mercoledì, 04 ottobre 2006
Arrivano i nostri
Chiunque ritiene di detenere una qualunque “verità”, si sente quasi sempre in obbligo di diffonderla. E’ per lui una missione indispensabile. Sarebbe “disumano” il contrario, non ci si deve stupire più di tanto.
Chi, d'altronde, sapendo di avere la conoscenza in mano, di possedere cioè il “segreto” della vita e magari, ritenendo pure di amare il prossimo suo, non si sente in dovere di “avvertire” i fratelli?
Taluni hanno definito questo fenomeno anche “evangelizzazione”. Altri, ispirati dalla stessa luce, sono arrivati e arrivano addirittura a disporre persino “guerre sante”, “jihad”, “giuste” che dir si voglia o anche solo di… “pacificazione”.
Il fine comunque è pressoché sempre il medesimo: portare novelle. Normalmente “buone”, a chi non abbia ancora avuto la felice ventura di esser stato illuminato dalla “rivelazione”.
I disastri che hanno combinato e combinano costoro sono quindi, sostanzialmente, dovuti ad eccesso di zelo. Mi sto ovviamente limitando a considerare coloro i quali sono mossi (per stupidità o per povertà di spirito) da oggettiva onestà. I “crociati” in buona fede, insomma. Incredibile ma vero, eppure ne esistono.
C’è addirittura chi si spinge a ritenere che questa missione abbia contribuito alla storia del mondo, ovviamente in senso positivo, avendo coinvolto genti e popoli che altrimenti ne sarebbero stati, ahimè, inesorabilmente esclusi.
Gianni Baget Bozzo, ad esempio, rispondendo qualche giorno fa ad alcune nostre considerazioni, è uno di questi. Egli infatti trovando una giustificazione etica al colonialismo occidentale si spinge ad affermare: “Il colonialismo creato dal mondo contemporaneo ha inserito nella storia del mondo popoli che ne rimanevano lontani”.
Nessun dubbio sembra sfiorare questi “paladini delle verità”. Nessuno di loro che si chieda se, per esempio, tanto per dire, a quelle genti, a quei popoli, importasse davvero essere “inseriti” in mondi, civiltà, usi e costumi a loro sconosciuti e sicuramente ostili.
Finora poi ho parlato di “missionari” mossi dalla buona fede e dal sincero desiderio di portare a tutti gli esseri viventi: civiltà, benessere e magari anche “democrazia”.
Purtroppo esistono anche altri figuri, meno sostenuti da buoni propositi o da un disegno etico seppur sbagliato.
Parlo di quei filibustieri di professione, prezzolati, che abbracciano tutte le cause (qualunque esse siano) pur di avere un tornaconto personale. Sostanzialmente potere, denaro e tutto ciò che ne consegue.
Una brutta razza, insomma. Personaggi senza troppi scrupoli o dignità, che si adeguano perfettamente al “progetto” dei primi, anzi ne diventano il loro braccio operativo, “armato”.
In questo contesto la filosofia liberista è andata a nozze. Un nuovo “dio”, potentissimo, feroce, s’è affacciato sul mondo globale: il Profitto.
In nome di esso si sono avviate nuove e più subdole e distruttive colonizzazioni.
Se nel primo novecento stava forse a cuore anche la “trasformazione-civilizzazione-integrazione” dei popoli “conquistati”, ai nuovi seguaci del profitto, di costoro nulla importa.
L’unico scopo è il raggiungimento e lo sfruttamento delle risorse naturali presenti di un determinato luogo. Gli abitanti originari di quel luogo quando non vengono soppressi da apposite guerre e da “signori” delle medesime, vengono, come da manuale, “inseriti di peso nella storia”, trasferiti cioè nelle suburre di caotiche e venefiche megalopoli (a breve sarà il caso di introdurre il più calzante neologismo di Gigalopoli o addirittura di Teralopoli), devastati dall’alcol e dalla miseria.
 
A tal proposito, abbiamo ricevuto da Francesca Casella dell’Ufficio Stampa di Survival, un delizioso volumetto e quest’articolo può essere la nostra umile recensione.
 
Il libretto si intitola “Arrivano i nostri”. E’ stato scritto e disegnato da Oren Ginzburg ed è distribuito da Survival.
Andrebbe reso obbligatorio in tutte le scuole elementari e medie della Repubblica. Le tavole sono di una ironia raffinata e amarissima, che i nostri figli, ancora, forse per poco, non del tutto consapevoli dei trituranti meccanismi del mondo circostante, saprebbero cogliere in tutta la sua potenza ed efficacia.
E’ una storia breve. Narra di un luogo meraviglioso. Una sorta di Paradiso terrestre dove convivono in simbiosi da millenni esseri viventi (umani, animali e vegetali). In questo Eden arrivano alcuni missionari a portare… lo Sviluppo Sostenibile.
 
Come sarebbe bello che nella nostra scuola se ne parlasse. Ma, ahimè, temo sia tardi. Nella nostra scuola, a parlare ai nostri bimbi, sono già arrivati gli stessi “missionari”. Quelli del “dio Profitto”
postato da: GabrielParadisi alle ore 04/10/2006 12:29 | Permalink | commenti (1)
categoria:baget bozzo gianni, globalizzazione e neoliberismo, popoli tribali
mercoledì, 28 giugno 2006

Campagna contro il razzismo dei Media

Abbiamo ricevuto da Francesca Casella dell'Ufficio Stampa di Survival una lettera di ringraziamento che pubblichiamo volentieri. Essa fa seguito al nostro articolo sui Nukak-Makù del 12 maggio scorso. Va evidenziato come i maggiori quotidiani italiani che pubblicarono il pittoresco ed esotico caso dei "selvaggi" che abbandonavano la foresta per calarsi nella luccicante "civiltà", non abbiano poi mai speso nemmeno due righe per rettificare e spiegare le vere ragioni di quell'esodo. Credo che La Repubblica, Il Messaggero e Il Corriere della Sera in virtù della loro storia e tradizione avrebbero potuto tranquillamente ammettere lo scivolone a dir poco di dubbio gusto. Ma tant'è... Vedremo che posizione prenderanno nei confronti dell'imminente campagna sul Razzismo dei Media...

Caro Gabriele,
Avevamo notato il tuo pezzo non appena era stato pubblicato, mediante una ricerca sulle uscite legate ai Nukak.
Ti consoli sapere che nessun giornale ha risposto nemmeno a noi o ad altri che si sono uniti alla nostra protesta, come l'associazione di antropologi di nome 'Anthropos Community'.
Stiamo raccogliendo fondi per lanciare una grande campagna contro il razzismo dei media nei confronti dei popoli tribali: ti terrò sicuramente informato. La nostra sede centrale di Londra la conduce già da mesi con un certo successo. Per l'Italia, sinceramente sono meno ottimista, ma spero che riusciremo comunque a cambiare un po' le cose.
Intanto grazie del tuo sostegno e di averci linkati al tuo interessante sito.
A presto.
Francesca Casella

Survival International Italia

26 giugno 2006

postato da: GabrielParadisi alle ore 28/06/2006 16:45 | Permalink | commenti (2)
categoria:globalizzazione e neoliberismo, mafie e narcomafie, popoli tribali
giovedì, 25 maggio 2006

La seconda fase

Erano già diversi anni che gli intellettuali più attenti e liberal, americani ed europei, osservavano con crescente inquietudine l’operato del governo Bush.

La più grande e riconosciuta democrazia del mondo dopo l’11 settembre e a causa dell’11 settembre, aveva intrapreso una serie di azioni a tutto campo che contraddicevano palesemente e oggettivamente i principi fondanti di ogni nazione ispirata al diritto e alla salvaguardia dei diritti.

Col Patriot Act varato in tutta fretta nell’ottobre 2001 a poco più di un mese dall’attacco alle Twin Towers a al Pentagono, venne varata una legge di ben 342 pagine allo scopo di “unire e rafforzare l'America fornendo gli strumenti appropriati richiesti per intercettare e contrastare il terrorismo”, una legge che “scoraggiasse e punisse gli atti terroristici negli Stati Uniti e nel mondo intero”.

Grazie a ciò i cittadini americani oggi possono essere spiati in deroga a qualsiasi principio di privacy (Sec. 202 - Authority to intercept wire, oral, and electronic communications relating to terrorism); i servizi segreti statunitensi (e alleati?) possono sequestrare in qualunque paese del mondo cittadini stranieri ignorando qualunque norma di sovranità (Sec. 506 – Extension of Secret Service jurisdiction); i presunti terroristi possono essere reclusi e interrogati senza alcuna regola e tutela legale (Guantanamo Bay).

Parallelamente l’Amministrazione americana ha intrapreso una serie di iniziative militari (in Afghanistan e in Iraq), ignorando e nemmeno cercandolo più di tanto, il consenso e l’avvallo delle istituzioni mondiali e delle altre potenze planetarie.

Queste due offensive, una “legale” e una “militare”, basandosi entrambe sul principio che l’America si sentiva nel diritto di operare al di fuori del “diritto” stabilito (nazionale e internazionale), semplicemente imponendo nuove regole con atti di forza autoritari, non potevano non suscitare perplessità e reazioni negli spiriti sinceramente “liberali”.

La grande commozione e il turbamento provocato dalla tragedia dell’11 settembre e la rapidità operativa dell’azione americana, hanno comunque spiazzato e rallentato tali reazioni. Le proteste in principio sono venute solo da qualche audace intellettuale ribelle soffocate dal silenzio e dall’indifferenza dell’opinione pubblica e dei media.

Da qualche tempo le cose stanno cambiando. Anche i blog più frequentati affrontano il tema senza infingementi.

Un’analisi critica di quanto accaduto e di quanto sta accadendo comincia a svilupparsi non solo nei ristretti ambiti dei “movimentucoli” no-global, ma comincia ad interessare anche ampie schiere di intellettuali di sicura cultura ed estrazione conservatrice (in Italia, Franco Cardini, Massimo Fini, etc…).

A molti infatti non è passato inosservato l’inquietante edificio teorico culturale che sembra aver preparato, supportato e giustificato questa guerra infinita e senza quartiere al terrorismo.

L’attenta rilettura dei testi fondamentali del cosiddetto Progetto per il Nuovo Secolo Americano (PNAC), sviluppato da un gruppo di intellettuali e di politici denominati spesso Neo-Con, molto vicini quando non coincidenti, con il “think tank” dell’amministrazione Bush, mostra senza ombra di dubbio come l’America dovesse attrezzarsi e modificarsi per restare il paese leader planetario indiscusso anche nel primo secolo del terzo millennio. Alle difficoltà oggettive di questa trasformazione e alla constatazione dei tempi lunghi per ottenerla, i teorici del Nuovo Secolo Americano facevano notare che un’accelerazione positiva in tal senso sarebbe stat possibile solo in concomitanza di un “evento catastrofico e catalizzatorecome una nuova Pearl Harbor” (Rebuilding America's Defenses: Strategy, Forces and Resources For a New Century. A Report of the Project for the New American Century, September 2000. Pag. 63).

Molti insospettabili quindi cominciano a credere all’incredibile. Addirittura gruppi di studio e di ricerca stanno ripassando al setaccio gli aspetti meno chiari e i dettagli tecnici delle sciagure dell’11 settembre. Innumerevoli dubbi e oggettivi sorgono ad esempio se si cerca di spiegare l’attacco al Pentagono con la tesi ufficiale del Boeing. Insomma comincia a farsi strada una scuola di pensiero “complottista” che con argomenti, documenti e anche prove rivede sotto altra luce, inquietante e sinistra, l’evento che ha dato il via alla nuova era.

Ma non sono questi gli argomenti su cui vorrei focalizzare l’attenzione perché già se ne sta parlando a sufficienza. Voglio introdurre un nuovo elemento di riflessione anch’esso a mio avviso di estrema delicatezza e gravità.

Ieri è apparso su un quotidiano italiano (La Repubblica a pag. 22) un articolo di Robert Kagan ripreso dal New York Times. Kagan, insieme a William Kristol, Michael Novak e Norman Podhoretz, è uno dei maggiori esponenti e teorici neocon del PNAC. Nel pezzo, intitolato “Cina e Russia i nuovi despoti”, dopo che è stata espressa la profonda amarezza per le illusioni tradite circa la liberalizzazione e democratizzazione di quei due grandi paesi, sembra indicarli senza mezzi termini come i nuovi nemici da combattere. “Essendo autocrazie, pur non essendo alleati naturali, [Cina e Russia] hanno in comune importanti interessi, sia tra loro, sia con altri assolutismi che si trovano tutti sotto assedio in un' epoca in cui pare che il liberalismo sia in espansione. Non dovrebbe stupire nessuno, pertanto, se in reazione a ciò si palesasse all' orizzonte un'alleanza informale di despoti, assecondata e protetta al meglio delle loro possibilità da Mosca e Pechino. A quel punto occorrerebbe domandarsi quale contromisura potrebbero adottare Europa e Stati Uniti. Sfortunatamente, oggi Al Qaeda potrebbe non essere l'unica minaccia cui deve far fronte il liberalismo, né la più grande”.

Il “Progetto” quindi sta imboccando una seconda fase? Dopo la “Nuova Pearl Harbor” e la sollevazione culturale e militare dell’Occidente contro “terrorismo” e “fondamentalismo”, ci si appresta a colpire i veri mandanti? Gli ultimi ostacoli all’affermazione “liberale”?

Quali sono le iniziative “culturali”, “legali” e ahimè “militari” a cui stanno pensando i neocon e i governi che ad essi si ispirano?

postato da: GabrielParadisi alle ore 25/05/2006 11:51 | Permalink | commenti (7)
categoria:america, globalizzazione e neoliberismo, terrorismo e guerra globale
venerdì, 12 maggio 2006

Ma quale voglia di civiltà?

Nelle pagine interne dei maggiori quotidiani odierni, si può leggere un pittoresco reportage tratto dal New York Times di ieri in cui si narra di un gruppo di indigeni amazzonici giuntimezzi nudi e accompagnati da piccole scimmie”,  nei pressi di una città colombiana per chiedere… “asilo”.

La Repubblica titola “Amazzonia, l’addio degli indios ‘Abbiamo voglia di civiltà’”; il quotidiano on-line chiosa: “Un gruppo di Nukak-Makú ha deciso di vivere ai bordi di una città. Tribù amazzonica lascia la giungla: ‘Siamo pronti per la società civile". In originale il New York Times recitava: “Lasciare la natura selvaggia, e piuttosto gradire il cambiamento”. Il Corriere ha adattato: “Ottanta Nukak Makù abbracceranno il mondo moderno. Addio foresta: tribù lascia l'Amazzonia. Vivono ancora allo stato selvaggio nella foresta più profonda ma ora sembrano averne abbastanza della vita primitiva”…

Ci immaginiamo già qualche servizio televisivo in cui solerti presentatori ci racconteranno dai loro soffusi salotti la capacità attrattiva della nostra luccicante civiltà coi suoi irrinunciabili benefici: i cellulari, le merendine confezionate, le polveri sottili.

Ora una qualunque persona di buon senso, chiunque cioè si rifiuti di bere le favolette utili soltanto a rassicurare le casalinghe e utili soprattutto alla raccolta pubblicitaria, credo faccia molta fatica a immaginare che un indio, capace di chiedere guardando in alto: "su quale razza di strada invisibile camminano in cielo gli aerei?", possa decidere di punto in bianco di approdare in un mondo rumoroso, puzzolente e incomprensibile, in quanto stanco (!?) di ciò che lui e i suoi antenati hanno fatto da sempre.

Grazie a d-o e alla tecnologia (malgrado qualcuno di voi lo pensi, non sono assolutamente in contraddizione con me stesso), oggi basta qualche click di mouse per cercare di capire, per cercare di farsi un’idea magari un po’ più seria e libera.

Vi voglio perciò raccontare io qualcosa di più, qualcosa di diverso.

 

I Nukak Makù vivono in una regione situata tra i bacini del Guaviare e dello Inirida, nell’area amazzonica della Colombia orientale. Sono entrati in contatto con il mondo esterno per la prima volta nel 1988. Il primo assaggio della “civiltà” fu per loro disastroso. Molto rapidamente furono colpiti da epidemie e da malattie contro le quali non erano immunizzati: malaria, morbillo, raffreddore, e sono stati decimati. Si pensa che attualmente ne sopravvivano circa 400 mentre all’origine dovevano essere più di un migliaio.

Vivono esattamente secondo lo stereotipo delle popolazioni amazzoniche. In piccoli gruppi familiari, privilegiano la foresta isolata ai fiumi e sono costantemente in movimento. Questa grande mobilità implica che possiedano soltanto pochi e agili beni materiali, dovendo essere facilmente trasportabili. Possono così in alcuni minuti raccogliere i loro hamacs (tessuti in fibre vegetali che costituiscono i loro principali mobili), i loro utensili ed alcuni altri oggetti in borse di palme che portano sulla schiena, e ripartire.

Le case Maku, costruite per mezzo di rami e di strati di palma, hanno una struttura leggera di una solidità sufficiente per procurare loro un tetto e appendere i loro hamacs. Ogni famiglia ha un suo focolare utilizzato per cucinare, riscaldarsi ed anche per bruciare lentamente alcune particolari piante che allontanano le zanzare durante la notte. Degli zampironi naturali pare molto efficaci. I Maku si nutrono di pesce, di selvaggina, di tartarughe, di frutta, di verdura, di noci, di insetti e di miele. Gli uomini cacciano per mezzo di canne usando frecce imbevute di curaro, potente veleno che ottengono a partire da ben cinque piante diverse. I Nukak Maku non conoscono il concetto di denaro (!?), proprietà privata (!?), futuro (!). Non sanno nemmeno dell'esistenza di uno stato chiamato Colombia.

Cos’è dunque che ha fatto decidere questi tranquilli selvaggi a lasciare le loro terre al di là del grande ritorno d’immagine visto l’interesse suscitato sulla stampa mondiale da questo loro gesto?

Non ci crederete ma è questione di droga e di eserciti. Di soldi insomma. Denaro (denaro?).

 

Dagli anni ‘60, infatti le loro terre non cessano di essere invase. La stessa loro emersione alla civiltà del 1988 fu dovuta a "incidenti" che li avevano spinti a tanto. L'isolamento della regione ed il clima propizio alla coltura della coca garantisce un afflusso continuo e massiccio di "coloni senza terra".

I guerriglieri marxisti delle FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia) e le forze paramilitari di estrema destra dell’AUC (Autodefensas unidas de Colombia) si disputano la produzione lucrativa di coca e spesso forzano gli indigeni a lavorare nelle piantagioni.

D’altra parte il governo colombiano interviene impiegando l’esercito regolare e irrorando le colture di coca con fumogeni per estirpare le piantagioni.

I poveri Nukak Maku sono quindi schiacciati tra i fuochi di questa ‘guerra civile' a quattro: coloni, guérilla, paras ed esercito.

Chi pensa a loro?

Esiste un’organizzazione denominata Survival impegnata a sostenere i popoli tribali di ogni continente attraverso campagne di mobilitazione dell'opinione pubblica. A seguito di una di queste campagne, nel 1991, il governo colombiano trasformò il 95% del territorio Nukak in resguardo (territorio ufficialmente assegnato agli indiani). Survival ora sta facendo pressione sul governo colombiano perché avvii negoziati con tutte le parti e allontani dalle terre Nukak ogni presenza armata, perchè sospenda le fumigazioni delle piantagioni di coca ed organizzi una politica adeguata per rialloggiare i coloni su altre terre dove possano coltivare piante legali e vivere dignitosamente pure loro.

Survival chiede di scrivere una lettera breve e cortese (in francese o in spagnolo) ispirandosi al modello riportato qui di seguito o anche di scrivere liberamente. È preferibile inviare la lettera per posta, che è senza alcun dubbio il mezzo più efficace. Si può anche inviare il messaggio via fax, ma i numeri vengono spesso modificati o i fax staccati. Gli indirizzi elettronici sono proposti ma sovente le emails non vengono lette.

 

Altro che voglia di civiltà? I popoli normalmente stanno bene a casa loro e lì vogliono restare. Poi per sopravvivere, semplicemnete per esistere, spesso sono costretti ad andarsene... e qualcuno poi si lamenta dei migranti... 

Ecco il testo della lettera che vorrei spedissimo tutti quanti, rifiutando sdegnosamente le "favole" a lieto fine, didascalico-moraleggianti, che qualcuno ci vuol far bere.

« I Nukak sono vittime innocenti della guerra della droga che imperversa in Colombia. Esorto le autorità ad entrare in negoziato con le varie parti del conflitto per prevenire ogni operazione armata sul territorio Nukak e sulle terre degli indiani Guayabero. Le fumigazioni delle piantagioni di coca sul territorio indiano devono essere sospese ed una politica adeguata dovrebbe essere realizzata allo scopo di rialloggiare i coloni su altre terre dove potranno coltivare piante legali. I Nukak che sono fuggiti verso le città devono essere aiutati a rientrare nelle loro terre e vedersi offrire un sostegno medico adeguato ».

 

Versione in spagnolo (quella da inviare):

“ Los indígenas nukak son víctimas inocentes de la guerra de drogas colombiana. Insto a las autoridades a entablar negociaciones con todas las partes del conflicto con el objetivo de excluir el territorio nukak y el de los guayabero, sus vecinos indígenas, de cualquier tipo de operación armada. La fumigación aérea de las plantaciones de coca dentro del territorio indígena debería ser suspendida, y una política apropiada implantada para reestablecer a los colonos en tierras en las que puedan plantar cultivos legales. Se debe ayudar a los nukak que han sido desplazados de sus hogares a regresar a los mismos, y se les debe ofrecer asistencia médica adecuada”.

 

Le lettere vanno spedite a :
Son Excellence Alvaro Uribe Velez
Président de la République
Carrera 8 n. 7-26
Palacio de Nariño,
Santa Fe de Bogotá
Colombie
Fax :+ 57 1 284 2186 / 286 7434/ 337 5890/ 342 0592
Email:
auribe@presidencia.gov.co

Se possibile inviate anche una copia a :
Sr Michael Frühling
Comisión de Derechos Humanos de las Naciones Unidas
Calle 114 No. 9-45
Torre B Oficina 1101
Edificio Teleport Business Park
Bogotá, D.C.
Colombie
Fax + 57 1 658 3301/ 629 3637
Email:
oacnudh@hchr.org.co

 

Survival in Italia: Casella Postale 1194, 20101 Milano, T 02 890 0671, F 02 890 0674, info@survival.it

postato da: GabrielParadisi alle ore 12/05/2006 12:21 | Permalink | commenti (4)
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sabato, 18 febbraio 2006

NO GLOBAL AL GOVERNO? Sì GRAZIE!

Il Ministro dell’Interno Beppe Pisanu almeno un centinaio di volte al giorno mette in guardia dal pericolo dei “no-global” e degli “anarco-insurrezionalisti”.

''I no global sono una forza eversiva, anzi un movimento eversivo'' urlò Silvio Berlusconi alla vigilia dell’apertura dei giochi olimpici invernali di Torino, e aggiunse con grevità: "Avvertite questi signori e i loro fiancheggiatori che l'esecutivo assumerà misure drastiche contro coloro che facessero atti eversivi”… e a Genova, nel luglio 2001, cos’era capace quest’esecutivo l’hanno visto tutti e in tutto il mondo…

Le nostre città, in questi giorni di campagna elettorale, sono tappezzate di manifesti 6x3 con slogan molto semplici per menti semplici. Essenziali: “No-Global al governo? No grazie!”.

Sono molti anni che questa campagna diffamatoria al “movimento dei movimenti”, impropriamente detto anche “no-global”, va avanti.

Alla vigilia del Forum Sociale Europeo di Firenze nel Novembre 2002, ad esempio, altri cantori nèoconnard del liberismo e della razza, alzarono il loro grido disperato per mobilitare le coscienze contro questi nuovi barbari.

Indimenticata la rabbiosa e orgogliosa Oriana Fallaci. Una che sa parlare come pochi alle viscere delle persone povere di spirito.

Lei e tanti altri, sanno parlare benissimo alle masse “di persone impaurite per la crisi in corso ma incapaci di spiegarsela”.

Lei e tanti altri sanno parlare alle “persone che si lasciano scippare il posto di lavoro, che si lasciano avvelenare l’aria che respirano e il cibo che mangiano, in nome di un’imprecisata crescita del PIL, ma temono solo la zingara che chiede l'elemosina all’incrocio”.

A Firenze, quella volta, migliaia di persone, di studiosi, di economisti, di politici e filosofi si incontrarono e parlarono serenamente dei problemi del mondo. Prospettarono soluzioni sostenibili e progetti che per una volta vedessero l’uomo al centro di tutto e non il profitto.

Prima di Firenze e dopo, a Porto Alegre come a Mumbai il movimento dei movimenti, impropriamente detto “no-global”, ha continuato a parlare di pace e di equità sociale. Ha continuato a denunciare le storture e le ingiustizie di questo sistema. Ha continuato a prodigarsi con le sue tante anime nel sociale e nelle attività umanitarie in giro per il mondo.

Ma sempre, alto, impietoso, si è levato il grido di allarme. Si è messo in guardia la gente dal pericolo “no-global”.

Normalmente ad ogni giornata del campionato di calcio italiano (il campionato più bello del mondo), avvengono più incidenti e devastazioni di quanto non sia mai accaduto durante un qualsiasi corteo o una manifestazione del movimento. Talvolta sono centinaia di migliaia le persone che partecipano a quegli eventi e i facinorosi o più spesso gli “infiltrati” risultano essere sempre al disotto della stessa naturale fisiologica percentuale statistica.

Eppure tutti, sempre, a gridare immancabilmente al pericolo “no-global” e agli “anarco-insurrezionalisti” (!?).

Ma, ditemi, chi di voi ha mai conosciuto un “anarco-insurrezionalista”? Me lo descriva per favore…

Pericolo “no-global” dunque…

Ma poi, qualche sera fa un cosiddetto ministro di questa Repubblica ha indossato in TV una maglietta con le vignette blasfeme che tanto hanno infiammato nelle scorse settimane le popolazioni islamiche in tutto il mondo. In Libia, ieri, per via di questa sceneggiata squallida, sono scoppiati disordini che hanno fatto non meno di 11 vittime.

La provocazione ignobile è stata talmente vergognosa che persino il governo, questo governo, quello di Bossi e di Fini, quello di Berlusconi che si apparenta con i fascisti di Forza Nuova e con gli sgrammaticati organizzatori di polizie parallele ma che non vuole candidati i loro leader perché impresentabili al popolo dei “moderati-benpensanti-liberali alle vongole-cattolici”, insomma agli “anticomunisti”, ecco, questo governo, persino questo governo ha provato disgusto per l’operato di quel ministro e l’ha dimissionato.

Calderoli Roberto, nato a Bergamo nel 1956. Un dentista coi denti guasti che ha persino fatto parte della nuova costituente. Ebbene sì, a Lorenzago davanti a un piatto di cotechino e polenta, costui, insieme ed altri tre o quattro cosiddetti “saggi” pensarono di riscrivere la Costituzione Italiana … Buon Dio…

Dunque il pericolo sono i “no-global” e le loro parole di PACE e GIUSTIZIA. Non un governo che ha seguito Bush nell’avventura di una guerra illegale e cruenta, non un governo i cui esponenti incitano o fomentano la “guerra di civiltà”. Il pericolo, ci raccontano, è sempre e solo quello dei “no-global”… I no-global sono diversi.

E in effetti il “mondo migliore” che essi ritengono “possibile” (inguaribili ottimisti) è molto ma molto differente da quello immaginato e voluto da queste persone…

"Attraverso strumenti affinati di geo-economia il mondo industrializzato riesce ad avere i vantaggi delle ex colonie senza occuparne i territori: attraverso manovre economiche, finanziarie, alimentari e influenzamenti politici dell'informazione" Gen. Carlo Jean. ("Le sfide per affrontare il cambiamento", dall'ufficio relazioni interne Fininvest, 1991).

postato da: GabrielParadisi alle ore 18/02/2006 18:01 | Permalink | commenti (5)
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martedì, 14 febbraio 2006

I sicari dell’economia

 

 

 

John Perkins, da noi contattato, ci ha gentilmente inviato alcune brevi considerazioni sul problema del superamento della “corporatocrazia” e sull‘attuale crisi iraniana.

Prima di sviluppare una breve recensione del suo bestseller “Confessioni di un sicario dell’economia”, riportiamo quanto ci ha scritto:

Referring to corporate globalization, it is a rip-off of developing country economies and resources. We need to turn this around and force our corporations to set as their goals not the profiteering by a few rich owners and managers, but rather the betterment of those who work for the corporations, purchase from them, and supply raw materials -- as well as the communities and environments around the world where these three groups of people live. We must transform the power base of the corporatocracy and that power base is the corporation”.

Iran is not about the nuclear issue as Bush and so many others would like us to believe. It is instead about oil and also the Iranian threat to use euros -- instead of dollars -- to purchase oil. Very similar to Iraq”.

Perkins in sostanza, vista anche la sua storia personale, ritiene che il sistema possa essere cambiato dal suo interno. L’idea di un “liberismo temperato” non entusiasma tanti e non è detto nemmeno che ci siano ormai tempo e capacità per apportare i necessari cambiamenti.

Riguardo all’Iran esso si inserisce tra i paesi non disponibili e conniventi con la “corporatocrazia”. Per essi le alternative sono poche, come ci ricorda Perkins nel suo libro: o il cambio cruento di regime o la guerra.

Per l’Iran quindi sembra più probabile la seconda che abbiamo detto.

Un ringraziamento va a Mrs. Sabrina Bologni dello staff di John Perkins che fatto da tramite e ha reso comprensibili a John le mie domande in un inglese sicuramente incerto e claudicante.

Ma un ringraziamento veramente speciale va a Sabrina Bologni (guida per la storia di Superava) che grazie ad una meravigliosa omonimia amplificata dalla rete ed al suo simpatico interessamento ha reso possibile in definitiva il contatto e quindi questo articolo.

 

 

John Perkins è stato per 10 anni (a partire dal 1971) un professionista alle dipendenze della società di consulenza americana Chas. T. Main, con sede a Boston e con più di 2000 dipendenti.

John Perkins oggi dichiara di essere stato un “Economic Hit Man”, un “sicario dell’economia”.

In qualità di Chief Economist and Director of Economics and Regional Planning, il suo mestiere principale consisteva nel convincere i responsabili dei paesi in via di sviluppo nei quali operava (Less Developed Countries - LDCs) ad accettare ingenti prestiti da Banca Mondiale e Agenzia statunitense per lo sviluppo (U.S. Agency for International Development) per mettere in cantiere immensi progetti infrastrutturali. Questi progetti di fattibilità erano sempre e volutamente gonfiati, presupponendo ritmi di sviluppo vertiginosi e improbabili.

In effetti la quasi totalità del denaro prestato finiva poi (e finisce ora) nelle mani della stessa Main, di Hulliburton, di Bechtel, di Brown & Root, di Stone & Webster e di tante altre compagnie statunitensi di ingegneria e costruzioni.

Al di la di questo aspetto di cui tra poco analizzeremo le implicazioni, obiettivo di questa politica che ha interessato negli ultimi trent’anni tutti i paesi possessori di materie prime preziose, petrolio in primis, era la dipendenza, che possiamo tranquillamente anche definire vera e propria schiavitù, che si veniva a instaurare tra questi stessi paesi e quella che John Perkins definisce “corporatocrazia”. Quanti modi diversi di definire l’IMPERO…

Questi paesi infatti, spesso con governanti compiacenti e complici, si venivano a trovare nella condizione di dover far fronte al debito contratto non potendo reinvestire in opere e in servizi sociali gli introiti delle vendite delle loro risorse e dei loro beni più preziosi. John Perkins scrive:

L’Ecuador è un tipico esempio di quei paesi in tutto il mondo che i sicari dell’economia hanno portato al loro ovile politico-economico. Per ogni 100 dollari di greggio estratto dalle foreste pluviali ecuadoriane, le compagnie petrolifere ne ricevono 75. Dei restanti 25 dollari, tre quarti vanno a coprire il debito estero. Gran parte della rimanenza va all’esercito e per altre spese di governo; rimangono circa 2 dollari e mezzo per sanità, istruzione e altri programmi di sostegno ai poveri. Così, su 100 dollari di petrolio estratto dalla regione amazzonica, meno di tre vanno a quelli che ne hanno più bisogno, che più hanno subito l’impatto negativo delle dighe, delle estrazioni e degli oleodotti sul loro modo di vivere, e che stanno morendo per mancanza di cibo e acqua potabile. Tutte queste persone – milioni in Ecuador, miliardi in tutto il pianeta – sono potenziali terroristi. Non perché credano al comunismo, all’anarchia o siano essenzialmente malvagie, ma semplicemente perché sono disperate” (pag. 23).

 

 

Riportiamo ora alcuni altri brani tratti dalle “Confessioni” che riteniamo particolarmente significativi. In dettaglio ci piacerebbe sviluppare il concetto Repubblica-Impero, che ci sembra in sè una buona e valida interpretazione di ciò che molti scambiano (in malafede?) per antiamericanismo. Per concludere poi una brevissima carrellata di alcuni (non tutti) gli intrecci ed interessi tra Corporation e attuale Amministrazione USA.

I sicari dell’economia sono professionisti ben retribuiti che sottraggono migliaia di miliardi di dollari a diversi paesi in tutto il mondo. Riversano il denaro della Banca Mondiale, dell’Agenzia Statunitense per lo Sviluppo Internazionale (USAID) e di altre organizzazioni “umanitarie” nelle casse di grandi multinazionali e nelle tasche di quel pugno di ricche famiglie che detengono il controllo delle risorse naturali del pianeta. I loro metodi comprendono il falso in bilancio, elezioni truccate, tangenti, estorsioni, sesso e omicidio. Il loro è un gioco vecchio quanto il potere, ma in quest’epoca di globalizzazione ha assunto nuove e terrificanti dimensioni. Lo so bene: io ero un sicario dell’economia” (Pag. 7).

[Bisogna] “comprendere la differenza tra la vecchia repubblica americana e il nuovo impero globale. La repubblica offriva al mondo una speranza. Le sue fondamenta erano morali e filosofiche piuttosto che materialistiche. Era basata sui concetti di uguaglianza e giustizia per tutti. Ma sapeva anche essere pragmatica, non un semplice sogno utopistico, bensì un’entità magnanima che viveva e respirava. Sapeva spalancare le braccia per accogliere gli oppressi. Era un’ispirazione e al tempo stesso una forza con cui fare i conti; se necessario, sapeva entrare in azione, come aveva fatto durante la seconda guerra mondiale, per difendere i principi in cui credeva. Le stesse istituzioni che minacciano la repubblica – le grandi corporation, le banche e la burocrazia governativa – potrebbero essere usate invece per introdurre nel mondo cambiamenti fondamentali. Tali istituzioni possiedono le reti di telecomunicazione e i sistemi di trasporto necessari per mettere fine alle malattie, alla fame e persino alle guerre, se solo le si potesse convincere a prendere quella direzione. L’impero globale, viceversa, è la nemesi della repubblica. E’ egocentrico, egoista, avido e materialista, un sistema basato sul mercantilismo. Come gli imperi che lo hanno preceduto, le sue braccia si aprono solo per accumulare risorse, per arraffare tutto ciò che vede e rimpinzarsi l’insaziabile stomaco. E’ pronto a impiegare qualunque mezzo ritiene necessario per aiutare i propri governanti ad acquisire sempre più potere e ricchezza” (pag. 185).

La vera storia dell’impero moderno – della corporatocrazia che sfrutta i disperati e sta compiendo il saccheggio di risorse più brutale, egoistico e in ultima analisi autodistruttivo della storia… Preferiamo credere al mito che migliaia di anni di evoluzione  sociale della razza umana abbiano finalmente perfezionato il sistema economico ideale… Ci siamo convinti che qualsiasi tipo di crescita economica giova all’umanità, e che maggiore è la crescita e più diffusi sono i benefici. Infine, ci siamo persuasi a vicenda della validità e della giustezza morale del corollario a questo concetto: che cioè quanti eccellono nell’alimentare il fuoco della crescita economica vadano esaltati e ricompensati, mentre chi è nato ai margini può essere sfruttato.” (pag. 297)

 

 

In Hulliburton sia W. Bush, sia D. Cheney hanno o hanno avuto interessi diretti. Cheney ne è stato anche amministratore delegato con stipendi, azioni e opzioni per oltre 45.000.000 di dollari.

L'affiliata dell'Halliburton, la Kellogg Brown & Root (KBR), si è recentemente assicurata in Iraq contratti per il valore di 7 miliardi di dollari dall'U.S. Army Corp of Engineers per il recupero dei pozzi petroliferi in fiamme.

Caspar Weinberger, era consigliere generale della Bechtel. L'ex vice Segretario all'Energia, W.Kenneth Davis, era vicepresidente della Bechtel. Riley Bechtel, il presidente della compagnia, è nella Commissione presidenziale per le esportazioni. Jack Sheenan, un generale dei marines in pensione, è vicepresidente anziano della Bechtel e membro dell'US Defence Policy Board. L'ex Segretario di Stato Gorge Shultz, che è nel consiglio d'amministrazione del Bechtel Group, è stato presidente dell'ufficio consultivo del Comitato per la Liberazione dell'Iraq.

 

 


 


 


 

 

postato da: GabrielParadisi alle ore 14/02/2006 15:19 | Permalink | commenti (4)
categoria:america, globalizzazione e neoliberismo, terrorismo e guerra globale, perkins john
lunedì, 30 gennaio 2006

Dubito ergo sum

Passeggiavo (pateticamente?) nel giardino (Pardes) della mia casa, quando t’incontro un bel signore, rosso di capelli e possente d’aspetto che pare un… Senatore.

Seguito spontaneamente da qualche discepolo intento a prendere diligentemente appunti (spiccava, tra tanti “orribili lavoratori”, una gabbianella dall’occhio vispo e allegro), egli andava declamando a voce alta:

La verità dei fatti, su certi fatti, non ammette dubbi!”.

M’avvicinai, “tremebondo come un budino” e provai a dire:

“Ehhh… A vent’anni la pensavo anch’io così…”.

Colpito da tanta sfrontatezza il Senatore d’impeto rispose:

Che dice giovinotto? Il dubbio non è una virtù. Il mio amico Des Cartes diceva Cogito ergo sum, e non avrebbe mai detto Dubito ergo sum”.

Pardes: “Lei m’insegna però che fu grazie al Dubbio che Des Cartes giunse alla scoperta di una verità. E cioè l’esistenza attraverso il pensiero… Dubitando penso e se penso esisto… Io avrei detto più precisamente: Dubito ergo cogito ergo sum… ma forse sarebbe stato meno incisivo, lo ammetto”.

Il Senatore mi guardò in tralice facendosi per un attimo scuro in volto, poi subito rasserenato prese a dire:

“… il dubbio è fondamentale ma solo come metodo per affrontare ciò che non si sa… Esso è la misura della consapevolezza di ciò che non sappiamo. Il dubbio è un dovere quando sappiamo di non sapere…”.

Pardes: “Ecco, appunto, e io credo di non sapere tante cose…”.

Sen: “Ma il punto è: e se sappiamo di essere nel vero?”.

Pardes: “Ma chi ce lo dice a noi, mi perdoni, di essere nel vero… se non il nostro stesso pensiero… umanamente fallace… se non, talvolta, la nostra umana presunzione… ”.

I miei banali argomenti, della cui ovvietà mi vergognavo anche un po’, lo spinsero (con compassione?) ad aggiungere:

… figliuolo, se sappiamo che Hitler ha creato lo sterminio di un popolo come prodotto industriale; se sappiamo che il comunismo ha compiuto la più efferata e continua strage di civili, donne e bambini, gente innocente uccisa allo scopo di applicare la teoria del terrore come strumento di controllo (e non, che so, la punizione a furor di popolo dei collaborazionisti, o "gli eccessi" sanguinari di una rivoluzione)… se sappiamo tutto ciò: CHE DOBBIAMO FARE CON QUESTA VERITA'?...

Pardes: “Sì… sì… però mi permetta…”.

Sen: “… Dobbiamo, avvertire che dubitiamo, che non sappiamo bene, che alla fine chi la vede bianca e chi la vede nera, che va' un po' a sapere davvero come andarono le coseeee?

S’era tutto infervorato a quelle rosse immagini che balenavano nella sua mente (gonfaloni selvaggi, operai “reali”, stelle resistenti e armate solcanti generali inverni…), che il suo natural rossore (i peli, le gote), ora pareva ancora più intenso. Era come se quel ROSSO l’avesse ingoiato per intero, metabolizzato e ora irradiasse, sinistro, da tutta la sua autorevole figura. Ne fui quasi spaventato se non ci fosse stato, rassicurante nella sua dolcezza, lo sguardo (a tratti estasiato), della gabbianella lì accanto…

… il COMUNISMO e NON (attenzione giovanotto) lo "stalinismo"… ma proprio il comunismo, compreso quello emiliano del triangolo della morte…”.

La piadina che tenevo ormai fredda in mano aveva di certo, tradito la mia terra d’origine... il Senatore intanto, come in trance, continuava imperterrito l’orrenda sequela “… quello cubano, angolano, valtellinese, vietnamita, albanese, spagnolo, istriano, iugoslavo, rumeno, bulgaro, tedesco…”.

Cercai di interrompere lo sciagurato elenco dei paesi in cui il realismo sovietico e il maoismo avevano fanno scempio di libertà e di uomini, con un timido argomento:

“… per la verità sono debole per quanto riguarda il "Comunismo Valtellinese", ma credo di conoscere un po’ quello emiliano post triangolo della morte… che oltretutto, se vogliamo dirla tutta, quella brutta similitudine geometrica, potremmo anche ricondurla alla “ punizione a furor di popolo dei collaborazionisti”, o "agli eccessi sanguinari di una rivoluzione”… perché di rivoluzione si trattò… una rivoluzione che aveva cacciato un regime illiberale… fascista… bisogna poi ricordare che s’era trattato di una vera e propria guerra civile, che tanti pensavano solo a brute e cieche vendette, che delinquenti ci sono in qualunque famiglia e poi… sa come si dice di solito: "chi semina vento…"”.

Per un attimo temetti il peggio. I discepoli del Senatore, molti vestivano una tonaca nera, cominciarono a gridare agitando pericolosamente calami e calamai, temperini e pani di pomice…  Il senatore li calmò con un gesto della mano, così, anche se col cuore in tumulto, potei continuare…

“… io non giustifico nessuna violenza. Mai. Credo anche però, e mi duole dirlo, che in certi momenti della storia la violenza si sia resa necessaria per interrompere altra violenza più grande… ma ora voglio credere che si possa farne a meno della violenza. Con la ragione, con la tecnologia di cui disponiamo. Che oggi si possa evitarla anche quando sembrerebbe essere l’ultima e l'unica opzione… temo che a volte ricorrervi sia un interesse di pochi a scapito dei tanti…”

Il senatore restò in silenzio un istante. Voleva completare il suo ragionamento…

Sen: “cosa dobbiamo dire a coloro che oggi, nel 2006 hanno scelto con orgoglio di chiamare se stessi comunisti, o di "non rinnegare" (esattamente come i vecchi fascisti) il passato comunista, negando che tale passato possa essere minimamente equiparato a quello nazista?