mercoledì, 04 ottobre 2006
Arrivano i nostri
Chiunque ritiene di detenere una qualunque “verità”, si sente quasi sempre in obbligo di diffonderla. E’ per lui una missione indispensabile. Sarebbe “disumano” il contrario, non ci si deve stupire più di tanto.
Chi, d'altronde, sapendo di avere la conoscenza in mano, di possedere cioè il “segreto” della vita e magari, ritenendo pure di amare il prossimo suo, non si sente in dovere di “avvertire” i fratelli?
Taluni hanno definito questo fenomeno anche “evangelizzazione”. Altri, ispirati dalla stessa luce, sono arrivati e arrivano addirittura a disporre persino “guerre sante”, “jihad”, “giuste” che dir si voglia o anche solo di… “pacificazione”.
Il fine comunque è pressoché sempre il medesimo: portare novelle. Normalmente “buone”, a chi non abbia ancora avuto la felice ventura di esser stato illuminato dalla “rivelazione”.
I disastri che hanno combinato e combinano costoro sono quindi, sostanzialmente, dovuti ad eccesso di zelo. Mi sto ovviamente limitando a considerare coloro i quali sono mossi (per stupidità o per povertà di spirito) da oggettiva onestà. I “crociati” in buona fede, insomma. Incredibile ma vero, eppure ne esistono.
C’è addirittura chi si spinge a ritenere che questa missione abbia contribuito alla storia del mondo, ovviamente in senso positivo, avendo coinvolto genti e popoli che altrimenti ne sarebbero stati, ahimè, inesorabilmente esclusi.
Gianni Baget Bozzo, ad esempio, rispondendo qualche giorno fa ad alcune nostre considerazioni, è uno di questi. Egli infatti trovando una giustificazione etica al colonialismo occidentale si spinge ad affermare: “Il colonialismo creato dal mondo contemporaneo ha inserito nella storia del mondo popoli che ne rimanevano lontani”.
Nessun dubbio sembra sfiorare questi “paladini delle verità”. Nessuno di loro che si chieda se, per esempio, tanto per dire, a quelle genti, a quei popoli, importasse davvero essere “inseriti” in mondi, civiltà, usi e costumi a loro sconosciuti e sicuramente ostili.
Finora poi ho parlato di “missionari” mossi dalla buona fede e dal sincero desiderio di portare a tutti gli esseri viventi: civiltà, benessere e magari anche “democrazia”.
Purtroppo esistono anche altri figuri, meno sostenuti da buoni propositi o da un disegno etico seppur sbagliato.
Parlo di quei filibustieri di professione, prezzolati, che abbracciano tutte le cause (qualunque esse siano) pur di avere un tornaconto personale. Sostanzialmente potere, denaro e tutto ciò che ne consegue.
Una brutta razza, insomma. Personaggi senza troppi scrupoli o dignità, che si adeguano perfettamente al “progetto” dei primi, anzi ne diventano il loro braccio operativo, “armato”.
In questo contesto la filosofia liberista è andata a nozze. Un nuovo “dio”, potentissimo, feroce, s’è affacciato sul mondo globale: il Profitto.
In nome di esso si sono avviate nuove e più subdole e distruttive colonizzazioni.
Se nel primo novecento stava forse a cuore anche la “trasformazione-civilizzazione-integrazione” dei popoli “conquistati”, ai nuovi seguaci del profitto, di costoro nulla importa.
L’unico scopo è il raggiungimento e lo sfruttamento delle risorse naturali presenti di un determinato luogo. Gli abitanti originari di quel luogo quando non vengono soppressi da apposite guerre e da “signori” delle medesime, vengono, come da manuale, “inseriti di peso nella storia”, trasferiti cioè nelle suburre di caotiche e venefiche megalopoli (a breve sarà il caso di introdurre il più calzante neologismo di Gigalopoli o addirittura di Teralopoli), devastati dall’alcol e dalla miseria.
 
A tal proposito, abbiamo ricevuto da Francesca Casella dell’Ufficio Stampa di Survival, un delizioso volumetto e quest’articolo può essere la nostra umile recensione.
 
Il libretto si intitola “Arrivano i nostri”. E’ stato scritto e disegnato da Oren Ginzburg ed è distribuito da Survival.
Andrebbe reso obbligatorio in tutte le scuole elementari e medie della Repubblica. Le tavole sono di una ironia raffinata e amarissima, che i nostri figli, ancora, forse per poco, non del tutto consapevoli dei trituranti meccanismi del mondo circostante, saprebbero cogliere in tutta la sua potenza ed efficacia.
E’ una storia breve. Narra di un luogo meraviglioso. Una sorta di Paradiso terrestre dove convivono in simbiosi da millenni esseri viventi (umani, animali e vegetali). In questo Eden arrivano alcuni missionari a portare… lo Sviluppo Sostenibile.
 
Come sarebbe bello che nella nostra scuola se ne parlasse. Ma, ahimè, temo sia tardi. Nella nostra scuola, a parlare ai nostri bimbi, sono già arrivati gli stessi “missionari”. Quelli del “dio Profitto”
postato da: GabrielParadisi alle ore 04/10/2006 12:29 | Permalink | commenti (1)
categoria:baget bozzo gianni, globalizzazione e neoliberismo, popoli tribali
mercoledì, 28 giugno 2006

Campagna contro il razzismo dei Media

Abbiamo ricevuto da Francesca Casella dell'Ufficio Stampa di Survival una lettera di ringraziamento che pubblichiamo volentieri. Essa fa seguito al nostro articolo sui Nukak-Makù del 12 maggio scorso. Va evidenziato come i maggiori quotidiani italiani che pubblicarono il pittoresco ed esotico caso dei "selvaggi" che abbandonavano la foresta per calarsi nella luccicante "civiltà", non abbiano poi mai speso nemmeno due righe per rettificare e spiegare le vere ragioni di quell'esodo. Credo che La Repubblica, Il Messaggero e Il Corriere della Sera in virtù della loro storia e tradizione avrebbero potuto tranquillamente ammettere lo scivolone a dir poco di dubbio gusto. Ma tant'è... Vedremo che posizione prenderanno nei confronti dell'imminente campagna sul Razzismo dei Media...

Caro Gabriele,
Avevamo notato il tuo pezzo non appena era stato pubblicato, mediante una ricerca sulle uscite legate ai Nukak.
Ti consoli sapere che nessun giornale ha risposto nemmeno a noi o ad altri che si sono uniti alla nostra protesta, come l'associazione di antropologi di nome 'Anthropos Community'.
Stiamo raccogliendo fondi per lanciare una grande campagna contro il razzismo dei media nei confronti dei popoli tribali: ti terrò sicuramente informato. La nostra sede centrale di Londra la conduce già da mesi con un certo successo. Per l'Italia, sinceramente sono meno ottimista, ma spero che riusciremo comunque a cambiare un po' le cose.
Intanto grazie del tuo sostegno e di averci linkati al tuo interessante sito.
A presto.
Francesca Casella

Survival International Italia

26 giugno 2006

postato da: GabrielParadisi alle ore 28/06/2006 16:45 | Permalink | commenti (2)
categoria:globalizzazione e neoliberismo, mafie e narcomafie, popoli tribali
giovedì, 25 maggio 2006

La seconda fase

Erano già diversi anni che gli intellettuali più attenti e liberal, americani ed europei, osservavano con crescente inquietudine l’operato del governo Bush.

La più grande e riconosciuta democrazia del mondo dopo l’11 settembre e a causa dell’11 settembre, aveva intrapreso una serie di azioni a tutto campo che contraddicevano palesemente e oggettivamente i principi fondanti di ogni nazione ispirata al diritto e alla salvaguardia dei diritti.

Col Patriot Act varato in tutta fretta nell’ottobre 2001 a poco più di un mese dall’attacco alle Twin Towers a al Pentagono, venne varata una legge di ben 342 pagine allo scopo di “unire e rafforzare l'America fornendo gli strumenti appropriati richiesti per intercettare e contrastare il terrorismo”, una legge che “scoraggiasse e punisse gli atti terroristici negli Stati Uniti e nel mondo intero”.

Grazie a ciò i cittadini americani oggi possono essere spiati in deroga a qualsiasi principio di privacy (Sec. 202 - Authority to intercept wire, oral, and electronic communications relating to terrorism); i servizi segreti statunitensi (e alleati?) possono sequestrare in qualunque paese del mondo cittadini stranieri ignorando qualunque norma di sovranità (Sec. 506 – Extension of Secret Service jurisdiction); i presunti terroristi possono essere reclusi e interrogati senza alcuna regola e tutela legale (Guantanamo Bay).

Parallelamente l’Amministrazione americana ha intrapreso una serie di iniziative militari (in Afghanistan e in Iraq), ignorando e nemmeno cercandolo più di tanto, il consenso e l’avvallo delle istituzioni mondiali e delle altre potenze planetarie.

Queste due offensive, una “legale” e una “militare”, basandosi entrambe sul principio che l’America si sentiva nel diritto di operare al di fuori del “diritto” stabilito (nazionale e internazionale), semplicemente imponendo nuove regole con atti di forza autoritari, non potevano non suscitare perplessità e reazioni negli spiriti sinceramente “liberali”.

La grande commozione e il turbamento provocato dalla tragedia dell’11 settembre e la rapidità operativa dell’azione americana, hanno comunque spiazzato e rallentato tali reazioni. Le proteste in principio sono venute solo da qualche audace intellettuale ribelle soffocate dal silenzio e dall’indifferenza dell’opinione pubblica e dei media.

Da qualche tempo le cose stanno cambiando. Anche i blog più frequentati affrontano il tema senza infingementi.

Un’analisi critica di quanto accaduto e di quanto sta accadendo comincia a svilupparsi non solo nei ristretti ambiti dei “movimentucoli” no-global, ma comincia ad interessare anche ampie schiere di intellettuali di sicura cultura ed estrazione conservatrice (in Italia, Franco Cardini, Massimo Fini, etc…).

A molti infatti non è passato inosservato l’inquietante edificio teorico culturale che sembra aver preparato, supportato e giustificato questa guerra infinita e senza quartiere al terrorismo.

L’attenta rilettura dei testi fondamentali del cosiddetto Progetto per il Nuovo Secolo Americano (PNAC), sviluppato da un gruppo di intellettuali e di politici denominati spesso Neo-Con, molto vicini quando non coincidenti, con il “think tank” dell’amministrazione Bush, mostra senza ombra di dubbio come l’America dovesse attrezzarsi e modificarsi per restare il paese leader planetario indiscusso anche nel primo secolo del terzo millennio. Alle difficoltà oggettive di questa trasformazione e alla constatazione dei tempi lunghi per ottenerla, i teorici del Nuovo Secolo Americano facevano notare che un’accelerazione positiva in tal senso sarebbe stat possibile solo in concomitanza di un “evento catastrofico e catalizzatorecome una nuova Pearl Harbor” (Rebuilding America's Defenses: Strategy, Forces and Resources For a New Century. A Report of the Project for the New American Century, September 2000. Pag. 63).

Molti insospettabili quindi cominciano a credere all’incredibile. Addirittura gruppi di studio e di ricerca stanno ripassando al setaccio gli aspetti meno chiari e i dettagli tecnici delle sciagure dell’11 settembre. Innumerevoli dubbi e oggettivi sorgono ad esempio se si cerca di spiegare l’attacco al Pentagono con la tesi ufficiale del Boeing. Insomma comincia a farsi strada una scuola di pensiero “complottista” che con argomenti, documenti e anche prove rivede sotto altra luce, inquietante e sinistra, l’evento che ha dato il via alla nuova era.

Ma non sono questi gli argomenti su cui vorrei focalizzare l’attenzione perché già se ne sta parlando a sufficienza. Voglio introdurre un nuovo elemento di riflessione anch’esso a mio avviso di estrema delicatezza e gravità.

Ieri è apparso su un quotidiano italiano (La Repubblica a pag. 22) un articolo di Robert Kagan ripreso dal New York Times. Kagan, insieme a William Kristol, Michael Novak e Norman Podhoretz, è uno dei maggiori esponenti e teorici neocon del PNAC. Nel pezzo, intitolato “Cina e Russia i nuovi despoti”, dopo che è stata espressa la profonda amarezza per le illusioni tradite circa la liberalizzazione e democratizzazione di quei due grandi paesi, sembra indicarli senza mezzi termini come i nuovi nemici da combattere. “Essendo autocrazie, pur non essendo alleati naturali, [Cina e Russia] hanno in comune importanti interessi, sia tra loro, sia con altri assolutismi che si trovano tutti sotto assedio in un' epoca in cui pare che il liberalismo sia in espansione. Non dovrebbe stupire nessuno, pertanto, se in reazione a ciò si palesasse all' orizzonte un'alleanza informale di despoti, assecondata e protetta al meglio delle loro possibilità da Mosca e Pechino. A quel punto occorrerebbe domandarsi quale contromisura potrebbero adottare Europa e Stati Uniti. Sfortunatamente, oggi Al Qaeda potrebbe non essere l'unica minaccia cui deve far fronte il liberalismo, né la più grande”.

Il “Progetto” quindi sta imboccando una seconda fase? Dopo la “Nuova Pearl Harbor” e la sollevazione culturale e militare dell’Occidente contro “terrorismo” e “fondamentalismo”, ci si appresta a colpire i veri mandanti? Gli ultimi ostacoli all’affermazione “liberale”?

Quali sono le iniziative “culturali”, “legali” e ahimè “militari” a cui stanno pensando i neocon e i governi che ad essi si ispirano?

postato da: GabrielParadisi alle ore 25/05/2006 11:51 | Permalink | commenti (7)
categoria:america, globalizzazione e neoliberismo, terrorismo e guerra globale
venerdì, 12 maggio 2006

Ma quale voglia di civiltà?

Nelle pagine interne dei maggiori quotidiani odierni, si può leggere un pittoresco reportage tratto dal New York Times di ieri in cui si narra di un gruppo di indigeni amazzonici giuntimezzi nudi e accompagnati da piccole scimmie”,  nei pressi di una città colombiana per chiedere… “asilo”.

La Repubblica titola “Amazzonia, l’addio degli indios ‘Abbiamo voglia di civiltà’”; il quotidiano on-line chiosa: “Un gruppo di Nukak-Makú ha deciso di vivere ai bordi di una città. Tribù amazzonica lascia la giungla: ‘Siamo pronti per la società civile". In originale il New York Times recitava: “Lasciare la natura selvaggia, e piuttosto gradire il cambiamento”. Il Corriere ha adattato: “Ottanta Nukak Makù abbracceranno il mondo moderno. Addio foresta: tribù lascia l'Amazzonia. Vivono ancora allo stato selvaggio nella foresta più profonda ma ora sembrano averne abbastanza della vita primitiva”…

Ci immaginiamo già qualche servizio televisivo in cui solerti presentatori ci racconteranno dai loro soffusi salotti la capacità attrattiva della nostra luccicante civiltà coi suoi irrinunciabili benefici: i cellulari, le merendine confezionate, le polveri sottili.

Ora una qualunque persona di buon senso, chiunque cioè si rifiuti di bere le favolette utili soltanto a rassicurare le casalinghe e utili soprattutto alla raccolta pubblicitaria, credo faccia molta fatica a immaginare che un indio, capace di chiedere guardando in alto: "su quale razza di strada invisibile camminano in cielo gli aerei?", possa decidere di punto in bianco di approdare in un mondo rumoroso, puzzolente e incomprensibile, in quanto stanco (!?) di ciò che lui e i suoi antenati hanno fatto da sempre.

Grazie a d-o e alla tecnologia (malgrado qualcuno di voi lo pensi, non sono assolutamente in contraddizione con me stesso), oggi basta qualche click di mouse per cercare di capire, per cercare di farsi un’idea magari un po’ più seria e libera.

Vi voglio perciò raccontare io qualcosa di più, qualcosa di diverso.

 

I Nukak Makù vivono in una regione situata tra i bacini del Guaviare e dello Inirida, nell’area amazzonica della Colombia orientale. Sono entrati in contatto con il mondo esterno per la prima volta nel 1988. Il primo assaggio della “civiltà” fu per loro disastroso. Molto rapidamente furono colpiti da epidemie e da malattie contro le quali non erano immunizzati: malaria, morbillo, raffreddore, e sono stati decimati. Si pensa che attualmente ne sopravvivano circa 400 mentre all’origine dovevano essere più di un migliaio.

Vivono esattamente secondo lo stereotipo delle popolazioni amazzoniche. In piccoli gruppi familiari, privilegiano la foresta isolata ai fiumi e sono costantemente in movimento. Questa grande mobilità implica che possiedano soltanto pochi e agili beni materiali, dovendo essere facilmente trasportabili. Possono così in alcuni minuti raccogliere i loro hamacs (tessuti in fibre vegetali che costituiscono i loro principali mobili), i loro utensili ed alcuni altri oggetti in borse di palme che portano sulla schiena, e ripartire.

Le case Maku, costruite per mezzo di rami e di strati di palma, hanno una struttura leggera di una solidità sufficiente per procurare loro un tetto e appendere i loro hamacs. Ogni famiglia ha un suo focolare utilizzato per cucinare, riscaldarsi ed anche per bruciare lentamente alcune particolari piante che allontanano le zanzare durante la notte. Degli zampironi naturali pare molto efficaci. I Maku si nutrono di pesce, di selvaggina, di tartarughe, di frutta, di verdura, di noci, di insetti e di miele. Gli uomini cacciano per mezzo di canne usando frecce imbevute di curaro, potente veleno che ottengono a partire da ben cinque piante diverse. I Nukak Maku non conoscono il concetto di denaro (!?), proprietà privata (!?), futuro (!). Non sanno nemmeno dell'esistenza di uno stato chiamato Colombia.

Cos’è dunque che ha fatto decidere questi tranquilli selvaggi a lasciare le loro terre al di là del grande ritorno d’immagine visto l’interesse suscitato sulla stampa mondiale da questo loro gesto?

Non ci crederete ma è questione di droga e di eserciti. Di soldi insomma. Denaro (denaro?).

 

Dagli anni ‘60, infatti le loro terre non cessano di essere invase. La stessa loro emersione alla civiltà del 1988 fu dovuta a "incidenti" che li avevano spinti a tanto. L'isolamento della regione ed il clima propizio alla coltura della coca garantisce un afflusso continuo e massiccio di "coloni senza terra".

I guerriglieri marxisti delle FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia) e le forze paramilitari di estrema destra dell’AUC (Autodefensas unidas de Colombia) si disputano la produzione lucrativa di coca e spesso forzano gli indigeni a lavorare nelle piantagioni.

D’altra parte il governo colombiano interviene impiegando l’esercito regolare e irrorando le colture di coca con fumogeni per estirpare le piantagioni.

I poveri Nukak Maku sono quindi schiacciati tra i fuochi di questa ‘guerra civile' a quattro: coloni, guérilla, paras ed esercito.

Chi pensa a loro?

Esiste un’organizzazione denominata Survival impegnata a sostenere i popoli tribali di ogni continente attraverso campagne di mobilitazione dell'opinione pubblica. A seguito di una di queste campagne, nel 1991, il governo colombiano trasformò il 95% del territorio Nukak in resguardo (territorio ufficialmente assegnato agli indiani). Survival ora sta facendo pressione sul governo colombiano perché avvii negoziati con tutte le parti e allontani dalle terre Nukak ogni presenza armata, perchè sospenda le fumigazioni delle piantagioni di coca ed organizzi una politica adeguata per rialloggiare i coloni su altre terre dove possano coltivare piante legali e vivere dignitosamente pure loro.

Survival chiede di scrivere una lettera breve e cortese (in francese o in spagnolo) ispirandosi al modello riportato qui di seguito o anche di scrivere liberamente. È preferibile inviare la lettera per posta, che è senza alcun dubbio il mezzo più efficace. Si può anche inviare il messaggio via fax, ma i numeri vengono spesso modificati o i fax staccati. Gli indirizzi elettronici sono proposti ma sovente le emails non vengono lette.

 

Altro che voglia di civiltà? I popoli normalmente stanno bene a casa loro e lì vogliono restare. Poi per sopravvivere, semplicemnete per esistere, spesso sono costretti ad andarsene... e qualcuno poi si lamenta dei migranti... 

Ecco il testo della lettera che vorrei spedissimo tutti quanti, rifiutando sdegnosamente le "favole" a lieto fine, didascalico-moraleggianti, che qualcuno ci vuol far bere.

« I Nukak sono vittime innocenti della guerra della droga che imperversa in Colombia. Esorto le autorità ad entrare in negoziato con le varie parti del conflitto per prevenire ogni operazione armata sul territorio Nukak e sulle terre degli indiani Guayabero. Le fumigazioni delle piantagioni di coca sul territorio indiano devono essere sospese ed una politica adeguata dovrebbe essere realizzata allo scopo di rialloggiare i coloni su altre terre dove potranno coltivare piante legali. I Nukak che sono fuggiti verso le città devono essere aiutati a rientrare nelle loro terre e vedersi offrire un sostegno medico adeguato ».

 

Versione in spagnolo (quella da inviare):

“ Los indígenas nukak son víctimas inocentes de la guerra de drogas colombiana. Insto a las autoridades a entablar negociaciones con todas las partes del conflicto con el objetivo de excluir el territorio nukak y el de los guayabero, sus vecinos indígenas, de cualquier tipo de operación armada. La fumigación aérea de las plantaciones de coca dentro del territorio indígena debería ser suspendida, y una política apropiada implantada para reestablecer a los colonos en tierras en las que puedan plantar cultivos legales. Se debe ayudar a los nukak que han sido desplazados de sus hogares a regresar a los mismos, y se les debe ofrecer asistencia médica adecuada”.

 

Le lettere vanno spedite a :
Son Excellence Alvaro Uribe Velez
Président de la République
Carrera 8 n. 7-26
Palacio de Nariño,
Santa Fe de Bogotá
Colombie
Fax :+ 57 1 284 2186 / 286 7434/ 337 5890/ 342 0592
Email:
auribe@presidencia.gov.co

Se possibile inviate anche una copia a :
Sr Michael Frühling
Comisión de Derechos Humanos de las Naciones Unidas
Calle 114 No. 9-45
Torre B Oficina 1101
Edificio Teleport Business Park
Bogotá, D.C.
Colombie
Fax + 57 1 658 3301/ 629 3637
Email:
oacnudh@hchr.org.co

 

Survival in Italia: Casella Postale 1194, 20101 Milano, T 02 890 0671, F 02 890 0674, info@survival.it

postato da: GabrielParadisi alle ore 12/05/2006 12:21 | Permalink | commenti (4)
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sabato, 18 febbraio 2006

NO GLOBAL AL GOVERNO? Sì GRAZIE!

Il Ministro dell’Interno Beppe Pisanu almeno un centinaio di volte al giorno mette in guardia dal pericolo dei “no-global” e degli “anarco-insurrezionalisti”.

''I no global sono una forza eversiva, anzi un movimento eversivo'' urlò Silvio Berlusconi alla vigilia dell’apertura dei giochi olimpici invernali di Torino, e aggiunse con grevità: "Avvertite questi signori e i loro fiancheggiatori che l'esecutivo assumerà misure drastiche contro coloro che facessero atti eversivi”… e a Genova, nel luglio 2001, cos’era capace quest’esecutivo l’hanno visto tutti e in tutto il mondo…

Le nostre città, in questi giorni di campagna elettorale, sono tappezzate di manifesti 6x3 con slogan molto semplici per menti semplici. Essenziali: “No-Global al governo? No grazie!”.

Sono molti anni che questa campagna diffamatoria al “movimento dei movimenti”, impropriamente detto anche “no-global”, va avanti.

Alla vigilia del Forum Sociale Europeo di Firenze nel Novembre 2002, ad esempio, altri cantori nèoconnard del liberismo e della razza, alzarono il loro grido disperato per mobilitare le coscienze contro questi nuovi barbari.

Indimenticata la rabbiosa e orgogliosa Oriana Fallaci. Una che sa parlare come pochi alle viscere delle persone povere di spirito.

Lei e tanti altri, sanno parlare benissimo alle masse “di persone impaurite per la crisi in corso ma incapaci di spiegarsela”.

Lei e tanti altri sanno parlare alle “persone che si lasciano scippare il posto di lavoro, che si lasciano avvelenare l’aria che respirano e il cibo che mangiano, in nome di un’imprecisata crescita del PIL, ma temono solo la zingara che chiede l'elemosina all’incrocio”.

A Firenze, quella volta, migliaia di persone, di studiosi, di economisti, di politici e filosofi si incontrarono e parlarono serenamente dei problemi del mondo. Prospettarono soluzioni sostenibili e progetti che per una volta vedessero l’uomo al centro di tutto e non il profitto.

Prima di Firenze e dopo, a Porto Alegre come a Mumbai il movimento dei movimenti, impropriamente detto “no-global”, ha continuato a parlare di pace e di equità sociale. Ha continuato a denunciare le storture e le ingiustizie di questo sistema. Ha continuato a prodigarsi con le sue tante anime nel sociale e nelle attività umanitarie in giro per il mondo.

Ma sempre, alto, impietoso, si è levato il grido di allarme. Si è messo in guardia la gente dal pericolo “no-global”.

Normalmente ad ogni giornata del campionato di calcio italiano (il campionato più bello del mondo), avvengono più incidenti e devastazioni di quanto non sia mai accaduto durante un qualsiasi corteo o una manifestazione del movimento. Talvolta sono centinaia di migliaia le persone che partecipano a quegli eventi e i facinorosi o più spesso gli “infiltrati” risultano essere sempre al disotto della stessa naturale fisiologica percentuale statistica.

Eppure tutti, sempre, a gridare immancabilmente al pericolo “no-global” e agli “anarco-insurrezionalisti” (!?).

Ma, ditemi, chi di voi ha mai conosciuto un “anarco-insurrezionalista”? Me lo descriva per favore…

Pericolo “no-global” dunque…

Ma poi, qualche sera fa un cosiddetto ministro di questa Repubblica ha indossato in TV una maglietta con le vignette blasfeme che tanto hanno infiammato nelle scorse settimane le popolazioni islamiche in tutto il mondo. In Libia, ieri, per via di questa sceneggiata squallida, sono scoppiati disordini che hanno fatto non meno di 11 vittime.

La provocazione ignobile è stata talmente vergognosa che persino il governo, questo governo, quello di Bossi e di Fini, quello di Berlusconi che si apparenta con i fascisti di Forza Nuova e con gli sgrammaticati organizzatori di polizie parallele ma che non vuole candidati i loro leader perché impresentabili al popolo dei “moderati-benpensanti-liberali alle vongole-cattolici”, insomma agli “anticomunisti”, ecco, questo governo, persino questo governo ha provato disgusto per l’operato di quel ministro e l’ha dimissionato.

Calderoli Roberto, nato a Bergamo nel 1956. Un dentista coi denti guasti che ha persino fatto parte della nuova costituente. Ebbene sì, a Lorenzago davanti a un piatto di cotechino e polenta, costui, insieme ed altri tre o quattro cosiddetti “saggi” pensarono di riscrivere la Costituzione Italiana … Buon Dio…

Dunque il pericolo sono i “no-global” e le loro parole di PACE e GIUSTIZIA. Non un governo che ha seguito Bush nell’avventura di una guerra illegale e cruenta, non un governo i cui esponenti incitano o fomentano la “guerra di civiltà”. Il pericolo, ci raccontano, è sempre e solo quello dei “no-global”… I no-global sono diversi.

E in effetti il “mondo migliore” che essi ritengono “possibile” (inguaribili ottimisti) è molto ma molto differente da quello immaginato e voluto da queste persone…

"Attraverso strumenti affinati di geo-economia il mondo industrializzato riesce ad avere i vantaggi delle ex colonie senza occuparne i territori: attraverso manovre economiche, finanziarie, alimentari e influenzamenti politici dell'informazione" Gen. Carlo Jean. ("Le sfide per affrontare il cambiamento", dall'ufficio relazioni interne Fininvest, 1991).

postato da: GabrielParadisi alle ore 18/02/2006 18:01 | Permalink | commenti (5)
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martedì, 14 febbraio 2006

I sicari dell’economia

 

 

 

John Perkins, da noi contattato, ci ha gentilmente inviato alcune brevi considerazioni sul problema del superamento della “corporatocrazia” e sull‘attuale crisi iraniana.

Prima di sviluppare una breve recensione del suo bestseller “Confessioni di un sicario dell’economia”, riportiamo quanto ci ha scritto:

Referring to corporate globalization, it is a rip-off of developing country economies and resources. We need to turn this around and force our corporations to set as their goals not the profiteering by a few rich owners and managers, but rather the betterment of those who work for the corporations, purchase from them, and supply raw materials -- as well as the communities and environments around the world where these three groups of people live. We must transform the power base of the corporatocracy and that power base is the corporation”.

Iran is not about the nuclear issue as Bush and so many others would like us to believe. It is instead about oil and also the Iranian threat to use euros -- instead of dollars -- to purchase oil. Very similar to Iraq”.

Perkins in sostanza, vista anche la sua storia personale, ritiene che il sistema possa essere cambiato dal suo interno. L’idea di un “liberismo temperato” non entusiasma tanti e non è detto nemmeno che ci siano ormai tempo e capacità per apportare i necessari cambiamenti.

Riguardo all’Iran esso si inserisce tra i paesi non disponibili e conniventi con la “corporatocrazia”. Per essi le alternative sono poche, come ci ricorda Perkins nel suo libro: o il cambio cruento di regime o la guerra.

Per l’Iran quindi sembra più probabile la seconda che abbiamo detto.

Un ringraziamento va a Mrs. Sabrina Bologni dello staff di John Perkins che fatto da tramite e ha reso comprensibili a John le mie domande in un inglese sicuramente incerto e claudicante.

Ma un ringraziamento veramente speciale va a Sabrina Bologni (guida per la storia di Superava) che grazie ad una meravigliosa omonimia amplificata dalla rete ed al suo simpatico interessamento ha reso possibile in definitiva il contatto e quindi questo articolo.

 

 

John Perkins è stato per 10 anni (a partire dal 1971) un professionista alle dipendenze della società di consulenza americana Chas. T. Main, con sede a Boston e con più di 2000 dipendenti.

John Perkins oggi dichiara di essere stato un “Economic Hit Man”, un “sicario dell’economia”.

In qualità di Chief Economist and Director of Economics and Regional Planning, il suo mestiere principale consisteva nel convincere i responsabili dei paesi in via di sviluppo nei quali operava (Less Developed Countries - LDCs) ad accettare ingenti prestiti da Banca Mondiale e Agenzia statunitense per lo sviluppo (U.S. Agency for International Development) per mettere in cantiere immensi progetti infrastrutturali. Questi progetti di fattibilità erano sempre e volutamente gonfiati, presupponendo ritmi di sviluppo vertiginosi e improbabili.

In effetti la quasi totalità del denaro prestato finiva poi (e finisce ora) nelle mani della stessa Main, di Hulliburton, di Bechtel, di Brown & Root, di Stone & Webster e di tante altre compagnie statunitensi di ingegneria e costruzioni.

Al di la di questo aspetto di cui tra poco analizzeremo le implicazioni, obiettivo di questa politica che ha interessato negli ultimi trent’anni tutti i paesi possessori di materie prime preziose, petrolio in primis, era la dipendenza, che possiamo tranquillamente anche definire vera e propria schiavitù, che si veniva a instaurare tra questi stessi paesi e quella che John Perkins definisce “corporatocrazia”. Quanti modi diversi di definire l’IMPERO…

Questi paesi infatti, spesso con governanti compiacenti e complici, si venivano a trovare nella condizione di dover far fronte al debito contratto non potendo reinvestire in opere e in servizi sociali gli introiti delle vendite delle loro risorse e dei loro beni più preziosi. John Perkins scrive:

L’Ecuador è un tipico esempio di quei paesi in tutto il mondo che i sicari dell’economia hanno portato al loro ovile politico-economico. Per ogni 100 dollari di greggio estratto dalle foreste pluviali ecuadoriane, le compagnie petrolifere ne ricevono 75. Dei restanti 25 dollari, tre quarti vanno a coprire il debito estero. Gran parte della rimanenza va all’esercito e per altre spese di governo; rimangono circa 2 dollari e mezzo per sanità, istruzione e altri programmi di sostegno ai poveri. Così, su 100 dollari di petrolio estratto dalla regione amazzonica, meno di tre vanno a quelli che ne hanno più bisogno, che più hanno subito l’impatto negativo delle dighe, delle estrazioni e degli oleodotti sul loro modo di vivere, e che stanno morendo per mancanza di cibo e acqua potabile. Tutte queste persone – milioni in Ecuador, miliardi in tutto il pianeta – sono potenziali terroristi. Non perché credano al comunismo, all’anarchia o siano essenzialmente malvagie, ma semplicemente perché sono disperate” (pag. 23).

 

 

Riportiamo ora alcuni altri brani tratti dalle “Confessioni” che riteniamo particolarmente significativi. In dettaglio ci piacerebbe sviluppare il concetto Repubblica-Impero, che ci sembra in sè una buona e valida interpretazione di ciò che molti scambiano (in malafede?) per antiamericanismo. Per concludere poi una brevissima carrellata di alcuni (non tutti) gli intrecci ed interessi tra Corporation e attuale Amministrazione USA.

I sicari dell’economia sono professionisti ben retribuiti che sottraggono migliaia di miliardi di dollari a diversi paesi in tutto il mondo. Riversano il denaro della Banca Mondiale, dell’Agenzia Statunitense per lo Sviluppo Internazionale (USAID) e di altre organizzazioni “umanitarie” nelle casse di grandi multinazionali e nelle tasche di quel pugno di ricche famiglie che detengono il controllo delle risorse naturali del pianeta. I loro metodi comprendono il falso in bilancio, elezioni truccate, tangenti, estorsioni, sesso e omicidio. Il loro è un gioco vecchio quanto il potere, ma in quest’epoca di globalizzazione ha assunto nuove e terrificanti dimensioni. Lo so bene: io ero un sicario dell’economia” (Pag. 7).

[Bisogna] “comprendere la differenza tra la vecchia repubblica americana e il nuovo impero globale. La repubblica offriva al mondo una speranza. Le sue fondamenta erano morali e filosofiche piuttosto che materialistiche. Era basata sui concetti di uguaglianza e giustizia per tutti. Ma sapeva anche essere pragmatica, non un semplice sogno utopistico, bensì un’entità magnanima che viveva e respirava. Sapeva spalancare le braccia per accogliere gli oppressi. Era un’ispirazione e al tempo stesso una forza con cui fare i conti; se necessario, sapeva entrare in azione, come aveva fatto durante la seconda guerra mondiale, per difendere i principi in cui credeva. Le stesse istituzioni che minacciano la repubblica – le grandi corporation, le banche e la burocrazia governativa – potrebbero essere usate invece per introdurre nel mondo cambiamenti fondamentali. Tali istituzioni possiedono le reti di telecomunicazione e i sistemi di trasporto necessari per mettere fine alle malattie, alla fame e persino alle guerre, se solo le si potesse convincere a prendere quella direzione. L’impero globale, viceversa, è la nemesi della repubblica. E’ egocentrico, egoista, avido e materialista, un sistema basato sul mercantilismo. Come gli imperi che lo hanno preceduto, le sue braccia si aprono solo per accumulare risorse, per arraffare tutto ciò che vede e rimpinzarsi l’insaziabile stomaco. E’ pronto a impiegare qualunque mezzo ritiene necessario per aiutare i propri governanti ad acquisire sempre più potere e ricchezza” (pag. 185).

La vera storia dell’impero moderno – della corporatocrazia che sfrutta i disperati e sta compiendo il saccheggio di risorse più brutale, egoistico e in ultima analisi autodistruttivo della storia… Preferiamo credere al mito che migliaia di anni di evoluzione  sociale della razza umana abbiano finalmente perfezionato il sistema economico ideale… Ci siamo convinti che qualsiasi tipo di crescita economica giova all’umanità, e che maggiore è la crescita e più diffusi sono i benefici. Infine, ci siamo persuasi a vicenda della validità e della giustezza morale del corollario a questo concetto: che cioè quanti eccellono nell’alimentare il fuoco della crescita economica vadano esaltati e ricompensati, mentre chi è nato ai margini può essere sfruttato.” (pag. 297)

 

 

In Hulliburton sia W. Bush, sia D. Cheney hanno o hanno avuto interessi diretti. Cheney ne è stato anche amministratore delegato con stipendi, azioni e opzioni per oltre 45.000.000 di dollari.

L'affiliata dell'Halliburton, la Kellogg Brown & Root (KBR), si è recentemente assicurata in Iraq contratti per il valore di 7 miliardi di dollari dall'U.S. Army Corp of Engineers per il recupero dei pozzi petroliferi in fiamme.

Caspar Weinberger, era consigliere generale della Bechtel. L'ex vice Segretario all'Energia, W.Kenneth Davis, era vicepresidente della Bechtel. Riley Bechtel, il presidente della compagnia, è nella Commissione presidenziale per le esportazioni. Jack Sheenan, un generale dei marines in pensione, è vicepresidente anziano della Bechtel e membro dell'US Defence Policy Board. L'ex Segretario di Stato Gorge Shultz, che è nel consiglio d'amministrazione del Bechtel Group, è stato presidente dell'ufficio consultivo del Comitato per la Liberazione dell'Iraq.

 

 


 


 


 

 

postato da: GabrielParadisi alle ore 14/02/2006 15:19 | Permalink | commenti (4)
categoria:america, globalizzazione e neoliberismo, terrorismo e guerra globale, perkins john
lunedì, 30 gennaio 2006

Dubito ergo sum

Passeggiavo (pateticamente?) nel giardino (Pardes) della mia casa, quando t’incontro un bel signore, rosso di capelli e possente d’aspetto che pare un… Senatore.

Seguito spontaneamente da qualche discepolo intento a prendere diligentemente appunti (spiccava, tra tanti “orribili lavoratori”, una gabbianella dall’occhio vispo e allegro), egli andava declamando a voce alta:

La verità dei fatti, su certi fatti, non ammette dubbi!”.

M’avvicinai, “tremebondo come un budino” e provai a dire:

“Ehhh… A vent’anni la pensavo anch’io così…”.

Colpito da tanta sfrontatezza il Senatore d’impeto rispose:

Che dice giovinotto? Il dubbio non è una virtù. Il mio amico Des Cartes diceva Cogito ergo sum, e non avrebbe mai detto Dubito ergo sum”.

Pardes: “Lei m’insegna però che fu grazie al Dubbio che Des Cartes giunse alla scoperta di una verità. E cioè l’esistenza attraverso il pensiero… Dubitando penso e se penso esisto… Io avrei detto più precisamente: Dubito ergo cogito ergo sum… ma forse sarebbe stato meno incisivo, lo ammetto”.

Il Senatore mi guardò in tralice facendosi per un attimo scuro in volto, poi subito rasserenato prese a dire:

“… il dubbio è fondamentale ma solo come metodo per affrontare ciò che non si sa… Esso è la misura della consapevolezza di ciò che non sappiamo. Il dubbio è un dovere quando sappiamo di non sapere…”.

Pardes: “Ecco, appunto, e io credo di non sapere tante cose…”.

Sen: “Ma il punto è: e se sappiamo di essere nel vero?”.

Pardes: “Ma chi ce lo dice a noi, mi perdoni, di essere nel vero… se non il nostro stesso pensiero… umanamente fallace… se non, talvolta, la nostra umana presunzione… ”.

I miei banali argomenti, della cui ovvietà mi vergognavo anche un po’, lo spinsero (con compassione?) ad aggiungere:

… figliuolo, se sappiamo che Hitler ha creato lo sterminio di un popolo come prodotto industriale; se sappiamo che il comunismo ha compiuto la più efferata e continua strage di civili, donne e bambini, gente innocente uccisa allo scopo di applicare la teoria del terrore come strumento di controllo (e non, che so, la punizione a furor di popolo dei collaborazionisti, o "gli eccessi" sanguinari di una rivoluzione)… se sappiamo tutto ciò: CHE DOBBIAMO FARE CON QUESTA VERITA'?...

Pardes: “Sì… sì… però mi permetta…”.

Sen: “… Dobbiamo, avvertire che dubitiamo, che non sappiamo bene, che alla fine chi la vede bianca e chi la vede nera, che va' un po' a sapere davvero come andarono le coseeee?

S’era tutto infervorato a quelle rosse immagini che balenavano nella sua mente (gonfaloni selvaggi, operai “reali”, stelle resistenti e armate solcanti generali inverni…), che il suo natural rossore (i peli, le gote), ora pareva ancora più intenso. Era come se quel ROSSO l’avesse ingoiato per intero, metabolizzato e ora irradiasse, sinistro, da tutta la sua autorevole figura. Ne fui quasi spaventato se non ci fosse stato, rassicurante nella sua dolcezza, lo sguardo (a tratti estasiato), della gabbianella lì accanto…

… il COMUNISMO e NON (attenzione giovanotto) lo "stalinismo"… ma proprio il comunismo, compreso quello emiliano del triangolo della morte…”.

La piadina che tenevo ormai fredda in mano aveva di certo, tradito la mia terra d’origine... il Senatore intanto, come in trance, continuava imperterrito l’orrenda sequela “… quello cubano, angolano, valtellinese, vietnamita, albanese, spagnolo, istriano, iugoslavo, rumeno, bulgaro, tedesco…”.

Cercai di interrompere lo sciagurato elenco dei paesi in cui il realismo sovietico e il maoismo avevano fanno scempio di libertà e di uomini, con un timido argomento:

“… per la verità sono debole per quanto riguarda il "Comunismo Valtellinese", ma credo di conoscere un po’ quello emiliano post triangolo della morte… che oltretutto, se vogliamo dirla tutta, quella brutta similitudine geometrica, potremmo anche ricondurla alla “ punizione a furor di popolo dei collaborazionisti”, o "agli eccessi sanguinari di una rivoluzione”… perché di rivoluzione si trattò… una rivoluzione che aveva cacciato un regime illiberale… fascista… bisogna poi ricordare che s’era trattato di una vera e propria guerra civile, che tanti pensavano solo a brute e cieche vendette, che delinquenti ci sono in qualunque famiglia e poi… sa come si dice di solito: "chi semina vento…"”.

Per un attimo temetti il peggio. I discepoli del Senatore, molti vestivano una tonaca nera, cominciarono a gridare agitando pericolosamente calami e calamai, temperini e pani di pomice…  Il senatore li calmò con un gesto della mano, così, anche se col cuore in tumulto, potei continuare…

“… io non giustifico nessuna violenza. Mai. Credo anche però, e mi duole dirlo, che in certi momenti della storia la violenza si sia resa necessaria per interrompere altra violenza più grande… ma ora voglio credere che si possa farne a meno della violenza. Con la ragione, con la tecnologia di cui disponiamo. Che oggi si possa evitarla anche quando sembrerebbe essere l’ultima e l'unica opzione… temo che a volte ricorrervi sia un interesse di pochi a scapito dei tanti…”

Il senatore restò in silenzio un istante. Voleva completare il suo ragionamento…

Sen: “cosa dobbiamo dire a coloro che oggi, nel 2006 hanno scelto con orgoglio di chiamare se stessi comunisti, o di "non rinnegare" (esattamente come i vecchi fascisti) il passato comunista, negando che tale passato possa essere minimamente equiparato a quello nazista?

Pardes: … Io credo che il comunismo in Italia nel periodo repubblicano sia stato prima di tutto un movimento civile, democratico, che s’ispirava a un’utopia forse, utopia che però non era malvagia in quanto tale. Quell’utopia è stata devastata dallo stalinismo”.

“Concretamente, da noi, in Italia, quell’idea si è tradotta in una classe dirigente di amministratori capaci che hanno avuto una grande sensibilità per il sociale, che hanno messo al centro della loro azione la solidarietà… Tanti deboli, diversi, emarginati si sono sentiti rappresentati da quell’idea e da quelle persone, che hanno operato spesso più cristianamente di tanti che sbandieravano il cristianesimo ad ogni piè sospinto…” 

Sapevo, già mentre articolavo quest’ultimo pensiero, che anch’esso avrebbe scatenato le ire dei discepoli… Così fu. Ma il senatore questa volta non diede peso alle grida alle sue spalle, e riprese un punto del mio ragionamento che indubbiamente non condivideva:

Sen: “Comunismo e Stalinismo per me pari sono”.

Pardes: “Non credo, un dubbio ce l’ho. Non sappiamo dire cosa sarebbe stato il comunismo senza Stalin… nel movimento rivoluzionario del 1917 c’erano tante voci… c’era pluralismo d’idee… cosa poteva diventare quel movimento se non fosse stato distrutto da Stalin e omogeneizzato in una "teoria del terrore come strumento di controllo"?

Io non lo so. Ho però un dubbio. Dubito che sarebbe stato la stessa cosa.”

Qui il senatore si lasciò sfuggire un sorriso beffardo:

Sen: “Il dubbio diventa una colpa quando lo simuliamo per compiacere gli avversari in errore o che mentono, allo scopo di sembrare carini, duttili, politicamente corretti. Il dubbio è spesso un modo per esercitarsi nell'arte italiana del paraculismo, da non confondersi con l'arte di gettarsi dall'aereo con un ombrello. Il dubbista paraculista è quello che ogni volta che avanza un centimetro di verità, subito si ritrae come se avesse le dita ustionate e fa un centimetro e mezzo indietro chiedendo scusa alla verità avvertendo il mondo con un sussurro: Scusate, io dubito...”.

Quest’uomo ha delle grandi doti di satira, pensai, e poiché la genetica non è un’opinione, chissà come saranno i suoi figli…

… Io”, continuò, “per la verità senza dubitare, tratto nello stesso identico modo, con disprezzo morale, camicie nere e camicie rosse, perché ho un problema morale mio: dove seppellire nel cimitero della coscienza 80, o forse 100, o forse solo 60 milioni di morti ammazzati, indipendentemente dalla guerra e dalle conseguenze della guerra?

Vecchie storie? No, mio caro è la storia.

E chi impedisce di conoscere i nostri ieri, vuole mantenere il controllo sui nostri domani.

Questo lo so senza dubitare, con una certa tracotanza irritante che mi viene fuori quando so di dire verità non dubitabili”.

“Ma senatore”, allora dissi, “ragionando in questo modo, non so quanti siano esattamente i morti, ma anche il nostro attuale modello, che non so se definire Capitalismo o Liberismo, diciamo tutto ciò che s’è contrapposto al Comunismo, ne ha prodotti e ne sta producendo ancora di morti, non crede? Cosa vogliamo dire delle dittature di generali o di colonnelli che buttavano in mare dagli aerei gli oppositori; che prendevano i figli neonati delle donne che andavano a morire e li adottavano? Cosa vogliamo dire dei "sicari dell’economia" che indebitano i paesi poveri per tenerli al guinzaglio e sfruttare le loro risorse? Queste verità sono già emerse inconfutabili come l’esistenza dei lager, dei gulag, dei laogai… Non per questo io credo di poter ritenere "moralmente responsabile" di quelle e di queste ignominie un sincero liberale o un politico conservatore.” E continuai. “Io non dubito degli orrori commessi dal nazi-fascismo e dal comunismo realizzato. Dubito che, molto più modestamente, i vari D’Alema, Fassino, Veltroni o anche Bertinotti e Cossutta che non hanno mai rinnegato il termine comunista, per non parlare poi di Rutelli…” (e qui sentii un breve ma intenso mal di pancia, forse dovuto alla cicoria che mi tornava su), “possano essere equiparati a Stalin, o a Berja o a Mao… e che rappresentino un pericolo in tal senso.”

“E’ un delitto credere che certi valori del marxismo possano ancora oggi essere validi? O anch’essi vanno gettati con l’acqua rossa e sporca?

“Parimenti, è un delitto credere ancora nella bontà del “mercato” pur assistendo alla sua degenerazione?”

“Credo non siano delitti anche se forse, un superamento di quegli schemi, da una parte e dall’altra, sarebbe auspicabile per tutti”.

“Ma comunque a me del comunismo non importa nulla", dissi allora per tagliare la testa al toro (il post in effetti stava diventando di una lunghezza inaudita) "Noto però che esso sembra ancora spaventare qualcuno, solo qui da noi però, in quest’Isola della Rugiada...

Nessuno al di fuori di qui ne parla più, nemmeno laddove per decenni il Comunismo è stato il nemico principale…

E per concludere voglio far capire che io non sono qui a difendere certo il Comunismo o la sua essenza: il marxismo…

Forse qui, in Y-Tal-Ya, mi sento più vicino a Fini, Massimo ovviamente, quando dice che Capitalismo e Marxismo sono due facce della stessa medaglia: l’Industrialismo… la Modernità. E credo anche che quest’idea di Modernità sia completamente sbagliata. Solo che il Comunismo, che la perseguiva a suo modo, è morto e sepolto, mentre il Capitalismo, che la persegue a suo modo, è ancora vivo e vegeto. Vigoroso e pimpante. Reso gagliardo dalla vittoria sul Comunismo (le poche sacche di resistenza che voi ancora pensate di vedere, qualora malauguratamente dovessero veramente esistere, saranno presto debellate). Esso, il Capitalismo Trionfante, abbandonate le virtù che pur egli aveva, vestiti i panni grevi del Neo Liberismo, ha intrapreso folle e sfrenata una corsa verso il… futuro… o verso il… baratro?

Che dilemma… che DUBBIO…”

Il senatore gli occhi mi guardò. Tutto tremante…

postato da: GabrielParadisi alle ore 30/01/2006 11:12 | Permalink | commenti (1)
categoria:globalizzazione e neoliberismo, liberali e comunisti, guzzanti paolo
giovedì, 26 gennaio 2006

Una storia d'estate

beh, sono commosso.
Pier a Bologna ci va rarissimamente; e anch'io faccio una vita piuttosto ritirata, al momento.
Non riesco a capire com'è successo, fatto sta che certe avventure come queste a un certo punto non le abbiamo vissute più. Mi dispiace e un po' mi vergogno.
Spero che tu stia bene del resto (prima o poi ci ribecchiamo)
Leo...
 
Meraviglie della blogosfera. La rete è una scoperta continua. Una sorpresa continua.

Ieri, ad esempio, stavo leggendo distrattamente una simpatica classifica dei blogger italiani, intitolata “i 24 personaggi più influenti della Blogosfera”, quando ho fatto una piacevole e a suo modo “sconvolgente” scoperta.

Ovviamente in quella classifica ci si trova Beppe Grillo, Luca Sofri, Daniele Luttazzi (che nel frattempo il suo blog l’ha chiuso per paura che diventasse un punto di riferimento e quindi di potere… Chapeau!), ma anche tanti sconosciuti.

Ragazzi e ragazze che attorno ad un’idea originale o semplicemente senza nessuna idea particolare, hanno cominciato a scrivere quello che gli passava per la mente e ora stanno lasciando un segno nella rete.

Così visitandoli un po’ a caso e leggendo qua e là, ero stato colpito in particolare da uno di questi blog “sconosciuti”, il 24° per la precisione, quello di un tal Leonardo. ”Strano caso di blogger linkato da tutti ma letto da pochi. E si ha l'impressione, dato lo scarso numero di commenti, che nessuno arrivi in fondo ai lunghi post di Leonardo che ha sempre molto da dire e scrive bene. Sottovalutato”.

Un blog “impegnato” il suo, di quelli che piacciono a me, insomma. Il penultimo post (una felice coincidenza che mi ha permesso di leggerlo), è stato scritto il 23 gennaio, lunedì scorso quindi. Leonardo l’ha dedicato a sé stesso. O meglio ai cinque anni (!) di vita del suo blog (!). Un vero precursore. Sciapò!

In questo articolo egli ripercorre molto sobriamente la storia di questa sua incredibile esperienza (“quel che si matura, col tempo, è solo una certa vertigine ad aprire l'archivio”), suddividendo in periodi ed umori le fasi e gli entusiasmi di questo suo comunque straordinario percorso.

Così leggendo del suo “Periodo Epico”, 2001-2002, scopro che Leo ha partecipato al G8 di Genova… è stato un militante di Attac Modena… e… immediatamente mi si è accesa una spia… Vuoi vedere che è quel Leo…

Corro a spulciare il suo archivio… Luglio 2002: la raccolta delle firme per la Tobin Tax (), poi Genova “un anno dopo”… corro allora alla primavera 2002... Palestina! Sì, lui era là. Non ho più dubbi. Sarebbero troppe le coincidenze inquietanti. E’ sicuramente lui. Leo da Modena…

Quella mattina, il 18 luglio 2002, alla stazione di Bologna saremo stati una decina, forse qualcuno di più. Non ricordo esattamente quando incontrammo e ci mischiammo coi ragazzi di Modena. Forse a Bologna o addirittura a Roma Termini. Pierpaolo aveva la chitarra. Leo era un tipo abbastanza serio e cupo. E Alberto, da Bergamo, era debordante nel suo candore… Questi tre ragazzi per tutto il giorno li incrociai distratto, intento com’ero ad aiutare nelle piccole cose; a filmare le facce, le parole, i colori. Non immaginavo, passandogli accanto, che avrei trascorso con loro tutto il pomeriggio e… la notte, in un viaggio a suo modo epico, dolcissimo e nel contempo allucinante: Roma-Genova in 15 ore!

Non immaginavo fotografando Alberto e il suo ingenuo cartello a forma di pugno col dito medio alzato: “No alla Bossi-Fini”, mentre cercava invano di saltare le transenne e appenderlo alla porta di Montecitorio, quanta dolcezza ci fosse in quel corpaccione irsuto.

Non immaginavo ancora quanta forza ci fosse dietro alla barba incolta e rada di Pierpaolo; quanto “disinteresse” e grinta ci fosse dietro gli occhiali e oltre quella maglietta rossa (un % bianco in mezzo) di Leo.

Avevamo raccolto 178.000 firme in tutt’Italia ed Emiliano Brancaccio era andato a consegnarle alla Camera. Firme per presentare una Legge d’Iniziativa Popolare e istituire quella benedetta tassa. I rappresentanti del popolo non ci pensano e allora si muove il Popolo!

Lo striscione era stato stampato con 158.000 e quindi ci avevamo attaccato sopra un foglietto scritto col pennarello per correggere quel valore ottenuto in tante settimane di impegno, di fatica, ai banchetti, a raccontare ai passanti cosa fosse la Tobin Tax. A spiegare quante cose ci siano da fare al mondo per renderlo migliore… possibilmente.

Nella piazza bollente erano venuti a parlare anche alcuni deputati o senatori. Ricordo Malabarba, forse anche qualche Verde. Di tanto in tanto un onorevole transitava frettolosamente ingiaccacravattato e s’infilava nel Palazzo.

Quella mattina era venuto e aveva parlato anche Tom Benetollo, che poi ci ha lasciato… e Marco Bersani, Vittorio Agnoletto. Erano giorni quelli di grande forza del movimento e dei Social Forum. A novembre ci sarebbe stata quella meravigliosa e grandiosa kermesse di Firenze… C’era fermento e gioia palpabile.

Dopo un rapido brindisi in piazza, a pranzo s’era andati tutti in un centro sociale nel cuore di Roma. Un po’ di fresco in un cortile, un po’ d’acqua e un boccone.

E lì s’era deciso come salire a Genova per la 3 giorni a ricordo del tragico e formidabile G8 dell’anno prima. C’era un treno speciale; c’erano tante auto… e così io capitai con loro tre. Alberto, Pierpaolo e Leo.

Alberto si dimostrò un guidatore d’una prudenza oltre misura. Per tutto il viaggio non avremo mai superato le 40 miglia orarie. In un paio d’ore abbondanti eravamo riusciti a lasciarci alle spalle il Grande Raccordo Anulare, e imboccato la vecchia e gloriosa Via Aurelia… Ma l’autostrada? Troppo pericolosa… abbiamo tempo del resto...

Così, lemme lemme l’auto caracollò risalendo, con calma, una penisola infuocata. Canzoni strimpellate, racconti, storie. E una sensazione dolcissima di vivere, io, molle imprenditore pentito, un’avventura tenue eppure intensa con ragazzi pieni di vita, di umanità. Colpito dal loro lucido e “calcolato disinteresse”. Leo usciva da una vicenda personale molto dolorosa e difficile. Eppure era andato in Palestina (ai suoi aveva parlato di vacanza in Spagna… poi in Spagna c’era stato qualche guaio e lui, da Ramallah, per telefono a tranquillizzarli…).

Era andato in Palestina per frapporre semplicemente il suo corpo tra genti affinché non si combattessero più. Aveva rischiato, rischiava tutt’ora senza nulla in cambio. Solo la grandiosa e pazzesca, la folle idea di farlo per migliorare il mondo…

Nel nostro incedere, con lentezza, non mancò un guasto al radiatore con sosta forzata… canicola… anch'io, più modestamente, una telefonata falsa e rassicurante alla moglie al mare… Sì, si, dormirò a La Spezia… (ironia del destino…) per lavoro, sì, vedrò Marco ricordi?… una misera bugia… a metà…

In effetti a La Spezia ci arrivammo e ci dormimmo anche. In stazione però, sulle panchine. L’andatura di Alberto, che aveva poi proseguito per Bergamo, per andare a prendere una compagna con la quale sarebbe ridisceso a Genova il giorno dopo, era stata tale da farci giungere fuori tempo massimo per l’ultimo treno utile. Il successivo sarebbe stato solo alle ore 3 e 40 a.m. (!?). E allora stremati ci accovacciammo dove si poteva. Lo zaino come un cuscino. Il freddo micidiale, che non ti aspetti in luglio, ma la notte sarà sempre così? Un freddo che ti entra nelle ossa. E pensi agli homeless… d’inverno, no il 18 di un caldo luglio…

L’estate non si pensa a felpe o ad altro. Io per lo meno non ci avevo pensato. E Pierpaolo allora mi presta la sua. Non riesce a dormire e continua a suonare dolcemente la sua chitarra in bermuda nel silenzio e nel freddo della notte…

In treno poi, finalmente al caldo, riuscii a dormire profondamente per un’oretta. Mi svegliarono Pierpaolo e Leo (cosa vuol dire l’età…), altrimenti sarei arrivato a Ventimiglia.

Quello che restava della notte lo trascorremmo in un salone di una sezione (si dice ancora "cellula"?) di Rifondazione Comunista su un colle in cima a Genova. Insieme a decine di ragazze e di ragazzi dormienti, distesi qua e là in un magico disordine creativo, tra sacche, colbacchi, poster di Lenin e di Ho Chi Min alle pareti; l’immancabile Che e bandiere. Tante bandiere. Rosse. Come la passione che ci animava.

Il giorno dopo Genova ci accolse con trepidazione: “siete no global?”. “si, ma siamo buoni…”. Leo annotò nel suo blog: “Per fortuna la Genova quest'anno è stata un'altra cosa, che non si sovrappone in nessun modo. Un viaggio con amici vecchi e nuovi, soprattutto”. E infatti furono solo lavori e conferenze al Palazzo San Giorgio - Caricamento, al porto… e una doverosa visita alla Diaz (rioccupata simbolicamente) e in Piazza Alimonda, anzi in Piazza Carlo Giuliani – Ragazzo. Un fiore tra mille, una foto.

Alberto l’ho rivisto a Firenze al Social Forum Europeo qualche mese dopo, insieme a Heidi e a Giuliano Giuliani. Pierpaolo m’è sembrato di scorgerlo sotto un portico di Bologna solo poche settimane fa, ma io ero in autobus. Leo invece, fino a ieri, non l’avevo più rivisto, ne avevo più sentito parlare di lui... Nel suo post del 24 luglio 2002 Leo scriveva riferendosi a quelle esperienze e poi agli anni futuri: “A quei tempi io rilascerò interviste dicendo: eeeeh, ai miei tempi sì che era diverso, eravamo una manciata di animi eletti in giro per l'Italia… e pensate che io ero a Genova… ecco, quando sarò così, sparatemi. Promettetemi che lo farete. No, ma sul serio”.

E allora caro Leo, adesso lo meriterei io di essere sparato… sarà l'età...

Ciao Leo, e buona fortuna.

postato da: GabrielParadisi alle ore 26/01/2006 10:39 | Permalink | commenti (6)
categoria:no-global, globalizzazione e neoliberismo
martedì, 03 gennaio 2006

Le anime belle

La sensazione rimane quella già a suo tempo espressa.

Malgrado il desolante stato in cui versa oggi il pianeta, da qualsiasi lato lo si guardi (ambientale, economico, politico), esistono ancora anime candide assolutamente fiduciose sulle “magnifiche sorti e progressive” del liberismo.

Essi credono che il benessere delle genti possa scaturire come d’incanto dall’applicazione delle leggi di mercato che peraltro, secondo loro, leggi ne deve avere ben poche.

Il mercato deve potersi sviluppare senza “lacci e lacciuoli”. Gli “spiriti animali” devono potersi esprimere in assoluta libertà perché l’ “egoismo di pochi fa il bene di molti“ (S.B.).

Se ci sono parti del mondo dove questo fantomatico benessere non sembra essere ancora giunto, luoghi in cui prevale la fame, la povertà e la malattia, secondo loro è solo perché colà non si sono ancora spalancate le porte alle meraviglie del mercato e alla conseguente dilagante “modernità”.

Sussistono in quei luoghi di miseria e disperazione ancora comunismi (!?) e statalismi, in quei luoghi v’è ancora chi s’oppone alle privatizzazioni e alle liberalizzazioni di tutti i beni, servizi compresi. Per loro tutto ciò è incomprensibile. Le anime candide non concepiscono che qualcuno non voglia lasciare per esempio l’acqua, bene primario, in mano a privati che potrebbero toglierne l’erogazione se vedessero i loro interessi messi in dubbio (Sud Africa 2001).

Per costoro, le anime candide, la bella epoque del liberismo, non è finita, e i paesi del nord del mondo nei quali sopravvive qualche forma di welfare o di stato sociale che dir si voglia, sono destinati a decadere e finire essi stessi in povertà (come un qualunque paese “sudamericano”) se non smantellano prontamente tutto ciò che resta a frenare le libere iniziative e le libere intraprese.

La lotta è su due fronti. Nel sud grazie a WTO, Banca Mondiale, FMI si opera negli appositi “round” per vincere le resistenze dei paesi poveri e far dilagare il liberismo; nel nord si destrutturano i residui di stato sociale… per far dilagare il liberismo.

Attenzione, quando parlo di anime belle, non sto parlando di esponenti di primo piano del cosiddetto ”Impero”: “poteri forti”, petrolieri, lobbisti, coloro i quali insomma avrebbero certo da perdere se prevalessero politiche di sviluppo più umane e “sostenibili”. Se a ribadire con fermezza la bontà del liberismo fossero, come sono, solo i neo-con americani, o i vertici delle grandi imprese transnazionali, o al limite qualche “magnate al governo”, sarebbe comprensibile.  La cosa curiosa è che a farlo ci sia uno stuolo di acuti pensatori che fungono da amplificatori e divulgatori del “verbo”. Rincalzi insomma, apparentemente convinti della bontà delle loro affermazioni. Senza che un dubbio s’insinui mai per un solo attimo nelle loro lucide menti. Con tutto il rispetto costoro appaiono “utili idioti” (sto solo parafrasando uno di essi), che probabilmente per un piatto di lenticchie, hanno venduto il “senno al diavolo”. Vorrei crederli in buonafede ma fatico a trovare giustificazione ad affermazioni del tipo:

Ma nella mentalità dominante da queste parti (cioè negli USA, ndr) la disuguaglianza è considerata un portato naturale di una società sana e vibrante. Voglio dire che è proprio questa disuguaglianza ad accendere il clima di competition che è poi la molla della grande vitalità del sistema americano. Qui ognuno si fa da solo. Non attende aiuti, sussidi, interventi pubblici. Si dà da fare al limite delle sue possibilità per sopravanzare il prossimo… Ma questa continua corsa al sorpasso fa parte del challenge, della sfida con gli altri e con se stessi”. (Cesare De Carlo)

La Disuguaglianza un Portato Naturale (!?)... Competition (!?)... Challenge (!?)... Sopravanzare il Prossimo (!?)”… Il vocabolario di De Carlo, mi chiedo, si concilia con l’Uomo? L’idea di uguaglianza è quindi sbagliata in sè? D’accordo se ad usare questo termine è il “comunismo”, ma allora è sbagliato anche il “cristianesimo”?

Ma come si possono dimenticare le decine di milioni (decine di milioni) di cittadini americani poveri in canna e senza speranza alcuna, solo perché neri o ispanici, perché incolti ed esclusi? Come si possono ignorare le moltitudini che non hanno accesso ai beni primari solo perché esterne al ciclo del sistema, toccate solo dallo sfruttamento delle loro risorse ma lasciate a vivere di stenti perché non funzionali al business?

De Carlo commette anche un errore pacchiano. Dice che negli USA nessuno attende sussidi e interventi pubblici. Nessuno tranne gli agricoltori che così possono vendere le loro merci più a buon mercato nel sud del mondo facendo saltare le già precarie economie locali (dumping).

Il ragionamento di De Carlo poi (che non perde occasione per ricordarci che vive a Washington, in un attico… I suppose, no di certo in qualche suburra maleodorante), parte dal presupposto che il mondo sia perfettamente giusto. Che i meriti delle persone vengano sicuramente accertati e riconosciuti. Che non esistano monopoli, lobby, interessi e che quindi le potenzialità di ciascuno possano esprimersi in totale ed idilliaca libertà. E se anche, per assurdo, questo mondo dovesse esistere, mi domando, che posto spetterebbe a coloro i quali non hanno nessuna capacità da esprimere? Gli inetti, gli ignavi o chi semplicemente non ha qualità di sorta o non vuole mostrarle, che fine farebbe in questo mondo “algido e perfetto”? Non pervenuti. Semplicemente non sono contemplati nella visione di De Carlo e delle altre anime belle: “La perequazione sociale è una cazzata pazzesca. Chi la insegue e la predica perde il suo tempo a inseguire una utopia bocciata dalla storia. W la meritocrazia, no al livellamento”. (Felice Manti)

 

 

Altro “libero pensiero” di “libero pensatore”:

“Il mondo delle moltitudini soffre per il suo medio evo, la sua colpevole incapacità di produrre anziché mendicare… La globalizzazione per me è ottima, anche gli OGM sono squisiti e salveranno il mondo dalla fame, la povertà esiste per la satrapia e l’arretratezza dei Paesi e delle civiltà che rifiutano il mondo moderno e non siamo noi colpevoli della loro sofferenza… dobbiamo impegnare una quota della nostra ricchezza e della nostra tranquillità, andando a portare loro i fondamentali della democrazia e dell’economia”. (Paolo Guzzanti)

Non abbiamo colpe???

Il sindaco di Londra Ken Livingston, dopo gli attentati di luglio disse con grande coraggio che non si può dimenticare quale sia stata la politica occidentale in Medioriente, vale a dire “ottanta anni di ingerenza” a causa del petrolio, concludendo “se i britannici fossero così oppressi come i palestinesi lo sono da Israele anche noi avremmo compiuto un gran numero di attacchi suicidi”. Ma Livington si sa, è un comunista e quindi quello che dice non conta. Anzi, conferma la tesi. I comunisti si oppongono al progresso, sono d’intralcio allo sviluppo dell’umanità; perseguono un disegno illiberale di dominio del mondo.

Ecco quindi che Paolo Guzzanti, detentore di Verità, in questa logica riesce ad inserire e a giustificare anche l’esportazione della democrazia e del modello economico liberista.

Se poi lo si fa a suon di bombe e di mine, niente di male, del resto il PIL comunque cresce e ciò è cosa buona e giusta a prescindere…

Ora Guzzanti è particolarmente impegnato in queste settimane a seguire con impeto le sue piste e i suoi obiettivi “…pensiamo al futuro e pensiamo a questo mese di gennaio durante il quale io intendo sparare alcune delle principali cannonate…”, dice nell’augurio di Buon anno ai suoi fedelissimi nell’apposito Forum pensando a Prodi (Mortadella), Fassino (Cicogna) e a tutti gli altri portatori di “miseria, morte e terrore”.

Guzzanti deve dimostrare, prima del 9 aprile (il tempo stringe), che i comunisti esistono ancora e che sono pericolosi. Che i comunisti sono dietro alle peggiori nefandezze avvenute nella nostra sfortunata repubblica e la storia recente va riscritta integralmente: la storia delle BR e del rapimento Moro, ad esempio, la strage di Ustica e la strage alla Stazione di Bologna…Appena sarà passata ‘a nuttata e avrà un po’ di tempo gli chiederò se gli piacerebbe veramente assaporare qualche bella fragola geneticamente modificata con l’introduzione di sequenze di DNA di qualche pesce artico al fine di renderla resistere alle basse temperature (una pratica certo imparata direttamente da Madre Natura…); gli chiederò se assaggerebbe volentieri i piselli OGM prodotti in Australia resistenti al 100% alle infestazioni da parte degli insetti, ma che producono nelle cavie (per ora topi) infiammazioni ai polmoni…; gli chiederò cosa pensa della tecnologia Terminator della Monsanto e della sua variante Traitor (escogitata non per coprire con esile velo la vergogna per aver solo immaginato la prima delle due, ma per bypassare gli impedimenti posti alla realizzazione dell’irrinunciabile e supremo “Profitto”…); gli chiederò se trova una spiegazione plausibile ed accettabile a tutto ciò e se, in queste logiche, ci trova veramente lo spirito per “salvare il mondo dalla fame”…

 

 

postato da: GabrielParadisi alle ore 03/01/2006 12:01 | Permalink | commenti (2)
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lunedì, 26 dicembre 2005

SUD AMERICA vs USA

 

 

Cesare De Carlo, come aveva promesso, ha risposto nella sua rubrica sul Resto del Carlino  "Made in Italy", alla mia lettera del 14 novembre, in cui contestavo alcune sue affermazioni sull'America Latina e la fiducia sfrenata che sembra nutrire per le ricette neo-liberiste. Un altro lettore, Daniele Ruozi di Reggio Emilia, che aveva espresso grosso modo le stesse mie perplessità ha ricevuto anch'egli risposta nella medesima rubrica pubblicata sul Web venerdì 23 dicembre. Tale risposta di De Carlo integra quella a me indirizzata. Di seguito riporto i testi di questi interventi. Mi riservo in un secondo momento una replica approfondita, sembrandomi, le risposte di De Carlo, particolarmente superficiali e insoddisfacenti.

[vedi]...Ora se cortesemente vuole rispondermi, motivando magari in  maniera più esauriente il suo pensiero gliene sarei veramente grato. Cordialmente, Gabriele Paradisi

E' il welfare che fa la differenza
Certo che le rispondo, anche perchè la sua critica è bene argomentata, ma purtroppo – mi lasci aggiungere – basata su alcuni errori di prospettiva. Per esempio: se è vero che le società europee sono più sensibili al solidarismo e alla giustizia sociale, è altrettanto vero che non crescono affatto. Voglio dire che da un decennio non producono più ricchezza. E sa perché? Perché i costi di quel welfare sono diventati insostenibili e non ci consentono di dedicare mezzi sufficienti alla ricerca scientifica e all’innovazione tecnologia. Senza dei quali, confrontati come siamo con la concorrenza sleale della Cina, non ci può essere creazione di nuovi posti di lavoro e dunque di nuova ricchezza. Senza nuova ricchezza non ci saranno maggiori entrate fiscali e tutti, ma proprio tutti, saremo più poveri. E’ quanto sta accadendo in Italia. L’Italia è al penultimo posto in Europa, prima della Grecia, come numero di investimenti stranieri. Che significa? Significa che il capitale internazionale non ha fiducia nel nostro Paese, che è scoraggiato dalle sue lentezze, dall’inefficienza del suo apparato pubblico, dall’eterna conflittualità, dalla corruzione, eccetera, eccetera. Questo declino mi ricorda molto quello di tanti Paesi dell’America Latina, loro più di noi intossicati da un’ideologia anacronistica e paralizzante. Ecco perché con riluttanza azzardo spesso il paragone con il Sudamerica. L’Italia si avvia a diventare l’unico Paese sudamericano d’Europa (l’Italia, non la Spagna che pur ha colonizzato mezzo emisfero americano). E il Cile da lei citato si rivela sempre più l’unico Paese europeo del Sudamerica. Questi sono fatti. Tutto il resto sono chiacchiere.

 

 

 

 

ECONOMIE A CONFRONTO "Il mercato non può che essere libero"

Egregio Cesare De Carlo,

chi le scrive è un cittadino italiano che ha letto oggi un suo articolo pubblicato sul Resto del Carlino e avente oggetto le recenti proteste antiamericane, ma sarebbe più corretto dire antimperialiste (per chiamare le cose con il loro vero nome, che al giorno d´oggi sembra quasi vietato pronunciare), avvenute a Mar del Plata in coincidenza con il IV Vertice delle Americhe.

Ciò che è avvenuto in questo lontano lembo di terra non le avrà sicuramente fatto piacere; lo si nota abbastanza chiaramente dal tono e dagli argomenti utilizzati nel suo articolo. E´ perfettamente legittimo; ognuno ha diritto di avere e professare le proprie idee, per quanto strampalate siano. Quello di cui non si ha diritto, giornalisticamente parlando, è il disprezzo e l´insulto con cui Lei apostrofizza i contestatori (tutti i contestatori, non solo chi ha provocato disordini, badi bene), chiamandoli "idioti".

Per la grave colpa di non aver ancora compreso la "bontà del libero mercato" (parole sue).Dimenticando, o fingendo di dimenticare, che queste persone, la "bontà del libero mercato" la vivono quotidianamente sulla propria pelle; da anni. A lei sembrerà strano, oltre che ingrato, ma forse proprio perché conoscono questa "bontà" così bene e ne pagano ogni giorno i suoi effetti sulla propria pelle, che ne hanno abbastanza.

Non mi risponda con la solita tiritera che la colpa della miseria atavica di queste popolazioni risiede nella corruzione della sua classe dirigente e non nelle ricette taumaturgiche del liberismo. Si dimenticherebbe infatti che questo continente, nella sua interezza, in meno di 80 anni, si è trasformato da un continente di immigrazione (cioè dove anche gli europei andavano a cercare fortuna) a un continente di emigrazione. Emigrazione tragicamente aumentata nel corso degli ultimi venti anni; guarda caso proprio da quando sono state applicate le ricette neoliberiste, in quasi tutti i paesi.

Saranno stati tutti corrotti?

Cordiali saluti.

Daniele Ruozi. Reggio Emilia


P.S. già una volta ho avuto il piacere di scriverle in merito a questo argomento ma non ho avuto il piacere di ricevere risposta; ciò mi ha ingenerato il sospetto che in realtà lei non esistesse; sospetto alimentato peraltro dalla, diciamo così, bizzarria degli argomenti da Lei portati; mi dicevo: "no...non può esistere veramente una persona così....". Stavolta spero di essere smentito da una sua risposta.

E invece esisto. Con la conferma le rinnovo però le mie scuse. E’ possibile che nella quantità di lettere, alle quali ahimè rispondo sempre con troppo ritardo, la sua sia andata perduta. Me ne dispiace.

Dunque: le ricette neoliberistiche avrebbero impoverito l’America Latina. Scusi, ma lei conosce una ricetta diversa per far progredire una società, per favorire la diffusione del benessere, per salvaguardare con la giustizia sociale l’altrettanto sacrosanto diritto individuale di esprimersi, darsi da fare, realizzarsi in quanto – grazie al cielo – non siamo tutti uguali e non dobbiamo tutti vivere alla stessa maniera?

Una volta ce n’era un’altra di ricetta, quella collettivistica alla sovietica e sa come è finita. Poi c’era una ricetta a metà strada, quella delle socialdemocrazie europee, la ricetta scandinava. Ma è stata sfrondata abbondantemente negli anni Ottanta quando ci si è accorti che costava troppo, che le tasse per mantenerla in vita erano troppo alte e che aveva tolto al cittadino la voglia di muoversi da solo.

L’America Latina è passata da terra di immigrazione a terra di emigrazione (ogni anno 6-700 mila latino-americani entrano legalmente o illegalmente nel territorio degli odiati gringos del nord) per il motivo opposto a quello da lei citato. Non perché il liberismo importato volontariamente (badi bene) dagli Usa non abbia funzionato, ma perché è stato copiato male e contaminato dall’endemica corruzione che – tanto per citarle un esempio recente – ha finito per contagiare anche un ex sindacalista apparentemente duro e puro come Lula in Brasile.

Caro Ruozi, si rassegni, il mercato non può che essere libero. Se non lo è, non è più mercato e urta contro la condizione naturale dell’uomo che è quella di speculare (verbo nobilissimo) sulle proprie capacità e sulle opportunità offerte dal prossimo. In uno spirito di sana e naturale competizione e nel rispetto delle leggi.

Cesare De Carlo

 


 

Cesare De Carlo

 

 

postato da: GabrielParadisi alle ore 26/12/2005 22:56 | Permalink | commenti
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mercoledì, 14 dicembre 2005

La gente che dice “NO”

 

 

Il mondo delle moltitudini soffre per il suo medio evo, la sua colpevole incapacità di produrre anziché mendicare e questo è oggi un enorme danno, mentale nei suoi confronti ed economico nei confronti delle moltitudini, causato dal comunismo” ”La globalizzazione per me è ottima, anche gli OGM sono squisiti e salveranno il mondo dalla fame, la povertà esiste per la satrapia e l’arretratezza dei Paesi e delle civiltà che rifiutano il mondo moderno e non siamo noi colpevoli della loro sofferenza, a meno che non ci decidiamo – ed è quel che penso – ad impegnare una quota della nostra ricchezza e della nostra tranquillità, andando a portare loro i fondamentali della democrazia e dell’economia”. (Paolo Guzzanti)

 

 

Così mi scriveva qualche giorno fa il Senatore. Sugli OGM tornerò presto, sulla sua visione della globalizzazione vorrei iniziare a ragionarci ora.

Lei senatore crede veramente che il comunismo sia la vera sola causa delle sofferenze dell’umanità?

Crede che la non accettazione supina della cosiddetta “modernità” sia la vera ragione della povertà nel mondo?

L’attuale modello di sviluppo neo-liberista, fondato sul mercato e sul profitto, non ha nessuna responsabilità a suo avviso, sugli attuali squilibri e sulle iniquità che ci troviamo di fronte?

Crede ancora alle magnifiche sorti e progressive di questo sistema?

Lei crede veramente cioè che la ricchezza e il benessere si diffonderanno “naturalmente” e ineluttabilmente a tutti?

Come mai allora, le chiedo, negli ultimi decenni il divario tra ricchezza e povertà è cresciuto di almeno 80 volte, così come è continuamente in crescita il numero dei poveri anche all’interno delle nostre stesse società ex-opulente?

Io credo che i “cittadini” del mondo stiano prendendo coscienza di quanto questo sistema (i ritmi e le leggi che lo regolano) siano sbagliati. Stanno cominciando a chiedere di sostituire il centro di gravità dello sviluppo, di sostituire il “profitto” con l’UOMO. Stanno cominciando a capire che continuando in questa direzione non ci sarà futuro. Un futuro migliore per loro, per i loro figli e nipoti. I cittadini del mondo stanno cominciando a dire “NO” e stanno insorgendo un po’ ovunque. Il comunismo, non c’entra nulla, mi creda. Chi si ostina a leggere il mondo con quegli schemi vecchi e superati temo stia sbagliando completamente diagnosi e non avrà quindi terapie che possano aiutare a risolvere i problemi immensi che ci ritroveremo a dover gestire.

Eugenio Scalfari su La Repubblica di Lunedì 12 dicembre scriveva “[nel mondo esistono] tre fratture principali: ricchi e poveri, inclusi ed esclusi, Occidente e Non-Occidente”… nello stesso articolo citava Jean BaudrillardI popoli non sanno quello che vogliono. Pertanto è inutile e pericoloso domandarglielo; tanto vale parlare a nome loro, è questa la democrazia. Ma ciò che essi assolutamente non vogliono è che dall’alto gli si rifili qualunque cosa, anche se è per “il loro bene”. Che cosa si può infatti pretendere da un popolo reso quanto mai virtuale dai sondaggi, ingabbiato dalle statistiche, braccato dai mezzi di comunicazione? Che cosa ci si può attendere se non che esso scuota il giogo, questa nuova sudditanza, opponendo a questa presa di ostaggi virtuali un “no” indecifrabile? Questo è il segno di una frattura molto più profonda di un semplice risentimento sociale ed economico. Dietro quel “no” si cela una reazione istintiva di massa contro una forma di dominio esclusivo detenuto dall’intellighenzia e dalla nomenklatura alleate insieme”… Scalfari quindi continuava: “… Metteteci dentro la rivolta delle “bidonville” dell’Ile de France, metteteci il “no” alla Costituzione europea, metteteci il cupo brontolio delle favelas brasiliane, venezuelane, equadoreňe, caraibiche, messicane; metteteci i ghetti neri e portoricani della Florida, della California, del Texas, degli altri stati del sud e del centro degli USA. Ma metteteci anche le masse musulmane indottrinate dai mullah con l’invocazione “Allah akbar”; metteteci le migliaia di kamikaze addestrati a farsi esplodere. Contro l’Occidente. Ma anche (soprattutto) contro i regimi moderati nelle loro regioni… Ma questa è proprio la gente che dice “no”. No a tutto. Quei “no” sono indecifrabili ma significano l’opposizione totale all’arroganza, magari in buona fede, di quanti gli offrono soluzioni “per il loro bene”. Questa gente pretende dignità. E poi pretende potere. Pretende di stare al centro e non più alla periferia del sistema. Si tratta di “no” trasversali, né di destra né di sinistra. Si fanno sentire in Occidente e fuori dall’Occidente, unisce giovani e anziani, uomini e donne. Perfino il “no” dei valligiani di Susa e di Venaus somiglia, sia pure alla lontana, ai tanti “no” che risuonano nel pianeta. Non è soltanto una rivolta ecologica e tantomeno contro la tecnologia. Semplicemente non vogliono che le decisioni siano prese da Berlusconi e da Lunardi. E forse neppure da Prodi e da Bersani se verrà il loro turno. Vogliono essere loro a decidere. Tanti punti su una circonferenza e ciascuno il punto al centro della propria circonferenza…”.

Questa mi sembra un’analisi più acuta del semplice richiamo al comunismo, non trova?

 

 

 

 

postato da: GabrielParadisi alle ore 14/12/2005 09:46 | Permalink | commenti (12)
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martedì, 13 dicembre 2005

L'Esportazione della Democrazia costa!

Gli Stati Uniti restano impigliati nella storia a esercitare il potere in un mondo anarchico, hobbesiano, nel quale le leggi e le regole internazionali sono inaffidabili e la vera sicurezza, la difesa e l'affermazione dell'ordine liberale dipendono ancora dal possesso e dall'uso della forza”. (Robert Kagan,  teorico neo-con)

Vediamo qualche numero di questa “esportazione di democrazia”:

Ieri (12/12/05) Bush ha affermato: “la guerra in Iraq ha provocato, finora, circa 30 mila morti iracheni e 2140 perdite militari americani”.

Questo ci convince che Dabliù consulti internet. Infatti stamane il sito “Iraq body Count“, che tiene aggiornato in tempo reale il conteggio, scriveva:

Civilians reported killed by military intervention in :

Min 27383               Max 30892

E’ anche vero che un anno fa il rispettabile giornale medico britannico Lancet (29/10/04), parlando più in senso lato degli effetti collaterali, avava detto: ”circa 100.000 civili iracheni sono morti come conseguenza della guerra e delle azione dei militari USA”.

Ma si sa, la questura… pardon Bush, minimizza sempre un pochettino e comunque alla fine ha  sempre ragione.

Vediamo invece i costi in denaro, che come si sa è una corda (il denaro) più sensibile nell’animo dei liberisti puri:

Nei primi due anni la guerra all'Iraq è costata circa 200 miliardi di dollari.

Ormai costa 5,6 miliardi di dollari al mese, circa 186 milioni di dollari al giorno. Qui c’è anche qualche euro (non tanti per la verità) nostri, di contribuenti di un paese democratico la cui Costituzione ripudia la guerra (!?).

Domando ai liberisti puri: quanto potrà costare un ospedale? E la costruzione di un pozzo d’acqua potabile? Quanto potrebbe costare debellare la dissenteria? E la malaria, o il morbillo?

Io appartengo alla schiera di quei realisti che credono che l’Occidente oggi abbia il dovere di imporre non soltanto la democrazia anche con l’uso della forza, ma il benessere, l’agricoltura, le leggi civili. Questa è la nuova frontiera”. (Paolo Guzzanti)

Si vede che io non sono un realista. Credo che il benessere, l’agricoltura e le leggi civili si esportino diversamente. Forse sono ancora un sognatore.

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giovedì, 17 novembre 2005

Rivolta

Massimo Fini scrive nel suo blog: “La rivolta delle banlieu parigine non si ammanta delle vecchie ideologie di sinistra o di destra. E' una rivolta e basta. Non segnala nemmeno, come vorrebbe qualcuno, il fallimento dell'integrazione etnica e culturale, ma piuttosto quello di un modello di sviluppo che, dopo essersi dimostrato devastante sul piano esistenziale e sociale, sta facendo bancarotta anche nel campo in cui ha puntato tutto: l'economia. Per il momento, la rivolta viene principalmente da immigrati magrebini di seconda e terza generazione, ma prima o poi contagerà anche giovani e meno giovani occidentali a tutti gli effetti, poveri ma anche benestanti.
Perchè questo modello ci sta opprimendo tutti e nessuno crede più alla bella favola modernista e industrialista che ci è stata raccontata sia dai liberali che dai marxisti”.

 

Il 13 novembre sul Resto del Carlino Quotidiano Nazionale aveva sostenuto un “Faccia a Faccia” con Cesare De Carlo sullo stesso argomento: “Io trovo la rivolta delle banlieue molto interessante. Perché è apolitica, aideologica, areligiosa e non ha origine nemmeno nell’emarginazione e nella miseria, perché le banlieue parigine non sono affatto  miserabili, ma ben ordinate, fornite di tutti i servizi e collegate al centro da un’ottima rete di metrò. E’ una rivolta e basta. Contro il “sogno occidentale” sognato dai loro genitori e che questi giovani magrebini, ormai francesi, hanno capito che chiede prezzi esistenziali sempre più alti, per non dare nulla in cambio, tantomeno quell’equilibrio e quell’armonia di cui hanno memoria dai genitori quando vivevano nei loro pur poveri Paesi. Ecco perché la furia si scatena su scuole, autobus, servizi della banlieue, cioè proprio sui simboli del loro relativo benessere. Questa rivolta potrebbe estendersi anche ai giovani europei, della periferia e non, che a differenza dei ragazzi magrebini non hanno memoria di una vita più povera ma più semplice, equilibrata, serena, sensata e umana. Ma intuiscono anch’essi che deve pur essere esistito un mondo meno stressante e insensato di quello che gli viene presentato come il “migliore dei mondi possibili””. (Massimo Fini)

 

 

 

 

“Caro Fini, è certamente vero che l’esplosione della violenza in Francia non è religiosa, né politica, né ideologica. Per una volta non staremo a discutere di Islam, di terrorismo e di democrazia esportata. E’ anche vero che le banlieue parigine non sono affatto ghetti di squallore e di miseria. Ma non è più vero, almeno a mio parere, quando attribuisci al sogno di una via ancestrale e serena, benché povera e comunque mai conosciuta, la rivolta dei ragazzi magrebini. No. Non è il sogno a infiammarli e a infiammare di notte le città francesi. E nemmeno la frustrazione dello stress cui li costringe il “migliore dei mondi possibile” (il nostro), ma esattamente il suo contrario. E’ la rabbia di non farne parte. E’ l’emarginazione, lka consapevolezza – come ha detto alla CNN un giovane marocchino – che se ti chiami Rashid troverai tutte le porte chiuse. Questa è la grave, tremenda responsabilità dei governi francesi, di destra come di sinistra. La Francia si conferma il Paese più razzista del continente. Altro che melting pot all’americana! Con quale credibilità poteva impartire all’America lezioni di integrazione razziale?” (Cesare De Carlo)

 

 

Io concordo completamente con l’amara visione di Fini. Il problema penso sia molto più grave di quello che cercano di raccontarci. Penso anche che taluni non siano nemmeno in malafede, il fatto è che non hanno proprio capito. Cesare De Carlo, per esempio, che non riesce nemmeno per un istante a mettere da parte il suo filoamericanismo sfrontato e a ragionare freddamente sui temi della globalizzazione (vedasi “Quegli idioti dei latinoamericani”). De Carlo riporta tutto il problema al “banale” concetto di razzismo: “La Francia si conferma il Paese più razzista del continente…. Con quale credibilità poteva impartire all’America lezioni di integrazione razziale?”. Nessuna considerazione sul fallimento di questo modello di sviluppo… No, queste persone, credo proprio che non abbiano capito quello che sta avvenendo. E’il sistema intero che sta decomponendosi e queste rivolte temo siano solo le prime avvisaglie di un disastro ben più grave che, ahimè, ci aspetta. Le aree di povertà e di precarietà stanno aumentando sempre più e nessuno cerca di porvi rimedio. Non è più solo una questione (peraltro seria) di immigrazione più o meno clandestina, ma sono intere fasce di cittadini integrati che vengono risucchiate nel vortice dell’incertezza. Porto una testimonianza diretta. Mi capita di lavorare anche, non solo per fortuna, con multinazionali. La loro politica sta distruggendo il tessuto economico del nostro paese e nessuno muove una foglia. Siamo già al secondo livello della devastazione: le multinazionali non solo con i loro prodotti (talvolta sicuramente di buona qualità) hanno conquistato i mercati uccidendo le nostre produzioni locali, ma adesso stanno imponendo anche le loro politiche di vendita e di distribuzione. Da un paio d’anni la società con cui opero, sta fatturando direttamente i prodotti e i servizi ai clienti finali trovati da noi, che siamo quindi assimilati a semplici agenti o account manager (esterni ovviamente). Dieci anni fa eravamo più di cento società rivenditrici sul territorio nazionale, oggi siamo rimaste solo in due. Per quanto tempo ancora? Hanno sistemi web sofisticatissimi per controllare e gestire il “loro” parco clienti (CRM Customer Relationship Management), a cui noi partner, accediamo, bontà loro, tramite username e password, per inserire prospect, opportunities, forecast, ordini. Non c’è da farsi illusioni. Il giorno che non si riuscirà a sostenere più i loro ritmi e i risultati richiesti, o il giorno che decideranno semplicemente di colpo di aumentare i loro profitti cassando le provvigioni, verremo spenti… E non è un discorso che riguarda solo le multinazionali. Queste regole, che io chiamo neo-liberiste,  e che prevedono una crescita sempre e comunque del fatturato, degli utili, stanno prendendo piede anche presso le nostre aziende. La legge del “quarter” (praticamente un check trimestrale per vedere se gli obiettivi dati sono stati raggiunti) sta seminando il panico. Taluni si inventano vendite, pur di raggiungere la quota, sperando poi che si avverino… E’ lo stesso principio che ha distrutto Enron, World.com… Le severe leggi americane promulgate dopo quegli scandali hanno colpito l’illegalità di azioni (un possibile effetto), ma non hanno intaccato il meccanismo che le ha indotte (la causa). Ho conosciuto decine di professionisti preparati, macinati da questo modello; utilizzati, spremuti e poi gettati, a quarant’anni o giù di lì (forthy something), senza grandi prospettive di futuro. Dietro ciascuno di loro c’è spesso una famiglia, che diventata improvvisamente una famiglia “povera”, senza garanzie e con un futuro lungo e incerto. Dietro di loro c’è una compagna, ci sono dei figli. Quei figli, un giorno non lontano, potrebbero mettersi “le scarpe da tennis e un passamontagna nero”; quei ragazzi un giorno non lontano, potremmo vederli “ritti su un auto rovesciata e dietro una città ardente”… Gabriele Paradisi

 

 

 

 

 

 

postato da: GabrielParadisi alle ore 17/11/2005 18:06 | Permalink | commenti
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lunedì, 14 novembre 2005

Quegli idioti dei latinoamericani

I negoziati per creare l'Area di libero commercio delle Americhe, ALCA o Ftaa, tenutisi a Mar del Plata in Argentina i primi di novembre, sono falliti, anche grazie alla mobilitazione di migliaia di persone e di movimenti non solo locali. Il presidente Bush in persona era sceso a Mar del Plata per cercare di convincere i capi di stato dei paesi del sud. Invano. Vediamo a grandi linee cosa prevedevano questi accordi (dal sito della Caritas Ambrosiana): "L'obiettivo centrale di questi accordi di commercio multilaterali è di garantire e proteggere gli investimenti esteri e, a tal fine, si stabilisce una lista di tutto ciò che i paesi non possono esigere dalle imprese straniere.Per esempio non si può obbligarle, le imprese straniere, ad utilizzare mano d'opera nazionale, materie prime locali o a reinvestire i loro profitti nel paese dove si insediano.
Inoltre, se uno Stato pregiudica un investimento estero, dovrà pagare all'impresa un indennizzo non solamente per l'investimento da questa realizzato, ma anche per i futuri profitti persi. Un'impresa che si senta danneggiata da una disposizione legale di un paese può chiamare tale paese a giudizio di fronte a un arbitrato internazionale, alle cui deliberazioni la società civile e la stampa non possono essere presenti. Il grosso pericolo di questi strumenti consiste nel fatto che il loro contenuto non si limita a regolare il commercio ma si estende a ben altri temi come i servizi, la proprietá intellettuale e gli acquisti dello Stato. In termini di servizi si prevede che le imprese transnazionali ricevano lo stesso trattamento di quelle pubbliche e private nazionali; settore pubblico e privato dovranno competere a paritá di condizioni.
I processi di privatizzazione dei servizi pubblici giá in atto non faranno così che continuare nel loro corso. In tema di proprietà intellettuale tutti i prodotti della conoscenza umana, forme di vita animale e vegetale, le parole e i disegni dei popoli indigeni, potranno essere brevettati, e sottratti così a coloro a cui appartengono veramente. Nel settore degli acquisti dello Stato si permetterà la libera concorrenza tra fornitori internazionali e nazionali. All'interno di questi trattati non si vede nessun meccanismo che permetta alla gente comune di poter far valere i propri diritti di fronte ai danni che possono causare gli investimenti esteri nelle loro comunità, in cambio i diritti delle corporazioni sono totalmente esigibili e con carattere vincolante
". Detto questo, guardate cosa scriveva sul Resto del Carlino (Quotidiano Nazionale) il 10 novembre Cesare De Carlo: " Ma in Sud America il nemico resta l’orco americano. Esiste il perfetto idiota? Sì, esiste, ci assicura in un bestseller Alvaro Vargas Llosa, figlio del famoso romanziere peruviano. Più in politica che nella vita normale. Più nell’America del Sud che in quella del Nord. Una volta ai tempi della guerra fredda, c’era anche in Europa. Lo chiamavano utile, perché era utilizzato dalla propaganda comunista per diffondere la convinzione che i veri, unici, autentici nemici della pace fossero gli USA. L’Unione Sovietica no: le sue divisioni nel cuore dell’Europa le manteneva solo ed esclusivamente per prestare “aiuto fraterno” quando la controrivoluzione minacciava il suo impero. Il perfetto idiota vive oggi in America Latina. Non si è accorto che il mondo è cambiato. Crede nella zavorra ideologica dalla quale in Europa si sono sbarazzati persino i postcomunisti, cioè nel socialismo statalista. Fonte di tutti i mali sono il capitalismo e il mercato libero. Causa dei dissesti e della povertà sono i gringos del Nord. Il perfetto idiota è colui che, durante il recente vertice panamericano in Argentina, è sceso nelle strade. Ha ballato al ritmo del sempre stupefacente Maratona, ha devastato banche e fast food, simboli di colonialismo economico. Ha applaudito al banale populismo di Chavez e non si è chiesto come mai nel suo Venezuela, nonostante i 100 milioni di petrodollari giornalieri, la povertà abbia oltrepassato il 50% della popolazione. Tutto questo non è nuovo. E dunque non sorprende quanto accaduto a Mar del Plata. Sorprende invece che Bush ci sia andato e abbia sperato di vendere ai partenrs latino-americani il suo piano per un’area di libero scambio. Possibile che i suoi consiglieri non gli avessero aperto gli occhi? Sì. E’ possibile. Nell’attuale Casa Bianca il disorientamento è grande. Avrebbero dovuto dirgli: Mister President non ci vada o se ci va non proponga nulla del genere, non riuscirà a convincerli tutti sulla bontà del mercato. Avrebbero dovuto ricordargli che nessuno dei suoi predecessori c’era mai riuscito. Tanto meno Bush il più impopolare presidente americano dell’ultimo secolo, e ora il messaggero sbagliato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ecco perché ai fiaschi di un periodo sbagliato ne ha aggiunto un altro in America Latina ". Ho provato a chiedergli alcuni chiarimenti. Per ora silenzio... " Gentile De Carlo, Ho letto con un certo stupore il suo articolo “Ma in Sud America il nemico resta l’orco americano” sul Resto del Carlino di giovedì 10 novembre. Diciamo che quello che mi ha colpito di più, al di là delle argomentazioni che non condivido in nulla, è il tono, degno, mi permetta, di un neo-con americano duro e puro. Senza incertezze. Lei ad un certo punto dice che una moltitudine di persone (utili idioti) “..non si sono accorti che il mondo è cambiato”. Mi domando, ma lei è sicuro di essersene accorto? Crede veramente ancora alle sorti meravigliose e progressive di questo sistema? Lei porta con una naturalezza disarmante una serie di argomentazioni e di certezze che non sembrano nemmeno sfiorate, lambite, da un minimo dubbio. Dubbio che, a guardare solo l’andamento del mondo negli ultimi quattro-cinque anni, non può non essersi affacciato, magari anche solo un attimo, nella mente di ciascuno di noi. Ricordo che lo stesso Bush, esso sì vero idiota (American Idiot lo cantano i Green Day) in mano alle lobby e a Cheney, vacillò un attimo davanti alle macerie di Ground Zero e gli sfuggì che una seria reazione a quella tragedia avrebbe dovuto prendere avvio dall’eliminazione, una volta per tutte del cancro Israelo-Palestinese, e dall’eliminazione delle enormi sacche di povertà che devastano il Sud del mondo e sono il vero terreno di coltura del terrorismo. Anche a lui, quindi, al Bush dagli occhi porcini e desolatamente ravvicinati in mezzo ad una fronte sfuggente, venne un dubbio che questo modello di sviluppo non fosse proprio l’ideale. Ma fu solo un attimo. Riprese a bombardare allegramente e non se ne parlò più. Ma noi europei, che abbiamo ancora, forse per poco ahimè, società più eque di quella americana, grazie ad una crescita economico-sociale che non ha mai dimenticato del tutto il solidarismo e la giustizia sociale, non possiamo ragionare serenamente su un possibile modello di sviluppo alternativo? Lei dice che il perfetto idiota oggi vive in America Latina (magari ha i tratti somatici indio e vive di stenti in qualche bidonville) e odia l’orco americano. Ora mi concede che alcuni popoli dell’America Latina, “aiutati fraternamente” dagli USA nei decenni scorsi, nutrano qualche diffidenza? Ha letto lei i documenti recentemente desecretati dove si esplicitano le responsabilità americane sia in Cile sia in Argentina nei primi anni ‘70? Io credo poi che anziché parlare di capitalismo e di mercato libero, si debba parlare di neoliberismo, che è un approccio leggermente diverso, se permette. Non crede che gli argentini, ma non solo loro, abbiano legittime perplessità su certe politiche di privatizzazione, liberizzazione, vista la devastazione che hanno prodotto, ad esempio su di loro i mitici Chicago Boys? Insomma il suo pezzo m’è sembrato un po’ debole. Ora se cortesemente vuole rispondermi, motivando magari in  maniera più esauriente il suo pensiero gliene sarei veramente grato. Cordialmente, Gabriele Paradisi

postato da: GabrielParadisi alle ore 14/11/2005 06:31 | Permalink | commenti (1)
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