mercoledì, 31 maggio 2006

Bologna veggente

Bologna! Bologna!

“…le tette sul piano padano e il culo sui colli…”

Bologna la dotta, la grassa e sazia. La disperata Bologna…

Ci arrivai un giorno d’estate alla fine degli anni ’70

Sbarbatello frizzante d’euforico entusiasmo…

Bologna bambina per bene. Bologna busona”.
Colpivano, noi provinciali, i suoi panini imbottiti
e la penombra dolce dei portici…

cosce calde di mamma Bologna…”

Bologna carnale e corporea… Sudata e pregna d’odori…

Bologna ombelico di tutto”. Singolare Bologna.

Parigi in minore”. I bar all'aperto (...i dehors)... i bistrot...

Della rive gauche l'odore… con Sartre che pontificava”…

L’ESISTENZIALISMO, l’ESISTENZIALISMO al potere!!!!

“…e Baudelaire fra l'assenzio cantava”…

Lo SPLEEN, lo SPLEEN al potere!!!!

Singolare Bologna... Comune Parigi...

11 marzo (1977)... 18 marzo (1871)...

Bologna veggente!

“...Attraverso il ragionato disordine di tutti i sensi...

tutte le forme d'amore…

di sofferenza...

tutte le forme di follia”...

La Cara Grande Anima scorazzava imberbe sulle barricate

mangiando nere ciliegie...

Il rosso del sangue e delle bandiere scorreva sui muri...

Altri ragazzini (portati dalla settima onda)

raccoglievano sampietrini e colori

sui nuovi muri della vecchia Europa (…dai parapetti antichi)…

“Mamma dammi la benza!”...

La società è disgregante, la disgregazione è angosciante, l'angoscia è disperante, la disperazione è delirante (…il delirio è inconcludente)”…
Alice, intanto, guardava i gatti dal civico 41 del Pratello...

Bestemmia secca quando sfondarono la porta.

Bologna e la repressione: Bo-gogna!

I carriarmati in via Zamboni;

i celerini dietro le colonne pitturate dagli indiani.

Metropoli fumante di fuochi e di incendi.

Di ragazzi morti ammazzati e di proiettili nel muro…

A distanza di trent’anni.

Bologna Veggente: il futuro è dei non garantiti!!!

A distanza di trent’anni.

La notte (sospensione di ogni schiavitù),

la precaria notte,

s’estendeva oscura avanguardia del disagio

Bologna! Bologna! Cupa Bologna dei vampiri.

Grande Malata. Somma Sapiente

che sa quel che conta e che vale…”

che “mi spingi”, ancora una volta, “ad un singhiozzo e ad un rutto…

rimorso per quel che m' hai dato, che è quasi ricordo, e in odor di passato”...

Ma se, anche smarrito, finissi col perder l'intelligenza delle mie visioni,

LE HO PUR VEDUTE!!!

Con l'amico Pino De March (poetic-attivista ed ex settantasettino, sue le poesie che seguono) e altri spiriti, stiamo cercando di sviluppare alcune esperienze artistiche e di impegno a Bologna. Bologna, una città viva come sempre, malgrado il rigurgito di “legalità”.

Un’idea abbozzata per ora. Un progetto per la prossima primavera che verrà.

A trent’anni (e a 136) da altri marzi radiosi. Un ponte simbolico, artistico e r-esistente tra Bologna e Parigi. Singolare e Comune. Due momenti speciali e unici da non dimenticare… per continuare a sognare… per continuare a sperare… anche oggi… ancora oggi…

(Ringrazio infine anche un altro provinciale sbarcato a Bologna qualche anno prima di me che l’ha saputa cantare, tra un bicchiere di vino e un sospiro, come pochi altri: Francesco Guccini).

Tra le macerie di vetri infranti di bottiglie e di città

 

Ho camminato tra le macerie di vetri infranti di bottiglie e di città fino al tramonto

Corpi depressi tra mute di cani coricati sulle piazze e sui teleschermi in movimenti d’indifferenza

Telecamere puntate su quelle forme umane sfigurate di nero spleen

Dentro battono cuori di carne incandescente ed agitata d’ormoni e di precarietà

Il calcolatore della questura visiona gli ultimi battiti cardiaci della moltitudine

Il vento della sera sposta qua e là fogli di finti gratuiti giornali

leggo non leggo ?

web non web?

metro o non  metro?

dilemmi postmoderni che sembrano ai molti e primi sguardi intelligenti,

forse perchè ti catturano quando sei ancora in uno stato ipnotico del primo mattino,

ma già a mezzogiorno questa effimera intelligenza sfigura in  pettegolezzo.

ultime merci notizie di governi, di guerra, di depressione e violenze familiari

divorate dalle pagine di pubblicità

in un frammento di un giorno che muore

Aspetto l’alba di un quotidiano che segni il gemito di un parto

Che si scopre subito nero avvelenato di particolato e avvolto in una nube bianca di diossina

Angoscia di molecole ancora viventi

Nel fumo del portico di un’osteria Osvaldo del Pratello

Segni di cocktail di corpi di visi semantici

silenzio di specchi dentro ad un bicchiere vuoto

che cattura gli stravolti segni della notte indecisa

all'alba sedersi nel sasso di una piazza ancora bollente, gridata e mal odorata di vino e di birra

guardare turbati al domani che si presenta inalterato di noia e d’ingiustizia

raggi di sole penetrano dai varchi murati della città ammutinata 

di realismo e  visioni ottuse di città imbalsamata

di un tardo governatore positivista

dal nome di un principe di Transilvania:  Nossferrati

sguardi ultimi su quel sasso per andare Avanti

nel futuro negato

riposare sul quel sasso lucidato dai mille passi

sasso termine guanciale d’eresie e d'amori di città

annegarsi nel  fiume di folla che riprende a scorrere

operai ed operai incrociano braccia ai cancelli delle fabbriche dismesse

tra cartelli di protesta mangiando gelati

studenti e studentesse incrociano corpi e gambe sul selciato della piazza delle sette chiese

fumando erbe d’infinito e d’oriente

e le pietre di sillabe e consonanti tracciano versi impossibili di metroletterarietà  

mentre fast fast fast il tempo

riprende nel cuore del giorno ad agitarsi tra mille telefonate e lavori  di seduzioni

impossibili, interinali, infernali

buona passeggiata nel cuore infernale della città del capitale molecolare

mi sussurra all’orecchio un androide bianco e nero delle penombre.

 

Impact punk in xm24

 

Cielo tempestoso nero-nero senza chiaro di luna  sulla Bolognina Resistente

E sulle sue strada sudate

nuova onda umana  dell’apocalisse punk 

mura narranti  e filo spinato nell’ex mercato

delimita il ghetto degli  erranti

quando il campanile suona le ventiquattro

spiriti dei luoghi vegani muovono i primi passi

fra le pieghe dei graffiti della ri-e-voluzione arborea-animale-umana

impact di ritmi

fiumane elettriche 

rivolta di varie generazioni

vecchi e nuovi raggi di sole e di luna

spuntano dalla massa rossa nera affilati come spade

sulle teste bionde di volti del sesto continente

rosso e nera sventola una bandiera sul palco dei officianti stregoni

voci  urlano e  cuori battono fino all’alba assonnata

I love eversion

“su avanti! La marcia, il fardello, il deserto, la noia e l’ira”

rabbiosa erotica  delicata aggressività in scarponi militari

in abiti nerissimi trapunti di chiodi di Londra e di Berlino

di corpo a corpo spinti ondeggiano 

Ceres e Marijuana aleggiano nella periferia e nell’aria di birra assieme

a Baudelaire, Rimbaud, Bakunin,  Debord e ai Sex Pistols

Esercitazioni di stile tutta la notte

per no future di r-esistenze di vitalità e di socialità sommerse

e il divenire altro e subito gioia 

giusta libertà sognata

vita in-quieta per redditi certi 

“quando mai andremo, oltre i monti e le rive a salutare la nascita (del nuovo reddito di cittadinanza) e della nuova saggezza,

la fuga dei tiranni (nossferratiani urbani) e dei demoni, la fine della superstizione (del neocapitalismo liberista),

ad adorare per primi! Natale sulla terra!

Il canto dei cieli, la marcia dei popoli!

Schiavi non malediciamo la vita.”

“ma che cos’è la vita ?

cadere sette volte

ed alzarsi otto”

da racconti popolari giapponesi

(appunti di viaggio di R. Barthes) 

 


postato da: GabrielParadisi alle ore 31/05/2006 14:32 | Permalink | commenti
categoria:poesia e impegno, immigrazione e legalità
lunedì, 13 marzo 2006

Se questi son uomini (e donne)

Aggiornamento del 15 marzo 2006:

Non è bastata la vergogna. Ora i soliti noti fanno capire che si trattava di una vera e propria trappola. I cosiddetti ministri Castelli e Maroni chiedono a gran voce l'espulsione degli immigrati che hanno presentato domanda e non rientreranno nei 170.000 previsti. Ho saputo di uffici postali in cui i computer si sono bloccati e i poveretti che aspettavano in fila hanno visto azzerarsi anche quell'esigua speranza di poter rientrare nelle quote e che li ha fatti stare al freddo per 3 giorni e 3 notti... Una VERGOGNA senza appello. Le parole dei suddetti cosiddetti ministri spero restino nella memoria di ciascuno:

(ANSA) - ROMA, 15 MAR - ore 14:16 - 'Sono in attesa della risposta del ministro Pisanu'. Cosi' il guardasigilli Castelli sui clandestini in coda ieri alle poste. 'Se si fa una legge, la Bossi-Fini, bisogna farla rispettare'.Castelli boccia anche la consulta islamica voluta da Pisanu:'e' un mostro giuridico'.Anche Maroni interviene sull'immigrazione.'Pisanu - dice - ha l'obbligo di procedere con le espulsioni dei clandestini che hanno presentato la domanda per il permesso di soggiorno. Non si tratta di una sanatoria'.

 

"6.244 uffici postali abilitati accetteranno le domande a partire dalle ore 14.30 di martedì 14 marzo".

Ma ieri, domenica 12 marzo, già migliaia di uomini e donne erano in fila al freddo pungente davanti ai portoni e alle serrande abbassate.

Alcuni sono lì davanti già da venerdì. Questa sarà la terza notte e non basterà.

Le liste improvvisate occupano diversi fogli e si allungano e si modificano. Ogni due – tre ore qualcuno ripete un appello.

Decine di nomi scanditi, nomi che tradiscono ogni provenienza: Filippine, Pakistan, Marocco, Romania…

Chi non risponde viene cancellato dalla lista… sarà andato in un altro ufficio postale a rispondere ad un altro appello… o forse non ce l’ha più fatta a resistere al gelo…

Qualcuno porta un thermos di acqua calda. Ci si fa un the per scaldarsi in questo pomeriggio di ghiaccio (temperatura percepita 2° sotto zero).

Alcuni hanno costruito un riparo con delle scatole di cartone. Il vento non risparmia, s’infila nelle ossa. Cade anche qualche fiocco di neve.

Si parla con rassegnazione ma si riesce anche a sorridere.

Molti sono qui per non perdere l’occasione, ma domani dovranno andare a lavorare e non sanno ancora come faranno a restare in lista, a non perdere posizioni. Però intanto sono qui coi loro compagni, con le loro donne, a condividere.

Un vecchio italiano fa pure lui la coda, è cardiopatico ma deve presentare la richiesta per la badante di sua moglie…

Questo è un ordinario pomeriggio italiano di follia. I cittadini di serie A, in casa al caldo davanti alle TV e gli altri, donne e uomini di serie C, al gelo.

In un paese approdato con ottimismo al terzo millennio dell’era cristiana, che si vanta di aver informatizzato la pubblica amministrazione, nessuno che sia riuscito a pensare un sistema più umano ed efficiente.

Quanto tempo avranno dedicato, mi chiedo, gli attuatori della “Bossi-Fini” a questo problema? A cercare soluzioni dignitose o almeno pietose per l’accoglimento delle richieste?

In questo paese, tra i più industrializzati e ricchi del mondo, i nuovi schiavi, necessari al suo sostentamento e sviluppo, sono costretti all’addiaccio per cinque giorni di fila.

Per cercare di regolarizzare situazioni spesso acclarate.

C’è anche ipocrisia infatti in tutto ciò. Disumanità e ipocrisia. Chi non ha utilizzato in piena emergenza qualche clandestino, ultima spiaggia, per accudire una persona cara e terminale?

Oggi, davanti a 6.244 uffici postali, sono centinaia di migliaia, una moltitudine dolente, che sperano di finire tra i primi 170.000 (è la quota programmata dei flussi d’ingresso per il 2006)… ma la stragrande maggioranza di loro resterà fuori anche quest’anno. Tornerà ad essere “invisibile”. Un qualcosa (essere umano ci sembra improprio) di utile e funzionale alla società, ma senza alcun diritto e nessuna tutela.

Come se non bastasse c’è chi teme, che martedì pomeriggio, all’apertura degli uffici, le liste non vengano nemmeno prese in considerazione. Che questa fatica disumana non sia servita a nulla… C’è chi teme anche che esploderà la rabbia degli esclusi… si temono incidenti…

Sarebbe l’ennesima trasformazione di un’emergenza umana in un problema di ordine pubblico…


postato da: GabrielParadisi alle ore 13/03/2006 08:13 | Permalink | commenti (4)
categoria:immigrazione e legalità
giovedì, 02 febbraio 2006

PRATICHE D’USO INFORMALE DELLO SPAZIO URBANO

(Misure alternative a quelle di ordine pubblico)

Riceviamo e pubblichiamo con piacere questa lettera di Paolo Cottino:

Ciao Gabriele

Come anticipato ti inoltro queste righe di presentazione del lavoro che presenterò alla X Conferenza nazionale della Società Italiana degli Urbanisti che si terrà a Milano il prossimo aprile 2006. Il titolo della conferenza è “Urbanistica e azione pubblica: riformismo al plurale” e quello della sezione all’interno della quale si collocherà il mio intervento è “Qualità urbana: abitabilità, bisogni, opportunità”.

Quello che ti allego sotto è semplicemente un breve abstract del lavoro ma per il momento è quello che mi sento di mandarti perché sul resto sto ancora lavorando.

A risentirci

Paolo Cottino

Dipartimento di Architettura e Pianificazione Politecnico di Milano

 

Misure alternative a quelle di ordine pubblico

Tende a consolidarsi nello scenario urbano contemporaneo la presenza di un universo di pratiche spontanee e comportamenti marginali di occupazione di alcuni spazi della città secondo logiche non convenzionali e per usi non previsti. Si pensi tanto al riutilizzo di aree dismesse come rifugio abitativo o all’autocostruzione di villaggi di baracche da parte delle popolazioni immigrate, quanto ai centri sociali autogestiti, agli orti urbani abusivi, ai mercati di strada informali,..):

Solitamente riguardate come “disordine”, “devianza” e “problema di ordine pubblico”, queste pratiche si collocano il più delle volte all’interno di spazi abbandonati, interstiziali, trascurati e anonimi, che vengono ridefiniti da soggetti collettivi attraverso una sospensione delle “norme d’uso”, la quale garantisce una maggiore elasticità nella fruizione dello spazio.

All’insegna dell’imperativo della legalità e dell’ordine le abituali forme di trattamento di queste iniziative da parte delle istituzioni si riducono ad interventi soltanto repressivi con cui si procede a “riordinare” la città. Attraverso l’esecuzione di provvedimenti di rimozione, sgombero, allontanamento e delocalizzazione viene fatta “piazza pulita” di ogni attività che compromette l’estetica della città e la percezione di sicurezza del cittadino comune.

Tuttavia, uno sguardo più riflessivo e critico nei confronti di queste pratiche porta a rileggerle come specchio dell’assenza di risposte formali-istituzionali a determinate condizioni di svantaggio o a bisogni emergenti: è possibile, in definitiva, interpretarle come segnale dell’incapacità dei sistemi di governo di rispondere con un disegno “dall’alto” ad alcune istanze provenienti dalla società.

Sostituendo questo sguardo sulla città “informale” a quello orientato soltanto dalla preoccupazione di ricondurre al più presto il disordine all’ordine e l’anomalia alla normalità (e cioè alle forme già previste), sembra possibile rintracciare i contorni di uno specifico spazio progettuale per le politiche.

Riguardate come micro-risposte organizzative con cui a livello locale singoli individui, piccoli gruppi e comunità insediate improvvisano risposte a problemi irrisolti, queste azioni informali infatti si scoprono rivestire un importante ruolo sociale che è di denuncia della scarsa attenzione pubblica che spesso viene rivolta a certi tipi di domanda e al contempo di rilancio del cambiamento.

E’ questo tipo di sguardo che sembra alla base di alcune innovative esperienze di intervento istituzionale sulle pratiche informali d’uso dello spazio urbano alternative a quelle di ordine pubblico, che cominciano ad essere sperimentate in alcuni contesti nord-europei.


L’INTERVENTO SULLE PRATICHE D’USO INFORMALE DELLO SPAZIO URBANO
postato da: GabrielParadisi alle ore 02/02/2006 15:59 | Permalink | commenti
categoria:politiche sociali, immigrazione e legalità
martedì, 17 gennaio 2006

La Città Imprevista

 

Nelle nostre città, negli interstizi dello spazio urbano dove sembra non arrivare la longa manus di qualche legge, o meglio, dove ogni norma sembra sospesa, si sviluppano spontanee esperienze di vita e di socialità. Spesso con originale immaginazione, comunità di persone si auto-organizzano occupando quegli spazi abbandonati, trasformandoli e ridandogli vita. Sorge così una città imprevista e informale ma umana all’interno di quella ufficiale e formale quasi sempre però fredda e inospitale. Disumana.

Gruppi eterogenei si incontrano e fruiscono collettivamente di quegli spazi inusuali. Li accomuna il bisogno. Bisogno di un luogo per vivere, bisogno di un luogo per sognare. Necessità d’esistenza, fisica e mentale, che attraversa storie e persone producendo nuove e impreviste geometrie sociali.

Il nuovo e il vecchio si mischiano. La ricerca di nuove condizioni e il tentativo di mantenere usi e speranze antiche s’intrecciano. Gruppi giovani, nuovi, di migranti in cerca di cittadinanza e gruppi “vecchi”, di anziani, di cittadini già assimilati e stanziali in cerca di una dimensione diversa e di un senso.

Le amministrazioni delle città spesso non sanno capire né il vecchio tantomeno il nuovo. L’unica risposta, a Milano come a Bologna, da destra come da sinistra, sembra essere la repressione. Lo sgombero forzato del dissenso per il ripristino della LEGALITA'. Il territorio degradato, al quale forse era stata ridata nuova vitale energia, torna ad essere spazio vuoto, comunque ipotecato. Non però da progetti sociali. Bensì destinato a svincoli stradali o a supermercati; vetro e cemento sparsi come calce viva a distruggere qualsiasi germe di socialità fosse rimasto.

Paolo Cottino, che prese parte in questo blog alla discussione sugli sgomberi operati dalla giunta Cofferati di lavoratori migranti rumeni e delle loro famiglie sul Lungoreno di Bologna, ha pubblicato nel Settembre 2003 per le edizioni Elèuthera un libro dal titolo “La Città Imprevista”, sottotitolo: “il dissenso nell’uso dello spazio urbano”. E’ un percorso partecipato e vivo alla scoperta di tre realtà di frontiera sviluppatesi nel territorio della metropoli Milanese.

La prima storia s’intitola “Sopravvivenza”. Edifici abbandonati, ruderi d’archeologia industriale occupati silenziosamente da migranti di tutte le provenienze. Esseri umani usati (sfruttati) di giorno dalla “città ufficiale” e dai suoi meccanismi produttivi (sfruttati a prescindere dall’esistenza o dalla regolarità dei loro permessi di soggiorno !?), sono dimenticati la notte, l’inverno, nel bisogno e nella malattia. Solo la carità disinteressata di organizzazioni di volontari cerca nell’indifferenza ipocrita dei governi di supplire le carenze del sistema. Superando anche le diffidenze e i sospetti di questi nuovi cittadini, alcuni anomali e imprevisti soggetti, porta loro umanità senza nulla in cambio. Senza profitto.

La seconda storia, “La Strada Creola”, racconta le vicissitudini un mercato di strada dove convivono culture, etnie e mestieri e dove strenuamente si cerca di mantenere in vita arti, consuetudini e memorie viceversa travolte dai ritmi e dagli obiettivi di questa società, che distrugge tutto ciò che ritiene non funzionale al suo sterile riprodursi.

Nell’ultima storia, “Terra e Libertà”, Paolo Cottino ci porta in un ritaglio di terreno di periferia risparmiato (chissà come) dal selvaggio sviluppo urbano e trasformato in orto dalla pazienza mite e dalla laboriosità di singoli. In questa oasi circondata da palazzi dormitorio, anziani trascorrono ore serene in un rapporto di totale simbiosi e di amore con la terra, con la natura e suoi ritmi stagionali riscoperti. Ma anche questa è un’opzione imprevista, non contemplata, nei disegni e nelle politiche urbane. Così sarà necessaria, anche in questo caso, una lotta appassionata per rivendicare quegli spazi. Spazi a cui la “politica” sembra non riconoscere alcun valore sociale, malgrado riescano a tenere attive e vive persone alle quali la “città prevista” non ha nulla da offrire.

Tre storie a suo modo dolcissime e nel contempo amare, dense di umanità. Storie a cui questa società purtroppo sa rispondere solo con parole, e ahimè con azioni, quali: “Allontanamento”, “Regolazione”, “Abbattimento”.

L’ennesima riprova, ce ne fosse bisogno, che questo modello di sviluppo è sbagliato fin dalle radici.

 

postato da: GabrielParadisi alle ore 17/01/2006 13:03 | Permalink | commenti
categoria:politiche sociali, immigrazione e legalità
lunedì, 07 novembre 2005

Sicurezza di sinistra

Gentile Augias, scrivo a nome mio e delle mie amiche, sgomente di vivere in una città come Bologna che non riconosciamo più come nostra. Parlo di paura, uscendo la sera, di essere aggredite da qualche extracomunitario disperato. Ci siamo sentite abbandonate  e tradite dalla sinistra ed è anche per questo che ai tempi di Guazzaloca, la sinistra ha perso il suo comune roccaforte. Noi ci siamo infuriate, abbiamo scritto alla segreteria DS e abbiamo chiesto: dove siete stati tutti questi anni, dove? Certo non in mezzo alla gente! La sinistra a Bologna aveva ignorato quello di cui oggi ha finalmente tenuto conto Cofferati, la sicurezza. Non era scesa in strada ad ascoltare la gete, addirittura si “derise” in Tv, chi era spaventato e preoccupato dell’aumento dell’illegalità e della criminalità. La sinistra non ha difeso le sue donne, le sue figlie, perché politicamente i deboli vanno difesi “di più”. Non siamo razziste, non lo siamo mai state, non odiamo gli extracomunitari. Cofferati ha detto una cosa che nessuno ha avuto il coraggio di dire: i “lavavetri”, quando al volante ci siamo noi donne, ci intimoriscono, sputano sui vetri, scuotono la macchina, ci insultano, una mia giovane amica s’è presa un ceffone. Mio marito già due volte è dovuto scendere in “difesa” di donne alla guida della macchina. Bologna non è una città razzista, ma se va avanti così rischia di diventarlo. Introduciamo un po’ di legalità e un po’ meno di ipocrisia. Se il “debole” fa del male perde mi pare il suo diritto di essere difeso per principio. Anche io ho diritto ad essere difesa e tutelata. Attraverso questa lettera vorrei che il sindaco Cofferati sapesse che gli siamo vicine, che non deve farsi ricattare dai finti moralisti, spero che la sinistra abbia il coraggio di fare scelte appropriate alla gravità della situazione a tutela delle cittadine e dei cittadini di questa città. Per ritrovare il piacere di viverci.

Milena Rinaldi (mierre@virgilio.it)

 

Gentile Signora Milena, mi permetto di scriverle dopo aver letto la sua testimonianza che Corrado Augias ha pubblicato ieri su Repubblica. Sono anch’io un cittadino di Bologna e seguo con molta attenzione e apprensione quello che sta accadendo in queste settimane. Vorrei fare alcune considerazioni su quello che lei ha scritto in quanto non lo condivido, pur essendo comprensibile. Lei riporta una serie di angherie che pare, fossero diventate la normalità, riservate dai “lavavetri” alle guidatrici donne. L’unica volta che io ho visto direttamente qualcosa (all’incrocio di Porta S.Felice) è stato di segno opposto: una distinta signora, scese dall’auto mentre il lavavetri cingalese era distante, e gli rovesciò il secchio con l’acqua (!?). Ma le chiedo, quante volte, le signorine o le signore come lei sono oggetto di maleducazioni o di “manesche” attenzioni da parte di cittadini bolognesi purosangue? Potrei poi riportarle decine e decine di esempi di quali trattamenti si trovano a dover sopportare badanti extracomunitarie di tutte le età e colore da parte di insospettabili e all’apparenza teneri nonnetti. Come vede se non usciamo dal particolare, difficilmente possiamo trovare una soluzione. Chiunque è pronto a trovare un episodio, veniale o grave, che non aggiunge nulla ad una tesi o all’altra ma serve solo a radicalizzare le posizioni e le intransigenze. Io credo che il problema sia molto più complesso. Lei ci ricorda come la città, storicamente rossa, abbia voltato le spalle nel 1999 alla sinistra che non aveva capito e messo al centro del suo programma il problema della sicurezza. E’ un luogo comune che non trovo completamente vero, anche se è universalmente ritenuto tale. Mi spiego. Guazzaloca e la destra misero in effetti il problema sicurezza prima di tutto, cavalcando il diffuso malumore e la loro intrinseca natura. Venne istituito addirittura un assessorato apposito, che si è poi in brevissimo rivelato un velleitario e ridicolo esperimento, passando in men che si dica in gestione da un superpoliziotto di incerta moralità ad un evanescente scrittore di certa incapacità. Che risultati conseguirono? Sulla voglia di ordine e disciplina di certe forze politiche che costituivano la vecchia giunta, nessuno ha mai avuto e tuttora ha dubbi; c’erano volontà e mezzi, oltrechè la vicinanza dei cittadini, quella stessa che ora lei e le sue amiche riservate a Cofferati. Perché, le chiedo, non si ottenne comunque nessun risultato concreto e oggi, girare la sera per le strade di Bologna è insicuro come nel 1999 e forse anche di più? Beh io credo che questa crescente insicurezza derivi dal fatto che le nostre società sono cambiate. In Italia anche più tardi rispetto ad altri paesi del nord del mondo. Le nostre città non sono più quelle degli anni 60 e 70 (tralasciando peraltro le  parentesi terroristiche). La nostra società è cambiata ma contemporaneamente non sono cambiate le strutture sociali. Ieri il Carlino riportava dei dati, che andrebbero analizzati con maggior dettaglio, in cui risultava che a Bologna gli extracomunitari (immagino quelli regolari) costituiscono circa il 6% della popolazione. Sono numeri importanti che modificano equilibri ed esigenze sociali. Sempre ieri, su Repubblica, c’era un bel servizio di Giorgio Bocca sulle periferie del nord Italia che sorsero negli anni 50 e 60 per accogliere l’immigrazione dal sud. Sappiamo tutti come fu complesso, lungo e difficile il processo di integrazione. Teniamo conto poi che allora, si spostarono milioni di persone che comunque, dove arrivavano, trovavano tutto sommato una casa, un lavoro, un’assistenza. Non fu tutto liscio e facile, ripeto, ma c’erano strutture pronte a lavorare e a lottare per rendere la vita di queste persone accettabile e dignitosa. Penso al sindacato, alle amministrazioni politiche, al tessuto industriale. Ma c’era, soprattutto, e lo ripeto, il lavoro, sicuro e pagato, una concreta prospettiva di futuro. Oggi chi si muove (e lo fa con le stesse motivazioni di allora: cercare di esistere dignitosamente e provare a dare un futuro a sè e ai propri figli) trova il nulla, l’incertezza e la precarietà più totali. Non un tetto per ripararsi, non un lavoro garantito, nessuna tutela.  In questi mesi e in questi giorni, stiamo assistendo a come abbiano fallito i modelli d’integrazione britannico e francese. Non li conosco in dettaglio per dire se fossero più o meno solidali, e a che livello di tolleranza si assestassero, ma quello che mette in luce questo loro fallimento è che non c’è metodo, non c’è linea dura o morbida che tenga. Il problema fondamentale io credo che sia nel nostro modello di sviluppo in quanto tale. E’ troppo iniquo, troppo fondato sul profitto. In nome di un astratto concetto di sviluppo e di crescita, si stanno smantellando tutte le certezze, tutte le conquiste sociali. In questo contesto di incertezza e precarietà (anche per i cittadini riconosciuti), poi, come se non bastasse, si riversano moltitudini dolenti e affamate, con culture e abitudini diverse, ma con gli stessi nostri bisogni… E’ questa la complessa realtà che abbiamo di fronte. Non credo che si possa ragionare con gli schemi di trenta o quaranta anni fa. Bisogna ridisegnare la nostra società per intero. Le azioni di polizia (mediaticamente roboanti ma inutili nella sostanza) servono solo ad aggiungere rabbia e ingiustizia laddove c’è già disagio ed esasperazione in abbondanza. L’allarme molto serio e puntuale fatto da Prodi sabato, ovviamente osteggiato e ridicolizzato da questa brutta destra italiana, non deve cadere nel vuoto. Ecco sono queste le argomentazioni, è questa l’energia propositiva per cambiare la società e prosciugare le fonti dell’ingiustizia e della disperazione, che mi aspetterei di sentire sempre  e comunque da sinistra, sia dai politici ma anche dai semplici cittadini, e non ovvie e viscerali reazioni istintive come leghisti qualunque… Cordialmente, Gabriele Paradisi

 

 


postato da: GabrielParadisi alle ore 07/11/2005 06:50 | Permalink | commenti (2)
categoria:bologna, immigrazione e legalità, augias corrado, cofferati sergio
sabato, 05 novembre 2005

Cofferati di sinistra (dialogo con Davide Giacalone)

So bene che termini come “destra” e “sinistra” sono sempre più privi di significato reale, ma, per quel che valgono e per quel che evocano, ciò che si agita a Bologna pone il problema se la condotta adottata dal sindaco, Sergio Cofferati, sia di sinistra, o meno.  Il problema si pone perché una parte consistente e determinante della sinistra si oppone alle scelte del sindaco, facente parte dello stesso schieramento e della stessa giunta.  Intanto vediamo se la condotta del primo cittadino è giusta o sbagliata, ed io credo che sia giusta (e, del resto, lo avevo scritto anche all’inizio di questa storia). Il rispetto della legalità è un giusto principio. Ma l’invocazione di legge ed ordine non era forse una bandiera della destra? E come la mettiamo con la solidarietà sociale, bandiera di una parte del mondo cattolico?  La mettiamo come segue: il disagio sociale, l’insediamento dell’immigrazione, il fiorire della piccola delinquenza e le prepotenze delle bande sono fenomeni che albergano prevalentemente nei quartieri popolari e nelle periferie, pertanto non è certo di sinistra (sempre per quel che vale) lasciare che ciascuno si tenga i propri problemi: i più ricchi quelli delle deiezioni (cacate) canine, i più poveri i villaggi abusivi dei nomadi. Di più, si deve stare attenti a che l’abbandono di ciascuno al proprio destino, il non intervento pubblico per garantire il rispetto della legalità, finiscano con l’essere l’incubatore di razzismo, xenofobia e reazioni tanto spontanee quanto esecrabili. In quanto alla solidarietà verso i marginali ed i marginalizzati, questa consiste, secondo me, nell’aiutarli a non essere più tali.  Una politica attenta ai loro problemi ne favorirà l’inserimento nella normalità e non ne garantirà, invece, la sopravvivenza nella diversità.  Faccio un esempio concreto: i bambini dei nomadi, o degli zingari, chiamateli come vi pare, devono andare a scuola, a loro deve essere offerta la possibilità di una vita diversa e meno precaria.  Non m’interessa un bel niente se qualche loro parente ritiene superiore la vita libera da case, scuole, obblighi e pasti caldi, preferendo l’accattonaggio quando non il borseggio, non m’interessa, e dico: fin che siete sul suolo italiano quei bambini vanno a suola, se non ce li mandate saremo noi a mandare voi in galera.  Ecco, questa credo sia una buna solidarietà, non parendomi tale quella che aiuta gli emarginati a restare tali. Problemi come questi non appartengono solo all’orto chiuso di casa nostra, ma riguardano tutta l’Europa.  Basta guardare quel che sta succedendo in Francia.  Ed è certo significativo che a proclamare l’esigenza di una linea dura sia Nicolas Sarkozy, fino a qualche tempo fa, in ragione della sua politica favorevole alle convivenze religiose, ammirato da una parte della nostra sinistra, ed a promuovere la linea morbida e dialogante sia Dominique de Villepin, l’uomo più vicino a Chiraq, e non certo amato dalla sinistra francese. Questo capita, ed è bene che capiti, quando la politica smette di essere gargarismo degli schieramenti e si mette a lavorare sui problemi concreti.

Davide Giacalone

www.davidegiacalone.it

 

 

Gent.le Giacalone, Ho letto il suo articolo “Cofferati di sinistra” e mi permetto di fare alcune considerazioni. Sono di Bologna e sto seguendo con molta attenzione quello che sta accadendo in città. Lo scorso anno ho votato per Cofferati, sono di sinistra, ma dissento decisamente dall’operato del sindaco nel caso dei lavavetri e dei baraccati. Lo ritengo un’inutile atto di forza che ha spiazzato la destra, invadendo il suo terreno preferito, ma non ha risolto nulla, anzi ha acuito le distanze con quei gruppi sociali e quei movimenti coi quali si potevano e si dovevano cercare soluzioni più coraggiose e serie. Io penso che il problema dell’immigrazione e il disagio sociale in genere non si risolvano con interventi di ordine pubblico (polizia, ruspe, etc..) e penso anche che un approccio di quel tipo non possa essere la prima o l’unica opzione di qualcuno che si dichiara di “sinistra”. I termini “destra” e “sinistra” per me infatti hanno ancora ragion d’essere. Da “destra” per la salvaguardia e la conservazione di taluni valori (la patria, la famiglia, la religione) spesso si invocano con inflessibilità, legge e ordine. La “sinistra” dovrebbe avere nel suo dna sentimenti che per semplicità chiamiamo, solidarietà, tolleranza, accettazione delle diversità e questi normalmente non presuppongono il rigore e la forza fisica. Fatta questa semplificazione, non è secondo me di sinistra, quindi, la soluzione che lei prospetta, come esempio, per i nomadi. Dove finisce il rispetto delle culture e della dignità delle persone? Ma questo è un altro discorso. Al di la di questo io non dico che non debbano esserci leggi e regole. La convivenza civile sarebbe impossibile. Dico però che la disobbedienza civile è comunque un valore democratico e quindi, nel rispetto delle persone, talvolta per superare leggi inique, si possa o si debba violarle, anche solo simbolicamente. Cofferati dice "La non condivisione di leggi che producono effetti negativi sulla persona o sulle comunità, oppure la mancanza di norme efficaci in materie importanti, deve portare all'azione per la loro modifica e per la loro definizione in parlamento". Giusto, in teoria, ma vediamo tutti a cosa è ridotto oggi il Parlamento italiano… precettato per l’approvazione di leggi ad personam ed elettorali, utili solo a preservare gli interessi e il potere di pochi. E per quanto riguarda nello specifico il problema dei migranti, questa maggioranza (senza di fatto recepire alcun suggerimento dell’opposizione) ha emanato la Bossi-Fini che Cofferati stesso definisce “negativa ed incoerente, incapace di contrastare il lavoro nero e clandestino compreso quello dei minori fonte di tante distorsioni economiche e ingiustizie sociali”. Quindi? Cosa si fa? Si aspetta e si spera nella prossima legislatura? E intanto dove si dorme nelle notti d’inverno? Se si fossero sempre “rispettati” e aspettati con pazienza gli ordini costituiti, credo che oggi vivremmo ancora tutti quanti sotto oligarchie, dittature, tirannie. Vediamo in definitiva cosa è successo a Bologna … Ci sono migliaia di poveri giunti da aree disperate e povere del mondo, che cercano i lavori più umili pur di sfamare se stessi e i loro cari, quasi sempre sono sfruttati, malpagati, ma sono assolutamente funzionali al sistema (fanno lavori utilissimi quanto ingrati). Tutto bene quindi (chiudiamo un occhio sulla legalità di queste pratiche) durante l’orario di lavoro, ma poi di fatto, ci si disinteressa totalmente di loro. Hanno una casa? Un posto riparato dove mangiare, riposare, accudire i figli? Questo sembra non riguardarci più, anzi, la loro vista, sono stracciati e sporchi, spesso ci disturba. Le confesso che a me d