dall’orizzonte degli eventi, nonostante rimangano destinatari (beati loro) di lauti compensi. A dire il vero, molti autorevolissimi studiosi, professori, docenti universitari, esperti e così via si sono distinti per questa poco nobile forma di assenteismo. Senza contare chi, con il pretesto di fare ricerche presso enti e archivi, cerca, trova e raccoglie carte che non solo nulla hanno a che fare con i lavori della Commissione, ma che poi vengono utilizzate per scrivere saggi e libri vari. Ma per quieto vivere e per evitare veleni o imbarazzanti ritorsioni, ai piani alti hanno sempre deciso di lasciar correre, con aristocratico disincanto, mantenendo il privilegio. Chi ha scrupolo e senso del dovere, anche di fronte a mille difficoltà e asperità, partecipa, lavora, produce, fa ricerca, frequenta gli archivi, fa proposte, scrive, si mette in discussione e consegna agli atti documenti, elaborati e relazioni. Altri, meno solerti e dotati di scarso senso del dovere e rispetto civico, rimangono a casa, sereni e retribuiti, per poi ritrovarseli a fine lavori che scrivono, accusano e pontificano sui mali della politica e sull’inutilità (se non sulla dannosità) delle Commissioni e delle inchieste parlamentari. Comunque, tutto il lavoro svolto dai consulenti è registrato, a cura degli uffici di segreteria, sul protocollo. Dopo il loro deposito agli atti, eventuali documenti, elaborati o relazioni – una volta autorizzati dal presidente previo parere degli uffici – entrano nell’archivio per la consultazione. I documentaristi predispongono, di volta in volta, un elenco degli atti presenti in archivio (questo registro credo sia consultabile). Lì sono conservati tutti i record relativi alle acquisizioni e ai depositi. Gli Uffici Stralcio delle Commissioni d’inchiesta tengono questi registri e gli elenchi degli atti depositati.

 

 

La precedente domanda introduce necessariamente la vicenda ormai drammatica di Mario Scaramella, consulente della Mitrokhin, che da oltre cinque mesi si trova in carcere, in isolamento, a fronte di capi d’imputazione quali la “calunnia” nei confronti di un agente segreto ucraino e il “traffico d’armi” essendo dunque sospettato di aver architettato il trasporto di due granate su un furgone da lui stesso fatte ritrovare. Lei ha avuto modo di conoscerlo personalmente? Su di lui si è scritto molto, ironizzando, per la verità con un certo cinismo viste le condizioni in cui versa da cinque mesi, sul suo impressionante curriculum professionale. Lei cosa ci può dire in proposito?

 

Ho conosciuto Mario Scaramella durante le fasi finali dei lavori della Commissione. Devo dire che per mesi (se non per anni), dopo la sua nomina a consulente, non ho avuto modo di vederlo. Il suo contributo era esterno, svolgeva attività all’estero e poco frequentava gli uffici della Commissione. Non credo che abbia partecipato alle sedute o alle varie audizioni che abbiamo tenuto nel corso dell’istruttoria. Nulla ho da dire sul suo curriculum professionale. Mentre qualcosa ritengo di doverla dire in ordine al suo incarico che – di certo – non si è scritto o approvato da solo. Ricordo quando, nella seduta dell’11 dicembre 2003 (ma l’annuncio della sua nomina fu dato il giorno precedente), venne letto l’incarico che l’Ufficio di presidenza della Commissione aveva votato e approvato per Scaramella. Ritengo utile, per futura memoria, trascrivere il passaggio del resoconto stenografico di quel giorno quando il presidente, in apertura di seduta, diede testuale lettura della motivazione: “Informo che l’Ufficio di presidenza integrato dai rappresentanti dei gruppi ha deliberato di affidare i seguenti incarichi: al professor Mario Scaramella di acquisire documenti ed effettuare ricerche presso istituzioni e organismi di Paesi occidentali e dell’ex Unione Sovietica riguardanti operazioni commerciali e finanziarie svolte fra l’Italia e i Paesi dell’Est europeo, finalizzate (come recita la nostra legge istitutiva) al finanziamento illecito del Pci al di fuori di ogni controllo, nonché attività di finanziamento dirette o indirette del Kgb a partiti politici italiani, a correnti di partito e ad organi di informazione in Italia, successivamente al 1974, data certa a partire dalla quale esiste una legge che vieta il finanziamento dei partiti al di fuori delle norme stabilite dalla legge; presunte relazioni tra Pcus, Kgb e altre agenzie di esplorazione estera e organizzazioni italiane terroristiche; collegamenti tra l’intelligence sovietica, il terrorismo islamico e altre strutture eversive straniere, in particolare sul terrorismo nazionale; eventuale supporto o coinvolgimento italiano in operazioni illecite fra servizi sovietici e Paesi islamici, anche dopo la caduta dell’Urss per le note continuità”. Ecco qui. Questo fu il mandato conferito a Scaramella. Un incarico straordinario, estremamente ampio e articolato, nel quale il consulente si è mosso sino alla fine dei lavori istruttori della Commissione. Scaramella, per lo svolgimento di questo compito (credo, sulla base della mia esperienza, si tratti di un unicum nella storia delle inchieste parlamentari), ha preso contatti con i più importanti, autorevoli e accreditati defezionisti non solo del Kgb, ma del Gru e dell’attuale intelligence russa (Svr e Fsb), come Oleg Gordievsky, Oleg Kalugin, Alexander Litvinenko o Yuri Shvets. Una simile attività non poteva passare inosservata ai servizi di sicurezza russi e dei Paesi ad essa collegati, come l’Ucraina (vediamo quanta difficoltà ha questa ex Repubblica sovietica a sganciarsi da Mosca). Scaramella, senza saperlo, è finito nell’ingranaggio di questa seconda Guerra fredda tra Est e Ovest. Le minacce delle quali è stato destinatario sono proprio l’inquietante esito delle sue attività per la Commissione. È finito nel mirino dell’intelligence russa non appena ha iniziato a frequentare Litvinenko. Da quel momento (e siamo tra la fine del 2003 e gli inizi del 2004), Scaramella diventa un obiettivo, come del resto lo stesso Litvinenko.

 

 

Qual è la sua opinione su quanto sta accadendo a Scaramella? Crede che ciò sia la conseguenza di qualche attività non gradita?

 

Preferisco non rispondere. L’unica cosa che posso dire è che Mario Scaramella, del tutto inconsapevolmente, è stato pesantemente manipolato da una serie di agenti dell’intelligence russa e ucraina. Il suo coinvolgimento, che lo ha portato a Londra il giorno in cui venne deciso di colpire e annientare Litvinenko, è stato il brillante risultato di una grande operazione, portata a termine da professionisti. E una delle pedine utilizzate è stato proprio quell’Evgueni Limarev che vive a Cluses nell’Alta Savoia dall’agosto del 2000. Un dato è certo: una macchinazione simile lasciava poche possibilità di uscirne indenni. Credo sia evidente il fatto che, sino al giorno in cui trapelò la notizia che Litvinenko era stato avvelenato e che aveva incontrato Scaramella, il suo nome era lontano dalle cronache nazionali e dalle stesse emergenze giudiziarie italiane. La fretta di associarlo al carcere è la prova di questo “salto di qualità”. Del resto, le stesse fonti d’accusa contro Scaramella non possono certo dirsi degli esempi cristallini di affidabilità e attendibilità. Con la morte di Litvinenko, contaminato con una dose massiccia di polonio 210 poco prima di incontrarsi con Scaramella a Piccadilly Circus nel primo pomeriggio del 1° novembre 2006, non solo usciva di scena una delle più importanti fonti dell’ex consulente della Commissione Mitrokhin, ma le informazioni da lui stesso passate, attraverso Scaramella, al Parlamento italiano rischiavano di assumere un rilievo di verità assoluta. Come dire: Litvinenko martire della verità, Scaramella il suo discepolo. Ecco, dunque, l’esigenza (tutta italiana) di demolire la credibilità sia della fonte che dello stesso destinatario delle informazioni. Il primo non può più confermare nulla, il secondo in cella di isolamento con l’accusa di calunnia.

 

 

Lei è redattore del mensile Area e scrive per il Roma e sta conducendo col suo collega Vincenzo Nardiello un’inchiesta molto interessante, ma per certi versi contro corrente rispetto a tutto il resto della carta stampata. Come giudica il comportamento e l’atteggiamento di giornali come Repubblica che hanno trattato la vicenda Litvinenko-Scaramella nel modo che tutti conosciamo?

 

Sul “comportamento” e “l’atteggiamento”, come lei li definisce, di grandi quotidiani come Repubblica, che hanno trattato il caso Litvinenko-Scaramella (per colpire tutta la Commissione Mitrokhin), preferisco stendere un velo pietosissimo. Erano anni che non si assisteva ad un fenomeno di alterazione della verità dei fatti di questa portata. Senza parlare della violazione, sistematica e scientifica, delle norme alla base del nostro codice deontologico professionale. Le famose “interviste” di Repubblica a Limarev, Gordievsky e Bukowsky sono un monumento a questa anomalia. L’inchiesta che sta conducendo Il Roma è controcorrente, non c’è dubbio, in un flusso dell’informazione alla rovescia, come si trova a fare il salmone quando risale la corrente del fiume, seguendo l’istinto di natura che lo richiama ai luoghi di nascita. Vede, ogni anno la fondazione Freedom House stila una classifica degli Stati del mondo in relazione alla libertà di stampa. Secondo l’ultimo rapporto, relativo al 2006, l’Italia occupa il 79° posto assieme al Botswana. Nel 2004, l’Italia occupava la 74ª posizione. Ogni altro commento sarebbe superfluo…

venerdì, 25 maggio 2007

“Compagni”, vogliamo dire qualcosa di sinistra?

Il 23 maggio 2007 a commento della sentenza del Tribunale di Teramo che ha assolto i quattro ucraini trasportatori delle “rugginose granate”, Carlo Bonini pubblica un articolo intitolato “L' attentato a Guzzanti? Un' invenzione”.

Il Senatore risponde con una lettera che gli viene pubblicata il giorno successivo ed alla quale Bonini replica a suo modo.

Questa mattina a pagina 34 de La Repubblica c’è la lettera che ieri il Senatore Guzzanti ha inviato al direttore Ezio Mauro in merito a quella prima risposta.

Ecco la lapidaria replica odierna dello stesso Bonini:

Prendo atto che la sentenza di assoluzione dei quattro ucraini ha avuto un pessimo effetto sul senatore Paolo Guzzanti. Converrà forse fare come certi zii, verbalmente incontinenti, al pranzo della domenica. Annuire e cambiare discorso”.

 

Bene, cambiamo discorso. Ma solo per un po’…

 

Dal novembre scorso su questo blog si è sviluppato un dibattito, una ricerca, che ha fatto vacillare le mie già esili e comunque scarse certezze ed opinioni politiche.

Ne ho già scritto in proposito e chi ha seguito con serietà e con continuità questo spazio lo sa bene.

Io mi reputo di sinistra!

Con tutto ciò che può ancora significare questo termine oggi in Italia. O se vogliamo oggi in occidente. Ho appoggiato in passato, e penso che continuerò a farlo anche in futuro, battaglie civili che credo di poter etichettare a pieno titolo di “sinistra”, se non altro per le reazioni che esse scatenano a “destra”.

Le appoggerò nelle piazze, nella rete. Nella società.

 

Un caro amico dice che a sinistra, in estrema sintesi, c’è tutto ciò che è “riformismo” democratico. È vero, ma non è tutto. Io credo che a sinistra si debbano declinare anche ed ancora concetti, da taluni forse ritenuti obsoleti ed ormai impronunciabili, come “uguaglianza”, “solidarietà”, difesa dei più deboli senza discriminazioni di alcun genere, “equità sociale”.

Possono sembrare categorie improprie o addirittura ingenue a definire oggi la “sinistra”, ma nel mio maturo romanticismo le trovo ancora del tutto valide e condivisibili; degne di impegno. Un buon motivo insomma per “rimettersi a lottare”.

Questi “valori” io credo che siano oggi messi in seria discussione dal modello di sviluppo imperante.

Non credo dunque alle sorti magnifiche e progressive di questo capitalismo liberista, tanto caro invece a certa “destra”; liberismo che, privo di controlli e di contrappesi, ormai stenta a trovare sponde e consensi anche in quei settori che avevano temuto più di altri il dilagare di modelli economici e sociali alternativi.

Ma purtroppo nella “sinistra” ufficiale, e non solo italiana, non trovo nessun segnale di disponibilità a cercare ed a proporre modelli seri e praticabili più sensibili alle esigenze dell’uomo ed alla sua esistenza. Il profitto sembra essere ormai diventato il centro di tutto e sembra aver catturato le attenzioni e l’interesse di tutti, da qualunque parte si trovino.

 

Fatto questo preambolo “ideologico”, vengo al punto.

Da mesi questo blog è diventata un’arena monotematica.

Coinvolti nella vicenda Litvinenko-Mitrokhin, ci siamo fatti giustamente rapire dall’intreccio e dai misteri di questa tragica spy-story.

Abbiamo cercato, conseguendo anche qualche piccolo “successo” di tappa, di dare un contributo di verità guardando con mente lucida e sgombra da ideologie a ciò che accadeva davanti ai nostri occhi.

Nel blog si sono formati fin da subito, e com’è giusto che sia, due partiti, due scuole di pensiero contrapposte, che hanno dato vita ad eleganti duelli ma anche (soprattutto?) a rozzi scambi da trivio, neanche fossimo “nei peggiori bar di Suburra”.

Per scelta ho lasciato che ciò avvenisse in piena libertà e devo dire che qualche siparietto divertente ne è di conseguenza scaturito ed ha sollazzato (e magari sollazzerà anche in futuro… chissà…) visitatori e passanti.

Questa insistenza tematica su una vicenda così complessa ed articolata ha forse stancato qualcuno che ci ha abbandonato e me ne dispiace molto, ma credo che l’impegno e l’approfondimento fossero dovuti, vista l’estrema importanza che riveste a nostro avviso questo caso per la democrazia nel nostro paese.

Al di là della sua serietà e gravità, vedasi le numerose morti ad esso connesse, questo caso non è una pura disquisizione accademica di ricerca storica, ma qualcosa di seriamente attuale e pregnante.

Malgrado i prolungati tentativi di sminuire le attività d’indagine della Commissione Mitrokhin, presieduta dal senatore Paolo Guzzanti, il clamore e l’accanimento di questi ultimi mesi sono lì a testimoniare che in realtà i temi trattati (e le scoperte fatte) toccano ed hanno toccato nervi ancora scoperti, situazioni irrisolte, interessi ancora in essere.

   

A mio avviso impropriamente, qui qualcuno ha impostato il dibattito come si farebbe in un qualunque scontro politico italiano al bar tra simpatizzanti di “destra” e di “sinistra”.

Ci si è messi la solita casacca, si sono tirati in ballo, eludendo il merito, “Berlusconi”, la “sinistra radicale”, insomma tutti gli attrezzi ordinari del confronto e delle divergenze tra i due schieramenti, dimenticando la vera sostanza di ciò che si stava trattando.

Credo che il discorso infatti sia molto diverso. Siamo di fronte ad una vicenda che merita un altro approccio.

 

Con le mie argomentazioni, i miei dubbi, le mie “ricerche”, so di aver creato scompiglio in tanti amici ed osservatori della sinistra DOC, dentro e fuori da questo blog, e questo perché mi sono trovato in certi momenti dalla stessa parte di un odiato esponente della destra e cioè il Senatore di Forza Italia Paolo Guzzanti.

Spero che questo sentimento di astio e di sospetto nei miei confronti sia dovuto solo alla non conoscenza dei fatti e dunque alla superficialità con cui costoro hanno affrontato le vicende che qui andavamo ad indagare e a dettagliare.

Lo spero perché altrimenti rimarrei molto deluso ed amareggiato per non dire di peggio.

Io non mi sono trovato dalla parte di Guzzanti per puro caso o per simpatia umana o intellettuale, ma perché da quella parte in quel momento c’era la Verità.

Io non mi posso riconoscere in una sinistra cieca e sorda. La Verità non è né di destra né di sinistra e non c’è nessun fine che giustifichi il silenzio, l’omissione, l’indifferenza. Tanto meno la costruzione di prove, la falsificazione, la manipolazione dei fatti e dell’informazione.

Da sinistra, ed ora non sto parlando dei navigatori della rete o degli amici del blog, ma di chi a sinistra ha ruoli e responsabilità politiche, non s’è levato nessun grido d’indignazione ma nemmeno un vago senso di disagio, nonostante fossero sotto gli occhi di tutti coloro che volevano vedere, fatti ben precisi ed inconfutabili. Perché?

 

Ciò che sta accadendo in questi ultimi giorni è molto grave e triste e non può non far pensare a qualcosa di molto pericoloso ed inquietante.

Una lunga sequenza di falsità, sicuramente non di dominio pubblico, ma ormai oggettivamente smascherate nel merito, vengono ripetute e riportate con enfasi sui giornali, come se niente fosse, senza creare non dico scandalo, ma nemmeno minime reazioni di circostanza. Perché?

 

Noi sappiamo per bocca dei protagonisti che le interviste pubblicate su La Repubblica tra novembre e dicembre 2006 sono state definite false o manipolate.

Noi sappiamo per bocca dell’Avvocato Rastrelli e perché abbiamo ben presenti i documenti ufficiali a riguardo che il capo d’imputazione per cui Mario Scaramella è detenuto dalla vigilia di Natale non è l’avere calunniato il Presidente del Consiglio Romano Prodi bensì un agente segreto ucraino.

Questi sono forse i due argomenti più eclatanti che sono stati rilanciati negli ultimi giorni, ma ce ne sarebbe una lunga serie di ugualmente gravi.

Perchè alcuni giornalisti ed alcuni giornali di “sinistra” continuano con impudenza a proporre ai loro ignari lettori le versioni fasulle di questi fatti?

Ieri abbiamo scritto a Carlo Bonini e glielo abbiamo chiesto ma questa volta egli ha preferito ignorarci.

La sua risposta odierna a Guzzanti è però senza alcun dubbio qualcosa di tremendo.

Quando nel confronto interviene lo scherno e la derisione dell’avversario per di più per supportare delle dichiarazioni oggettivamente false siamo di fronte a qualcosa di veramente grave che rimanda ad altri sistemi e ad altri tristi luoghi.

"Compagni" smarchiamoci!

 

In questi ultimi giorni ho per la verità osservato alcuni vacillamenti in amici del blog appartenenti a quel “partito” che in questi mesi si è opposto strenuamente alla cosiddetta “Confraternita dei Cavillanti della Virgola Fuori Posto di Rito Guzzantiano”, e questo mi ha fatto piacere. Ma credo che non basti ancora.

Io voglio sentirmi fiero ed orgoglioso quando mi dichiaro di sinistra. Oggi provo imbarazzo.

Io voglio leggere i giornali di sinistra vicini alla mia sensibilità sapendo che almeno su cose di principio mi posso fidare. Oggi non ne sono più sicuro.

Io vorrei reagire a tutto ciò e vorrei accanto tanti come me che si sentono di sinistra e che oggi provano profonda vergogna per questa situazione. Non ne vedo molti ancora. Purtroppo.

“Compagni” vogliamo dire qualcosa di sinistra?

È lecito immaginarsi una sinistra compatibile con l’onestà?

martedì, 03 aprile 2007

Riecco Limarev...

Abbiamo ricevuto da Gian Paolo Pelizzaro (giornalista de Il Roma) una email e l’articolo-intervista a Limarev…

 

Caro Paradisi,

ti segnalo la mia intervista ad Evgueni Limarev sul caso Scaramella-Litvinenko online sul sito www.area-online.it. So - tramite l'amico collega Vincenzo Nardiello - che segui con interesse il nostro (faticoso) lavoro. Spero ti possa servire per avere un quadro più chiaro di questa manipolazione.

Cordialmente

Gian Paolo Pelizzaro

 

 


 

 

Intervista esclusiva con Evgueni Limarev, 

una delle fonti russe dell’ex consulente della Commissione Mitrokhin

 

 

«Non escludo che Scaramella sia stato manipolato»

 

 

 

di

Gian Paolo Pelizzaro

 

 

Parla l’uomo dei misteri, Evgueni Limarev, la fonte russa di Mario Scaramella che, con le sue email, provocò di fatto quell’incontro fatale a Londra - il 1° novembre dello scorso anno - tra l’ex consulente della Commissione Mitrokhin e Alexander Litvinenko, il defezionista dell’Fsb riparato nel Regno Unito nel novembre del 2000 ed eliminato con una micro-bomba sporca a base di Polonio 210. Limarev, nato nel luglio 1965 a Frunze (vecchio nome della capitale della Repubblica socialista di Kirghiza nell’Asia Centrale ai tempi dell’Urss, oggi Bishkek, capitale del Kirghizistan), risiede da otto anni in Francia (vive a Cluses, nell’Alta Savoia) dove svolge – così lui afferma – attività di consulenza privata come esperto di politica e questioni legate all’intelligence ex sovietica. Per questo, afferma, egli è iscritto in un pubblico registro tenuto dall’amministrazione francese e paga regolarmente le tasse. Il suo nome è noto alle cronache italiane soprattutto per le sue affermazioni concernenti i suoi rapporti con Mario Scaramella e le attività da loro svolte durante i lavori della Commissione Mitrokhin.

Limarev è entrato in contatto con Scaramella, nel 2004, proprio attraverso Litvinenko. I due iniziano a collaborare su una serie di temi e argomenti circa le attività di penetrazione dei servizi segreti russi in Italia (prima e dopo la caduta del Muro di Berlino). Poi il loro rapporto si incrina, alla luce (così sembra) delle sempre più pressanti richieste economiche di Limarev il quale – da consulente privato – voleva essere retribuito per la sua attività di collaborazione con Scaramella. Questa la versione ufficiale della storia, ma – come spesso accade – in queste vicende i livelli di verità potrebbero essere più di uno.

Nel febbraio del 2005, come spiega egli stesso, stanco e seccato dal modo di lavorare e dal comportamento di Scaramella, Limarev decide di mettersi in contatto con i giornalisti di Repubblica, Carlo Bonini e Giuseppe D’Avanzo, per svelare loro tutta una serie di retroscena sui suoi rapporti con il consulente della Commissione Mitrokhin (in quel momento l’organismo d’inchiesta è ancora in piena attività e Scaramella è uno dei consulenti più vicini al presidente Guzzanti). Tuttavia, nonostante l’apparente rottura dei loro rapporti, Limarev continua a tenersi in stretto contatto con Scaramella, soprattutto tramite posta elettronica. E saranno – come spieghiamo nell’articolo intitolato “La Trappola” e pubblicato sul numero di aprile di Area – proprio due email (del 30 e 31 ottobre 2006) di Limarev, dal contenuto inquietante e allarmante (si parlava di un presunto progetto di aggressione da parte di uomini legati ad un’organizzazione di reduci dei servizi segreti russi: Dignity & Honor, presieduta dal colonnello Valentin Velichko), che spingeranno Scaramella a chiedere un incontro urgente con Litvinenko. Scaramella, come noto, incontrerà il defezionista del servizio di sicurezza federale russo in un sushi bar a Piccadilly Circus nel primo pomeriggio del 1° novembre.

Poche ore prima, una killing squad partita da Mosca era riuscita ad avvicinare Litvinenko (prima di pranzo: il meeting fatale è avvenuto all’interno del Millennium Hotel a Grosvenor Square) e a fargli ingerire una tazza di tè dove, di nascosto, era stata diluita la dose mortale del metalloide radioattivo. Nulla fu lasciato al caso. Un lavoro da professionisti, pianificato con almeno due mesi di anticipo. I principali sospettati sono due cittadini russi con un passato da agenti del Kgb, Andrei Lugovoi e Dmitri Kovtun. Scotland Yard, alla fine di gennaio, ha consegnato alla Procura Reale un rapporto completo sull’attentato a Litvinenko ed ora si attende la valutazione dei giudici, i quali stanno decidendo se dare corso alla richiesta di estradizione nei confronti dei vari indiziati o decretare l’archiviazione del caso.

Il russo verrà a Roma, ospite di Repubblica nei giorni 21 e 22 febbraio 2005 (la direzione del quotidiano diretto da Ezio Mauro coprirà tutte le spese relative al soggiorno di Limarev), ma il resoconto che i giornalisti faranno dei colloqui con il contatto di Scaramella rimarrà chiuso in un cassetto per 21 mesi, nonostante la Commissione fosse al volgere dei propri lavori istruttori. In due lunghi articoli, pubblicati da Repubblica in forma di intervista (ma di questa esisterebbe soltanto uno stenografico, nessuna registrazione, nessun testo scritto concordato e autorizzato dall’intervistato) il 26 e 27 novembre 2006, Limarev parla della «palude» della Mitrokhin, facendo scoppiare in Italia uno scandalo politico senza precedenti, mentre le autorità britanniche, alle prese con l’allarme Polonio, sono sulle tracce degli assassini di Litvinenko.

Limarev, a proposito dei suoi rapporti con Scaramella, nella corrispondenza a corredo di questa intervista fa anche il nome di una delle fonti ucraine che avrebbe avuto un ruolo nella controversa vicenda che portò al ritrovamento da parte della polizia delle due granate da guerra (Vog P25 di fabbricazione bulgara) sequestrate a bordo di un furgone ucraino in provincia di Teramo il 16 ottobre 2005, proprio sulla base di alcune denunce sporte a Napoli (tra il 14 e il 15 ottobre) dall’allora consulente della Commissione Mitrokhin. Si tratta di Oleksiy Pysarenko, accreditato come primo segretario presso l’Ambasciata di Ucraina a Roma. Secondo Limarev, a metà dello scorso anno, fra i vari ucraini e russi “residenti” in Italia, Scaramella gli parlò di questo Pysarenko come di un collegamento con l’Sbu (il servizio segreto ucraino) a Roma, mettendolo in guardia perché il napoletano avrebbe più volte incontrato l’ucraino e che quest’ultimo stava collaborando con la residentura romana dell’Svr (il servizio segreto estero russo, nato dalle ceneri del Primo direttorato centrale del Kgb) e che lo stesso Pysarenko stava dando la caccia a Limarev in Italia (circostanza, questa, che sarebbe stata confermata a Scaramella da qualche «generale dell’Sbu»). Vero? Falso? Ciò che sappiamo di certo è che Scaramella, per quanto riguarda la fonte ucraina che gli ha fornito le informazioni che hanno permesso il rintraccio del furgone con le armi, ha fatto sempre il nome di Volodymyr Kobyk, già accreditato all’Ambasciata ucraina come traduttore, direttore della società Mist Italia che si occupa dell’import-export e dei rapporti commerciali con l’Ucraina.

Per Boris Volodarsky, defezionista del Gru (il servizio segreto militare russo) residente a Londra, Limarev sarebbe un agente provocatore, un manipolatore al servizio dell’intelligence di Mosca: «Ha fatto il possibile per venire a conoscenza dello stato delle indagini della Commissione, che materiali avevano acquisito, con chi collaboravano e quali erano le loro fonti nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in altre nazioni, Russia compresa. Per questo penso che, in un preciso momento, Limarev abbia avuto un ruolo attivo, di provocazione».

Accuse molto gravi, che il diretto interessato respinge con sdegno, ribadendo la propria correttezza e la propria totale estraneità ai fatti di Londra che hanno finito col travolgere, in un sol colpo, Litvinenko e lo stesso Scaramella. Ma Volodarsky aggiunge: «Adesso so che (ho tutta la documentazione) Limarev per due anni ha continuato a fornire, a pagamento, informazioni false, sicuramente fabbricate a Mosca, altre invece furono fabbricate personalmente da Limarev, oppure entrambe le cose. Queste informazioni erano completamente non corrette, dati falsi sulle questioni che interessavano Scaramella». Da qui l’ipotesi che il consulente napoletano possa essere stato vittima di una micidiale manipolazione.

Quella che segue è l’intervista che Evgueni Limarev ha rilasciato ad Area, tramite domande e risposte scritte in lingua inglese. Il testo viene pubblicato integralmente, senza alcun taglio o modifica, anche per evitare richieste di rettifica o eventuali smentite. Ricordiamo che Limarev a Repubblica ha affermato, fra l’altro, di aver incontrato Guzzanti una sera a cena, salvo poi smentire quanto da lui stesso dichiarato, dicendo che Scaramella gli avrebbe messo davanti un sosia dell’allora presidente della Commissione Mitrokhin… In un versante così scivoloso, le precauzioni non sono mai abbastanza.

 

Signor Limarev, prima di passare alle domande, gradirei che lei mi confermasse (o nel caso smentisca o rettifichi) questa serie di notizie sul suo passato, legate anche al suo rapporto di collaborazione con Mario Scaramella, all’epoca consulente della Commissione d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività dell’intelligence italiana.

 

Lei viene indicato come ex agente dei servizi segreti sovietici-russi e oggi, stando a quanto avrebbero fatto sapere le autorità britanniche, sarebbe un contrattista esterno dei servizi di sicurezza russi. Vero?

Non è assolutamente vero. È una teoria senza fondamento, una falsità premeditata. Viene propagata dai defezionisti dell’ex Urss  Oleg Gordievsky e Boris Volodarsky, e citata (tanto per cominciare) dal senatore Paolo Guzzanti – coloro che oggi sostengono  Mario Scaramella, e anche da simili “cacciatori di agenti del Kgb” in Occidente. A loro non piace la mia posizione, indipendente e imparziale, sulle “crociate anti-Kgb” di Alexander Litvinenko, e le attività nel campo della “sicurezza” svolte da Scaramella. Per quanto io possa sapere, non esiste nei miei confronti alcuna “presa di posizione da parte delle autorità britanniche”, né verbale né scritta. Analoghe frange senza scrupoli tra i media affermano il contrario: che io sia da molto tempo agente dei servizi segreti occidentali, che mi avvalgo della protezione della polizia francese, che sono a capo delle attività sovversive anti-Putin di Boris Berezovsky, ecc. Sono stabilmente residente in Occidente, dal 1993 in Svizzera e dal 1999 in Francia. Sono un professionista (registrato in Francia), esperto nel campo della sicurezza e delle vicende politiche dell’ex Unione sovietica. Non rappresento nessuno. Nessuno procede nei miei confronti e nessuno mi accusa di atti illegali – di questo io e i miei avvocati siamo sicuri al 100 per cento per quanto riguarda la Francia: non ci sono indizi di alcun procedimento oppure di indagini ufficiali nei miei confronti in qualsiasi Paese del mondo (Italia compresa) - [Come egli stesso scrive sul suo blog personale limarev.spaces.live.com, dopo l’uscita delle sue dichiarazioni su Repubblica il 27 novembre 2006, Limarev è stato contattato telefonicamente da Lamberto Giannini, dirigente la Digos di Roma, il quale lo invitava a rendere la sua testimonianza sul caso Scaramella, ma il russo ha risposto che non poteva poiché già rientrato in Francia, aggiungendo di essere però a disposizione delle autorità italiane per ogni chiarimento, ndr]. In realtà sono stato interrogato da Scotland Yard e dai loro colleghi francesi il 22 dicembre 2006 – il giorno in cui Scaramella partiva “improvvisamente” dall’Inghilterra verso l’Italia, per finire direttamente in carcere [il dato è erroneo: Scaramella rientra da Londra la sera del 24 dicembre e viene arrestato all’aeroporto di Napoli Capodichino su ordine della Procura di Roma, ndr]. Mi fecero domande dettagliate su Litvinenko e Scaramella: le mie risposte sono risultate soddisfacenti per gli investigatori nel quadro del “caso dell’omicidio Litvinenko”. Da quel tempo, non sono stato avvicinato dalle autorità di nessun Paese, a prescindere da quello che il senatore Guzzanti possa dire di me in Italia (al Sismi, ai suoi associati, ai lettori…) o che vada cercando.

 

Conferma che lei lavorò, sia prima che dopo il crollo dell’Urss, nel Centro speciale di addestramento del Kgb (Balashiha-2), vicino Mosca, conosciuto anche come il Centro antiterrorismo dell’Fsb?

Ho lavorato in questo Centro come interprete-docente di lingue straniere solo nel periodo dal 1988 al 1991, prima del crollo dell’Urss.

 

Conferma che suo padre è stato un maggiore-generale dell’Svr, specializzato in attività illegali anti Nato?

Confermo che mio padre era un alto ufficiale del Kgb-Pgu [acronimo russo che sta per Pervoye glavnoye upravleniye, il Primo direttorato centrale del Kgb, lo spionaggio all’estero, oggi svolto dall’Svr. Al Primo direttorato, in qualità di archivista, ha lavorato fino al 1985 il colonnello Vasili Nikitich Mitrokhin, passato in Occidente nel marzo del 1992, ndr]. Andò in pensione intorno al 1995 o 1996.

 

Conferma che è stato consigliere dell’ex presidente della Duma, Guennadi Seleznev?

Esatto: dal 1996 a fine aprile 1999, sono stato il suo consigliere su vicende pubbliche e commerciali (a livello personale e anche per alcuni dei suoi programmi di beneficenza). Ero molto coinvolto nel finanziamento e nella promozione della sua campagna presidenziale in Russia nel 1998 fino ad aprile 1999 (prima che Yeltsin proclamasse Putin come il suo successore, e della rinuncia di Seleznev alle presidenziali).

 

Conferma che, prima di lasciare la Russia, lei per un periodo si è occupato di vendita all’ingrosso di zucchero nella regione di Belgorod?

Sì, ero impegnato in questa attività (in tutta la Russia) nel periodo 1991-1995, ma non sono mai stato sospettato o accusato di attività criminali, né sono stato indagato o ricercato dall’Interpol, nonostante le affermazioni in due articoli di due giornali-spazzatura russi nell’aprile del 1999 (firmati da giornalisti anonimi sostenuti dal Kgb-Svr).

 

Mario Scaramella ha dichiarato alla polizia – relativamente ad un presunto piano di aggressione da parte dei servizi speciali russi e ucraini che avrebbe avuto come obiettivi l’allora presidente della Commissione Mitrokhin, sen. Paolo Guzzanti, e lo stesso Scaramella – che lei sarebbe un ex insegnante di lingua persiana e inglese per gli agenti speciali dell’Svr a Balashiha-2. Conferma?

Sì, ho lavorato a Balashiha-2 come interprete (di quattro lingue straniere) e come docente (di due lingue straniere).

 

Conferma che nella sua visita a Roma, lo scorso novembre, ignoti le hanno rubato la valigetta 24 ore con importanti documenti?

Sono stato derubato la sera del 17 novembre 2006 – ma non furono rubati documenti importanti: solo la borsa con i contanti, carte di credito e altre tessere, documenti di identità, la macchina fotografica-video e altre cose del genere. Ho regolarmente denunciato questo alla stazione centrale dei carabinieri [al comando di piazza San Lorenzo in Lucina, ndr] a Roma (lo stesso giorno) e poi presso il consolato francese in Italia. Sono stato derubato al centro di Roma in un caffè: ho subito chiesto ai gestori di chiamare la polizia per poter sporgere denuncia. Mentre aspettavo l’arrivo dei carabinieri, ho chiamato Mario per ottenere un consiglio e/o assistenza. Lui voleva convincermi di non rivolgermi alla polizia e mi prometteva di “sistemare la questione”. Inoltre, mi ha chiesto più volte se fossero stati rubati documenti indirizzati a lui e se avessi portato in Italia tali documenti, ma risposi di no. I carabinieri hanno parlato con Mario più volte per telefono durante la mia lunga permanenza nella stazione (circa quattro ore).

 

Conferma che ha conosciuto Boris Berezovsky e che questi, in un certo periodo, fu il finanziatore di alcune sue attività nel campo della comunicazione (RusGlobus) e che, in tale contesto, lei entrò in contatto con il giornalista russo Oleg Sultanov il quale, in seguito, rilasciò un’intervista nella quale affermava che questa attività non era altro che un affare di famiglia e che lei utilizzava diversi pseudonimi?

Ho conosciuto Boris Berezovsky più volte nel 2003, e gli ho parlato più volte per telefono nel periodo dal 2003 fino al mese di dicembre 2006. Nel 2002-2003, lavoravo con la Foundation of Civil Right di Alex Goldfarb negli Stati Uniti (sponsorizzata da Berezovsky) in qualità di presidente della RusGlobus Association (Francia). Oleg Sultanov era (ed è ancora) agente del Kgb-Fsb (lo ha affermato nelle sue pubblicazioni del 2003). Si è avvicinato a me nel 2002 nel quadro di una missione di intelligence speciale volta a screditarmi, su ordini del Svr-Fsb (hanno saputo dei miei contatti con Yuri Schekochikhine, il noto parlamentare e giornalista russo, avvelenato nel 2003 nello stesso modo di Litvinenko, e di Berezovsky e associati. Ho svelato il suo ruolo di agente del Kgb, costringendolo a lasciare la Francia. In seguito, mi ha attaccato sui media russi controllati dal Svr-Fsb con una serie di articoli inventati (tra dicembre 2002-gennaio 2003, ma in Occidente non venne riportato nulla). Per tenere un basso profilo e per non attirare l’attenzione dell’Svr-Fsb, ho utilizzato qualche pseudonimo nelle mie attività su Internet.

 

DOMANDE

 

Perché il rapporto tra lei e Mario Scaramella si deteriorò al punto che lei decise di raccontare ai giornalisti de La Repubblica, Carlo Bonini e Giuseppe D’Avanzo, i retroscena delle attività svolte con l’allora consulente della Commissione Mitrokhin?

Nel febbraio 2005, mi sono avvicinato a Bonini e D’Avanzo (che avevo conosciuto molto prima, insieme ad altri giornalisti italiani) dopo un anno di infelice collaborazione con Mario Scaramella. Già in quell’epoca è cessata la collaborazione su base gratuita, amichevole, perché risultava chiaro quanto segue:

- Nel quadro del mandato ufficiale della Commissione Mitrokhin, Scaramella non faceva quasi nulla (almeno insieme con me), confondeva continuamente gli affari privati e la politica oltre a fingere (senza alcuna evidenza) di avere buoni legami negli ambienti di intelligence americani, italiani e della Nato.

- Il suo vero scopo era quello di raccogliere ogni genere di materiali compromettenti nei confronti dei propri avversari e di quelli dei suoi associati (in genere, ma non solo, la sinistra in Italia) e ogni genere di informazioni “sensibili” che riguardassero argomenti in qualche modo legati al Kgb.

- I suoi metodi di raccolta e di gestione delle informazioni sensibili non erano affatto professionali, in misura da provocare, prima o poi, conseguenze disastrose per me e per le mie fonti.

- Prendeva impegni e faceva promesse con grande facilità, ma difficilmente li manteneva.

-  Non si sapeva chi fossero i partner e le fonti di finanziamento, che restavano sempre nell’ombra. Evidentemente, questi collaboratori e queste fonti avrebbero un giorno avuto qualche guaio.   

E così ho deciso di raccontare ai giornalisti indipendenti la verità sulle attività di Scaramella in modo da creare un alibi in caso di problemi che dovessero derivare da Mario. Ecco perché ho offerto a Repubblica una parte del mio dossier per ulteriori indagini congiunte. Ma non ho mai raggiunto con loro un accordo e non ho mai consentito loro di pubblicare questo dossier. Sembra che io abbia avuto ragione: nel novembre 2006, Mario violava il nostro accordo di consulenza riservatissimo e svelava alla stampa mondiale il mio nome, i nomi delle mie fonti e altre informazioni per poterci palesemente trarre profitto. Tra marzo 2005 e gennaio 2006, non lavoravo con Scaramella, e raramente avevo contatti con lui. Sono stato contattato da Repubblica a questo riguardo solo alla fine di novembre 2006, dopo che Mario aveva già svelato alla stampa mondiale l’esistenza delle mie consulenze.

 

Perché il 13 novembre del 2004 lei si recò alla stazione dei carabinieri di Avellino per presentare una denuncia nella quale, in particolare, lei asseriva di aver dovuto interrompere la sessione di lavoro con Scaramella per motivi di sicurezza?

Non ho avuto tempo per ricontrollare quella data e quindi mi devo fidare di lei, sig. Pelizzaro [la data è esatta ed è quella che appare sul documento sottoscritto da Limarev, ndr]. Venivo accompagnato a quella stazione da Mario e da uno dei suoi colleghi. Mario mi ha chiesto con insistenza di depositarvi le informazioni che aveva ricevuto dalle mie fonti riguardanti i fratelli Kobyk, oltre alle mie considerazioni in tema di sicurezza nei loro confronti e anche riguardo allo stesso Mario. Il testo originale di queste dichiarazioni era stato scritto da Mario, ma era così scadente che ho dovuto riscriverlo, apportandovi modifiche significative. In tale contesto, si faceva riferimento alla sospensione (cosa che Mario aveva senz’altro proposto) della nostra sessione di lavoro. Il giorno precedente, Mario mi aveva anche presentato a Volodymyr Kobyk. Richiesto da Mario, ho intervistato Kobyk, il quale era anche venuto alla stazione di Avellino per depositare la sua dichiarazione, sempre in seguito ad una richiesta diretta da parte di Mario.

 

Lei ha avuto modo di raccogliere informazioni su una delle persone che erano in contatto con Scaramella, l’ucraino Volodymyr Kobyk. Qual è la vera identità e attività di questo signore e perché, insieme al fratello Taras, ritiene che facciano parte dell’intelligence ucraina operante in Italia?

Nella dichiarazione di cui sopra ho spiegato quello che ho avuto dalle mie fonti oltre ai miei pensieri personali sulla questione (a proposito, come mai viene resa pubblica in Italia la mia dichiarazione riservata? Nemmeno Mario doveva riceverne una copia – solo io e l’ufficiale che l’aveva accettata! Ma so che in Italia molti giornalisti conoscono il contenuto). Per quanto io possa ricordare, le informazioni sulla sicurezza pervenute dalle mie fonti (informazioni, peraltro, assai incerte) e riportate nelle mie dichiarazioni riguardavano soprattutto Taras. Lo stesso Volodymyr aveva raccontato a me e a Mario di aver avuto molto a che fare con l’ufficiale dei servizi ucraini Evgueni Totsky, anche se, durante il nostro incontro, fingeva di essere preso di mira da quest’ultimo (insieme con Taras).

 

Ha mai incontrato Volodymyr o Taras Kobik?

Sì, come ho già detto, l’ho incontrato una volta.

 

Ritiene che Mario Scaramella possa essere stato manipolato e quindi incastrato da questa struttura dell’intelligence ucraina, su ordine di Mosca? In caso affermativo, per quale motivo?

Immagino che ci sia questa possibilità. Mario aveva molti contatti, pericolosissimi e caotici, di origine russa e ucraina: molti di loro non sono ancora noti al pubblico. Quasi tutti erano coinvolti in questioni di sicurezza, e senz’altro qualcuno di loro poteva essere stato manipolato dai servizi dello Stato e/o da gruppi di stampo mafioso o siloviki [il circuito degli ex appartenenti ai servizi segreti russi e della comunità d’intelligence ex sovietica, ndr]. Mario era, e rimane, assolutamente privo di professionalità in questioni di sicurezza.

 

Lei ha avuto modo di incrociare il nome di un altro ufficiale ucraino, il colonnello Evgueni Totsky, anche lui in contatto con Mario Scaramella. Ricorda in che termini Scaramella parlava di Totsky e a quali conclusioni lei è pervenuto circa la vera identità, incarico e attività di questo ufficiale ucraino?

Sono veramente stato io a fare questo nome? Mah… non me lo ricordo… sono abbastanza sicuro che fosse Mario [sulla denuncia presentata e sottoscritta da Limarev alla stazione dei carabinieri di Avellino, in data 13 novembre 2004, il russo fa ampiamente riferimento, anche in modo molto dettagliato, al ruolo di Totsky in Italia come ufficiale dell’intelligence ucraina in contatto con i servizi segreti russi e specializzato in spionaggio e controspionaggio militare anti-Nato, sottomarini nucleari, mine, siluri e altre materie analoghe, ndr]. All’inizio Mario aveva una collaborazione attiva con Totsky dal quale riceveva parecchie informazioni (in genere dietro pagamento). Mario mi aveva ripetutamente insinuato che Totsky aveva fornito importanti informazioni di intelligence a lui e, a quanto pare, a Guzzanti e alla Commissione Mitrokhin. Fu Kobyk a presentare Totsky a Mario (ambedue me l’hanno confermato) con il pretesto che Totsky volesse vendere informazioni di intelligence, anche perché cercava di restare in Italia. Dopo, però, (a partire da ottobre 2004 circa) Mario cominciava a vedere il rischio di provocazioni da parte di Totsky, sospettando che l’ucraino facesse il doppio gioco… Quando Totsky partì per la Grecia nel 2004 (secondo Mario), Scaramella lo denunciò alle autorità italiane (con l’aiuto di Volodymyr Kobyk) come provocatore del Kgb, ecc. Non posso dire altro su Totsky in pubblico.

 

Ricorda in che termini Scaramella le raccontò la vicenda dei quattro cittadini ucraini arrestati il 16 ottobre 2005 in provincia di Teramo a bordo di un furgone che proprio dall’Ucraina aveva trasportato in Italia due granate da lancio Vog 25P calibro 40 mm , utilizzabili con fucile d’assalto AK47, ed un detonatore elettrico?

Mi sembra di ricordare vagamente questa storia, che Mario mi aveva raccontato agli inizi del 2006 – forse in febbraio – ma come ho spiegato nella nostra corrispondenza non avevo niente a che fare con questo episodio e non ci ho mai lavorato, nemmeno su richiesta da parte di Mario. In seguito, ho sentito dalle mie fonti russe della convinzione, negli ambienti dei servizi segreti russi, che l’episodio fosse stato inventato da Scaramella-Guzzanti con l’aiuto di Alexander Litvinenko, anche se questo non rappresenta la mia opinione a tale proposito.

 

Ritiene che questa vicenda sia una montatura di Mario Scaramella o, per contro, sia un’operazione dell’intelligence ucraina finalizzata ad incastrare l’ex consulente della Commissione Mitrokhin?

Per ora non ho abbastanza informazione affidabili sull’argomento per dare la mia opinione di esperto. Forse si tratta delle due cose insieme.

 

Secondo lei, chi passò a Scaramella le informazioni che poi hanno consentito alla polizia di rintracciare il furgone ucraino che trasportava le granate?

Come consulente professionale in materia di sicurezza, preferirei non fare illazioni in pubblico su questioni di cui non sono sufficientemente a conoscenza.

 

Mario Scaramella le ha mai parlato di Alexander Talik, un ucraino che vive clandestinamente in Italia (a Napoli) da otto anni con un passato da capitano dell’Fsb, ritenuto da Scaramella il responsabile e destinatario di quel trasporto di granate da guerra?

Non ho mai discusso con Mario i particolari di questa vicenda. Non ho lavorato seriamente sul dossier di Talik, pertanto vorrei evitare di fare illazioni in questa intervista.

 

Lei sa che Alexander Litvinenko citò il nome di questo Talik in una intervista alle agenzie ucraine il 28 novembre del 2005? Ha mai letto questa intervista di Litvinenko in cui il defezionista dell’FSB parlava delle attività dei servizi speciali russi e ucraini anche in Italia?

L’avevo visto nei giornali successivamente, ma ho motivi fondati per non credere ciò che Litvinenko diceva a proposito di Talik (come ho dubbi sulle sue “testimonianze” su Prodi, Trofimov e molti altri argomenti politicamente sensibili in Italia). In ogni caso, ho conosciuto le principali fonti ucraine di Litvinenko (incontro organizzato dallo stesso Litvinenko nel 2005) e anche loro mi hanno detto che non erano vere quelle affermazioni.

 

Lei sapeva che Scaramella si sarebbe dovuto incontrare a Londra, tra la fine d’ottobre e gli inizi di novembre 2006, con Litvinenko per verificare alcune notizie avute da lei circa una possibile minaccia di attentato?

Alla fine di ottobre 2006 (credo nell’ultima settimana), lo stesso Mario mi aveva raccontato (io non l’avevo mai chiesto) che doveva partire per l’Inghilterra per una settimana circa, ma senza accennare all’intenzione di incontrare Litvinenko (per l’ennesima volta, ripeto che i due non erano in buoni rapporti in quel momento). Non avevo alcuna idea del suo programma di incontri o delle sue attività a Londra, e non avevo mai preso seriamente in considerazione la possibilità di fare un viaggio a Londra con Mario (oppure di incontrarmi con lui a Londra). La sera del 1° novembre 2006, Mario mi disse che si era incontrato con Litvinenko e che gli aveva fatto vedere qualche informazione procurata attraverso i miei canali, ma senza dirmi la data del loro incontro.

 

Sapeva che Litvinenko era un consulente di alcune security company britanniche che operano nel settore energetico?

Sì, lo sapevo.

 

Ritiene che sia una coincidenza il fatto che l’attentato a Litvinenko sia stato compiuto il 1° novembre 2006: proprio il giorno in cui si doveva incontrare con Mario Scaramella?

Ancora non ne sono sicuro, forse lo era e forse no. Esiste qualche possibilità che Mario possa essere stato coinvolto involontariamente, oppure utilizzato in qualche modo da uno dei potenti gruppi di mafiosi siloviki nell’organizzazione dell’omicidio di Litvinenko, ma non credo che Mario abbia potuto parteciparvi intenzionalmente, di sua spontanea volontà.

 

Perché, secondo lei, Litvinenko è stato eliminato e perché utilizzare il Polonio 210?

 

 

Litvinenko è stato eliminato per una serie di “circostanze aggravanti” – come si suol dire negli ambienti siloviki in Russia – nello stesso modo in cui sono stati uccisi, durante la presidenza di Putin, anche Anna Politkovskaya, Yuri Shekochikhine e altri “nemici della Russia”. Il Polonio è stato utilizzato per i seguenti motivi:

- Intimidire gli oppositori politici, i nemici e coloro che volevano male al regime di Putin e anche per creare una ulteriore frattura tra l’Occidente da una parte, e Putin e il Cremino dall’altra.

- Dimostrare l’onnipotenza dei gruppi di siloviki che hanno elevato Putin alla presidenza e che hanno conquistato molto potere, forse fino al punto di diventare rivali nei confronti dello stesso Putin.

 

[traduzione dall’ingelse a cura di Dana Lloyd-Thomas]

 

postato da: GabrielParadisi alle ore 03/04/2007 18:59 | Permalink | commenti (575)
categoria:giornalismo, russia, informazione, servizi segreti, mitrokhin, guzzanti paolo, bonini carlo, litvinenko
lunedì, 19 marzo 2007

International Press

L’amica Simona ha scovato nel web due interessantissimi articoli di cui pubblichiamo una traduzione a cui ha contribuito anche l’amico Enrico. Protagonisti sono Boris Volodarskij (coautore con Oleg Gordievskij di un libro sullo spionaggio sovietico in Europa), e la nostra vecchia conoscenza Evgenij Limarev. Purtroppo la stampa ufficiale italiana, tranne l’encomiabile eccezione del Roma, pare essersi del tutto dimenticata del caso Litvinenko-Scaramella. Non così all’estero. Dalla lettura delle due interviste emergono alcuni nuovi spunti di ragionamento. Volevo far solo notare che Volodarsky ha recentemente visitato Scaramella in carcere. Egli ci fa sapere quali sono gli argomenti sui quali viene interrogato e ci da anche un piccolo resoconto del suo stato di salute. Limarev invece, per la prima volta, pur con le abituali piroette, ammette di aver spedito a Scaramella due email il 30 e 31 ottobre. Email che spinsero Scaramella a chiedere appuntamento a Litvinenko.

Buona lettura.

 


 

Natalya Golitsyn (London)

6 marzo 2007

 

VOLEVANO FARLO APPARIRE UN CRIMINALE.

L’investigazione sull’avvelenamento dell’ex ufficiale FSB Aleksandr Litvinenko con la sostanza radioattiva Polonio-210 si è conclusa a Londra alla fine di gennaio. Le risultanze delle indagini sono state consegnate alla procura reale che fornirà i nomi dei sospettati per questo omicidio. Per capire come procedono le cose mi sono messa in contatto con il rappresentante  della procura Judie Sedon. Non è possibile sapere molto, ha detto Judie Sedon, perchè la questione è molto complessa ed è attualmente all’esame del giudice speciale assegnato. Nessuno può dire con precisione per quanto tempo si prolungherà questa fase, ed inoltre tutte le informazioni su questa vicenda non sono soggette a divulgazione.

Del caso Litvinenko si sono occupate anche le autorità italiane che continuano ad interrogare il giudice Mario Scaramella recluso in una prigione romana.

Egli è una delle figura principali in questa vicenda. Conosceva bene Litvinenko e si sono incontrati in Londra proprio il giorno del suo avvelenamento. Scaramella lavorava per la “Commissione Mitrokhin” presieduta dal Senatore italiano Paolo Guzzanti. La Commissione si occupava di investigare sull’attività di agenti russi in Italia ed è stata istituita in seguito all’arrivo dell’archivista del KGB Vasily Mitrokhin in occidente.

 

Lo storico di spionaggio, attualmente residente in Londra e consulente per il film inglese televisivo sull’avvelenamento di Litvinenko, BORIS VOLODARSKY è riuscito a incontrare Scaramella in una prigione italiana.

 

GLI HO DOMANDATO QUALI ACCUSE TRATTENGONO SCARAMELLA IN PRIGIONE.

In realtà per un lungo periodo a Scaramella non sono state formalizzate accuse. Quando la Troupe di ITV si è trasferita a Roma (era il 22 gennaio di quest’anno), il giornalista Bill Tonelli  non ha potuto riscontrare quali accuse erano state formalizzate. Io però a Roma ho visto un documento unico – la copia delle accuse ufficiali a carico di Scaramella. Ho visto questo documento personalmente. Molto interessante. Scaramella è accusato di una sola cosa: calunnia nei confronti di un capitano del KGB. Non ci sono altre accuse. Praticamente l’unica accusa per cui è stato arrestato e che lo trattiene nella prigione che lascerà probabilmente non presto è la calunnia ad un ex capitano del  KGB.

 

CHI È QUESTA PERSONA? IN COSA CONSISTE LA CALUNNIA?

Dal 2004 Scaramella ha collaborato attivamente con Aleksandr Litvinenko su tutta una serie di argomenti, in particolare, questo lo sappiamo bene adesso, è stato incaricato alla consulenza  della Commissione Mitrokhin ed alla raccolta di materiale a cui era interessata la Commissione. Hanno lavorato assieme su un ampio spettro di argomenti, incluso il traffico di armi illegali connesso alla mafia, autore presunto l’ex capitano del KGB Alexandr Talik.

Egli vive in Italia e, per quanto ne so, è sposato con una italiana.

Stando a tutta una serie di informazioni, che Scaramella ottenne da Litvinenko, la consegna illegale di una partita di armi proveniente dalla ex Unione Sovietica era stata pianificata da Talik. Scaramella immediatamente avvisò Guzzanti, presidente della Commissione Mitrokhin, ed informò anche la polizia. La notizia venne comunicata alla polizia di Napoli, si trattava di un mezzo (che avrebbe dovuto portare le armi – RS) che poi è stato rintracciato nel territorio Italiano e sul quale davvero furono rinvenute due granate, parti elettriche ed altri oggetti utili come esplosivi. Le persone fermate alla guida del mezzo vennero arrestate. Questi erano ucraini, credo sei.

Tra l’altro era stato dichiarato che il piano terroristico sarebbe stato organizzato dall’ex capitano DEL KGB Aleksandr Talik. Poichè la polizia non ha trovato riscontri su questo fatto Scarmella è stato accusato di aver calunniato una persona onesta. Per questo Scaramella è stato accusato e si trova in prigione.

 

QUESTO SIGNIFICA CHE QUESTO ARRESTO NON È COLLEGATO CON LA MORTE DI LITVINENKO?

Dal punto di vista delle accuse ufficiali non è collegato in nessun modo. Sono stato in prigione con Mario per più di quaranta minuti. Abbiamo parlato faccia a faccia. Mi ha detto che viene interrogato solo su due argomenti – il suo intero programma di collaborazione con Litvinenko ed il Lavoro della Commissione Mitrokhin. Così il suo arresto è senza dubbio collegato all’omicidio di Aleksandr Litvinenko e quello che Scaramella e Litvinenko hanno raccolto durante le indagini per la Commissione. In occasione del viaggio a Roma ho avuto con me due documenti. Sono  e-mail che ho ottenuto dal vostro staff editoriale; la sig.ra Ludmila mi aveva chiesto di porre particolare attenzione ad Euvgenji Limarev; anche lui aveva collaborato con la Commissione Mitrokhin, sull’appunto di Ludmila si dice che Limarev era stato assistente di Yuri Schekochihina e che avevano lavorato assieme nelle investigazioni dei fatti risaputi di Mosca connessi con gli ex ufficiali del KGB. Poi però Limarev aveva collaborato con Litvinenko e con l’aiuto di Litvinenko dopo, cominciò a collaborare con Scaramella. Ho ricevuto anche una e-mail dal Senatore Guzzanti che è oggi molto preoccupato per la salute di Scaramella. Dopo alcuni giorni dal mio arrivo Scaramella ha avuto un nuovo attacco di cuore, di notte, quando io ero ancora a Roma ed anche in questo caso è stato molto male: il dottore è stato chiamato due volte. E’ interessante notare che dopo che era stato chiamato un dottore durante la notte sono arrivati gli ufficiali pubblici ed è stato condotto un interrogatorio di circa otto ore.

 

COME SPIEGA QUELLO CHE È ACCADUTO A SCARAMELLA?

A cominciare dal 2004 sul territorio italiano si è avviata una operazione del KGB con lo scopo di rimuovere simultaneamente Scaramella e Litvinenko. Litvinenko conobbe Limarev nel 2002. Nel 2004, quando Al cominciò a lavorare per la Commissione Mitrokhin, Litvinenko raccomandò a Scaramella di riferire anche a Limarev come fonte. Adesso so che (ho tutta la documentazione) Limarev per due anni ha continuato a fornire a pagamento informazioni false, sicuramente fabbricate a Mosca, altre che invece furono fabbricate personalmente da Limarev, oppure entrambe le cose, ecc. Queste informazioni erano completamente non corrette, dati falsi sulle questioni che interessavano Scaramella. Allo stesso tempo Limarev ha fatto il possibile per venire a conoscenza sullo stato delle indagini della Commissione, che materiali avevano acquisito, con chi collaboravano e quali erano le loro fonti in Inghilterra, America ed altre nazioni, Russia compresa. Per questo penso che ad un preciso momento Limarev abbia preso un ruolo attivo, di provocazione.

Oggi sappiamo molto bene che il 30 ottobre (2006 – RS) Limarev ha inviato a Scaramella una e-mail nella quale lo avvertiva che lui ed il Senatore Guzzanti correvano un imminente pericolo. Poi, il 31, il giorno della partenza di Scaramella per Londra (tutti sapevano che sarebbe arrivato a Londra quel giorno perchè Scaramella doveva partecipare ad una conferenza a Londra)  inviava una nuova e-mail nella quale avvisava di minacce di pericolo dirette alla vita del Senatore Guzzanti, a Mario Scaramella, a Litvinenko ed a Boris Berezovsky chiedendo di non mostrarle assolutamente ad altri, e specialmente a Berezovsky e a Litvinenko.

Naturalmente questo spinse Scaramella a prendere un appuntamento con Litvinenko appena arrivato a Londra. Questo spiega anche perchè Scaramella durante l’incontro era nervoso ed agitato: aveva dato molta importanza al documento ricevuto. Io posseggo anche un documento in originale ricevuto direttamente dal PC di Scaramella. In questo documento però non ci sono informazioni su Anna Politkovskaya ma contiene dati completamente ingiustificati e chiaramente falsi circa il fatto che certe Forze Speciali dislocate a Napoli stavano preparando un attentato alla vita di quattro persone: Scaramella, Berezovskji, Guzzanti e Litvinenko. Io credo che questo non corrisponda in nessun modo alla realtà. E’ anche menzionata l’organizzazione Onore e Merito (fondata da veterani del servizio diplomatico ed investigativo russo - RS)  che allo stesso modo non ha nulla a che vedere con questa vicenda. Tutta questa storia è stata inventata con lo scopo di intimidire Scaramella e dirigerlo verso Litvinenko. Di sicuro l’operazione contro Litvinenko in quel momento era in pieno svolgimento. Avevano bisogno di attirare qualcuno che sviasse l’attenzione da loro e che diventasse il presunto assassino. Infatti proprio nei primi giorni di ospedale anche Litvinenko indicava ripetutamente (all’inizio – RS) che si era visto solo con Scaramella in quel giorno e che lo sospettava del suo avvelenamento.

 

http://www.svobodanews.ru/Transcript/2007/03/10/20070310145451747.html

 

 

Traduzione ( molto poco letterale J ) dal Russo della trascrizione di una intervista concessa a SVOBODANEWS.RU (un’emittente radiofonica Ucraina ) da Vladimir Volodarsky e Limarev.

http://www.svobodanews.ru/default.aspx

 

Intervista di Dmitriy Volchek

10.03.2007

 

Programma “Riassunto della Settimana” condotto da Dmitriy Volchek.

Partecipano lo storico dello spionaggio Boris Volodarsky e l’esperto di sicurezza Yevgeny Limarev.

 

DV: Oggi sul settimanale italiano “Panorama” è apparso l’articolo del Senatore Paolo Guzzanti, presidente della “Commissione Mitrokhin” costituita per investigare la attività del KGB in Italia.

Guzzanti scrive che la scomparsa del giornalista “Ivan Safronov”, l’avvelenamento di Aleksander Litvinenko e l’omicidio del Generale FSB Anatoliy Trofimov nella primavera del 2005 siano anelli della stessa catena, tutti loro uccisi per una notizia compromettente sul primo ministro italiano Romano Prodi. Mario Scaramella, oggi recluso in Italia, era collaboratore del Senatore Guzzanti.

Scaramella si era incontrato con Litvinenko il primo novembre 2006,  giorno del suo avvelenamento. Lo storico dello spionaggio Boris Volodarsky si è recentemente incontrato con Mario Scaramella in prigione, descrive a Radio Freedom della sua opinione su questa storia e del ruolo di Scaramella nella vicenda Litvinenko.

 

BV: Inzia nel 2004 in Italia l’operazione parallela del KGB condotta da Limarev il cui scopo era l’annientamento di Scaramella e Litvinenko. Litvineko era stato presentato a Limarev nel 2002. Litivnenko nel 2004, quando ha cominciato a lavorare con la commissione Mitrokhin, aveva raccomandato a Scaramella di usare anche Limarev come fonte. Per quanto ne so adesso (tutto documentato, ho tutti i documenti che lo dimostrano) Limarev ha fornito dietro compenso false informazioni a Scaramella per due anni, alcune sicuramente fabbricate in Mosca, altre fabbricate da sé stesso, ancora alcune fabbicate sia a Mosca che da Limarev, etc.. Egli dava informazioni completamente non corrette oppure falsificate nei dati, le quali potevano essere tutte di interesse per il lavoro di Scaramella. Simultaneamente Limarev ha cercato di fare il possibile per informarsi su come procedevano le ricerche della Commissione – che materiale avevano ottenuto, con chi collaboravano, e cosa fornivano loro i vari informatori in Gran Bretagna, America ed altre nazioni, Russia inclusa. Per questo penso che ad un certo punto Limarev ha assunto un ruolo attivo, di provocazione.

Come oggi sappiamo bene egli inviò a Scaramella due e-mail il 30 ottobre, in queste mail avvertiva di un pericolo imminente a carico di Scaramella e Guzzanti. Poi il 31 ottobre, il giorno di partenza di Scaramella per Londra (tutti sapevano che questa partenza era programmata perchè Scaramella doveva partecipare ad una conferenza a Londra) invia una seconda e-mail nella quale avvertiva che erano in pericolo non solo Scaramella e Guzzanti ma anche Litvinenko e Berezovsky chiedendo di non mostrare in nessun modo questa mail a Berezovsky ma soprattutto a Litvinenko. Naturalmente quindi questo spinse Scaramella a chiamare subito Litvinenko appena arrivato a Londra per fissare un appuntamento. In questo modo si spiega anche l’atteggiamento nervoso ed agitato di Scaramella: era preoccupato per il documento che aveva ricevuto. Ho l’originale del documento direttamente dal PC di Scaramella. In questo documento comunque non ci sono informazioni sulla Politkovskaja ma c’è la completamente ingiustificata e chiaramente falsa informazione che alcuni soldati delle forze speciali erano a Napoli e stavano preparando un attentato a queste quattro persone (Scaramella, Guzzanti, Litvinenko, Berezovsky). Io credo che questo non corrisponda in nessun modo al vero. Era nominata nella mail anche la organizzazione “onore e merito” (inventata) che parimenti intendeva intimidire Scaramella e condurlo verso Litvinenko. Sicuramente la operazione contro Litvinenko era gia in pieno svolgimento. Si voleva portare sul luogo l’uomo che sarebbe stato, probabilmente, indicato come criminale responsabile ed avrebbe distratto l’attenzione da loro.

 

DV: Boris Volodarsky ci ha parlato dell’esperto di sicurezza residente in Francia Eugenyi Limarev e del suo ruolo nella storia di Scaramella e Litvinenko. Chiedo ad Euvgenji Limarev un commento su quanto asserisce Volodarsky. Euvgenji, Boris Volodarsky sosteine che lei ha dato a Scaramella informazioni deliberatamente fabbricate su attentati preparati dai Servizi Speciali Russi ai danni di Scaramella ed il Senatore Guzzanti. Notizie che alla fine hanno condotto Scaramella a Londra per incontrare Litvineko alla vigilia del suo avvelenamento. Come commenta queste asserzioni?

 

EL: Bugie assolute, e c’è di più, è menzogna intenzionale. Questo lo sanno bene Scaramella e Guzzanti, con il quale mi sono incontrato ed ho parlato per cinque ore ai primi di gennaio. Per corrispondenza recente che ho avuto con Scaramella posso provare che queste sono impudenti bugie.

 

DV: Lei è quindi convinto della autenticità delle informazioni che aveva inviato a Scaramella? Quale era la sua fonte?

 

EL: Lei capisce, ho dato a Scaramella per due anni informazioni come consulente in fasi con lunghe interruzioni. Sono informazioni di vario genere. Le fonti dalle quali provenivano erano considerate da me assolutamente attendibili e si trovano principalmente in Russia perchè io svolgo professionalmente consulenza principalmente nell’ambito di sicurezza e polizia in connessione con la ex USSR (dalla – fino alla?) fine del ’99. Io vivo di questo ed in Francia  sono registrato come consulente, faccio fatture e pago le tasse. Questo lo faccio anche adesso indipendentemente da quello che dicono gentiluomini come Volodarskji e Gordievskji.

 

DV: Ma lei ha accusato queste persone di mentire intenzionalmente. Che motivi potrebbero avere secondo lei?

 

EL: Per mio grande dispiacere, l’omicidio di Litvinenko e tutte le circostanze connesse, sono divenute l’unico business per un certo gruppo di persone che tentano di dichiararsi specialisti riguardo queste vicende e così poi scrivere libri, diventare consulenti e così via. La mia unica spiegazione è questa.

 

DV: In questo caso, secondo lei, chi ha ucciso Litvinenko?

 

EL: Oggi mi appare ovvio che Litvinenko è stato ucciso dalla Russia, le tracce conducono in Russia. Secondariamente è stato ucciso da gruppi Spetsnaz, solo loro sarebbero stati in grado di ottenere una sostanza come il Polonio. Ho una idea anche più precisa su chi potrebbe essere stato, da dove sono partiti gli ordini politici. Per adesso però non voglio parlare di questo perchè ancora non sono finite le indagini. Ma l’ultima cosa, quella più o meno ovvia, percui io non mi nascondo e parlo liberamente è che io sono personalmente convinto che Putin non ha dato l’ordine di uccidere Litvinenko. Questo certo non piacerà a persone come Guzzanti, Scaramella, Volodarsky  o Gordievsky, che difendono in ogni modo la loro tesi che Putin è l’assassino. Questo la maggior differenza tra me e loro.

 

DV: Lei ha prove per dichiarare che Putin non è responsabile?

 

EL:  Non ho prove in linea diretta, sono considerazioni generali, quello che mi dicono le mie fonti e gli analisti.  Di nuovo, lo sottolineo: io dico che questo è la pura verità ed è la mia personale opinione basata su quello che le ho già detto.

 

DV: Prima ha menzionato l’organizzazione di veterani “Onore e Merito” che sembrerebbe aver partecipato all’assassinio di Litvinenko. Anche adesso lei difende questa versione?

 

EL: non ho mai detto a nessuno e nemmeno asserito che all’avvelenamento di Litvinenko abbia partecipato questa organizzazione. Originariamente questa organizzazione era stata menzionata, sig. Velichko, nelle “famose” note analitiche che Scaramella ha diffuso, quelle stesse che ha portato a Litvinenko. Poi Litvinenko è stato ucciso e tutti hanno gridato che Litvinenko è stato ucciso per via di quegli appunti. E poi hanno detto che c’era una lista di obbiettivi. Non è nulla tutto questo, queste note furono date da Scaramella ai mass-media estratte da un contesto del tutto forzato. Se queste notizie poi dovessero essere recuperate emergerebbe che questa organizzazione “Onore e Merito” era menzionata soltanto nel piano relativo all’annientamento di Scaramella e Guzzanti nel territorio Italiano. Non riguardavano Litvinenko o la realizzazione di azioni contro Litvinenko sul territorio Britannico. Questa è una invenzione ed una interpretazione che vorrebbe apparire investigazione, tra virgolette o no.

 

DV: Ma lei ha scritto a Mario Scaramella a fine ottobre che certe persone delle forse speciali dislocate in Italia stavano preparando un attentato alla vita di Guzzanti, di Litvinenko ed io Berezovskji?

 

EL: Il problema è che quelle informazioni, che mi erano arrivate dalle mie fonti in Russia le avevo trasmesse a Scaramella. Sì, giusto.

 

DV: E precisamente quando queste informazioni Scaramella ha contattato Litvinenko e si è incontrato con lui quel giorno preciso, il giorno dell’avvelenamento.

 

EL : Su questo punto, lei capirà, io non posso dire nulla perchè io non sapevo quando Scaramella sarebbe arrivato, che avrebbe mostrato i documenti a Litvinenko, che ne avesse mostrato una parte, come poi le ha interpretate, se sono state cambiate, non ne so nulla. A giudicare dai fatti, da quello che è stato diffuso alle masse dai media so con certezza che: le mie note sono state manipolate e che i punti più importanti, cioè quelli che riguardavano Scaramella ed il Senatore erano stati eliminati.

 

DV: Sono state manomesse da chi? A che scopo?

 

EL:  ??? come posso saperlo? Giudicando l’insieme dei fatti penso Scaramella. Perchè Scaramella, a giudicare dai fatti, ha cercato di sfruttare l’omicidio di Litvinenko per i suoi scopi politici mercenari. Ha cercato di diventare una vittima, lui con Litvinenko.

 

DV:  Ma signor Limarev, lei stesso in dicembre ha dichiarato che temeva per la sua vita.

 

EL:  Certo. Per quanto riguarda me c’erano dei motivi. Gli stessi di Litvinenko perchè anche io mi considero un potenziale, minimo, oggetto di attenzioni da un lato della stessa (gebistiskikn-mafiosa ??) russa di cui è stato vittima Litvinenko e dall’altro, vede, quello che è accaduto in Italia attorno Scaramella, vede, potrebbe far arrivare pericolo a me dalla cerchia mafiosa, per esempio, dislocata in Italia. In Italia il 17 novembre mi hanno derubato nel centro di Roma, mi hanno rubato documenti, denaro, equipaggiamento (foto e video). Il giorno dopo, il 18, Scaramella interruppe i contatti con me e dopo molti giorni inaspettatamente ha cominciato a nominarmi come fonte principale a tutti i media dicendo che ero l’autore delle famose note che furono consegnate a Litvinenko il primo novembre. Dopo questo io mi sono reso conto che in Italia mi si voleva screditare. Quando ero in Italia, hanno cercato di forzare la mia casa in Francia e pentrarla. Dopo il mio ritorno in Francia mi sono arrivate lettere di minacce ed alcune persone giravano attorno casa mia. Su qesti fatti ho mandato tre segnalazioni alle autorità francesi ed italiane e stanno conducendo una indagine su questo.

 


 


postato da: GabrielParadisi alle ore 19/03/2007 17:06 | Permalink | commenti (164)
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mercoledì, 14 febbraio 2007

Blog-gate

Nel 1972 Bob Woodward e Carl Bernstein, reporter del Washington Post, iniziarono un’inchiesta giornalistica che nel giro di due anni portò all’impeachment del Presidente degli Stati Uniti d’America Richard Nixon, il quale rassegnò le dimissioni l’8 agosto del 1974.

 

L’inchiesta più famosa del ventesimo secolo costituì a tutti gli effetti il primo vero “attacco”  (riuscito) dell’Informazione ai Palazzi del Potere.

I cittadini liberi delle democrazie s’identificarono con i due giornalisti e con la loro impari battaglia per la Verità.

Quel giorno però, di fatto, l’Informazione dimostrò di essere diventata essa stessa Potere.

E come in tutte le rivoluzioni, vecchi e nuovi giacobini, vecchi e nuovi poteri saltarono ben presto su quel carro luminoso cercando di prenderne il comando o almeno di garantirsene la compiacenza.

Nei successivi trent’anni abbiamo assistito a lotte senza quartiere di potentati, partiti e lobbies per assumere il controllo dell’Informazione e dei suoi mezzi, propedeutico e indispensabile al raggiungimento e al mantenimento di tutti gli altri Poteri, quello politico come quello economico.

La diffusione delle tecnologie elettroniche, la televisione in primis, hanno reso accessibile a strati sempre più vasti di popolazione la fruizione delle “notizie”. Gli elettori-consumatori, vengono raggiunti senza fatica direttamente nei tinelli delle loro abitazioni, nell’intimo della loro vita e delle loro abitudini.

Un Potere enorme dunque. Senza eguali.

 

Ma oggi anche il Palazzo dell’Informazione è insidiato da una nuova strisciante rivoluzione democratica. Internet e la Rete, che capillarmente e con strumenti sempre più potenti e “popolari” insidia il monopolio ai “media” tradizionali e dunque insidia quei veri Poteri che i “media” tradizionali sostengono.

Uno sterminato esercito di Woodward & Bernstein comincia a premere ai cancelli del Palazzo d’Inverno.

 

Qualche tempo fa (nel 2003) il giornalista Jason Blair, venne travolto (insieme a Howell Raines e Gerald Boyd, direttore e vicedirettore del New York Times, di cui era pupillo), da uno scandalo per aver falsificato un articolo (anzi almeno 37 articoli). La Rete ebbe un ruolo determinate nella vicenda.

Il NYT, austero ed autorevole giornale che da sempre si vanta di pubblicare “All the News That´s Fit to Print”, «tutte le notizie che meritano di essere stampate», divento ben presto nei blog “Quello che pubblicava "tutte le bugie" che meritavano di essere stampate».

A nulla valsero pagine di scuse e di ammissioni da parte dei protagonisti.

 

E’ solo di qualche giorno fa la notizia (segnalataci dall’amica Simona) che Hillary Clinton, candidata democratica alle presidenziali USA del 2008, ha dovuto rettificare una sua dichiarazione perché questa aveva causato forti reazioni in un network di bloggers.

 

La Rete dunque può essere uno strumento di monitoraggio utilissimo allo sviluppo equo delle società democratiche, introducendo un concetto nuovo ed essenziale: la partecipazione.

Politici e giornalisti d’ora in poi potranno essere sottoposti ad attenta e stretta osservazione da parte di moltitudini di semplici cittadini.

E la Rete, per sua natura, è un Palazzo con troppe entrate e troppe vie di fuga per essere controllabile da chicchessia...
Negli USA, come sempre, certi fenomeni (soprattutto quelli positivi) avvengono con qualche anno (spesso anche qualche decennio) di anticipo rispetto al nostro paese. Speriamo non sia così anche in questo caso.

 

Vedremo dunque, se qualche isolato blogger riuscirà perlomeno a scuotere un poco l’alberello dell’Informazione menzognera e a far “cadere” come foglie morte i tanti Jason Blair che popolano le redazioni dei nostri quotidiani.

 

PS

L'amico Franmau ci segnala il caso di un blogger egiziano arrestato per aver espresso le sue idee. Si tratta di Karim Amer. Oggi 15 febbraio in tutto il mondo ci saranno diverse manifestazioni in suo favore.  E' stato predisposto un sito attraverso il quale si può sottoscrivere una petizione che verrà inviata al ministro degli Interni egiziano, all'ambasciatore egiziano negli Stati Uniti e a quello americano in Egitto chiedendo la scarcerazione del ragazzo. Invito tutti gli amici a farlo. 

postato da: GabrielParadisi alle ore 14/02/2007 09:03 | Permalink | commenti (562)
categoria:blog, giornalismo, informazione
sabato, 13 gennaio 2007

Il dito e la luna

Un’amica del blog, Iolanda, da qualche tempo mi consiglia di non perdermi inutilmente nelle affascinanti quanto sterili ricerche che mi vedono impegnato da diverse settimane.

Ella probabilmente mi immagina tutto infervorato a rincorrere sottili contraddizioni, veniali leggerezze, sofismi accademici, insomma a spaccare il capello in quattro, ma così facendo, secondo lei, perdo poi di vista il problema reale vero e proprio.

Quando smetterò di passare al microscopio il dito, ella mi ricorda, allora tornerò finalmente a guardare la luna.

Colgo l’occasione rispondendo alla nostra amica, per anticipare pubblicamente quell’idea che mi frulla da qualche tempo in testa e a cui ho già fugacemente accennato.

Un’idea forse troppo ambiziosa che però mi è sorta quasi naturalmente seguendo gli sviluppi del caso Litvinenko-Scaramella-Guzzanti-Mitrokhin e il vivace dibattito che ne è seguito in questa sede e in pochi altri spazi.

La simpatica vignetta di Mauro Biani che ho trovato per caso in rete, secondo me può essere una buonissima risposta all’osservazione di Iolanda.

Cosa può fare del resto uno sconosciuto blogger per quanto intraprendente se non concentrare le sue attenzioni sui dettagli? A cosa può accedere se non proprio e solo a dettagli marginali? E questi poi, aggiungo io con malizia, è sempre vero che sono così irrilevanti come sembra alludere Iolanda? Io credo viceversa che spesso essi dicano molto di più di quanto non si creda, o non si voglia far credere.

Io ho già una rispettabile età, un lavoro alquanto impegnativo, e una famiglia sicuramente degna di tempo e di attenzioni. Nel blog ho trovato un ottimo luogo per dare sfogo alla mia passione civile e sociale. Ho trovato uno spazio libero (la blogosfera) ben più stimolante di un qualunque bar nel quale incrociare pensieri con altri avventori ma soprattutto ho trovato un luogo in cui riflettere. Non cerco altro. Da questo punto di vista posso anche ritenermi appagato di ciò che ho ottenuto in oltre un anno di partecipazione e di impegno. Ciò non significa che io mi stia crogiolando a contemplare il mio complicato ombelico, diciamo che quest’arena globale mi soddisfa perché ho avuto la fortuna di incontrare tanti amici, tante persone intelligenti ed acute, con le quali, anche se non abbiamo condiviso e non condividiamo tuttora scelte e fedi, siamo riusciti a trovare sintonie a combatter insieme piccole battaglie. E l’apporto di ciascuno sicuramente arricchisce e ha arricchito tutti quanti.

Ho anche la netta consapevolezza, sarei altrimenti grandemente ingenuo, che con la mia umile opera non cambierò certo gli eventi e tanto meno il mondo, anche se resto dell’idea che “un mondo migliore sia possibile…”.

Col mio ditino però, Iolanda, mi sono accorto che posso fare qualcosa.

Con un ditino si può tamponare anche una diga! O almeno così mi raccontavano quand’ero bambino lasciandomi per la verità alquanto scettico...

Con un ditino, però, io credo, si può allargare una piccola fessura, un minuscolo varco, e si può dunque vedere molto più chiaramente ciò che c’è al di là, oltre… “lo specchio”.

Dal mio blog io posso lanciare denunce, rilevare inesattezze, menzogne grandi o piccole, indicare cose che a me paiono ingiuste.

Posso poi urlarle in questo spazio, ottenendo effetti ben più ampi di quanto non sia mai accaduto in una piazza qualsiasi. E queste grida da qualcuno vengono raccolte, magari vengono soffocate perché ritenute improprie oppure amplificate perché condivise. Comunque qualcosa accade. E di per sé ciò è già una grande cosa.

Vengo all’idea. Brevemente… poi sarà necessario… un “manifesto”… ovviamente J

 

Accennato poc’anzi alla forza della rete e dei blog credo che sia giunto il momento di cominciare a pensare ad un lavoro di qualità su questi strumenti così potenti.

Penso in particolare ai blog di informazione. Quelli attenti all’attualità e alla politica, come m’illudo sia il mio. Come sapete, l’ho già detto, la stampa ufficiale scritta e non, mi pare sempre più un’autorità (non ho detto autorevole) inavvicinabile e spesso inaffidabile. Dalle colonne dei loro giornali, persone non sempre dotatissime, ahimè talvolta anche dal punto di vista della scrittura, lanciano sentenze sapendo comunque di accontentare il palato del loro pubblico ma soprattutto il loro editore.

Tutti avranno certo provato la sensazione di delusione che spesso sopraggiunge quando ci capita di leggere un articolo su un argomento in cui siamo oggettivamente ferrati. Il giornalista in quella veste ci pare del tutto inadeguato, debole. Fuorviante, mendace. E non vogliamo nemmeno scomodare, qui e ora, la buona fede o altri inconfessabili motivi…

Ecco… Dunque…. Allora… Stavo pensando…

Come sarebbe bello se esistesse un network di blog… diciamo così certificati. Col bollino blu.

Blogger che pubblicano sempre documenti riproducibili. Dichiarazioni dimostrabili. Coi loro liberi commenti ed interpretazioni per carità, ma che si impegnano con onestà ad andare oltre alle apparenze e alle tesi precostituite da qualsiasi parte esse provengano. Che si mettano alle calcagna dei politici, dei giornalisti di professione… delle spie…

I loro blog potrebbero diventare il riferimento per altri. Anche per quella stampa ufficiale che sarebbe così stimolata a lavorare in modo più attento e… finalmente professionale.

E’ solo un’idea allo stato embrionale… ma ci lavorerò. Non è facile immaginare cosa occorra fare, ma mi piacerebbe che altri blogger cominciassero a pensarci, magari insieme a me… ma non importa.

Pensate: una libera rete di blog votati alla ricerca della Verità… Fantascienza.

Ma forse allora, solo allora, cara amica Iolanda, anche scrutando tra quelle tante dita, piccole ma sincere, si avrà modo di vedere più chiara e limpida anche… la LUNA.

postato da: GabrielParadisi alle ore 13/01/2007 16:12 | Permalink | commenti (195)
categoria:giornalismo, informazione
giovedì, 11 gennaio 2007

Aggiustamento di tiro

Non possiamo immaginare quali saranno gli sviluppi del “caso Litvinenko”. Per semplicità ma non solo, abbiamo scelto di usare il nome di chi suo malgrado fece partire tutto l’ambaradan il primo novembre 2006.

Oggi forse, sembrerebbe più proprio definirlo “caso Scaramella”, ma noi riteniamo che i contenuti dell’affaire trascendano di ben lungi la figura e le opere del discutibile (e discusso!) ex consulente napoletano della Commissione Mitrokhin.

Non riusciamo ad immaginare i prossimi, imminenti sviluppi, figuriamoci la fine.

Ci limitiamo a fare solo alcune brevi considerazioni aspettando qualche nuovo colpo di scena o qualche risposta ad alcuni impertinenti quesiti che abbiamo lanciato in rete.

 

Prima osservazione.

Sulla stampa il caso ha avuto un andamento altalenante. Per intere settimane commenti, interviste o dichiarazioni di ex spie, hanno avuto uno spazio centrale nelle prime pagine dei maggiori quotidiani. A questa sovraesposizione si sono succedute poi intere settimane in cui era inutile cercare persino un misero trafiletto nelle pagine più interne. Questo sia nei giornali di “sinistra”, sia nei giornali di “destra”. Tutto sommato niente di strano. La stampa insegue sempre le notizie più calde, ma chi sta seguendo con interesse e attenzione un determinato caso trova questo atteggiamento perlomeno fastidioso. Non sempre è necessario lo scoop, talvolta nei momenti di “stanca”, in cui mancano nuove succulente notizie o dichiarazioni, sarebbe forse opportuno riflettere su quanto è accaduto, su quanto si è detto e scritto, su quanto hanno detto e scritto gli altri.

A tal proposito abbiamo notato un particolare che forse non è nemmeno così irrilevante.

Abbiamo interrogato l’archivio di Repubblica (giornale in prima linea nell’inchiesta) sulla presenza del nome di Oleg Gordievskij in articoli pubblicati tra il primo novembre 2006 e il 21 dicembre 2006. Abbiamo contato ben 12 (dodici) istanze, di cui la prima il 23 novembre.

Dal 21 dicembre ad oggi, il nome di Gordievskij è del tutto assente. Nessun articolo che lo citi. Cos’è successo il 21 dicembre? Molto semplice, quel giorno Paolo Guzzanti pubblicò sul suo blog e poi su Il Giornale una intervista da lui fatta all’ex agente del KGB in cui questi smentiva seccamente quanto avevano scritto di lui il 7 dicembre Bonini e D’Avanzo su Repubblica.

Cosa significa tutto ciò? Semplicemente che i lettori di Repubblica non hanno mai avuto notizia di quella smentita.

È molto probabile che in casi analoghi, a parti ribaltate, avvenga la medesima cosa per altre testate. Non voglio dunque qui fare il moralista, tirare un pistolotto o fingermi scandalizzato. Mi limito a dire che la vera informazione, libera, seria, documentata credo che si stia cominciando a fare in rete. Solo in rete, in appositi luoghi, si sviluppa un confronto serio, articolato, dove tutte le voci hanno modo di esprimersi. La stampa ordinaria mi appare ogni giorno che passa più faziosa che mai.

 

Seconda osservazione.

Un amico ha interpretato in maniera abbastanza suggestiva il cambio di registro che si è notato verso fine anno, agli attacchi rivolti a Paolo Guzzanti dalla corazzata Repubblica-L’Espresso. La prima fase, precedente quel famoso 21 dicembre, è stata caratterizzata, oltre che dalla pubblicazione delle intercettazioni telefoniche, da un susseguirsi di interviste magari postume o vecchie di 2 anni, a quattro personaggi russi (ex agenti KGB o scrittori, comunque esuli), che avvallavano la tesi secondo cui la Commissione Mitrokhin avrebbe operato, spesso con metodi poco ortodossi, per costruire dossier contro Prodi o contro altri esponenti della sinistra. Dopo che è stato verificato che queste interviste o non erano supportate da opportune registrazioni o erano addirittura smentite dai diretti interessati (quando questi non erano già deceduti), la campagna è cessata di colpo. Addirittura, e qui viene l’interpretazione originale del mio amico, l’intervista raccolta da Marco Lillo su l’Espresso il 4 gennaio scorso sembrerebbe quasi “un segnale di tregua” rivolto a Guzzanti.

Da quel momento comunque gli attacchi diretti al senatore si sono affievoliti e i cannoni sono stati rivolti invece verso il bersaglio forse più facile (vista anche la condizione nella quale egli ora si trova), e cioè Mario Scaramella.

E’ di ieri la pubblicazione su Il Sole 24 Ore di un lungo articolo (richiamo in prima pagina e poi la pagina 11 tutta intera), di Claudio Gatti che ripercorre il fantasmagorico curriculum dell’ex consulente napoletano. Va detto poi che si tratta solo del primo articolo di due (!). La conclusione di Gatti, peraltro condivisibile se ciò che viene riportato risponde al vero,  è che “[Scaramella] utilizza ogni singolo contatto o evento per accreditarsi e legittimarsi con quello successivo in una straordinaria catena autoreferenziale senza limiti geografici. Ma se è riuscito a farla franca fino al 24 dicembre scorso, giorno del suo arresto, è stato per l’ingenuità, la passività e la connivenza di persone che adesso fanno a gara nel minimizzare il proprio contributo”.

Questa mattina invece su Repubblica, Bonini e D’Avanzo dedicano prima e quarta pagina a passare in rassegna un dossier su Prodi trovato in uno dei computer sequestrati a Scaramella.

L’attacco sembra dunque essersi spostato dal roccioso e coriaceo ex presidente della Commissione al ventre molle Scaramella Mario… un aggiustamento di tiro, insomma...

Chiederemo a Guzzanti quale sia oggi, alla luce di quanto emerge o viene riportato, il suo atteggiamento nei confronti di Scaramella. Parafrasando Gatti, Guzzanti si reputa “ingenuo”, “passivo”, “connivente” o il giornalista del Sole ha dimenticato qualche altra categoria più appropriata nella quale egli si riconosce?

 

Una breve e ultima osservazione.

Risulta non pervenuto (per lo meno a me) l’esito di una notizia che aveva ottenuto giustamente i riflettori nei primi caldissimi giorni del caso Litvinenko:

“Il presidente del Consiglio Romano Prodi ha dato incarico ai suoi legali di procedere «contro gli autori di dichiarazioni e di atti lesivi della sua dignità di cittadino e di rappresentante delle istituzioni in relazione al cosiddetto caso Mitrokhin »” (30 novembre).

Ciò è realmente avvenuto? E se sì nei confronti di chi sono state approntate iniziative legali da parte di Prodi?

 

 

 

postato da: GabrielParadisi alle ore 11/01/2007 10:58 | Permalink | commenti (46)
categoria:giornalismo, prodi romano, informazione, mitrokhin, guzzanti paolo, bonini carlo, litvinenko
martedì, 10 ottobre 2006
Hands off blog!
Il 4 ottobre scorso il New York Times ha svelato l’esistenza dell’ennesimo programma dell’amministrazione Bush, denominato “Sentiment Analysis”. Due milioni e mezzo di dollari sono stati stanziati per consentire alla Cornell University di Pittsburh (Pennsylvania) e all’Università dello Utah di sviluppare un software che consentirà di passare in rassegna i media di tutto il mondo (esclusi gli Stati Uniti dove quest’attività sarebbe ovviamente illecita), «per identificare potenziali minacce agli Stati Uniti».
Il programma, varato dal Ministero della sicurezza nazionale e che sembra sia stato suggerito dalla Cia (la considerazione è di Monsieur De Lapalisse), “consentirà alla Superpotenza di registrare «le opinioni negative» su di essa o sui suoi leader espresse dalle testate o dagli autori degli articoli. In casi estremi, porterà all'adozione di misure preventive” (!?).
C’è da attendersi a breve dunque il “bombardamento intelligente” di Via Tomacelli?
Il coordinatore dell' iniziativa, Joe Kielman, ha però immediatamente rassicurato tutti spiegando che gli Usa «devono potere distinguere tra la critica e l' aggressione», lasciando intendere che sulla prima saranno più indulgenti…
Il programma pare che oggi sia già in fase sperimentale, per cui TV, carta stampata, radio di tutto il mondo, ma anche internet, quindi siti web e blog, sono probabilmente già da ora passati al setaccio per rilevare “antiamericanismo”, ovvero opinioni contrarie alle politiche di Bush & C.
Ci onoriamo quindi di rientrare immediatamente in questa categoria e per l’occasione pubblichiamo una nostra foto di qualche anno fa con un cartello di protesta davanti alla Casa Bianca. Giusto per venire incontro agli autori del software (tra cui Claire Cardie e Jaynice Wiebe), che, hanno ammesso, pare abbia ancora diversi bugs e commetta pertanto vari errori.
Domenica scorsa nell’abituale “Faccia a Faccia” sul Quotidiano Nazionale / Resto del Carlino, tra Massimo Fini e Cesare De Carlo si è parlato proprio di questo progetto, e mentre Fini esprimeva tutta la sua viva preoccupazione, il buon De Carlo sosteneva che tutto questo inquietante sistema orwelliano altro non è che un modo per capire quale sia appunto il sentimento “mood or emotional intent” dei cittadini del mondo nei confronti degli statunitensi, democratici e amanti delle libertà. Una cosa innocua quindi, che a detta sua non deve spaventare, anzi, esso non è altro che un modo discreto per capire dove essi (gli americani) sbagliano, e potersi così pertanto correggere. Ora sull’imbarazzante appiattimento “con” di De Carlo abbiamo già detto altrove, ma quello che stupisce è il silenzio di tutti gli altri “liberali-libertari”, di tutti quegli amanti dell’America “a prescindere”, che abbiamo visto spesso sfilare avvolti nelle stelle e nelle strisce. Com’è possibile, mi chiedo, non intravedere dietro questo progetto l’embrione di un nuovo agghiacciante “maccartismo”?
La stampa libera, in tutte le sue forme, è sempre stata una spina nel fianco dei vari poteri, ne sa qualcosa la povera Anna Politkovskaja, uccisa a Mosca appena qualche giorno fa, ma un fenomeno nuovo credo abbia innescato queste nuove forme di controllo, censura, repressione; un fenomeno chiamato “internet”.
I blog, ad esempio, stanno assumendo una funzione nuova e per certi versi imprevista. Credo quindi sia sorto nei “Palazzi” il timor panico di non saper, poter tenere sotto controllo questo immenso, sfuggente, volume di informazioni, di rimandi, di richiami. Di denunce.
Ecco allora un motivo in più per contrastare qualsiasi intervento che diminuisca o restringa la libertà d’espressione di questo prezioso strumento, anche introducendo norme che magari hanno solo finalità… “esattoriali”.
E’ per questo quindi che aderiamo alla campagna per l’abolizione del primo comma dell'articolo 32 del capo IX del decreto legge 3 ottobre 2006 n. 262 proposto nella recente finanziaria (Prodi no, così proprio non và), che di fatto impone una tassa sulle rassegne stampa realizzate senza scopo di lucro.
Questo blog, come milioni di altri, è pieno di articoli e di citazioni, funzionali allo sviluppo dei ragionamenti e delle discussioni. Non si può mettere una tassa e un freno a questa incommensurabile libertà e opportunità che è la Rete, che sono i blog. Invito tutti i lettori dunque ad aderire anch’essi.
W i blog, W la libertà!
 
postato da: GabrielParadisi alle ore 10/10/2006 09:58 | Permalink | commenti (1)
categoria:america, informazione, terrorismo e guerra globale, de carlo cesare, fini massimo