sabato, 18 novembre 2006

Non è mai troppo tardi... speriamo.

Oggi parliamo di scuola. La scuola italiana. Ora più che mai nell’occhio del ciclone. Quella scuola dove “atipiche” professoresse (uscite paro paro da una commedia pecoreccia anni ’70) “distolgono” dall’ora di ginnastica increduli allievi; quella scuola dove ragazzini “down” vengono umiliati e picchiati da coetanei apparentemente "up" (questo il blog che ha denunciato il famoso video on line)…

Una scuola insomma che sembra ricalcare fedelmente la crisi e la decadenza della nostra società… Ma la scuola, soprattutto quella elementare (mi ostino volutamente a chiamarla così), è anche fatta di persone serie e preparate. Di persone che si sentono investite di una “missione”.

Il mio fraterno amico Gabrio (non me ne voglia per questa esposizione micromediatica a cui lo sto sottoponendo), Maestro elementare da oltre 25 anni, mi ha inviato un carteggio da lui sostenuto con un giornalista dell'Osservatore Romano: Biagio Buonuomo.

Gabrio è un Maestro che crede ancora nel suo lavoro, malgrado tutto. Un Maestro che studia, che si aggiorna, che s’impegna. Un Maestro consapevole della grandissima responsabilità che grava sulle sue spalle, soprattutto in un’epoca dove le famiglie, prese da lavoro e da problemi veri o di comodo, delegano quasi completamente ad altri l’educazione (anche quella civile) dei propri figli. Gabrio, in una parola, è un Maestro. Chi ha avuto la fortuna di conoscerne qualcuno, perché ne esistono e tanti, sa cosa intendo dire.

È evidente allora lo sconforto che può cogliere chi tanto si adopera quando ci si rende conto che nessuno sembra riconoscere questo loro onerosissimo impegno: “Confesso di essere un po' scoraggiato: tutti si lamentano della scuola, ma non si riesce ad aprire un dibattito; se si prova a fare qualche proposta, portando una propria esperienza, non si è presi nemmeno in considerazione; da molti la scuola è considerata un vero disastro, che prepara da cani. A me non sembra…

Riconoscimenti o meno, io credo che chi, come il Maestro Gabrio, svolge un lavoro così importante con abnegazione, impegno e amore, compia un’opera insostituibile e preziosa. Questi Maestri lasciano ai loro fortunatissimi allievi un bagaglio di conoscenze, ma soprattutto di passione e stimoli, che li accompagnerà tutta la vita. Da esso potranno attingere infinitamente nei momenti di difficoltà che la vita sicuramente porrà loro… e questo, anche solo questo, non dovrebbe mai dimenticarlo nessuno.

 

Scuola elementare: ludus dell’asilo o vera formazione?

Pregiatissima Redazione,

mentre leggevo con interesse la pagina del 4 novembre de "L'Osservatore Romano" dedicata al dibattito sulla lingua latina, mi sono ritrovato a leggere, con sconcerto e amarezza,  questa lapidaria affermazione del dottor Biagio Buonuomo:
"(Gli alunni) arrivano alle superiori dopo cinque anni di elementari che prolungano il ludus dell'asilo e dopo tre anni di medie passati ad approfondire contenuti che già non posseggono".

Ho pensato alle tante ore spese - in tutte le scuole italiane - suddivisi in commissioni e sottocommissioni, per tradurre i programmi nazionali in curricula verticali che offrissero una salda preparazione di base; alle altrettante ore spese in aggiornamenti presso Università e centri di ricerca per offrire  agli alunni il meglio della didattica della lingua; al lavoro linguistico-strutturale, impensabile fino a 20-25 anni fa, che, nel silenzio delle aule della scuola primaria, si svolge sui testi d'autore, in prosa e poesia.

Ho pensato anche - con amarezza crescente - ai miei laboratori poetici su Leopardi, Pascoli, al mio itinerario di poesia descrittiva in alcuni autori fra l'Otto e il Novecento italiano che sto proponendo ai miei alunni di quarta in queste settimane; agli interi pomeriggi spesi a controllare malacopie e buone copie per far cercare ai bambini le parole più eleganti e appropriate al contesto espressivo; ai quaderni delle regole grammaticali che i miei ex alunni confermano di avere utilizzato fino alla scuola superiore, per testimoniarmi la saldezza della preparazione ricevuta.

Vedo l'impegno dei colleghi,che non conosce orari, per 1500 euro al mese dopo 25-30 anni di lavoro.

E mi son detto: Quanto è disconosciuto il nostro lavoro! Quanto ignoto il fecondo pianeta della scuola primaria!

Che triste generalizzazione!

Gabrio Monti, Forlì

 

Gentile professore,

la redazione dell'Osservatore mi ha girato la sua lettera di commento al mio pezzullo sul latino. L'ho letta con tutta l' attenzione che mi è parso meritasse. Ne esco tuttavia confermato nelle mie idee. 

E dunque: non basta purtroppo il suo eroico e commendevole sacrificio - per il quale ogni traduzione in termini monetari suona impropria e, in ogni caso, di cattivo gusto -  a mutare un quadro di fondo -  lei la chiama triste generalizzazione;  e triste lo è sul serio ma non perché ne sia io l' autore - di cui è facile aver prova semplicemente spostando lo sguardo dal libro degli auspici alla realtà quale essa è. Realtà che le assicuro conosco almeno quanto lei.

Ribadisco: onore al suo lavoro, vero monumento alla virtù sconosciuta e di cui i suoi allievi non la ringrazieranno mai abbastanza. Ma vergogna a chi ha trasformato la scuola italiana in un luogo burocratico in cui il numero di  commissioni e sottocommissioni preposte a questo e a quello è inversamente proporzionale alla quantità e alla qualità delle utili competenze e abilità davvero trasmesse.

Mi creda suo,

Biagio Buonomo

* nella foto il Maestro Alberto Manzi, autore e conduttore del programma televisivo Non è mai troppo tardi, realizzato dalla RAI fra il 1960 e il 1968 per la lotta all’analfabetismo.

postato da: GabrielParadisi alle ore 18/11/2006 17:06 | Permalink | commenti (7)
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giovedì, 10 agosto 2006

Cronache dall’Iperspazio

Una sera calda di fine giugno (eravamo nel 1994), per arricchire la mia collezione di libri con dedica autografa dell’autore, mi recai al Passeggio Regina Margherita in Bologna. Nello spiazzo dinnanzi la Palazzina Liberty, Elèmire Zolla, discusso studioso esoterico, teneva una conferenza-presentazione di un suo libro. La chiacchierata s’incentrò ben presto e stranamente sulla “Realtà Virtuale”. Un concetto allora alquanto insolito. Ma Zolla, da veggente qual’era, aveva captato ciò che di li a “molti” anni sarebbe divenuto (o forse meglio dire diverrà) un argomento centrale. Ancora oggi infatti mi pare alquanto trascurato. Ignorato perché ancora non esattamente pervenuto…

Zolla in quell’occasione esaltò le opportunità che la “realtà virtuale” secondo lui avrebbe apportato all’umanità, immaginando che “avrebbe potuto costituire una pratica meditativa di «uscita dal mondo», sulla scia delle antiche pratiche spirituali dei mistici e degli sciamani”.

Incredibilmente, ma forse non tanto, Elèmire Zolla (che morì poi nel 2002) aveva anche scritto un libro intitolato… “Lo Stupore Infantile”.

Ecco la “realtà virtuale” è strutturata per essere percepita, assimilata e metabolizzata proprio dai bambini. Senza fatica. Intercetta i tentacoli rapaci di quelle “tabulae rase”. Pure. Intonse.

“Datemi un bimbo di sette anni e ne farò un perfetto cristiano” disse forse un po’ troppo sicuro di sé il buon Ignazio di Loyola.

Oggi, forse, l’attuale generazione dei bambini tra i 6 e i 10 anni, quelli cioè che frequentano la vecchia scuola elementare, è il primo gruppo omogeneo di adepti della “realtà virtuale”. Essi la respirano come l’aria. E la trangugiano come “Coca Cola” senza alcuna barriera fisica, tanto meno etica.

Gameboy, video giochi, PlayStation, Internet. Gli stessi cartoni animati (giapponesi) e gli stessi giochi di ruolo con carte o senza, sono ispirati alla virtualità più assoluta.

Questi bambini, forse per la prima volta, trovano nell’inesistenza degli oggetti dei loro giochi una vera e propria consistenza. Una ragion d’essere. Parlando con loro si realizza in breve che essi vivono quella “virtualità” assolutamente come “reale”.

“Pum morto” io dicevo nelle battaglie finte, al più uno schioppettino di legno (molletta…. elastico…), guardando negli occhi il mio “nemico” scorto dietro un cespuglio. S’era onesto egli fingeva dolore e cadeva a terra. Altrimenti era tutto un litigio: “No! T’ho visto prima io…”

La guerra simulata, dove noi coi nostri muscoli s’era guerreggianti, era già un grande volo pindarico. Normalmente soldatini di plastica, o anche di carta, soddisfacevano ampiamente i nostri pomeriggi in cortile.

L’immaginazione è sicuramente sempre stata una componente pregnante nel gioco dei bambini. Amici immaginari hanno accompagnato le giornate di ogni fanciullo, in qualunque giardino.

Ma un tempo (e qui mi accorgo di ragionare da vecchio), c’era anche e soprattutto una componente di fisicità. Di partecipazione con il corpo, con l’odore, col sangue delle nostre ginocchia sbucciate.

Ci si batteva insomma con pugni e calci, in Via Pal o anche altrove. Ma si sudava tutti insieme. Il “dottore” visitava bambine in carne ed ossa. Si giocava alla palla.

Oggi tutto ciò è pressoché inesistente ma soprattutto ininfluente. Non se ne sente assolutamente la mancanza.

Oggi far fuori (virtualmente) una quindicina di mostri (irreali), superare una dozzina di “livelli” acquisendo “punti vita”, è di per sé già più che soddisfacente. A loro, ai nostri figli di 8-9 anni, oggi ciò gli basta e avanza.

Di questi fantasy-scenari poi sono popolati anche i loro sogni.

Quando sveglio con un abbraccio caldo e un bacio tenero il mio piccolo, egli mi ricorda le sue imprese “virtuali” che dunque hanno riempito anche il suo sonno. Giusto.

Cosa c’è di così strano, mi direte voi? Dove sta lo sgomento di padre che inequivocabilmente fa capolino da questo sfogo?

Innanzitutto, io m’ero illuso del contrario, ammetto che non ho nessun strumento per capirlo… il mio bimbo.

E’ vero. Ogni generazione si scontra con l’incapacità di comprensione di quella precedente. Ma noi, che abbiamo studiato, che abbiamo letto buoni libri e visto la TV. Noi, di sinistra, insomma, credevamo di avere qualche strumento culturale in più rispetto ai nostri padri. Qualche arma che ci avrebbe permesso di controllare la situazione. Credevamo di "saper gestire".

Invece sembra che ci abbiano cambiato ancora una volta le “carte” in tavola. E non capiamo nulla di nulla.

Anzi capiamo solo di non aver alcuna possibilità... di capire. E quindi di intervenire.

Sarebbe facile (e di sinistra), urlare contro la Nintendo o contro la violenza (virtuale per carità) di GTA2.

Tutto inutile. La “realtà virtuale” dilaga e ci sommerge.

Forse proprio (o solo) i nostri figli fanciulli potranno fare qualcosa… un giorno…

Intanto, leggiamo sgomenti alcune cronache… dall’iperspazio…

 

“Quando il 41enne Qiu Chengwei di Shanghay ha saputo che Zhu Caoyuan aveva venduto la sua preziosa Sciabola di Drago, un'arma virtuale del gioco online  “La Leggenda di Mir 3”, è andato alla casa di Caoyuan e l'ha pugnalato a morte con un'arma reale. Zhu aveva venduto la Sciabola di Drago per 7,200 yuan ($800). L'omicida e' stato condannato a morte, ma se per 2 anni terrà buona condotta, la pena sarà commutata in ergastolo”.

 

“Il texano ex cacciatore John Lockwood, ha inventato la caccia che consiste nello starsene seduti a casa propria, inquadrare con una video camera un cervo o un altro animale selvatico chiuso in un apposito ranch, prendere la mira col mouse e premere un tasto che fa sparare una carabina collocata nello stesso ranch, ammazzando l’animale. L’accesso costa 1.500 dollari. Un supplemento consente di ricevere via posta a domicilio la testa della bestia uccisa.” 

(“L’energia dell’odio”, Adriano Sofri, La Repubblica 22 luglio 2006)

 

Peso eh? E sono solo alcuni esempi…

Ieri, intanto, il mio bimbo, pare abbia ucciso (se ho ben capito), un paio di Moltress, catturato Artikuno e Zapdoss e mi sembra persino che sia riuscito a sbrindellare una mezza dozzina di Lughi-ya…

postato da: GabrielParadisi alle ore 10/08/2006 16:36 | Permalink | commenti (7)
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martedì, 16 maggio 2006

Piccoli liberisti crescono (Il Valore di un Sogno)

Mio figlio più piccolo frequenta la terza elementare in una scuola pubblica di Bologna. L’altro ieri è tornato a casa con un opuscoletto e un compito da svolgere.

Il quadernetto s’intitola “Il Valore di un Sogno” (Quaderno per casa), pare infatti che esista anche un “Album di Classe”. In bella vista il logo di UN noto Istituto di CREDITo. Per compito mio figlio doveva completare con l’aiuto dei genitori gli esercizi fino a pagina 6.

Riporto alcune frasi, quelle a mio avviso più significative:

Ogni persona possiede alcune risorse che sono solo sue, che sono cioè entrate a far parte del patrimonio personale. Qual è il tuo patrimonio di giochi?” (pag. 4).

Se ripensi bene abbiamo una risorsa che ci permette di procurarne altre… Quale sarà la risorsa che mamma e papà usano per procurarti quello che ti serve? Cercala fra le parole dello schema e colora di giallo le caselle che la compongono (Cerca in verticale, orizzontale, obliquo)” (pag. 6).

Io ho scartato “Dado” (non bisogna mai confidare sul gioco e sulla fortuna), “Vino” (tantomeno sul vizio), “Fiore” e “Papere” ed ho invece suggerito “Denaro” e “Oro” (entrambe verticali).

Da dove viene il denaro? Non cresce sugli alberi, non piove dal cielo… Gli scrittori hanno inventato modi molto fantasiosi con cui gli eroi delle favole tentano di procurarsi denaro. Pensa ad esempio alla pentola piena di monete che si trova dove finisce l’arcobaleno nel bosco degli gnomi, o all’asino che sputa monete d’oro”. (pag. 7)

Segue a pag. 9 una tabella in cui il bimbo può scrivere la lista dei desideri, cosa cioè vorrebbe “per divertirsi”, “per essere elegante” (!?), “per praticare il suo sport preferito” e così via. Quindi dovrebbe indicare quanto costa per lui questo desiderio e farsi aiutare dalla mamma per completare l’ultima colonna: “quanto costa davvero?”.

A pag. 12 e a pag. 13 parte l’affondo della Banca deciso e diretto: “Anche tu hai messo da parte un tuo capitale personale?”. A 8 (otto) anni? Un capitale personale?? “Come ti sei procurato i tuoi ‘soldini’”? Soldini?? “Racconta: Ho avuto in regalo per il compleanno:… Ho avuto in regalo in altre occasioni (quali?):… Ricevo come paghetta (ogni quanto?):…”. La tentazione di chiedere anche “quanto ricevo?” dev’essere stata tanta, ma un pizzico di pudore deve aver colto anche coloro i quali hanno organizzato i testi. Nella pagina successiva, dove si spiega anche “un po’ di contabilità” suggerendo la compilazione di una tabella entrate (soldi ricevuti) – uscite (spese), si sviluppa una serie di domande tipo: “Ti sono capitate spese impreviste?” (ricordiamoci sempre che il questionario è rivolto ad un bambino di 8 anni… spese impreviste a 8 anni??), l’ultima delle quali a noi pare veramente tanto anzi troppo. La maschera cala completamente e rimane una faccia truce e rossa di vergogna: “Hai mai pensato di depositare i tuoi risparmi in banca come fanno gli adulti?”. Senza alcun filtro si “istiga” la creatura a diventare correntista… perché la Banca custodisce i risparmi… e tu non devi fare come Pinocchio…

Non basta, a pag. 20 si cerca di spiegare al cucciolo che cosa è la Borsa e ovviamente cosa sono le Azioni: “Quando la tua mamma va al mercato, torna di solito a casa con una borsa piena di acquisti. Nel mondo dell’economia… la Borsa contiene un intero mercato!!! La Borsa infatti è un luogo dove avviene il mercato, cioè l’acquisto e la vendita di ‘prodotti’ molto particolari: le azioni”. Inarrivabile a nostro avviso il testo, fissato con attenzione da un simpatico scoiattolino (Scotty) che insieme ad un altrettanto vispo monello allieta e colora l’intero opuscoletto: “Le banche mettono a disposizione dei loro clienti delle persone esperte che fanno lunghi studi sulle azioni in vendita in Borsa, in modo da dare buoni consigli sugli acquisti da fare”.

E’ fatica trovare anche le parole… che tristezza… Immaginate se io avessi conosciuto una di queste “persone esperte” qualche anno fa e che mi avesse dato il “buon consiglio” di acquistare bond argentini o azioni Parmalat…

Sembra che la presentazione dell’iniziativa sia stata accompagnata in aula da due funzionari di banca in giacca e cravatta d’ordinanza, che hanno illustrato le schede e spiegato le parole più astruse come “tasso d’inflazione”, “carta di credito” e “budget mensile”. Mio figlio per fortuna ha detto che si è annoiato a morte e non ricorda nulla.

Tommy non ti preoccupare se non sai compilare la tabella di pag. 22 “tenendo conto della tua capacità di risparmiare per verificare se hai imparato a ‘misurare la strada’ per raggiungere i tuoi obiettivi”;

Non essere triste se non provi gioia a ragionare sulle varie forme di “Risorse necessarie: Paghetta (lo stipendio ufficiale?, ndr); Ricompense per lavoretti (il nero?, ndr); Mance (le tangenti?, ndr);

Probabilmente tu imparerai a compilare un assegno solo in età avanzata… come tuo padre;

Affronterai i fidi e i mutui al momento opportuno che purtroppo verrà… giusto per non dormire più la notte,

ma in tal modo, Tommy, tu darai valore non ad un sogno ma ad ogni minuto che passa.

E – quel che più conta – è che così sarai un Uomo, figlio mio!

 

PS

Dopo essermi debitamente scusato col vecchio Rudy e alla sua lettera del 1910, fornisco qualche utile coordinata.

L’iniziativa “Il Valore di un Sogno” è curata da La Fabbrica (Communication, Education & Marketing), un gruppo internazionale nato a Milano nel 1984 e con sedi anche a Torino e a San Paolo del Brasile. Nel loro sito sono citati almeno una decina di Progetti Didattici e relativi Concorsi realizzati per vari clienti tra cui una notissima azienda di TELECOMunicazioni.

Il Progetto che abbiamo appena descritto è rivolto alle scuole primarie del Comune di Bologna che avrà in tal modo, immaginiamo, ottenuto dei finanziamenti… quelli che l’ultimo governo ha tagliato alle amministrazioni e soprattutto alla scuola pubblica.

postato da: GabrielParadisi alle ore 16/05/2006 07:27 | Permalink | commenti (10)
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venerdì, 21 aprile 2006

Prego, Maestro…

''Ci sono misure urgenti da prendere''. Il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto al ribasso le stime sulla crescita del Pil per l’Italia mentre quello cinese è cresciuto nei primi tre mesi dell'anno del 10,2%! (malgrado le nubi gialle di polveri tossiche e di sabbia… o magari in loro virtù…).

“Innovazione e flessibilità si devono coniugare per ridare competitività al paese”.

Crescita. Sviluppo. Bisogna crescere. Aumentare i fatturati, aumentare i profitti. E tagliare le spese. Occorre fare “le Riforme” e rivedere il welfare. Eliminare gli sprechi e tagliare i rami secchi, inutili zavorre alla crescita. Freni insostenibili alla corsa sfrenata e lucente verso il… futuro… radioso…

Ecco i binari su cui si muove questa locomotiva impazzita e noi lì, incatenati sopra. Impotenti. Almeno i si-global ci credono. Loro pensano che questo modello porterà più benessere a tutti… E’ proprio vero che l’ignoranza a volte può servire. Perché si soffre di meno, a non conoscere. A non capire.

Assecondando questo modello di sviluppo, tutta la società, quindi la nostra vita tutta intera, deve cambiare, adeguarsi. Devono cambiare le strutture e le forme del lavoro; devono cambiare la sanità e l’erogazione dei servizi. Deve cambiare la scuola!

Il governo uscente (più liberista del prossimo venturo, ma solo di poco), ha varato una riforma della scuola per trasformare i nostri figli in “piccoli imprenditori”, futuri uomini e donne pronti a calarsi nel vortice del mondo globale e della vita … quella cosa tutta piena di lotte e di commerci turbinosi”. Uomini e donne temprati a un’esistenza “ruvida e concreta”, quella “del buon mercante inteso alla moneta”… (il virgolettato è di Guido Gozzano, ndr)

E allora ecco “il portfolio”. E allora ecco le tre “i” (inglese! internet! impresa!)…

Qualche mosca bianca (forse per via delle polveri) comincia però a pensarla diversamente. Qualcuno, stremato da questa corsa senza senso e senza traguardo, comincia a non voler più crescere. Basta! Così, magari con un pizzico di ironia, si comincia a parlare di “decrescita”. Una “decrescita felice” però, che ci consenta di ritrovare la nostra vita, i nostri affetti, i nostri interessi… In questo senso si può partire, forse, anche dallo yogurt o dalla marmellata… Io però comincerei dalla scuola.

 

Pubblico molto volentieri la sua lettera perché esprime esattamente la mia visione, la mia speranza. Il suo sogno è anche il mio. Io ho fatto le elementari negli anni ’60 quando si iniziava rigorosamente il primo di ottobre e quindi sono stato “remigino”. Avevo il grembiulino nero e il nastro al collo. Il bavero bianco e i pennini da intingere nel calamaio incastrato nel banco di legno vissuto. Ho fatto anche le aste e ricordo ancora un libro che si chiamava “Roselline” tutto pieno di disegni geometrici. Erano i tempi del Maestro Alberto Manzi che in Tv (c’era un solo canale) trasmetteva “Non è mai troppo tardi”… Ecco, speriamo che sia proprio vero. Che ormai non sia troppo tardi… che ci sia ancora tempo.

 

 

Una scuola veramente primaria, che dia il gusto del sapere

 

rispondo con gioia alla tua lettera-editoriale del 3 marzo scorso. Permettimi, per il tono della lettera, di darti del tu.Ti rivolgi a me, maestro di scuola elementare (primaria). Con viva soddisfazione mi sono accorto che parli a un maestro, e non a una maestra o a una maestrina, come fanno solitamente i tuoi colleghi quando si ricordano che, nel panorama della scuola, esiste anche la scuola primaria, e non solo i prof. Questi, i prof., nominati sempre con l'abbreviazione e il puntino, quasi non fossero degni di essere chiamati per intero; quelli, i maestri, ridotti a maestrine, come a sottolineare che la scuola primaria è una succursale del nido familiare e che in fondo possono insegnarci tutti: che ci vuole a fare qualche dettato e a fare scrivere qualche pensierino? Dunque,il primo grazie è perché vedo riconosciute le mie caratteristiche biologiche; il secondo perché non hai usato il diminutivo. Sono a risponderti. Mi chiedi qual è il mio ruolo oggi, quando non ho più la gestione esclusiva della classe, ma la condivido con due-tre colleghi. Mi sarei aspettato questa domanda qualche tempo fa, visto che dal 1990 nella scuola primaria lavoriamo in team, e semmai la Moratti voleva portarci indietro, al maestro unico. Da quando condivido la classe con altri, sono più felice, perché posso dividere il peso educativo, confrontarmi, esporre i miei dubbi, accorgermi di visioni pedagogiche e soluzioni diverse. Anche i bambini sono più felici: hanno più modelli a cui riferirsi e, se il team è unito, imparano presto che le diversità si possono integrare e illuminare a vicenda, e dunque arricchire.Il gruppo dei docenti diventa modello di ciò che significa lavorare in gruppo a un obiettivo comune, e oggi, nella società dell'individualismo, l'esempio vale assai più di qualsiasi predica. Ciò che ci schiaccia è invece la burocrazia: un malinteso concetto di efficacia ed efficienza si è infiltrato nella scuola come un cancro silenzioso. Dobbiamo rendere conto di tutto, documentare tutto, aderire a tutto. Si è fatta strada l'idea che nella scuola debba entrare tutto. Io questa idea la rifiuto con sdegno. Nella scuola non si può fare ogni cosa: dall'educazione stradale, a quella alimentare, a quella sessuale, in una moltiplicazione delirante di iniziative e progetti che snaturano la scuola. Per di più ricattatori: se fai il progetto, avrai i soldi, se no t'arrangi con quelle briciole che passa il convento. La scuola deve dare gli strumenti del sapere e, rendendoli significativi per i bambini di oggi, parlare al loro cuore cuore e non solo al loro cervello, insegnar loro a condividere un progetto imparando a stare con gli altri, dando il proprio contributo insostituibile. La scuola ha un solo progetto, come dice Andreoli nella sua bellissima Lettera a un insegnante, ed è insegnare a vivere. Non può correre dietro a tutte le mode, non può supplire tout court alle mancanze della società e delle famiglie, non può trasformarsi nel supermercato degli apprendimenti, dove ognuno prende quel che vuole e dove tutto si infila disordinatamente in un grande carrello. Io maestro ho un sogno, I have a dream: essere lasciato un po' in pace, a occuparmi di ciò per cui ho scelto, un quarto di secolo fa, questo lavoro: i bambini, la preparazione delle lezioni, il confronto con i colleghi su come agire su quel bambino concreto, in cui magari fatico a entrar dentro. Sono stanco di riunioni inutili e mortificanti, di progetti pomposi che nascondono il nulla, di parole altisonanti che definiscono il niente. Vorrei che la mia scuola tornasse primaria. Non primitiva, non semplicistica, beninteso, ma primaria: che dà le basi, che fonda il gusto per il sapere, che non scimmiotta un'azienda, che non produce il consumismo dell'apprendimento, che non moltiplica gli stimoli, perché i bambini ne hanno troppi e vi si perdono, ma insegna loro a selezionarli e a significarli, e dà per prima l'esempio. Questa, caro Aldo, è la scuola che vorrei, e mi piacerebbe anche poterne parlare più a fondo con te e con i colleghi del tuo giornale sempre così attento alle tematiche dell'educazione.

Non voglio rubarti altro tempo. Ti saluto con affetto.

Gabrio Monti, maestro elementare, Forlì

 

Carissimo Aldo Viviano,

 

 

 

Ho ricevuto da un caro amico dei miei anni migliori, un fratello, una bella lettera pubblicatagli su L’Avvenire del 24 marzo in risposta ad un articolo di Aldo Viviano. Gabrio è un Maestro di quelli veri, con la M maiuscola. Di quelli che sanno quando ci vuole l’apostrofo e che in una forma verbale riconoscono la radice e la desinenza (o flessione) anche quando il verbo contiene il gruppo GL. Un Maestro da 25 anni e più che sa portare anche Leopardi e la meraviglia de L’Infinito ai suoi bambini… bambini… bambini…

postato da: GabrielParadisi alle ore 21/04/2006 10:56 | Permalink | commenti (4)
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