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Le anime belle

La sensazione rimane quella già a suo tempo espressa.
Malgrado il desolante stato in cui versa oggi il pianeta, da qualsiasi lato lo si guardi (ambientale, economico, politico), esistono ancora anime candide assolutamente fiduciose sulle “magnifiche sorti e progressive” del liberismo.
Essi credono che il benessere delle genti possa scaturire come d’incanto dall’applicazione delle leggi di mercato che peraltro, secondo loro, leggi ne deve avere ben poche.
Il mercato deve potersi sviluppare senza “lacci e lacciuoli”. Gli “spiriti animali” devono potersi esprimere in assoluta libertà perché l’ “egoismo di pochi fa il bene di molti… “ (S.B.).
Se ci sono parti del mondo dove questo fantomatico benessere non sembra essere ancora giunto, luoghi in cui prevale la fame, la povertà e la malattia, secondo loro è solo perché colà non si sono ancora spalancate le porte alle meraviglie del mercato e alla conseguente dilagante “modernità”.
Sussistono in quei luoghi di miseria e disperazione ancora comunismi (!?) e statalismi, in quei luoghi v’è ancora chi s’oppone alle privatizzazioni e alle liberalizzazioni di tutti i beni, servizi compresi. Per loro tutto ciò è incomprensibile. Le anime candide non concepiscono che qualcuno non voglia lasciare per esempio l’acqua, bene primario, in mano a privati che potrebbero toglierne l’erogazione se vedessero i loro interessi messi in dubbio (Sud Africa 2001).
Per costoro, le anime candide, la bella epoque del liberismo, non è finita, e i paesi del nord del mondo nei quali sopravvive qualche forma di welfare o di stato sociale che dir si voglia, sono destinati a decadere e finire essi stessi in povertà (come un qualunque paese “sudamericano”) se non smantellano prontamente tutto ciò che resta a frenare le libere iniziative e le libere intraprese.
La lotta è su due fronti. Nel sud grazie a WTO, Banca Mondiale, FMI si opera negli appositi “round” per vincere le resistenze dei paesi poveri e far dilagare il liberismo; nel nord si destrutturano i residui di stato sociale… per far dilagare il liberismo.
Attenzione, quando parlo di anime belle, non sto parlando di esponenti di primo piano del cosiddetto ”Impero”: “poteri forti”, petrolieri, lobbisti, coloro i quali insomma avrebbero certo da perdere se prevalessero politiche di sviluppo più umane e “sostenibili”. Se a ribadire con fermezza la bontà del liberismo fossero, come sono, solo i neo-con americani, o i vertici delle grandi imprese transnazionali, o al limite qualche “magnate al governo”, sarebbe comprensibile. La cosa curiosa è che a farlo ci sia uno stuolo di acuti pensatori che fungono da amplificatori e divulgatori del “verbo”. Rincalzi insomma, apparentemente convinti della bontà delle loro affermazioni. Senza che un dubbio s’insinui mai per un solo attimo nelle loro lucide menti. Con tutto il rispetto costoro appaiono “utili idioti” (sto solo parafrasando uno di essi), che probabilmente per un piatto di lenticchie, hanno venduto il “senno al diavolo”. Vorrei crederli in buonafede ma fatico a trovare giustificazione ad affermazioni del tipo:
“Ma nella mentalità dominante da queste parti (cioè negli USA, ndr) la disuguaglianza è considerata un portato naturale di una società sana e vibrante. Voglio dire che è proprio questa disuguaglianza ad accendere il clima di competition che è poi la molla della grande vitalità del sistema americano. Qui ognuno si fa da solo. Non attende aiuti, sussidi, interventi pubblici. Si dà da fare al limite delle sue possibilità per sopravanzare il prossimo… Ma questa continua corsa al sorpasso fa parte del challenge, della sfida con gli altri e con se stessi”. (Cesare De Carlo)
La Disuguaglianza un Portato Naturale (!?)... Competition (!?)... Challenge (!?)... Sopravanzare il Prossimo (!?)”… Il vocabolario di De Carlo, mi chiedo, si concilia con l’Uomo? L’idea di uguaglianza è quindi sbagliata in sè? D’accordo se ad usare questo termine è il “comunismo”, ma allora è sbagliato anche il “cristianesimo”?
Ma come si possono dimenticare le decine di milioni (decine di milioni) di cittadini americani poveri in canna e senza speranza alcuna, solo perché neri o ispanici, perché incolti ed esclusi? Come si possono ignorare le moltitudini che non hanno accesso ai beni primari solo perché esterne al ciclo del sistema, toccate solo dallo sfruttamento delle loro risorse ma lasciate a vivere di stenti perché non funzionali al business?
De Carlo commette anche un errore pacchiano. Dice che negli USA nessuno attende sussidi e interventi pubblici. Nessuno tranne gli agricoltori che così possono vendere le loro merci più a buon mercato nel sud del mondo facendo saltare le già precarie economie locali (dumping).
Il ragionamento di De Carlo poi (che non perde occasione per ricordarci che vive a Washington, in un attico… I suppose, no di certo in qualche suburra maleodorante), parte dal presupposto che il mondo sia perfettamente giusto. Che i meriti delle persone vengano sicuramente accertati e riconosciuti. Che non esistano monopoli, lobby, interessi e che quindi le potenzialità di ciascuno possano esprimersi in totale ed idilliaca libertà. E se anche, per assurdo, questo mondo dovesse esistere, mi domando, che posto spetterebbe a coloro i quali non hanno nessuna capacità da esprimere? Gli inetti, gli ignavi o chi semplicemente non ha qualità di sorta o non vuole mostrarle, che fine farebbe in questo mondo “algido e perfetto”? Non pervenuti. Semplicemente non sono contemplati nella visione di De Carlo e delle altre anime belle: “La perequazione sociale è una cazzata pazzesca. Chi la insegue e la predica perde il suo tempo a inseguire una utopia bocciata dalla storia. W la meritocrazia, no al livellamento”. (Felice Manti)
Altro “libero pensiero” di “libero pensatore”:
“Il mondo delle moltitudini soffre per il suo medio evo, la sua colpevole incapacità di produrre anziché mendicare… La globalizzazione per me è ottima, anche gli OGM sono squisiti e salveranno il mondo dalla fame, la povertà esiste per la satrapia e l’arretratezza dei Paesi e delle civiltà che rifiutano il mondo moderno e non siamo noi colpevoli della loro sofferenza… dobbiamo impegnare una quota della nostra ricchezza e della nostra tranquillità, andando a portare loro i fondamentali della democrazia e dell’economia”. (Paolo Guzzanti)
Non abbiamo colpe???
Il sindaco di Londra Ken Livingston, dopo gli attentati di luglio disse con grande coraggio che non si può dimenticare quale sia stata la politica occidentale in Medioriente, vale a dire “ottanta anni di ingerenza” a causa del petrolio, concludendo “se i britannici fossero così oppressi come i palestinesi lo sono da Israele anche noi avremmo compiuto un gran numero di attacchi suicidi”. Ma Livington si sa, è un comunista e quindi quello che dice non conta. Anzi, conferma la tesi. I comunisti si oppongono al progresso, sono d’intralcio allo sviluppo dell’umanità; perseguono un disegno illiberale di dominio del mondo.
Ecco quindi che Paolo Guzzanti, detentore di Verità, in questa logica riesce ad inserire e a giustificare anche l’esportazione della democrazia e del modello economico liberista.
Se poi lo si fa a suon di bombe e di mine, niente di male, del resto il PIL comunque cresce e ciò è cosa buona e giusta a prescindere…
Ora Guzzanti è particolarmente impegnato in queste settimane a seguire con impeto le sue piste e i suoi obiettivi “…pensiamo al futuro e pensiamo a questo mese di gennaio durante il quale io intendo sparare alcune delle principali cannonate…”, dice nell’augurio di Buon anno ai suoi fedelissimi nell’apposito Forum pensando a Prodi (Mortadella), Fassino (Cicogna) e a tutti gli altri portatori di “miseria, morte e terrore”.
Guzzanti deve dimostrare, prima del 9 aprile (il tempo stringe), che i comunisti esistono ancora e che sono pericolosi. Che i comunisti sono dietro alle peggiori nefandezze avvenute nella nostra sfortunata repubblica e la storia recente va riscritta integralmente: la storia delle BR e del rapimento Moro, ad esempio, la strage di Ustica e la strage alla Stazione di Bologna…Appena sarà passata ‘a nuttata e avrà un po’ di tempo gli chiederò se gli piacerebbe veramente assaporare qualche bella fragola geneticamente modificata con l’introduzione di sequenze di DNA di qualche pesce artico al fine di renderla resistere alle basse temperature (una pratica certo imparata direttamente da Madre Natura…); gli chiederò se assaggerebbe volentieri i piselli OGM prodotti in Australia resistenti al 100% alle infestazioni da parte degli insetti, ma che producono nelle cavie (per ora topi) infiammazioni ai polmoni…; gli chiederò cosa pensa della tecnologia Terminator della Monsanto e della sua variante Traitor (escogitata non per coprire con esile velo la vergogna per aver solo immaginato la prima delle due, ma per bypassare gli impedimenti posti alla realizzazione dell’irrinunciabile e supremo “Profitto”…); gli chiederò se trova una spiegazione plausibile ed accettabile a tutto ciò e se, in queste logiche, ci trova veramente lo spirito per “salvare il mondo dalla fame”…
SUD AMERICA vs USA

Cesare De Carlo, come aveva promesso, ha risposto nella sua rubrica sul Resto del Carlino "Made in Italy", alla mia lettera del 14 novembre, in cui contestavo alcune sue affermazioni sull'America Latina e la fiducia sfrenata che sembra nutrire per le ricette neo-liberiste. Un altro lettore, Daniele Ruozi di Reggio Emilia, che aveva espresso grosso modo le stesse mie perplessità ha ricevuto anch'egli risposta nella medesima rubrica pubblicata sul Web venerdì 23 dicembre. Tale risposta di De Carlo integra quella a me indirizzata. Di seguito riporto i testi di questi interventi. Mi riservo in un secondo momento una replica approfondita, sembrandomi, le risposte di De Carlo, particolarmente superficiali e insoddisfacenti.
[vedi]...Ora se cortesemente vuole rispondermi, motivando magari in maniera più esauriente il suo pensiero gliene sarei veramente grato. Cordialmente, Gabriele Paradisi
E' il welfare che fa la differenza
Certo che le rispondo, anche perchè la sua critica è bene argomentata, ma purtroppo – mi lasci aggiungere – basata su alcuni errori di prospettiva. Per esempio: se è vero che le società europee sono più sensibili al solidarismo e alla giustizia sociale, è altrettanto vero che non crescono affatto. Voglio dire che da un decennio non producono più ricchezza. E sa perché? Perché i costi di quel welfare sono diventati insostenibili e non ci consentono di dedicare mezzi sufficienti alla ricerca scientifica e all’innovazione tecnologia. Senza dei quali, confrontati come siamo con la concorrenza sleale della Cina, non ci può essere creazione di nuovi posti di lavoro e dunque di nuova ricchezza. Senza nuova ricchezza non ci saranno maggiori entrate fiscali e tutti, ma proprio tutti, saremo più poveri. E’ quanto sta accadendo in Italia. L’Italia è al penultimo posto in Europa, prima della Grecia, come numero di investimenti stranieri. Che significa? Significa che il capitale internazionale non ha fiducia nel nostro Paese, che è scoraggiato dalle sue lentezze, dall’inefficienza del suo apparato pubblico, dall’eterna conflittualità, dalla corruzione, eccetera, eccetera. Questo declino mi ricorda molto quello di tanti Paesi dell’America Latina, loro più di noi intossicati da un’ideologia anacronistica e paralizzante. Ecco perché con riluttanza azzardo spesso il paragone con il Sudamerica. L’Italia si avvia a diventare l’unico Paese sudamericano d’Europa (l’Italia, non la Spagna che pur ha colonizzato mezzo emisfero americano). E il Cile da lei citato si rivela sempre più l’unico Paese europeo del Sudamerica. Questi sono fatti. Tutto il resto sono chiacchiere.
ECONOMIE A CONFRONTO "Il mercato non può che essere libero"
Egregio Cesare De Carlo,
chi le scrive è un cittadino italiano che ha letto oggi un suo articolo pubblicato sul Resto del Carlino e avente oggetto le recenti proteste antiamericane, ma sarebbe più corretto dire antimperialiste (per chiamare le cose con il loro vero nome, che al giorno d´oggi sembra quasi vietato pronunciare), avvenute a Mar del Plata in coincidenza con il IV Vertice delle Americhe.
Ciò che è avvenuto in questo lontano lembo di terra non le avrà sicuramente fatto piacere; lo si nota abbastanza chiaramente dal tono e dagli argomenti utilizzati nel suo articolo. E´ perfettamente legittimo; ognuno ha diritto di avere e professare le proprie idee, per quanto strampalate siano. Quello di cui non si ha diritto, giornalisticamente parlando, è il disprezzo e l´insulto con cui Lei apostrofizza i contestatori (tutti i contestatori, non solo chi ha provocato disordini, badi bene), chiamandoli "idioti".
Per la grave colpa di non aver ancora compreso la "bontà del libero mercato" (parole sue).Dimenticando, o fingendo di dimenticare, che queste persone, la "bontà del libero mercato" la vivono quotidianamente sulla propria pelle; da anni. A lei sembrerà strano, oltre che ingrato, ma forse proprio perché conoscono questa "bontà" così bene e ne pagano ogni giorno i suoi effetti sulla propria pelle, che ne hanno abbastanza.
Non mi risponda con la solita tiritera che la colpa della miseria atavica di queste popolazioni risiede nella corruzione della sua classe dirigente e non nelle ricette taumaturgiche del liberismo. Si dimenticherebbe infatti che questo continente, nella sua interezza, in meno di 80 anni, si è trasformato da un continente di immigrazione (cioè dove anche gli europei andavano a cercare fortuna) a un continente di emigrazione. Emigrazione tragicamente aumentata nel corso degli ultimi venti anni; guarda caso proprio da quando sono state applicate le ricette neoliberiste, in quasi tutti i paesi.
Saranno stati tutti corrotti?
Cordiali saluti.
Daniele Ruozi. Reggio Emilia
P.S. già una volta ho avuto il piacere di scriverle in merito a questo argomento ma non ho avuto il piacere di ricevere risposta; ciò mi ha ingenerato il sospetto che in realtà lei non esistesse; sospetto alimentato peraltro dalla, diciamo così, bizzarria degli argomenti da Lei portati; mi dicevo: "no...non può esistere veramente una persona così....". Stavolta spero di essere smentito da una sua risposta.
E invece esisto. Con la conferma le rinnovo però le mie scuse. E’ possibile che nella quantità di lettere, alle quali ahimè rispondo sempre con troppo ritardo, la sua sia andata perduta. Me ne dispiace.
Dunque: le ricette neoliberistiche avrebbero impoverito l’America Latina. Scusi, ma lei conosce una ricetta diversa per far progredire una società, per favorire la diffusione del benessere, per salvaguardare con la giustizia sociale l’altrettanto sacrosanto diritto individuale di esprimersi, darsi da fare, realizzarsi in quanto – grazie al cielo – non siamo tutti uguali e non dobbiamo tutti vivere alla stessa maniera?
Una volta ce n’era un’altra di ricetta, quella collettivistica alla sovietica e sa come è finita. Poi c’era una ricetta a metà strada, quella delle socialdemocrazie europee, la ricetta scandinava. Ma è stata sfrondata abbondantemente negli anni Ottanta quando ci si è accorti che costava troppo, che le tasse per mantenerla in vita erano troppo alte e che aveva tolto al cittadino la voglia di muoversi da solo.
L’America Latina è passata da terra di immigrazione a terra di emigrazione (ogni anno 6-700 mila latino-americani entrano legalmente o illegalmente nel territorio degli odiati gringos del nord) per il motivo opposto a quello da lei citato. Non perché il liberismo importato volontariamente (badi bene) dagli Usa non abbia funzionato, ma perché è stato copiato male e contaminato dall’endemica corruzione che – tanto per citarle un esempio recente – ha finito per contagiare anche un ex sindacalista apparentemente duro e puro come Lula in Brasile.
Caro Ruozi, si rassegni, il mercato non può che essere libero. Se non lo è, non è più mercato e urta contro la condizione naturale dell’uomo che è quella di speculare (verbo nobilissimo) sulle proprie capacità e sulle opportunità offerte dal prossimo. In uno spirito di sana e naturale competizione e nel rispetto delle leggi.
Cesare De Carlo
Cesare De Carlo
C’è un tempo per la semina, uno per il raccolto… (Ecclesiaste)

Sul Carlino di ieri (domenica 18 dicembre 2005) era riportato un faccia a faccia tra Cesare De Carlo e Massimo Fini. Il tema della discussione era se in democrazia debba esistere il reato di opinione. Sostanzialmente i due commentatori concordavano.
Cesare De Carlo "…la democrazia si difende meglio con il libero dibattito delle idee per aberranti che esse possano essere".
Massimo Fini "Una democrazia deve accettare la diffusione anche delle idee piu’ aberranti o che le paiono tali. E’ il prezzo che paga a sè stessa."
Fini poi aggiungeva: "L’unico discrimine è che le idee non vengano fatte valere con la violenza."
L’altro ieri Mario Borghezio pare sia stato picchiato sul treno Torino-Milano improvvidamente da lui preso forse con intento provocatorio. Il treno infatti era occupato da qualche centinaio di persone (tra cui ragazzi dei centri sociali del nord est) di ritorno dalla manifestazione tenutasi a Torino contro la TAV in Val Susa.
L’episodio, indubbiamente da condannare senza remore, ci porta però a chiederci: chi a parole (ma spesso come vedremo anche coi fatti) fa affermazioni pericolosamente violente ed estremamente offensive (pur esercitando una legittima libertà d’opinione) non ha alcuna responsabilità nei confronti di chi potrebbe interpretare quelle sue dichiarazioni in senso letterale e passare all’azione o nei confronti di chi, sull’altro versante, si sente in dovere di rispondere (coi fatti)?
Vediamo chi è Mario Borghezio?
Nel 1993 Borghezio prende una multa di 750.000 lire per aver picchiato un bambino marocchino;
Nel 2000 si rende protagonista di una igienica operazione di disinfestazione razziale. Salito sull'Intercity Torino-Milano (chi di treno ferisce, di treno… ndr), con i suoi valorosi e coraggiosi sodali in camicia verde ed individuato uno scompartimento occupato da prostitute nigeriane, si esibisce in una spettacolare operazione di "pulizia etnica" spruzzando detergente e deodorante sulle malcapitate e sui sedili dove sedevano. Telepadania riprende con orgoglio;
Nel 2002 viene condannato a 8 mesi (poi 2 mesi e 20 giorni commutati in multa di 3000 euro in Cassazione) per l’incendio che il 1° luglio del 2000 appiccò sotto il ponte Principessa Clotilde a Torino. Il rogo divampò al termine di una manifestazione antidroga. Dopo aver inneggiato contro gli spacciatori extracomunitari che affollano la zona, una decina di manifestanti guidati da Borghezio si staccarono dal piccolo corteo ed improvvisarono una specie di “ispezione” lungo le rive del fiume. Brandendo fiaccole e torce elettriche alcune “camicie verdi” (Borghezio in testa), si spinsero al di sotto del ponte Principessa Clotilde, dove all´epoca si rifugiavano parecchi extracomunitari, appiccando il fuoco alle baracche.
“Vogliamo usare il vostro linguaggio, mafiosi di Roma, é un avvertimento mafioso alla libera autodeterminazione dei cittadini di Novara e dei cittadini liberi della Padania… non é igienico che l’ex segretario innominabile di Novara (il solito terronaccio paracadutato dal governo di Roma, ndr) si presenti alla prossima seduta del Consiglio comunale. Per usare il vostro linguaggio, mafiosi di Roma, questo é un avvertimento! “ (dichiarazioni del 18 ottobre 1996, Ordinanza 150-2000 e Sentenza n. 51–2002 Corte Costituzionale)
Dal celebre “discorso della palandrana”: “queste brutte barbe (i musulmani, ndr), questi pupazzi con la palandrana, un giorno o l’altro li prendiamo per la barba e li cacciamo via a calci in culo“.
Sul compagno di partito Boso quello che voleva prendere le impronte dei piedi ai neri, voleva farli votare sul Monte Bianco, e aveva chiesto l’apartheid ferroviaria, disse: «Boso è il tipo umano del padano, un po’ ex carabiniere un po’ boscaiolo, un po’ cacciatore, un po’ uomo libero... Piace per questa sua natura ruspante e genuina, spesso anche ruvida, grezza, espressione indubitabile di una realtà viva, vorrei dire boschiva… All’inizio ci confondevano. Lui è meno parole e più fatti. Io con le mie interrogazioni feci togliere la scorta a Sgarbi, lui lo prese a calci nel sedere. Marciamo divisi e colpiamo uniti».
Sul sindaco di Erba, Enrico Ghioni, dell'Ulivo, che aveva fatto rimuovere una stele con il sole delle Alpi e la scritta "Piazza Padania" posta dai leghisti nella piazza della stazione, già Piazza Roma, Borghezio disse: «Il sindaco di Erba ringrazi Iddio che la Padania non è la Corsica, dove, se un sindaco filofrancese osasse attuare uno sgarbo del genere al sentimento della popolazione locale, finirebbe sicuramente di vivere».
Ad un raduno della Lega Nord a Voghera, Borghezio e i suoi sostenitori recitarono quella che loro chiamano «la preghiera dello zingaro», che dice: «un bel milione dacci al mese, tanto il Comune non ha altre spese, dacci una casa con priorità, perché siam nomadi ma restiamo qua, non vorremmo però essere "gasati" dai Vogheresi oggi un po' incazzati». Il testo era stato fatto opportunamente circolare su dei volantini.
"Sono venuto molto volentieri, ma per quanto mi riguarda questa è l'ultima manifestazione senza bastoni. Cominciamo a dare segnali, e un bel segnale è una scarica di legnate; controlliamoli noi con delle ronde questi posti, e siccome sono luoghi impervi appoggiamoci a sostanziosi bastoni” (Villa Spada, Bologna 24 giugno 2005).
Sabato 29 Ottobre 2005 "Musulmani fondamentalisti vaffanculo… Non c'è pietà per nessuno, verrà il giorno della resa dei conti, e si scoprirà che c'è una Lega dura… Prendiamo esempio da quei Paesi europei dove chi sbaglia viene preso a calci anche dalle vecchiette!"
Non dimentichiamo che costui è stato anche sottosegretario (alla Giustizia) della Repubblica Italiana. Nei governi di Centrodestra.
E ora, per non farci mancare nulla, vediamo una piccola (incompleta) carrellata di serene dichiarazioni del (dis)onorevole Borghezio…
Rivolta

Massimo Fini scrive nel suo blog: “La rivolta delle banlieu parigine non si ammanta delle vecchie ideologie di sinistra o di destra. E' una rivolta e basta. Non segnala nemmeno, come vorrebbe qualcuno, il fallimento dell'integrazione etnica e culturale, ma piuttosto quello di un modello di sviluppo che, dopo essersi dimostrato devastante sul piano esistenziale e sociale, sta facendo bancarotta anche nel campo in cui ha puntato tutto: l'economia. Per il momento, la rivolta viene principalmente da immigrati magrebini di seconda e terza generazione, ma prima o poi contagerà anche giovani e meno giovani occidentali a tutti gli effetti, poveri ma anche benestanti.
Perchè questo modello ci sta opprimendo tutti e nessuno crede più alla bella favola modernista e industrialista che ci è stata raccontata sia dai liberali che dai marxisti”.
Il 13 novembre sul Resto del Carlino Quotidiano Nazionale aveva sostenuto un “Faccia a Faccia” con Cesare De Carlo sullo stesso argomento: “Io trovo la rivolta delle banlieue molto interessante. Perché è apolitica, aideologica, areligiosa e non ha origine nemmeno nell’emarginazione e nella miseria, perché le banlieue parigine non sono affatto miserabili, ma ben ordinate, fornite di tutti i servizi e collegate al centro da un’ottima rete di metrò. E’ una rivolta e basta. Contro il “sogno occidentale” sognato dai loro genitori e che questi giovani magrebini, ormai francesi, hanno capito che chiede prezzi esistenziali sempre più alti, per non dare nulla in cambio, tantomeno quell’equilibrio e quell’armonia di cui hanno memoria dai genitori quando vivevano nei loro pur poveri Paesi. Ecco perché la furia si scatena su scuole, autobus, servizi della banlieue, cioè proprio sui simboli del loro relativo benessere. Questa rivolta potrebbe estendersi anche ai giovani europei, della periferia e non, che a differenza dei ragazzi magrebini non hanno memoria di una vita più povera ma più semplice, equilibrata, serena, sensata e umana. Ma intuiscono anch’essi che deve pur essere esistito un mondo meno stressante e insensato di quello che gli viene presentato come il “migliore dei mondi possibili””. (Massimo Fini)
“Caro Fini, è certamente vero che l’esplosione della violenza in Francia non è religiosa, né politica, né ideologica. Per una volta non staremo a discutere di Islam, di terrorismo e di democrazia esportata. E’ anche vero che le banlieue parigine non sono affatto ghetti di squallore e di miseria. Ma non è più vero, almeno a mio parere, quando attribuisci al sogno di una via ancestrale e serena, benché povera e comunque mai conosciuta, la rivolta dei ragazzi magrebini. No. Non è il sogno a infiammarli e a infiammare di notte le città francesi. E nemmeno la frustrazione dello stress cui li costringe il “migliore dei mondi possibile” (il nostro), ma esattamente il suo contrario. E’ la rabbia di non farne parte. E’ l’emarginazione, lka consapevolezza – come ha detto alla CNN un giovane marocchino – che se ti chiami Rashid troverai tutte le porte chiuse. Questa è la grave, tremenda responsabilità dei governi francesi, di destra come di sinistra. La Francia si conferma il Paese più razzista del continente. Altro che melting pot all’americana! Con quale credibilità poteva impartire all’America lezioni di integrazione razziale?” (Cesare De Carlo)
Io concordo completamente con l’amara visione di Fini. Il problema penso sia molto più grave di quello che cercano di raccontarci. Penso anche che taluni non siano nemmeno in malafede, il fatto è che non hanno proprio capito. Cesare De Carlo, per esempio, che non riesce nemmeno per un istante a mettere da parte il suo filoamericanismo sfrontato e a ragionare freddamente sui temi della globalizzazione (vedasi “Quegli idioti dei latinoamericani”). De Carlo riporta tutto il problema al “banale” concetto di razzismo: “La Francia si conferma il Paese più razzista del continente…. Con quale credibilità poteva impartire all’America lezioni di integrazione razziale?”. Nessuna considerazione sul fallimento di questo modello di sviluppo… No, queste persone, credo proprio che non abbiano capito quello che sta avvenendo. E’il sistema intero che sta decomponendosi e queste rivolte temo siano solo le prime avvisaglie di un disastro ben più grave che, ahimè, ci aspetta. Le aree di povertà e di precarietà stanno aumentando sempre più e nessuno cerca di porvi rimedio. Non è più solo una questione (peraltro seria) di immigrazione più o meno clandestina, ma sono intere fasce di cittadini integrati che vengono risucchiate nel vortice dell’incertezza. Porto una testimonianza diretta. Mi capita di lavorare anche, non solo per fortuna, con multinazionali. La loro politica sta distruggendo il tessuto economico del nostro paese e nessuno muove una foglia. Siamo già al secondo livello della devastazione: le multinazionali non solo con i loro prodotti (talvolta sicuramente di buona qualità) hanno conquistato i mercati uccidendo le nostre produzioni locali, ma adesso stanno imponendo anche le loro politiche di vendita e di distribuzione. Da un paio d’anni la società con cui opero, sta fatturando direttamente i prodotti e i servizi ai clienti finali trovati da noi, che siamo quindi assimilati a semplici agenti o account manager (esterni ovviamente). Dieci anni fa eravamo più di cento società rivenditrici sul territorio nazionale, oggi siamo rimaste solo in due. Per quanto tempo ancora? Hanno sistemi web sofisticatissimi per controllare e gestire il “loro” parco clienti (CRM Customer Relationship Management), a cui noi partner, accediamo, bontà loro, tramite username e password, per inserire prospect, opportunities, forecast, ordini. Non c’è da farsi illusioni. Il giorno che non si riuscirà a sostenere più i loro ritmi e i risultati richiesti, o il giorno che decideranno semplicemente di colpo di aumentare i loro profitti cassando le provvigioni, verremo spenti… E non è un discorso che riguarda solo le multinazionali. Queste regole, che io chiamo neo-liberiste, e che prevedono una crescita sempre e comunque del fatturato, degli utili, stanno prendendo piede anche presso le nostre aziende. La legge del “quarter” (praticamente un check trimestrale per vedere se gli obiettivi dati sono stati raggiunti) sta seminando il panico. Taluni si inventano vendite, pur di raggiungere la quota, sperando poi che si avverino… E’ lo stesso principio che ha distrutto Enron, World.com… Le severe leggi americane promulgate dopo quegli scandali hanno colpito l’illegalità di azioni (un possibile effetto), ma non hanno intaccato il meccanismo che le ha indotte (la causa). Ho conosciuto decine di professionisti preparati, macinati da questo modello; utilizzati, spremuti e poi gettati, a quarant’anni o giù di lì (forthy something), senza grandi prospettive di futuro. Dietro ciascuno di loro c’è spesso una famiglia, che diventata improvvisamente una famiglia “povera”, senza garanzie e con un futuro lungo e incerto. Dietro di loro c’è una compagna, ci sono dei figli. Quei figli, un giorno non lontano, potrebbero mettersi “le scarpe da tennis e un passamontagna nero”; quei ragazzi un giorno non lontano, potremmo vederli “ritti su un auto rovesciata e dietro una città ardente”…
Quegli idioti dei latinoamericani

I negoziati per creare l'Area di libero commercio delle Americhe, ALCA o Ftaa, tenutisi a Mar del Plata in Argentina i primi di novembre, sono falliti, anche grazie alla mobilitazione di migliaia di persone e di movimenti non solo locali. Il presidente Bush in persona era sceso a Mar del Plata per cercare di convincere i capi di stato dei paesi del sud. Invano. Vediamo a grandi linee cosa prevedevano questi accordi (dal sito della Caritas Ambrosiana): "L'obiettivo centrale di questi accordi di commercio multilaterali è di garantire e proteggere gli investimenti esteri e, a tal fine, si stabilisce una lista di tutto ciò che i paesi non possono esigere dalle imprese straniere.Per esempio non si può obbligarle, le imprese straniere, ad utilizzare mano d'opera nazionale, materie prime locali o a reinvestire i loro profitti nel paese dove si insediano.
Inoltre, se uno Stato pregiudica un investimento estero, dovrà pagare all'impresa un indennizzo non solamente per l'investimento da questa realizzato, ma anche per i futuri profitti persi. Un'impresa che si senta danneggiata da una disposizione legale di un paese può chiamare tale paese a giudizio di fronte a un arbitrato internazionale, alle cui deliberazioni la società civile e la stampa non possono essere presenti. Il grosso pericolo di questi strumenti consiste nel fatto che il loro contenuto non si limita a regolare il commercio ma si estende a ben altri temi come i servizi, la proprietá intellettuale e gli acquisti dello Stato. In termini di servizi si prevede che le imprese transnazionali ricevano lo stesso trattamento di quelle pubbliche e private nazionali; settore pubblico e privato dovranno competere a paritá di condizioni.
I processi di privatizzazione dei servizi pubblici giá in atto non faranno così che continuare nel loro corso. In tema di proprietà intellettuale tutti i prodotti della conoscenza umana, forme di vita animale e vegetale, le parole e i disegni dei popoli indigeni, potranno essere brevettati, e sottratti così a coloro a cui appartengono veramente. Nel settore degli acquisti dello Stato si permetterà la libera concorrenza tra fornitori internazionali e nazionali. All'interno di questi trattati non si vede nessun meccanismo che permetta alla gente comune di poter far valere i propri diritti di fronte ai danni che possono causare gli investimenti esteri nelle loro comunità, in cambio i diritti delle corporazioni sono totalmente esigibili e con carattere vincolante ". Detto questo, guardate cosa scriveva sul Resto del Carlino (Quotidiano Nazionale) il 10 novembre Cesare De Carlo: " Ma in Sud America il nemico resta l’orco americano. Esiste il perfetto idiota? Sì, esiste, ci assicura in un bestseller Alvaro Vargas Llosa, figlio del famoso romanziere peruviano. Più in politica che nella vita normale. Più nell’America del Sud che in quella del Nord. Una volta ai tempi della guerra fredda, c’era anche in Europa. Lo chiamavano utile, perché era utilizzato dalla propaganda comunista per diffondere la convinzione che i veri, unici, autentici nemici della pace fossero gli USA. L’Unione Sovietica no: le sue divisioni nel cuore dell’Europa le manteneva solo ed esclusivamente per prestare “aiuto fraterno” quando la controrivoluzione minacciava il suo impero. Il perfetto idiota vive oggi in America Latina. Non si è accorto che il mondo è cambiato. Crede nella zavorra ideologica dalla quale in Europa si sono sbarazzati persino i postcomunisti, cioè nel socialismo statalista. Fonte di tutti i mali sono il capitalismo e il mercato libero. Causa dei dissesti e della povertà sono i gringos del Nord. Il perfetto idiota è colui che, durante il recente vertice panamericano in Argentina, è sceso nelle strade. Ha ballato al ritmo del sempre stupefacente Maratona, ha devastato banche e fast food, simboli di colonialismo economico. Ha applaudito al banale populismo di Chavez e non si è chiesto come mai nel suo Venezuela, nonostante i 100 milioni di petrodollari giornalieri, la povertà abbia oltrepassato il 50% della popolazione. Tutto questo non è nuovo. E dunque non sorprende quanto accaduto a Mar del Plata. Sorprende invece che Bush ci sia andato e abbia sperato di vendere ai partenrs latino-americani il suo piano per un’area di libero scambio. Possibile che i suoi consiglieri non gli avessero aperto gli occhi? Sì. E’ possibile. Nell’attuale Casa Bianca il disorientamento è grande. Avrebbero dovuto dirgli: Mister President non ci vada o se ci va non proponga nulla del genere, non riuscirà a convincerli tutti sulla bontà del mercato. Avrebbero dovuto ricordargli che nessuno dei suoi predecessori c’era mai riuscito. Tanto meno Bush il più impopolare presidente americano dell’ultimo secolo, e ora il messaggero sbagliato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ecco perché ai fiaschi di un periodo sbagliato ne ha aggiunto un altro in America Latina ". Ho provato a chiedergli alcuni chiarimenti. Per ora silenzio... " Gentile De Carlo, Ho letto con un certo stupore il suo articolo “Ma in Sud America il nemico resta l’orco americano” sul Resto del Carlino di giovedì 10 novembre. Diciamo che quello che mi ha colpito di più, al di là delle argomentazioni che non condivido in nulla, è il tono, degno, mi permetta, di un neo-con americano duro e puro. Senza incertezze. Lei ad un certo punto dice che una moltitudine di persone (utili idioti) “..non si sono accorti che il mondo è cambiato”. Mi domando, ma lei è sicuro di essersene accorto? Crede veramente ancora alle sorti meravigliose e progressive di questo sistema? Lei porta con una naturalezza disarmante una serie di argomentazioni e di certezze che non sembrano nemmeno sfiorate, lambite, da un minimo dubbio. Dubbio che, a guardare solo l’andamento del mondo negli ultimi quattro-cinque anni, non può non essersi affacciato, magari anche solo un attimo, nella mente di ciascuno di noi. Ricordo che lo stesso Bush, esso sì vero idiota (American Idiot lo cantano i Green Day) in mano alle lobby e a Cheney, vacillò un attimo davanti alle macerie di Ground Zero e gli sfuggì che una seria reazione a quella tragedia avrebbe dovuto prendere avvio dall’eliminazione, una volta per tutte del cancro Israelo-Palestinese, e dall’eliminazione delle enormi sacche di povertà che devastano il Sud del mondo e sono il vero terreno di coltura del terrorismo. Anche a lui, quindi, al Bush dagli occhi porcini e desolatamente ravvicinati in mezzo ad una fronte sfuggente, venne un dubbio che questo modello di sviluppo non fosse proprio l’ideale. Ma fu solo un attimo. Riprese a bombardare allegramente e non se ne parlò più. Ma noi europei, che abbiamo ancora, forse per poco ahimè, società più eque di quella americana, grazie ad una crescita economico-sociale che non ha mai dimenticato del tutto il solidarismo e la giustizia sociale, non possiamo ragionare serenamente su un possibile modello di sviluppo alternativo? Lei dice che il perfetto idiota oggi vive in America Latina (magari ha i tratti somatici indio e vive di stenti in qualche bidonville) e odia l’orco americano. Ora mi concede che alcuni popoli dell’America Latina, “aiutati fraternamente” dagli USA nei decenni scorsi, nutrano qualche diffidenza? Ha letto lei i documenti recentemente desecretati dove si esplicitano le responsabilità americane sia in Cile sia in Argentina nei primi anni ‘70? Io credo poi che anziché parlare di capitalismo e di mercato libero, si debba parlare di neoliberismo, che è un approccio leggermente diverso, se permette. Non crede che gli argentini, ma non solo loro, abbiano legittime perplessità su certe politiche di privatizzazione, liberizzazione, vista la devastazione che hanno prodotto, ad esempio su di loro i mitici Chicago Boys? Insomma il suo pezzo m’è sembrato un po’ debole. Ora se cortesemente vuole rispondermi, motivando magari in maniera più esauriente il suo pensiero gliene sarei veramente grato. Cordialmente, Gabriele Paradisi