venerdì, 16 novembre 2007
Il silenzio e il rumore

Ieri sera ad Annozero, il cui tema centrale erano i fatti di Genova del luglio 2001 e gli abusi delle forze dell'ordine (s'è parlato anche del povero Federico ALDROVANDI e ovviamente del tifoso ucciso domenica scorsa), il solito Marco TRAVAGLIO nel suo solito editoriale è riuscito, pensate un po', a parlare della Commissione Mitrokhin e di Mario SCARAMELLA (!?).
Cavoli a merenda voi direte? No. Non crediamo. In questa storia nulla è casuale.
Col suo abituale modo di fare sbarazzino e forbito il bel Marco ha suscitato ovviamente le risate grasse e convinte dell'intera platea mentre un cameraman compiacente indugiava con generosità sui volti degli spettatori sull’orlo delle lacrime d’ilarità ogniqualvolta si accennava a “Mortadella” agente del KGB.
Ecco una trascrizione delle parole di TRAVAGLIO perché a noi piace parlare sui documenti non tralasciando nulla e dando a tutti voce e spazio. Questo comunque il link al filmato.
...

TRAVAGLIO: Parliamo di Commissioni d’inchiesta, perché è chiaro che negli Stati Uniti e in una democrazia normale la catena di comando che non ha funzionato sarebbe oggetto di una Commissione d’inchiesta e lì, senza destra e senza sinistra, andrebbero a vedere che è successo…

Il problema è che qua le commissioni d’inchiesta …

SANTORO: Quelle che vediamo in televisione o al cinema, no?

TRAVAGLIO: esatto

SANTORO: ...il senato americano…che si riunisce, interroga…bah….

TRAVAGLIO: Qua purtroppo le commissioni di solito servono a incasinare anche le poche cose che sono già chiare …e a farla dovrebbero essere gli stessi parlamenti…gli stessi parlamentari che hanno partecipato nella scorsa legislatura ad alcune leggendarie commissioni…l’antimafia ce l’abbiamo dal ’63, e non è che insomma abbia prodotto chissà che cosa…

SANTORO: Beh, qualcosa…

TRAVAGLIO: nell’ultima legislatura la relazione di maggioranza sosteneva che (legge un appunto – ndr)  “le sentenze hanno sbugiardato malamente le accuse di mafiosità ad Andreotti”. In realtà la sentenza dice esattamente il contrario, e cioè che aveva ragione la procura: il reato è stato commesso ma era prescritto fino al 1980.

La Commissione su Ilaria Alpi presieduta dall’avvocato Taormina, sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, ha stabilito che i due inviati sono morti mentre erano dediti al turismo in Somalia.

La Commissione Telekom Serbia e la Commissione Mitrokhin hanno fatto il meglio di tutte, una era presieduta dall’Avvocato Trantino, l’altra era presieduta da Paolo Guzzanti, e dovevano occuparsi di due vicende molto oscure: una, 900 miliardi di lire dati dal nostro Governo di Centro Sinistra al regime di Milosevic già sotto embargo, dall’altra parte le infiltrazione del KGB in Italia negli anni della guerra fredda, solo che poi sono state utilizzate per dimostrare qualcos’altro, perché nel frattempo stavano venendo fuori i processi per le tangenti delle toghe sporche, i processi Previti, Berlusconi eccetera e allora si è deciso di usare queste Commissioni per dimostrare che in realtà le tangenti le pigliavano Prodi, Fassino, Dini, e che Prodi era addirittura un agente del KGB, coinvolto nel delitto Moro. Prodi ha proprio il physique de rôle tipico dell’agente del KGB infatti aveva anche chiamato il suo conto cifrato “mortadella” proprio per evitare che qualcuno potesse sospettare che era suo, mentre Fassino pigliava i soldi sul conto “cicogna” e Dini sul conto “ranocchio”, sempre per mascherare meglio l’identità dei titolari.

Notevoli soprattutto le fonti di queste due commissioni d’inchiesta: una, eehhh… il supertestimone Igor Marini, detto “Aigor”, e l’altro….

SANTORO: ma che fine ha fatto quello? Non si sa! Dove sta?

TRAVAGLIO: E’ stato a lungo in carcere, e adesso aspetta il suo processo.

…l’altro il superconsulente della Mitrokhin: Mario Scaramella, che ormai sono una leggenda: sembrano Gianni e Pinotto, visti insieme.

Destra e sinistra li hanno presi molto sul serio, tant’è che poi hanno dovuto intervenire magistrati e giornalisti a smascherare, perché se era soltanto per il parlamento questi continuavano a fare i supertestimoni a vita.

Marini compare quando, nella Telekom Serbia? Compare nel maggio del 2003, una settimana dopo che è stato condannato per la prima volta Previti per il caso Mondadori. “Armi di distrazione di massa”, le chiamerebbe Sabina Guzzanti. Si presenta come un conte polacco. Dice di avere gestito lui praticamente la transazione fra l’Italia e la Serbia per la compagnia telefonica, dice di avere le prove delle tangenti a Fassino, Prodi e Dini, però le ha dimenticate in Svizzera. E allora la commissione invece di verificare chi è questo qua prima di sperti…di sporgersi, parte in missione per la Svizzera. Solo che si dimenticano di avvertire gli svizzeri. Per cui arriva la gendarmeria, lì trova lì in questo ufficio dei notai pubblici di Lugano, dice: Lei chi è? …ci manda la Telekom Serbia…li arrestano tutti, compresi i parlamentari che poi vengono rilasciati mentre Marini viene trattenuto, perché era ricercato pure in Svizzera, non soltanto in Italia, per avere truffato degli alberghi: lui entrava, mangiava, beveva, dormiva gratis, e poi scappava e non pagava  il conto, come il conte Mascetti nel film “Amici miei”.

Quando i giudici di Torino sanno che hanno preso un certo Marini in Svizzera dicono: eccolo lì, lo stiamo cercando da anni anche a Torino, perché ha fatto delle truffe su titoli indonesiani, e quindi se lo fanno recapitare dagli svizzeri e lo portano al carcere di Torino.

I magistrati cosa fanno? Prima cosa vanno a vedere chi è questo Marini: scoprono che vive in un tugurio fuori Brescia… scoprono il lavoro che fa: fa il facchino al mercato ortofrutticolo di Brescia, che è proprio   tipico di quelli che gestiscono le transazioni fra stato e stato per compagnie telefoniche. Che mestiere fa? Di solito fa il facchino al mercato ortofrutticolo.

Interrogano la seconda moglie, che è in lacrime. Dice: eehhh…ha truffato il parlamento, ma prima ha truffato me, questo.

M’ha raccontato che era: conte, e  non era conte.

M’ha detto che era polacco, non era polacco.

Diceva di essere la controfigura di Schwarzenegger, di essere proprietario di una isola deserta, talmente deserta che poi nessuno l’ha mai vista, e soprattutto di essere il vicepresidente dello IOR, la banca del Vaticano, tant’è che diceva: “io sono così con papa Woytila, ceniamo insieme, eccetera eccetera, io andavo a prenderlo in ufficio pensando che uscisse dal Vaticano, ma quello usciva sempre da un’altra parte”, tant’è che in Vaticano non ci aveva mai messo piede. Alla fine mi ha pure costretta a vendere la macchina per investire in certi titoli indonesiani, non ho mai più visto una lira, e non c’ho più la macchina.

Interrogano la prima moglie, che è una famosa soubrette, Isabel Roussinova, e anche questa dice: “non ho mai voluto raccontare la mia storia, perché mi sentivo veramente male, a essermi fatta prendere in giro da uno così, adesso che vedo che ha preso in giro tutto il parlamento italiano mi sento meno sola, e più sollevata, e posso raccontare la mia storia.”

Il parlamento continua a prendere sul serio Igor Marini, tant’è che per tutta l’estate continuano a interrogarlo pure in carcere, esce l’Avvocato Trantino, esce Calderoli, che era un po’ l’intellettuale della commissione  parlamentare Telekom Serbia, esce l’avvocato Taormina, tutti a dire: “sto Marini, c’ha una memoria prodigiosa, è meglio di Pico della Mirandola”, dicono: infatti ricordava perfettamente cose mai avvenute, non si sa chi gliel’avesse suggerite.

Fatto sta che a un certo punto eehhh…. i conti Cicogna, Mortadella e Ranocchio non vengono mai trovati, naturalmente, i soldi provenienti dalla Telekom Serbia non sono finiti a nessun politico, tranne uno: per vie traverse, senza commettere  nessun reato, si scopre che l’unico politico che ha preso soldi provenienti dalla provvista Telekom Serbia, è l’On. Bocchino di Alleanza Nazionale, che fa parte della Commissione di Telekom Serbia! (la telecamera stacca da Travaglio per offrire un primo piano di Ignazio La Russa – ndr) Cioè stava indagando sulle tangenti degli altri, e in realtà è l’unico che ha preso dei soldi provenienti da quella partita…

SANTORO: senza commettere reati, lui…

TRAVAGLIO: i giudici di Torino dicono: non ha commesso nessun reato. Però è curioso, insomma: è come…è come l’investigatore che scopre di essere l’assassino, praticamente.

Degno “pendant” del conte Igor Marini, è Mario Scaramella da Napoli, superconsulente della Mitrokhin. Vita passata vivendo di espedienti, fonda Società con la fidanzata, millanta credito di essere un uomo della NATO, di essere uno sminatore, di essere un esperto clamoroso in smaltimento di rifiuti tossici, presidente di comitati, tiene lezioni in tutto il mondo, persino in organismi internazionali, finchè a un certo punto  approda alla commissione Mitrokin.

Basterebbe fare un giro a Napoli nel suo quartiere per capire chi è ma non lo fanno, gli credono ciecamente e Guzzanti lo prende come il suo consulente preferito. E lo manda in giro per l’Europa a torchiare delle povere spie russe in menopausa (compare l’immagine di Guzzanti con le mani giunte con un fumetto che dice: “…e Mario dove lo metto?” – ndr) che stanno svernando (compare il volto di Scaramella che dice nel fumetto: “Mandami in Europa a torchiare le spie sovietiche” – ndr)  nella loro vecchiaia tra Londra e altre capitali. (Altro fumetto per Guzzanti: “Sii!!!..in Europa!” – Replica di Scaramella, sempre nel fumetto: “Hanno detto che…Prodi piaciucchiava al KGB!!” ndr)  Quelli, tutti contenti, dice: finalmente ci interroga, vorran sapere di Putin, (compare al centro del video il ritaglio del titolo di un giornale: “Una bomba termonucleare” – esclama Guzzanti, “lo dico subito al capo” – ndr) di tutte le porcate che fa il nostro ex capo del Kgb. No: lui non era interessato a Putin, era interessato a Prodi. Tira fuori la foto di Prodi, chiedendo alle spie, ai sovietici se non l’avevano mai visto. Loro non hanno mai visto Prodi, ovviamente, ma lui insiste e a un certo punto telefona a Guzzanti dicendo: ne ho trovata una che mi ha detto di aver saputo da un’altra che è morta, che aveva saputo da un’altra, che è morta, che un’altra che è morta gli aveva detto che Prodi non dispiaceva al Kgb.

Guzzanti entusiasta dice: “ma questa è una bomba termonucleare, la vado a riferire al capo”, cioè a Berlusconi. Prende a va in Sardegna e  Berlusconi non lo prende neanche sul serio, nemmeno Berlusconi (Santoro sghignazza – ndr)  riesce a raccontare ai suoi elettori che Prodi è un agente del Kgb.

Ne ha raccontate tante, ma questa forse non la credono nemmeno i suoi elettori.

Insomma ‘sto Scaramella continua a molestare tutte le spie che trova in giro. Gli tira pure fuori le foto di Diliberto e Pecoraro Scanio, che anche per l’età, oltre che per la faccia, sono tipici proprio spioni sovietici. No? E poi manda dei messaggi

SANTORO: se si mettono il colbacco, insomma, già….

TRAVAGLIO: …manda dei messaggi, dei messaggi cifrati a Guzzanti dove Pecoraro Scanio viene definito in codice  “Pecorowski e Culattowski”.Quindi stiamo…stiamo parlando di roba molto seria, sempre a spese nostre, naturalmente, perchè la commissione la paghiamo noi…

SANTORO: devi concludere…

TRAVAGLIO: Una spia molestata scrive a Guzzanti dicendo di riprendersi ‘sto Scaramella perché non se ne può più, gli dice: “your friend is a mental case”, cioè è un caso clinico, portatelo via, non se ne può più. (compare l’immagine di un PC con il testo di una e-mail che dice: “Paolo, your friend Mario is a mental case”, dietro al PC compare l’immagine di Guzzanti con un fumetto: “……”  e con la frase successiva “il prossimo sono io”– ndr) Lo smascherano tre giornalisti, D’Avanzo, Bonini e Gatti del sole 24 ore e poi Scotland Yard quando scopre che Scaramella è l’ultimo ad avere incontrato il povero Litvinenko avvelenato con il polonio 210 nel sushi bar di Londra. Scaramella dice: hanno avvelenato anche me, sto morendo; Guzzanti dice: il prossimo sono io. Poi Scaramella resuscita, torna in Italia e lo arrestano, immediatamente, per calunnia ai danni di persone. Ecco perché ho ricordato tutto ciò. Perchè la Mitrokin si spegne mestamente, la magistratura ha più lavoro di prima, il casino sul Kgb è massimo, e oggi immaginiamo un parlamento come questo che si occupa del G8: potrebbe venir fuori persino un supertestimone a giurare che a Bolzaneto hanno tentato un suicidio di massa oppure che alla Diaz non è stata la polizia ma, come disse Taormina in un altro processo,  è stato il vicino di casa.

LA RUSSA: o viceversa….

...

 
Il pretesto era ovviamente la richiesta di istituire una Commissione parlamentare sul G8, ma diremmo noi, ogni occasione è buona per lanciare il messaggio subliminale a cui ormai abbiamo fatto il callo e a cui l’inconscio collettivo s’è adeguato: un ritornello che incessante ripete: “quel polverone della Mitrokhin”, “quella bufala della Mitrokhin”…..
Ogni occasione dunque è buona, soprattutto adesso, che qua e là, qualche dubbio, qualche scoperta imbarazzante, qualche tarocco viene a galla.
Pertanto occorre tenere alta la guardia. Occorre alzare una barriera mediatica che soffochi le voci dissidenti.
Il silenzio e il rumore.
Da un lato la grande stampa ignora con supponenza le notizie provate di manipolazioni e falsificazioni, dall'altro, contemporaneamente, si tiene alto il volume di un vecchio gracchiante grammofono che manda instancabilmente e ininterrottamente in onda lo stesso disco rotto, a coprire le poche fievoli voci fuori dal coro.
 
TRAVAGLIO ieri sera, giocando le stesse carte di sempre, ha voluto dare i giusti meriti ai prodi () che hanno “svelato” agli italiani cosa stava avvenendo coi loro soldi e dunque ha citato Carlo BONINI e le ex spie russe “in menopausa”, dimenticando però di citare anche le loro trancianti smentite [1] [2] d’altronde mai pubblicate su Repubblica né altrove; ha citato Claudio GATTI, indimenticata la sua biografia scaramelliana sul Sole 24 ore, dimenticando però di citare per intero la feroce smentita del magistrato Lorenzo MATASSA.       
Tutte cose che noi, per fortuna, e i nostri lettori conoscono bene, ma, ahimè, siamo un’irrisoria minoranza.
Può anche gratificare sentirsi di appartenere ad una élite, soprattutto quando si tratta di conoscere cose che la stragrande maggioranza delle persone ignora, ma noi ci siamo stancati.
Non crediamo che sia degno di un paese civile e democratico.
Nei prossimi giorni invieremo una lettera aperta a tutte le redazioni dei giornali italiani e a tutti gli indirizzi conosciuti di giornalisti.
Un mailing a pioggia.
Per vedere se in questo paese c’è ancora qualche persona libera e intellettualmente onesta che si prenda la briga di verificare, di indagare, di capire. Di parlare!
Non possiamo credere che non ce ne siano.
Comunque per ora, purtroppo, ha ragione Michele SANTORO.

In Italia per quanto riguarda l’informazione siamo proprio all’ANNO ZERO.

 

postato da: GabrielParadisi alle ore 16/11/2007 10:17 | Permalink | commenti (48)
categoria:giornalismo, prodi romano, travaglio marco, mitrokhin, santoro michele, bonini carlo
lunedì, 10 settembre 2007
Il “Patto”, terza parte
di François de Quengo de Tonquédec

Aggiornamento del 13 settembre 2007:
Con la consueta accuratezza l’amico Sextus ha proseguito la ricerca iniziata da François scoprendo un piccolo dettaglio di un certo interesse che val la pena pubblicare.
 
…A proposito della ipotetica presenza della Fröhlich a Bologna, nell’articolo si cita la dichiarazione resa alla Digos di Bologna da Rodolfo Bulgini il 28 giugno 1982; il testo della citazione è tratto dal Documento conclusivo di minoranza (2006), pp. 239-240 della Commissione Mitrokhin. Va fatto notare che i commissari di minoranza hanno operato un taglio nel testo della deposizione. Ecco il punto incriminato:

"La vidi per la prima volta il pomeriggio del 1° agosto 1980 verso le ore 18,00 e parlava con un portiere di cui adesso non ricordo il nome [...]. La donna...”.

Il testo nascosto dentro alla parentesi quadra è reperibile nel parallelo Documento conclusivo di maggioranza (2006) della stessa Commissione. Alla nota 54 di p. 296, che riporta la medesima deposizione di Bulgini, si legge quanto segue a proposito del testo espunto:

Venni a sapere pochi giorni dopo che questa donna si fece portare una valigia alla stazione da un facchino e questo successe sicuramente il giorno precedente alla strage”.

La deposizione, così ricomposta, è pertanto la seguente:

Ricordo che questa donna parlava in lingua italiana con un forte accento tedesco ed era la prima volta che veniva a mangiare in questo Hotel. La vidi la prima volta il pomeriggio del 1° agosto 1980 verso le ore 18 e parlava con il portiere di cui adesso non ricordo il nome. Venni a sapere pochi giorni dopo che questa donna si fece portare una valigia alla stazione da un facchino e questo successe sicuramente il giorno precedente alla strage. La donna ritornò all'Hotel Jolly il 2 agosto 1980 a mangiare e ricordo che effettuò parecchie telefonate. Rammento che la donna era particolarmente euforica […] aveva effettuato tutte le telefonate per informarsi se il treno che era arrivato sul primo binario e che era stato investito dai detriti della bomba trasportasse i suoi due figli […] Ricordo che la donna aveva oltre i trenta anni”.

Sul punto specifico, occorre necessariamente rimanere cauti, però alcune considerazioni del tutto ipotetiche si possono fare.

Se la persona indicata da Bulgini era effettivamente la Fröhlich la faccenda della valigia potrebbe essere rilevante.
Se non era la Fröhlich, ma persona estranea alla strage, nessuna rilevanza.
Si potrebbe anche pensare a persona diversa dalla Fröhlich, ma implicata, e la cosa potrebbe tornare ad avere un qualche peso.

Altre riflessioni in libertà.
C’è da immaginarsi che nessuno degli investigatori abbia sentito il portiere nominato da Bulgini per provare a saperne di più: dove portò esattamente la valigia?
È comunque un po’ strano che una persona faccia portare una valigia in stazione il 1° agosto e non parta quel giorno, ma il 2 ritorni nello stesso albergo.
Ai non bolognesi è forse il caso di ricordare che l’Hotel Jolly è nei pressi della stazione, praticamente di fronte, tra la fine di via dell’Indipendenza e il piazzale della stazione.

Non servirà a spiegare cosa è successo alla stazione, ma forse a cestinare l'ultimo depistaggio”.
Con questa frase si chiude un’articolo-intervista a Thomas Kram, l’ex appartenente alle Cellule Rivoluzionarie presente a Bologna il 2 Agosto 1980, pubblicato su Il Manifesto l’1 Agosto di quest’anno.
Già, i depistaggi, la P2, i servizi deviati, Gelli, Pazienza, quante volte ne abbiamo sentito parlare?
Il patto siglato da Aldo Moro con i palestinesi attraverso Stefano Giovannone? Tutte frottole, fumo negli occhi, i palestinesi non c’entrano nulla e i depistaggi dei piduisti servivano a proteggere i fascisti responsabili ed i loro mandanti, ossia quella parte di Stato deviata, stragista e golpista che ruotava intorno al “Venerabile” di Castiglion Fibocchi. Sono andate davvero così le cose? In parte si, i depistaggi fatti dai servizi segreti sono esistiti davvero, ma vedendo dove hanno tentato di indirizzare le indagini e chi sono gli autori offrono non poche sorprese, vediamole, ripartendo da dove ci eravamo interrotti, ossia l’eventuale presenza di Christa Margot Fröhlich a Bologna il giorno della strage.
Il 22 giugno 1982, 4 giorni dopo l’arresto della Fröhlich avvenuto all’Aeroporto di Fiumicino dove venne scoperta con una valigia contenente dell’esplosivo, un cameriere dell’Hotel Jolly De La Gare di Bologna riconosce dalla foto sui quotidiani “Heidi” Fröhlich come la donna presente nell’albergo dove lavorava il 2 Agosto 1980. Il 28 Giugno si reca presso gli uffici della DIGOS di Bologna dove rende spontanee dichiarazioni testimoniali riportate dal documento conclusivo di minoranza in Commissione Mitrokhin (pagine 239-240):
“Venivo colpito dalla fotografia di questa doma in quanto notavo una certa somiglianza tra questa fotografia e una donna che due anni fa circa era stata a mangiare all'Hotel Yolly [sic] e precisamente nel periodo precedente la strage alla stazione di Bologna. Ricordo che questa donna parlava in lingua italiana con un forte accento tedesco ed era la prima volta che veniva a mangiare in questo hotel”
 
“La vidi per la prima volta il pomeriggio del 1° Agosto 1980 verso le ore 18,00 e parlava con un portiere di cui adesso non ricordo il nome [...] La donna ritornò all'hotel Yolly il 2 agosto 1980 a mangiare e ricordo che effettuò parecchie telefonate, rammento che la donna era particolarmente euforica [….] cercava con insistenza di conversare con me e mi riferì che lei abitava a Idice, che era stata ballerina al Joker Yolly quattro anni prima e che aveva effettuato tutte le telefonate per informarsi se il treno che era arrivato sul primo binario e che era stato investito dai detriti della bomba trasportasse i suoi figli".
 
Sempre il documento conclusivo di minoranza riporta un sunto degli accertamenti svolti, chiudendolo con un dettaglio che pare dimostrare l’inattendibilità della testimonianza:
 
“I1 25 giugno 1982, il capo della Polizia Giovanni Coronas invia a tutti i questori la richiesta di segnalare alla questura di Roma e agli Interni Sicurezza eventuali tracce di "soggiorno o transito" della Frolich. Non solo a questo nome, ma anche ai nomi falsi contenuti nei due passaporti trovati in possesso della terrorista al momento del suo arresto avvenuto pochi giorni prima, all'aeroporto di Fiumicino, il 18 giugno. I1 6 luglio 1982, in base alle dichiarazioni spontanee rese dal signor Bulgini, l'ufficio Istruzione della Procura di Bologna chiede al dirigente della DIGOS della locale Questura di accertare la presenza della Fröhlich ad Idice di S. Lazzaro e se ella abbia lavorato come ballerina al Jocker Yolly, intorno al 1978, e cioè nel periodo indicato dal signor Bulgini. In data 12 ottobre 1982, la DIGOS risponde che gli accertamenti svolti hanno dato esito negativo. A ciò si aggiunge il dato che l'attività del citato Jocker Jolly, la cui attività è iniziata il 4 luglio 1960 è cessata il 5 dicembre 1976.”
 
Apparentemente quindi, con buona pace dei depistatori complottisti, “Heidi” Fröhlich non può essere la donna riconosciuta dal cameriere, anzi, la testimonianza è probabilmente un bufala, visto che “nel periodo indicato dal signor Bulgini”, il locale dove avrebbe dovuto lavorare la terrorista tedesca era già chiuso.
 
Apparentemente appunto, visto che il testimone non ha mai dichiarato che la Fröhlich aveva lavorato in quel locale nel 1978, ma nel 1976!
Rileggendo lo stralcio del verbale della deposizione del 1982, infatti si legge:
“mi riferì (nel 1980 Ndr) che lei abitava a Idice, che era stata ballerina al Joker Jolly quattro anni prima”. In poche parole, la DIGOS ha sbagliato anno, compiendo gli accertamenti come se il teste avesse dichiarato “mi riferì che lei abitava a Idice, che era stata ballerina al Joker Jolly quattro anni fa” e non “quattro anni prima”.
 
Un errore grossolano, che fa il paio con quello avvenuto negli anni ’80 ad opera del Ministero dell’Interno, che tiene sotto controllo Thomas Kram  in quanto estremista di destra, più esattamente, in un documento inviato dalla Questura di Bologna alla Procura della Repubblica della stessa città si legge:
“Al CED il prefato (ossia Kram Ndr) risulta: in data 29 Aprile 1983 inserito vigilanza e segnalazione dal Servizio di sicurezza del Ministero dell’Interno quale estremista di destra; in data 14 novembre 1985 inserito quale soggetto eversivo in ambito di terrorismo internazionale” (cfr. R. Bocca, "Tutta un’altra strage", BUR, pag. 236).
 
Come un estremista di sinistra tedesco per i nostri servizi diventi di destra dopo che è stata resa nota la sua presenza a Bologna è un mistero. Thomas Kram infatti era già noto alle autorità italiane da prima della strage di Bologna, difatti il 1° Agosto 1980 fu fermato e trattenuto alla frontiera di Chiasso per dei lunghi accertamenti, durante i quali dichiarò che la sua destinazione in Italia era Milano, dove avrebbe dovuto incontrarsi con una certa Heidi, nome rinvenuto su un appunto in suo possesso durante la perquisizione. La Polizia di Frontiera allertò le prefetture di Como (presumibilmente perché lungo il percorso del treno) e di Milano, ovviamente non quelle delle altre città, ad eccezione di quella di Roma.
 
Forse queste sviste delle autorità vanno collocate nell’ampio quadro dei depistaggi “di Stato”, che come abbiamo già detto, secondo la convinzione di molti servivano a salvare i veri responsabili, Francesca Mambro e Giusva Fioravanti, ed i loro mandanti, la P2.
 
In realtà la famigerata “pista libanese”, primo depistaggio a mezzo stampa operato sulla strage mirava più a trovare dei mandanti ai due neofascisti accusati, visto che faceva riferimento a un’organizzazione  terroristica internazionale che addestrava in campi situati in Libano terroristi con lo scopo di restaurare il nazifascismo. 
 
La notizia, successivamente confermata dal SISMI del Generale Giuseppe Santovito, (tessera P2 1630, nominato ai vertici del SISMI con il pieno accordo di Ugo Pecchioli, PCI, dal 1977 al 1979 vicepresidente del COPACO Ndr) fu data la prima volta da una giornalista del Corriere del Ticino, Rita Porena, che sul suo giornale, il 19 settembre 1980 intervista a Abu Ayad, dirigente di Al Fatah, nonché capo dei servizi segreti dell’OLP che dichiara appunto l’esistenza di questi campi di addestramento controllati dalla destra maronita, aggiungendo che durante gli addestramenti “il gruppo tedesco ha discusso con gli italiani la strategia per restaurare il nazifascismo” e che i neofascisti italiani “hanno affermato che il loro maggior nemico è rappresentato dal Partito Comunista e dalla sinistra in generale, perciò avrebbero cominciato con un grosso attentato a Bologna, città amministrata dalla sinistra”.
Dagli atti dell’inchiesta di Bologna è emerso che Rita Porena era legata al Sismi, in particolare al Colonnello Giovannone, ossia all’autore insieme a Moro dell’ormai famoso “patto”.
(cfr. R. Bocca, "Tutta un’altra strage", BUR, pagg. 123-124).
 
Come tutto questo si possa classificare come un depistaggio per proteggere i neofascisti dei NAR è difficile da capire, ancora meno se si aggiunge al quadro la vicenda della valigia rinvenuta, su segnalazione del SISMI, il 13 Gennaio 1981 alla stazione di Bologna sul treno 514 diretto a Milano, contenente un mitra, un fucile, 7 etti di esplosivo, due passamontagna, dei guanti, dei giornali francesi e tedeschi e due biglietti aerei, uno Milano Monaco intestato a Dimitris Martin, l’altro Milano Parigi intestato a Legrand Raphael, rilasciati il giorno precedente dall’agenzia Morfini di Bari. Alla successiva richiesta di notizie inviata da parte della procura del capoluogo emiliano il SISMI, nella persona del Generale Santovito risponderà che a comprare quei biglietti era stato Giorgio Vale, appartenente prima a Terza posizione e poi ai NAR di Mambro e Fioravanti, che avrebbe tenuto i contatti con il gruppo francese FANE e con quello tedesco Hoffmann.
 
Hoffmann, secondo l’articolo del Corriere del Ticino scritto dalla giornalista legata (e secondo alcuni a libro paga) al Colonnello Giovannone citato prima era il capo del gruppo tedesco che si addestrava insieme agli italiani in Libano.
Per questa falsa pista, che parlava di una fantomatica operazione “terrore sui treni” sono stati condannati per depistaggio: Francesco Pazienza, Licio Gelli, il Generale Pietro Musumeci e il Colonnello Giuseppe Belmonte, gli ultimi due in forza al SISMI.
 
Giorgio Vale, risultato poi del tutto estraneo e vittima di una macchinazione del SISMI, morirà, ufficialmente per suicidio, durante un conflitto a fuoco con la Polizia che fece irruzione nell’appartamento dove era rifugiato mentre i suoi famigliari e i suoi legali trattavano con le autorità per farlo costituire senza spargimento di sangue. Durante il conflitto a fuoco vennero sparati oltre 140 colpi.
 
Una piccola nota per chiudere il capitolo dei depistaggi “storici”: l’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, afferma, nell’intervista rilasciata a Riccardo Bocca per il suo libro “Tutta un’altra strage”, di aver conosciuto Yasser Arafat nell’appartamento di rappresentanza del Generale Santovito.
 
Veniamo all’ ”ultimo depistaggio” ossia agli “scoop” dell’estate che hanno definito tale la pista palestinese portata avanti sia dalla Commissione Mitrokhin, e considerata come assolutamente da approfondire dal giornalista del Manifesto Andrea Colombo, autore, insieme a Mambro e Fioravanti del libro “Storia nera”.
 
Il 28 giugno 2007 L’Espresso ha pubblicato il primo capitolo del libro di Riccardo Bocca, nel quale appare una misteriosa nonché anonima testimone che afferma di aver visto qualcosa di strano il 2 agosto 1980 fuori dalla stazione di Bologna subito prima dello scoppio:
 
"Per qualche minuto rimasi davanti alla stazione, ad aspettare il pullman. Poi mi sedetti sull'aiuola al centro della piazza, e a pochi metri da me, sull'erba, notai un ragazzo e una ragazza vestiti in modo assurdo, vista l'afa che c'era. Avevano pantaloni a tre quarti da montagna, calzettoni di lana e scarponi. In particolare, la ragazza indossava calzoni verde militare, calzettoni rossi, una maglietta bianca, uno zaino, e aveva a fianco un golf o un giacchino tirolese. Quanto al ragazzo, ricordo la sua giacca, che non era il classico modello italiano, ma anch'esso tirolese. Una tenuta così eccentrica che pensai: 'Non sembrano nemmeno tedeschi...!'; un'espressione emiliana per sottolineare quanto invece lo apparissero, almeno sotto il profilo dell'abbigliamento. Per il resto erano italiani al cento per cento, con i capelli castani - lei lunghi fino al collo - e i nostri tipici volti".
Questa testimonianza, che pare essere una risposta alle dichiarazioni del figlio di Massimo Sparti (il superteste che dichiarò di aver saputo da Fioravanti che lui e la Mambro erano gli autori della strage Ndr) che ha recentemente affermato che la testimonianza del padre era un falso.
Massimo Sparti (legato alla Banda della Magliana, a sua volta legata alla P2 autrice dei depistaggi di cui abbiamo parlato), ha affermato che Fioravanti si rivolse a lui per dei documenti falsi per la sua compagna:
"Valerio si presentò a casa mia con la Mambro che io non conoscevo, e mi parlò di questa in termini elogiativi, dicendo che aveva trovato la donna della sua vita e che si trattava di una ragazza decisa e coraggiosa. Mi disse pure che era stata fidanzata con un 'coglione', e che adesso stava con lui. Riferendosi alla strage mi disse testualmente: 'Hai visto che botto?', e aggiunse che a Bologna si era vestito in modo da sembrare un turista tedesco, mentre la Mambro poteva esser stata notata, per cui aveva bisogno urgentissimo di documenti falsi e le aveva fatto tingere i capelli".
 
Di seguito la ricostruzione di quello che fece la testimone dopo aver appreso nel 1982, della testimonianza di Sparti dai giornali, così come la ricostruisce Bocca nel suo libro:
"Andai a Bologna", dice, "per partecipare a una riunione dell'Associazione dei familiari delle vittime. Presi da parte l'allora presidente Torquato Secci con il vice Paolo Bolognesi, e raccontai tutto".
"Restammo sbalorditi", conferma l'attuale presidente Bolognesi, fin qui in silenzio durante il mio incontro con la testimone. "Le dicemmo che con quel genere di cose non si scherzava, che doveva andare dagli inquirenti. Poi contattammo l'avvocato dell'associazione, Laura Grassi, e la pregammo di concordare un appuntamento".
Ciò che succede di lì a pochi giorni, lo ricostruisce la signora: "Da principio raccontai agli inquirenti quello che ricordavo del 2 agosto. Poi mi mostrarono delle fotografie segnaletiche con volti di donna, e mi chiesero se ne riconoscevo qualcuno. Presi in mano quelle immagini in bianco e nero, le guardai con attenzione e dissi: 'Lei', indicando uno dei ritratti. 'Questa ragazza mi pare proprio di riconoscerla...'".
In verità, precisa oggi, "ricordavo un volto appena più paffuto, più in carne, ma i lineamenti erano quelli".
Quanto basta per provocare la reazione di chi la interroga: "Signora, ma questa è la Mambro!", le dicono. Dopodiché le chiedono dove l'avesse vista, quella ragazza, ottenendo però una risposta vaga: "Non spiegai", ammette la signora, "che la donna nella fotografia era la stessa della stazione di Bologna. Dissi invece che non sapevo con certezza dove l'avessi notata: forse in televisione, o sui giornali...". "Insomma", commenta Bolognesi, "quando si è trovata a sottoscrivere un verbale, la signora non l'ha fatto, non se l'è sentita. O almeno questo è ciò che noi dell'Associazione abbiamo saputo tempo dopo, da altre fonti".

In effetti,
su questo punto la signora non è precisa. Si rifugia dietro il tempo passato, nei buchi di memoria che ha allargato per rimuovere le preoccupazioni. Ma ciò che è disposta a dire, ventisette anni dopo la strage, è comunque importante. "In effetti", ammette, "collegai il volto della Mambro alla giovane sull'aiuola della stazione. Non solo: misi in relazione il suo volto al corpo, del quale avevo notato il generoso seno". Un collegamento, precisa, "che mi è venuto dopo l'interrogatorio, quando è scemata l'angoscia per quello che stava succedendo".
Alcune stranezze: dalle cronache processuali risulta che tutti i feriti (e la signora dichiara di essere stata ricoverata in ospedale dove sono state raccolte dagli inquirenti le sue prime dichiarazioni) furono convocati in aula, e che nessuno abbia riconosciuto i due imputati, quindi la signora oltre a non aver firmato il verbale avrebbe reso falsa testimonianza. Inoltre l’associazione familiari delle vittime non avrebbe mai rivelato queste informazioni, nemmeno al rappresentante della pubblica accusa, ufficialmente perché non avrebbe mai confermato i fatti pubblicamente.
Rimane però strano che mentre la difesa cercava di smontare in tutti i modi la testimonianza di Sparti nessuno abbia fatto partecipe, magari informalmente, il rappresentante della pubblica accusa, tanto più che le riunioni tra la pubblica accusa e le parti civili sono un fatto noto e documentato.
Inoltre, questa testimonianza, pur confermando la presenza di Mambro e Fioravanti, contrasta in parte con la ricostruzione di Sparti, visto che a suo dire l’unico vestito da Tirolese sarebbe stato Fioravanti, mentre la Mambro, evidentemente vestita in modo “normale” rischiava di essere riconosciuta. Anche la presenza di un “uomo” insieme ai due neofascisti contrasta con la ricostruzione fatta dai magistrati bolognesi, per i quali il terzo uomo del gruppo era Luigi Ciavardini, all’epoca diciassettenne.
L’altro scoop dell’estate, come già accennato, è l’articolo de Il Manifesto del 1° Agosto 2007, intitolato “Bologna, l'ultimo depistaggio”, nel quale, intervistato dal giornalista Guido Ambrosino, Thomas Kram ricostruisce la sua presenza a Bologna il 2 agosto 1980:
«Ho scoperto su internet che la bomba potrei averla messa io. Un'assurdità, sostenuta addirittura da una commissione d'inchiesta del parlamento italiano, o meglio dalla sua maggioranza di centrodestra, nel dicembre 2004. Deputati di An, e altri critici delle sentenze che hanno condannato per quella strage i neofascisti Fioravanti e Mambro, rimproverano agli inquirenti di non aver indagato sulla mia presenza a Bologna». Per Kram è una polemica pretestuosa: «Non sono io il mistero da svelare. Non lo credono nemmeno i commissari di minoranza della Mitrokhin. Viaggiavo con documenti autentici. La polizia italiana mi controllava, sapeva in che albergo avevo dormito a Bologna, il giorno prima mi aveva fermato a Chiasso. Come corriere per una bomba non ero proprio adatto».
Quello che Kram non dice è che, come ricostruito dal documento conclusivo di minoranza in Commissione Mitrokhin, nessuno sospettava minimamente che Kram fosse diretto a Bologna, visto che alla frontiera aveva dichiarato di essere diretto a Milano, inoltre Kram si registrò in albergo dopo la mezzanotte del 2 Agosto, quindi il suo nominativo fu consegnato dall’albergo dove Kram alloggiò alla Questura bolognese solo la mattina successiva, ossia nel pieno del caos di quella tragica mattina. La Questura informerà infatti la DIGOS e il Ministero degli Interni della presenza di Kram a Bologna, solo il 7 Agosto.   (cfr. Documento conclusivo di minoranza della Commissione Mitrokhin, pagg. 229-232)
L’articolo prosegue così:
Un viaggio in Italia
Agosto, tempo di vacanze. Kram voleva rivedere amici conosciuti a Perugia dove aveva frequentato due corsi d'italiano, dal settembre al dicembre 1979, e dal gennaio al marzo 1980. «A Milano mi aveva invitato un'austriaca, che lì insegnava tedesco. Avrei pernottato da lei e il giorno dopo avrei proseguito per Firenze».
«Arrivato a Chiasso il primo agosto 'alle ore 12,08 legali', secondo le note della polizia riportate dalla relazione di minoranza della Mitrokhin, mi fecero scendere dal treno. Dovevano avere avuto una segnalazione dalla Germania». Sin dal novembre 1979, quando soggiornava a Perugia, Kram era sorvegliato in Italia su richiesta del Bundeskriminalamt, che lo sospettava di favoreggiamento delle Cellule rivoluzionarie. «Mi trattennero per ore. Mi sequestrarono una lettera dell'amica, che spiega il motivo del viaggio. L'appuntamento con lei a Milano saltò. Non riuscii a rintracciarla. Ripresi il treno per Firenze, ma sarei arrivato troppo tardi per trovare un albergo. Decisi di fermarmi a Bologna».
All'albergo Centrale, in via della Zecca 2, è registrato l'arrivo. Su una piantina di Bologna, Kram ricostruisce il percorso del giorno dopo: «Mi svegliai tardi, feci colazione in qualche caffè vicino Piazza Maggiore. Poi mi incamminai verso la stazione su una grande strada, forse via dell'Indipendenza. Le sirene tranciavano l'aria. Da lontano vidi sul piazzale della stazione il lampeggiare di ambulanze e mezzi dei pompieri. Si capiva che era successo qualcosa di grave».
«Non mi avvicinai. Dopo l'esperienza del giorno prima a Chiasso non volevo incappare in nuovi controlli di polizia. Un taxi mi portò alla stazione delle autocorriere. A Firenze arrivai in pullman. Rimasi forse quattro, cinque giorni. Poi tornai in Germania».

Ricostruiamo anche noi su una piantina di Bologna, o meglio su una foto aerea il percorso di Kram quella mattina:

Il punto 1 è Piazza Maggiore, punto di riferimento dato da Kram per il suo percorso verso la stazione ferroviaria, in effetti il suo albergo, l'Hotel Centrale (punto 2) è in Via della Zecca vicinissimo alla piazza.
Via dell’indipendenza è la strada che parte dall’angolo in alto a sinistra (guardando la foto) di Piazza Maggiore, e arriva quasi davanti alla stazione ferroviaria, ma soprattutto arriva a pochi metri dalla stazione delle autocorriere.
Come si vede chiaramente, Kram non poteva in nessun modo vedere da lontano i mezzi di soccorso sul piazzale della stazione, per farlo doveva essere in fondo a Via dell’Indipendenza, quindi davanti al posto dove si sarebbe, a suo dire, fatto accompagnare in taxi.
Impensabile. Anche perché i taxi più vicini erano quelli del parcheggio davanti alla stazione, che dopo il crollo della sala d’aspetto erano sommersi dai detriti. Anche due taxisti risultarono tra le 85 vittime della strage.
Quella mattina dopo l’esplosione persino gli Autobus scaricarono i passeggeri e trasportarono feriti o morti. I taxi, a Bologna, quella mattina non girarono. Soprattutto a ridosso della stazione e soprattutto per percorsi di pochi metri.
Dall’immagine aerea si vede anche chiaramente che nessuna delle strade che dal centro della città porta verso la Stazione permette una visuale “da lontano” del piazzale della stazione. Per vedere i mezzi di soccorso Kram doveva essere praticamente davanti alla stazione delle corriere dove dice di essersi fatto accompagnare in taxi. Ma c’è di più.

Thomas Kram sostiene che doveva fare tappa a Milano per incontrare un’amica, che dagli accertamenti fatti sul suo conto risulta chiamarsi Heidi. Heidi e’ il nome “di battaglia” di Christa  Margot Fröhlich, era con lei che doveva incontrarsi a Milano? Ovviamente i due smentiscono, ma l’arrivo di Kram in albergo dopo la mezzanotte pare incompatibile con la ricostruzione dei fatti che ha dato al Manifesto.

Il treno 307 delle 12.08 legali con il quale Kram proseguì il suo viaggio dopo i controlli alla frontiera impiegava circa 50 minuti ad arrivare da Ponte Chiasso a Milano (cfr. Orario Ferroviario Pozzo 1975/76, posticipato di un ora perché con ora solare), quindi se Kram, che era già in ritardo di un’ora e mezzo rispetto all’arrivo previsto con il treno 201 dal quale era stato fatto scendere per i controlli, non era in grado di rintracciare la sua amica come da lui affermato aveva tutto il tempo di raggiungere Firenze ben prima della mezzanotte, ora della sua registrazione in albergo a Bologna, quindi la spiegazione di essersi fermato in quella città perché sarebbe arrivato troppo tardi a Firenze non sta in piedi. Cosa ha fatto in tutto quel tempo? E per finire, è mai andato a Firenze?
Dopo la notte trascorsa all’Hotel Centrale a Bologna non c’è più nessuna traccia documentale della presenza di Kram in Italia, eppure lui stesso parlando del suo soggiorno a Firenze fa riferimento all’albergo come luogo di pernottamento. Come mai non c’è nessuna traccia di questo passaggio negli accertamenti svolti su di lui dalla DIGOS?
Non ha dormito in albergo? Non si è registrato? Si è registrato sotto falso nome? Non è mai andato a Firenze ma ha lasciato l’Italia in fretta e furia?
Probabilmente sono passati troppi anni per saperlo, ma una cosa sembra sicura: il titolo “l’ultimo depistaggio” è davvero azzeccato per quell’articolo del Manifesto.
 

postato da: GabrielParadisi alle ore 10/09/2007 09:15 | Permalink | commenti (549)
categoria:giornalismo, mitrokhin, misteri d italia, strage stazione
mercoledì, 11 luglio 2007

Shhh!

 

 

E va bene. L’avete capito. Io amo i Peanuts. Non c’è dubbio.

Amo la primavera; le colline dolci della romagna-toscana. Amo l’indolente provincia che vi cresce intorno. Col Mare (maiuscolo) lì vicino. (…sempre il mare, uomo libero, amerai…)

Amo Charlie Brown ma anche Mafalda (un bacio di nascosto…), Zagor Te Nai, Corto Maltese e altri meravigliosi compagni di mente… di quegli anni “formidabili”.

Amo l’adolescenza. Perchè ho avuto la fortuna di viverne una serena e piena di emozioni. E di questo io non posso che ringraziare d-o.

Ma è inutile menare il can per l’aia…

 

Ci ho provato, è vero… per allentare la tensione, per ritornare a parlare di altro… Ho ricevuto anche un sincero, amicale, tenero consiglio da un’amica in tal senso…

Ci ho provato insomma. Ma credo sia inutile…

Nessun commento sulle “noccioline” dopo un giorno è sintomatico. Devo prenderne atto.

Questo blog ha assunto ormai una fisionomia specifica. È la sua peculiarità. Contemporaneamente è la sua grandezza ed il suo limite.

 

Forse questo blog addirittura morirà su questa storia. Ma non sarà stato comunque invano.

Questo spazio di rete è diventato un luogo (LIBERO!) di discussione e di ricerca su una determinata vicenda ed è  inutile, oltre che stupido, girarci intorno.

Quindi ho deciso di riportare d’autorità la discussione OT (On Topic)…

Sarebbe necessaria, forse indispensabile, una mia presenza più continua, lo sò. Non mi è possibile, ahimè. Ma qualche colpo di timone ogni tanto credo sia opportuno darlo…

 

Un amico (un acuto “bretone”…) ha postato giusto ieri un’agenzia ANSA che io trovo sconvolgente.

Recentemente con un amico, diciamo così…“sismico”, abbiamo provato quasi per gioco a riportare in superficie alcuni documenti e prove (edite… nulla di segreto dunque), che per qualche ragione però erano rimaste sepolte sotto numerosi strati di polvere e di oblio.

Come mai ciò era accaduto ci siamo chiesti? Non saprei…

Forse però, potrei azzardare, per la stessa ragione per cui anche quell’agenzia riportata ieri da Francois è stata completamente ignorata dai media… Perché così a me risulta…

Io non ne ho trovato traccia in nessun quotidiano. Se qualcuno mi può smentire ne sarei sinceramente felice…

 

Ora quello che vorrei far capire è che non sono qui a sostenere che una dichiarazione “celata”, una testimonianza “insabbiata” sono necessariamente “la Verità”. Credo però che ci siano sistemi intellettualmente rispettabili e razionali per dimostrarne l’eventuale inconsistenza.

 

Come mi piacerebbe vedere un politico, un giornalista, un addetto ai lavori insomma prendere per le corna il problema, strofinarsi il corpo con olii e unguenti, impugnare la spada ed affrontare la realtà con energia ma soprattutto con dignità…

 

Sergio De Gregorio (a pelle non lo adoro…), ha detto forse una enorme falsità? Ebbene che qualcuno, per favore, lo smentisca. Subito. Lo faccia con forza.

Qualsiasi omissione mi inquieta. Perché, mi domando, si evita persino di citare le sue parole?

 

Il silenzio altezzoso, sprezzante, indisponente a me (mi) riempie di tristezza e di amarezza.

Mi va via anche la voglia di leggermi qualche striscia degli anni ’70 con Piperita Patty, Marcie e Charlie Brown al campeggio…

anche se oggi, mio figlio diciassettenne, è proprio in un campeggio in Costa Dorada con tre compagne/i di liceo… a tirar tardi e a lumare le pupe…

 

postato da: GabrielParadisi alle ore 11/07/2007 23:05 | Permalink | commenti (327)
categoria:palestina, israele, giornalismo, servizi segreti
mercoledì, 06 giugno 2007

Il Patto

(intervista* a Gian Paolo Pelizzaro)

* L’intervista è stata realizzata con l’aiuto fondamentale di Sextus Empiricus e di Enrix.

 

Da un paio di settimane rimbalza in Tv una notizia a dir poco esplosiva e inedita.

Per primo ne ha parlato il giudice Rosario Priore a “Omnibus” su La 7 alle 8.13 di lunedì 14 maggio. E poi anche a “Terra” il programma di approfondimento del Tg5, andata in onda alle 23.30 di domenica 3 giugno.

Poi se n’è discusso da Minoli a “La Storia Siamo Noi” su Raidue giovedì 24 maggio. La carta stampata a dire il vero non ne ha dato per ora il risalto che a nostro avviso meriterebbe, ma questo è un altro discorso.

In sostanza, la notizia riguarda un “Patto” segretissimo “siglato” dopo la strage di Fiumicino del 17 dicembre 1973, tra il governo italiano (Aldo Moro Ministro degli Affari esteri nel IV governo Rumor, 7 luglio 1973 – 14 marzo 1974) e la dirigenza palestinese. A fronte della “distrazione” da parte delle autorità italiane al passaggio di armi e di materiale esplosivo attraverso il nostro Paese, il terrorismo palestinese ci avrebbe risparmiato dalle sue cruente azioni e ciò in effetti accadde almeno fino alla fine del 1979.

Sull’esistenza di tale patto oggi sembrano convergere un po’ tutti, da Francesco Cossiga a Giulio Andreotti, anche se Cossiga sostiene di esserne stato all’oscuro persino quando arrivò a ricoprire le cariche istituzionali più elevate. Verso la fine del 1979, forse inavvertitamente, il patto venne rotto con il sequestro ad Ortona (in provincia di Chieti) di due di missili SAM 7 “Strela” di fabbricazione sovietica e l’arresto proprio a Bologna del cittadino giordano di origini palestinesi Saleh Abu Anzeh, responsabile del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) in Italia, formazione di matrice marxista-leninista che aderiva all’OLP e che praticava il terrorismo su scala internazionale.

Secondo i consulenti della Commissione Mitrokhin Lorenzo Matassa e Gian Paolo Pelizzaro il movente della strage di Bologna sarebbe stato proprio l’arresto di Abu Saleh e la violazione di quell’accordo tra l’Italia e i palestinesi. Una prova di ciò la presenza a Bologna la notte precedente la strage alla stazione del terrorista tedesco Thomas Kram legato al gruppo di Carlos e dunque all’FPLP.

Secondo Priore uno dei motivi per cui la Commissione Mitrokhin ha suscitato tante resistenze è proprio il fatto che coi suoi lavori e con le sue ricerche si fosse arrivati vicino a queste verità scottanti “su cui non si può ancora parlare”.

Gian Paolo Pelizzaro, redattore del mensile Area e giornalista del Roma di Napoli, presente alla trasmissione di Minoli, è stato consulente della Commissione Stragi e della Mitrokhin. In questi ultimi mesi insieme a Vincenzo Nardiello sta conducendo per il quotidiano napoletano una documentatissima e attenta inchiesta sulla vicenda che vede coinvolto Mario Scaramella, altro consulente della Commissione presieduta da Paolo Guzzanti, in carcere dalla vigilia di Natale.

Abbiamo chiesto a Pelizzaro se era disponibile a rispondere ad alcune domande sui fatti che abbiamo velocemente richiamato. Gentilmente ha accettato.

 

Pelizzaro, nell’ottobre del 1997 è stato pubblicato il saggio Gladio rossa. Dossier sulla più potente banda armata esistita in Italia per le edizioni Settimo Sigillo. Nei “Ringraziamenti” lei lamentò il fatto che quel suo testo era già pronto nel 1994, ma che subì una vera e propria "stagione migratoria" da un editore all’altro restando spesso dimenticato per mesi nei cassetti di tante scrivanie. Lei crede che anche oggi ci siano alcuni argomenti “tabù” sui quali si applica un vero e proprio ostracismo più o meno palese? Ritiene che oggi una nuova edizione di quel suo libro, magari aggiornata con le informazioni contenute nel “dossier Mitrokhin”, reso pubblico nell’ottobre 1999, incontrerebbe ancora tante difficoltà? Il “clima editoriale” è più o meno lo stesso di allora?

 

Prima di rispondere a questa domanda, vorrei tornare per un attimo alla vicenda del tedesco Thomas Kram, essendo questo un tema trattato sia nella trasmissione “La storia siamo noi” di Giovanni Minoli su Raidue che da “Terra” di Toni Capuozzo su Canale 5, ambedue dedicate alla strage di Bologna. Ho sentito, per l’ennesima volta, alcune affermazioni che meritano un chiarimento. Secondo alcuni, infatti, non vi sarebbe la “prova” che Kram, già militante di primo livello delle Cellule rivoluzionarie tedesche, avrebbe fatto parte anche del gruppo Carlos. Bene, ciò è falso. La “prova” che il tedesco presente a Bologna a partire dalle prime ore del 2 agosto 1980 fosse stato arruolato nella rete Separat (nome in codice assegnato al gruppo Carlos dalla Stasi, la polizia politica dell’ex Ddr) è contenuta in una serie di documenti e fascicoli che la Commissione Mitrokhin ha potuto acquisire, a partire dall’ottobre del 2003. Il primo riscontro è contenuto in un lungo rapporto di polizia giudiziaria formato dalla Dst (l’antiterrorismo francese), risalente al 3 ottobre 1995 e destinato al giudice istruttore di Parigi Jean-Louis Bruguière, titolare delle inchieste che hanno portato ad un nuovo rinvio a giudizio di Carlos (la notizia si è appresa il 4 maggio scorso) per una serie di attentati dinamitardi compiuti in Francia (fra cui quello al treno Parigi-Tolosa “La Capitole” del 29 marzo 1982, quello alla sede del giornale filoiracheno e antisiriano Al Watan Al Arabi, in rue Marbeuf a Parigi del 22 aprile 1982 e quelli alla stazione ferroviaria Saint-Charles di Marsiglia e al treno ad alta velocità Tgv del 31 dicembre 1983 – per un totale di undici morti e oltre cento feriti), in cui il nome di Kram figura fra quelli dell’anello più stretto intorno al tedesco Johannes Weinrich, numero due dell’organizzazione, braccio destro di Carlos, anche lui con un passato da dirigente delle Cellule rivoluzionarie. Weinrich era colui che teneva i contatti, personali e confidenziali, con gli ufficiali del ministero per la Sicurezza dello Stato (MFS) della Germania Est. Ulteriori riscontri sono agli atti della documentazione che la magistratura francese ha trasmesso prima alla Commissione Stragi (nell’aprile del 2001) e quindi alla Mitrokhin, la quale ha potuto integrare questi atti con altri fascicoli acquisiti dalla Procura di Roma e dalla stessa magistratura ungherese. Il nome di Kram compare inoltre nei documenti sia della Stasi che del servizio di sicurezza ungherese e viene descritto come appartenente al cosiddetto ramo tedesco del gruppo Carlos, al pari di Weinrich, Fröhlich e Albartus. Kram, secondo questi rapporti, è membro a pieno titolo dell’organizzazione Separat. L’MFS cita la sua integrazione totale in seno al gruppo capeggiato da Carlos, facendo risalire alla metà del 1979 l’incontro tra Kram e Carlos. Ora, è chiaro che chi si ostina a dire che tra Kram e Carlos non vi sarebbe alcun legame, afferma il falso, mentendo per qualche motivo facilmente intuibile. Ma vi è una domanda, a fronte dei numerosi elementi che sono stati prodotti nel corso dei lavori della Commissione Mitrokhin, che credo meriti una risposta: che ci venne a fare Kram in Italia la mattina di venerdì 1° agosto 1980, per poi comparire a Bologna la notte tra il 1° e il 2 agosto, riapparendo alla stazione di Bologna proprio la mattina di sabato 2 agosto (come ha affermato Carlos in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera il 23 novembre 2005), uscendone qualche istante prima dell’esplosione, per poi sparire – da quel preciso momento – dall’orizzonte degli eventi italiani, fino ai primi di dicembre dello scorso anno quando, dopo 26 anni di clandestinità e irreperibilità (Kram è ricercato in Germania dai primi anni Ottanta e latitante in quel Paese dal 1986), si è costituito alle autorità della Repubblica federale di Germania?

Per tornare alla sua domanda, ricordo con sofferenza quanto difficile fu la pubblicazione di quel libro. All’epoca ero assistito dal compianto Valerio Riva, un gigante non solo del giornalismo, ma soprattutto della ricerca storica non omologata, il quale si adoperò moltissimo per trovare un editore. Andammo a parlare anche con le edizioni Il Fenicottero di Bologna (lo stesso editore che nel 2000 diede alle stampe quella straordinaria biografica non autorizzata del prof. Romano Prodi, Prodeide, scritta dal mio caro amico e collega Antonio Selvatici, discepolo di Riva ed uno dei più brillanti giornalisti d’inchiesta italiani), ma alla fine non si trovò un accordo e, tempo dopo, ho saputo che il titolare ha chiuso l’attività e lasciato l’Italia. Alla fine il libro uscì, ma il risultato è quello che si può vedere. Bene, quella “stagione migratoria” mi fece riflettere su quello che lei chiama “clima editoriale”. In Italia abbiamo molti “micro-clima” culturali e questo negli anni ha creato dei grandi tabù: argomenti, temi, questioni e vicende sulle quali meno se ne parla, meglio è.

Ha prevalso una sorta di “pensiero unico” dei e sui grandi misteri nazionali, sui segreti della Repubblica e della politica, sui complotti, sui burattinai, sui colpi di Stato (veri o presunti), sulle cospirazioni e manovre occulte. Prendo a prestito questi termini, questo lexicon molto suggestivo, da giornali e saggi sui quali mi sono formato da adolescente. Leggevo con famelica avidità non solo l’Espresso degli anni ruggenti, con le copertine shock e delle grandi inchieste, ma anche Panorama e libri come La strage di stato di Eduardo M. Di Giovanni e Marco Ligini, Giovanni Leone di Camilla Cederna o Gli americani in Italia di Roberto Faenza e Marco Fini. Mi sembrava tutto chiaro, tutto logico e consequenziale. Ma poi ho iniziato a coltivare dei dubbi sulle varie versioni a cui ero stato abituato e sulle quali mi ero formato dei convincimenti. Il primo grande fatto sul quale iniziarono a formarsi profonde crepe fu il presunto golpe attribuito al generale Giovanni De Lorenzo, all’epoca dei fatti (era il 1964, il mio anno di nascita) comandante generale dell’Arma dei carabinieri… il cosiddetto Piano Solo.

Negli anni a seguire, anche sulla scia dei mancati riscontri a quel teorema da parte delle varie Commissioni parlamentari d’inchiesta, mi accorsi che forse il racconto del fatto era cosa diversa dalla verità sostanziale del medesimo fatto. Questo fenomeno (la creazione di un teorema che deve spiegare un evento, spesso inesistente) fa parte di un certo conformismo culturale che affonda le proprie radici ai tempi della Guerra fredda. In Italia, a differenza di quanto è accaduto in altri Paesi europei liberati dalle forze anglo-americane tra il 1944 e il 1945, ha preso il sopravvento – sotto il profilo politico-culturale – il partito sovietico, o meglio quello che a Mosca aveva il proprio punto di riferimento principale (anche e soprattutto in termini economico-finanziari). Vero è che il terreno fu reso fertile - per certi gruppi di influenza - dal clima politico che si determinò, a partire dal dopoguerra, e che ebbe come patto fondante, nel 1947, la nostra Carta costituzionale, entrata in vigore il 1° gennaio 1948. Ma all’interno di quel grande, storico accordo tra le varie anime dell’antifascismo (quella liberale, cristiana, socialista e comunista), alla fine ha preso il sopravvento l’ala minoritaria, ma estremamente aggressiva, di quello che io chiamo il partito filo-sovietico. Lo stesso partito che non avrà problemi ad allearsi, di volta in volta, con la sinistra democristiana per assestare i migliori colpi a quello che veniva ancora considerato un’emanazione del vecchio regime fascista: gli apparati dello Stato e le sue varie articolazioni (come forze di polizia e servizi di sicurezza).

Un esempio importante di questa lobby filo-sovietica è rappresentato da Ruggero Zangrandi, giornalista e scrittore, autore fra l’altro del celebre libro Il lungo viaggio attraverso il fascismo. La sua inchiesta scatenata contro l’intelligence militare (il Sifar) dalle pagine di Paese Sera (un formidabile quotidiano finanziato direttamente da Mosca nella redazione del quale si sono formati molti cronisti di nera e giudiziaria poi approdati a Repubblica) è un esempio di come operava un agente di influenza. Si trattò di una delle più grandi operazioni messe in piedi dalle centrali internazionali oltrecortina. I nostri apparati di sicurezza (fino a quel momento fedeli servitori della logica atlantista, anticomunisti, schierati al fianco dei grandi servizi d’intelligence occidentali) finiranno nel mirino di Mosca, fatti bersaglio di plurime e gravissime offensive e trascinati in una serie di scandali (e questo sino ai nostri giorni – vedi il caso della sparizione di Abu Omar) che col tempo finiranno con l’indebolire le strutture operative più delicate: quelle offensive (lo spionaggio) e quelle difensive (il controspionaggio). La “verità” che si è affermata, a seguito di questa campagna di disarticolazione, è che i servizi segreti sono sempre apparati deviati. Su di loro è stata fatta ricadere tutta la responsabilità in ordine ai piccoli e grandi misteri della Repubblica.

La devastante stagione dei grandi scandali dei servizi segreti, passando dai coinvolgimenti nelle indagini sulla strage di piazza Fontana, dal fallito golpe Borghese fino al tentativo di golpe bianco di Edgardo Sogno, approderà alla fine alla legge di riforma sull’istituzione e ordinamento dei servizi per le informazioni e la sicurezza e disciplina del segreto di Stato, del 24 ottobre 1977, della quale il Partito comunista fu uno dei principali ideatori e protagonisti. Da quel momento, come direbbe l’ex senatore Francesco Mazzola che di servizi d’intelligence se ne int