martedì, 26 settembre 2006

Salvador, 1982

<<Questo è l’articolo di Paolo Guzzanti uscito su Repubblica il 28 febbraio 1982 e che io avevo descritto in modo falso sulla base di pettegolezzi e calunnie che ho avuto l’ingenuità di raccogliere e pubblicare, omettendo il controllo che mi avrebbe evitato uno sgradevole conflitto con un giornalista dalla professionalità immacolata.
Ho in seguito raggiunto un accordo amichevole basato anche sulla comune stima con Paolo Guzzanti che ha rinunciato a sporgere querela in cambio della verità.
Sono quindi lieto di completare oggi la correzione dell’errore e la sua ritrattazione ripubblicando proprio l’articolo per cui Guzzanti era stato diffamato: niente teste mozze nell’albergo, niente proteste dello Stato del Salvador, nessuna riunione dei giornalisti per stigmatizzare l’operato professionale di Guzzanti, niente di niente>>.

Inoltre, l’articolo che oggi riproduco nel mio blog ricevette il Premiolino del Bagutta, di cui riporto qui la motivazione:

A PAOLO GUZZANTI - PER L' OBIETTIVITA', L'INTERESSE, LA VIVACITA' DELLA SUA LUNGA INCHIESTA SUL SALVADOR E IN PARTICOLARE PER L' ARTICOLO '' LE SQUADRE DELLA MORTE SI PREPARANO A VOTARE'' IN CUI DESCRIVE EFFICACEMENTE LE FIGURE DEI MAGGIORI ESPONENTI POLITICI SALVADOREGNI E NE RIPORTA OPINIONI E PROGRAMMI.
 
Le squadre della morte si preparano a votare
di Paolo Guzzanti (La Repubblica, 28 febbraio – 1 marzo 1982)
 
Tragiche elezioni il 28 marzo: l’estrema destra conta di battere Duarte.
“Contro i comunisti mitra non riforme”
 
San Salvador, 27 – Il signor D’Aubuisson, leader dell’estrema destra, già capo riconosciuto dello squadrone della morte e accusato di aver eseguito torture orribili su molti prigionieri politici, è un uomo di media statura, giovane, magro e scattante. Mentre è al microfono davanti ad una platea di eleganti signore e adolescenti che sostengono la sua candidatura, un uomo armato lo avverte concitatamente che la sede del partito, l’”Arena”, è stata attaccata pochi minuti fa dai guerriglieri in pieno centro, con bombe e raffiche di mitra.
Napoleon Duarte
I suoi uomini lo circondano imbracciando fucili automatici e si precipitano tutti insieme verso la “Cherokee” blindata. Le belle e ricche signore che lo avevano applaudito commosse fino a qualche minuto fa durante un meeting femminile di tradizione nordamericana, appaiono costernate. Noi, che eravamo lì, nella sala banchetti, per tentare un’intervista lo seguiamo a precipizio con un taxi e arriviamo alla sede del partito nazionalista.
Questo raggruppamento politico è certamente il più reazionario, ma anche uno dei più popolari del Salvador. Sarebbe un errore pensare infatti che D’Aubuisson e il suo stato maggiore rappresentino esclusivamente gli interessi dei proprietari terrieri e del padronato che rifiuta la riforma agraria. Al partito di estrema destra gli stessi avversari attribuiscono oggi non meno del 25 per cento dei voti e c’è chi si spinge fino ad aggiungerne altri dieci. Il fatto è che molti campesinos e piccoli artigiani sono schierati con lui in nome della difesa della piccola proprietà privata e dell’anticomunismo più intransigente.
Sul luogo dell’attentato un automobile con i vetri fracassati perde benzina. I colpi di mitra sono visibili ovunque. Gli uomini di D’Aubuisson si schierano in posizione di tiro sui tetti, sotto le macchine, lungo il ciglio dei marciapiedi, dietro le finestre. Sono uomini che vengono dai servizi speciali, superaddestrati, capaci di uccidere senza batter ciglio, come tutti del resto in questo paese in cui la vita di un essere umano vale meno di una tazza di caffè.
Quando siamo entrati nella sede allagata per l’esplosione dei tubi dell’acqua abbiamo camminato su una fanghiglia arrossata dal sangue: quattro persone erano rimaste ferite, una in modo grave. Le eleganti signore dell’estrema destra piangono raccolte in un angolo mentre in strada si riprende a sparare. Con quotidiana naturalezza ci gettiamo tutti per terra mentre si spengono le luci e il silenzio è rotto soltanto dal “clik-clak” delle sicure tolte e dei colpi chiamati in canna. La mitragliatrice qui è l’arma di difesa più diffusa dopo la pistola che è frequente come la penna biro. Dopo mezzora tutto è finito, possiamo alzarci e andarcene, radendo i muri fino al taxi. Nel frattempo sono saltati in aria altri sette autobus e la gente si affolla vanamente alle fermate. Dove si spara c’è chi corre ad avvertire parenti ed amici: “No salgan, es peligroso”, non uscite, è pericoloso, stanno sparando. Revolverate, raffiche e bombe non scuotono tuttavia la normalità che per lo stretto tempo dell’azione.
La malavita intanto approfitta degli attacchi guerriglieri e della confusione delle sigle e delle attribuzioni di responsabilità per compiere ogni sorta di ruberia.
Amici, tassisti, negozianti, ripetono continuamente le raccomandazioni fondamentali; non reagire se ti fermano l’automobile, non dare mai segni di nervosismo di fronte alle aggressioni, consegnare tutto ciò che ti chiedono senza gridare, senza fare gesti bruschi. La vita (e lo ripetono davvero in ogni momento) qui non vale niente. Eppure la gente va al cinema, in ufficio e a scuola; i negozi sono aperti, i semafori funzionano e i vigili fanno le multe per il divieto di sosta.
Poco prima di correre alla sede del partito il signor D’Aubuisson aveva pubblicamente gridato, fra gli applausi generali nell’entusiasmo un po’ isterico: “Mi farò cambiare il nome se una volta vinte le elezioni non riuscirò a liquidare quei delinquenti del Fronte!”. Per ora, tuttavia, quelli del Fronte moltiplicano la loro audacia e gli attentati nella stessa capitale.
 
Parla un ottimo inglese.
“E’ un’assoluta idiozia pensare che per combattere il comunismo si debbano fare riforme sociali”, mi dichiara con stringente logica il presidente della piccola industria. Ed aggiunge: “La sinistra non conta proprio niente, non è neppure in grado di proclamare ed attuare uno sciopero. Possono sparare e terrorizzare, ma il terrore è ormai già assorbito dall’abitudine: vede questa parete distrutta? Vede queste tende lacerate? Anche qui hanno lanciato bombe, es verdad, ma a noi le loro bombe non fanno né caldo né freddo”.
L’uomo è colto e distinto, parla un eccellente inglese, è vestito accuratamente di grigio e parla con proprietà e garbo esprimendo idee che sono condivise dalla grande maggioranza degli uomini d’affari che operano nel Salvador: “La colpa fondamentale è degli americani che non sono ancora riusciti a digerire lo scacco del Vietnam e di conseguenza sono dominati da una generazione di uomini incapaci di difendere gli interessi del loro stesso paese”.
“Quanto al comunismo e ai suoi piani nell’America Latina non c’è spazio per la fantasia e le ipotesi: basta leggere con attenzione il testo che fu approvato alla prima conferenza tricontinentale di Cuba nel 1966 dove sta scritto per filo e per segno che cosa, come, dove e quando sarebbe stato fatto nell’America Centrale per promuovere rivoluzione e comunismo, fino a risalire su, su fino al Messico davanti alle frontiere degli Stati Uniti. Sono loro stessi a dirlo, perché non dobbiamo credergli? E’ inutile che seguitiamo a fornire spiegazioni sociologiche della guerriglia come fanno i gesuiti: la guerriglia, qui come in Italia, come a Cuba con Castro e con Guevara, non parte mai dai contadini e dai poveri, ma dalla classe media, dagli intellettuali, dagli eversori professionisti che esportano violenza e rivoluzione”.
Va detto che queste posizioni di estrema destra sono, almeno nei programmi, meno reazionarie di quanto non si pensi: gli industriali infatti sono favorevoli alla riforma agraria, alla alfabetizzazione massiccia del paese, al controllo delle nascite e al lancio di una industria di trasformazione sofisticata come quella di Hong Kong e Formosa. La connotazione anticomunista è comunque intransigente e per qualche verso superstiziosa: “I comunisti di questi nostri paesi non sono degli intellettuali europei, ma delle belve assetate di sangue”, ripetono gli operatori industriali. “Forse soltanto i comunisti messicani sono diversi dai guerriglieri marxisti-leninisti e possono essere confrontati con quelli italiani e spagnoli”.
Daremo conto nelle prossime puntate di questa corrispondenza delle opinioni dei leaders clandestini che guidano politicamente e militarmente la guerriglia. Per ora dobbiamo sottolineare che nelle città e per quello che abbiamo potuto vedere e sentire anche nelle campagne, nessuno si azzarda ad esprimere, seppur privatamente, opinioni favorevoli alla sinistra rivoluzionaria. Eppure sono tutti d’accordo nell’attribuire a questo settore dell’elettorato circa il 40 per cento delle simpatie.
Delle simpatie,manon certo dei voti realmente esprimibili perché, come si sa, le sinistre si sono rifiutate di partecipare alle elezioni del28 marzo (ed anzi cercano di impedirle a tutti i costi con le armi) non avendo vista accolta la loro condizione prioritaria: una epurazione radicale nelle forze armate che detengono ininterrottamente il potere da cinquant’anni, o almeno un cambio radicale al vertice. Le forze armate, ovviamente non hanno neppure voluto discutere questa richiesta, visto che il potere ce l’hanno e non danno segno di volerlo cedere, neppure dopo i risultati elettorali.
E’ quindi certo che chiunque coltivi opinioni non diciamo rivoluzionarie ma anche socialdemocratiche, se le tenga accuratamente per sé in modo da evitare guai personali.
Siamo andati a chiedere opinioni e dati nella sede del coordinamento elettorale, un edificio blindato in cui si entra dopo che un indio armato di revolver ci ha perquisito dalla testa ai piedi. Chiedo di parlare con il signor Beltran che èil coordinatore di queste elezioni.E’ un giovanottone simpatico, un po’ corpulento, di idee democristiane, fuggito in fretta e furia dal Cile di Pinochet e approdato alla Democrazia Cristiana di Duarte. Mi conferma la sua sensazione secondo cui l’estrema destra di D’Aubuisson va forte, sempre più forte, e che la Dc di Duarte,pur contando di raggiungere la maggioranza, comincia a sentirsi pesantemente minacciata.
 
Difficile ogni previsione.
Apprendo da lui un dato sorprendente. Nessuno, né qui dentro, né nel palazzo del governo, né al quartier generale militare, ha la più pallida idea di quanti siano i cittadini salvadoregni residenti nel paese, quanti coloro che possono esercitare il diritto di voto, quanti i vivi, i morti, gli emigrati, i rifugiati. Non esiste quindi alcuna possibilità di fare calcoli in percentuale o qualsiasi genere di proiezione.
Giacomo marasso Beltran (italiano di seconda generazione) allarga le braccia e spiega: “Alle ultime elezioni stabilirono che gli iscritti al voto erano due milioni e trecentomila, ma si trattava di cifre di fantasia, fatte per assicurare ampi margini ai brogli. Oggi noi pensiamo che i votanti possano essere piùo meno un milione e seicentomila”.
E i rifugiati, gli scomparsi, gli esiliati, quanti sono? Secondo Giacomo superano un milione, ma è difficile dire perché qui, ci tiene a ricordarmelo anche lui, la vita non vale niente e non esiste una contabilità anagrafica delle nascite, dei villaggi, dei morti e dei vivi. Come fidarsi allora dei dati quando saranno disponibili? Se ne fiderà chi crede, chiunque potrà contestarli. Contro le possibilità di broglio elettorale è stato adottato il sistema del dito timbrato: chi vota dovrà sporcarsi il polpastrello dell’indice con uno speciale tampone di inchiostro indelebile che impedirà la pratica molto diffusa da queste parti di votare due, tre e anche dieci volte.
Si capisce bene che in città se i seggi elettorali potranno funzionare con un minimo di regolarità (ma i guerriglieri promettono bombe alle urne e il blocco di ogni tipo di trasporto urbano ed extraurbano) il loro controllo nei pueblos e lungo la fungaia delle casupole sulla carretera e nella foresta sarà quasi impossibile. E tuttavia napoleon Duarte in persona parte oggi per un meticoloso tour dei villaggi e delle case per raccomandare a tutti i campesinos che si voti, che si inauguri finalmente la democrazia rappresentativa.
Incontriamo Napoleon Duarte nella sua casa presidenziale, dopo aver passato dieci diversi sbarramenti e altrettante perquisizioni. Duarte è un uomo con una faccia aperta e meridionale. Veste un abito blu piuttosto stazzonato, con cravatta di un verde sconsigliabile. E’ agitato, stanco, molto teso. Tutti sanno che il suo potere reale all’interno della giunta militare è bassissimo, benché svolga formalmente le funzioni di presidente della Repubblica. Chi comanda in realtà nel Salvador è un uomo apparentemente di secondo piano, forte ed efficiente: il generale Garcia. Un uomo, quest’ultimo, che diversamente da Duarte non si è mai impelagato nelle sottigliezze del dibattito democratico e delle formule politiche complesse: questo generale ha semplicemente assicurato che qui nel Salvador, lui vivo, il comunismo non passerà mai, né legalmente,né illegalmente.
Napoleon Duarte si affaccia sulla porta: “Negoziati con la guerriglia? Nessuno: non si fanno trattative con chi intanto imbraccia il mitra. Rientrino, le sinistre, nel sistema democratico e noi tratteremo volentieri. No non abbiamo chiesto interventi militari agli argentini ma è naturale che i loro osservatori si preoccupino e chiedano di sorvegliare da vicino la questione del nostro paese. Quanto ai camionisti e ai piccoli proprietari di autobus saltati con la dinamite, non possiamo assicurargli l’appoggio del governo. Non accetto l’equazione fra violenza governativa e violenza guerrigliera: noi ci limitiamo proteggere il popolo e soltanto il popolo ha diritto di dire, con le elezioni, in che modo chiede di essere governato. Il popolo è saggio, non vuole la dittatura, non darà la maggioranza all’estrema destra, a quelli che vorrebbero tornare indietro. La guerriglia e la violenza reazionaria non hanno probabilità di successo.
 
Caccia in picchiata alla periferia.
Mentre così parlava il presidente Duarte, squadriglie di caccia compivano evoluzioni nel cielo di San Salvador e poi picchiavano sulle pendici del vulcano. Là, fino alla zona di San Vicente si stavano svolgendo combattimenti violentissimi. Le cose, dal punto di vista militare, non stanno andando per niente bene alla giunta, anche se non si può parlare di vittorie consistenti da parte della guerriglia.
I ribelli si sono rafforzati potentemente in queste settimane.Ieri le forze governative sono state respinte a Guazapa e un comunicato ufficiale dell’esercito ammette che “En esa zona se està combattendo duramente”.
Abbiamo assistito ad un combattimento nella zona di Suchitoto. I soldati sono stati sbarcati dai camions in una valle di bassa vegetazione dove gli elicotteri avevano visto il passaggio della guerriglia. Ma quando sono arrivati i militari, dei guerriglieri non c’era più traccia, apparentemente. Le milizie si sono appostate dietro arbusti e sassi puntando le armi verso la vegetazione come se vedessero il nemico. All’ordine di un ufficiale hanno aperto il fuoco contro i cespugli, tirando fra gli alberi e nei grandi ciuffi d’erba. Stormi di uccelli gracchianti e coloratissimi si sono levati in volo, una strage di fogliame e di rami, un grande echeggiare di tonfi, schianti, il tac-tac-tac del fucile “G3” tedesco al quale si è aggiunto il tonfo metallico di un mortaio da 81.

I tiri di mortaio erano alla cieca, verso il monte, con la granata che compiva la sua lentissima parabola fino alla linea dell’orizzonte. I soldati hanno avanzato strisciando, il rumore più prepotente è quello del loro respiro affannato e corto per la tensione,la fatica,la paura. Il fronte dell’avanzata militare è lungo più di due chilometri. Ed ecco che dalla macchia arriva la risposta: raffiche brevi e continue delle numerose armi di cui dispone la guerriglia, e cioè: il Fal belga, il Galil e l’Uzi israeliani e il notissimo M-16, l’arma americana del Vietnam, il più sperimentato fucile da combattimento. Ciascuna di queste armi ha suono e timbro diverso dalle altre e una battaglia nella foresta può assumere il tono di un folle concerto. Un chilometro più a est il combattimento si fa cruento. Ci sono feriti fra i soldati, due moriranno più tardi. Anche i guerriglieri hanno i loro caduti ma non li abbandonano sul campo.

 

postato da: GabrielParadisi alle ore 26/09/2006 08:24 | Permalink | commenti
categoria:giornalismo, sud america, guzzanti paolo, el salvador, tutino saverio, chierici maurizio
mercoledì, 06 settembre 2006
Caro Paradisi

Pace fatta.
Accetto le sue scuse ma più che altro sono contento che lei si sia reso conto che la ricerca della verità è faticosa e mai banale.
Per questo è la condizione stessa della libertà.

Se si fa a pezzi la verità dei fatti, la pura e semplice verità di quel che è accaduto e di quel che non è accaduto, poi non è possibile sentirsi liberi in una comunità di gente libera, quale che siano le idee politiche.

Io non ho alcuna intenzione didattica, meno che mai di vendetta o di rappresaglia, ma ho un grande orgoglio: quello di essere un professionista correttissimo e completo come reporter, e di essere poi un commentatore e opinion leader dalle idee forti, onestamente esibite e di parte.

Desidero qui esprimere la mia pena per quelle persone che si sono con tanta profusione accanite nel tentativo di demolire la mia immagine pubblica e privata, delle cui sciocche menzogne lei si è fidato.

Penso che per alcune di loro si tratti di banale invidia.

Vede, Paradisi, ci sarà pure una ragione per cui sono stato un fondatore e uno dei primi inviati speciali e redattori capo di Repubblica.

Ci sarà un motivo per cui il Corriere della Sera proprio negli anni Ottanta mi offrì un contratto molto generoso che rifiutai perché Eugenio Scalfari (l’episodio è noto ed edito) si sdraiò per terra e disse dovrai passare sul mio cadavere.

Ci sarà una ragione per cui Paolo Mieli mi volle alla Stampa come editorialista e inviato speciale, con il piano di portarmi poi un giorno al Corriere.

Ci sarà una ragione per cui quando Giovanni Minoli a Mixer chiedeva a Giorgio Bocca, Eugenio Scalfari, Enzo Biagi e Indro Montanelli di indicare i tre migliori giornalisti, ciascuno di loro mi includeva nella terna.

Sa, le dico queste cose non per pavoneggiarmi, ma perché sono alla soglia dei 70 anni e di fronte al bilancio di una vita, anche se spero di scrivere ancora a lungo.

E non credo che a nessuno debba essere consentito diffamare, inventare, costruire leggende nere con dei falsi: ciò che in inglese si chiama “charachter assassination”, l’omicidio della dignità di una persona.

Io credo che per puro caso anche lei, con questa esperienza, abbia incassato qualcosa di positivo e forse di prezioso: il giornalismo, quello vero, è fatica, umiltà e presenza sui fatti.

Io le scrissi recentemente “Smetterò di dire la verità sul vostro conto quando voi smetterete di dire bugie sul mio”.
La frase non è mia ma di Adlai Stevenson, però è perfetta.

Io sono una delle persone su cui oggi si accentua la massima diffamazione, e il perché è un altro discorso che farò in un’altra sede.

Quando scrissi che volevo iniziare la “demolizione di Paradisi”, espressione pesante di cui mi scuso, volevo dire questo: io la costringerò a fronteggiare l’imbarazzo, per non dir peggio, dello smascheramento del falso.

Non credo affatto di averla demolita ma, se me lo permette , di averla forse aiutata a costruire un frammento non banale di se stesso.
Se mi sbaglio, pazienza. Ma mi illudo che sia così.

Un cordiale saluto da quello che lei ha chiamato
Senador y Periodista
Anche se qui è solo il periodista che scrive.

Paolo Guzzanti
Egregio Senatore
Con questa lettera volevo esprimerLe il mio rincrescimento per la pubblicazione su questo blog, il 22 agosto scorso, dell’articolo “Senador, Periodista di la verdad!”.
Ogni inchiesta che si rispetti deve essere approfondita e documentata.
Non si possono mettere a confronto semplicemente e banalmente le dichiarazioni discordanti di alcune persone. Occorre ritrovare i documenti, le tracce, di quanto costoro affermano o negano.
Nel mio caso, molto ingenuamente, è mancata del tutto questa fase di ricerca, che peraltro spesso costituisce anche la parte più interessante di ogni lavoro d’indagine.
Non sono andato in sostanza a ritrovare e a rileggermi gli articoli scritti da Lei su La Repubblica nel febbraio-marzo 1982, alla ricerca di quel riscontro, che non avrei trovato, necessario, ma poi non ancora sufficiente, a sostenere la tesi sottesa al mio articolo e la sua veridicità.
Ho preso per buone le dichiarazioni raccolte, saltando l’indispensabile verifica, confortato solo dal fatto che esse provenivano da persone diverse. Ho dato quindi ascolto più alla mia “pancia” che non alla ragione.
In tal modo però, di fatto, ho realizzato solo un brutto pezzo di puro “gossip”.
Può essere un metodo, ma non è il mio metodo.
In quel post ho di fatto tradito anche me stesso.
Il mio intento, quando ho aperto questo spazio, era e resta quello di fare chiarezza andando a fondo sui fatti, piccoli o grandi che siano, e andare a fondo significa non lasciare indietro alcun dettaglio.
Pertanto mi scuso ancora pubblicamente per questo mio comportamento.
Nei prossimi giorni, appena mi sarà possibile, cercherò di trascrivere e di riportare per completezza su questo blog, l’articolo con il quale Lei ha vinto il Premiolino Bagutta.
Le chiedo infine, gentilmente, di riportare questa mia dichiarazione anche nei Forum sui quali nei mesi scorsi si sono sviluppate le nostre discussioni.
Con l’occasione Le porgo i miei più distinti saluti
Gabriele Paradisi, venerdì 8 settembre 2006

AGGIORNAMENTO DELLE 20.18 (mercoledì 6 settembre)

Lei scrive come al solito fiumi di parole e finge di non sapere che ciò che sta commettendo è un delitto premeditato, la calunnia, descritto da lei stesso in tutto il suo progressivo sviluppo.

Paradisi, io l’articolo di cui lei parla non l’ho mai scritto.

Non esiste.

Lei può andare nell’archivio di Repubblica e passarci la vita e non lo troverà mai perché non esiste.
 
Io lo sapevo, perché ricordo tutto delle cose che ho fatto, ma prima di risponderle ho voluto tornare a Roma e consultare i volumi in cui ho raccolto le fotocopie di tutti gli articoli da me scritti, per annata.

L’articolo per cui ho preso il Premiolino del Bagutta è un meraviglioso articolo, di cui vado orgogliosissimo, un capolavoro di giornalismo per scrittura, onestà, completezza e infatti questa è la motivazione che sono andato a recuperare:

A PAOLO GUZZANTI - PER L' OBIETTIVITA', L'INTERESSE, LA VIVACITA' DELLA SUA LUNGA INCHIESTA SUL SALVADOR E IN PARTICOLARE PER L' ARTICOLO '' LE SQUADRE DELLA MORTE SI PREPARANO A VOTARE'' IN CUI DESCRIVE EFFICACEMENTE LE FIGURE
DEI MAGGIORI ESPONENTI POLITICI SALVADOREGNI E NE RIPORTA
OPINIONI E PROGRAMMI.

Non è mai esistito un mio articolo sulle teste mozze in albergo
Nessuno mi ha mai fatto lezioni sul passato del Salvador che io semmai insegnavo altri
La scritta che diceva giornalista non mentire l’ho trovata arrivando ed era lì da mesi.

Non basta: io ho tre album di foto del lavoro che ho fatto in Salvador, della giungla, delle bombe, delle elezioni sotto il terrore degli attacchi sia del battaglione Atlacatl che del Farabundo Martì.

Io sono sempre stato sul campo e in viaggio, mai in albergo.

Non c’è stata mai alcuna assemblea dei giornalisti francesi contro di me, non ho mai incontrato i giornalisti che lei nomina (salvo Chierici con cui facevo spesso viaggi insieme in taxi con la mia fidanzata d’allora che faceva la fotografa e i cui rullini con tutte le mie imprese sono nel mio cassetto, pronti per essere usati come prova).

Capisce in quale tagliola ha infilato la testa tutto da solo, Paradisi?

Lei ha calunniato un galantuomo, ha raccolto liquame di fogna, ci ha sguazzato dentro e in quella melma ha pescato dei falsi che mi ha

ATTRIBUITO COME  FATTI SPECIFICI

con l’aggravante di esserseli fatti raccontare da fonti dubbie, da lei stesso descritte come dubbie perché anonime o perché lese nelle loro capacità, senza controllare PREVENTIVAMENTE la veridicità di quel che le veniva detto.

Io non uso aggettivi qui per lei. Se li trovi da solo.

Quanto a Prodi, quando io il 3 dicembre del 2005 l’ho accusato da una emittente televisiva di essere corresponsabile dell’omicidio Moro, mi rispose con un’agenzia di stampa annunciandomi che di me “si sarebbero occupati i suoi legali”.

Li sto ancora aspettando, i suoi legali e se arrivassero li affronterei davanti al giudice.

Non credo che lei invece dovrà aspettare molto per vedere i miei, a meno che non si dimostri così onesto e così previdente da ammettere pubblicamente la sua colpa (non il suo “errore” o altro) senza dirottare su altri argomenti e pubblicare le sue scuse senza se e senza ma, oltre a pubblicare contestualmente e integralmente il testo dell’articolo che mi ha valso il Premiolino Bagutta del 1982 al miglior giornalista e che sono pronto a fornirle con un fax, da una fotocopia non eccellente sulla quale si dovrà rovinare gli occhi a sue spese-

Con osservanza

Paolo Guzzanti
Senatore della Repubblica

Abbiamo ricevuto questa comunicazione dal Senatore Guzzanti con la richiesta di immediata pubblicazione sul blog.

Egregio Paradisi

Lei ha reso pubblico un suo studio sulla mia corrispondenza di giornalista inviato speciale di Repubblica in Salvador del 1982 (unico anno, del resto in cui sono stato in Salvador) e sulla base delle testimonianze di tre persone che lei indica come:
un anonimo (
http://www.ilbarbieredellasera.com/article.php?sid=15195 N.d.R.)
un collega allora al Corriere e oggi all’Unità (http://www.altrapagina.it/ingrandimento_articolo.php?ID_Articolo=727 N.d.R.)

un vecchio collega che lei descrive in condizioni psicofisiche imperfette.

Tale scritto, da lei redatto e  pubblicato sul suo blog e su un’altra lista di cui era membro fino a rale sua pubblicazione, è calunnioso e gravemente lesivo della mia figura professionale e morale.

Quel che lei ha pubblicato contiene infatti le seguenti false affermazioni.

Aver io scritto un articolo, fra gli altri, redatto sulla base di conversazioni di colleghi generosi che mi avevano illustrato la situazione storica passata del Salvador, in cui, saccheggiando il loro racconto avrei affermato di:

a) aver visto teste mozze nella hall dell’albergo (il Camino Real), che ovviamente non c’erano;

b) aver in questo modo provocato un incidente internazionale diplomatico che a fatica i colleghi giornalisti riuscirono a riparare, malgrado l’insistente richiesta della stampa francese di convocare una assemblea dei giornalisti per stigmatizzare il mio comportamento;

c) aver comunque e malgrado queste pecche ricevuto proprio per quell’articolo il Premiolino del Bagutta nella cui giuria era presente lo stesso collega che ha fornito queste informazioni, il quale per un moto di generosità (il terzo) ha taciuto pietosamente sulle mie magagne e non si è opposto all’assegnazione del premio stesso.

d) aver provocato, con il mio inqualificabile comportamento una reazione sdegnata del governo salvadoregno che provvide, per causa e colpa mia, a tappezzare la città e l’albergo di adesivi con su scritto: “Giornalista straniero, menti pure sul tuo paese, ma non sul mio”.

Si tratta, signor Paradisi, di affermazioni gravissime, profondamente lesive della mia immagine e del tutto false, dalla prima all’ultima.

Per ora la invito a compiere le seguenti due azioni dovute.

La prima: pubblicare questa mia sul suo Blog dove compaiono dette calunnie.

La seconda: pubblicare, o indicare con esattezza l’articolo o gli articoli a mia firma dal Salvador in cui io avrei scritto ciò di cui lei mi ha accusato.

Le ricordo che è norma l’habeas corpus: produca lei il corpo del reato.

Sono sicuro che lei nel breve tempo tecnico necessario pubblicherà questa mia ed esibirà la prova delle accuse calunniose che lei afferma di aver raccolto sul mio operato di giornalista professionista inviato di Repubblica in Salvador nel 1982.

Tutto questo senza elencare qui, ma dandolo per acquisito non pregiudicato in ogni sede, le altre gravissime e infondate accuse sulla mia attività di giornalista professionista, con l’aggravante di essersi servito di fonti anonime  senza aver compiuto il preventivo ed obbligatorio controllo sulla veridicità di quanto andava raccogliendo e pubblicando, in aperta violazione di tutte le vigenti leggi sulla stampa e sulla tutela della persona.

La saluto

Paolo Guzzanti

 

postato da: GabrielParadisi alle ore 06/09/2006 18:48 | Permalink | commenti (4)
categoria:giornalismo, guzzanti paolo, el salvador
martedì, 05 settembre 2006

Ad Har-Mageddon!

Riporto l’intervento che ho pubblicato su un Gruppo di Discussione dopo che il Senatore Paolo Guzzanti ha “reagito” al mio articolo sul Salvador.
Gli sviluppi, se ci saranno, verranno documentati in questo blog.
 
Da oggi inizia la demolizione dei Paradisi artificiali”…
La demolizione dei Paradisi veri invece era iniziata da tempo…
La violenza che il Senatore ha operato per mesi nei miei confronti (comunque ammetto di non essere il solo) è impressionante.
Non voglio fare la vittima, ma semplicemente mi limito a constatare il florilegio di epiteti che Egli mi ha affibbiato da qualche tempo in qua.
Nell’ultimo Suo intervento, tanto per dire, constato (con malcelato orgoglio) di dover aggiungere alla già lunga lista le seguenti categorie: “lurido”; “vedova nera”; “serpente cinque passi”.
Aveva ragione Scalfari e ha ragione Sigal. Il Senatore scrive veramente bene. Attinge ad un bestiario infinito e decisamente suggestivo.
Io ho ovviamente tenuto tutto il carteggio che c'è stato fra di noi da ottobre 2005 in qua. Carteggio che s’è svolto qui (ospiti dell’accogliente Sigal), ma anche nel "delizioso" Forum-giardino privato del Senatore, e talvolta nel mio “infame” blog.
Io sfido chiunque a trovare da parte mia un'offesa o una cosiddetta... slealtà.
Si troveranno invece domande di un "avversario" politico. Pungenti, pressanti, magari scomode o inopportune. E poi congetture, argomenti. Critici, provocatori. Che altro?
Cosa dovrebbe fare secondo Voi un "nemico leale" se non cercare di confutare gli argomenti che denigrano o mettono alla berlina le sue convinzioni? Magari questa sua “resistenza” è anche un modo per capire egli stesso se non stia commettendo qualche errore. Se egli, obnubilato da “ideologia”, non stia prendendo “fischi” per “fiaschi”.
Io sono di sinistra. L’ho detto e sostenuto fin dal primo giorno. Provocando travasi di bile, blocchi mestruali e spasmi inconsulti nella maggior parte degli estimatori del Senatore e degli abituali visitatori-abitatori dei suddetti “giardini”.
Io, ahimè, stimo (con permesso parlando) Prodi, malgrado questi suoi primi cento giorni. Io continuo a credere in lui. A sperare in lui. Il “male minore”? La “medicina amara”? La “molletta” con cui turarsi il naso camuso? Chissa?
Però, da sincero elettore “liberal” mi sento in dovere di sostenerlo. Mi sento, sapendo quanto sia incerta, debole e puerile questa presa di posizione, di doverlo “difendere”.
Non avrei quindi dovuto avversare il Senatore per tutto quello che egli diceva e affermava su quel “Mascalzone”… trattino… “bavoso”?
Quando il Senatore tentava, con un articolo tutto pieno di rabbia e di errori (!), di dimostrare che Prodi era l'uomo del KGB in Italia utilizzando una banalissima intervista di “Romanone nostro” al maggiore quotidiano italiano, cosa avrei dovuto dire e fare? Stare zitto? Non evidenziare quanto fosse risibile tale tesi?
Io non mi sono mai nascosto dietro nickname o comodi anonimati di comodo. Mi sono sempre presentato (ed esposto) col mio nome, cognome, foto e coordinate per rintracciarmi, sapendo di non poter usufruire di franchigie, scudi e immunità di nessun genere.
Sul mio blog chiunque può inserire commenti che io non censuro mai. Amo troppo la mia libertà per limitare quella di chiunque altro.
Il Senatore però sembra turbato e nauseato da quanto scrive nei commenti ai miei post qualche occasionale visitatore… Strano. In “casa sua” i suoi adoranti adulatori non mi hanno mai risparmiato offese e addirittura minacce.
Le mie repliche, spesso apprezzate da Sigal per l’eleganza, si sono limitate all’ironia e al sarcasmo. Tanto per fare un esempio… recente… qui in questa discussione, solo qualche commento sopra, una "gentildonna", una "signora", perché è chiaro, “signore si nasce”, mi manda bellamente a fare inculo... (chiedo venia per aver sviluppato per intero il concetto che la raffinata “signora” s’era premurata di lasciar solo intendere…).
Che meraviglia! Che persone tolleranti, delicate. Vogliose di dialogo...
La volgarità espressa nei miei confronti in questi mesi dai “seguaci” del Senatore è da antologia. Ma mai, al Senatore, essa pare aver provocato “nausea”…
I miei articoli, qualche commento ad essi, invece sì: che stomaco delicato…
 
Il Senatore (che mi sta studiando), si chiede quale sia il mio fine?
Lo aiuto io: nessuno. Non rendo conto a nessuno e nessuno mi guida. E' lui che mi ha spinto a questo stadio. Io volevo col blog raccontare solo le mie sensazioni di “cittadino”. Liberamente denunciare e raccontare quello che i miei occhi vedono. Con tutti i limiti che ho e che conosco di avere (sono miope ed astigmatico fin dall’amata adolescenza).
Io contattai il Senatore quasi per caso, per criticare un suo articolo e poi, grazie alla sua disponibilità gliene do atto, mi sono accorto che a guardare bene, in molti suoi pezzi c'erano altre “sviste”, altri errori... Sarà così per tutti, è certo... Ma allora perché scomodare ad ogni piè sospinto la “Verità”?
Non sarebbe meglio di tanto in tanto far mostra di modestia e di fallacità?
La “Verità”, ammesso che esista, è complessa da percepire.
Il Senatore ha invece spesso prodotto conclusioni lapidarie. Assolute. Sicuramente frutto di serie e approfondite ricerche, ma, mi chiedo, le sue affermazioni si devono prendere sempre come “oro colato”? Anche da chi politicamente non la pensa come lui? Si devono bere senza porsi domande come fanno tante belle persone che "non riescono a capire come si possa ragionare come me"?
Il Senatore, tanto per dire, sulle stragi di Ustica e della Stazione di Bologna (episodi che per ovvi motivi mi hanno interessato da vicino), ha esposto tesi sicuramente sconvolgenti. Aver chiesto e ottenuto il parere dei Presidenti delle Associazioni delle Vittime è stato forse un reato? Lesa maestà? Si è trattato forse di atto ostile e sleale messo in opera dalla mia “Hydesca” natura? Io credo di no. Io voglio solo capire. Non so se ne ho le capacità, visto che "non so nulla di storia di geografia. Non so nulla di nulla...", ma voglio provarci lo stesso, a capire...
 
Io non indago sul passato del Senatore. La vita e le scelte di ogni persona sono rispettabili a prescindere. Chi può conoscere il contesto, lo stato d’animo, le condizioni di una persona in un determinato istante della sua vita? Io me ne guardo bene dal giudicare.
Io mi sono limitato e mi sono permesso, di analizzare un episodio “professionale” del Senatore. Qualche suo vecchio articolo. In essi, sembra, ma non sta a me dimostrarlo perché oltretutto da me è indimostrabile (c’è solo la parola discordante di poche persone), che egli abbia perlomeno “enfatizzato” certe situazioni…
Ci può stare. E’ umano e sembra calzare alla perfezione l’indole del personaggio.
Ma un Senatore della Repubblica, un Presidente di un’importante commissione parlamentare che ha indagato su gravissimi episodi della recente storia repubblicana, un giornalista che pubblicamente fa affermazioni di gravità inaudita (Prodi “assassino” di Moro), dev’essere più bianco e puro del loto. Non può sbagliare il nome dell’interlocutore sovietico di Prodi; non può rilanciare la falsa interpretazione della pessima posizione dell’Italia nella classifica di Freedom House. Non può trovare teste tagliate nelle hall degli alberghi se altri non le hanno viste. O perlomeno deve prenderli per un braccio e portarli a vederle.
Chi sbandiera la “Verità” in ogni occasione, a maggior ragione in virtù del ruolo che riveste, deve sopportare l'onere di dimostrare più e meglio di ogni altro ciò che dice e ciò che scrive.
Il Senatore ha chiesto a Prodi di dire la verità sulla seduta spiritica del 1978 durante il sequestro Moro in cui venne suggerito il nome di Gradoli? E’ giusto. La “reticenza” di Prodi, la poca chiarezza, non giocano certo a suo favore. Sono d’accordo anch’io anche se mi do una spiegazione, ma è certo frutto della mia faziosità.
Ora io chiedo a Guzzanti Paolo la stessa cosa sul Salvador. Dica pubblicamente come stanno le cose. Se le affermazioni di Maurizio Chierici sono false e perchè. Dica se scrisse, cosa scrisse e perché lo scrisse. E’ un atto dovuto. Troppo importanti e forti sono le cose che egli oggi sostiene e scrive per lasciare ai malfidenti anche solo il minimo dubbio che si tratti, (anche stavolta?), di falsità.
 
Questa è la mia sfida, Senatore. L’ultima.
 
Ma prima di chiudere voglio dire ancora due cose e dare corso ad una decisione irrevocabile.
Il Senatore ha invocato "sedi opportune" nelle quali condurmi. Quando vuole e dove vuole, Senatore. Lei è sicuramente più forte di me e mi farà a pezzi. Non c’è dubbio. Ma io non sono codardo. Non scappo e mi assumo la responsabilità dei miei atti. Faccia pure ciò che crede.
Però, d’ora in poi, quello che dirà e farà, voglio che avvenga in “casa mia”. Mi hanno insegnato che il “posizionamento” è un elemento essenziale in ogni trattativa o “battaglia”. In questi mesi ho accettato di “giocare” nei suoi territori. Ho dovuto difendermi dagli attacchi scomposti dei suoi “ascari” e “pretoriani”. La guerriglia però mi ha spompato. La rude lotta mi ha talvolta reso meno lucido e sono spessissimo scivolato miseramente in beghe da cortile. Non sono nemmeno riuscito a tenere per qualche settimana il ruolo di “trainer” che lei mi aveva così generosamente affidato in un raro momento di debolezza. Sono stato esonerato come un “donadoni” qualunque… Adesso, in vista della “battaglia finale”, voglio provare a difendermi nel tepore dei miei “appartamenti”. Lascio quindi questo Gruppo di Discussione. Sigal mi perdonerà, ma il clima nei miei confronti ormai, anche qui purtroppo, non era più dei migliori. Potevo dare ben poco ormai al Gruppo e alla discussione. Me ne vado quindi e ringrazio tutti, Sigal in particolare.
Ovviamente chiunque potrà continuare a “bastonarmi” anche in “casa mia”. Il mio blog è aperto ai commenti di tutti come sempre, ma lì, per ovvi motivi, mi sento più al “sicuro”.
A Megiddo dunque! Per l’ultima battaglia. Senatore l’aspetto!
Sigal, non mi far mancare mai le tue poesie.
W Israele! W la Pace!
postato da: GabrielParadisi alle ore 05/09/2006 09:15 | Permalink | commenti
categoria:giornalismo, guzzanti paolo, el salvador
martedì, 22 agosto 2006
Senador, periodista, di la verdad!

- Nell’ascensore del mio albergo è stato affisso un cartello che dice: “Giornalista straniero, menti pure sul tuo paese, ma qui devi dire la verità!” -
 
Queste parole sono di Guzzanti Paolo. Oggi senatore della Repubblica nelle file di Forza Italia e vicedirettore del quotidiano “Il Giornale”, organo di famiglia del fondatore di Forza Italia, Berlusconi Silvio.
Quando le scrisse Guzzanti Paolo (nel 1957 tessera PSI) era invece redattore de “La Repubblica” ed inviato in Centramerica.
Era il 1982 e in quella sanguinosa primavera nella “República Cafetalera” di El Salvador si svolgevano le elezioni dell’Assemblea Costituente.
In un clima di violenza inaudita (si ritiene avvenissero mediamente 200 omicidi politici alla settimana), si fronteggiavano la Democrazia Cristiana di José Napoleón Duarte e l’Alianza Republicana Nacionalista (Arena) del maggiore Roberto D’Aubuisson.
In sottofondo la guerrilla (campaña de marzo) del Frente de Liberación Nacional Farabundo Martí (Fmln).
 
Nella storia che sto per raccontare mi sono imbattuto per caso molti mesi fa.
Qualcuno, leggendo delle mie accese discussioni con il Senatore, mi aveva scritto, dandomi alcune tracce che poi mi sono divertito a seguire. Trovando conferme e riscontri.
E’ una storiella secondo me emblematica. Veniale, se vogliamo, ma in essa c’è tutto Guzzanti-Guer-Vezaddick: l’istrione, l’ammaliatore, l’amabile bugiardo, il voltagabbana, il combattente.
 
Sono mesi e mesi che la tengo per me questa storia, che peraltro non è nemmeno del tutto inedita, mentre lo sono sicuramente le testimonianze da me raccolte. Adesso credo sia giunto il momento di pubblicarla. Per dovere di cronaca.
Riporterò integralmente nomi, cognomi, nickname e date. Più di questo io non posso fare. Saranno eventualmente Guzzanti Paolo (ma non credo proprio) o i giornalisti citati a smentire o a confermare. Se vogliono.
 
Tutto cominciò quando nel marzo scorso, operando l’esegesi di un articolo di Guzzanti (il quale come sempre stava cercando di dipingere Romano Prodi come il più grande Farabutto della Storia d’Italia), scovai il 6 marzo un paio di suoi errori pacchiani, da me frettolosamente classificati come frutto di troppa euforia o foga.
Un giornalista in incognito invece mi scrisse (8 marzo) queste intriganti parole:
Guzzanti (Paolo) fa parte di una subcategoria professionale del giornalismo che esiste, per quanto ne sappia, solo in quello sfortunato e buffo paese che è l'Italia: quella dei pallari che hanno fatto carriera, soldi e fortuna.
Al New York Times, per dirne una, qualche tempo fa hanno licenziato a calci in culo un reporter per aver copiato pezzi di reportage dai giornali locali (cosa che da noi fanno il 90% dei colleghi e, ammetto, quando ero più giovane ho fatto anch'io qualche volta, prima di imparare a vergognarmene); non paghi, i proprietari del NYT hanno anche cacciato il direttore, per omesso controllo. La storia la conoscete tutti.
E veniamo a Guzzanti. Come altri ‘colleghi’ (vedi alla voce Zucconi Vittorio, per esempio), è noto a chiunque abbia avuto il dispiacere di vederlo all'opera che Guzzanti non si è mai preoccupato dei fatti (le notizie) che potessero rovinargli la fiction, ossia i pezzi grandiloquenti che aveva in mente di scrivere. Se i fatti adatti alle sue opinioni ci sono, bene; se no, lui li inventa. Di sana pianta. Senza vergogna.
La questione è che Guzzanti non è diventato un pallaro da quando ha fatto il salto della quaglia e, come tanti voltagabbana (vedi alla voce Foa Renzo, tra tanti altri) è atterrato a destra e sulle colonne del Giornale. No. Guzzanti è diventato un pallaro di successo scrivendo per La Repubblica, sotto la direzione di Scalfari. Che lo ha fatto crescere e protetto, perché gli piaceva da morire come il pallaro scriveva.
Che dire? Se dirigessi qualcosa, uno come Guzzanti non lo prenderei neppure per l'oroscopo. Ma questa è l'Italia, questi sono i giornali italiani.
Sailor
PS
Non ho né tempo né voglia di fare un'antologia delle puttanate scritte da Guzzanti nella sua troppo fortunata carriera. Ma magari qualcuno può prendersi la briga di mandare un mail a, che so, Mimmo Candito o Maurizio Chierici (due galantuomini) per chiedergli di raccontare dell'episodio antologico, anni 80, in cui Guzzanti si inventò la storia delle teste mozzate in Salvador.
 
Urca!
Al di la del giudizio sul professionista, magari dettato da dissapori o invidie, quel giornalista faceva accuse ben precise. Una cosa sono “errori, dovuti alla pretesa di citare a memoria un articolo che non avevo da anni sotto il naso (Paolo Guzzanti 9 marzo)”, una cosa è inventarsi di sana pianta storie truculente.
Sailor, da me prontamente ricontattato, sviluppò la storiella per intero, ribadendomi l’invito a cercare comunque riscontri diretti.
Detto. Fatto.
Dapprima una banale ricerca con Google mi permise di trovare un'intervista di Achille Rossi a Maurizio Chierici in cui egli affermava papale papale:
i giornalisti che raccontano la guerra si possono dividere in due categorie: quelli che si trovano sul teatro delle operazioni e i commentatori. Tra quelli che sono sul posto bisogna ancora distinguere chi va a vedere di persona e i giornalisti che fanno la filosofia in albergo. Un esempio per tutti: quando Paolo Guzzanti, l´attuale presidente della Commissione Mitrokin venne in Salvador come inviato di Repubblica, gli raccontammo i massacri che erano avvenuti tre anni prima. Senza pensarci due volte, scrisse un articolo inventandosi i fatti di sana pianta, con teste tagliate vicino all´ascensore, corpi abbandonati nella hall, quando ormai la guerra era a 150 km di distanza, sulle montagne”.
 
Era già di per sé sufficiente questo a confermare quanto "insinuato" da Sailor. Ma vuoi mettere ricevere una conferma dal diretto interessato?
Non mi scapicollai comunque a cercarla.
Solo il 14 aprile infatti scrissi a Maurizio Chierici che immediatamente mi rispose:
Riconosco Guzzanti nel ritratto che ne fa: garbato, elegante, ma anche molto spiritoso. Quando ho visto i figli in Tv o nella vita mi sono ricordato degli show molto divertenti (e sempre eleganti) coi quali ha intrattenuto i giornalisti italiani proprio in Salvador. Dove c’è stata l’invenzione delle teste tagliate nella hall. Devo averne parlato anch’io nella rubrica del lunedì dell’Unità, ma non ricordo quando.
Succede che un inviato si lascia andare. Non solo inviati italiani. Nel 1982 (primavera) i paesi alla fine del mondo erano proprio alla fine del mondo: chi voleva inventava e nessuno in quei posti se ne accorgeva. Niente fax, computer, satelliti Tv. Solo il filo incerto delle voci della radio. Ma quella volta è successo che un’agenzia (la Reuter ?) ha rilanciato da Roma l’incredibile notizia e la destra salvadoregna (Arena, il partito che ha ucciso il vescovo Romero) ha fatto stampare decalcomanie incollate sulle auto con lasciapassare bene in vista di <stampa straniera>. Striscioni attraversavano ogni strada, ecc. Tutti con lo stesso slogan: <Periodista di la verdad>, giornalista di la verità. L’albergo era solo un albergo di giornalisti. Nessun turista o uomo d’affari passava in quel momento dal Salvador. E i giornalisti francesi pretendevano un’assemblea. Assieme a Moretti, Franco Cantucci, la giovanissima Lucia Annunziata, credo anche Mimmo Candito siamo riusciti a ridimensionare la reazione. Il risvolto buffo è stato il ritorno a casa. Ero nella giuria del premiolino Bagutta per il giornalista del mese e fra le proposte ho trovato Guzzanti proprio per l’articolo delle teste tagliate quando le teste se mai si tagliavano succedeva cento chilometri più lontano, sulle montagne. Ho scelto la non polemica per non raccontare una storia imbarazzante. E mi sono astenuto. Guzzanti ha vinto il premio.
Non è questa la vera meraviglia. E’ stato il passaggio politico dal suo adorato Craxi che lo aveva portato in Tv con la trasmissione <Rosso di sera>, a Cossiga e poi Berlusconi. Non me lo aspettavo e non mi aspettavo la violenza dei nuovi show. Peccato che l’ironia invecchi. Forse è solo la considerazione di chi non si è mai aggrappato alla politica e continua a scrivere le stesse cose allo stesso modo dal Corriere all’Unità che è un giornale di parte ma non di partito. Una parte che ho sposato: quand’eravamo in Salvador Berlusconi stava ancora costruendo case. Saluti- Maurizio Chierici
Indimenticabile!
 
Passarono i mesi. E la storia sempre lì nel cassetto a decantare. Finchè un bel giorno (19 maggio) Guzzanti se ne uscì in una discussione con questo ricordo autobiografico sulla sua esperienza salvadoregna tirando in ballo un altro giornalista ancora:
 
Quanto al Salvador, è tutta un'altra storia: lì non l'ho letta sui libri: ero inviato speciale del quotidiano di sinistra La Repubblica e coprii tutta quella guerra, nella giungla e nelle piazze, ricevendo molti premi giornalistici e i telegrammi di Scalfari.
In Salvador ci furono massacri dalle due parti e fu il Farabundo Martì a massacrare i civili molto prima degli assassini di Aubuisson (la sinistra ovviamente viene sempre prima, ndr).
Fu una guerra schifosa, ma sul campo c'erano gli agenti cubani e il Kgb, oltre alla Cia, e non fu onorevole per nessuno.
Il presidente Napoleon Duarte, diffamato dalle sinistre italiane come un dittatore, si rivelò un presidente costituzionale che aveva vinto le elezioni in modo legale, salvo il fatto che il "Frente" aveva deciso di non votare e di decapitare cammin facendo gli elettori che si recavano ai seggi.
Usavano una ghigliottina montata su un camion.
Dalla parte opposta il battaglione speciale Atlacatl giustiziava i guerriglieri ovunque li trovasse.
Fui il primo a ricevere, per i miei réportages, il "Premiolino".
Quando tornai in redazione mi venne incontro Saverio Tutino, giornalista e grande amico di Fidel Castro, uomo anche lui legato ai servizi dell'Est, che mi venne incontro e in modo sibilante mi chiese:
"Ma che cazzo scrivi?".
E io: "Scrivo la verità".
E lui: "Stronzo, e ti pare che noi stiamo qui per scrivere la verità?".
Indimenticabile.

Sarebbe stato bello in quella discussione raccontare la stessa storia però vista da Chierici, ma sembrò (anche a me) inopportuno e imbarazzante (per lui). Meglio cercare Saverio Tutino e chiedergli se avesse qualcosa da dire a riguardo…
Oggi Saverio Tutino è direttore culturale dell'Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano (oltre ad esserne stato il Fondatore).
Così gli scrissi, chiedendogli se voleva raccontarmi qualcosa di quell’esperienza.
La sua risposta fu abbastanza chiara:
Ho ricevuto la sua segnalazione via mail… in cui lei cita un articolo di Paolo Guzzanti, dove si parla del Salvador. Siccome si dicono delle evidenti falsità su di me la prego di farmi sapere da quale giornale e in quale data lei ha tratto l'articolo cui si riferisce… (29 maggio)”.
“…quel periodo di lavoro da me vissuto nel Salvador e in altri paesi vicini nell’anno 1982 mi è rimasto in un angolo delle mie dimenticanze d’infanzia della vecchiaia. Erano tempi angosciosi per la vana ricerca di tanti giovani disposti alla guerriglia rivoluzionaria, che si arroccavano sulle montagne senza nemmeno arrivare al suicidio eroico di persone come il Che Guevara. La verità era che nessuno, nè dall’Urss nè da Cuba, sarebbe intervenuto per aiutarli. E così nel Salvador è stato ucciso dai suoi compagni il poeta rivoluzionario Roque Dalton, che cercava di convincerli a tornare a fare una politica accanto ai lavoratori, prima di essere ammazzati di stenti sulle montagne. Ma un uomo come quel Paolo Guzzanti, adesso amico di Berlusconi, non merita nemmeno che io lo denunci per calunnia a un tribunale.
Telefonami, ti prego, Saverio Tutino
(2 giugno)”.
 
Ho telefonato ovviamente a Tutino che ama parlare, piuttosto che scrivere email attraverso la sua compagna. Al telefono mi ha raccontato tante cose della sua avventurosa vita, scusandosi di tanto in tanto perché dopo l’operazione al cervello i ricordi gli affiorano piano piano e vanno stimolati, accompagnati.
Mi ha parlato anche di Cuba ovviamente e di quando gli fecero capire che doveva lasciare il paese in fretta e furia…
Qualche settimana fa è uscita proprio una sua intervista rilasciata a Luca Villoresi per il Venerdì di Repubblica. Una testimonianza che quasi completamente avevo raccolto io pure al telefono. Peccato che non gli abbia dedicato subito un post, ma il “rispetto” per Guz-Guer allora era ancora… prevalente.
A settembre comunque quando Tutino tornerà da Anghiari a Roma lo andrò sicuramente a trovare. Come mi ha chiesto.
 
Ecco fatto. Fine della storia.
Guz-Guer sul Salvador è “smentito” da almeno tre testimoni diversi (di cui due identificati esattamente). Chi ha ragione? Io non lo so. Mi sono limitato ad indagare e a domandare.
 
Non esistono uomini (e quindi giornalisti) puri. E’ un’illusione credere che esista qualcuno che dice sempre e solo la Verità. E poi, che cosa è la "Verità"? Ma una cosa è sostenere in buona fede una tesi per quanto azzardata e “sbagliata”, una cosa è ricamarci attorno falsità per avvalorarla.
Non voglio esprimere giudizi in merito al Senador Periodista più di quanto non abbia già fatto, ma la morale di tutta questa vicenda è che, grazie anche a Internet ed ai blog, nessuno può d’ora in poi pensare di dire e scrivere ciò che vuole impunemente. Ognuno di noi infatti può farsi promotore di analisi serie, documentate con pignoleria e quando occorre, spietate.
Forse questa è una grande opportunità per la crescita della democrazia e della libertà. Scovare le menzogne funzionali a qualche potere è sicuramente più utile che lanciare bombe e missili.
postato da: GabrielParadisi alle ore 22/08/2006 09:33 | Permalink | commenti (3)
categoria:giornalismo, misteri d italia, guzzanti paolo, el salvador, tutino saverio, chierici maurizio