venerdì, 16 novembre 2007
Il silenzio e il rumore

Ieri sera ad Annozero, il cui tema centrale erano i fatti di Genova del luglio 2001 e gli abusi delle forze dell'ordine (s'è parlato anche del povero Federico ALDROVANDI e ovviamente del tifoso ucciso domenica scorsa), il solito Marco TRAVAGLIO nel suo solito editoriale è riuscito, pensate un po', a parlare della Commissione Mitrokhin e di Mario SCARAMELLA (!?).
Cavoli a merenda voi direte? No. Non crediamo. In questa storia nulla è casuale.
Col suo abituale modo di fare sbarazzino e forbito il bel Marco ha suscitato ovviamente le risate grasse e convinte dell'intera platea mentre un cameraman compiacente indugiava con generosità sui volti degli spettatori sull’orlo delle lacrime d’ilarità ogniqualvolta si accennava a “Mortadella” agente del KGB.
Ecco una trascrizione delle parole di TRAVAGLIO perché a noi piace parlare sui documenti non tralasciando nulla e dando a tutti voce e spazio. Questo comunque il link al filmato.
...

TRAVAGLIO: Parliamo di Commissioni d’inchiesta, perché è chiaro che negli Stati Uniti e in una democrazia normale la catena di comando che non ha funzionato sarebbe oggetto di una Commissione d’inchiesta e lì, senza destra e senza sinistra, andrebbero a vedere che è successo…

Il problema è che qua le commissioni d’inchiesta …

SANTORO: Quelle che vediamo in televisione o al cinema, no?

TRAVAGLIO: esatto

SANTORO: ...il senato americano…che si riunisce, interroga…bah….

TRAVAGLIO: Qua purtroppo le commissioni di solito servono a incasinare anche le poche cose che sono già chiare …e a farla dovrebbero essere gli stessi parlamenti…gli stessi parlamentari che hanno partecipato nella scorsa legislatura ad alcune leggendarie commissioni…l’antimafia ce l’abbiamo dal ’63, e non è che insomma abbia prodotto chissà che cosa…

SANTORO: Beh, qualcosa…

TRAVAGLIO: nell’ultima legislatura la relazione di maggioranza sosteneva che (legge un appunto – ndr)  “le sentenze hanno sbugiardato malamente le accuse di mafiosità ad Andreotti”. In realtà la sentenza dice esattamente il contrario, e cioè che aveva ragione la procura: il reato è stato commesso ma era prescritto fino al 1980.

La Commissione su Ilaria Alpi presieduta dall’avvocato Taormina, sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, ha stabilito che i due inviati sono morti mentre erano dediti al turismo in Somalia.

La Commissione Telekom Serbia e la Commissione Mitrokhin hanno fatto il meglio di tutte, una era presieduta dall’Avvocato Trantino, l’altra era presieduta da Paolo Guzzanti, e dovevano occuparsi di due vicende molto oscure: una, 900 miliardi di lire dati dal nostro Governo di Centro Sinistra al regime di Milosevic già sotto embargo, dall’altra parte le infiltrazione del KGB in Italia negli anni della guerra fredda, solo che poi sono state utilizzate per dimostrare qualcos’altro, perché nel frattempo stavano venendo fuori i processi per le tangenti delle toghe sporche, i processi Previti, Berlusconi eccetera e allora si è deciso di usare queste Commissioni per dimostrare che in realtà le tangenti le pigliavano Prodi, Fassino, Dini, e che Prodi era addirittura un agente del KGB, coinvolto nel delitto Moro. Prodi ha proprio il physique de rôle tipico dell’agente del KGB infatti aveva anche chiamato il suo conto cifrato “mortadella” proprio per evitare che qualcuno potesse sospettare che era suo, mentre Fassino pigliava i soldi sul conto “cicogna” e Dini sul conto “ranocchio”, sempre per mascherare meglio l’identità dei titolari.

Notevoli soprattutto le fonti di queste due commissioni d’inchiesta: una, eehhh… il supertestimone Igor Marini, detto “Aigor”, e l’altro….

SANTORO: ma che fine ha fatto quello? Non si sa! Dove sta?

TRAVAGLIO: E’ stato a lungo in carcere, e adesso aspetta il suo processo.

…l’altro il superconsulente della Mitrokhin: Mario Scaramella, che ormai sono una leggenda: sembrano Gianni e Pinotto, visti insieme.

Destra e sinistra li hanno presi molto sul serio, tant’è che poi hanno dovuto intervenire magistrati e giornalisti a smascherare, perché se era soltanto per il parlamento questi continuavano a fare i supertestimoni a vita.

Marini compare quando, nella Telekom Serbia? Compare nel maggio del 2003, una settimana dopo che è stato condannato per la prima volta Previti per il caso Mondadori. “Armi di distrazione di massa”, le chiamerebbe Sabina Guzzanti. Si presenta come un conte polacco. Dice di avere gestito lui praticamente la transazione fra l’Italia e la Serbia per la compagnia telefonica, dice di avere le prove delle tangenti a Fassino, Prodi e Dini, però le ha dimenticate in Svizzera. E allora la commissione invece di verificare chi è questo qua prima di sperti…di sporgersi, parte in missione per la Svizzera. Solo che si dimenticano di avvertire gli svizzeri. Per cui arriva la gendarmeria, lì trova lì in questo ufficio dei notai pubblici di Lugano, dice: Lei chi è? …ci manda la Telekom Serbia…li arrestano tutti, compresi i parlamentari che poi vengono rilasciati mentre Marini viene trattenuto, perché era ricercato pure in Svizzera, non soltanto in Italia, per avere truffato degli alberghi: lui entrava, mangiava, beveva, dormiva gratis, e poi scappava e non pagava  il conto, come il conte Mascetti nel film “Amici miei”.

Quando i giudici di Torino sanno che hanno preso un certo Marini in Svizzera dicono: eccolo lì, lo stiamo cercando da anni anche a Torino, perché ha fatto delle truffe su titoli indonesiani, e quindi se lo fanno recapitare dagli svizzeri e lo portano al carcere di Torino.

I magistrati cosa fanno? Prima cosa vanno a vedere chi è questo Marini: scoprono che vive in un tugurio fuori Brescia… scoprono il lavoro che fa: fa il facchino al mercato ortofrutticolo di Brescia, che è proprio   tipico di quelli che gestiscono le transazioni fra stato e stato per compagnie telefoniche. Che mestiere fa? Di solito fa il facchino al mercato ortofrutticolo.

Interrogano la seconda moglie, che è in lacrime. Dice: eehhh…ha truffato il parlamento, ma prima ha truffato me, questo.

M’ha raccontato che era: conte, e  non era conte.

M’ha detto che era polacco, non era polacco.

Diceva di essere la controfigura di Schwarzenegger, di essere proprietario di una isola deserta, talmente deserta che poi nessuno l’ha mai vista, e soprattutto di essere il vicepresidente dello IOR, la banca del Vaticano, tant’è che diceva: “io sono così con papa Woytila, ceniamo insieme, eccetera eccetera, io andavo a prenderlo in ufficio pensando che uscisse dal Vaticano, ma quello usciva sempre da un’altra parte”, tant’è che in Vaticano non ci aveva mai messo piede. Alla fine mi ha pure costretta a vendere la macchina per investire in certi titoli indonesiani, non ho mai più visto una lira, e non c’ho più la macchina.

Interrogano la prima moglie, che è una famosa soubrette, Isabel Roussinova, e anche questa dice: “non ho mai voluto raccontare la mia storia, perché mi sentivo veramente male, a essermi fatta prendere in giro da uno così, adesso che vedo che ha preso in giro tutto il parlamento italiano mi sento meno sola, e più sollevata, e posso raccontare la mia storia.”

Il parlamento continua a prendere sul serio Igor Marini, tant’è che per tutta l’estate continuano a interrogarlo pure in carcere, esce l’Avvocato Trantino, esce Calderoli, che era un po’ l’intellettuale della commissione  parlamentare Telekom Serbia, esce l’avvocato Taormina, tutti a dire: “sto Marini, c’ha una memoria prodigiosa, è meglio di Pico della Mirandola”, dicono: infatti ricordava perfettamente cose mai avvenute, non si sa chi gliel’avesse suggerite.

Fatto sta che a un certo punto eehhh…. i conti Cicogna, Mortadella e Ranocchio non vengono mai trovati, naturalmente, i soldi provenienti dalla Telekom Serbia non sono finiti a nessun politico, tranne uno: per vie traverse, senza commettere  nessun reato, si scopre che l’unico politico che ha preso soldi provenienti dalla provvista Telekom Serbia, è l’On. Bocchino di Alleanza Nazionale, che fa parte della Commissione di Telekom Serbia! (la telecamera stacca da Travaglio per offrire un primo piano di Ignazio La Russa – ndr) Cioè stava indagando sulle tangenti degli altri, e in realtà è l’unico che ha preso dei soldi provenienti da quella partita…

SANTORO: senza commettere reati, lui…

TRAVAGLIO: i giudici di Torino dicono: non ha commesso nessun reato. Però è curioso, insomma: è come…è come l’investigatore che scopre di essere l’assassino, praticamente.

Degno “pendant” del conte Igor Marini, è Mario Scaramella da Napoli, superconsulente della Mitrokhin. Vita passata vivendo di espedienti, fonda Società con la fidanzata, millanta credito di essere un uomo della NATO, di essere uno sminatore, di essere un esperto clamoroso in smaltimento di rifiuti tossici, presidente di comitati, tiene lezioni in tutto il mondo, persino in organismi internazionali, finchè a un certo punto  approda alla commissione Mitrokin.

Basterebbe fare un giro a Napoli nel suo quartiere per capire chi è ma non lo fanno, gli credono ciecamente e Guzzanti lo prende come il suo consulente preferito. E lo manda in giro per l’Europa a torchiare delle povere spie russe in menopausa (compare l’immagine di Guzzanti con le mani giunte con un fumetto che dice: “…e Mario dove lo metto?” – ndr) che stanno svernando (compare il volto di Scaramella che dice nel fumetto: “Mandami in Europa a torchiare le spie sovietiche” – ndr)  nella loro vecchiaia tra Londra e altre capitali. (Altro fumetto per Guzzanti: “Sii!!!..in Europa!” – Replica di Scaramella, sempre nel fumetto: “Hanno detto che…Prodi piaciucchiava al KGB!!” ndr)  Quelli, tutti contenti, dice: finalmente ci interroga, vorran sapere di Putin, (compare al centro del video il ritaglio del titolo di un giornale: “Una bomba termonucleare” – esclama Guzzanti, “lo dico subito al capo” – ndr) di tutte le porcate che fa il nostro ex capo del Kgb. No: lui non era interessato a Putin, era interessato a Prodi. Tira fuori la foto di Prodi, chiedendo alle spie, ai sovietici se non l’avevano mai visto. Loro non hanno mai visto Prodi, ovviamente, ma lui insiste e a un certo punto telefona a Guzzanti dicendo: ne ho trovata una che mi ha detto di aver saputo da un’altra che è morta, che aveva saputo da un’altra, che è morta, che un’altra che è morta gli aveva detto che Prodi non dispiaceva al Kgb.

Guzzanti entusiasta dice: “ma questa è una bomba termonucleare, la vado a riferire al capo”, cioè a Berlusconi. Prende a va in Sardegna e  Berlusconi non lo prende neanche sul serio, nemmeno Berlusconi (Santoro sghignazza – ndr)  riesce a raccontare ai suoi elettori che Prodi è un agente del Kgb.

Ne ha raccontate tante, ma questa forse non la credono nemmeno i suoi elettori.

Insomma ‘sto Scaramella continua a molestare tutte le spie che trova in giro. Gli tira pure fuori le foto di Diliberto e Pecoraro Scanio, che anche per l’età, oltre che per la faccia, sono tipici proprio spioni sovietici. No? E poi manda dei messaggi

SANTORO: se si mettono il colbacco, insomma, già….

TRAVAGLIO: …manda dei messaggi, dei messaggi cifrati a Guzzanti dove Pecoraro Scanio viene definito in codice  “Pecorowski e Culattowski”.Quindi stiamo…stiamo parlando di roba molto seria, sempre a spese nostre, naturalmente, perchè la commissione la paghiamo noi…

SANTORO: devi concludere…

TRAVAGLIO: Una spia molestata scrive a Guzzanti dicendo di riprendersi ‘sto Scaramella perché non se ne può più, gli dice: “your friend is a mental case”, cioè è un caso clinico, portatelo via, non se ne può più. (compare l’immagine di un PC con il testo di una e-mail che dice: “Paolo, your friend Mario is a mental case”, dietro al PC compare l’immagine di Guzzanti con un fumetto: “……”  e con la frase successiva “il prossimo sono io”– ndr) Lo smascherano tre giornalisti, D’Avanzo, Bonini e Gatti del sole 24 ore e poi Scotland Yard quando scopre che Scaramella è l’ultimo ad avere incontrato il povero Litvinenko avvelenato con il polonio 210 nel sushi bar di Londra. Scaramella dice: hanno avvelenato anche me, sto morendo; Guzzanti dice: il prossimo sono io. Poi Scaramella resuscita, torna in Italia e lo arrestano, immediatamente, per calunnia ai danni di persone. Ecco perché ho ricordato tutto ciò. Perchè la Mitrokin si spegne mestamente, la magistratura ha più lavoro di prima, il casino sul Kgb è massimo, e oggi immaginiamo un parlamento come questo che si occupa del G8: potrebbe venir fuori persino un supertestimone a giurare che a Bolzaneto hanno tentato un suicidio di massa oppure che alla Diaz non è stata la polizia ma, come disse Taormina in un altro processo,  è stato il vicino di casa.

LA RUSSA: o viceversa….

...

 
Il pretesto era ovviamente la richiesta di istituire una Commissione parlamentare sul G8, ma diremmo noi, ogni occasione è buona per lanciare il messaggio subliminale a cui ormai abbiamo fatto il callo e a cui l’inconscio collettivo s’è adeguato: un ritornello che incessante ripete: “quel polverone della Mitrokhin”, “quella bufala della Mitrokhin”…..
Ogni occasione dunque è buona, soprattutto adesso, che qua e là, qualche dubbio, qualche scoperta imbarazzante, qualche tarocco viene a galla.
Pertanto occorre tenere alta la guardia. Occorre alzare una barriera mediatica che soffochi le voci dissidenti.
Il silenzio e il rumore.
Da un lato la grande stampa ignora con supponenza le notizie provate di manipolazioni e falsificazioni, dall'altro, contemporaneamente, si tiene alto il volume di un vecchio gracchiante grammofono che manda instancabilmente e ininterrottamente in onda lo stesso disco rotto, a coprire le poche fievoli voci fuori dal coro.
 
TRAVAGLIO ieri sera, giocando le stesse carte di sempre, ha voluto dare i giusti meriti ai prodi () che hanno “svelato” agli italiani cosa stava avvenendo coi loro soldi e dunque ha citato Carlo BONINI e le ex spie russe “in menopausa”, dimenticando però di citare anche le loro trancianti smentite [1] [2] d’altronde mai pubblicate su Repubblica né altrove; ha citato Claudio GATTI, indimenticata la sua biografia scaramelliana sul Sole 24 ore, dimenticando però di citare per intero la feroce smentita del magistrato Lorenzo MATASSA.       
Tutte cose che noi, per fortuna, e i nostri lettori conoscono bene, ma, ahimè, siamo un’irrisoria minoranza.
Può anche gratificare sentirsi di appartenere ad una élite, soprattutto quando si tratta di conoscere cose che la stragrande maggioranza delle persone ignora, ma noi ci siamo stancati.
Non crediamo che sia degno di un paese civile e democratico.
Nei prossimi giorni invieremo una lettera aperta a tutte le redazioni dei giornali italiani e a tutti gli indirizzi conosciuti di giornalisti.
Un mailing a pioggia.
Per vedere se in questo paese c’è ancora qualche persona libera e intellettualmente onesta che si prenda la briga di verificare, di indagare, di capire. Di parlare!
Non possiamo credere che non ce ne siano.
Comunque per ora, purtroppo, ha ragione Michele SANTORO.

In Italia per quanto riguarda l’informazione siamo proprio all’ANNO ZERO.

 

postato da: GabrielParadisi alle ore 16/11/2007 10:17 | Permalink | commenti (48)
categoria:giornalismo, prodi romano, travaglio marco, mitrokhin, santoro michele, bonini carlo
lunedì, 10 settembre 2007
Il “Patto”, terza parte
di François de Quengo de Tonquédec

Aggiornamento del 13 settembre 2007:
Con la consueta accuratezza l’amico Sextus ha proseguito la ricerca iniziata da François scoprendo un piccolo dettaglio di un certo interesse che val la pena pubblicare.
 
…A proposito della ipotetica presenza della Fröhlich a Bologna, nell’articolo si cita la dichiarazione resa alla Digos di Bologna da Rodolfo Bulgini il 28 giugno 1982; il testo della citazione è tratto dal Documento conclusivo di minoranza (2006), pp. 239-240 della Commissione Mitrokhin. Va fatto notare che i commissari di minoranza hanno operato un taglio nel testo della deposizione. Ecco il punto incriminato:

"La vidi per la prima volta il pomeriggio del 1° agosto 1980 verso le ore 18,00 e parlava con un portiere di cui adesso non ricordo il nome [...]. La donna...”.

Il testo nascosto dentro alla parentesi quadra è reperibile nel parallelo Documento conclusivo di maggioranza (2006) della stessa Commissione. Alla nota 54 di p. 296, che riporta la medesima deposizione di Bulgini, si legge quanto segue a proposito del testo espunto:

Venni a sapere pochi giorni dopo che questa donna si fece portare una valigia alla stazione da un facchino e questo successe sicuramente il giorno precedente alla strage”.

La deposizione, così ricomposta, è pertanto la seguente:

Ricordo che questa donna parlava in lingua italiana con un forte accento tedesco ed era la prima volta che veniva a mangiare in questo Hotel. La vidi la prima volta il pomeriggio del 1° agosto 1980 verso le ore 18 e parlava con il portiere di cui adesso non ricordo il nome. Venni a sapere pochi giorni dopo che questa donna si fece portare una valigia alla stazione da un facchino e questo successe sicuramente il giorno precedente alla strage. La donna ritornò all'Hotel Jolly il 2 agosto 1980 a mangiare e ricordo che effettuò parecchie telefonate. Rammento che la donna era particolarmente euforica […] aveva effettuato tutte le telefonate per informarsi se il treno che era arrivato sul primo binario e che era stato investito dai detriti della bomba trasportasse i suoi due figli […] Ricordo che la donna aveva oltre i trenta anni”.

Sul punto specifico, occorre necessariamente rimanere cauti, però alcune considerazioni del tutto ipotetiche si possono fare.

Se la persona indicata da Bulgini era effettivamente la Fröhlich la faccenda della valigia potrebbe essere rilevante.
Se non era la Fröhlich, ma persona estranea alla strage, nessuna rilevanza.
Si potrebbe anche pensare a persona diversa dalla Fröhlich, ma implicata, e la cosa potrebbe tornare ad avere un qualche peso.

Altre riflessioni in libertà.
C’è da immaginarsi che nessuno degli investigatori abbia sentito il portiere nominato da Bulgini per provare a saperne di più: dove portò esattamente la valigia?
È comunque un po’ strano che una persona faccia portare una valigia in stazione il 1° agosto e non parta quel giorno, ma il 2 ritorni nello stesso albergo.
Ai non bolognesi è forse il caso di ricordare che l’Hotel Jolly è nei pressi della stazione, praticamente di fronte, tra la fine di via dell’Indipendenza e il piazzale della stazione.

Non servirà a spiegare cosa è successo alla stazione, ma forse a cestinare l'ultimo depistaggio”.
Con questa frase si chiude un’articolo-intervista a Thomas Kram, l’ex appartenente alle Cellule Rivoluzionarie presente a Bologna il 2 Agosto 1980, pubblicato su Il Manifesto l’1 Agosto di quest’anno.
Già, i depistaggi, la P2, i servizi deviati, Gelli, Pazienza, quante volte ne abbiamo sentito parlare?
Il patto siglato da Aldo Moro con i palestinesi attraverso Stefano Giovannone? Tutte frottole, fumo negli occhi, i palestinesi non c’entrano nulla e i depistaggi dei piduisti servivano a proteggere i fascisti responsabili ed i loro mandanti, ossia quella parte di Stato deviata, stragista e golpista che ruotava intorno al “Venerabile” di Castiglion Fibocchi. Sono andate davvero così le cose? In parte si, i depistaggi fatti dai servizi segreti sono esistiti davvero, ma vedendo dove hanno tentato di indirizzare le indagini e chi sono gli autori offrono non poche sorprese, vediamole, ripartendo da dove ci eravamo interrotti, ossia l’eventuale presenza di Christa Margot Fröhlich a Bologna il giorno della strage.
Il 22 giugno 1982, 4 giorni dopo l’arresto della Fröhlich avvenuto all’Aeroporto di Fiumicino dove venne scoperta con una valigia contenente dell’esplosivo, un cameriere dell’Hotel Jolly De La Gare di Bologna riconosce dalla foto sui quotidiani “Heidi” Fröhlich come la donna presente nell’albergo dove lavorava il 2 Agosto 1980. Il 28 Giugno si reca presso gli uffici della DIGOS di Bologna dove rende spontanee dichiarazioni testimoniali riportate dal documento conclusivo di minoranza in Commissione Mitrokhin (pagine 239-240):
“Venivo colpito dalla fotografia di questa doma in quanto notavo una certa somiglianza tra questa fotografia e una donna che due anni fa circa era stata a mangiare all'Hotel Yolly [sic] e precisamente nel periodo precedente la strage alla stazione di Bologna. Ricordo che questa donna parlava in lingua italiana con un forte accento tedesco ed era la prima volta che veniva a mangiare in questo hotel”
 
“La vidi per la prima volta il pomeriggio del 1° Agosto 1980 verso le ore 18,00 e parlava con un portiere di cui adesso non ricordo il nome [...] La donna ritornò all'hotel Yolly il 2 agosto 1980 a mangiare e ricordo che effettuò parecchie telefonate, rammento che la donna era particolarmente euforica [….] cercava con insistenza di conversare con me e mi riferì che lei abitava a Idice, che era stata ballerina al Joker Yolly quattro anni prima e che aveva effettuato tutte le telefonate per informarsi se il treno che era arrivato sul primo binario e che era stato investito dai detriti della bomba trasportasse i suoi figli".
 
Sempre il documento conclusivo di minoranza riporta un sunto degli accertamenti svolti, chiudendolo con un dettaglio che pare dimostrare l’inattendibilità della testimonianza:
 
“I1 25 giugno 1982, il capo della Polizia Giovanni Coronas invia a tutti i questori la richiesta di segnalare alla questura di Roma e agli Interni Sicurezza eventuali tracce di "soggiorno o transito" della Frolich. Non solo a questo nome, ma anche ai nomi falsi contenuti nei due passaporti trovati in possesso della terrorista al momento del suo arresto avvenuto pochi giorni prima, all'aeroporto di Fiumicino, il 18 giugno. I1 6 luglio 1982, in base alle dichiarazioni spontanee rese dal signor Bulgini, l'ufficio Istruzione della Procura di Bologna chiede al dirigente della DIGOS della locale Questura di accertare la presenza della Fröhlich ad Idice di S. Lazzaro e se ella abbia lavorato come ballerina al Jocker Yolly, intorno al 1978, e cioè nel periodo indicato dal signor Bulgini. In data 12 ottobre 1982, la DIGOS risponde che gli accertamenti svolti hanno dato esito negativo. A ciò si aggiunge il dato che l'attività del citato Jocker Jolly, la cui attività è iniziata il 4 luglio 1960 è cessata il 5 dicembre 1976.”
 
Apparentemente quindi, con buona pace dei depistatori complottisti, “Heidi” Fröhlich non può essere la donna riconosciuta dal cameriere, anzi, la testimonianza è probabilmente un bufala, visto che “nel periodo indicato dal signor Bulgini”, il locale dove avrebbe dovuto lavorare la terrorista tedesca era già chiuso.
 
Apparentemente appunto, visto che il testimone non ha mai dichiarato che la Fröhlich aveva lavorato in quel locale nel 1978, ma nel 1976!
Rileggendo lo stralcio del verbale della deposizione del 1982, infatti si legge:
“mi riferì (nel 1980 Ndr) che lei abitava a Idice, che era stata ballerina al Joker Jolly quattro anni prima”. In poche parole, la DIGOS ha sbagliato anno, compiendo gli accertamenti come se il teste avesse dichiarato “mi riferì che lei abitava a Idice, che era stata ballerina al Joker Jolly quattro anni fa” e non “quattro anni prima”.
 
Un errore grossolano, che fa il paio con quello avvenuto negli anni ’80 ad opera del Ministero dell’Interno, che tiene sotto controllo Thomas Kram  in quanto estremista di destra, più esattamente, in un documento inviato dalla Questura di Bologna alla Procura della Repubblica della stessa città si legge:
“Al CED il prefato (ossia Kram Ndr) risulta: in data 29 Aprile 1983 inserito vigilanza e segnalazione dal Servizio di sicurezza del Ministero dell’Interno quale estremista di destra; in data 14 novembre 1985 inserito quale soggetto eversivo in ambito di terrorismo internazionale” (cfr. R. Bocca, "Tutta un’altra strage", BUR, pag. 236).
 
Come un estremista di sinistra tedesco per i nostri servizi diventi di destra dopo che è stata resa nota la sua presenza a Bologna è un mistero. Thomas Kram infatti era già noto alle autorità italiane da prima della strage di Bologna, difatti il 1° Agosto 1980 fu fermato e trattenuto alla frontiera di Chiasso per dei lunghi accertamenti, durante i quali dichiarò che la sua destinazione in Italia era Milano, dove avrebbe dovuto incontrarsi con una certa Heidi, nome rinvenuto su un appunto in suo possesso durante la perquisizione. La Polizia di Frontiera allertò le prefetture di Como (presumibilmente perché lungo il percorso del treno) e di Milano, ovviamente non quelle delle altre città, ad eccezione di quella di Roma.
 
Forse queste sviste delle autorità vanno collocate nell’ampio quadro dei depistaggi “di Stato”, che come abbiamo già detto, secondo la convinzione di molti servivano a salvare i veri responsabili, Francesca Mambro e Giusva Fioravanti, ed i loro mandanti, la P2.
 
In realtà la famigerata “pista libanese”, primo depistaggio a mezzo stampa operato sulla strage mirava più a trovare dei mandanti ai due neofascisti accusati, visto che faceva riferimento a un’organizzazione  terroristica internazionale che addestrava in campi situati in Libano terroristi con lo scopo di restaurare il nazifascismo. 
 
La notizia, successivamente confermata dal SISMI del Generale Giuseppe Santovito, (tessera P2 1630, nominato ai vertici del SISMI con il pieno accordo di Ugo Pecchioli, PCI, dal 1977 al 1979 vicepresidente del COPACO Ndr) fu data la prima volta da una giornalista del Corriere del Ticino, Rita Porena, che sul suo giornale, il 19 settembre 1980 intervista a Abu Ayad, dirigente di Al Fatah, nonché capo dei servizi segreti dell’OLP che dichiara appunto l’esistenza di questi campi di addestramento controllati dalla destra maronita, aggiungendo che durante gli addestramenti “il gruppo tedesco ha discusso con gli italiani la strategia per restaurare il nazifascismo” e che i neofascisti italiani “hanno affermato che il loro maggior nemico è rappresentato dal Partito Comunista e dalla sinistra in generale, perciò avrebbero cominciato con un grosso attentato a Bologna, città amministrata dalla sinistra”.
Dagli atti dell’inchiesta di Bologna è emerso che Rita Porena era legata al Sismi, in particolare al Colonnello Giovannone, ossia all’autore insieme a Moro dell’ormai famoso “patto”.
(cfr. R. Bocca, "Tutta un’altra strage", BUR, pagg. 123-124).
 
Come tutto questo si possa classificare come un depistaggio per proteggere i neofascisti dei NAR è difficile da capire, ancora meno se si aggiunge al quadro la vicenda della valigia rinvenuta, su segnalazione del SISMI, il 13 Gennaio 1981 alla stazione di Bologna sul treno 514 diretto a Milano, contenente un mitra, un fucile, 7 etti di esplosivo, due passamontagna, dei guanti, dei giornali francesi e tedeschi e due biglietti aerei, uno Milano Monaco intestato a Dimitris Martin, l’altro Milano Parigi intestato a Legrand Raphael, rilasciati il giorno precedente dall’agenzia Morfini di Bari. Alla successiva richiesta di notizie inviata da parte della procura del capoluogo emiliano il SISMI, nella persona del Generale Santovito risponderà che a comprare quei biglietti era stato Giorgio Vale, appartenente prima a Terza posizione e poi ai NAR di Mambro e Fioravanti, che avrebbe tenuto i contatti con il gruppo francese FANE e con quello tedesco Hoffmann.
 
Hoffmann, secondo l’articolo del Corriere del Ticino scritto dalla giornalista legata (e secondo alcuni a libro paga) al Colonnello Giovannone citato prima era il capo del gruppo tedesco che si addestrava insieme agli italiani in Libano.
Per questa falsa pista, che parlava di una fantomatica operazione “terrore sui treni” sono stati condannati per depistaggio: Francesco Pazienza, Licio Gelli, il Generale Pietro Musumeci e il Colonnello Giuseppe Belmonte, gli ultimi due in forza al SISMI.
 
Giorgio Vale, risultato poi del tutto estraneo e vittima di una macchinazione del SISMI, morirà, ufficialmente per suicidio, durante un conflitto a fuoco con la Polizia che fece irruzione nell’appartamento dove era rifugiato mentre i suoi famigliari e i suoi legali trattavano con le autorità per farlo costituire senza spargimento di sangue. Durante il conflitto a fuoco vennero sparati oltre 140 colpi.
 
Una piccola nota per chiudere il capitolo dei depistaggi “storici”: l’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, afferma, nell’intervista rilasciata a Riccardo Bocca per il suo libro “Tutta un’altra strage”, di aver conosciuto Yasser Arafat nell’appartamento di rappresentanza del Generale Santovito.
 
Veniamo all’ ”ultimo depistaggio” ossia agli “scoop” dell’estate che hanno definito tale la pista palestinese portata avanti sia dalla Commissione Mitrokhin, e considerata come assolutamente da approfondire dal giornalista del Manifesto Andrea Colombo, autore, insieme a Mambro e Fioravanti del libro “Storia nera”.
 
Il 28 giugno 2007 L’Espresso ha pubblicato il primo capitolo del libro di Riccardo Bocca, nel quale appare una misteriosa nonché anonima testimone che afferma di aver visto qualcosa di strano il 2 agosto 1980 fuori dalla stazione di Bologna subito prima dello scoppio:
 
"Per qualche minuto rimasi davanti alla stazione, ad aspettare il pullman. Poi mi sedetti sull'aiuola al centro della piazza, e a pochi metri da me, sull'erba, notai un ragazzo e una ragazza vestiti in modo assurdo, vista l'afa che c'era. Avevano pantaloni a tre quarti da montagna, calzettoni di lana e scarponi. In particolare, la ragazza indossava calzoni verde militare, calzettoni rossi, una maglietta bianca, uno zaino, e aveva a fianco un golf o un giacchino tirolese. Quanto al ragazzo, ricordo la sua giacca, che non era il classico modello italiano, ma anch'esso tirolese. Una tenuta così eccentrica che pensai: 'Non sembrano nemmeno tedeschi...!'; un'espressione emiliana per sottolineare quanto invece lo apparissero, almeno sotto il profilo dell'abbigliamento. Per il resto erano italiani al cento per cento, con i capelli castani - lei lunghi fino al collo - e i nostri tipici volti".
Questa testimonianza, che pare essere una risposta alle dichiarazioni del figlio di Massimo Sparti (il superteste che dichiarò di aver saputo da Fioravanti che lui e la Mambro erano gli autori della strage Ndr) che ha recentemente affermato che la testimonianza del padre era un falso.
Massimo Sparti (legato alla Banda della Magliana, a sua volta legata alla P2 autrice dei depistaggi di cui abbiamo parlato), ha affermato che Fioravanti si rivolse a lui per dei documenti falsi per la sua compagna:
"Valerio si presentò a casa mia con la Mambro che io non conoscevo, e mi parlò di questa in termini elogiativi, dicendo che aveva trovato la donna della sua vita e che si trattava di una ragazza decisa e coraggiosa. Mi disse pure che era stata fidanzata con un 'coglione', e che adesso stava con lui. Riferendosi alla strage mi disse testualmente: 'Hai visto che botto?', e aggiunse che a Bologna si era vestito in modo da sembrare un turista tedesco, mentre la Mambro poteva esser stata notata, per cui aveva bisogno urgentissimo di documenti falsi e le aveva fatto tingere i capelli".
 
Di seguito la ricostruzione di quello che fece la testimone dopo aver appreso nel 1982, della testimonianza di Sparti dai giornali, così come la ricostruisce Bocca nel suo libro:
"Andai a Bologna", dice, "per partecipare a una riunione dell'Associazione dei familiari delle vittime. Presi da parte l'allora presidente Torquato Secci con il vice Paolo Bolognesi, e raccontai tutto".
"Restammo sbalorditi", conferma l'attuale presidente Bolognesi, fin qui in silenzio durante il mio incontro con la testimone. "Le dicemmo che con quel genere di cose non si scherzava, che doveva andare dagli inquirenti. Poi contattammo l'avvocato dell'associazione, Laura Grassi, e la pregammo di concordare un appuntamento".
Ciò che succede di lì a pochi giorni, lo ricostruisce la signora: "Da principio raccontai agli inquirenti quello che ricordavo del 2 agosto. Poi mi mostrarono delle fotografie segnaletiche con volti di donna, e mi chiesero se ne riconoscevo qualcuno. Presi in mano quelle immagini in bianco e nero, le guardai con attenzione e dissi: 'Lei', indicando uno dei ritratti. 'Questa ragazza mi pare proprio di riconoscerla...'".
In verità, precisa oggi, "ricordavo un volto appena più paffuto, più in carne, ma i lineamenti erano quelli".
Quanto basta per provocare la reazione di chi la interroga: "Signora, ma questa è la Mambro!", le dicono. Dopodiché le chiedono dove l'avesse vista, quella ragazza, ottenendo però una risposta vaga: "Non spiegai", ammette la signora, "che la donna nella fotografia era la stessa della stazione di Bologna. Dissi invece che non sapevo con certezza dove l'avessi notata: forse in televisione, o sui giornali...". "Insomma", commenta Bolognesi, "quando si è trovata a sottoscrivere un verbale, la signora non l'ha fatto, non se l'è sentita. O almeno questo è ciò che noi dell'Associazione abbiamo saputo tempo dopo, da altre fonti".

In effetti,
su questo punto la signora non è precisa. Si rifugia dietro il tempo passato, nei buchi di memoria che ha allargato per rimuovere le preoccupazioni. Ma ciò che è disposta a dire, ventisette anni dopo la strage, è comunque importante. "In effetti", ammette, "collegai il volto della Mambro alla giovane sull'aiuola della stazione. Non solo: misi in relazione il suo volto al corpo, del quale avevo notato il generoso seno". Un collegamento, precisa, "che mi è venuto dopo l'interrogatorio, quando è scemata l'angoscia per quello che stava succedendo".
Alcune stranezze: dalle cronache processuali risulta che tutti i feriti (e la signora dichiara di essere stata ricoverata in ospedale dove sono state raccolte dagli inquirenti le sue prime dichiarazioni) furono convocati in aula, e che nessuno abbia riconosciuto i due imputati, quindi la signora oltre a non aver firmato il verbale avrebbe reso falsa testimonianza. Inoltre l’associazione familiari delle vittime non avrebbe mai rivelato queste informazioni, nemmeno al rappresentante della pubblica accusa, ufficialmente perché non avrebbe mai confermato i fatti pubblicamente.
Rimane però strano che mentre la difesa cercava di smontare in tutti i modi la testimonianza di Sparti nessuno abbia fatto partecipe, magari informalmente, il rappresentante della pubblica accusa, tanto più che le riunioni tra la pubblica accusa e le parti civili sono un fatto noto e documentato.
Inoltre, questa testimonianza, pur confermando la presenza di Mambro e Fioravanti, contrasta in parte con la ricostruzione di Sparti, visto che a suo dire l’unico vestito da Tirolese sarebbe stato Fioravanti, mentre la Mambro, evidentemente vestita in modo “normale” rischiava di essere riconosciuta. Anche la presenza di un “uomo” insieme ai due neofascisti contrasta con la ricostruzione fatta dai magistrati bolognesi, per i quali il terzo uomo del gruppo era Luigi Ciavardini, all’epoca diciassettenne.
L’altro scoop dell’estate, come già accennato, è l’articolo de Il Manifesto del 1° Agosto 2007, intitolato “Bologna, l'ultimo depistaggio”, nel quale, intervistato dal giornalista Guido Ambrosino, Thomas Kram ricostruisce la sua presenza a Bologna il 2 agosto 1980:
«Ho scoperto su internet che la bomba potrei averla messa io. Un'assurdità, sostenuta addirittura da una commissione d'inchiesta del parlamento italiano, o meglio dalla sua maggioranza di centrodestra, nel dicembre 2004. Deputati di An, e altri critici delle sentenze che hanno condannato per quella strage i neofascisti Fioravanti e Mambro, rimproverano agli inquirenti di non aver indagato sulla mia presenza a Bologna». Per Kram è una polemica pretestuosa: «Non sono io il mistero da svelare. Non lo credono nemmeno i commissari di minoranza della Mitrokhin. Viaggiavo con documenti autentici. La polizia italiana mi controllava, sapeva in che albergo avevo dormito a Bologna, il giorno prima mi aveva fermato a Chiasso. Come corriere per una bomba non ero proprio adatto».
Quello che Kram non dice è che, come ricostruito dal documento conclusivo di minoranza in Commissione Mitrokhin, nessuno sospettava minimamente che Kram fosse diretto a Bologna, visto che alla frontiera aveva dichiarato di essere diretto a Milano, inoltre Kram si registrò in albergo dopo la mezzanotte del 2 Agosto, quindi il suo nominativo fu consegnato dall’albergo dove Kram alloggiò alla Questura bolognese solo la mattina successiva, ossia nel pieno del caos di quella tragica mattina. La Questura informerà infatti la DIGOS e il Ministero degli Interni della presenza di Kram a Bologna, solo il 7 Agosto.   (cfr. Documento conclusivo di minoranza della Commissione Mitrokhin, pagg. 229-232)
L’articolo prosegue così:
Un viaggio in Italia
Agosto, tempo di vacanze. Kram voleva rivedere amici conosciuti a Perugia dove aveva frequentato due corsi d'italiano, dal settembre al dicembre 1979, e dal gennaio al marzo 1980. «A Milano mi aveva invitato un'austriaca, che lì insegnava tedesco. Avrei pernottato da lei e il giorno dopo avrei proseguito per Firenze».
«Arrivato a Chiasso il primo agosto 'alle ore 12,08 legali', secondo le note della polizia riportate dalla relazione di minoranza della Mitrokhin, mi fecero scendere dal treno. Dovevano avere avuto una segnalazione dalla Germania». Sin dal novembre 1979, quando soggiornava a Perugia, Kram era sorvegliato in Italia su richiesta del Bundeskriminalamt, che lo sospettava di favoreggiamento delle Cellule rivoluzionarie. «Mi trattennero per ore. Mi sequestrarono una lettera dell'amica, che spiega il motivo del viaggio. L'appuntamento con lei a Milano saltò. Non riuscii a rintracciarla. Ripresi il treno per Firenze, ma sarei arrivato troppo tardi per trovare un albergo. Decisi di fermarmi a Bologna».
All'albergo Centrale, in via della Zecca 2, è registrato l'arrivo. Su una piantina di Bologna, Kram ricostruisce il percorso del giorno dopo: «Mi svegliai tardi, feci colazione in qualche caffè vicino Piazza Maggiore. Poi mi incamminai verso la stazione su una grande strada, forse via dell'Indipendenza. Le sirene tranciavano l'aria. Da lontano vidi sul piazzale della stazione il lampeggiare di ambulanze e mezzi dei pompieri. Si capiva che era successo qualcosa di grave».
«Non mi avvicinai. Dopo l'esperienza del giorno prima a Chiasso non volevo incappare in nuovi controlli di polizia. Un taxi mi portò alla stazione delle autocorriere. A Firenze arrivai in pullman. Rimasi forse quattro, cinque giorni. Poi tornai in Germania».

Ricostruiamo anche noi su una piantina di Bologna, o meglio su una foto aerea il percorso di Kram quella mattina:

Il punto 1 è Piazza Maggiore, punto di riferimento dato da Kram per il suo percorso verso la stazione ferroviaria, in effetti il suo albergo, l'Hotel Centrale (punto 2) è in Via della Zecca vicinissimo alla piazza.
Via dell’indipendenza è la strada che parte dall’angolo in alto a sinistra (guardando la foto) di Piazza Maggiore, e arriva quasi davanti alla stazione ferroviaria, ma soprattutto arriva a pochi metri dalla stazione delle autocorriere.
Come si vede chiaramente, Kram non poteva in nessun modo vedere da lontano i mezzi di soccorso sul piazzale della stazione, per farlo doveva essere in fondo a Via dell’Indipendenza, quindi davanti al posto dove si sarebbe, a suo dire, fatto accompagnare in taxi.
Impensabile. Anche perché i taxi più vicini erano quelli del parcheggio davanti alla stazione, che dopo il crollo della sala d’aspetto erano sommersi dai detriti. Anche due taxisti risultarono tra le 85 vittime della strage.
Quella mattina dopo l’esplosione persino gli Autobus scaricarono i passeggeri e trasportarono feriti o morti. I taxi, a Bologna, quella mattina non girarono. Soprattutto a ridosso della stazione e soprattutto per percorsi di pochi metri.
Dall’immagine aerea si vede anche chiaramente che nessuna delle strade che dal centro della città porta verso la Stazione permette una visuale “da lontano” del piazzale della stazione. Per vedere i mezzi di soccorso Kram doveva essere praticamente davanti alla stazione delle corriere dove dice di essersi fatto accompagnare in taxi. Ma c’è di più.

Thomas Kram sostiene che doveva fare tappa a Milano per incontrare un’amica, che dagli accertamenti fatti sul suo conto risulta chiamarsi Heidi. Heidi e’ il nome “di battaglia” di Christa  Margot Fröhlich, era con lei che doveva incontrarsi a Milano? Ovviamente i due smentiscono, ma l’arrivo di Kram in albergo dopo la mezzanotte pare incompatibile con la ricostruzione dei fatti che ha dato al Manifesto.

Il treno 307 delle 12.08 legali con il quale Kram proseguì il suo viaggio dopo i controlli alla frontiera impiegava circa 50 minuti ad arrivare da Ponte Chiasso a Milano (cfr. Orario Ferroviario Pozzo 1975/76, posticipato di un ora perché con ora solare), quindi se Kram, che era già in ritardo di un’ora e mezzo rispetto all’arrivo previsto con il treno 201 dal quale era stato fatto scendere per i controlli, non era in grado di rintracciare la sua amica come da lui affermato aveva tutto il tempo di raggiungere Firenze ben prima della mezzanotte, ora della sua registrazione in albergo a Bologna, quindi la spiegazione di essersi fermato in quella città perché sarebbe arrivato troppo tardi a Firenze non sta in piedi. Cosa ha fatto in tutto quel tempo? E per finire, è mai andato a Firenze?
Dopo la notte trascorsa all’Hotel Centrale a Bologna non c’è più nessuna traccia documentale della presenza di Kram in Italia, eppure lui stesso parlando del suo soggiorno a Firenze fa riferimento all’albergo come luogo di pernottamento. Come mai non c’è nessuna traccia di questo passaggio negli accertamenti svolti su di lui dalla DIGOS?
Non ha dormito in albergo? Non si è registrato? Si è registrato sotto falso nome? Non è mai andato a Firenze ma ha lasciato l’Italia in fretta e furia?
Probabilmente sono passati troppi anni per saperlo, ma una cosa sembra sicura: il titolo “l’ultimo depistaggio” è davvero azzeccato per quell’articolo del Manifesto.
 

postato da: GabrielParadisi alle ore 10/09/2007 09:15 | Permalink | commenti (549)
categoria:giornalismo, mitrokhin, misteri d italia, strage stazione
mercoledì, 11 luglio 2007

Shhh!

 

 

E va bene. L’avete capito. Io amo i Peanuts. Non c’è dubbio.

Amo la primavera; le colline dolci della romagna-toscana. Amo l’indolente provincia che vi cresce intorno. Col Mare (maiuscolo) lì vicino. (…sempre il mare, uomo libero, amerai…)

Amo Charlie Brown ma anche Mafalda (un bacio di nascosto…), Zagor Te Nai, Corto Maltese e altri meravigliosi compagni di mente… di quegli anni “formidabili”.

Amo l’adolescenza. Perchè ho avuto la fortuna di viverne una serena e piena di emozioni. E di questo io non posso che ringraziare d-o.

Ma è inutile menare il can per l’aia…

 

Ci ho provato, è vero… per allentare la tensione, per ritornare a parlare di altro… Ho ricevuto anche un sincero, amicale, tenero consiglio da un’amica in tal senso…

Ci ho provato insomma. Ma credo sia inutile…

Nessun commento sulle “noccioline” dopo un giorno è sintomatico. Devo prenderne atto.

Questo blog ha assunto ormai una fisionomia specifica. È la sua peculiarità. Contemporaneamente è la sua grandezza ed il suo limite.

 

Forse questo blog addirittura morirà su questa storia. Ma non sarà stato comunque invano.

Questo spazio di rete è diventato un luogo (LIBERO!) di discussione e di ricerca su una determinata vicenda ed è  inutile, oltre che stupido, girarci intorno.

Quindi ho deciso di riportare d’autorità la discussione OT (On Topic)…

Sarebbe necessaria, forse indispensabile, una mia presenza più continua, lo sò. Non mi è possibile, ahimè. Ma qualche colpo di timone ogni tanto credo sia opportuno darlo…

 

Un amico (un acuto “bretone”…) ha postato giusto ieri un’agenzia ANSA che io trovo sconvolgente.

Recentemente con un amico, diciamo così…“sismico”, abbiamo provato quasi per gioco a riportare in superficie alcuni documenti e prove (edite… nulla di segreto dunque), che per qualche ragione però erano rimaste sepolte sotto numerosi strati di polvere e di oblio.

Come mai ciò era accaduto ci siamo chiesti? Non saprei…

Forse però, potrei azzardare, per la stessa ragione per cui anche quell’agenzia riportata ieri da Francois è stata completamente ignorata dai media… Perché così a me risulta…

Io non ne ho trovato traccia in nessun quotidiano. Se qualcuno mi può smentire ne sarei sinceramente felice…

 

Ora quello che vorrei far capire è che non sono qui a sostenere che una dichiarazione “celata”, una testimonianza “insabbiata” sono necessariamente “la Verità”. Credo però che ci siano sistemi intellettualmente rispettabili e razionali per dimostrarne l’eventuale inconsistenza.

 

Come mi piacerebbe vedere un politico, un giornalista, un addetto ai lavori insomma prendere per le corna il problema, strofinarsi il corpo con olii e unguenti, impugnare la spada ed affrontare la realtà con energia ma soprattutto con dignità…

 

Sergio De Gregorio (a pelle non lo adoro…), ha detto forse una enorme falsità? Ebbene che qualcuno, per favore, lo smentisca. Subito. Lo faccia con forza.

Qualsiasi omissione mi inquieta. Perché, mi domando, si evita persino di citare le sue parole?

 

Il silenzio altezzoso, sprezzante, indisponente a me (mi) riempie di tristezza e di amarezza.

Mi va via anche la voglia di leggermi qualche striscia degli anni ’70 con Piperita Patty, Marcie e Charlie Brown al campeggio…

anche se oggi, mio figlio diciassettenne, è proprio in un campeggio in Costa Dorada con tre compagne/i di liceo… a tirar tardi e a lumare le pupe…

 

postato da: GabrielParadisi alle ore 11/07/2007 23:05 | Permalink | commenti (327)
categoria:palestina, israele, giornalismo, servizi segreti
mercoledì, 06 giugno 2007

Il Patto

(intervista* a Gian Paolo Pelizzaro)

* L’intervista è stata realizzata con l’aiuto fondamentale di Sextus Empiricus e di Enrix.

 

Da un paio di settimane rimbalza in Tv una notizia a dir poco esplosiva e inedita.

Per primo ne ha parlato il giudice Rosario Priore a “Omnibus” su La 7 alle 8.13 di lunedì 14 maggio. E poi anche a “Terra” il programma di approfondimento del Tg5, andata in onda alle 23.30 di domenica 3 giugno.

Poi se n’è discusso da Minoli a “La Storia Siamo Noi” su Raidue giovedì 24 maggio. La carta stampata a dire il vero non ne ha dato per ora il risalto che a nostro avviso meriterebbe, ma questo è un altro discorso.

In sostanza, la notizia riguarda un “Patto” segretissimo “siglato” dopo la strage di Fiumicino del 17 dicembre 1973, tra il governo italiano (Aldo Moro Ministro degli Affari esteri nel IV governo Rumor, 7 luglio 1973 – 14 marzo 1974) e la dirigenza palestinese. A fronte della “distrazione” da parte delle autorità italiane al passaggio di armi e di materiale esplosivo attraverso il nostro Paese, il terrorismo palestinese ci avrebbe risparmiato dalle sue cruente azioni e ciò in effetti accadde almeno fino alla fine del 1979.

Sull’esistenza di tale patto oggi sembrano convergere un po’ tutti, da Francesco Cossiga a Giulio Andreotti, anche se Cossiga sostiene di esserne stato all’oscuro persino quando arrivò a ricoprire le cariche istituzionali più elevate. Verso la fine del 1979, forse inavvertitamente, il patto venne rotto con il sequestro ad Ortona (in provincia di Chieti) di due di missili SAM 7 “Strela” di fabbricazione sovietica e l’arresto proprio a Bologna del cittadino giordano di origini palestinesi Saleh Abu Anzeh, responsabile del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) in Italia, formazione di matrice marxista-leninista che aderiva all’OLP e che praticava il terrorismo su scala internazionale.

Secondo i consulenti della Commissione Mitrokhin Lorenzo Matassa e Gian Paolo Pelizzaro il movente della strage di Bologna sarebbe stato proprio l’arresto di Abu Saleh e la violazione di quell’accordo tra l’Italia e i palestinesi. Una prova di ciò la presenza a Bologna la notte precedente la strage alla stazione del terrorista tedesco Thomas Kram legato al gruppo di Carlos e dunque all’FPLP.

Secondo Priore uno dei motivi per cui la Commissione Mitrokhin ha suscitato tante resistenze è proprio il fatto che coi suoi lavori e con le sue ricerche si fosse arrivati vicino a queste verità scottanti “su cui non si può ancora parlare”.

Gian Paolo Pelizzaro, redattore del mensile Area e giornalista del Roma di Napoli, presente alla trasmissione di Minoli, è stato consulente della Commissione Stragi e della Mitrokhin. In questi ultimi mesi insieme a Vincenzo Nardiello sta conducendo per il quotidiano napoletano una documentatissima e attenta inchiesta sulla vicenda che vede coinvolto Mario Scaramella, altro consulente della Commissione presieduta da Paolo Guzzanti, in carcere dalla vigilia di Natale.

Abbiamo chiesto a Pelizzaro se era disponibile a rispondere ad alcune domande sui fatti che abbiamo velocemente richiamato. Gentilmente ha accettato.

 

Pelizzaro, nell’ottobre del 1997 è stato pubblicato il saggio Gladio rossa. Dossier sulla più potente banda armata esistita in Italia per le edizioni Settimo Sigillo. Nei “Ringraziamenti” lei lamentò il fatto che quel suo testo era già pronto nel 1994, ma che subì una vera e propria "stagione migratoria" da un editore all’altro restando spesso dimenticato per mesi nei cassetti di tante scrivanie. Lei crede che anche oggi ci siano alcuni argomenti “tabù” sui quali si applica un vero e proprio ostracismo più o meno palese? Ritiene che oggi una nuova edizione di quel suo libro, magari aggiornata con le informazioni contenute nel “dossier Mitrokhin”, reso pubblico nell’ottobre 1999, incontrerebbe ancora tante difficoltà? Il “clima editoriale” è più o meno lo stesso di allora?

 

Prima di rispondere a questa domanda, vorrei tornare per un attimo alla vicenda del tedesco Thomas Kram, essendo questo un tema trattato sia nella trasmissione “La storia siamo noi” di Giovanni Minoli su Raidue che da “Terra” di Toni Capuozzo su Canale 5, ambedue dedicate alla strage di Bologna. Ho sentito, per l’ennesima volta, alcune affermazioni che meritano un chiarimento. Secondo alcuni, infatti, non vi sarebbe la “prova” che Kram, già militante di primo livello delle Cellule rivoluzionarie tedesche, avrebbe fatto parte anche del gruppo Carlos. Bene, ciò è falso. La “prova” che il tedesco presente a Bologna a partire dalle prime ore del 2 agosto 1980 fosse stato arruolato nella rete Separat (nome in codice assegnato al gruppo Carlos dalla Stasi, la polizia politica dell’ex Ddr) è contenuta in una serie di documenti e fascicoli che la Commissione Mitrokhin ha potuto acquisire, a partire dall’ottobre del 2003. Il primo riscontro è contenuto in un lungo rapporto di polizia giudiziaria formato dalla Dst (l’antiterrorismo francese), risalente al 3 ottobre 1995 e destinato al giudice istruttore di Parigi Jean-Louis Bruguière, titolare delle inchieste che hanno portato ad un nuovo rinvio a giudizio di Carlos (la notizia si è appresa il 4 maggio scorso) per una serie di attentati dinamitardi compiuti in Francia (fra cui quello al treno Parigi-Tolosa “La Capitole” del 29 marzo 1982, quello alla sede del giornale filoiracheno e antisiriano Al Watan Al Arabi, in rue Marbeuf a Parigi del 22 aprile 1982 e quelli alla stazione ferroviaria Saint-Charles di Marsiglia e al treno ad alta velocità Tgv del 31 dicembre 1983 – per un totale di undici morti e oltre cento feriti), in cui il nome di Kram figura fra quelli dell’anello più stretto intorno al tedesco Johannes Weinrich, numero due dell’organizzazione, braccio destro di Carlos, anche lui con un passato da dirigente delle Cellule rivoluzionarie. Weinrich era colui che teneva i contatti, personali e confidenziali, con gli ufficiali del ministero per la Sicurezza dello Stato (MFS) della Germania Est. Ulteriori riscontri sono agli atti della documentazione che la magistratura francese ha trasmesso prima alla Commissione Stragi (nell’aprile del 2001) e quindi alla Mitrokhin, la quale ha potuto integrare questi atti con altri fascicoli acquisiti dalla Procura di Roma e dalla stessa magistratura ungherese. Il nome di Kram compare inoltre nei documenti sia della Stasi che del servizio di sicurezza ungherese e viene descritto come appartenente al cosiddetto ramo tedesco del gruppo Carlos, al pari di Weinrich, Fröhlich e Albartus. Kram, secondo questi rapporti, è membro a pieno titolo dell’organizzazione Separat. L’MFS cita la sua integrazione totale in seno al gruppo capeggiato da Carlos, facendo risalire alla metà del 1979 l’incontro tra Kram e Carlos. Ora, è chiaro che chi si ostina a dire che tra Kram e Carlos non vi sarebbe alcun legame, afferma il falso, mentendo per qualche motivo facilmente intuibile. Ma vi è una domanda, a fronte dei numerosi elementi che sono stati prodotti nel corso dei lavori della Commissione Mitrokhin, che credo meriti una risposta: che ci venne a fare Kram in Italia la mattina di venerdì 1° agosto 1980, per poi comparire a Bologna la notte tra il 1° e il 2 agosto, riapparendo alla stazione di Bologna proprio la mattina di sabato 2 agosto (come ha affermato Carlos in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera il 23 novembre 2005), uscendone qualche istante prima dell’esplosione, per poi sparire – da quel preciso momento – dall’orizzonte degli eventi italiani, fino ai primi di dicembre dello scorso anno quando, dopo 26 anni di clandestinità e irreperibilità (Kram è ricercato in Germania dai primi anni Ottanta e latitante in quel Paese dal 1986), si è costituito alle autorità della Repubblica federale di Germania?

Per tornare alla sua domanda, ricordo con sofferenza quanto difficile fu la pubblicazione di quel libro. All’epoca ero assistito dal compianto Valerio Riva, un gigante non solo del giornalismo, ma soprattutto della ricerca storica non omologata, il quale si adoperò moltissimo per trovare un editore. Andammo a parlare anche con le edizioni Il Fenicottero di Bologna (lo stesso editore che nel 2000 diede alle stampe quella straordinaria biografica non autorizzata del prof. Romano Prodi, Prodeide, scritta dal mio caro amico e collega Antonio Selvatici, discepolo di Riva ed uno dei più brillanti giornalisti d’inchiesta italiani), ma alla fine non si trovò un accordo e, tempo dopo, ho saputo che il titolare ha chiuso l’attività e lasciato l’Italia. Alla fine il libro uscì, ma il risultato è quello che si può vedere. Bene, quella “stagione migratoria” mi fece riflettere su quello che lei chiama “clima editoriale”. In Italia abbiamo molti “micro-clima” culturali e questo negli anni ha creato dei grandi tabù: argomenti, temi, questioni e vicende sulle quali meno se ne parla, meglio è.

Ha prevalso una sorta di “pensiero unico” dei e sui grandi misteri nazionali, sui segreti della Repubblica e della politica, sui complotti, sui burattinai, sui colpi di Stato (veri o presunti), sulle cospirazioni e manovre occulte. Prendo a prestito questi termini, questo lexicon molto suggestivo, da giornali e saggi sui quali mi sono formato da adolescente. Leggevo con famelica avidità non solo l’Espresso degli anni ruggenti, con le copertine shock e delle grandi inchieste, ma anche Panorama e libri come La strage di stato di Eduardo M. Di Giovanni e Marco Ligini, Giovanni Leone di Camilla Cederna o Gli americani in Italia di Roberto Faenza e Marco Fini. Mi sembrava tutto chiaro, tutto logico e consequenziale. Ma poi ho iniziato a coltivare dei dubbi sulle varie versioni a cui ero stato abituato e sulle quali mi ero formato dei convincimenti. Il primo grande fatto sul quale iniziarono a formarsi profonde crepe fu il presunto golpe attribuito al generale Giovanni De Lorenzo, all’epoca dei fatti (era il 1964, il mio anno di nascita) comandante generale dell’Arma dei carabinieri… il cosiddetto Piano Solo.

Negli anni a seguire, anche sulla scia dei mancati riscontri a quel teorema da parte delle varie Commissioni parlamentari d’inchiesta, mi accorsi che forse il racconto del fatto era cosa diversa dalla verità sostanziale del medesimo fatto. Questo fenomeno (la creazione di un teorema che deve spiegare un evento, spesso inesistente) fa parte di un certo conformismo culturale che affonda le proprie radici ai tempi della Guerra fredda. In Italia, a differenza di quanto è accaduto in altri Paesi europei liberati dalle forze anglo-americane tra il 1944 e il 1945, ha preso il sopravvento – sotto il profilo politico-culturale – il partito sovietico, o meglio quello che a Mosca aveva il proprio punto di riferimento principale (anche e soprattutto in termini economico-finanziari). Vero è che il terreno fu reso fertile - per certi gruppi di influenza - dal clima politico che si determinò, a partire dal dopoguerra, e che ebbe come patto fondante, nel 1947, la nostra Carta costituzionale, entrata in vigore il 1° gennaio 1948. Ma all’interno di quel grande, storico accordo tra le varie anime dell’antifascismo (quella liberale, cristiana, socialista e comunista), alla fine ha preso il sopravvento l’ala minoritaria, ma estremamente aggressiva, di quello che io chiamo il partito filo-sovietico. Lo stesso partito che non avrà problemi ad allearsi, di volta in volta, con la sinistra democristiana per assestare i migliori colpi a quello che veniva ancora considerato un’emanazione del vecchio regime fascista: gli apparati dello Stato e le sue varie articolazioni (come forze di polizia e servizi di sicurezza).

Un esempio importante di questa lobby filo-sovietica è rappresentato da Ruggero Zangrandi, giornalista e scrittore, autore fra l’altro del celebre libro Il lungo viaggio attraverso il fascismo. La sua inchiesta scatenata contro l’intelligence militare (il Sifar) dalle pagine di Paese Sera (un formidabile quotidiano finanziato direttamente da Mosca nella redazione del quale si sono formati molti cronisti di nera e giudiziaria poi approdati a Repubblica) è un esempio di come operava un agente di influenza. Si trattò di una delle più grandi operazioni messe in piedi dalle centrali internazionali oltrecortina. I nostri apparati di sicurezza (fino a quel momento fedeli servitori della logica atlantista, anticomunisti, schierati al fianco dei grandi servizi d’intelligence occidentali) finiranno nel mirino di Mosca, fatti bersaglio di plurime e gravissime offensive e trascinati in una serie di scandali (e questo sino ai nostri giorni – vedi il caso della sparizione di Abu Omar) che col tempo finiranno con l’indebolire le strutture operative più delicate: quelle offensive (lo spionaggio) e quelle difensive (il controspionaggio). La “verità” che si è affermata, a seguito di questa campagna di disarticolazione, è che i servizi segreti sono sempre apparati deviati. Su di loro è stata fatta ricadere tutta la responsabilità in ordine ai piccoli e grandi misteri della Repubblica.

La devastante stagione dei grandi scandali dei servizi segreti, passando dai coinvolgimenti nelle indagini sulla strage di piazza Fontana, dal fallito golpe Borghese fino al tentativo di golpe bianco di Edgardo Sogno, approderà alla fine alla legge di riforma sull’istituzione e ordinamento dei servizi per le informazioni e la sicurezza e disciplina del segreto di Stato, del 24 ottobre 1977, della quale il Partito comunista fu uno dei principali ideatori e protagonisti. Da quel momento, come direbbe l’ex senatore Francesco Mazzola che di servizi d’intelligence se ne intende, fu il diluvio. Due mesi e mezzo dopo l’entrata in vigore della legge 801, venne rapito il presidente della Dc Aldo Moro da parte della colonna romana delle Brigate rosse. Moro, e questo venne a galla solo nel 1999 dopo l’esame dei report del materiale Impedian (dossier Mitrokhin), venne tenuto sotto controllo e pedinato da un ufficiale del Primo direttorato centrale del Kgb (spionaggio all’estero), Sergei Sokolov, fino a poche ore prima che Moro cadesse nelle mani dell’organizzazione di Mario Moretti. Ne parlò in Commissione Stragi il giudice Rosario Priore, nella seduta del 10 novembre 1999. Il dossier Mitrokhin venne reso pubblico poche settimane prima (l'11 ottobre) su sofferta decisione dell’allora presidente dell’organismo parlamentare d’inchiesta, sen. Giovanni Pellegrino. Sokolov lasciò l’Italia nell’aprile del 1978 per fare ritorno a Mosca alla vigilia della Pasqua ortodossa: appena in tempo per evitare di essere presente a Roma quando venne “bruciato” il covo delle Br in via Gradoli.

Un altro nome che incarna il partito filo-sovietico è quello del mitico Giorgio Conforto (alias Dario), uno dei principali è più influenti agenti del Kgb in Italia, per anni a capo di una rete con pesanti infiltrazioni nei ministeri degli Esteri e dell’Agricoltura, padre di Giuliana Conforto, la donna che diede ospitalità nel suo appartamento di viale Giulio Cesare a Roma a Valerio Morucci e Adriana Faranda, reduci dal sequestro Moro. I tre (Conforto, Morucci e Faranda) vennero arrestati alla fine di maggio del 1979, un anno dopo l’omicidio dell’ex ministro degli Esteri e presidente del Consiglio della Dc. Nella casa di Giuliana Conforto, la Digos di Roma trovò un arsenale (quello di Morucci, grande appassionato di armi), fra cui la pistola-mitragliatrice Skorpion cal. 7.65 di fabbricazione cecoslovacca con la quale venne crivellato al petto Aldo Moro. L’11 ottobre 1999, quando il sottoscritto, analizzando i report del materiale Impedian, si accorse della presenza di Giorgio Conforto nel dossier Mitrokhin e del resoconto svolto dal Kgb in ordine all’arresto della figlia, ebbi l’ennesima conferma ai miei sospetti. Ricordo che quando la notizia dell’agente Dario trapelò le agenzie di stampa in un primo momento decisero di censurarla, ben comprendendo le implicazioni che quella scoperta poteva avere sul caso Moro (per anni si era ripetuto, senza mai provarlo, che l’esponente democristiano sarebbe stato rapito su ordine della Cia…). Leggendo i rapporti trasmessi dal Secret Intelligence Service al Sismi nell’ambito dell’operazione Impedian, dal 1995 al 1999, si scoprì, inoltre, che tutte quelle fesserie sul presunto coinvolgimento della Cia, degli americani nel sequestro Moro altro non erano che il brillante risultato di una massiccia “misura attiva” di disinformazione ideata dal Kgb (denominata Shpora) con la quale la centrale di Mosca intossicava il già drammatico dibattito interno italiano alimentando i sospetti che Moro fosse stato vittima di una cospirazione ordita da Washington… Ma il partito filo-sovietico non aveva messo radici solo nelle strutture del Partito comunista (con il quale preferiva fare affari, piuttosto che alimentare l’eversione), ma anche e soprattutto in altre formazioni politiche (di sinistra come di destra), fra i giornalisti, nell’industria di Stato, nelle istituzioni, nella burocrazia statale, nelle gerarchie militari e delle forze di polizia. Una piovra tentacolare che non ha paragoni con altri Paesi dell’Europa occidentale, tranne forse in Francia ai tempi del generale De Gaulle.

Tutto questo per dire che non credo che per l’Italia valga il principio che la storia la scrivono (o l’hanno scritta) i vincitori. Il nostro Paese è stato liberato dai vincitori anglo-americani quindi uno si aspetterebbe che la storia l’abbiano scritta o la scrivano autorevoli esponenti del think-tank di Washington o meglio di Londra. Niente affatto. In Italia, la nostra storia (soprattutto quella segreta, legata ai grandi misteri) è stata in gran parte egemonizzata non tanto dal Partito comunista, ma dal partito di Mosca, che ha pesantemente influito – nel corso degli anni – nei processi dinamici del giornalismo e della pubblicistica, dando vita ad una versione dei fatti manipolata e orientata, in cui veniva fatta salva l’ortodossia nei confronti della casa madre e, al contempo, veniva congedata una versione dei fatti sempre ostile e scomoda verso gli ex alleati (Stati Uniti e Regno Unito in testa), baluardo dell’Occidente e fondatori del Trattato del Nord Atlantico (firmato a Washington il 4 aprile del 1949). E così si arriva alla logica del “doppio Stato”, della “sovranità limitata”, della “strategia della tensione”. Tutte formule che partono da un assunto: l’esistenza di un fantomatico complotto perenne, ordito dagli Usa e attuato attraverso la solita Cia, con la manovalanza di uomini di mafia, servizi deviati, massoneria (leggi P2) e destra eversiva, finalizzato ad impedire al Pci di salire al potere.

Attraverso questo teorema si è cercato di spiegare un po’ tutti i grandi misteri di questo Paese: dai fenomeni mafiosi e di criminalità organizzata ai sequestri di persona, dal terrorismo alle stragi, dai presunti colpi di Stato al sequestro Moro, dal disastro del Dc9 Itavia, alle stragi piazza Fontana, piazza della Loggia a Brescia, all’Italicus, a quelle di Bologna e del rapido 904 del dicembre 1984, per arrivare fino alla Falange armata e alla banda della Uno Bianca. Un’enorme, grottesca discarica della storia nazionale nella quale sono state riversate le pagine più orribili del dopoguerra, sempre con gli stessi presunti responsabili di cartone, con gli stessi mandanti occulti, le medesime ingerenze esterne (leggi americani). Ma questa teorizzazione della cosiddetta “periferia dell’impero” non è stata capace di spiegare, nel concreto, uno solo dei vari fenomeni che hanno interessato il nostro Paese. Il conformismo culturale, frutto di questo clima che ho sin qui descritto, ha prodotto nel tempo una serie di “grandi tabù”. Insomma, tutto il bene da una parte, tutto il marcio dall’altra. Si tratta di un modo infantile di interpretare la realtà, vittima del pregiudizio ideologico e di una umiliante visione manichea del mondo. Penso spesso a quello che una volta a pranzo mi disse Edgardo Sogno: «Siamo in Italia, caro mio, l’unico Paese del blocco socialista che fa parte della Nato…».

Per quanto concerne il mio libro, si tratta di un lavoro che non credo possa essere aggiornato con le informazioni del materiale Impedian. Vi fu qualcuno, al volgere dei lavori della Commissione Mitrokhin, che volle trovare dei punti di contatto tra la cosiddetta Gladio rossa e le principali direttrici di penetrazione degli apparati sovietici in Italia. Ma, una volta letto quel documento (firmato peraltro da un noto generale italiano), mi resi conto della inconsistenza di quell’ipotesi. Sulla questione del “clima editoriale”, credo che la situazione sia di poco cambiata rispetto al 1999. Vi è ancora una forte egemonia (politica, culturale, settoriale, di casta) che esercita un seduttivo potere sulle scelte delle principali casi editrici (a loro volta legate ai grandi gruppi industriali e imprenditoriali). In questo senso, l’entrata e l’uscita non solo degli autori, ma degli stessi argomenti da trattare (e come vanno trattati) risponde a precisi interessi. Nulla capita per caso. Un esempio su tutti: la prefazione dell’ultima edizione de L’archivio Mitrokhin (Bur) affidata dalla Rizzoli a Giuseppe D’Avanzo di Repubblica, il giornalista che insieme a Carlo Bonini ha firmato gli articoli più infamanti sulla Commissione Mitrokhin. Un ignaro futuro lettore, magari nel 2050, se metterà a confronto la prima edizione del saggio del prof. Andrew con l’ultima prefata da D’Avanzo avrà difficoltà a comprendere cosa è accaduto nel frattempo in Italia. E comunque, si farà un’idea di certo falsata e manipolata dei fatti così come si sono realmente svolti. D’Avanzo è sempre quel bravo e super informato giornalista che su Repubblica del 4 giugno ha riempito due pagine piene zeppe con questa nuova, allarmante storia su “una nuova P2 che ricatta la politica debole”, agitando un “mostro”, uno spaventoso network con i soliti servizi segreti, generali, massoni, dossier e intercettazioni. Ma al netto delle battute, un dato credo sia ormai acclarato: in Italia un certo giornalismo appare sempre meno libero e indipendente e sempre più al servizio di oscure lobby di potere. Se nelle redazioni dei grandi quotidiani vi fossero più Milena Gabanelli e meno Giuseppe D’Avanzo forse il quadro sarebbe diverso.

 

 

Quel suo volume del 1997 ruota intorno ad un documento del SIFAR del 28 febbraio 1950 e rimasto segreto fino al 26 giugno 1991 (quando fu declassificato), intitolato “L’apparato paramilitare comunista”.

Nell’introduzione lei accenna al cosiddetto “mistero degli "enucleandi" (pp. 44-45), ovvero al fatto che “agli atti della documentazione trasmessa dalla presidenza del Consiglio alla Commissione Stragi – presieduta allora dal senatore Libero Gualtieri – mancava inspiegabilmente il famoso elenco dei 731 presunti "sovversivi" di sinistra, aggiornato e compilato parzialmente dal controspionaggio e dal ministero dell’Interno”. Siamo nel dicembre 1990, è stata da poco “riscoperta” la documentazione di via Montenevoso a Milano (ottobre 1990), cioè il “memoriale Moro” e molte lettere di Moro inedite; poco prima era emersa la faccenda di “Gladio”, inoltre Andreotti aveva tolto gli omissis del Piano Solo.

Lei conclude: «Ebbene, dietro il mistero della falsa scomparsa (sarebbe meglio dire "sottrazione") delle liste degli enucleandi esiste il sospetto che possa essersi nascosto una sorta di “Grande Baratto” tra i vertici dei [partiti] della Democrazia cristiana e l’ex Partito comunista per occultare la "prova schiacciante" dell’esistenza della quinta colonna armata, infiltrata nel territorio nazionale e nelle istituzioni, pronta ad entrare in azione qualora fosse scattata l’invasione da Est».

Sembra quasi dunque, agganciandosi anche a quanto sostiene Priore, che i cosiddetti “misteri” della storia italiana siano duri da svelare proprio in virtù di questi “patti segreti” che legano in una sostanziale complicità omertosa gli eredi politici del vecchio CLN. È così? 

 

Gli anni che vanno dal 1989 al 1991 sono tra i più turbolenti della storia dell’Italia repubblicana. Il crollo del muro di Berlino e il successivo collasso dell’Unione Sovietica hanno avuto pesanti ripercussioni sul nostro panorama politico interno. Fu un periodo costellato di tanti, oscuri fatti. Basti pensare alla scelta di rendere pubblici i nomi degli appartenenti alla rete di resistenza clandestina Stay Behind, violando una delle norme più rigide e severe sulla tenuta del segreto in ambito Nato. L’Italia, in pochi giorni, è diventata lo zimbello dell’Occidente. Sono convinto che la falsa sparizione delle liste dei cosiddetti enucleandi (che nel libro spiego che non erano affatto state distrutte o sparite, ma erano state lasciate chiuse nei cassetti per evitare inutili imbarazzi) servì come merce di scambio in un particolare momento storico, in cui Democrazia cristiana e Partito comunista cercavano di sopravvivere alle grandi scosse del terremoto della storia. Non c’è dubbio che – anche in quel caso – si creò un falso mistero per distogliere l’attenzione dal vero problema: l’esistenza di un insieme di strutture armate clandestine che erano sopravvissute negli anni e che avevano agito all’ombra del potere e con coperture istituzionali, sotto l’egida di qualche grande super potenza e finanziate dall’estero. Quel groviglio di interessi inconfessabili rischiava di portare al collasso tutto il sistema dei partiti, non solo una parte (quella che poi è passata agli onori delle cronache di Mani Pulite, a partire dal 1992). I nomi degli enucleandi (persone che all’epoca erano considerate, in vario modo, pericolose per la sicurezza nazionale), così come vennero iscritti nei rispettivi elenchi e registri del controspionaggio, coincidevano – in massima parte – ai quadri della organizzazione della Vigilanza armata (Gladio Rossa). Una rete super clandestina che negli anni ha subito vari “stop and go”, riassetti e piani di riorganizzazione, ma che è riuscita a restare attiva almeno sino al 1989. Non c’è dubbio che il Partito comunista sino alla fine ha potuto contare su un livello palese ed uno occulto. Una struttura a doppio livello che gli ha permesso di resistere alle tante sollecitazioni che ha subito nel corso degli anni. La vera storia di Gian Giacomo Feltrinelli e Pietro Secchia aspetta ancora di essere scritta per intero. Non posso far altro che sottoscrivere l’opinione del giudice Priore quando si fa riferimento a questi “patti segreti” come di un qualcosa di inviolabile, alla base dell’Italia contemporanea.

L’ipotesi che dopo il collasso dei regimi dell’Est, in Italia, si fossero scatenate forze oscure per frenare o impedire che affiorassero dagli abissi della Storia alcune verità sui segreti della Repubblica venne, peraltro, avanzata da un brillantissimo poliziotto dell’epoca, Umberto Improta, già capo della polizia politica. In un rapporto riservato di oltre venti pagine, datato 5 dicembre 1990 e destinato al capo della Polizia, Vincenzo Parisi, l’allora questore di Roma metteva in guardia le istituzioni (in particolare il Quirinale) circa un presunto piano di destabilizzazione portato da oscure cabine di regìa attraverso la strumentalizzazione del caso Gladio, la richiesta di impeachment del presidente della Repubblica Francesco Cossiga e le allora recenti rivelazioni sul memoriale Moro, ritrovato per la seconda volta (e in forma più o meno integrale, anche se sempre in copia) nel vecchio covo delle Br di via Monte Nevoso a Milano. Nel suo rapporto al prefetto Parisi, il questore Improta faceva riferimento, in particolare, proprio al ruolo di Giorgio Conforto.

 

L’impressione generale, sicuramente amplificata da certa stampa, è che la Commissione Mitrokhin, di cui lei ha fatto parte in qualità di consulente, non sia giunta a nessuna conclusione effettiva e seria e sia dunque stato un flop. Taluni sostengono addirittura che l’unico fine perseguito dal suo presidente e dalla maggioranza dei commissari, fosse quello di trovare (o addirittura di fabbricare) prove o sospetti su esponenti del centro sinistra a partire da Romano Prodi. Ci può dare un suo giudizio generale su quella Commissione e sui suoi lavori?

 

Un flop? Comprendo che per qualcuno faccia comodo pensarla così. Ma la realtà dei fatti è un’altra. La Commissione ha lavorato con un mandato molto ampio e articolato in un arco di tempo relativamente breve (di fatto dal luglio 2002 al febbraio 2006). Ha raccolto una straordinaria quantità di documenti e materiali, in Italia e all’estero. Ha portato a buon fine almeno due rogatorie internazionali e ne ha approvate non meno di cinque. Ha svolto decine di audizioni e condotto importanti attività istruttorie non solo sul dossier Mitrokhin, ma anche su casi come l’attentato al Papa (del 13 maggio 1981) e la strage di Bologna (del 2 agosto 1980). Ma se si vuole avere un’idea più precisa sulla reale attitudine al rispetto delle norme e delle leggi da parte di alcuni dei nostri più autorevoli, importanti ed esimi esponenti politico-istituzionali, allora consiglio a chiunque di andarsi a leggere la “Relazione sull’attività istruttoria svolta sull’operazione Impedian, approvata il 15 dicembre 2004 e trasmessa ai presidenti di Camera e Senato il giorno successivo. Si tratta di un documento tecnico, senza fronzoli politici, approvato all’unanimità, che squarcia un velo su una delle più gravi violazioni della legge 801 che la storia ricordi: una serie di deviazioni provate per tabulas delle quali si resero responsabili i vertici del nostro servizio segreto militare con il pieno appoggio dei governi che si sono avvicendati nel tempo, tra il 1995 e il 1999. L’intossicazione anti Mitrokhin non tiene conto, tuttavia, di un risultato che è passato alla storia: in dodici anni di attività, la disciolta Commissione Stragi chiuse i battenti – il 22 marzo 2001 – senza un documento conclusivo votato e approvato. Ricordo quanta amarezza vi fu da parte dell’allora presidente Giovanni Pellegrino, un uomo al quale devo moltissimo, in termini umani e professionali, un nobile e raro esempio di rigore e onestà intellettuale, quando dovette prendere atto del fallimento politico di tanti anni di lavoro. Un documento, congedato all’ultimo momento dall’ala più radicale dei Ds (così come hanno fatto alla Commissione Mitrokhin, sia ai tempi della Relazione di medio termine che alla fine, quando si trattò di discutere il documento finale), assemblato e messo insieme in modo affastellato, senza un preciso metodo scientifico, infarcito di affermazioni, accuse e congetture fantasiose e bizzarre, frutto del solito super teorema del quale ho detto in precedenza, nel quale – fra le altre chicche – venivano riportate informazioni tratte di straforo da alcuni fascicoli della polizia politica intestati, nientemeno, che a parlamentari allora in carica dell’opposizione. Un lavoretto pulito, oserei dire… Altro che Mitrokhin!

La ridicola accusa seconda la quale l’unico fine della Commissione sia stato quello di trovare (o peggio, fabbricare!) prove o sospetti sul centro sinistra purtroppo si infrange sul devastante dato storico così come illustrato, sul piano documentale e fattuale, dalla citata “Relazione”. Il resto sono sciocchezze che si commentano da sole. E poi, perché fabbricare prove, se gli elementi e i dati probatori erano già all’epoca abbondantemente sufficienti ad illustrare tutta una serie di violazioni, manomissioni, deviazioni e manipolazioni (come, ad esempio, la censura preventiva operata dal vertice del Sismi sulla bozza-dattiloscritto del saggio di Christopher Andrew prima della sua andata in stampa col titolo The Mitrokhin Archive)? Ripeto: la lettura rende l’uomo migliore. E mai come in questo caso la lettura è illuminante. Leggete quella Relazione e poi domandatevi perché sulla Commissione Mitrokhin si sono andate addensando tutte queste nubi nere…

 

 

Minoli sul finire della sua intervista dichiara: “Quanto alla nostra inchiesta, il riscontro sui documenti originali è stato impossibile perché la Commissione ha segretato la maggior parte degli atti”. Ora le chiedo chi è che ha segregato i documenti a cui si fa riferimento e con che motivazioni? Di recente, anche un gruppo di storici ha chiesto pubblicamente la loro desegretazione. Lei che cosa ne pensa?

 

Andiamo con ordine. Sulla posizione di archivio dei documenti acquisiti dalla Commissione nel corso dei suoi lavori istruttori la mia opinione è che, sul piano formale, fu giusta e corretta quella decisione di rispettare le istanze dei vari enti originatori (quali il Sismi, il Sisde, il ministero dell’Interno, autorità giudiziarie di altri Paesi e così via) e quindi di mantenere il livello di classifica che i singoli atti avevano al momento della loro trasmissione. Sul piano sostanziale, tuttavia, ritengo che si sarebbe dovuto – per tempo – fare una seria selezione delle carte (compresi gli elaborati presentati dai consulenti) e verificare, caso per caso, se andava mantenuto o meno il livello di classifica (che va dal riservato al segretissimo e oltre) ai fini di una eventuale pubblicazione. Il presidente, coadiuvato dal parere degli uffici, ritenne di dover mantenere il segreto su tutti gli atti, compresi alcuni fondi di archivio che risalgono agli anni Cinquanta. In questo, la Commissione, rispetto ad altre esperienze fatte nel contesto delle inchieste parlamentari (mi vengono in mente in particolare le Commissioni Moro o P2), ha inteso interpretare non solo la norma, ma anche la consuetudine in senso alquanto restrittivo. Credo che un margine vi fosse per la pubblicazione non di tutti gli atti, ma almeno di una buona parte. In questo, hanno perfettamente ragione gli storici che hanno firmato quell’appello per l’accesso e la consultabilità degli atti raccolti e custoditi dalla Commissione Mitrokhin. Non c’è dubbio che quella scelta, comunque, ha non solo fatto felici e contenti alcuni politici profondamente preoccupati dell’ipotesi di una futura pubblicazione degli atti, ma ha dato un duro colpo alla ricerca storiografica, privandola di uno straordinario materiale d’archivio.

 

 

Sempre relativamente alle Commissioni parlamentari di cui lei ha una certa esperienza, le volevo chiedere come funzionano alcuni meccanismi che riguardano i consulenti e le loro attività. Ecco un elenco di domande e curiosità:

1. Come vengono scelti i consulenti per le commissioni parlamentari?

2. C’è qualcuno, cioè i membri delle Commissioni stesse, che sceglie a sua discrezione?

3. Oppure sono i consulenti che si propongono; che requisiti occorrono; c’è una sorta di “esame”?

4. Una volta proposti, qual è la procedura di approvazione?

5. Una volta nominati, quali compiti vengono loro assegnati? E da chi?

6. Che “doveri” hanno?

7. Devono scrivere delle relazioni, devono rendere conto di quello che fanno, e a chi?

8. Le eventuali relazioni, o la documentazione raccolta, dove va a finire?

9. Esiste da qualche parte, ad esempio, un elenco di tutte le relazioni e i documenti che sono stati depositati nell’archivio della “Commissione Mitrokhin”?

10. È segreto anche questo elenco? Se no, dove è consultabile?

 

Sui consulenti, posso riferire ciò che accaduto in Commissione Stragi e alla Mitrokhin. Non so dire come questo argomento sia stato trattato dalle altre Commissioni d’inchiesta come l’Antimafia o, ad esempio, la Telecom Serbia o quella sui fatti connessi all’omicidio della giornalista Ilaria Alpi in Somalia. Per quello che ho potuto vedere, non vi è una regola precisa per diventare consulenti. Spesso accade che vi sia una sorta di cooptazione (un po’ per meriti, un po’ per amicizia, un po’ per simpatia, un po’ per affiliazione politica, raramente per meriti speciali dimostrati sul campo) dall’alto verso il basso. Non si deve sostenere alcun esame di accesso, ma una volta nominati si deve giurare sul rispetto delle norme, del regolamento e delle leggi in particolare sulla tenuta del segreto e sulla riservatezza degli atti. Si tratta, quasi sempre, di un arruolamento che si compie attraverso criteri di massima discrezionalità. Non ci sono parametri fissi (mi riferisco a fattori come competenza, affidabilità, serietà, onestà), se non quelli dettati dal regolamento interno. Ricordo casi di incompatibilità (o quantomeno con profili di palese inopportunità) risolti felicemente dopo una serie di discussioni, mediazioni e negoziati politici. Rari se non nulli i casi di illustri sconosciuti che (anche se bravi e competenti), una volta perorata la propria candidatura, si trovano a svolgere l’incarico. Una volta proposti, l’ipotesi di collaborazione viene illustrata all’Ufficio di presidenza (spesso allargato ai rappresentanti dei gruppi politici) e, se ritenuta opportuna, idonea o utile ai lavori della Commissione, si delibera la nomina che, sul piano formale, diviene esecutiva solo dopo l’assunzione dell’incarico e il relativo giuramento. Da quel momento, si è sottoposti ad un vigile e severo controllo da parte degli uffici di segreteria che annotano, protocollano, archiviano giorno per giorno l’attività svolta. Per scoprire chi ha lavorato e chi no, sarebbe sufficiente andare a compulsare i fascicoli personali dei singoli collaboratori. Devo dire che, se di scandalo si deve parlare per quanto riguarda la Commissione Mitrokhin (ma lo stesso vale per la Commissione Stragi), esso è legato a quei consulenti i quali, dopo l’assunzione dell’ambito incarico, finiscono con lo sparire dall’orizzonte degli eventi, nonostante rimangano destinatari (beati loro) di lauti compensi. A dire il vero, molti autorevolissimi studiosi, professori, docenti universitari, esperti e così via si sono distinti per questa poco nobile forma di assenteismo. Senza contare chi, con il pretesto di fare ricerche presso enti e archivi, cerca, trova e raccoglie carte che non solo nulla hanno a che fare con i lavori della Commissione, ma che poi vengono utilizzate per scrivere saggi e libri vari. Ma per quieto vivere e per evitare veleni o imbarazzanti ritorsioni, ai piani alti hanno sempre deciso di lasciar correre, con aristocratico disincanto, mantenendo il privilegio. Chi ha scrupolo e senso del dovere, anche di fronte a mille difficoltà e asperità, partecipa, lavora, produce, fa ricerca, frequenta gli archivi, fa proposte, scrive, si mette in discussione e consegna agli atti documenti, elaborati e relazioni. Altri, meno solerti e dotati di scarso senso del dovere e rispetto civico, rimangono a casa, sereni e retribuiti, per poi ritrovarseli a fine lavori che scrivono, accusano e pontificano sui mali della politica e sull’inutilità (se non sulla dannosità) delle Commissioni e delle inchieste parlamentari. Comunque, tutto il lavoro svolto dai consulenti è registrato, a cura degli uffici di segreteria, sul protocollo. Dopo il loro deposito agli atti, eventuali documenti, elaborati o relazioni – una volta autorizzati dal presidente previo parere degli uffici – entrano nell’archivio per la consultazione. I documentaristi predispongono, di volta in volta, un elenco degli atti presenti in archivio (questo registro credo sia consultabile). Lì sono conservati tutti i record relativi alle acquisizioni e ai depositi. Gli Uffici Stralcio delle Commissioni d’inchiesta tengono questi registri e gli elenchi degli atti depositati.

 

 

La precedente domanda introduce necessariamente la vicenda ormai drammatica di Mario Scaramella, consulente della Mitrokhin, che da oltre cinque mesi si trova in carcere, in isolamento, a fronte di capi d’imputazione quali la “calunnia” nei confronti di un agente segreto ucraino e il “traffico d’armi” essendo dunque sospettato di aver architettato il trasporto di due granate su un furgone da lui stesso fatte ritrovare. Lei ha avuto modo di conoscerlo personalmente? Su di lui si è scritto molto, ironizzando, per la verità con un certo cinismo viste le condizioni in cui versa da cinque mesi, sul suo impressionante curriculum professionale. Lei cosa ci può dire in proposito?

 

Ho conosciuto Mario Scaramella durante le fasi finali dei lavori della Commissione. Devo dire che per mesi (se non per anni), dopo la sua nomina a consulente, non ho avuto modo di vederlo. Il suo contributo era esterno, svolgeva attività all’estero e poco frequentava gli uffici della Commissione. Non credo che abbia partecipato alle sedute o alle varie audizioni che abbiamo tenuto nel corso dell’istruttoria. Nulla ho da dire sul suo curriculum professionale. Mentre qualcosa ritengo di doverla dire in ordine al suo incarico che – di certo – non si è scritto o approvato da solo. Ricordo quando, nella seduta dell’11 dicembre 2003 (ma l’annuncio della sua nomina fu dato il giorno precedente), venne letto l’incarico che l’Ufficio di presidenza della Commissione aveva votato e approvato per Scaramella. Ritengo utile, per futura memoria, trascrivere il passaggio del resoconto stenografico di quel giorno quando il presidente, in apertura di seduta, diede testuale lettura della motivazione: “Informo che l’Ufficio di presidenza integrato dai rappresentanti dei gruppi ha deliberato di affidare i seguenti incarichi: al professor Mario Scaramella di acquisire documenti ed effettuare ricerche presso istituzioni e organismi di Paesi occidentali e dell’ex Unione Sovietica riguardanti operazioni commerciali e finanziarie svolte fra l’Italia e i Paesi dell’Est europeo, finalizzate (come recita la nostra legge istitutiva) al finanziamento illecito del Pci al di fuori di ogni controllo, nonché attività di finanziamento dirette o indirette del Kgb a partiti politici italiani, a correnti di partito e ad organi di informazione in Italia, successivamente al 1974, data certa a partire dalla quale esiste una legge che vieta il finanziamento dei partiti al di fuori delle norme stabilite dalla legge; presunte relazioni tra Pcus, Kgb e altre agenzie di esplorazione estera e organizzazioni italiane terroristiche; collegamenti tra l’intelligence sovietica, il terrorismo islamico e altre strutture eversive straniere, in particolare sul terrorismo nazionale; eventuale supporto o coinvolgimento italiano in operazioni illecite fra servizi sovietici e Paesi islamici, anche dopo la caduta dell’Urss per le note continuità”. Ecco qui. Questo fu il mandato conferito a Scaramella. Un incarico straordinario, estremamente ampio e articolato, nel quale il consulente si è mosso sino alla fine dei lavori istruttori della Commissione. Scaramella, per lo svolgimento di questo compito (credo, sulla base della mia esperienza, si tratti di un unicum nella storia delle inchieste parlamentari), ha preso contatti con i più importanti, autorevoli e accreditati defezionisti non solo del Kgb, ma del Gru e dell’attuale intelligence russa (Svr e Fsb), come Oleg Gordievsky, Oleg Kalugin, Alexander Litvinenko o Yuri Shvets. Una simile attività non poteva passare inosservata ai servizi di sicurezza russi e dei Paesi ad essa collegati, come l’Ucraina (vediamo quanta difficoltà ha questa ex Repubblica sovietica a sganciarsi da Mosca). Scaramella, senza saperlo, è finito nell’ingranaggio di questa seconda Guerra fredda tra Est e Ovest. Le minacce delle quali è stato destinatario sono proprio l’inquietante esito delle sue attività per la Commissione. È finito nel mirino dell’intelligence russa non appena ha iniziato a frequentare Litvinenko. Da quel momento (e siamo tra la fine del 2003 e gli inizi del 2004), Scaramella diventa un obiettivo, come del resto lo stesso Litvinenko.

 

 

Qual è la sua opinione su quanto sta accadendo a Scaramella? Crede che ciò sia la conseguenza di qualche attività non gradita?

 

Preferisco non rispondere. L’unica cosa che posso dire è che Mario Scaramella, del tutto inconsapevolmente, è stato pesantemente manipolato da una serie di agenti dell’intelligence russa e ucraina. Il suo coinvolgimento, che lo ha portato a Londra il giorno in cui venne deciso di colpire e annientare Litvinenko, è stato il brillante risultato di una grande operazione, portata a termine da professionisti. E una delle pedine utilizzate è stato proprio quell’Evgueni Limarev che vive a Cluses nell’Alta Savoia dall’agosto del 2000. Un dato è certo: una macchinazione simile lasciava poche possibilità di uscirne indenni. Credo sia evidente il fatto che, sino al giorno in cui trapelò la notizia che Litvinenko era stato avvelenato e che aveva incontrato Scaramella, il suo nome era lontano dalle cronache nazionali e dalle stesse emergenze giudiziarie italiane. La fretta di associarlo al carcere è la prova di questo “salto di qualità”. Del resto, le stesse fonti d’accusa contro Scaramella non possono certo dirsi degli esempi cristallini di affidabilità e attendibilità. Con la morte di Litvinenko, contaminato con una dose massiccia di polonio 210 poco prima di incontrarsi con Scaramella a Piccadilly Circus nel primo pomeriggio del 1° novembre 2006, non solo usciva di scena una delle più importanti fonti dell’ex consulente della Commissione Mitrokhin, ma le informazioni da lui stesso passate, attraverso Scaramella, al Parlamento italiano rischiavano di assumere un rilievo di verità assoluta. Come dire: Litvinenko martire della verità, Scaramella il suo discepolo. Ecco, dunque, l’esigenza (tutta italiana) di demolire la credibilità sia della fonte che dello stesso destinatario delle informazioni. Il primo non può più confermare nulla, il secondo in cella di isolamento con l’accusa di calunnia.

 

 

Lei è redattore del mensile Area e scrive per il Roma e sta conducendo col suo collega Vincenzo Nardiello un’inchiesta molto interessante, ma per certi versi contro corrente rispetto a tutto il resto della carta stampata. Come giudica il comportamento e l’atteggiamento di giornali come Repubblica che hanno trattato la vicenda Litvinenko-Scaramella nel modo che tutti conosciamo?

 

Sul “comportamento” e “l’atteggiamento”, come lei li definisce, di grandi quotidiani come Repubblica, che hanno trattato il caso Litvinenko-Scaramella (per colpire tutta la Commissione Mitrokhin), preferisco stendere un velo pietosissimo. Erano anni che non si assisteva ad un fenomeno di alterazione della verità dei fatti di questa portata. Senza parlare della violazione, sistematica e scientifica, delle norme alla base del nostro codice deontologico professionale. Le famose “interviste” di Repubblica a Limarev, Gordievsky e Bukowsky sono un monumento a questa anomalia. L’inchiesta che sta conducendo Il Roma è controcorrente, non c’è dubbio, in un flusso dell’informazione alla rovescia, come si trova a fare il salmone quando risale la corrente del fiume, seguendo l’istinto di natura che lo richiama ai luoghi di nascita. Vede, ogni anno la fondazione Freedom House stila una classifica degli Stati del mondo in relazione alla libertà di stampa. Secondo l’ultimo rapporto, relativo al 2006, l’Italia occupa il 79° posto assieme al Botswana. Nel 2004, l’Italia occupava la 74ª posizione. Ogni altro commento sarebbe superfluo…

venerdì, 25 maggio 2007

“Compagni”, vogliamo dire qualcosa di sinistra?

Il 23 maggio 2007 a commento della sentenza del Tribunale di Teramo che ha assolto i quattro ucraini trasportatori delle “rugginose granate”, Carlo Bonini pubblica un articolo intitolato “L' attentato a Guzzanti? Un' invenzione”.

Il Senatore risponde con una lettera che gli viene pubblicata il giorno successivo ed alla quale Bonini replica a suo modo.

Questa mattina a pagina 34 de La Repubblica c’è la lettera che ieri il Senatore Guzzanti ha inviato al direttore Ezio Mauro in merito a quella prima risposta.

Ecco la lapidaria replica odierna dello stesso Bonini:

Prendo atto che la sentenza di assoluzione dei quattro ucraini ha avuto un pessimo effetto sul senatore Paolo Guzzanti. Converrà forse fare come certi zii, verbalmente incontinenti, al pranzo della domenica. Annuire e cambiare discorso”.

 

Bene, cambiamo discorso. Ma solo per un po’…

 

Dal novembre scorso su questo blog si è sviluppato un dibattito, una ricerca, che ha fatto vacillare le mie già esili e comunque scarse certezze ed opinioni politiche.

Ne ho già scritto in proposito e chi ha seguito con serietà e con continuità questo spazio lo sa bene.

Io mi reputo di sinistra!

Con tutto ciò che può ancora significare questo termine oggi in Italia. O se vogliamo oggi in occidente. Ho appoggiato in passato, e penso che continuerò a farlo anche in futuro, battaglie civili che credo di poter etichettare a pieno titolo di “sinistra”, se non altro per le reazioni che esse scatenano a “destra”.

Le appoggerò nelle piazze, nella rete. Nella società.

 

Un caro amico dice che a sinistra, in estrema sintesi, c’è tutto ciò che è “riformismo” democratico. È vero, ma non è tutto. Io credo che a sinistra si debbano declinare anche ed ancora concetti, da taluni forse ritenuti obsoleti ed ormai impronunciabili, come “uguaglianza”, “solidarietà”, difesa dei più deboli senza discriminazioni di alcun genere, “equità sociale”.

Possono sembrare categorie improprie o addirittura ingenue a definire oggi la “sinistra”, ma nel mio maturo romanticismo le trovo ancora del tutto valide e condivisibili; degne di impegno. Un buon motivo insomma per “rimettersi a lottare”.

Questi “valori” io credo che siano oggi messi in seria discussione dal modello di sviluppo imperante.

Non credo dunque alle sorti magnifiche e progressive di questo capitalismo liberista, tanto caro invece a certa “destra”; liberismo che, privo di controlli e di contrappesi, ormai stenta a trovare sponde e consensi anche in quei settori che avevano temuto più di altri il dilagare di modelli economici e sociali alternativi.

Ma purtroppo nella “sinistra” ufficiale, e non solo italiana, non trovo nessun segnale di disponibilità a cercare ed a proporre modelli seri e praticabili più sensibili alle esigenze dell’uomo ed alla sua esistenza. Il profitto sembra essere ormai diventato il centro di tutto e sembra aver catturato le attenzioni e l’interesse di tutti, da qualunque parte si trovino.

 

Fatto questo preambolo “ideologico”, vengo al punto.

Da mesi questo blog è diventata un’arena monotematica.

Coinvolti nella vicenda Litvinenko-Mitrokhin, ci siamo fatti giustamente rapire dall’intreccio e dai misteri di questa tragica spy-story.

Abbiamo cercato, conseguendo anche qualche piccolo “successo” di tappa, di dare un contributo di verità guardando con mente lucida e sgombra da ideologie a ciò che accadeva davanti ai nostri occhi.

Nel blog si sono formati fin da subito, e com’è giusto che sia, due partiti, due scuole di pensiero contrapposte, che hanno dato vita ad eleganti duelli ma anche (soprattutto?) a rozzi scambi da trivio, neanche fossimo “nei peggiori bar di Suburra”.

Per scelta ho lasciato che ciò avvenisse in piena libertà e devo dire che qualche siparietto divertente ne è di conseguenza scaturito ed ha sollazzato (e magari sollazzerà anche in futuro… chissà…) visitatori e passanti.

Questa insistenza tematica su una vicenda così complessa ed articolata ha forse stancato qualcuno che ci ha abbandonato e me ne dispiace molto, ma credo che l’impegno e l’approfondimento fossero dovuti, vista l’estrema importanza che riveste a nostro avviso questo caso per la democrazia nel nostro paese.

Al di là della sua serietà e gravità, vedasi le numerose morti ad esso connesse, questo caso non è una pura disquisizione accademica di ricerca storica, ma qualcosa di seriamente attuale e pregnante.

Malgrado i prolungati tentativi di sminuire le attività d’indagine della Commissione Mitrokhin, presieduta dal senatore Paolo Guzzanti, il clamore e l’accanimento di questi ultimi mesi sono lì a testimoniare che in realtà i temi trattati (e le scoperte fatte) toccano ed hanno toccato nervi ancora scoperti, situazioni irrisolte, interessi ancora in essere.

   

A mio avviso impropriamente, qui qualcuno ha impostato il dibattito come si farebbe in un qualunque scontro politico italiano al bar tra simpatizzanti di “destra” e di “sinistra”.

Ci si è messi la solita casacca, si sono tirati in ballo, eludendo il merito, “Berlusconi”, la “sinistra radicale”, insomma tutti gli attrezzi ordinari del confronto e delle divergenze tra i due schieramenti, dimenticando la vera sostanza di ciò che si stava trattando.

Credo che il discorso infatti sia molto diverso. Siamo di fronte ad una vicenda che merita un altro approccio.

 

Con le mie argomentazioni, i miei dubbi, le mie “ricerche”, so di aver creato scompiglio in tanti amici ed osservatori della sinistra DOC, dentro e fuori da questo blog, e questo perché mi sono trovato in certi momenti dalla stessa parte di un odiato esponente della destra e cioè il Senatore di Forza Italia Paolo Guzzanti.

Spero che questo sentimento di astio e di sospetto nei miei confronti sia dovuto solo alla non conoscenza dei fatti e dunque alla superficialità con cui costoro hanno affrontato le vicende che qui andavamo ad indagare e a dettagliare.

Lo spero perché altrimenti rimarrei molto deluso ed amareggiato per non dire di peggio.

Io non mi sono trovato dalla parte di Guzzanti per puro caso o per simpatia umana o intellettuale, ma perché da quella parte in quel momento c’era la Verità.

Io non mi posso riconoscere in una sinistra cieca e sorda. La Verità non è né di destra né di sinistra e non c’è nessun fine che giustifichi il silenzio, l’omissione, l’indifferenza. Tanto meno la costruzione di prove, la falsificazione, la manipolazione dei fatti e dell’informazione.

Da sinistra, ed ora non sto parlando dei navigatori della rete o degli amici del blog, ma di chi a sinistra ha ruoli e responsabilità politiche, non s’è levato nessun grido d’indignazione ma nemmeno un vago senso di disagio, nonostante fossero sotto gli occhi di tutti coloro che volevano vedere, fatti ben precisi ed inconfutabili. Perché?

 

Ciò che sta accadendo in questi ultimi giorni è molto grave e triste e non può non far pensare a qualcosa di molto pericoloso ed inquietante.

Una lunga sequenza di falsità, sicuramente non di dominio pubblico, ma ormai oggettivamente smascherate nel merito, vengono ripetute e riportate con enfasi sui giornali, come se niente fosse, senza creare non dico scandalo, ma nemmeno minime reazioni di circostanza. Perché?

 

Noi sappiamo per bocca dei protagonisti che le interviste pubblicate su La Repubblica tra novembre e dicembre 2006 sono state definite false o manipolate.

Noi sappiamo per bocca dell’Avvocato Rastrelli e perché abbiamo ben presenti i documenti ufficiali a riguardo che il capo d’imputazione per cui Mario Scaramella è detenuto dalla vigilia di Natale non è l’avere calunniato il Presidente del Consiglio Romano Prodi bensì un agente segreto ucraino.

Questi sono forse i due argomenti più eclatanti che sono stati rilanciati negli ultimi giorni, ma ce ne sarebbe una lunga serie di ugualmente gravi.

Perchè alcuni giornalisti ed alcuni giornali di “sinistra” continuano con impudenza a proporre ai loro ignari lettori le versioni fasulle di questi fatti?

Ieri abbiamo scritto a Carlo Bonini e glielo abbiamo chiesto ma questa volta egli ha preferito ignorarci.

La sua risposta odierna a Guzzanti è però senza alcun dubbio qualcosa di tremendo.

Quando nel confronto interviene lo scherno e la derisione dell’avversario per di più per supportare delle dichiarazioni oggettivamente false siamo di fronte a qualcosa di veramente grave che rimanda ad altri sistemi e ad altri tristi luoghi.

"Compagni" smarchiamoci!

 

In questi ultimi giorni ho per la verità osservato alcuni vacillamenti in amici del blog appartenenti a quel “partito” che in questi mesi si è opposto strenuamente alla cosiddetta “Confraternita dei Cavillanti della Virgola Fuori Posto di Rito Guzzantiano”, e questo mi ha fatto piacere. Ma credo che non basti ancora.

Io voglio sentirmi fiero ed orgoglioso quando mi dichiaro di sinistra. Oggi provo imbarazzo.

Io voglio leggere i giornali di sinistra vicini alla mia sensibilità sapendo che almeno su cose di principio mi posso fidare. Oggi non ne sono più sicuro.

Io vorrei reagire a tutto ciò e vorrei accanto tanti come me che si sentono di sinistra e che oggi provano profonda vergogna per questa situazione. Non ne vedo molti ancora. Purtroppo.

“Compagni” vogliamo dire qualcosa di sinistra?

È lecito immaginarsi una sinistra compatibile con l’onestà?

martedì, 03 aprile 2007

Riecco Limarev...

Abbiamo ricevuto da Gian Paolo Pelizzaro (giornalista de Il Roma) una email e l’articolo-intervista a Limarev…

 

Caro Paradisi,

ti segnalo la mia intervista ad Evgueni Limarev sul caso Scaramella-Litvinenko online sul sito www.area-online.it. So - tramite l'amico collega Vincenzo Nardiello - che segui con interesse il nostro (faticoso) lavoro. Spero ti possa servire per avere un quadro più chiaro di questa manipolazione.

Cordialmente

Gian Paolo Pelizzaro

 

 


 

 

Intervista esclusiva con Evgueni Limarev, 

una delle fonti russe dell’ex consulente della Commissione Mitrokhin

 

 

«Non escludo che Scaramella sia stato manipolato»

 

 

 

di

Gian Paolo Pelizzaro

 

 

Parla l’uomo dei misteri, Evgueni Limarev, la fonte russa di Mario Scaramella che, con le sue email, provocò di fatto quell’incontro fatale a Londra - il 1° novembre dello scorso anno - tra l’ex consulente della Commissione Mitrokhin e Alexander Litvinenko, il defezionista dell’Fsb riparato nel Regno Unito nel novembre del 2000 ed eliminato con una micro-bomba sporca a base di Polonio 210. Limarev, nato nel luglio 1965 a Frunze (vecchio nome della capitale della Repubblica socialista di Kirghiza nell’Asia Centrale ai tempi dell’Urss, oggi Bishkek, capitale del Kirghizistan), risiede da otto anni in Francia (vive a Cluses, nell’Alta Savoia) dove svolge – così lui afferma – attività di consulenza privata come esperto di politica e questioni legate all’intelligence ex sovietica. Per questo, afferma, egli è iscritto in un pubblico registro tenuto dall’amministrazione francese e paga regolarmente le tasse. Il suo nome è noto alle cronache italiane soprattutto per le sue affermazioni concernenti i suoi rapporti con Mario Scaramella e le attività da loro svolte durante i lavori della Commissione Mitrokhin.

Limarev è entrato in contatto con Scaramella, nel 2004, proprio attraverso Litvinenko. I due iniziano a collaborare su una serie di temi e argomenti circa le attività di penetrazione dei servizi segreti russi in Italia (prima e dopo la caduta del Muro di Berlino). Poi il loro rapporto si incrina, alla luce (così sembra) delle sempre più pressanti richieste economiche di Limarev il quale – da consulente privato – voleva essere retribuito per la sua attività di collaborazione con Scaramella. Questa la versione ufficiale della storia, ma – come spesso accade – in queste vicende i livelli di verità potrebbero essere più di uno.

Nel febbraio del 2005, come spiega egli stesso, stanco e seccato dal modo di lavorare e dal comportamento di Scaramella, Limarev decide di mettersi in contatto con i giornalisti di Repubblica, Carlo Bonini e Giuseppe D’Avanzo, per svelare loro tutta una serie di retroscena sui suoi rapporti con il consulente della Commissione Mitrokhin (in quel momento l’organismo d’inchiesta è ancora in piena attività e Scaramella è uno dei consulenti più vicini al presidente Guzzanti). Tuttavia, nonostante l’apparente rottura dei loro rapporti, Limarev continua a tenersi in stretto contatto con Scaramella, soprattutto tramite posta elettronica. E saranno – come spieghiamo nell’articolo intitolato “La Trappola” e pubblicato sul numero di aprile di Area – proprio due email (del 30 e 31 ottobre 2006) di Limarev, dal contenuto inquietante e allarmante (si parlava di un presunto progetto di aggressione da parte di uomini legati ad un’organizzazione di reduci dei servizi segreti russi: Dignity & Honor, presieduta dal colonnello Valentin Velichko), che spingeranno Scaramella a chiedere un incontro urgente con Litvinenko. Scaramella, come noto, incontrerà il defezionista del servizio di sicurezza federale russo in un sushi bar a Piccadilly Circus nel primo pomeriggio del 1° novembre.

Poche ore prima, una killing squad partita da Mosca era riuscita ad avvicinare Litvinenko (prima di pranzo: il meeting fatale è avvenuto all’interno del Millennium Hotel a Grosvenor Square) e a fargli ingerire una tazza di tè dove, di nascosto, era stata diluita la dose mortale del metalloide radioattivo. Nulla fu lasciato al caso. Un lavoro da professionisti, pianificato con almeno due mesi di anticipo. I principali sospettati sono due cittadini russi con un passato da agenti del Kgb, Andrei Lugovoi e Dmitri Kovtun. Scotland Yard, alla fine di gennaio, ha consegnato alla Procura Reale un rapporto completo sull’attentato a Litvinenko ed ora si attende la valutazione dei giudici, i quali stanno decidendo se dare corso alla richiesta di estradizione nei confronti dei vari indiziati o decretare l’archiviazione del caso.

Il russo verrà a Roma, ospite di Repubblica nei giorni 21 e 22 febbraio 2005 (la direzione del quotidiano diretto da Ezio Mauro coprirà tutte le spese relative al soggiorno di Limarev), ma il resoconto che i giornalisti faranno dei colloqui con il contatto di Scaramella rimarrà chiuso in un cassetto per 21 mesi, nonostante la Commissione fosse al volgere dei propri lavori istruttori. In due lunghi articoli, pubblicati da Repubblica in forma di intervista (ma di questa esisterebbe soltanto uno stenografico, nessuna registrazione, nessun testo scritto concordato e autorizzato dall’intervistato) il 26 e 27 novembre 2006, Limarev parla della «palude» della Mitrokhin, facendo scoppiare in Italia uno scandalo politico senza precedenti, mentre le autorità britanniche, alle prese con l’allarme Polonio, sono sulle tracce degli assassini di Litvinenko.

Limarev, a proposito dei suoi rapporti con Scaramella, nella corrispondenza a corredo di questa intervista fa anche il nome di una delle fonti ucraine che avrebbe avuto un ruolo nella controversa vicenda che portò al ritrovamento da parte della polizia delle due granate da guerra (Vog P25 di fabbricazione bulgara) sequestrate a bordo di un furgone ucraino in provincia di Teramo il 16 ottobre 2005, proprio sulla base di alcune denunce sporte a Napoli (tra il 14 e il 15 ottobre) dall’allora consulente della Commissione Mitrokhin. Si tratta di Oleksiy Pysarenko, accreditato come primo segretario presso l’Ambasciata di Ucraina a Roma. Secondo Limarev, a metà dello scorso anno, fra i vari ucraini e russi “residenti” in Italia, Scaramella gli parlò di questo Pysarenko come di un collegamento con l’Sbu (il servizio segreto ucraino) a Roma, mettendolo in guardia perché il napoletano avrebbe più volte incontrato l’ucraino e che quest’ultimo stava collaborando con la residentura romana dell’Svr (il servizio segreto estero russo, nato dalle ceneri del Primo direttorato centrale del Kgb) e che lo stesso Pysarenko stava dando la caccia a Limarev in Italia (circostanza, questa, che sarebbe stata confermata a Scaramella da qualche «generale dell’Sbu»). Vero? Falso? Ciò che sappiamo di certo è che Scaramella, per quanto riguarda la fonte ucraina che gli ha fornito le informazioni che hanno permesso il rintraccio del furgone con le armi, ha fatto sempre il nome di Volodymyr Kobyk, già accreditato all’Ambasciata ucraina come traduttore, direttore della società Mist Italia che si occupa dell’import-export e dei rapporti commerciali con l’Ucraina.

Per Boris Volodarsky, defezionista del Gru (il servizio segreto militare russo) residente a Londra, Limarev sarebbe un agente provocatore, un manipolatore al servizio dell’intelligence di Mosca: «Ha fatto il possibile per venire a conoscenza dello stato delle indagini della Commissione, che materiali avevano acquisito, con chi collaboravano e quali erano le loro fonti nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in altre nazioni, Russia compresa. Per questo penso che, in un preciso momento, Limarev abbia avuto un ruolo attivo, di provocazione».

Accuse molto gravi, che il diretto interessato respinge con sdegno, ribadendo la propria correttezza e la propria totale estraneità ai fatti di Londra che hanno finito col travolgere, in un sol colpo, Litvinenko e lo stesso Scaramella. Ma Volodarsky aggiunge: «Adesso so che (ho tutta la documentazione) Limarev per due anni ha continuato a fornire, a pagamento, informazioni false, sicuramente fabbricate a Mosca, altre invece furono fabbricate personalmente da Limarev, oppure entrambe le cose. Queste informazioni erano completamente non corrette, dati falsi sulle questioni che interessavano Scaramella». Da qui l’ipotesi che il consulente napoletano possa essere stato vittima di una micidiale manipolazione.

Quella che segue è l’intervista che Evgueni Limarev ha rilasciato ad Area, tramite domande e risposte scritte in lingua inglese. Il testo viene pubblicato integralmente, senza alcun taglio o modifica, anche per evitare richieste di rettifica o eventuali smentite. Ricordiamo che Limarev a Repubblica ha affermato, fra l’altro, di aver incontrato Guzzanti una sera a cena, salvo poi smentire quanto da lui stesso dichiarato, dicendo che Scaramella gli avrebbe messo davanti un sosia dell’allora presidente della Commissione Mitrokhin… In un versante così scivoloso, le precauzioni non sono mai abbastanza.

 

Signor Limarev, prima di passare alle domande, gradirei che lei mi confermasse (o nel caso smentisca o rettifichi) questa serie di notizie sul suo passato, legate anche al suo rapporto di collaborazione con Mario Scaramella, all’epoca consulente della Commissione d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività dell’intelligence italiana.

 

Lei viene indicato come ex agente dei servizi segreti sovietici-russi e oggi, stando a quanto avrebbero fatto sapere le autorità britanniche, sarebbe un contrattista esterno dei servizi di sicurezza russi. Vero?

Non è assolutamente vero. È una teoria senza fondamento, una falsità premeditata. Viene propagata dai defezionisti dell’ex Urss  Oleg Gordievsky e Boris Volodarsky, e citata (tanto per cominciare) dal senatore Paolo Guzzanti – coloro che oggi sostengono  Mario Scaramella, e anche da simili “cacciatori di agenti del Kgb” in Occidente. A loro non piace la mia posizione, indipendente e imparziale, sulle “crociate anti-Kgb” di Alexander Litvinenko, e le attività nel campo della “sicurezza” svolte da Scaramella. Per quanto io possa sapere, non esiste nei miei confronti alcuna “presa di posizione da parte delle autorità britanniche”, né verbale né scritta. Analoghe frange senza scrupoli tra i media affermano il contrario: che io sia da molto tempo agente dei servizi segreti occidentali, che mi avvalgo della protezione della polizia francese, che sono a capo delle attività sovversive anti-Putin di Boris Berezovsky, ecc. Sono stabilmente residente in Occidente, dal 1993 in Svizzera e dal 1999 in Francia. Sono un professionista (registrato in Francia), esperto nel campo della sicurezza e delle vicende politiche dell’ex Unione sovietica. Non rappresento nessuno. Nessuno procede nei miei confronti e nessuno mi accusa di atti illegali – di questo io e i miei avvocati siamo sicuri al 100 per cento per quanto riguarda la Francia: non ci sono indizi di alcun procedimento oppure di indagini ufficiali nei miei confronti in qualsiasi Paese del mondo (Italia compresa) - [Come egli stesso scrive sul suo blog personale limarev.spaces.live.com, dopo l’uscita delle sue dichiarazioni su Repubblica il 27 novembre 2006, Limarev è stato contattato telefonicamente da Lamberto Giannini, dirigente la Digos di Roma, il quale lo invitava a rendere la sua testimonianza sul caso Scaramella, ma il russo ha risposto che non poteva poiché già rientrato in Francia, aggiungendo di essere però a disposizione delle autorità italiane per ogni chiarimento, ndr]. In realtà sono stato interrogato da Scotland Yard e dai loro colleghi francesi il 22 dicembre 2006 – il giorno in cui Scaramella partiva “improvvisamente” dall’Inghilterra verso l’Italia, per finire direttamente in carcere [il dato è erroneo: Scaramella rientra da Londra la sera del 24 dicembre e viene arrestato all’aeroporto di Napoli Capodichino su ordine della Procura di Roma, ndr]. Mi fecero domande dettagliate su Litvinenko e Scaramella: le mie risposte sono risultate soddisfacenti per gli investigatori nel quadro del “caso dell’omicidio Litvinenko”. Da quel tempo, non sono stato avvicinato dalle autorità di nessun Paese, a prescindere da quello che il senatore Guzzanti possa dire di me in Italia (al Sismi, ai suoi associati, ai lettori…) o che vada cercando.

 

Conferma che lei lavorò, sia prima che dopo il crollo dell’Urss, nel Centro speciale di addestramento del Kgb (Balashiha-2), vicino Mosca, conosciuto anche come il Centro antiterrorismo dell’Fsb?

Ho lavorato in questo Centro come interprete-docente di lingue straniere solo nel periodo dal 1988 al 1991, prima del crollo dell’Urss.

 

Conferma che suo padre è stato un maggiore-generale dell’Svr, specializzato in attività illegali anti Nato?

Confermo che mio padre era un alto ufficiale del Kgb-Pgu [acronimo russo che sta per Pervoye glavnoye upravleniye, il Primo direttorato centrale del Kgb, lo spionaggio all’estero, oggi svolto dall’Svr. Al Primo direttorato, in qualità di archivista, ha lavorato fino al 1985 il colonnello Vasili Nikitich Mitrokhin, passato in Occidente nel marzo del 1992, ndr]. Andò in pensione intorno al 1995 o 1996.

 

Conferma che è stato consigliere dell’ex presidente della Duma, Guennadi Seleznev?

Esatto: dal 1996 a fine aprile 1999, sono stato il suo consigliere su vicende pubbliche e commerciali (a livello personale e anche per alcuni dei suoi programmi di beneficenza). Ero molto coinvolto nel finanziamento e nella promozione della sua campagna presidenziale in Russia nel 1998 fino ad aprile 1999 (prima che Yeltsin proclamasse Putin come il suo successore, e della rinuncia di Seleznev alle presidenziali).

 

Conferma che, prima di lasciare la Russia, lei per un periodo si è occupato di vendita all’ingrosso di zucchero nella regione di Belgorod?

Sì, ero impegnato in questa attività (in tutta la Russia) nel periodo 1991-1995, ma non sono mai stato sospettato o accusato di attività criminali, né sono stato indagato o ricercato dall’Interpol, nonostante le affermazioni in due articoli di due giornali-spazzatura russi nell’aprile del 1999 (firmati da giornalisti anonimi sostenuti dal Kgb-Svr).

 

Mario Scaramella ha dichiarato alla polizia – relativamente ad un presunto piano di aggressione da parte dei servizi speciali russi e ucraini che avrebbe avuto come obiettivi l’allora presidente della Commissione Mitrokhin, sen. Paolo Guzzanti, e lo stesso Scaramella – che lei sarebbe un ex insegnante di lingua persiana e inglese per gli agenti speciali dell’Svr a Balashiha-2. Conferma?

Sì, ho lavorato a Balashiha-2 come interprete (di quattro lingue straniere) e come docente (di due lingue straniere).

 

Conferma che nella sua visita a Roma, lo scorso novembre, ignoti le hanno rubato la valigetta 24 ore con importanti documenti?

Sono stato derubato la sera del 17 novembre 2006 – ma non furono rubati documenti importanti: solo la borsa con i contanti, carte di credito e altre tessere, documenti di identità, la macchina fotografica-video e altre cose del genere. Ho regolarmente denunciato questo alla stazione centrale dei carabinieri [al comando di piazza San Lorenzo in Lucina, ndr] a Roma (lo stesso giorno) e poi presso il consolato francese in Italia. Sono stato derubato al centro di Roma in un caffè: ho subito chiesto ai gestori di chiamare la polizia per poter sporgere denuncia. Mentre aspettavo l’arrivo dei carabinieri, ho chiamato Mario per ottenere un consiglio e/o assistenza. Lui voleva convincermi di non rivolgermi alla polizia e mi prometteva di “sistemare la questione”. Inoltre, mi ha chiesto più volte se fossero stati rubati documenti indirizzati a lui e se avessi portato in Italia tali documenti, ma risposi di no. I carabinieri hanno parlato con Mario più volte per telefono durante la mia lunga permanenza nella stazione (circa quattro ore).

 

Conferma che ha conosciuto Boris Berezovsky e che questi, in un certo periodo, fu il finanziatore di alcune sue attività nel campo della comunicazione (RusGlobus) e che, in tale contesto, lei entrò in contatto con il giornalista russo Oleg Sultanov il quale, in seguito, rilasciò un’intervista nella quale affermava che questa attività non era altro che un affare di famiglia e che lei utilizzava diversi pseudonimi?

Ho conosciuto Boris Berezovsky più volte nel 2003, e gli ho parlato più volte per telefono nel periodo dal 2003 fino al mese di dicembre 2006. Nel 2002-2003, lavoravo con la Foundation of Civil Right di Alex Goldfarb negli Stati Uniti (sponsorizzata da Berezovsky) in qualità di presidente della RusGlobus Association (Francia). Oleg Sultanov era (ed è ancora) agente del Kgb-Fsb (lo ha affermato nelle sue pubblicazioni del 2003). Si è avvicinato a me nel 2002 nel quadro di una missione di intelligence speciale volta a screditarmi, su ordini del Svr-Fsb (hanno saputo dei miei contatti con Yuri Schekochikhine, il noto parlamentare e giornalista russo, avvelenato nel 2003 nello stesso modo di Litvinenko, e di Berezovsky e associati. Ho svelato il suo ruolo di agente del Kgb, costringendolo a lasciare la Francia. In seguito, mi ha attaccato sui media russi controllati dal Svr-Fsb con una serie di articoli inventati (tra dicembre 2002-gennaio 2003, ma in Occidente non venne riportato nulla). Per tenere un basso profilo e per non attirare l’attenzione dell’Svr-Fsb, ho utilizzato qualche pseudonimo nelle mie attività su Internet.

 

DOMANDE

 

Perché il rapporto tra lei e Mario Scaramella si deteriorò al punto che lei decise di raccontare ai giornalisti de La Repubblica, Carlo Bonini e Giuseppe D’Avanzo, i retroscena delle attività svolte con l’allora consulente della Commissione Mitrokhin?

Nel febbraio 2005, mi sono avvicinato a Bonini e D’Avanzo (che avevo conosciuto molto prima, insieme ad altri giornalisti italiani) dopo un anno di infelice collaborazione con Mario Scaramella. Già in quell’epoca è cessata la collaborazione su base gratuita, amichevole, perché risultava chiaro quanto segue:

- Nel quadro del mandato ufficiale della Commissione Mitrokhin, Scaramella non faceva quasi nulla (almeno insieme con me), confondeva continuamente gli affari privati e la politica oltre a fingere (senza alcuna evidenza) di avere buoni legami negli ambienti di intelligence americani, italiani e della Nato.

- Il suo vero scopo era quello di raccogliere ogni genere di materiali compromettenti nei confronti dei propri avversari e di quelli dei suoi associati (in genere, ma non solo, la sinistra in Italia) e ogni genere di informazioni “sensibili” che riguardassero argomenti in qualche modo legati al Kgb.

- I suoi metodi di raccolta e di gestione delle informazioni sensibili non erano affatto professionali, in misura da provocare, prima o poi, conseguenze disastrose per me e per le mie fonti.

- Prendeva impegni e faceva promesse con grande facilità, ma difficilmente li manteneva.

-  Non si sapeva chi fossero i partner e le fonti di finanziamento, che restavano sempre nell’ombra. Evidentemente, questi collaboratori e queste fonti avrebbero un giorno avuto qualche guaio.   

E così ho deciso di raccontare ai giornalisti indipendenti la verità sulle attività di Scaramella in modo da creare un alibi in caso di problemi che dovessero derivare da Mario. Ecco perché ho offerto a Repubblica una parte del mio dossier per ulteriori indagini congiunte. Ma non ho mai raggiunto con loro un accordo e non ho mai consentito loro di pubblicare questo dossier. Sembra che io abbia avuto ragione: nel novembre 2006, Mario violava il nostro accordo di consulenza riservatissimo e svelava alla stampa mondiale il mio nome, i nomi delle mie fonti e altre informazioni per poterci palesemente trarre profitto. Tra marzo 2005 e gennaio 2006, non lavoravo con Scaramella, e raramente avevo contatti con lui. Sono stato contattato da Repubblica a questo riguardo solo alla fine di novembre 2006, dopo che Mario aveva già svelato alla stampa mondiale l’esistenza delle mie consulenze.

 

Perché il 13 novembre del 2004 lei si recò alla stazione dei carabinieri di Avellino per presentare una denuncia nella quale, in particolare, lei asseriva di aver dovuto interrompere la sessione di lavoro con Scaramella per motivi di sicurezza?

Non ho avuto tempo per ricontrollare quella data e quindi mi devo fidare di lei, sig. Pelizzaro [la data è esatta ed è quella che appare sul documento sottoscritto da Limarev, ndr]. Venivo accompagnato a quella stazione da Mario e da uno dei suoi colleghi. Mario mi ha chiesto con insistenza di depositarvi le informazioni che aveva ricevuto dalle mie fonti riguardanti i fratelli Kobyk, oltre alle mie considerazioni in tema di sicurezza nei loro confronti e anche riguardo allo stesso Mario. Il testo originale di queste dichiarazioni era stato scritto da Mario, ma era così scadente che ho dovuto riscriverlo, apportandovi modifiche significative. In tale contesto, si faceva riferimento alla sospensione (cosa che Mario aveva senz’altro proposto) della nostra sessione di lavoro. Il giorno precedente, Mario mi aveva anche presentato a Volodymyr Kobyk. Richiesto da Mario, ho intervistato Kobyk, il quale era anche venuto alla stazione di Avellino per depositare la sua dichiarazione, sempre in seguito ad una richiesta diretta da parte di Mario.

 

Lei ha avuto modo di raccogliere informazioni su una delle persone che erano in contatto con Scaramella, l’ucraino Volodymyr Kobyk. Qual è la vera identità e attività di questo signore e perché, insieme al fratello Taras, ritiene che facciano parte dell’intelligence ucraina operante in Italia?

Nella dichiarazione di cui sopra ho spiegato quello che ho avuto dalle mie fonti oltre ai miei pensieri personali sulla questione (a proposito, come mai viene resa pubblica in Italia la mia dichiarazione riservata? Nemmeno Mario doveva riceverne una copia – solo io e l’ufficiale che l’aveva accettata! Ma so che in Italia molti giornalisti conoscono il contenuto). Per quanto io possa ricordare, le informazioni sulla sicurezza pervenute dalle mie fonti (informazioni, peraltro, assai incerte) e riportate nelle mie dichiarazioni riguardavano soprattutto Taras. Lo stesso Volodymyr aveva raccontato a me e a Mario di aver avuto molto a che fare con l’ufficiale dei servizi ucraini Evgueni Totsky, anche se, durante il nostro incontro, fingeva di essere preso di mira da quest’ultimo (insieme con Taras).

 

Ha mai incontrato Volodymyr o Taras Kobik?

Sì, come ho già detto, l’ho incontrato una volta.

 

Ritiene che Mario Scaramella possa essere stato manipolato e quindi incastrato da questa struttura dell’intelligence ucraina, su ordine di Mosca? In caso affermativo, per quale motivo?

Immagino che ci sia questa possibilità. Mario aveva molti contatti, pericolosissimi e caotici, di origine russa e ucraina: molti di loro non sono ancora noti al pubblico. Quasi tutti erano coinvolti in questioni di sicurezza, e senz’altro qualcuno di loro poteva essere stato manipolato dai servizi dello Stato e/o da gruppi di stampo mafioso o siloviki [il circuito degli ex appartenenti ai servizi segreti russi e della comunità d’intelligence ex sovietica, ndr]. Mario era, e rimane, assolutamente privo di professionalità in questioni di sicurezza.

 

Lei ha avuto modo di incrociare il nome di un altro ufficiale ucraino, il colonnello Evgueni Totsky, anche lui in contatto con Mario Scaramella. Ricorda in che termini Scaramella parlava di Totsky e a quali conclusioni lei è pervenuto circa la vera identità, incarico e attività di questo ufficiale ucraino?

Sono veramente stato io a fare questo nome? Mah… non me lo ricordo… sono abbastanza sicuro che fosse Mario [sulla denuncia presentata e sottoscritta da Limarev alla stazione dei carabinieri di Avellino, in data 13 novembre 2004, il russo fa ampiamente riferimento, anche in modo molto dettagliato, al ruolo di Totsky in Italia come ufficiale dell’intelligence ucraina in contatto con i servizi segreti russi e specializzato in spionaggio e controspionaggio militare anti-Nato, sottomarini nucleari, mine, siluri e altre materie analoghe, ndr]. All’inizio Mario aveva una collaborazione attiva con Totsky dal quale riceveva parecchie informazioni (in genere dietro pagamento). Mario mi aveva ripetutamente insinuato che Totsky aveva fornito importanti informazioni di intelligence a lui e, a quanto pare, a Guzzanti e alla Commissione Mitrokhin. Fu Kobyk a presentare Totsky a Mario (ambedue me l’hanno confermato) con il pretesto che Totsky volesse vendere informazioni di intelligence, anche perché cercava di restare in Italia. Dopo, però, (a partire da ottobre 2004 circa) Mario cominciava a vedere il rischio di provocazioni da parte di Totsky, sospettando che l’ucraino facesse il doppio gioco… Quando Totsky partì per la Grecia nel 2004 (secondo Mario), Scaramella lo denunciò alle autorità italiane (con l’aiuto di Volodymyr Kobyk) come provocatore del Kgb, ecc. Non posso dire altro su Totsky in pubblico.

 

Ricorda in che termini Scaramella le raccontò la vicenda dei quattro cittadini ucraini arrestati il 16 ottobre 2005 in provincia di Teramo a bordo di un furgone che proprio dall’Ucraina aveva trasportato in Italia due granate da lancio Vog 25P calibro 40 mm , utilizzabili con fucile d’assalto AK47, ed un detonatore elettrico?

Mi sembra di ricordare vagamente questa storia, che Mario mi aveva raccontato agli inizi del 2006 – forse in febbraio – ma come ho spiegato nella nostra corrispondenza non avevo niente a che fare con questo episodio e non ci ho mai lavorato, nemmeno su richiesta da parte di Mario. In seguito, ho sentito dalle mie fonti russe della convinzione, negli ambienti dei servizi segreti russi, che l’episodio fosse stato inventato da Scaramella-Guzzanti con l’aiuto di Alexander Litvinenko, anche se questo non rappresenta la mia opinione a tale proposito.

 

Ritiene che questa vicenda sia una montatura di Mario Scaramella o, per contro, sia un’operazione dell’intelligence ucraina finalizzata ad incastrare l’ex consulente della Commissione Mitrokhin?

Per ora non ho abbastanza informazione affidabili sull’argomento per dare la mia opinione di esperto. Forse si tratta delle due cose insieme.

 

Secondo lei, chi passò a Scaramella le informazioni che poi hanno consentito alla polizia di rintracciare il furgone ucraino che trasportava le granate?

Come consulente professionale in materia di sicurezza, preferirei non fare illazioni in pubblico su questioni di cui non sono sufficientemente a conoscenza.

 

Mario Scaramella le ha mai parlato di Alexander Talik, un ucraino che vive clandestinamente in Italia (a Napoli) da otto anni con un passato da capitano dell’Fsb, ritenuto da Scaramella il responsabile e destinatario di quel trasporto di granate da guerra?

Non ho mai discusso con Mario i particolari di questa vicenda. Non ho lavorato seriamente sul dossier di Talik, pertanto vorrei evitare di fare illazioni in questa intervista.

 

Lei sa che Alexander Litvinenko citò il nome di questo Talik in una intervista alle agenzie ucraine il 28 novembre del 2005? Ha mai letto questa intervista di Litvinenko in cui il defezionista dell’FSB parlava delle attività dei servizi speciali russi e ucraini anche in Italia?

L’avevo visto nei giornali successivamente, ma ho motivi fondati per non credere ciò che Litvinenko diceva a proposito di Talik (come ho dubbi sulle sue “testimonianze” su Prodi, Trofimov e molti altri argomenti politicamente sensibili in Italia). In ogni caso, ho conosciuto le principali fonti ucraine di Litvinenko (incontro organizzato dallo stesso Litvinenko nel 2005) e anche loro mi hanno detto che non erano vere quelle affermazioni.

 

Lei sapeva che Scaramella si sarebbe dovuto incontrare a Londra, tra la fine d’ottobre e gli inizi di novembre 2006, con Litvinenko per verificare alcune notizie avute da lei circa una possibile minaccia di attentato?

Alla fine di ottobre 2006 (credo nell’ultima settimana), lo stesso Mario mi aveva raccontato (io non l’avevo mai chiesto) che doveva partire per l’Inghilterra per una settimana circa, ma senza accennare all’intenzione di incontrare Litvinenko (per l’ennesima volta, ripeto che i due non erano in buoni rapporti in quel momento). Non avevo alcuna idea del suo programma di incontri o delle sue attività a Londra, e non avevo mai preso seriamente in considerazione la possibilità di fare un viaggio a Londra con Mario (oppure di incontrarmi con lui a Londra). La sera del 1° novembre 2006, Mario mi disse che si era incontrato con Litvinenko e che gli aveva fatto vedere qualche informazione procurata attraverso i miei canali, ma senza dirmi la data del loro incontro.

 

Sapeva che Litvinenko era un consulente di alcune security company britanniche che operano nel settore energetico?

Sì, lo sapevo.

 

Ritiene che sia una coincidenza il fatto che l’attentato a Litvinenko sia stato compiuto il 1° novembre 2006: proprio il giorno in cui si doveva incontrare con Mario Scaramella?

Ancora non ne sono sicuro, forse lo era e forse no. Esiste qualche possibilità che Mario possa essere stato coinvolto involontariamente, oppure utilizzato in qualche modo da uno dei potenti gruppi di mafiosi siloviki nell’organizzazione dell’omicidio di Litvinenko, ma non credo che Mario abbia potuto parteciparvi intenzionalmente, di sua spontanea volontà.

 

Perché, secondo lei, Litvinenko è stato eliminato e perché utilizzare il Polonio 210?

 

 

Litvinenko è stato eliminato per una serie di “circostanze aggravanti” – come si suol dire negli ambienti siloviki in Russia – nello stesso modo in cui sono stati uccisi, durante la presidenza di Putin, anche Anna Politkovskaya, Yuri Shekochikhine e altri “nemici della Russia”. Il Polonio è stato utilizzato per i seguenti motivi:

- Intimidire gli oppositori politici, i nemici e coloro che volevano male al regime di Putin e anche per creare una ulteriore frattura tra l’Occidente da una parte, e Putin e il Cremino dall’altra.

- Dimostrare l’onnipotenza dei gruppi di siloviki che hanno elevato Putin alla presidenza e che hanno conquistato molto potere, forse fino al punto di diventare rivali nei confronti dello stesso Putin.

 

[traduzione dall’ingelse a cura di Dana Lloyd-Thomas]

 

postato da: GabrielParadisi alle ore 03/04/2007 18:59 | Permalink | commenti (575)
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lunedì, 19 marzo 2007

International Press

L’amica Simona ha scovato nel web due interessantissimi articoli di cui pubblichiamo una traduzione a cui ha contribuito anche l’amico Enrico. Protagonisti sono Boris Volodarskij (coautore con Oleg Gordievskij di un libro sullo spionaggio sovietico in Europa), e la nostra vecchia conoscenza Evgenij Limarev. Purtroppo la stampa ufficiale italiana, tranne l’encomiabile eccezione del Roma, pare essersi del tutto dimenticata del caso Litvinenko-Scaramella. Non così all’estero. Dalla lettura delle due interviste emergono alcuni nuovi spunti di ragionamento. Volevo far solo notare che Volodarsky ha recentemente visitato Scaramella in carcere. Egli ci fa sapere quali sono gli argomenti sui quali viene interrogato e ci da anche un piccolo resoconto del suo stato di salute. Limarev invece, per la prima volta, pur con le abituali piroette, ammette di aver spedito a Scaramella due email il 30 e 31 ottobre. Email che spinsero Scaramella a chiedere appuntamento a Litvinenko.

Buona lettura.

 


 

Natalya Golitsyn (London)

6 marzo 2007

 

VOLEVANO FARLO APPARIRE UN CRIMINALE.

L’investigazione sull’avvelenamento dell’ex ufficiale FSB Aleksandr Litvinenko con la sostanza radioattiva Polonio-210 si è conclusa a Londra alla fine di gennaio. Le risultanze delle indagini sono state consegnate alla procura reale che fornirà i nomi dei sospettati per questo omicidio. Per capire come procedono le cose mi sono messa in contatto con il rappresentante  della procura Judie Sedon. Non è possibile sapere molto, ha detto Judie Sedon, perchè la questione è molto complessa ed è attualmente all’esame del giudice speciale assegnato. Nessuno può dire con precisione per quanto tempo si prolungherà questa fase, ed inoltre tutte le informazioni su questa vicenda non sono soggette a divulgazione.

Del caso Litvinenko si sono occupate anche le autorità italiane che continuano ad interrogare il giudice Mario Scaramella recluso in una prigione romana.

Egli è una delle figura principali in questa vicenda. Conosceva bene Litvinenko e si sono incontrati in Londra proprio il giorno del suo avvelenamento. Scaramella lavorava per la “Commissione Mitrokhin” presieduta dal Senatore italiano Paolo Guzzanti. La Commissione si occupava di investigare sull’attività di agenti russi in Italia ed è stata istituita in seguito all’arrivo dell’archivista del KGB Vasily Mitrokhin in occidente.

 

Lo storico di spionaggio, attualmente residente in Londra e consulente per il film inglese televisivo sull’avvelenamento di Litvinenko, BORIS VOLODARSKY è riuscito a incontrare Scaramella in una prigione italiana.

 

GLI HO DOMANDATO QUALI ACCUSE TRATTENGONO SCARAMELLA IN PRIGIONE.

In realtà per un lungo periodo a Scaramella non sono state formalizzate accuse. Quando la Troupe di ITV si è trasferita a Roma (era il 22 gennaio di quest’anno), il giornalista Bill Tonelli  non ha potuto riscontrare quali accuse erano state formalizzate. Io però a Roma ho visto un documento unico – la copia delle accuse ufficiali a carico di Scaramella. Ho visto questo documento personalmente. Molto interessante. Scaramella è accusato di una sola cosa: calunnia nei confronti di un capitano del KGB. Non ci sono altre accuse. Praticamente l’unica accusa per cui è stato arrestato e che lo trattiene nella prigione che lascerà probabilmente non presto è la calunnia ad un ex capitano del  KGB.

 

CHI È QUESTA PERSONA? IN COSA CONSISTE LA CALUNNIA?

Dal 2004 Scaramella ha collaborato attivamente con Aleksandr Litvinenko su tutta una serie di argomenti, in particolare, questo lo sappiamo bene adesso, è stato incaricato alla consulenza  della Commissione Mitrokhin ed alla raccolta di materiale a cui era interessata la Commissione. Hanno lavorato assieme su un ampio spettro di argomenti, incluso il traffico di armi illegali connesso alla mafia, autore presunto l’ex capitano del KGB Alexandr Talik.

Egli vive in Italia e, per quanto ne so, è sposato con una italiana.

Stando a tutta una serie di informazioni, che Scaramella ottenne da Litvinenko, la consegna illegale di una partita di armi proveniente dalla ex Unione Sovietica era stata pianificata da Talik. Scaramella immediatamente avvisò Guzzanti, presidente della Commissione Mitrokhin, ed informò anche la polizia. La notizia venne comunicata alla polizia di Napoli, si trattava di un mezzo (che avrebbe dovuto portare le armi – RS) che poi è stato rintracciato nel territorio Italiano e sul quale davvero furono rinvenute due granate, parti elettriche ed altri oggetti utili come esplosivi. Le persone fermate alla guida del mezzo vennero arrestate. Questi erano ucraini, credo sei.

Tra l’altro era stato dichiarato che il piano terroristico sarebbe stato organizzato dall’ex capitano DEL KGB Aleksandr Talik. Poichè la polizia non ha trovato riscontri su questo fatto Scarmella è stato accusato di aver calunniato una persona onesta. Per questo Scaramella è stato accusato e si trova in prigione.

 

QUESTO SIGNIFICA CHE QUESTO ARRESTO NON È COLLEGATO CON LA MORTE DI LITVINENKO?

Dal punto di vista delle accuse ufficiali non è collegato in nessun modo. Sono stato in prigione con Mario per più di quaranta minuti. Abbiamo parlato faccia a faccia. Mi ha detto che viene interrogato solo su due argomenti – il suo intero programma di collaborazione con Litvinenko ed il Lavoro della Commissione Mitrokhin. Così il suo arresto è senza dubbio collegato all’omicidio di Aleksandr Litvinenko e quello che Scaramella e Litvinenko hanno raccolto durante le indagini per la Commissione. In occasione del viaggio a Roma ho avuto con me due documenti. Sono  e-mail che ho ottenuto dal vostro staff editoriale; la sig.ra Ludmila mi aveva chiesto di porre particolare attenzione ad Euvgenji Limarev; anche lui aveva collaborato con la Commissione Mitrokhin, sull’appunto di Ludmila si dice che Limarev era stato assistente di Yuri Schekochihina e che avevano lavorato assieme nelle investigazioni dei fatti risaputi di Mosca connessi con gli ex ufficiali del KGB. Poi però Limarev aveva collaborato con Litvinenko e con l’aiuto di Litvinenko dopo, cominciò a collaborare con Scaramella. Ho ricevuto anche una e-mail dal Senatore Guzzanti che è oggi molto preoccupato per la salute di Scaramella. Dopo alcuni giorni dal mio arrivo Scaramella ha avuto un nuovo attacco di cuore, di notte, quando io ero ancora a Roma ed anche in questo caso è stato molto male: il dottore è stato chiamato due volte. E’ interessante notare che dopo che era stato chiamato un dottore durante la notte sono arrivati gli ufficiali pubblici ed è stato condotto un interrogatorio di circa otto ore.

 

COME SPIEGA QUELLO CHE È ACCADUTO A SCARAMELLA?

A cominciare dal 2004 sul territorio italiano si è avviata una operazione del KGB con lo scopo di rimuovere simultaneamente Scaramella e Litvinenko. Litvinenko conobbe Limarev nel 2002. Nel 2004, quando Al cominciò a lavorare per la Commissione Mitrokhin, Litvinenko raccomandò a Scaramella di riferire anche a Limarev come fonte. Adesso so che (ho tutta la documentazione) Limarev per due anni ha continuato a fornire a pagamento informazioni false, sicuramente fabbricate a Mosca, altre che invece furono fabbricate personalmente da Limarev, oppure entrambe le cose, ecc. Queste informazioni erano completamente non corrette, dati falsi sulle questioni che interessavano Scaramella. Allo stesso tempo Limarev ha fatto il possibile per venire a conoscenza sullo stato delle indagini della Commissione, che materiali avevano acquisito, con chi collaboravano e quali erano le loro fonti in Inghilterra, America ed altre nazioni, Russia compresa. Per questo penso che ad un preciso momento Limarev abbia preso un ruolo attivo, di provocazione.

Oggi sappiamo molto bene che il 30 ottobre (2006 – RS) Limarev ha inviato a Scaramella una e-mail nella quale lo avvertiva che lui ed il Senatore Guzzanti correvano un imminente pericolo. Poi, il 31, il giorno della partenza di Scaramella per Londra (tutti sapevano che sarebbe arrivato a Londra quel giorno perchè Scaramella doveva partecipare ad una conferenza a Londra)  inviava una nuova e-mail nella quale avvisava di minacce di pericolo dirette alla vita del Senatore Guzzanti, a Mario Scaramella, a Litvinenko ed a Boris Berezovsky chiedendo di non mostrarle assolutamente ad altri, e specialmente a Berezovsky e a Litvinenko.

Naturalmente questo spinse Scaramella a prendere un appuntamento con Litvinenko appena arrivato a Londra. Questo spiega anche perchè Scaramella durante l’incontro era nervoso ed agitato: aveva dato molta importanza al documento ricevuto. Io posseggo anche un documento in originale ricevuto direttamente dal PC di Scaramella. In questo documento però non ci sono informazioni su Anna Politkovskaya ma contiene dati completamente ingiustificati e chiaramente falsi circa il fatto che certe Forze Speciali dislocate a Napoli stavano preparando un attentato alla vita di quattro persone: Scaramella, Berezovskji, Guzzanti e Litvinenko. Io credo che questo non corrisponda in nessun modo alla realtà. E’ anche menzionata l’organizzazione Onore e Merito (fondata da veterani del servizio diplomatico ed investigativo russo - RS)  che allo stesso modo non ha nulla a che vedere con questa vicenda. Tutta questa storia è stata inventata con lo scopo di intimidire Scaramella e dirigerlo verso Litvinenko. Di sicuro l’operazione contro Litvinenko in quel momento era in pieno svolgimento. Avevano bisogno di attirare qualcuno che sviasse l’attenzione da loro e che diventasse il presunto assassino. Infatti proprio nei primi giorni di ospedale anche Litvinenko indicava ripetutamente (all’inizio – RS) che si era visto solo con Scaramella in quel giorno e che lo sospettava del suo avvelenamento.

 

http://www.svobodanews.ru/Transcript/2007/03/10/20070310145451747.html

 

 

Traduzione ( molto poco letterale J ) dal Russo della trascrizione di una intervista concessa a SVOBODANEWS.RU (un’emittente radiofonica Ucraina ) da Vladimir Volodarsky e Limarev.

http://www.svobodanews.ru/default.aspx

 

Intervista di Dmitriy Volchek

10.03.2007

 

Programma “Riassunto della Settimana” condotto da Dmitriy Volchek.

Partecipano lo storico dello spionaggio Boris Volodarsky e l’esperto di sicurezza Yevgeny Limarev.

 

DV: Oggi sul settimanale italiano “Panorama” è apparso l’articolo del Senatore Paolo Guzzanti, presidente della “Commissione Mitrokhin” costituita per investigare la attività del KGB in Italia.

Guzzanti scrive che la scomparsa del giornalista “Ivan Safronov”, l’avvelenamento di Aleksander Litvinenko e l’omicidio del Generale FSB Anatoliy Trofimov nella primavera del 2005 siano anelli della stessa catena, tutti loro uccisi per una notizia compromettente sul primo ministro italiano Romano Prodi. Mario Scaramella, oggi recluso in Italia, era collaboratore del Senatore Guzzanti.

Scaramella si era incontrato con Litvinenko il primo novembre 2006,  giorno del suo avvelenamento. Lo storico dello spionaggio Boris Volodarsky si è recentemente incontrato con Mario Scaramella in prigione, descrive a Radio Freedom della sua opinione su questa storia e del ruolo di Scaramella nella vicenda Litvinenko.

 

BV: Inzia nel 2004 in Italia l’operazione parallela del KGB condotta da Limarev il cui scopo era l’annientamento di Scaramella e Litvinenko. Litvineko era stato presentato a Limarev nel 2002. Litivnenko nel 2004, quando ha cominciato a lavorare con la commissione Mitrokhin, aveva raccomandato a Scaramella di usare anche Limarev come fonte. Per quanto ne so adesso (tutto documentato, ho tutti i documenti che lo dimostrano) Limarev ha fornito dietro compenso false informazioni a Scaramella per due anni, alcune sicuramente fabbricate in Mosca, altre fabbricate da sé stesso, ancora alcune fabbicate sia a Mosca che da Limarev, etc.. Egli dava informazioni completamente non corrette oppure falsificate nei dati, le quali potevano essere tutte di interesse per il lavoro di Scaramella. Simultaneamente Limarev ha cercato di fare il possibile per informarsi su come procedevano le ricerche della Commissione – che materiale avevano ottenuto, con chi collaboravano, e cosa fornivano loro i vari informatori in Gran Bretagna, America ed altre nazioni, Russia inclusa. Per questo penso che ad un certo punto Limarev ha assunto un ruolo attivo, di provocazione.

Come oggi sappiamo bene egli inviò a Scaramella due e-mail il 30 ottobre, in queste mail avvertiva di un pericolo imminente a carico di Scaramella e Guzzanti. Poi il 31 ottobre, il giorno di partenza di Scaramella per Londra (tutti sapevano che questa partenza era programmata perchè Scaramella doveva partecipare ad una conferenza a Londra) invia una seconda e-mail nella quale avvertiva che erano in pericolo non solo Scaramella e Guzzanti ma anche Litvinenko e Berezovsky chiedendo di non mostrare in nessun modo questa mail a Berezovsky ma soprattutto a Litvinenko. Naturalmente quindi questo spinse Scaramella a chiamare subito Litvinenko appena arrivato a Londra per fissare un appuntamento. In questo modo si spiega anche l’atteggiamento nervoso ed agitato di Scaramella: era preoccupato per il documento che aveva ricevuto. Ho l’originale del documento direttamente dal PC di Scaramella. In questo documento comunque non ci sono informazioni sulla Politkovskaja ma c’è la completamente ingiustificata e chiaramente falsa informazione che alcuni soldati delle forze speciali erano a Napoli e stavano preparando un attentato a queste quattro persone (Scaramella, Guzzanti, Litvinenko, Berezovsky). Io credo che questo non corrisponda in nessun modo al vero. Era nominata nella mail anche la organizzazione “onore e merito” (inventata) che parimenti intendeva intimidire Scaramella e condurlo verso Litvinenko. Sicuramente la operazione contro Litvinenko era gia in pieno svolgimento. Si voleva portare sul luogo l’uomo che sarebbe stato, probabilmente, indicato come criminale responsabile ed avrebbe distratto l’attenzione da loro.

 

DV: Boris Volodarsky ci ha parlato dell’esperto di sicurezza residente in Francia Eugenyi Limarev e del suo ruolo nella storia di Scaramella e Litvinenko. Chiedo ad Euvgenji Limarev un commento su quanto asserisce Volodarsky. Euvgenji, Boris Volodarsky sosteine che lei ha dato a Scaramella informazioni deliberatamente fabbricate su attentati preparati dai Servizi Speciali Russi ai danni di Scaramella ed il Senatore Guzzanti. Notizie che alla fine hanno condotto Scaramella a Londra per incontrare Litvineko alla vigilia del suo avvelenamento. Come commenta queste asserzioni?

 

EL: Bugie assolute, e c’è di più, è menzogna intenzionale. Questo lo sanno bene Scaramella e Guzzanti, con il quale mi sono incontrato ed ho parlato per cinque ore ai primi di gennaio. Per corrispondenza recente che ho avuto con Scaramella posso provare che queste sono impudenti bugie.

 

DV: Lei è quindi convinto della autenticità delle informazioni che aveva inviato a Scaramella? Quale era la sua fonte?

 

EL: Lei capisce, ho dato a Scaramella per due anni informazioni come consulente in fasi con lunghe interruzioni. Sono informazioni di vario genere. Le fonti dalle quali provenivano erano considerate da me assolutamente attendibili e si trovano principalmente in Russia perchè io svolgo professionalmente consulenza principalmente nell’ambito di sicurezza e polizia in connessione con la ex USSR (dalla – fino alla?) fine del ’99. Io vivo di questo ed in Francia  sono registrato come consulente, faccio fatture e pago le tasse. Questo lo faccio anche adesso indipendentemente da quello che dicono gentiluomini come Volodarskji e Gordievskji.

 

DV: Ma lei ha accusato queste persone di mentire intenzionalmente. Che motivi potrebbero avere secondo lei?

 

EL: Per mio grande dispiacere, l’omicidio di Litvinenko e tutte le circostanze connesse, sono divenute l’unico business per un certo gruppo di persone che tentano di dichiararsi specialisti riguardo queste vicende e così poi scrivere libri, diventare consulenti e così via. La mia unica spiegazione è questa.

 

DV: In questo caso, secondo lei, chi ha ucciso Litvinenko?

 

EL: Oggi mi appare ovvio che Litvinenko è stato ucciso dalla Russia, le tracce conducono in Russia. Secondariamente è stato ucciso da gruppi Spetsnaz, solo loro sarebbero stati in grado di ottenere una sostanza come il Polonio. Ho una idea anche più precisa su chi potrebbe essere stato, da dove sono partiti gli ordini politici. Per adesso però non voglio parlare di questo perchè ancora non sono finite le indagini. Ma l’ultima cosa, quella più o meno ovvia, percui io non mi nascondo e parlo liberamente è che io sono personalmente convinto che Putin non ha dato l’ordine di uccidere Litvinenko. Questo certo non piacerà a persone come Guzzanti, Scaramella, Volodarsky  o Gordievsky, che difendono in ogni modo la loro tesi che Putin è l’assassino. Questo la maggior differenza tra me e loro.

 

DV: Lei ha prove per dichiarare che Putin non è responsabile?

 

EL:  Non ho prove in linea diretta, sono considerazioni generali, quello che mi dicono le mie fonti e gli analisti.  Di nuovo, lo sottolineo: io dico che questo è la pura verità ed è la mia personale opinione basata su quello che le ho già detto.

 

DV: Prima ha menzionato l’organizzazione di veterani “Onore e Merito” che sembrerebbe aver partecipato all’assassinio di Litvinenko. Anche adesso lei difende questa versione?

 

EL: non ho mai detto a nessuno e nemmeno asserito che all’avvelenamento di Litvinenko abbia partecipato questa organizzazione. Originariamente questa organizzazione era stata menzionata, sig. Velichko, nelle “famose” note analitiche che Scaramella ha diffuso, quelle stesse che ha portato a Litvinenko. Poi Litvinenko è stato ucciso e tutti hanno gridato che Litvinenko è stato ucciso per via di quegli appunti. E poi hanno detto che c’era una lista di obbiettivi. Non è nulla tutto questo, queste note furono date da Scaramella ai mass-media estratte da un contesto del tutto forzato. Se queste notizie poi dovessero essere recuperate emergerebbe che questa organizzazione “Onore e Merito” era menzionata soltanto nel piano relativo all’annientamento di Scaramella e Guzzanti nel territorio Italiano. Non riguardavano Litvinenko o la realizzazione di azioni contro Litvinenko sul territorio Britannico. Questa è una invenzione ed una interpretazione che vorrebbe apparire investigazione, tra virgolette o no.

 

DV: Ma lei ha scritto a Mario Scaramella a fine ottobre che certe persone delle forse speciali dislocate in Italia stavano preparando un attentato alla vita di Guzzanti, di Litvinenko ed io Berezovskji?

 

EL: Il problema è che quelle informazioni, che mi erano arrivate dalle mie fonti in Russia le avevo trasmesse a Scaramella. Sì, giusto.

 

DV: E precisamente quando queste informazioni Scaramella ha contattato Litvinenko e si è incontrato con lui quel giorno preciso, il giorno dell’avvelenamento.

 

EL : Su questo punto, lei capirà, io non posso dire nulla perchè io non sapevo quando Scaramella sarebbe arrivato, che avrebbe mostrato i documenti a Litvinenko, che ne avesse mostrato una parte, come poi le ha interpretate, se sono state cambiate, non ne so nulla. A giudicare dai fatti, da quello che è stato diffuso alle masse dai media so con certezza che: le mie note sono state manipolate e che i punti più importanti, cioè quelli che riguardavano Scaramella ed il Senatore erano stati eliminati.

 

DV: Sono state manomesse da chi? A che scopo?

 

EL:  ??? come posso saperlo? Giudicando l’insieme dei fatti penso Scaramella. Perchè Scaramella, a giudicare dai fatti, ha cercato di sfruttare l’omicidio di Litvinenko per i suoi scopi politici mercenari. Ha cercato di diventare una vittima, lui con Litvinenko.

 

DV:  Ma signor Limarev, lei stesso in dicembre ha dichiarato che temeva per la sua vita.

 

EL:  Certo. Per quanto riguarda me c’erano dei motivi. Gli stessi di Litvinenko perchè anche io mi considero un potenziale, minimo, oggetto di attenzioni da un lato della stessa (gebistiskikn-mafiosa ??) russa di cui è stato vittima Litvinenko e dall’altro, vede, quello che è accaduto in Italia attorno Scaramella, vede, potrebbe far arrivare pericolo a me dalla cerchia mafiosa, per esempio, dislocata in Italia. In Italia il 17 novembre mi hanno derubato nel centro di Roma, mi hanno rubato documenti, denaro, equipaggiamento (foto e video). Il giorno dopo, il 18, Scaramella interruppe i contatti con me e dopo molti giorni inaspettatamente ha cominciato a nominarmi come fonte principale a tutti i media dicendo che ero l’autore delle famose note che furono consegnate a Litvinenko il primo novembre. Dopo questo io mi sono reso conto che in Italia mi si voleva screditare. Quando ero in Italia, hanno cercato di forzare la mia casa in Francia e pentrarla. Dopo il mio ritorno in Francia mi sono arrivate lettere di minacce ed alcune persone giravano attorno casa mia. Su qesti fatti ho mandato tre segnalazioni alle autorità francesi ed italiane e stanno conducendo una indagine su questo.

 


 


postato da: GabrielParadisi alle ore 19/03/2007 17:06 | Permalink | commenti (164)
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mercoledì, 14 febbraio 2007

Blog-gate

Nel 1972 Bob Woodward e Carl Bernstein, reporter del Washington Post, iniziarono un’inchiesta giornalistica che nel giro di due anni portò all’impeachment del Presidente degli Stati Uniti d’America Richard Nixon, il quale rassegnò le dimissioni l’8 agosto del 1974.

 

L’inchiesta più famosa del ventesimo secolo costituì a tutti gli effetti il primo vero “attacco”  (riuscito) dell’Informazione ai Palazzi del Potere.

I cittadini liberi delle democrazie s’identificarono con i due giornalisti e con la loro impari battaglia per la Verità.

Quel giorno però, di fatto, l’Informazione dimostrò di essere diventata essa stessa Potere.

E come in tutte le rivoluzioni, vecchi e nuovi giacobini, vecchi e nuovi poteri saltarono ben presto su quel carro luminoso cercando di prenderne il comando o almeno di garantirsene la compiacenza.

Nei successivi trent’anni abbiamo assistito a lotte senza quartiere di potentati, partiti e lobbies per assumere il controllo dell’Informazione e dei suoi mezzi, propedeutico e indispensabile al raggiungimento e al mantenimento di tutti gli altri Poteri, quello politico come quello economico.

La diffusione delle tecnologie elettroniche, la televisione in primis, hanno reso accessibile a strati sempre più vasti di popolazione la fruizione delle “notizie”. Gli elettori-consumatori, vengono raggiunti senza fatica direttamente nei tinelli delle loro abitazioni, nell’intimo della loro vita e delle loro abitudini.

Un Potere enorme dunque. Senza eguali.

 

Ma oggi anche il Palazzo dell’Informazione è insidiato da una nuova strisciante rivoluzione democratica. Internet e la Rete, che capillarmente e con strumenti sempre più potenti e “popolari” insidia il monopolio ai “media” tradizionali e dunque insidia quei veri Poteri che i “media” tradizionali sostengono.

Uno sterminato esercito di Woodward & Bernstein comincia a premere ai cancelli del Palazzo d’Inverno.

 

Qualche tempo fa (nel 2003) il giornalista Jason Blair, venne travolto (insieme a Howell Raines e Gerald Boyd, direttore e vicedirettore del New York Times, di cui era pupillo), da uno scandalo per aver falsificato un articolo (anzi almeno 37 articoli). La Rete ebbe un ruolo determinate nella vicenda.

Il NYT, austero ed autorevole giornale che da sempre si vanta di pubblicare “All the News That´s Fit to Print”, «tutte le notizie che meritano di essere stampate», divento ben presto nei blog “Quello che pubblicava "tutte le bugie" che meritavano di essere stampate».

A nulla valsero pagine di scuse e di ammissioni da parte dei protagonisti.

 

E’ solo di qualche giorno fa la notizia (segnalataci dall’amica Simona) che Hillary Clinton, candidata democratica alle presidenziali USA del 2008, ha dovuto rettificare una sua dichiarazione perché questa aveva causato forti reazioni in un network di bloggers.

 

La Rete dunque può essere uno strumento di monitoraggio utilissimo allo sviluppo equo delle società democratiche, introducendo un concetto nuovo ed essenziale: la partecipazione.

Politici e giornalisti d’ora in poi potranno essere sottoposti ad attenta e stretta osservazione da parte di moltitudini di semplici cittadini.

E la Rete, per sua natura, è un Palazzo con troppe entrate e troppe vie di fuga per essere controllabile da chicchessia...
Negli USA, come sempre, certi fenomeni (soprattutto quelli positivi) avvengono con qualche anno (spesso anche qualche decennio) di anticipo rispetto al nostro paese. Speriamo non sia così anche in questo caso.

 

Vedremo dunque, se qualche isolato blogger riuscirà perlomeno a scuotere un poco l’alberello dell’Informazione menzognera e a far “cadere” come foglie morte i tanti Jason Blair che popolano le redazioni dei nostri quotidiani.

 

PS

L'amico Franmau ci segnala il caso di un blogger egiziano arrestato per aver espresso le sue idee. Si tratta di Karim Amer. Oggi 15 febbraio in tutto il mondo ci saranno diverse manifestazioni in suo favore.  E' stato predisposto un sito attraverso il quale si può sottoscrivere una petizione che verrà inviata al ministro degli Interni egiziano, all'ambasciatore egiziano negli Stati Uniti e a quello americano in Egitto chiedendo la scarcerazione del ragazzo. Invito tutti gli amici a farlo. 

postato da: GabrielParadisi alle ore 14/02/2007 09:03 | Permalink | commenti (562)
categoria:blog, giornalismo, informazione
lunedì, 29 gennaio 2007

L’ultimo autoritratto di Limarev

 

Ieri sera Evgenij Limarev ci ha scritto gentilmente una email rispondendo ad alcune domande che gli avevamo posto lo scorso 11 gennaio.

Di fatto, come vedremo, non ci sono grosse novità rispetto a quanto già emerso, nemmeno nel pezzo che egli ha dedicato sul suo blog (inviandoci il link), all’intervista che Repubblica pubblicò lo scorso 26 novembre 2006. Intervista che, realizzata da Bonini e D’Avanzo nel febbraio 2005, accusava pesantemente il Senatore Guzzanti.

Per la verità però, come sempre, ci sono alcuni piccoli dettagli sui quali crediamo valga la pena di meditare.

 

Primo dettaglio.

L’11 gennaio Bonini & D’Avanzo pubblicano un articolo in cui tra le altre cose affermano “Repubblica viene accusata di aver utilizzato come fonti degli scandali Nigergate e Abu Omar, Agathe Duparc (corrispondente da Ginevra di "Le Monde") e Vladimir Ivanidze (giornalista russo free-lance che ha lavorato al periodico svizzero "Hebdo") e di aver addirittura cominciato a raccogliere alla fine di giugno 2006 (quindi, prima che Litivinenko fosse avvelenato con il polonio a Londra) informazioni su Mario Scaramella e Paolo Guzzanti (le due circostanze sono entrambe false)”.

Su questa circostanza abbiamo cercato di sapere dai diretti interessati qualcosa di più già il 12 gennaio scorso. Purtroppo né Bonini, né D’Avanzo, contattati singolarmente, ci hanno mai risposto.

Vediamo cosa ci dice adesso Limarev direttamente nel suo blog:

Bonini & D’Avanzo were very much interested, especially in huge political implications of this dossier, and offered me to publicly denounce informal activities of several participants of the “Mitrokhin commission”(including its chief senator Paolo Guzzanti) known to me – with overall and full support of La Repubblica. I firmly refused it motivating with my shaky foreigner’s status in the West, big risk for me (referring to their statements signed before – as described in article 4 above) and lack of wish to get involved into any kind of political fuss”.
E ancora:

But from the very beginning of our meetings in February 2005 Bonini & D’Avanzo were much more interested to investigate and make public information about senator Guzzanti and undercover activities of “Mitrokhin commission” than on Scaramella – that was very clear for me, and the reasons why are obvious by themselves”.

 

Secondo dettaglio (da verificare… c’è a nostro avviso qualche elemento cronologico che non torna…)

Limarev sostiene di essere stato contattato telefonicamente da Bonini il 21 novembre, chiedendo di commentare il coinvolgimento nel caso Litvinenko operato nei suoi confronti dalle dichiarazioni pubbliche di Scaramella e Guzzanti. Esattamente egli scrive:

Bonini contacted me by mobile on November 21 and asked for my comments on Mario declarations in the mass media about Litvinenko / polonium case and my “involvement” exposed (for the 1st time) by Scaramella  – but I refused and confirmed to him that (as always) I would not seek to appear in the mass media (again referring to the a.m. article 4).  Carlo re-contacted me in the evening of November 22, 2006 (at 18.51, our telecom lasted 3minutes 54 seconds) and told me that Scaramella and Guzzanti started to mention my name publicly as source for those famous e-mails shown to Litvinenko, as well as for the “Mitrokhin commission”. Carlo asked about my reaction and I said I was stupefied and furious about that. Carlo again repeatedly phoned me on November 24-25, I gave him my brief negative comments on Scaramella’s public references to me. I was persuaded by Carlo when he told me that it’s better to explain myself with mass media whom I trust (meaning La Repubblica) about my relations with Mario and Litvinenko - as soon as I was already (and often improperly) mentioned in all world mass media as “personage” in the scandal with Litvinenko (who died on November 23). So I met Bonini & D’Avanzo in Venice (where I was staying at the time) in the afternoon of November 26, and excerpts of our conversation were published the next day in La Repubblica (the text I will comment separately here) – this time with my permission”. 

La domanda è: prima di quel 21 novembre dove s’era mai parlato di Limarev?

Detto questo. Analizzeremo di seguito tutto quanto ha scritto e pubblicato ieri Evgenij Limarev.

A nostro avviso egli, come ha già ampiamente dimostrato nelle settimane scorse, si mantiene in precario equilibrio per non scontentare nessuno dei suoi interlocutori. Sicuramente non risparmia Mario Scaramella, l’unico che non può ribattere in questo momento, ma nei confronti di Repubblica e di Guzzanti sembra dare un colpo all’una e un colpo all’altro.

A testimonianza di questa ambiguità del personaggio, facciamo notare alcuni particolari.

 

Nel febbraio 2005 incontra per 3 giorni i giornalisti di Repubblica e spara a zero contro Mario Scaramella. Il terzo giorno incontra Mario Scaramella e gli dice di aver incontrato Bonini e D’Avanzo. Gli avrà anche raccontato i particolari che lo riguardavano che egli ha raccontato ai due giornalisti?

Senza dimenticare che nel febbraio 2006, dietro pagamenti anticipati, riprende la collaborazione con lo stesso Scaramella.

 

Quando scopre che Bonini e D’Avanzo, ignorando un accordo con lui sottoscritto, hanno pubblicato parti del suo dossier esponendolo a detta sua a rischi e a non richiesta notorietà, sembra particolarmente risentito e in disaccordo. Poi però dice che i due giornalisti sono tra i migliori al mondo nel giornalismo d’investigazione e continua a collaborare con loro, anche se non l’hanno mai pagato per le sue fatiche e servizi…

 

Questo dunque l’ultimo autoritratto di Evgenij Limarev che emerge da ciò che scrive e ci invia.

Di seguito in dettaglio i contenuti per esteso.

 

 

Questa la nostra email dell’11 gennaio inviata a Limarev:

 

Dear Mr. Limarev

You kindly have already answered to some questions I made to you many days ago.

Today the italian newspaper La Repubblica says that Mario Scaramella would have prepared a dossier about Romano Prodi to analyze his contacts with KGB-SVR. The journalists Bonini and D’Avanzo write that the lawyer of Scaramella would have said that Mario would have received the informations about Prodi from Evgenij Limarev.

Bonini and D’Avanzo say also that contacted you by phone to have a confirmation of that, and they write you would have said “I’m not the source of this informations. But I am not astonished. It is another fabrication of Mario. If tomorrow they associated my name to a dossier on the death of Pinochet I would not be astonished”.

It will be very important to know if you really said that. Can you answer to my questions?

Thank You in advance

Gabriele

 

E questa è stata la sua risposta di ieri:

 

Inviato: domenica 28 gennaio 2007 21.59
A: gabriele.paradisi@cidengineering.com
Oggetto: RE: Today's interview on Repubblica

I really said that. I can trust Carlo / Giuseppe – La Repubblica in what they quote on me, and only 1 exception to this rule with them occured in my life:
+
http://limarev.spaces.live.com/blog/cns!AAC6F78D63B9827E!159.entry .
But after I had no more problem with them - though this article dd Nov26,06 has significantly changed my life :)

 

Poi, nel suo blog, al quale egli ci rimanda, Limarev tratta della famosa intervista pubblicata da Repubblica il 26 novembre 2006. Questo un sunto.

 

1)     Limarev conferma di avere incontrato Bonini & D’Avanzo (di seguito B&D) nel febbraio 2005, rilasciando loro un cospicuo dossier su Scaramella (e le sue attività in qualità di consulente della Mitrokhin);

2)     Tale dossier era da configurarsi come confidenziale sulla falsariga di altri servizi di consulenza prestati precedentemente da Limarev a B&D, relativi a Putin e al suo enturage. B&D firmarono una sorta di “side letter”  o “separate agreement” in cui s’impegnavano a non pubblicare nulla di quei documenti senza la preventiva autorizzazione di Limarev.

3)     Limarev conferma che l’interesse di B&D era focalizzato sulle implicazioni politiche del dossier tanto che gli chiesero anche se era disposto a denunciare le attività “informali” di alcuni componenti della Commissione Mitrokhin (incluso Paolo Guzzanti). A questa richiesta Limarev si oppose in nome del suo status e dei rischi che avrebbe corso, appellandosi sia al fatto che non voleva essere coinvolto nelle questioni politiche interne italiane sia al patto di confidenzialità sottoscritto con B&D. 

4)     B&D promisero a Limarev un rimborso per quel dossier (presentato in circa 10 ore), ma non ricevette mai nulla.

5)     Limarev in quell’occasione, l’ultimo giorno della sua permanenza a Roma, incontrò anche Scaramella a cui parlò dell’incontro con B&D (!?). Scaramella risultò turbato dicendo che B&D erano i peggiori nemici della Mitrokhin ed erano strattamente sotto osservazione da parte dei servizi italiani.

6)     Successivamente Scaramella ricontattò raramente Limarev (e solo via email o telefonicamente). Questi chiese un regolare contratto e pagamenti anticipati. Non se ne fece nulla fino al febbraio 2006, dove pur senza contratto ma con pagamenti certi, la collaborazione riprese. Le transazioni economiche avvenivano attraverso la ECPP.

7)     Il 21 novembre 2006 Limarev viene ricontattato da Bonini (infatti sembra che D’Avanzo non parli nessuna lingua conosciuta da Limarev …). Infatti il nome di Limarev era prepotentemente emerso sui media italiani collegato alla morte di Litvinenko (secondo Scaramella era stato proprio Limarev ad inviargli la email con una lista di potenziali obiettivi tra cui lui, Litvinenko e Guzzanti. Quella lista era stata proprio la motivazione per cui l’ex consulente della Mitrokhin aveva incontrato Litvinenko al Sushi bar di Londra quel tragico primo novembre).

8)     B&D rividero Limarev a Venezia il 27 novembre scorso. Già il giorno precedente su Repubblica era comparsa, all’insaputa di Limarev, la famosa intervista… A Venezia Limarev parlò solo (smentendola) della questione della email e di Litvinenko. Non parlò della questione Mitrokhin né del relativo dossier del febbraio 2005.

9)     Limarev protestò con Bonini ribadendo che voleva vedere il suo nome tirato in ballo solo sull’episodio specifico della email e non collegato a questioni con Guzzanti e la Commissione Mitrokhin. Come risultato nei giorni successivi Repubblica continuò a pubblicare le sue dichiarazioni e considerazioni sulla Mitrokhin (1) (2) .

10) Limarev ritiene che questo comportamento di B&D non sia dovuto solo a motivazioni giornalistiche, ma piuttosto ad altre motivazioni (politiche?). In dettaglio egli dice: “WHY “LA REPUBBLICA” MADE THIS PUBLICATION WITHOUT MY PERMISSION?I had neither reason nor motivation nor perfect materials to publicly wage war on “Mitrokhin commission” – especially the way it was presented by Bonini & D’Avanzo in this article. So the question WHY is to be posed to them”. From my side I presume that maybe they were motivated not only by pure journalistic interests, but with some other (political?) as well. But from journalistic point of view the moment was undoubtedly so good to attack Guzzanti / Scaramella – right after their joint press-conference in which they both tried to become heroes (targeted by KGB) and exclusive successors of “Litvinenko’s anti-KGB fight”.

11) Limarev ribadisce il disappunto per il comportamento di B&D (e di Scaramella e Guzzanti) che l’hanno coinvolto negli scandali politici italiani senza curarsi della sua sicurezza: “Sure I bitterly feel myself somehow betrayed and maybe even set up by Bonini & D’Avanzo + La Repubblica because of this (and partially next) article – but who cares?! I have personal resentment & disagreement that they contributed (together with Scaramella and Guzzanti) into drawing me in current Italian political scandal of (perpetual?) antagonism between left and right wings, Prodi, Guzzanti, KGB factor and activities of “Mitrokhin commission”.

12) B&D secondo Limarev restano due dei migliori giornalisti d’inchiesta al mondo.

13) Limarev dice anche che le informazioni che lui dette a B&D nel febbraio 2005 richiedevano dopo 21 mesi! un aggiornamento, che B&D mai gli chiesero.

14) Chi maggiormente necessitava dei suddetti aggiornamenti era proprio Paolo Guzzanti. Limarev conferma di aver capito, nel gennaio scorso quando Guzzanti lo andò a trovare in Francia, che il personaggio presentatogli e fatto conoscere da Scaramella non era il vero Guzzanti. Pare che qualche dubbio gli fosse venuto anche precedentemente (!?). Presto sul suo blog avremo anche altre considerazioni circa l’incontro “chiarificatore” con Guzzanti.

15) Limarev infine ribadisce che nel febbraio 2005 era chiarissimo che B&D erano interessati a investigare e rendere pubbliche informazioni sul senatore Guzzanti e la sua Commissione, piuttosto che su Scaramella. Il motivo di ciò va chiesto ovviamente a loro.

 

Limarev passa poi in rassegna il testo (tradottogli da Bonini) della famosa intervista pubblicata il 26 novembre. I suoi appunti rimarcano il fatto che ogniqualvolta viene usato il nome di Guzzanti in realtà si fa riferimento al “falso Guzzanti”. Limarev ci tiene a ribadire di non essere in nessun modo un agente dei servizi sovietici; nega che avrebbe dovuto accompagnare Scaramella all’incontro con Litvinenko. Nega di essere l’autore delle due email inviate a Scaramella contenenti una lista di 45 spie russe responsabili della morte della giornalista Anna Polikovskaja e contenenti il piano per l’uccisione di Litvinenko, Scaramella e Guzzanti.

 

 

 

 


postato da: GabrielParadisi alle ore 29/01/2007 15:23 | Permalink | commenti (372)
categoria:giornalismo, mitrokhin, guzzanti paolo, bonini carlo, litvinenko
sabato, 13 gennaio 2007

Il dito e la luna

Un’amica del blog, Iolanda, da qualche tempo mi consiglia di non perdermi inutilmente nelle affascinanti quanto sterili ricerche che mi vedono impegnato da diverse settimane.

Ella probabilmente mi immagina tutto infervorato a rincorrere sottili contraddizioni, veniali leggerezze, sofismi accademici, insomma a spaccare il capello in quattro, ma così facendo, secondo lei, perdo poi di vista il problema reale vero e proprio.

Quando smetterò di passare al microscopio il dito, ella mi ricorda, allora tornerò finalmente a guardare la luna.

Colgo l’occasione rispondendo alla nostra amica, per anticipare pubblicamente quell’idea che mi frulla da qualche tempo in testa e a cui ho già fugacemente accennato.

Un’idea forse troppo ambiziosa che però mi è sorta quasi naturalmente seguendo gli sviluppi del caso Litvinenko-Scaramella-Guzzanti-Mitrokhin e il vivace dibattito che ne è seguito in questa sede e in pochi altri spazi.

La simpatica vignetta di Mauro Biani che ho trovato per caso in rete, secondo me può essere una buonissima risposta all’osservazione di Iolanda.

Cosa può fare del resto uno sconosciuto blogger per quanto intraprendente se non concentrare le sue attenzioni sui dettagli? A cosa può accedere se non proprio e solo a dettagli marginali? E questi poi, aggiungo io con malizia, è sempre vero che sono così irrilevanti come sembra alludere Iolanda? Io credo viceversa che spesso essi dicano molto di più di quanto non si creda, o non si voglia far credere.

Io ho già una rispettabile età, un lavoro alquanto impegnativo, e una famiglia sicuramente degna di tempo e di attenzioni. Nel blog ho trovato un ottimo luogo per dare sfogo alla mia passione civile e sociale. Ho trovato uno spazio libero (la blogosfera) ben più stimolante di un qualunque bar nel quale incrociare pensieri con altri avventori ma soprattutto ho trovato un luogo in cui riflettere. Non cerco altro. Da questo punto di vista posso anche ritenermi appagato di ciò che ho ottenuto in oltre un anno di partecipazione e di impegno. Ciò non significa che io mi stia crogiolando a contemplare il mio complicato ombelico, diciamo che quest’arena globale mi soddisfa perché ho avuto la fortuna di incontrare tanti amici, tante persone intelligenti ed acute, con le quali, anche se non abbiamo condiviso e non condividiamo tuttora scelte e fedi, siamo riusciti a trovare sintonie a combatter insieme piccole battaglie. E l’apporto di ciascuno sicuramente arricchisce e ha arricchito tutti quanti.

Ho anche la netta consapevolezza, sarei altrimenti grandemente ingenuo, che con la mia umile opera non cambierò certo gli eventi e tanto meno il mondo, anche se resto dell’idea che “un mondo migliore sia possibile…”.

Col mio ditino però, Iolanda, mi sono accorto che posso fare qualcosa.

Con un ditino si può tamponare anche una diga! O almeno così mi raccontavano quand’ero bambino lasciandomi per la verità alquanto scettico...

Con un ditino, però, io credo, si può allargare una piccola fessura, un minuscolo varco, e si può dunque vedere molto più chiaramente ciò che c’è al di là, oltre… “lo specchio”.

Dal mio blog io posso lanciare denunce, rilevare inesattezze, menzogne grandi o piccole, indicare cose che a me paiono ingiuste.

Posso poi urlarle in questo spazio, ottenendo effetti ben più ampi di quanto non sia mai accaduto in una piazza qualsiasi. E queste grida da qualcuno vengono raccolte, magari vengono soffocate perché ritenute improprie oppure amplificate perché condivise. Comunque qualcosa accade. E di per sé ciò è già una grande cosa.

Vengo all’idea. Brevemente… poi sarà necessario… un “manifesto”… ovviamente J

 

Accennato poc’anzi alla forza della rete e dei blog credo che sia giunto il momento di cominciare a pensare ad un lavoro di qualità su questi strumenti così potenti.

Penso in particolare ai blog di informazione. Quelli attenti all’attualità e alla politica, come m’illudo sia il mio. Come sapete, l’ho già detto, la stampa ufficiale scritta e non, mi pare sempre più un’autorità (non ho detto autorevole) inavvicinabile e spesso inaffidabile. Dalle colonne dei loro giornali, persone non sempre dotatissime, ahimè talvolta anche dal punto di vista della scrittura, lanciano sentenze sapendo comunque di accontentare il palato del loro pubblico ma soprattutto il loro editore.

Tutti avranno certo provato la sensazione di delusione che spesso sopraggiunge quando ci capita di leggere un articolo su un argomento in cui siamo oggettivamente ferrati. Il giornalista in quella veste ci pare del tutto inadeguato, debole. Fuorviante, mendace. E non vogliamo nemmeno scomodare, qui e ora, la buona fede o altri inconfessabili motivi…

Ecco… Dunque…. Allora… Stavo pensando…

Come sarebbe bello se esistesse un network di blog… diciamo così certificati. Col bollino blu.

Blogger che pubblicano sempre documenti riproducibili. Dichiarazioni dimostrabili. Coi loro liberi commenti ed interpretazioni per carità, ma che si impegnano con onestà ad andare oltre alle apparenze e alle tesi precostituite da qualsiasi parte esse provengano. Che si mettano alle calcagna dei politici, dei giornalisti di professione… delle spie…

I loro blog potrebbero diventare il riferimento per altri. Anche per quella stampa ufficiale che sarebbe così stimolata a lavorare in modo più attento e… finalmente professionale.

E’ solo un’idea allo stato embrionale… ma ci lavorerò. Non è facile immaginare cosa occorra fare, ma mi piacerebbe che altri blogger cominciassero a pensarci, magari insieme a me… ma non importa.

Pensate: una libera rete di blog votati alla ricerca della Verità… Fantascienza.

Ma forse allora, solo allora, cara amica Iolanda, anche scrutando tra quelle tante dita, piccole ma sincere, si avrà modo di vedere più chiara e limpida anche… la LUNA.

postato da: GabrielParadisi alle ore 13/01/2007 16:12 | Permalink | commenti (195)
categoria:giornalismo, informazione
giovedì, 11 gennaio 2007

Aggiustamento di tiro

Non possiamo immaginare quali saranno gli sviluppi del “caso Litvinenko”. Per semplicità ma non solo, abbiamo scelto di usare il nome di chi suo malgrado fece partire tutto l’ambaradan il primo novembre 2006.

Oggi forse, sembrerebbe più proprio definirlo “caso Scaramella”, ma noi riteniamo che i contenuti dell’affaire trascendano di ben lungi la figura e le opere del discutibile (e discusso!) ex consulente napoletano della Commissione Mitrokhin.

Non riusciamo ad immaginare i prossimi, imminenti sviluppi, figuriamoci la fine.

Ci limitiamo a fare solo alcune brevi considerazioni aspettando qualche nuovo colpo di scena o qualche risposta ad alcuni impertinenti quesiti che abbiamo lanciato in rete.

 

Prima osservazione.

Sulla stampa il caso ha avuto un andamento altalenante. Per intere settimane commenti, interviste o dichiarazioni di ex spie, hanno avuto uno spazio centrale nelle prime pagine dei maggiori quotidiani. A questa sovraesposizione si sono succedute poi intere settimane in cui era inutile cercare persino un misero trafiletto nelle pagine più interne. Questo sia nei giornali di “sinistra”, sia nei giornali di “destra”. Tutto sommato niente di strano. La stampa insegue sempre le notizie più calde, ma chi sta seguendo con interesse e attenzione un determinato caso trova questo atteggiamento perlomeno fastidioso. Non sempre è necessario lo scoop, talvolta nei momenti di “stanca”, in cui mancano nuove succulente notizie o dichiarazioni, sarebbe forse opportuno riflettere su quanto è accaduto, su quanto si è detto e scritto, su quanto hanno detto e scritto gli altri.

A tal proposito abbiamo notato un particolare che forse non è nemmeno così irrilevante.

Abbiamo interrogato l’archivio di Repubblica (giornale in prima linea nell’inchiesta) sulla presenza del nome di Oleg Gordievskij in articoli pubblicati tra il primo novembre 2006 e il 21 dicembre 2006. Abbiamo contato ben 12 (dodici) istanze, di cui la prima il 23 novembre.

Dal 21 dicembre ad oggi, il nome di Gordievskij è del tutto assente. Nessun articolo che lo citi. Cos’è successo il 21 dicembre? Molto semplice, quel giorno Paolo Guzzanti pubblicò sul suo blog e poi su Il Giornale una intervista da lui fatta all’ex agente del KGB in cui questi smentiva seccamente quanto avevano scritto di lui il 7 dicembre Bonini e D’Avanzo su Repubblica.

Cosa significa tutto ciò? Semplicemente che i lettori di Repubblica non hanno mai avuto notizia di quella smentita.

È molto probabile che in casi analoghi, a parti ribaltate, avvenga la medesima cosa per altre testate. Non voglio dunque qui fare il moralista, tirare un pistolotto o fingermi scandalizzato. Mi limito a dire che la vera informazione, libera, seria, documentata credo che si stia cominciando a fare in rete. Solo in rete, in appositi luoghi, si sviluppa un confronto serio, articolato, dove tutte le voci hanno modo di esprimersi. La stampa ordinaria mi appare ogni giorno che passa più faziosa che mai.

 

Seconda osservazione.

Un amico ha interpretato in maniera abbastanza suggestiva il cambio di registro che si è notato verso fine anno, agli attacchi rivolti a Paolo Guzzanti dalla corazzata Repubblica-L’Espresso. La prima fase, precedente quel famoso 21 dicembre, è stata caratterizzata, oltre che dalla pubblicazione delle intercettazioni telefoniche, da un susseguirsi di interviste magari postume o vecchie di 2 anni, a quattro personaggi russi (ex agenti KGB o scrittori, comunque esuli), che avvallavano la tesi secondo cui la Commissione Mitrokhin avrebbe operato, spesso con metodi poco ortodossi, per costruire dossier contro Prodi o contro altri esponenti della sinistra. Dopo che è stato verificato che queste interviste o non erano supportate da opportune registrazioni o erano addirittura smentite dai diretti interessati (quando questi non erano già deceduti), la campagna è cessata di colpo. Addirittura, e qui viene l’interpretazione originale del mio amico, l’intervista raccolta da Marco Lillo su l’Espresso il 4 gennaio scorso sembrerebbe quasi “un segnale di tregua” rivolto a Guzzanti.

Da quel momento comunque gli attacchi diretti al senatore si sono affievoliti e i cannoni sono stati rivolti invece verso il bersaglio forse più facile (vista anche la condizione nella quale egli ora si trova), e cioè Mario Scaramella.

E’ di ieri la pubblicazione su Il Sole 24 Ore di un lungo articolo (richiamo in prima pagina e poi la pagina 11 tutta intera), di Claudio Gatti che ripercorre il fantasmagorico curriculum dell’ex consulente napoletano. Va detto poi che si tratta solo del primo articolo di due (!). La conclusione di Gatti, peraltro condivisibile se ciò che viene riportato risponde al vero,  è che “[Scaramella] utilizza ogni singolo contatto o evento per accreditarsi e legittimarsi con quello successivo in una straordinaria catena autoreferenziale senza limiti geografici. Ma se è riuscito a farla franca fino al 24 dicembre scorso, giorno del suo arresto, è stato per l’ingenuità, la passività e la connivenza di persone che adesso fanno a gara nel minimizzare il proprio contributo”.

Questa mattina invece su Repubblica, Bonini e D’Avanzo dedicano prima e quarta pagina a passare in rassegna un dossier su Prodi trovato in uno dei computer sequestrati a Scaramella.

L’attacco sembra dunque essersi spostato dal roccioso e coriaceo ex presidente della Commissione al ventre molle Scaramella Mario… un aggiustamento di tiro, insomma...

Chiederemo a Guzzanti quale sia oggi, alla luce di quanto emerge o viene riportato, il suo atteggiamento nei confronti di Scaramella. Parafrasando Gatti, Guzzanti si reputa “ingenuo”, “passivo”, “connivente” o il giornalista del Sole ha dimenticato qualche altra categoria più appropriata nella quale egli si riconosce?

 

Una breve e ultima osservazione.

Risulta non pervenuto (per lo meno a me) l’esito di una notizia che aveva ottenuto giustamente i riflettori nei primi caldissimi giorni del caso Litvinenko:

“Il presidente del Consiglio Romano Prodi ha dato incarico ai suoi legali di procedere «contro gli autori di dichiarazioni e di atti lesivi della sua dignità di cittadino e di rappresentante delle istituzioni in relazione al cosiddetto caso Mitrokhin »” (30 novembre).

Ciò è realmente avvenuto? E se sì nei confronti di chi sono state approntate iniziative legali da parte di Prodi?

 

 

 

postato da: GabrielParadisi alle ore 11/01/2007 10:58 | Permalink | commenti (46)
categoria:giornalismo, prodi romano, informazione, mitrokhin, guzzanti paolo, bonini carlo, litvinenko
giovedì, 04 gennaio 2007

Limarev è reperibile, strane inerzie della stampa italiana…

Dopo la scoperta che l’intervista di Bonini a Litvinenko, eseguita a detta dell’autore il 3 marzo 2005 ma pubblicata su Repubblica solo il 26 novembre 2006(!?), non era stata incisa su nastro ma solo “stenografata”; dopo che il colonnello Oleg Gordievskij ci ha dichiarato personalmente che l’intervista che lo riguardava, eseguita sempre da Bonini questa volta in compagnia di D’Avanzo e pubblicata il 7 dicembre 2006, è al 90% una fabbricazione e una manipolazione effettuata dagli autori; ci siamo chiesti che cosa poteva riservarci un’indagine approfondita sulla terza intervista chiave della vicenda: quella ad Evgenij Limarev (raccolta da “Repubblica” il 21 e il 22 febbraio 2005, ma pubblicata sempre in quel fatidico 26 novembre 2006, accanto alla già citata intervista postuma di Litvinenko).

 

In Italia, da allora, non ci risulta che alcun giornalista di nessun quotidiano (nemmeno quelli più vicini politicamente al Senatore Guzzanti), abbia cercato di rintracciare Limarev (!?). La cosa di per sé ci sembra molto strana.

Evgenij Limarev è certamente un personaggio complesso e ambiguo, come altri del resto coinvolti in questa vicenda, ma le pesanti e precise affermazioni riportate in quell’intervista gettavano sul Presidente della Commissione Mitrokhin Paolo Guzzanti ombre talmente gravi da richiedere, almeno da parte di chi dice di condividere le idee e l’operato di quest'ultimo, qualche serio approfondimento in più, magari anche in loco.

 

Limarev, che oggi ha 41 anni, vive nella località di Cluse, nella regione dell’Alta Savoia, nel sud-est della Francia. Ed è dalla Francia in effetti che arrivano sue notizie più recenti (intervista a Le Parisien del 15 dicembre 2006).

In questa intervista rilasciata a Gilles Carle, Limarev fa solo un cenno (o almeno così intrepretiamo), all’intervista di Repubblica quando dice “En Italie, on a jeté mon nom en pâture sur la place publique. J'ai donc vraiment des raisons d'être inquiet pour ma vie” (In Italia, si è gettato il mio nome in pasto al  pubblico. Ho dunque realmente ragione d'essere ansioso per la mia vita). Ma sui veri e propri contenuti (devastanti) di quell’intervista non ritorna in nessun modo, neanche lontanamente.

Ribadisce la viva preoccupazione per la sua incolumità dopo quanto accaduto a Litvinenko;

indica nell'organizzazione “Dignità e Onore”, diretta dall'ex-colonello del FSB, Valentin Velitchko, il possibile mandante dell’omicidio londinese, ma, pur citandoli diverse volte non aggiunge nessuna parola sui “fatti” attribuiti in quella famosa intervista di Repubblica a Scaramella e a Guzzanti, né tanto meno fa alcun richiamo a nessuno dei politici italiani tirati in ballo in quella famosa intervista, politici sui quali Scaramella e Guzzanti parevano cercare a tutti i costi collusioni col KGB: Pecoraro Scanio (Verdi), Cosimo Giuseppe Sgobio (Comunisti italiani), Alfonso Gianni (Rifondazione), Umberto Ranieri (Ds), Antonio Rotundo (Ds), Oliviero Diliberto (Comunisti Italiani), Francesco Giordano (Rifondazione), Eugenio Duca (Ds).

Aperta parentesi. Va comunque sottolineata anche in questa sede l’estrema “inaffidabilità” del personaggio oppure, ci sentiamo di dire a questo punto visto ciò che via via emerge, va sottolineata l’estrema inaffidabilità… dei “giornalisti”. Comunque sia, forse preoccupato di quanto aveva confidato all’inviato di Le Parisien, il Limarev avrebbe rilasciato successivamente un’intervista radiofonica (questa dunque, presumiamo, registrata) alla stazione ECHO di Mosca, in cui dichiarava di non avere mai accusato la fondazione “Dignità e Onore” di essere implicata nell’avvelenamento di Alexandre Litvinenko (!?). Chiusa parentesi.

 

Fatta questa premessa noi crediamo che far luce anche su quella terza intervista di Repubblica sia molto utile per chiarire tante cose.

Ora rintracciare Evgenij Limarev è relativamente semplice e per questo l’inerzia della stampa ufficiale è ancor meno giustificabile. Siamo in contatto con lui direttamente ma anche con il suo “press agent” lituano. Gli abbiamo sottoposto una traduzione dell’intervista di Repubblica e gli abbiamo fatto alcune domande precise. La presenza del “press agent” lascia presupporre che il personaggio sia disposto a parlare… ma forse per denaro… staremo a vedere.

Una notizia comunque ce l’ha già data: “You'll find some answers in tomorrow's L'ESPRESSO

Tanto per non farci mancare nulla, comunque, abbiamo attivato anche un contatto con Gilles Carle, il giornalista di Le Parisien che aveva raccolto telefonicamente l’ultima testimonianza di Limarev. Magari sapremo qualcosa prima di leggere l’Espresso di domani… chissà...

postato da: GabrielParadisi alle ore 04/01/2007 11:37 | Permalink | commenti (130)
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mercoledì, 03 gennaio 2007

Vigili e onesti

 

Leggo “La Repubblica” dal 14 gennaio 1976. Allora facevo la terza liceo e quel quotidiano, così nuovo anche nella forma, fu come una ventata di aria fresca. Noi, in quel tempo, si leggeva anche qualcosa di più forte, magari ciclostilato in proprio (c.i.p.), ma si era comunque già consapevoli che quel foglio “liberal” avrebbe appagato le nostre “esigenze” adulte, non appena fossero sfumate le spigolosità e gli ardori giovanili.

Dal 1982 poi, compro La Repubblica regolarmente. In pratica tutti i giorni e fui molto felice quando la copertura settimanale divenne totale. In principio infatti non usciva il lunedì ed ero “costretto” ad acquistare il “Corriere” e a leggermi, dopo i necrologi è ovvio, le consuete banali ovvietà del Sig. Alberoni Francesco...

Oggi, che sono collegato a internet tutto il giorno, quando voglio conoscere ciò che accade nel mondo (praticamente cioè ogni quarto d’ora), è alla home page di Repubblica che mi collego. Sul mio palmare il link alla versione “mobile” di Repubblica è tra i preferiti.

Sono infine anche abbonato all’edizione on line (non solo a La Repubblica per la verità), perché talvolta mi serve avere il testo di alcuni articoli e ricopiarli sarebbe troppo lungo.

Una volta, tanto per dire, ne ho dovuto ricopiare uno da un’edizione del 1982 non ancora digitalizzata ed ho impiegato dei giorni… J

Su Repubblica hanno scritto le menti più raffinate della cultura italiana: da Calvino a Eco, da Gianni Brera a Enzo Biagi. Che piaccia o no, nessun quotidiano, nemmeno il Corriere a mio avviso, ha la qualità e la completezza di Repubblica. Ma questo purtroppo non da tutti può essere apprezzato poiché Repubblica ha anche un grande difetto: è un giornale smaccatamente schierato. A sinistra. Questo difetto è bilanciato solo da un pregio altrettanto grande e cioè che Repubblica è un giornale smaccatamente schierato: a sinistra!

 

Fatta questa doverosa premessa, confesso che i reportage di Bonini e D’Avanzo sono da qualche anno una delle mie letture preferite. Ho qualche perplessità sullo stile (inteso proprio come modo di scrivere), di uno dei due, ma i contenuti, la vivacità con cui affrontano le loro ricerche mi hanno sempre intrigato e appassionato oltremisura. L’avrete capito, a me piace il giornalismo d’inchiesta, fatto dai reporter con la bandana e la Leica penzolante al collo, da quelli, per intenderci, che incontrano le loro “gole profonde” nei garage sotterranei.

Ecco, Bonini e D’Avanzo davano e danno questa impressione. Sono quasi un po’ come dei Bernstein e dei Woodward de’ noantri… ci aiutano insomma a vincere quel nostro immancabile complesso di provincialismo.

Più di un anno fa, quando iniziai questo blog, fui ben contento di scoprire delle veniali imprecisioni, delle piccole “bugie”, diciamo così, in un quotidiano di destra…

I miei desideri, la mia sensibilità politica trovavano in ciò, lo ammetto, appagamento. Trovavo conforto e conferma al mio intimo sentire…

Quello che è successo in queste ultime settimane, non lo nascondo, mi ha fatto un pò male. Sia ben chiaro, non sono nato ieri, so con certezza che nessuno è perfetto, che il bene non è mai tutto da una parte, e altre idiozie del genere… ma quello che ho potuto verificare di persona mi ha tolto quell’inconfessabile speranza che pur alberga nel profondo dei nostri cuori per quanto disincantati, laici e razionali.

Quella “consapevolezza-speranza” cioè di essere diversi, noi. Più giusti, più corretti rispetto ai nostri avversari. Badate bene, questo vale pari pari anche dall’altra parte… Ogni schieramento crede, sente, spera in una propria egemonia morale…

E allora?

“Qui una volta era tutta campagna?”…  Oops, scusate… ho sbagliato luogo comune: ”Niente sarà più come prima?”.

Non saprei. Diciamo che man mano che portavo avanti la mia umile, piccola e inutile ricerca (che non è terminata!), pensavo piuttosto alle conseguenze del mio… diciamo così, “tradimento”…

Pensavo a quello che avrebbero detto e scritto tanti “compagni” di viaggio… Pensavo ai blogger di Kilombo (il meta-blog delle sinistre), a quelli che per mesi avevano seguito le mie “epiche litigate” con il Senatore Guzzanti.

Quanti di loro avrebbero scomodato la “sindrome di Stoccolma”? Quanti avrebbero concluso che inesorabilmente la debordante e affascinate personalità del guerriero rosso aveva avuto il sopravvento?

Devo dire che finora ho rilevato rispetto e prudenza. E di ciò sono grato a tutti.

 

L’altro giorno, mentre scrivevo un commento su un blog di un amico che aveva anche lui scritto di Guzzanti, Scaramella & C. mi sono venuti due aggettivi che forse spiegano, se vogliamo, quella che vuol essere la mia filosofia. Le linee guida di questo blog… che forse poi valgono ugualmente anche fuori, nel mondo reale…

Vigili e Onesti.

A prescindere dalle idee e dalle convinzioni di ciascuno, credo che la cosa più giusta e più utile sia proprio questa.

Essere “Vigili” per cogliere e capire le ingiustizie, le nefandezze da qualunque parte esse provengano; e poi “Onesti”, essere intellettualmente onesti, per saper ammettere gli errori da qualunque parte essi provengano. Anche i propri.

Ecco… tutto qua… E volevo solo dirvelo.

postato da: GabrielParadisi alle ore 03/01/2007 10:48 | Permalink | commenti (6)
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martedì, 26 settembre 2006

Salvador, 1982

<<Questo è l’articolo di Paolo Guzzanti uscito su Repubblica il 28 febbraio 1982 e che io avevo descritto in modo falso sulla base di pettegolezzi e calunnie che ho avuto l’ingenuità di raccogliere e pubblicare, omettendo il controllo che mi avrebbe evitato uno sgradevole conflitto con un giornalista dalla professionalità immacolata.
Ho in seguito raggiunto un accordo amichevole basato anche sulla comune stima con Paolo Guzzanti che ha rinunciato a sporgere querela in cambio della verità.
Sono quindi lieto di completare oggi la correzione dell’errore e la sua ritrattazione ripubblicando proprio l’articolo per cui Guzzanti era stato diffamato: niente teste mozze nell’albergo, niente proteste dello Stato del Salvador, nessuna riunione dei giornalisti per stigmatizzare l’operato professionale di Guzzanti, niente di niente>>.

Inoltre, l’articolo che oggi riproduco nel mio blog ricevette il Premiolino del Bagutta, di cui riporto qui la motivazione:

A PAOLO GUZZANTI - PER L' OBIETTIVITA', L'INTERESSE, LA VIVACITA' DELLA SUA LUNGA INCHIESTA SUL SALVADOR E IN PARTICOLARE PER L' ARTICOLO '' LE SQUADRE DELLA MORTE SI PREPARANO A VOTARE'' IN CUI DESCRIVE EFFICACEMENTE LE FIGURE DEI MAGGIORI ESPONENTI POLITICI SALVADOREGNI E NE RIPORTA OPINIONI E PROGRAMMI.
 
Le squadre della morte si preparano a votare
di Paolo Guzzanti (La Repubblica, 28 febbraio – 1 marzo 1982)
 
Tragiche elezioni il 28 marzo: l’estrema destra conta di battere Duarte.
“Contro i comunisti mitra non riforme”
 
San Salvador, 27 – Il signor D’Aubuisson, leader dell’estrema destra, già capo riconosciuto dello squadrone della morte e accusato di aver eseguito torture orribili su molti prigionieri politici, è un uomo di media statura, giovane, magro e scattante. Mentre è al microfono davanti ad una platea di eleganti signore e adolescenti che sostengono la sua candidatura, un uomo armato lo avverte concitatamente che la sede del partito, l’”Arena”, è stata attaccata pochi minuti fa dai guerriglieri in pieno centro, con bombe e raffiche di mitra.
Napoleon Duarte
I suoi uomini lo circondano imbracciando fucili automatici e si precipitano tutti insieme verso la “Cherokee” blindata. Le belle e ricche signore che lo avevano applaudito commosse fino a qualche minuto fa durante un meeting femminile di tradizione nordamericana, appaiono costernate. Noi, che eravamo lì, nella sala banchetti, per tentare un’intervista lo seguiamo a precipizio con un taxi e arriviamo alla sede del partito nazionalista.
Questo raggruppamento politico è certamente il più reazionario, ma anche uno dei più popolari del Salvador. Sarebbe un errore pensare infatti che D’Aubuisson e il suo stato maggiore rappresentino esclusivamente gli interessi dei proprietari terrieri e del padronato che rifiuta la riforma agraria. Al partito di estrema destra gli stessi avversari attribuiscono oggi non meno del 25 per cento dei voti e c’è chi si spinge fino ad aggiungerne altri dieci. Il fatto è che molti campesinos e piccoli artigiani sono schierati con lui in nome della difesa della piccola proprietà privata e dell’anticomunismo più intransigente.
Sul luogo dell’attentato un automobile con i vetri fracassati perde benzina. I colpi di mitra sono visibili ovunque. Gli uomini di D’Aubuisson si schierano in posizione di tiro sui tetti, sotto le macchine, lungo il ciglio dei marciapiedi, dietro le finestre. Sono uomini che vengono dai servizi speciali, superaddestrati, capaci di uccidere senza batter ciglio, come tutti del resto in questo paese in cui la vita di un essere umano vale meno di una tazza di caffè.
Quando siamo entrati nella sede allagata per l’esplosione dei tubi dell’acqua abbiamo camminato su una fanghiglia arrossata dal sangue: quattro persone erano rimaste ferite, una in modo grave. Le eleganti signore dell’estrema destra piangono raccolte in un angolo mentre in strada si riprende a sparare. Con quotidiana naturalezza ci gettiamo tutti per terra mentre si spengono le luci e il silenzio è rotto soltanto dal “clik-clak” delle sicure tolte e dei colpi chiamati in canna. La mitragliatrice qui è l’arma di difesa più diffusa dopo la pistola che è frequente come la penna biro. Dopo mezzora tutto è finito, possiamo alzarci e andarcene, radendo i muri fino al taxi. Nel frattempo sono saltati in aria altri sette autobus e la gente si affolla vanamente alle fermate. Dove si spara c’è chi corre ad avvertire parenti ed amici: “No salgan, es peligroso”, non uscite, è pericoloso, stanno sparando. Revolverate, raffiche e bombe non scuotono tuttavia la normalità che per lo stretto tempo dell’azione.
La malavita intanto approfitta degli attacchi guerriglieri e della confusione delle sigle e delle attribuzioni di responsabilità per compiere ogni sorta di ruberia.
Amici, tassisti, negozianti, ripetono continuamente le raccomandazioni fondamentali; non reagire se ti fermano l’automobile, non dare mai segni di nervosismo di fronte alle aggressioni, consegnare tutto ciò che ti chiedono senza gridare, senza fare gesti bruschi. La vita (e lo ripetono davvero in ogni momento) qui non vale niente. Eppure la gente va al cinema, in ufficio e a scuola; i negozi sono aperti, i semafori funzionano e i vigili fanno le multe per il divieto di sosta.
Poco prima di correre alla sede del partito il signor D’Aubuisson aveva pubblicamente gridato, fra gli applausi generali nell’entusiasmo un po’ isterico: “Mi farò cambiare il nome se una volta vinte le elezioni non riuscirò a liquidare quei delinquenti del Fronte!”. Per ora, tuttavia, quelli del Fronte moltiplicano la loro audacia e gli attentati nella stessa capitale.
 
Parla un ottimo inglese.
“E’ un’assoluta idiozia pensare che per combattere il comunismo si debbano fare riforme sociali”, mi dichiara con stringente logica il presidente della piccola industria. Ed aggiunge: “La sinistra non conta proprio niente, non è neppure in grado di proclamare ed attuare uno sciopero. Possono sparare e terrorizzare, ma il terrore è ormai già assorbito dall’abitudine: vede questa parete distrutta? Vede queste tende lacerate? Anche qui hanno lanciato bombe, es verdad, ma a noi le loro bombe non fanno né caldo né freddo”.
L’uomo è colto e distinto, parla un eccellente inglese, è vestito accuratamente di grigio e parla con proprietà e garbo esprimendo idee che sono condivise dalla grande maggioranza degli uomini d’affari che operano nel Salvador: “La colpa fondamentale è degli americani che non sono ancora riusciti a digerire lo scacco del Vietnam e di conseguenza sono dominati da una generazione di uomini incapaci di difendere gli interessi del loro stesso paese”.
“Quanto al comunismo e ai suoi piani nell’America Latina non c’è spazio per la fantasia e le ipotesi: basta leggere con attenzione il testo che fu approvato alla prima conferenza tricontinentale di Cuba nel 1966 dove sta scritto per filo e per segno che cosa, come, dove e quando sarebbe stato fatto nell’America Centrale per promuovere rivoluzione e comunismo, fino a risalire su, su fino al Messico davanti alle frontiere degli Stati Uniti. Sono loro stessi a dirlo, perché non dobbiamo credergli? E’ inutile che seguitiamo a fornire spiegazioni sociologiche della guerriglia come fanno i gesuiti: la guerriglia, qui come in Italia, come a Cuba con Castro e con Guevara, non parte mai dai contadini e dai poveri, ma dalla classe media, dagli intellettuali, dagli eversori professionisti che esportano violenza e rivoluzione”.
Va detto che queste posizioni di estrema destra sono, almeno nei programmi, meno reazionarie di quanto non si pensi: gli industriali infatti sono favorevoli alla riforma agraria, alla alfabetizzazione massiccia del paese, al controllo delle nascite e al lancio di una industria di trasformazione sofisticata come quella di Hong Kong e Formosa. La connotazione anticomunista è comunque intransigente e per qualche verso superstiziosa: “I comunisti di questi nostri paesi non sono degli intellettuali europei, ma delle belve assetate di sangue”, ripetono gli operatori industriali. “Forse soltanto i comunisti messicani sono diversi dai guerriglieri marxisti-leninisti e possono essere confrontati con quelli italiani e spagnoli”.
Daremo conto nelle prossime puntate di questa corrispondenza delle opinioni dei leaders clandestini che guidano politicamente e militarmente la guerriglia. Per ora dobbiamo sottolineare che nelle città e per quello che abbiamo potuto vedere e sentire anche nelle campagne, nessuno si azzarda ad esprimere, seppur privatamente, opinioni favorevoli alla sinistra rivoluzionaria. Eppure sono tutti d’accordo nell’attribuire a questo settore dell’elettorato circa il 40 per cento delle simpatie.
Delle simpatie,manon certo dei voti realmente esprimibili perché, come si sa, le sinistre si sono rifiutate di partecipare alle elezioni del28 marzo (ed anzi cercano di impedirle a tutti i costi con le armi) non avendo vista accolta la loro condizione prioritaria: una epurazione radicale nelle forze armate che detengono ininterrottamente il potere da cinquant’anni, o almeno un cambio radicale al vertice. Le forze armate, ovviamente non hanno neppure voluto discutere questa richiesta, visto che il potere ce l’hanno e non danno segno di volerlo cedere, neppure dopo i risultati elettorali.
E’ quindi certo che chiunque coltivi opinioni non diciamo rivoluzionarie ma anche socialdemocratiche, se le tenga accuratamente per sé in modo da evitare guai personali.
Siamo andati a chiedere opinioni e dati nella sede del coordinamento elettorale, un edificio blindato in cui si entra dopo che un indio armato di revolver ci ha perquisito dalla testa ai piedi. Chiedo di parlare con il signor Beltran che èil coordinatore di queste elezioni.E’ un giovanottone simpatico, un po’ corpulento, di idee democristiane, fuggito in fretta e furia dal Cile di Pinochet e approdato alla Democrazia Cristiana di Duarte. Mi conferma la sua sensazione secondo cui l’estrema destra di D’Aubuisson va forte, sempre più forte, e che la Dc di Duarte,pur contando di raggiungere la maggioranza, comincia a sentirsi pesantemente minacciata.
 
Difficile ogni previsione.
Apprendo da lui un dato sorprendente. Nessuno, né qui dentro, né nel palazzo del governo, né al quartier generale militare, ha la più pallida idea di quanti siano i cittadini salvadoregni residenti nel paese, quanti coloro che possono esercitare il diritto di voto, quanti i vivi, i morti, gli emigrati, i rifugiati. Non esiste quindi alcuna possibilità di fare calcoli in percentuale o qualsiasi genere di proiezione.
Giacomo marasso Beltran (italiano di seconda generazione) allarga le braccia e spiega: “Alle ultime elezioni stabilirono che gli iscritti al voto erano due milioni e trecentomila, ma si trattava di cifre di fantasia, fatte per assicurare ampi margini ai brogli. Oggi noi pensiamo che i votanti possano essere piùo meno un milione e seicentomila”.
E i rifugiati, gli scomparsi, gli esiliati, quanti sono? Secondo Giacomo superano un milione, ma è difficile dire perché qui, ci tiene a ricordarmelo anche lui, la vita non vale niente e non esiste una contabilità anagrafica delle nascite, dei villaggi, dei morti e dei vivi. Come fidarsi allora dei dati quando saranno disponibili? Se ne fiderà chi crede, chiunque potrà contestarli. Contro le possibilità di broglio elettorale è stato adottato il sistema del dito timbrato: chi vota dovrà sporcarsi il polpastrello dell’indice con uno speciale tampone di inchiostro indelebile che impedirà la pratica molto diffusa da queste parti di votare due, tre e anche dieci volte.
Si capisce bene che in città se i seggi elettorali potranno funzionare con un minimo di regolarità (ma i guerriglieri promettono bombe alle urne e il blocco di ogni tipo di trasporto urbano ed extraurbano) il loro controllo nei pueblos e lungo la fungaia delle casupole sulla carretera e nella foresta sarà quasi impossibile. E tuttavia napoleon Duarte in persona parte oggi per un meticoloso tour dei villaggi e delle case per raccomandare a tutti i campesinos che si voti, che si inauguri finalmente la democrazia rappresentativa.
Incontriamo Napoleon Duarte nella sua casa presidenziale, dopo aver passato dieci diversi sbarramenti e altrettante perquisizioni. Duarte è un uomo con una faccia aperta e meridionale. Veste un abito blu piuttosto stazzonato, con cravatta di un verde sconsigliabile. E’ agitato, stanco, molto teso. Tutti sanno che il suo potere reale all’interno della giunta militare è bassissimo, benché svolga formalmente le funzioni di presidente della Repubblica. Chi comanda in realtà nel Salvador è un uomo apparentemente di secondo piano, forte ed efficiente: il generale Garcia. Un uomo, quest’ultimo, che diversamente da Duarte non si è mai impelagato nelle sottigliezze del dibattito democratico e delle formule politiche complesse: questo generale ha semplicemente assicurato che qui nel Salvador, lui vivo, il comunismo non passerà mai, né legalmente,né illegalmente.
Napoleon Duarte si affaccia sulla porta: “Negoziati con la guerriglia? Nessuno: non si fanno trattative con chi intanto imbraccia il mitra. Rientrino, le sinistre, nel sistema democratico e noi tratteremo volentieri. No non abbiamo chiesto interventi militari agli argentini ma è naturale che i loro osservatori si preoccupino e chiedano di sorvegliare da vicino la questione del nostro paese. Quanto ai camionisti e ai piccoli proprietari di autobus saltati con la dinamite, non possiamo assicurargli l’appoggio del governo. Non accetto l’equazione fra violenza governativa e violenza guerrigliera: noi ci limitiamo proteggere il popolo e soltanto il popolo ha diritto di dire, con le elezioni, in che modo chiede di essere governato. Il popolo è saggio, non vuole la dittatura, non darà la maggioranza all’estrema destra, a quelli che vorrebbero tornare indietro. La guerriglia e la violenza reazionaria non hanno probabilità di successo.
 
Caccia in picchiata alla periferia.
Mentre così parlava il presidente Duarte, squadriglie di caccia compivano evoluzioni nel cielo di San Salvador e poi picchiavano sulle pendici del vulcano. Là, fino alla zona di San Vicente si stavano svolgendo combattimenti violentissimi. Le cose, dal punto di vista militare, non stanno andando per niente bene alla giunta, anche se non si può parlare di vittorie consistenti da parte della guerriglia.
I ribelli si sono rafforzati potentemente in queste settimane.Ieri le forze governative sono state respinte a Guazapa e un comunicato ufficiale dell’esercito ammette che “En esa zona se està combattendo duramente”.
Abbiamo assistito ad un combattimento nella zona di Suchitoto. I soldati sono stati sbarcati dai camions in una valle di bassa vegetazione dove gli elicotteri avevano visto il passaggio della guerriglia. Ma quando sono arrivati i militari, dei guerriglieri non c’era più traccia, apparentemente. Le milizie si sono appostate dietro arbusti e sassi puntando le armi verso la vegetazione come se vedessero il nemico. All’ordine di un ufficiale hanno aperto il fuoco contro i cespugli, tirando fra gli alberi e nei grandi ciuffi d’erba. Stormi di uccelli gracchianti e coloratissimi si sono levati in volo, una strage di fogliame e di rami, un grande echeggiare di tonfi, schianti, il tac-tac-tac del fucile “G3” tedesco al quale si è aggiunto il tonfo metallico di un mortaio da 81.

I tiri di mortaio erano alla cieca, verso il monte, con la granata che compiva la sua lentissima parabola fino alla linea dell’orizzonte. I soldati hanno avanzato strisciando, il rumore più prepotente è quello del loro respiro affannato e corto per la tensione,la fatica,la paura. Il fronte dell’avanzata militare è lungo più di due chilometri. Ed ecco che dalla macchia arriva la risposta: raffiche brevi e continue delle numerose armi di cui dispone la guerriglia, e cioè: il Fal belga, il Galil e l’Uzi israeliani e il notissimo M-16, l’arma americana del Vietnam, il più sperimentato fucile da combattimento. Ciascuna di queste armi ha suono e timbro diverso dalle altre e una battaglia nella foresta può assumere il tono di un folle concerto. Un chilometro più a est il combattimento si fa cruento. Ci sono feriti fra i soldati, due moriranno più tardi. Anche i guerriglieri hanno i loro caduti ma non li abbandonano sul campo.

 

postato da: GabrielParadisi alle ore 26/09/2006 08:24 | Permalink | commenti
categoria:giornalismo, sud america, guzzanti paolo, el salvador, tutino saverio, chierici maurizio
mercoledì, 06 settembre 2006
Caro Paradisi

Pace fatta.
Accetto le sue scuse ma più che altro sono contento che lei si sia reso conto che la ricerca della verità è faticosa e mai banale.
Per questo è la condizione stessa della libertà.

Se si fa a pezzi la verità dei fatti, la pura e semplice verità di quel che è accaduto e di quel che non è accaduto, poi non è possibile sentirsi liberi in una comunità di gente libera, quale che siano le idee politiche.

Io non ho alcuna intenzione didattica, meno che mai di vendetta o di rappresaglia, ma ho un grande orgoglio: quello di essere un professionista correttissimo e completo come reporter, e di essere poi un commentatore e opinion leader dalle idee forti, onestamente esibite e di parte.

Desidero qui esprimere la mia pena per quelle persone che si sono con tanta profusione accanite nel tentativo di demolire la mia immagine pubblica e privata, delle cui sciocche menzogne lei si è fidato.

Penso che per alcune di loro si tratti di banale invidia.

Vede, Paradisi, ci sarà pure una ragione per cui sono stato un fondatore e uno dei primi inviati speciali e redattori capo di Repubblica.

Ci sarà un motivo per cui il Corriere della Sera proprio negli anni Ottanta mi offrì un contratto molto generoso che rifiutai perché Eugenio Scalfari (l’episodio è noto ed edito) si sdraiò per terra e disse dovrai passare sul mio cadavere.

Ci sarà una ragione per cui Paolo Mieli mi volle alla Stampa come editorialista e inviato speciale, con il piano di portarmi poi un giorno al Corriere.

Ci sarà una ragione per cui quando Giovanni Minoli a Mixer chiedeva a Giorgio Bocca, Eugenio Scalfari, Enzo Biagi e Indro Montanelli di indicare i tre migliori giornalisti, ciascuno di loro mi includeva nella terna.

Sa, le dico queste cose non per pavoneggiarmi, ma perché sono alla soglia dei 70 anni e di fronte al bilancio di una vita, anche se spero di scrivere ancora a lungo.

E non credo che a nessuno debba essere consentito diffamare, inventare, costruire leggende nere con dei falsi: ciò che in inglese si chiama “charachter assassination”, l’omicidio della dignità di una persona.

Io credo che per puro caso anche lei, con questa esperienza, abbia incassato qualcosa di positivo e forse di prezioso: il giornalismo, quello vero, è fatica, umiltà e presenza sui fatti.

Io le scrissi recentemente “Smetterò di dire la verità sul vostro conto quando voi smetterete di dire bugie sul mio”.
La frase non è mia ma di Adlai Stevenson, però è perfetta.

Io sono una delle persone su cui oggi si accentua la massima diffamazione, e il perché è un altro discorso che farò in un’altra sede.

Quando scrissi che volevo iniziare la “demolizione di Paradisi”, espressione pesante di cui mi scuso, volevo dire questo: io la costringerò a fronteggiare l’imbarazzo, per non dir peggio, dello smascheramento del falso.

Non credo affatto di averla demolita ma, se me lo permette , di averla forse aiutata a costruire un frammento non banale di se stesso.
Se mi sbaglio, pazienza. Ma mi illudo che sia così.

Un cordiale saluto da quello che lei ha chiamato
Senador y Periodista
Anche se qui è solo il periodista che scrive.

Paolo Guzzanti
Egregio Senatore
Con questa lettera volevo esprimerLe il mio rincrescimento per la pubblicazione su questo blog, il 22 agosto scorso, dell’articolo “Senador, Periodista di la verdad!”.
Ogni inchiesta che si rispetti deve essere approfondita e documentata.
Non si possono mettere a confronto semplicemente e banalmente le dichiarazioni discordanti di alcune persone. Occorre ritrovare i documenti, le tracce, di quanto costoro affermano o negano.
Nel mio caso, molto ingenuamente, è mancata del tutto questa fase di ricerca, che peraltro spesso costituisce anche la parte più interessante di ogni lavoro d’indagine.
Non sono andato in sostanza a ritrovare e a rileggermi gli articoli scritti da Lei su La Repubblica nel febbraio-marzo 1982, alla ricerca di quel riscontro, che non avrei trovato, necessario, ma poi non ancora sufficiente, a sostenere la tesi sottesa al mio articolo e la sua veridicità.
Ho preso per buone le dichiarazioni raccolte, saltando l’indispensabile verifica, confortato solo dal fatto che esse provenivano da persone diverse. Ho dato quindi ascolto più alla mia “pancia” che non alla ragione.
In tal modo però, di fatto, ho realizzato solo un brutto pezzo di puro “gossip”.
Può essere un metodo, ma non è il mio metodo.
In quel post ho di fatto tradito anche me stesso.
Il mio intento, quando ho aperto questo spazio, era e resta quello di fare chiarezza andando a fondo sui fatti, piccoli o grandi che siano, e andare a fondo significa non lasciare indietro alcun dettaglio.
Pertanto mi scuso ancora pubblicamente per questo mio comportamento.
Nei prossimi giorni, appena mi sarà possibile, cercherò di trascrivere e di riportare per completezza su questo blog, l’articolo con il quale Lei ha vinto il Premiolino Bagutta.
Le chiedo infine, gentilmente, di riportare questa mia dichiarazione anche nei Forum sui quali nei mesi scorsi si sono sviluppate le nostre discussioni.
Con l’occasione Le porgo i miei più distinti saluti
Gabriele Paradisi, venerdì 8 settembre 2006

AGGIORNAMENTO DELLE 20.18 (mercoledì 6 settembre)

Lei scrive come al solito fiumi di parole e finge di non sapere che ciò che sta commettendo è un delitto premeditato, la calunnia, descritto da lei stesso in tutto il suo progressivo sviluppo.

Paradisi, io l’articolo di cui lei parla non l’ho mai scritto.

Non esiste.

Lei può andare nell’archivio di Repubblica e passarci la vita e non lo troverà mai perché non esiste.
 
Io lo sapevo, perché ricordo tutto delle cose che ho fatto, ma prima di risponderle ho voluto tornare a Roma e consultare i volumi in cui ho raccolto le fotocopie di tutti gli articoli da me scritti, per annata.

L’articolo per cui ho preso il Premiolino del Bagutta è un meraviglioso articolo, di cui vado orgogliosissimo, un capolavoro di giornalismo per scrittura, onestà, completezza e infatti questa è la motivazione che sono andato a recuperare:

A PAOLO GUZZANTI - PER L' OBIETTIVITA', L'INTERESSE, LA VIVACITA' DELLA SUA LUNGA INCHIESTA SUL SALVADOR E IN PARTICOLARE PER L' ARTICOLO '' LE SQUADRE DELLA MORTE SI PREPARANO A VOTARE'' IN CUI DESCRIVE EFFICACEMENTE LE FIGURE
DEI MAGGIORI ESPONENTI POLITICI SALVADOREGNI E NE RIPORTA
OPINIONI E PROGRAMMI.

Non è mai esistito un mio articolo sulle teste mozze in albergo
Nessuno mi ha mai fatto lezioni sul passato del Salvador che io semmai insegnavo altri
La scritta che diceva giornalista non mentire l’ho trovata arrivando ed era lì da mesi.

Non basta: io ho tre album di foto del lavoro che ho fatto in Salvador, della giungla, delle bombe, delle elezioni sotto il terrore degli attacchi sia del battaglione Atlacatl che del Farabundo Martì.

Io sono sempre stato sul campo e in viaggio, mai in albergo.

Non c’è stata mai alcuna assemblea dei giornalisti francesi contro di me, non ho mai incontrato i giornalisti che lei nomina (salvo Chierici con cui facevo spesso viaggi insieme in taxi con la mia fidanzata d’allora che faceva la fotografa e i cui rullini con tutte le mie imprese sono nel mio cassetto, pronti per essere usati come prova).

Capisce in quale tagliola ha infilato la testa tutto da solo, Paradisi?

Lei ha calunniato un galantuomo, ha raccolto liquame di fogna, ci ha sguazzato dentro e in quella melma ha pescato dei falsi che mi ha

ATTRIBUITO COME  FATTI SPECIFICI

con l’aggravante di esserseli fatti raccontare da fonti dubbie, da lei stesso descritte come dubbie perché anonime o perché lese nelle loro capacità, senza controllare PREVENTIVAMENTE la veridicità di quel che le veniva detto.

Io non uso aggettivi qui per lei. Se li trovi da solo.

Quanto a Prodi, quando io il 3 dicembre del 2005 l’ho accusato da una emittente televisiva di essere corresponsabile dell’omicidio Moro, mi rispose con un’agenzia di stampa annunciandomi che di me “si sarebbero occupati i suoi legali”.

Li sto ancora aspettando, i suoi legali e se arrivassero li affronterei davanti al giudice.

Non credo che lei invece dovrà aspettare molto per vedere i miei, a meno che non si dimostri così onesto e così previdente da ammettere pubblicamente la sua colpa (non il suo “errore” o altro) senza dirottare su altri argomenti e pubblicare le sue scuse senza se e senza ma, oltre a pubblicare contestualmente e integralmente il testo dell’articolo che mi ha valso il Premiolino Bagutta del 1982 al miglior giornalista e che sono pronto a fornirle con un fax, da una fotocopia non eccellente sulla quale si dovrà rovinare gli occhi a sue spese-

Con osservanza

Paolo Guzzanti
Senatore della Repubblica

Abbiamo ricevuto questa comunicazione dal Senatore Guzzanti con la richiesta di immediata pubblicazione sul blog.

Egregio Paradisi

Lei ha reso pubblico un suo studio sulla mia corrispondenza di giornalista inviato speciale di Repubblica in Salvador del 1982 (unico anno, del resto in cui sono stato in Salvador) e sulla base delle testimonianze di tre persone che lei indica come:
un anonimo (
http://www.ilbarbieredellasera.com/article.php?sid=15195 N.d.R.)
un collega allora al Corriere e oggi all’Unità (http://www.altrapagina.it/ingrandimento_articolo.php?ID_Articolo=727 N.d.R.)

un vecchio collega che lei descrive in condizioni psicofisiche imperfette.

Tale scritto, da lei redatto e  pubblicato sul suo blog e su un’altra lista di cui era membro fino a rale sua pubblicazione, è calunnioso e gravemente lesivo della mia figura professionale e morale.

Quel che lei ha pubblicato contiene infatti le seguenti false affermazioni.

Aver io scritto un articolo, fra gli altri, redatto sulla base di conversazioni di colleghi generosi che mi avevano illustrato la situazione storica passata del Salvador, in cui, saccheggiando il loro racconto avrei affermato di:

a) aver visto teste mozze nella hall dell’albergo (il Camino Real), che ovviamente non c’erano;

b) aver in questo modo provocato un incidente internazionale diplomatico che a fatica i colleghi giornalisti riuscirono a riparare, malgrado l’insistente richiesta della stampa francese di convocare una assemblea dei giornalisti per stigmatizzare il mio comportamento;

c) aver comunque e malgrado queste pecche ricevuto proprio per quell’articolo il Premiolino del Bagutta nella cui giuria era presente lo stesso collega che ha fornito queste informazioni, il quale per un moto di generosità (il terzo) ha taciuto pietosamente sulle mie magagne e non si è opposto all’assegnazione del premio stesso.

d) aver provocato, con il mio inqualificabile comportamento una reazione sdegnata del governo salvadoregno che provvide, per causa e colpa mia, a tappezzare la città e l’albergo di adesivi con su scritto: “Giornalista straniero, menti pure sul tuo paese, ma non sul mio”.

Si tratta, signor Paradisi, di affermazioni gravissime, profondamente lesive della mia immagine e del tutto false, dalla prima all’ultima.

Per ora la invito a compiere le seguenti due azioni dovute.

La prima: pubblicare questa mia sul suo Blog dove compaiono dette calunnie.

La seconda: pubblicare, o indicare con esattezza l’articolo o gli articoli a mia firma dal Salvador in cui io avrei scritto ciò di cui lei mi ha accusato.

Le ricordo che è norma l’habeas corpus: produca lei il corpo del reato.

Sono sicuro che lei nel breve tempo tecnico necessario pubblicherà questa mia ed esibirà la prova delle accuse calunniose che lei afferma di aver raccolto sul mio operato di giornalista professionista inviato di Repubblica in Salvador nel 1982.

Tutto questo senza elencare qui, ma dandolo per acquisito non pregiudicato in ogni sede, le altre gravissime e infondate accuse sulla mia attività di giornalista professionista, con l’aggravante di essersi servito di fonti anonime  senza aver compiuto il preventivo ed obbligatorio controllo sulla veridicità di quanto andava raccogliendo e pubblicando, in aperta violazione di tutte le vigenti leggi sulla stampa e sulla tutela della persona.

La saluto

Paolo Guzzanti

 

postato da: GabrielParadisi alle ore 06/09/2006 18:48 | Permalink | commenti (4)
categoria:giornalismo, guzzanti paolo, el salvador
martedì, 05 settembre 2006

Ad Har-Mageddon!

Riporto l’intervento che ho pubblicato su un Gruppo di Discussione dopo che il Senatore Paolo Guzzanti ha “reagito” al mio articolo sul Salvador.
Gli sviluppi, se ci saranno, verranno documentati in questo blog.
 
Da oggi inizia la demolizione dei Paradisi artificiali”…
La demolizione dei Paradisi veri invece era iniziata da tempo…
La violenza che il Senatore ha operato per mesi nei miei confronti (comunque ammetto di non essere il solo) è impressionante.
Non voglio fare la vittima, ma semplicemente mi limito a constatare il florilegio di epiteti che Egli mi ha affibbiato da qualche tempo in qua.
Nell’ultimo Suo intervento, tanto per dire, constato (con malcelato orgoglio) di dover aggiungere alla già lunga lista le seguenti categorie: “lurido”; “vedova nera”; “serpente cinque passi”.
Aveva ragione Scalfari e ha ragione Sigal. Il Senatore scrive veramente bene. Attinge ad un bestiario infinito e decisamente suggestivo.
Io ho ovviamente tenuto tutto il carteggio che c'è stato fra di noi da ottobre 2005 in qua. Carteggio che s’è svolto qui (ospiti dell’accogliente Sigal), ma anche nel "delizioso" Forum-giardino privato del Senatore, e talvolta nel mio “infame” blog.
Io sfido chiunque a trovare da parte mia un'offesa o una cosiddetta... slealtà.
Si troveranno invece domande di un "avversario" politico. Pungenti, pressanti, magari scomode o inopportune. E poi congetture, argomenti. Critici, provocatori. Che altro?
Cosa dovrebbe fare secondo Voi un "nemico leale" se non cercare di confutare gli argomenti che denigrano o mettono alla berlina le sue convinzioni? Magari questa sua “resistenza” è anche un modo per capire egli stesso se non stia commettendo qualche errore. Se egli, obnubilato da “ideologia”, non stia prendendo “fischi” per “fiaschi”.
Io sono di sinistra. L’ho detto e sostenuto fin dal primo giorno. Provocando travasi di bile, blocchi mestruali e spasmi inconsulti nella maggior parte degli estimatori del Senatore e degli abituali visitatori-abitatori dei suddetti “giardini”.
Io, ahimè, stimo (con permesso parlando) Prodi, malgrado questi suoi primi cento giorni. Io continuo a credere in lui. A sperare in lui. Il “male minore”? La “medicina amara”? La “molletta” con cui turarsi il naso camuso? Chissa?
Però, da sincero elettore “liberal” mi sento in dovere di sostenerlo. Mi sento, sapendo quanto sia incerta, debole e puerile questa presa di posizione, di doverlo “difendere”.
Non avrei quindi dovuto avversare il Senatore per tutto quello che egli diceva e affermava su quel “Mascalzone”… trattino… “bavoso”?
Quando il Senatore tentava, con un articolo tutto pieno di rabbia e di errori (!), di dimostrare che Prodi era l'uomo del KGB in Italia utilizzando una banalissima intervista di “Romanone nostro” al maggiore quotidiano italiano, cosa avrei dovuto dire e fare? Stare zitto? Non evidenziare quanto fosse risibile tale tesi?
Io non mi sono mai nascosto dietro nickname o comodi anonimati di comodo. Mi sono sempre presentato (ed esposto) col mio nome, cognome, foto e coordinate per rintracciarmi, sapendo di non poter usufruire di franchigie, scudi e immunità di nessun genere.
Sul mio blog chiunque può inserire commenti che io non censuro mai. Amo troppo la mia libertà per limitare quella di chiunque altro.
Il Senatore però sembra turbato e nauseato da quanto scrive nei commenti ai miei post qualche occasionale visitatore… Strano. In “casa sua” i suoi adoranti adulatori non mi hanno mai risparmiato offese e addirittura minacce.
Le mie repliche, spesso apprezzate da Sigal per l’eleganza, si sono limitate all’ironia e al sarcasmo. Tanto per fare un esempio… recente… qui in questa discussione, solo qualche commento sopra, una "gentildonna", una "signora", perché è chiaro, “signore si nasce”, mi manda bellamente a fare inculo... (chiedo venia per aver sviluppato per intero il concetto che la raffinata “signora” s’era premurata di lasciar solo intendere…).
Che meraviglia! Che persone tolleranti, delicate. Vogliose di dialogo...
La volgarità espressa nei miei confronti in questi mesi dai “seguaci” del Senatore è da antologia. Ma mai, al Senatore, essa pare aver provocato “nausea”…
I miei articoli, qualche commento ad essi, invece sì: che stomaco delicato…
 
Il Senatore (che mi sta studiando), si chiede quale sia il mio fine?
Lo aiuto io: nessuno. Non rendo conto a nessuno e nessuno mi guida. E' lui che mi ha spinto a questo stadio. Io volevo col blog raccontare solo le mie sensazioni di “cittadino”. Liberamente denunciare e raccontare quello che i miei occhi vedono. Con tutti i limiti che ho e che conosco di avere (sono miope ed astigmatico fin dall’amata adolescenza).
Io contattai il Senatore quasi per caso, per criticare un suo articolo e poi, grazie alla sua disponibilità gliene do atto, mi sono accorto che a guardare bene, in molti suoi pezzi c'erano altre “sviste”, altri errori... Sarà così per tutti, è certo... Ma allora perché scomodare ad ogni piè sospinto la “Verità”?
Non sarebbe meglio di tanto in tanto far mostra di modestia e di fallacità?
La “Verità”, ammesso che esista, è complessa da percepire.
Il Senatore ha invece spesso prodotto conclusioni lapidarie. Assolute. Sicuramente frutto di serie e approfondite ricerche, ma, mi chiedo, le sue affermazioni si devono prendere sempre come “oro colato”? Anche da chi politicamente non la pensa come lui? Si devono bere senza porsi domande come fanno tante belle persone che "non riescono a capire come si possa ragionare come me"?
Il Senatore, tanto per dire, sulle stragi di Ustica e della Stazione di Bologna (episodi che per ovvi motivi mi hanno interessato da vicino), ha esposto tesi sicuramente sconvolgenti. Aver chiesto e ottenuto il parere dei Presidenti delle Associazioni delle Vittime è stato forse un reato? Lesa maestà? Si è trattato forse di atto ostile e sleale messo in opera dalla mia “Hydesca” natura? Io credo di no. Io voglio solo capire. Non so se ne ho le capacità, visto che "non so nulla di storia di geografia. Non so nulla di nulla...", ma voglio provarci lo stesso, a capire...
 
Io non indago sul passato del Senatore. La vita e le scelte di ogni persona sono rispettabili a prescindere. Chi può conoscere il contesto, lo stato d’animo, le condizioni di una persona in un determinato istante della sua vita? Io me ne guardo bene dal giudicare.
Io mi sono limitato e mi sono permesso, di analizzare un episodio “professionale” del Senatore. Qualche suo vecchio articolo. In essi, sembra, ma non sta a me dimostrarlo perché oltretutto da me è indimostrabile (c’è solo la parola discordante di poche persone), che egli abbia perlomeno “enfatizzato” certe situazioni…
Ci può stare. E’ umano e sembra calzare alla perfezione l’indole del personaggio.
Ma un Senatore della Repubblica, un Presidente di un’importante commissione parlamentare che ha indagato su gravissimi episodi della recente storia repubblicana, un giornalista che pubblicamente fa affermazioni di gravità inaudita (Prodi “assassino” di Moro), dev’essere più bianco e puro del loto. Non può sbagliare il nome dell’interlocutore sovietico di Prodi; non può rilanciare la falsa interpretazione della pessima posizione dell’Italia nella classifica di Freedom House. Non può trovare teste tagliate nelle hall degli alberghi se altri non le hanno viste. O perlomeno deve prenderli per un braccio e portarli a vederle.
Chi sbandiera la “Verità” in ogni occasione, a maggior ragione in virtù del ruolo che riveste, deve sopportare l'onere di dimostrare più e meglio di ogni altro ciò che dice e ciò che scrive.
Il Senatore ha chiesto a Prodi di dire la verità sulla seduta spiritica del 1978 durante il sequestro Moro in cui venne suggerito il nome di Gradoli? E’ giusto. La “reticenza” di Prodi, la poca chiarezza, non giocano certo a suo favore. Sono d’accordo anch’io anche se mi do una spiegazione, ma è certo frutto della mia faziosità.
Ora io chiedo a Guzzanti Paolo la stessa cosa sul Salvador. Dica pubblicamente come stanno le cose. Se le affermazioni di Maurizio Chierici sono false e perchè. Dica se scrisse, cosa scrisse e perché lo scrisse. E’ un atto dovuto. Troppo importanti e forti sono le cose che egli oggi sostiene e scrive per lasciare ai malfidenti anche solo il minimo dubbio che si tratti, (anche stavolta?), di falsità.
 
Questa è la mia sfida, Senatore. L’ultima.
 
Ma prima di chiudere voglio dire ancora due cose e dare corso ad una decisione irrevocabile.
Il Senatore ha invocato "sedi opportune" nelle quali condurmi. Quando vuole e dove vuole, Senatore. Lei è sicuramente più forte di me e mi farà a pezzi. Non c’è dubbio. Ma io non sono codardo. Non scappo e mi assumo la responsabilità dei miei atti. Faccia pure ciò che crede.
Però, d’ora in poi, quello che dirà e farà, voglio che avvenga in “casa mia”. Mi hanno insegnato che il “posizionamento” è un elemento essenziale in ogni trattativa o “battaglia”. In questi mesi ho accettato di “giocare” nei suoi territori. Ho dovuto difendermi dagli attacchi scomposti dei suoi “ascari” e “pretoriani”. La guerriglia però mi ha spompato. La rude lotta mi ha talvolta reso meno lucido e sono spessissimo scivolato miseramente in beghe da cortile. Non sono nemmeno riuscito a tenere per qualche settimana il ruolo di “trainer” che lei mi aveva così generosamente affidato in un raro momento di debolezza. Sono stato esonerato come un “donadoni” qualunque… Adesso, in vista della “battaglia finale”, voglio provare a difendermi nel tepore dei miei “appartamenti”. Lascio quindi questo Gruppo di Discussione. Sigal mi perdonerà, ma il clima nei miei confronti ormai, anche qui purtroppo, non era più dei migliori. Potevo dare ben poco ormai al Gruppo e alla discussione. Me ne vado quindi e ringrazio tutti, Sigal in particolare.
Ovviamente chiunque potrà continuare a “bastonarmi” anche in “casa mia”. Il mio blog è aperto ai commenti di tutti come sempre, ma lì, per ovvi motivi, mi sento più al “sicuro”.
A Megiddo dunque! Per l’ultima battaglia. Senatore l’aspetto!
Sigal, non mi far mancare mai le tue poesie.
W Israele! W la Pace!
postato da: GabrielParadisi alle ore 05/09/2006 09:15 | Permalink | commenti
categoria:giornalismo, guzzanti paolo, el salvador
martedì, 22 agosto 2006
Senador, periodista, di la verdad!

- Nell’ascensore del mio albergo è stato affisso un cartello che dice: “Giornalista straniero, menti pure sul tuo paese, ma qui devi dire la verità!” -
 
Queste parole sono di Guzzanti Paolo. Oggi senatore della Repubblica nelle file di Forza Italia e vicedirettore del quotidiano “Il Giornale”, organo di famiglia del fondatore di Forza Italia, Berlusconi Silvio.
Quando le scrisse Guzzanti Paolo (nel 1957 tessera PSI) era invece redattore de “La Repubblica” ed inviato in Centramerica.
Era il 1982 e in quella sanguinosa primavera nella “República Cafetalera” di El Salvador si svolgevano le elezioni dell’Assemblea Costituente.
In un clima di violenza inaudita (si ritiene avvenissero mediamente 200 omicidi politici alla settimana), si fronteggiavano la Democrazia Cristiana di José Napoleón Duarte e l’Alianza Republicana Nacionalista (Arena) del maggiore Roberto D’Aubuisson.
In sottofondo la guerrilla (campaña de marzo) del Frente de Liberación Nacional Farabundo Martí (Fmln).
 
Nella storia che sto per raccontare mi sono imbattuto per caso molti mesi fa.
Qualcuno, leggendo delle mie accese discussioni con il Senatore, mi aveva scritto, dandomi alcune tracce che poi mi sono divertito a seguire. Trovando conferme e riscontri.
E’ una storiella secondo me emblematica. Veniale, se vogliamo, ma in essa c’è tutto Guzzanti-Guer-Vezaddick: l’istrione, l’ammaliatore, l’amabile bugiardo, il voltagabbana, il combattente.
 
Sono mesi e mesi che la tengo per me questa storia, che peraltro non è nemmeno del tutto inedita, mentre lo sono sicuramente le testimonianze da me raccolte. Adesso credo sia giunto il momento di pubblicarla. Per dovere di cronaca.
Riporterò integralmente nomi, cognomi, nickname e date. Più di questo io non posso fare. Saranno eventualmente Guzzanti Paolo (ma non credo proprio) o i giornalisti citati a smentire o a confermare. Se vogliono.
 
Tutto cominciò quando nel marzo scorso, operando l’esegesi di un articolo di Guzzanti (il quale come sempre stava cercando di dipingere Romano Prodi come il più grande Farabutto della Storia d’Italia), scovai il 6 marzo un paio di suoi errori pacchiani, da me frettolosamente classificati come frutto di troppa euforia o foga.
Un giornalista in incognito invece mi scrisse (8 marzo) queste intriganti parole:
Guzzanti (Paolo) fa parte di una subcategoria professionale del giornalismo che esiste, per quanto ne sappia, solo in quello sfortunato e buffo paese che è l'Italia: quella dei pallari che hanno fatto carriera, soldi e fortuna.
Al New York Times, per dirne una, qualche tempo fa hanno licenziato a calci in culo un reporter per aver copiato pezzi di reportage dai giornali locali (cosa che da noi fanno il 90% dei colleghi e, ammetto, quando ero più giovane ho fatto anch'io qualche volta, prima di imparare a vergognarmene); non paghi, i proprietari del NYT hanno anche cacciato il direttore, per omesso controllo. La storia la conoscete tutti.
E veniamo a Guzzanti. Come altri ‘colleghi’ (vedi alla voce Zucconi Vittorio, per esempio), è noto a chiunque abbia avuto il dispiacere di vederlo all'opera che Guzzanti non si è mai preoccupato dei fatti (le notizie) che potessero rovinargli la fiction, ossia i pezzi grandiloquenti che aveva in mente di scrivere. Se i fatti adatti alle sue opinioni ci sono, bene; se no, lui li inventa. Di sana pianta. Senza vergogna.
La questione è che Guzzanti non è diventato un pallaro da quando ha fatto il salto della quaglia e, come tanti voltagabbana (vedi alla voce Foa Renzo, tra tanti altri) è atterrato a destra e sulle colonne del Giornale. No. Guzzanti è diventato un pallaro di successo scrivendo per La Repubblica, sotto la direzione di Scalfari. Che lo ha fatto crescere e protetto, perché gli piaceva da morire come il pallaro scriveva.
Che dire? Se dirigessi qualcosa, uno come Guzzanti non lo prenderei neppure per l'oroscopo. Ma questa è l'Italia, questi sono i giornali italiani.
Sailor
PS
Non ho né tempo né voglia di fare un'antologia delle puttanate scritte da Guzzanti nella sua troppo fortunata carriera. Ma magari qualcuno può prendersi la briga di mandare un mail a, che so, Mimmo Candito o Maurizio Chierici (due galantuomini) per chiedergli di raccontare dell'episodio antologico, anni 80, in cui Guzzanti si inventò la storia delle teste mozzate in Salvador.
 
Urca!
Al di la del giudizio sul professionista, magari dettato da dissapori o invidie, quel giornalista faceva accuse ben precise. Una cosa sono “errori, dovuti alla pretesa di citare a memoria un articolo che non avevo da anni sotto il naso (Paolo Guzzanti 9 marzo)”, una cosa è inventarsi di sana pianta storie truculente.
Sailor, da me prontamente ricontattato, sviluppò la storiella per intero, ribadendomi l’invito a cercare comunque riscontri diretti.
Detto. Fatto.
Dapprima una banale ricerca con Google mi permise di trovare un'intervista di Achille Rossi a Maurizio Chierici in cui egli affermava papale papale:
i giornalisti che raccontano la guerra si possono dividere in due categorie: quelli che si trovano sul teatro delle operazioni e i commentatori. Tra quelli che sono sul posto bisogna ancora distinguere chi va a vedere di persona e i giornalisti che fanno la filosofia in albergo. Un esempio per tutti: quando Paolo Guzzanti, l´attuale presidente della Commissione Mitrokin venne in Salvador come inviato di Repubblica, gli raccontammo i massacri che erano avvenuti tre anni prima. Senza pensarci due volte, scrisse un articolo inventandosi i fatti di sana pianta, con teste tagliate vicino all´ascensore, corpi abbandonati nella hall, quando ormai la guerra era a 150 km di distanza, sulle montagne”.
 
Era già di per sé sufficiente questo a confermare quanto "insinuato" da Sailor. Ma vuoi mettere ricevere una conferma dal diretto interessato?
Non mi scapicollai comunque a cercarla.
Solo il 14 aprile infatti scrissi a Maurizio Chierici che immediatamente mi rispose:
Riconosco Guzzanti nel ritratto che ne fa: garbato, elegante, ma anche molto spiritoso. Quando ho visto i figli in Tv o nella vita mi sono ricordato degli show molto divertenti (e sempre eleganti) coi quali ha intrattenuto i giornalisti italiani proprio in Salvador. Dove c’è stata l’invenzione delle teste tagliate nella hall. Devo averne parlato anch’io nella rubrica del lunedì dell’Unità, ma non ricordo quando.
Succede che un inviato si lascia andare. Non solo inviati italiani. Nel 1982 (primavera) i paesi alla fine del mondo erano proprio alla fine del mondo: chi voleva inventava e nessuno in quei posti se ne accorgeva. Niente fax, computer, satelliti Tv. Solo il filo incerto delle voci della radio. Ma quella volta è successo che un’agenzia (la Reuter ?) ha rilanciato da Roma l’incredibile notizia e la destra salvadoregna (Arena, il partito che ha ucciso il vescovo Romero) ha fatto stampare decalcomanie incollate sulle auto con lasciapassare bene in vista di <stampa straniera>. Striscioni attraversavano ogni strada, ecc. Tutti con lo stesso slogan: <Periodista di la verdad>, giornalista di la verità. L’albergo era solo un albergo di giornalisti. Nessun turista o uomo d’affari passava in quel momento dal Salvador. E i giornalisti francesi pretendevano un’assemblea. Assieme a Moretti, Franco Cantucci, la giovanissima Lucia Annunziata, credo anche Mimmo Candito siamo riusciti a ridimensionare la reazione. Il risvolto buffo è stato il ritorno a casa. Ero nella giuria del premiolino Bagutta per il giornalista del mese e fra le proposte ho trovato Guzzanti proprio per l’articolo delle teste tagliate quando le teste se mai si tagliavano succedeva cento chilometri più lontano, sulle montagne. Ho scelto la non polemica per non raccontare una storia imbarazzante. E mi sono astenuto. Guzzanti ha vinto il premio.
Non è questa la vera meraviglia. E’ stato il passaggio politico dal suo adorato Craxi che lo aveva portato in Tv con la trasmissione <Rosso di sera>, a Cossiga e poi Berlusconi. Non me lo aspettavo e non mi aspettavo la violenza dei nuovi show. Peccato che l’ironia invecchi. Forse è solo la considerazione di chi non si è mai aggrappato alla politica e continua a scrivere le stesse cose allo stesso modo dal Corriere all’Unità che è un giornale di parte ma non di partito. Una parte che ho sposato: quand’eravamo in Salvador Berlusconi stava ancora costruendo case. Saluti- Maurizio Chierici
Indimenticabile!
 
Passarono i mesi. E la storia sempre lì nel cassetto a decantare. Finchè un bel giorno (19 maggio) Guzzanti se ne uscì in una discussione con questo ricordo autobiografico sulla sua esperienza salvadoregna tirando in ballo un altro giornalista ancora:
 
Quanto al Salvador, è tutta un'altra storia: lì non l'ho letta sui libri: ero inviato speciale del quotidiano di sinistra La Repubblica e coprii tutta quella guerra, nella giungla e nelle piazze, ricevendo molti premi giornalistici e i telegrammi di Scalfari.
In Salvador ci furono massacri dalle due parti e fu il Farabundo Martì a massacrare i civili molto prima degli assassini di Aubuisson (la sinistra ovviamente viene sempre prima, ndr).
Fu una guerra schifosa, ma sul campo c'erano gli agenti cubani e il Kgb, oltre alla Cia, e non fu onorevole per nessuno.
Il presidente Napoleon Duarte, diffamato dalle sinistre italiane come un dittatore, si rivelò un presidente costituzionale che aveva vinto le elezioni in modo legale, salvo il fatto che il "Frente" aveva deciso di non votare e di decapitare cammin facendo gli elettori che si recavano ai seggi.
Usavano una ghigliottina montata su un camion.
Dalla parte opposta il battaglione speciale Atlacatl giustiziava i guerriglieri ovunque li trovasse.
Fui il primo a ricevere, per i miei réportages, il "Premiolino".
Quando tornai in redazione mi venne incontro Saverio Tutino, giornalista e grande amico di Fidel Castro, uomo anche lui legato ai servizi dell'Est, che mi venne incontro e in modo sibilante mi chiese:
"Ma che cazzo scrivi?".
E io: "Scrivo la verità".
E lui: "Stronzo, e ti pare che noi stiamo qui per scrivere la verità?".
Indimenticabile.

Sarebbe stato bello in quella discussione raccontare la stessa storia però vista da Chierici, ma sembrò (anche a me) inopportuno e imbarazzante (per lui). Meglio cercare Saverio Tutino e chiedergli se avesse qualcosa da dire a riguardo…
Oggi Saverio Tutino è direttore culturale dell'Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano (oltre ad esserne stato il Fondatore).
Così gli scrissi, chiedendogli se voleva raccontarmi qualcosa di quell’esperienza.
La sua risposta fu abbastanza chiara:
Ho ricevuto la sua segnalazione via mail… in cui lei cita un articolo di Paolo Guzzanti, dove si parla del Salvador. Siccome si dicono delle evidenti falsità su di me la prego di farmi sapere da quale giornale e in quale data lei ha tratto l'articolo cui si riferisce… (29 maggio)”.
“…quel periodo di lavoro da me vissuto nel Salvador e in altri paesi vicini nell’anno 1982 mi è rimasto in un angolo delle mie dimenticanze d’infanzia della vecchiaia. Erano tempi angosciosi per la vana ricerca di tanti giovani disposti alla guerriglia rivoluzionaria, che si arroccavano sulle montagne senza nemmeno arrivare al suicidio eroico di persone come il Che Guevara. La verità era che nessuno, nè dall’Urss nè da Cuba, sarebbe intervenuto per aiutarli. E così nel Salvador è stato ucciso dai suoi compagni il poeta rivoluzionario Roque Dalton, che cercava di convincerli a tornare a fare una politica accanto ai lavoratori, prima di essere ammazzati di stenti sulle montagne. Ma un uomo come quel Paolo Guzzanti, adesso amico di Berlusconi, non merita nemmeno che io lo denunci per calunnia a un tribunale.
Telefonami, ti prego, Saverio Tutino
(2 giugno)”.
 
Ho telefonato ovviamente a Tutino che ama parlare, piuttosto che scrivere email attraverso la sua compagna. Al telefono mi ha raccontato tante cose della sua avventurosa vita, scusandosi di tanto in tanto perché dopo l’operazione al cervello i ricordi gli affiorano piano piano e vanno stimolati, accompagnati.
Mi ha parlato anche di Cuba ovviamente e di quando gli fecero capire che doveva lasciare il paese in fretta e furia…
Qualche settimana fa è uscita proprio una sua intervista rilasciata a Luca Villoresi per il Venerdì di Repubblica. Una testimonianza che quasi completamente avevo raccolto io pure al telefono. Peccato che non gli abbia dedicato subito un post, ma il “rispetto” per Guz-Guer allora era ancora… prevalente.
A settembre comunque quando Tutino tornerà da Anghiari a Roma lo andrò sicuramente a trovare. Come mi ha chiesto.
 
Ecco fatto. Fine della storia.
Guz-Guer sul Salvador è “smentito” da almeno tre testimoni diversi (di cui due identificati esattamente). Chi ha ragione? Io non lo so. Mi sono limitato ad indagare e a domandare.
 
Non esistono uomini (e quindi giornalisti) puri. E’ un’illusione credere che esista qualcuno che dice sempre e solo la Verità. E poi, che cosa è la "Verità"? Ma una cosa è sostenere in buona fede una tesi per quanto azzardata e “sbagliata”, una cosa è ricamarci attorno falsità per avvalorarla.
Non voglio esprimere giudizi in merito al Senador Periodista più di quanto non abbia già fatto, ma la morale di tutta questa vicenda è che, grazie anche a Internet ed ai blog, nessuno può d’ora in poi pensare di dire e scrivere ciò che vuole impunemente. Ognuno di noi infatti può farsi promotore di analisi serie, documentate con pignoleria e quando occorre, spietate.
Forse questa è una grande opportunità per la crescita della democrazia e della libertà. Scovare le menzogne funzionali a qualche potere è sicuramente più utile che lanciare bombe e missili.
postato da: GabrielParadisi alle ore 22/08/2006 09:33 | Permalink | commenti (3)
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