martedì, 26 settembre 2006

Salvador, 1982

<<Questo è l’articolo di Paolo Guzzanti uscito su Repubblica il 28 febbraio 1982 e che io avevo descritto in modo falso sulla base di pettegolezzi e calunnie che ho avuto l’ingenuità di raccogliere e pubblicare, omettendo il controllo che mi avrebbe evitato uno sgradevole conflitto con un giornalista dalla professionalità immacolata.
Ho in seguito raggiunto un accordo amichevole basato anche sulla comune stima con Paolo Guzzanti che ha rinunciato a sporgere querela in cambio della verità.
Sono quindi lieto di completare oggi la correzione dell’errore e la sua ritrattazione ripubblicando proprio l’articolo per cui Guzzanti era stato diffamato: niente teste mozze nell’albergo, niente proteste dello Stato del Salvador, nessuna riunione dei giornalisti per stigmatizzare l’operato professionale di Guzzanti, niente di niente>>.

Inoltre, l’articolo che oggi riproduco nel mio blog ricevette il Premiolino del Bagutta, di cui riporto qui la motivazione:

A PAOLO GUZZANTI - PER L' OBIETTIVITA', L'INTERESSE, LA VIVACITA' DELLA SUA LUNGA INCHIESTA SUL SALVADOR E IN PARTICOLARE PER L' ARTICOLO '' LE SQUADRE DELLA MORTE SI PREPARANO A VOTARE'' IN CUI DESCRIVE EFFICACEMENTE LE FIGURE DEI MAGGIORI ESPONENTI POLITICI SALVADOREGNI E NE RIPORTA OPINIONI E PROGRAMMI.
 
Le squadre della morte si preparano a votare
di Paolo Guzzanti (La Repubblica, 28 febbraio – 1 marzo 1982)
 
Tragiche elezioni il 28 marzo: l’estrema destra conta di battere Duarte.
“Contro i comunisti mitra non riforme”
 
San Salvador, 27 – Il signor D’Aubuisson, leader dell’estrema destra, già capo riconosciuto dello squadrone della morte e accusato di aver eseguito torture orribili su molti prigionieri politici, è un uomo di media statura, giovane, magro e scattante. Mentre è al microfono davanti ad una platea di eleganti signore e adolescenti che sostengono la sua candidatura, un uomo armato lo avverte concitatamente che la sede del partito, l’”Arena”, è stata attaccata pochi minuti fa dai guerriglieri in pieno centro, con bombe e raffiche di mitra.
Napoleon Duarte
I suoi uomini lo circondano imbracciando fucili automatici e si precipitano tutti insieme verso la “Cherokee” blindata. Le belle e ricche signore che lo avevano applaudito commosse fino a qualche minuto fa durante un meeting femminile di tradizione nordamericana, appaiono costernate. Noi, che eravamo lì, nella sala banchetti, per tentare un’intervista lo seguiamo a precipizio con un taxi e arriviamo alla sede del partito nazionalista.
Questo raggruppamento politico è certamente il più reazionario, ma anche uno dei più popolari del Salvador. Sarebbe un errore pensare infatti che D’Aubuisson e il suo stato maggiore rappresentino esclusivamente gli interessi dei proprietari terrieri e del padronato che rifiuta la riforma agraria. Al partito di estrema destra gli stessi avversari attribuiscono oggi non meno del 25 per cento dei voti e c’è chi si spinge fino ad aggiungerne altri dieci. Il fatto è che molti campesinos e piccoli artigiani sono schierati con lui in nome della difesa della piccola proprietà privata e dell’anticomunismo più intransigente.
Sul luogo dell’attentato un automobile con i vetri fracassati perde benzina. I colpi di mitra sono visibili ovunque. Gli uomini di D’Aubuisson si schierano in posizione di tiro sui tetti, sotto le macchine, lungo il ciglio dei marciapiedi, dietro le finestre. Sono uomini che vengono dai servizi speciali, superaddestrati, capaci di uccidere senza batter ciglio, come tutti del resto in questo paese in cui la vita di un essere umano vale meno di una tazza di caffè.
Quando siamo entrati nella sede allagata per l’esplosione dei tubi dell’acqua abbiamo camminato su una fanghiglia arrossata dal sangue: quattro persone erano rimaste ferite, una in modo grave. Le eleganti signore dell’estrema destra piangono raccolte in un angolo mentre in strada si riprende a sparare. Con quotidiana naturalezza ci gettiamo tutti per terra mentre si spengono le luci e il silenzio è rotto soltanto dal “clik-clak” delle sicure tolte e dei colpi chiamati in canna. La mitragliatrice qui è l’arma di difesa più diffusa dopo la pistola che è frequente come la penna biro. Dopo mezzora tutto è finito, possiamo alzarci e andarcene, radendo i muri fino al taxi. Nel frattempo sono saltati in aria altri sette autobus e la gente si affolla vanamente alle fermate. Dove si spara c’è chi corre ad avvertire parenti ed amici: “No salgan, es peligroso”, non uscite, è pericoloso, stanno sparando. Revolverate, raffiche e bombe non scuotono tuttavia la normalità che per lo stretto tempo dell’azione.
La malavita intanto approfitta degli attacchi guerriglieri e della confusione delle sigle e delle attribuzioni di responsabilità per compiere ogni sorta di ruberia.
Amici, tassisti, negozianti, ripetono continuamente le raccomandazioni fondamentali; non reagire se ti fermano l’automobile, non dare mai segni di nervosismo di fronte alle aggressioni, consegnare tutto ciò che ti chiedono senza gridare, senza fare gesti bruschi. La vita (e lo ripetono davvero in ogni momento) qui non vale niente. Eppure la gente va al cinema, in ufficio e a scuola; i negozi sono aperti, i semafori funzionano e i vigili fanno le multe per il divieto di sosta.
Poco prima di correre alla sede del partito il signor D’Aubuisson aveva pubblicamente gridato, fra gli applausi generali nell’entusiasmo un po’ isterico: “Mi farò cambiare il nome se una volta vinte le elezioni non riuscirò a liquidare quei delinquenti del Fronte!”. Per ora, tuttavia, quelli del Fronte moltiplicano la loro audacia e gli attentati nella stessa capitale.
 
Parla un ottimo inglese.
“E’ un’assoluta idiozia pensare che per combattere il comunismo si debbano fare riforme sociali”, mi dichiara con stringente logica il presidente della piccola industria. Ed aggiunge: “La sinistra non conta proprio niente, non è neppure in grado di proclamare ed attuare uno sciopero. Possono sparare e terrorizzare, ma il terrore è ormai già assorbito dall’abitudine: vede questa parete distrutta? Vede queste tende lacerate? Anche qui hanno lanciato bombe, es verdad, ma a noi le loro bombe non fanno né caldo né freddo”.
L’uomo è colto e distinto, parla un eccellente inglese, è vestito accuratamente di grigio e parla con proprietà e garbo esprimendo idee che sono condivise dalla grande maggioranza degli uomini d’affari che operano nel Salvador: “La colpa fondamentale è degli americani che non sono ancora riusciti a digerire lo scacco del Vietnam e di conseguenza sono dominati da una generazione di uomini incapaci di difendere gli interessi del loro stesso paese”.
“Quanto al comunismo e ai suoi piani nell’America Latina non c’è spazio per la fantasia e le ipotesi: basta leggere con attenzione il testo che fu approvato alla prima conferenza tricontinentale di Cuba nel 1966 dove sta scritto per filo e per segno che cosa, come, dove e quando sarebbe stato fatto nell’America Centrale per promuovere rivoluzione e comunismo, fino a risalire su, su fino al Messico davanti alle frontiere degli Stati Uniti. Sono loro stessi a dirlo, perché non dobbiamo credergli? E’ inutile che seguitiamo a fornire spiegazioni sociologiche della guerriglia come fanno i gesuiti: la guerriglia, qui come in Italia, come a Cuba con Castro e con Guevara, non parte mai dai contadini e dai poveri, ma dalla classe media, dagli intellettuali, dagli eversori professionisti che esportano violenza e rivoluzione”.
Va detto che queste posizioni di estrema destra sono, almeno nei programmi, meno reazionarie di quanto non si pensi: gli industriali infatti sono favorevoli alla riforma agraria, alla alfabetizzazione massiccia del paese, al controllo delle nascite e al lancio di una industria di trasformazione sofisticata come quella di Hong Kong e Formosa. La connotazione anticomunista è comunque intransigente e per qualche verso superstiziosa: “I comunisti di questi nostri paesi non sono degli intellettuali europei, ma delle belve assetate di sangue”, ripetono gli operatori industriali. “Forse soltanto i comunisti messicani sono diversi dai guerriglieri marxisti-leninisti e possono essere confrontati con quelli italiani e spagnoli”.
Daremo conto nelle prossime puntate di questa corrispondenza delle opinioni dei leaders clandestini che guidano politicamente e militarmente la guerriglia. Per ora dobbiamo sottolineare che nelle città e per quello che abbiamo potuto vedere e sentire anche nelle campagne, nessuno si azzarda ad esprimere, seppur privatamente, opinioni favorevoli alla sinistra rivoluzionaria. Eppure sono tutti d’accordo nell’attribuire a questo settore dell’elettorato circa il 40 per cento delle simpatie.
Delle simpatie,manon certo dei voti realmente esprimibili perché, come si sa, le sinistre si sono rifiutate di partecipare alle elezioni del28 marzo (ed anzi cercano di impedirle a tutti i costi con le armi) non avendo vista accolta la loro condizione prioritaria: una epurazione radicale nelle forze armate che detengono ininterrottamente il potere da cinquant’anni, o almeno un cambio radicale al vertice. Le forze armate, ovviamente non hanno neppure voluto discutere questa richiesta, visto che il potere ce l’hanno e non danno segno di volerlo cedere, neppure dopo i risultati elettorali.
E’ quindi certo che chiunque coltivi opinioni non diciamo rivoluzionarie ma anche socialdemocratiche, se le tenga accuratamente per sé in modo da evitare guai personali.
Siamo andati a chiedere opinioni e dati nella sede del coordinamento elettorale, un edificio blindato in cui si entra dopo che un indio armato di revolver ci ha perquisito dalla testa ai piedi. Chiedo di parlare con il signor Beltran che èil coordinatore di queste elezioni.E’ un giovanottone simpatico, un po’ corpulento, di idee democristiane, fuggito in fretta e furia dal Cile di Pinochet e approdato alla Democrazia Cristiana di Duarte. Mi conferma la sua sensazione secondo cui l’estrema destra di D’Aubuisson va forte, sempre più forte, e che la Dc di Duarte,pur contando di raggiungere la maggioranza, comincia a sentirsi pesantemente minacciata.
 
Difficile ogni previsione.
Apprendo da lui un dato sorprendente. Nessuno, né qui dentro, né nel palazzo del governo, né al quartier generale militare, ha la più pallida idea di quanti siano i cittadini salvadoregni residenti nel paese, quanti coloro che possono esercitare il diritto di voto, quanti i vivi, i morti, gli emigrati, i rifugiati. Non esiste quindi alcuna possibilità di fare calcoli in percentuale o qualsiasi genere di proiezione.
Giacomo marasso Beltran (italiano di seconda generazione) allarga le braccia e spiega: “Alle ultime elezioni stabilirono che gli iscritti al voto erano due milioni e trecentomila, ma si trattava di cifre di fantasia, fatte per assicurare ampi margini ai brogli. Oggi noi pensiamo che i votanti possano essere piùo meno un milione e seicentomila”.
E i rifugiati, gli scomparsi, gli esiliati, quanti sono? Secondo Giacomo superano un milione, ma è difficile dire perché qui, ci tiene a ricordarmelo anche lui, la vita non vale niente e non esiste una contabilità anagrafica delle nascite, dei villaggi, dei morti e dei vivi. Come fidarsi allora dei dati quando saranno disponibili? Se ne fiderà chi crede, chiunque potrà contestarli. Contro le possibilità di broglio elettorale è stato adottato il sistema del dito timbrato: chi vota dovrà sporcarsi il polpastrello dell’indice con uno speciale tampone di inchiostro indelebile che impedirà la pratica molto diffusa da queste parti di votare due, tre e anche dieci volte.
Si capisce bene che in città se i seggi elettorali potranno funzionare con un minimo di regolarità (ma i guerriglieri promettono bombe alle urne e il blocco di ogni tipo di trasporto urbano ed extraurbano) il loro controllo nei pueblos e lungo la fungaia delle casupole sulla carretera e nella foresta sarà quasi impossibile. E tuttavia napoleon Duarte in persona parte oggi per un meticoloso tour dei villaggi e delle case per raccomandare a tutti i campesinos che si voti, che si inauguri finalmente la democrazia rappresentativa.
Incontriamo Napoleon Duarte nella sua casa presidenziale, dopo aver passato dieci diversi sbarramenti e altrettante perquisizioni. Duarte è un uomo con una faccia aperta e meridionale. Veste un abito blu piuttosto stazzonato, con cravatta di un verde sconsigliabile. E’ agitato, stanco, molto teso. Tutti sanno che il suo potere reale all’interno della giunta militare è bassissimo, benché svolga formalmente le funzioni di presidente della Repubblica. Chi comanda in realtà nel Salvador è un uomo apparentemente di secondo piano, forte ed efficiente: il generale Garcia. Un uomo, quest’ultimo, che diversamente da Duarte non si è mai impelagato nelle sottigliezze del dibattito democratico e delle formule politiche complesse: questo generale ha semplicemente assicurato che qui nel Salvador, lui vivo, il comunismo non passerà mai, né legalmente,né illegalmente.
Napoleon Duarte si affaccia sulla porta: “Negoziati con la guerriglia? Nessuno: non si fanno trattative con chi intanto imbraccia il mitra. Rientrino, le sinistre, nel sistema democratico e noi tratteremo volentieri. No non abbiamo chiesto interventi militari agli argentini ma è naturale che i loro osservatori si preoccupino e chiedano di sorvegliare da vicino la questione del nostro paese. Quanto ai camionisti e ai piccoli proprietari di autobus saltati con la dinamite, non possiamo assicurargli l’appoggio del governo. Non accetto l’equazione fra violenza governativa e violenza guerrigliera: noi ci limitiamo proteggere il popolo e soltanto il popolo ha diritto di dire, con le elezioni, in che modo chiede di essere governato. Il popolo è saggio, non vuole la dittatura, non darà la maggioranza all’estrema destra, a quelli che vorrebbero tornare indietro. La guerriglia e la violenza reazionaria non hanno probabilità di successo.
 
Caccia in picchiata alla periferia.
Mentre così parlava il presidente Duarte, squadriglie di caccia compivano evoluzioni nel cielo di San Salvador e poi picchiavano sulle pendici del vulcano. Là, fino alla zona di San Vicente si stavano svolgendo combattimenti violentissimi. Le cose, dal punto di vista militare, non stanno andando per niente bene alla giunta, anche se non si può parlare di vittorie consistenti da parte della guerriglia.
I ribelli si sono rafforzati potentemente in queste settimane.Ieri le forze governative sono state respinte a Guazapa e un comunicato ufficiale dell’esercito ammette che “En esa zona se està combattendo duramente”.
Abbiamo assistito ad un combattimento nella zona di Suchitoto. I soldati sono stati sbarcati dai camions in una valle di bassa vegetazione dove gli elicotteri avevano visto il passaggio della guerriglia. Ma quando sono arrivati i militari, dei guerriglieri non c’era più traccia, apparentemente. Le milizie si sono appostate dietro arbusti e sassi puntando le armi verso la vegetazione come se vedessero il nemico. All’ordine di un ufficiale hanno aperto il fuoco contro i cespugli, tirando fra gli alberi e nei grandi ciuffi d’erba. Stormi di uccelli gracchianti e coloratissimi si sono levati in volo, una strage di fogliame e di rami, un grande echeggiare di tonfi, schianti, il tac-tac-tac del fucile “G3” tedesco al quale si è aggiunto il tonfo metallico di un mortaio da 81.

I tiri di mortaio erano alla cieca, verso il monte, con la granata che compiva la sua lentissima parabola fino alla linea dell’orizzonte. I soldati hanno avanzato strisciando, il rumore più prepotente è quello del loro respiro affannato e corto per la tensione,la fatica,la paura. Il fronte dell’avanzata militare è lungo più di due chilometri. Ed ecco che dalla macchia arriva la risposta: raffiche brevi e continue delle numerose armi di cui dispone la guerriglia, e cioè: il Fal belga, il Galil e l’Uzi israeliani e il notissimo M-16, l’arma americana del Vietnam, il più sperimentato fucile da combattimento. Ciascuna di queste armi ha suono e timbro diverso dalle altre e una battaglia nella foresta può assumere il tono di un folle concerto. Un chilometro più a est il combattimento si fa cruento. Ci sono feriti fra i soldati, due moriranno più tardi. Anche i guerriglieri hanno i loro caduti ma non li abbandonano sul campo.

 

postato da: GabrielParadisi alle ore 26/09/2006 08:24 | Permalink | commenti
categoria:giornalismo, sud america, guzzanti paolo, el salvador, tutino saverio, chierici maurizio
martedì, 22 agosto 2006
Senador, periodista, di la verdad!

- Nell’ascensore del mio albergo è stato affisso un cartello che dice: “Giornalista straniero, menti pure sul tuo paese, ma qui devi dire la verità!” -
 
Queste parole sono di Guzzanti Paolo. Oggi senatore della Repubblica nelle file di Forza Italia e vicedirettore del quotidiano “Il Giornale”, organo di famiglia del fondatore di Forza Italia, Berlusconi Silvio.
Quando le scrisse Guzzanti Paolo (nel 1957 tessera PSI) era invece redattore de “La Repubblica” ed inviato in Centramerica.
Era il 1982 e in quella sanguinosa primavera nella “República Cafetalera” di El Salvador si svolgevano le elezioni dell’Assemblea Costituente.
In un clima di violenza inaudita (si ritiene avvenissero mediamente 200 omicidi politici alla settimana), si fronteggiavano la Democrazia Cristiana di José Napoleón Duarte e l’Alianza Republicana Nacionalista (Arena) del maggiore Roberto D’Aubuisson.
In sottofondo la guerrilla (campaña de marzo) del Frente de Liberación Nacional Farabundo Martí (Fmln).
 
Nella storia che sto per raccontare mi sono imbattuto per caso molti mesi fa.
Qualcuno, leggendo delle mie accese discussioni con il Senatore, mi aveva scritto, dandomi alcune tracce che poi mi sono divertito a seguire. Trovando conferme e riscontri.
E’ una storiella secondo me emblematica. Veniale, se vogliamo, ma in essa c’è tutto Guzzanti-Guer-Vezaddick: l’istrione, l’ammaliatore, l’amabile bugiardo, il voltagabbana, il combattente.
 
Sono mesi e mesi che la tengo per me questa storia, che peraltro non è nemmeno del tutto inedita, mentre lo sono sicuramente le testimonianze da me raccolte. Adesso credo sia giunto il momento di pubblicarla. Per dovere di cronaca.
Riporterò integralmente nomi, cognomi, nickname e date. Più di questo io non posso fare. Saranno eventualmente Guzzanti Paolo (ma non credo proprio) o i giornalisti citati a smentire o a confermare. Se vogliono.
 
Tutto cominciò quando nel marzo scorso, operando l’esegesi di un articolo di Guzzanti (il quale come sempre stava cercando di dipingere Romano Prodi come il più grande Farabutto della Storia d’Italia), scovai il 6 marzo un paio di suoi errori pacchiani, da me frettolosamente classificati come frutto di troppa euforia o foga.
Un giornalista in incognito invece mi scrisse (8 marzo) queste intriganti parole:
Guzzanti (Paolo) fa parte di una subcategoria professionale del giornalismo che esiste, per quanto ne sappia, solo in quello sfortunato e buffo paese che è l'Italia: quella dei pallari che hanno fatto carriera, soldi e fortuna.
Al New York Times, per dirne una, qualche tempo fa hanno licenziato a calci in culo un reporter per aver copiato pezzi di reportage dai giornali locali (cosa che da noi fanno il 90% dei colleghi e, ammetto, quando ero più giovane ho fatto anch'io qualche volta, prima di imparare a vergognarmene); non paghi, i proprietari del NYT hanno anche cacciato il direttore, per omesso controllo. La storia la conoscete tutti.
E veniamo a Guzzanti. Come altri ‘colleghi’ (vedi alla voce Zucconi Vittorio, per esempio), è noto a chiunque abbia avuto il dispiacere di vederlo all'opera che Guzzanti non si è mai preoccupato dei fatti (le notizie) che potessero rovinargli la fiction, ossia i pezzi grandiloquenti che aveva in mente di scrivere. Se i fatti adatti alle sue opinioni ci sono, bene; se no, lui li inventa. Di sana pianta. Senza vergogna.
La questione è che Guzzanti non è diventato un pallaro da quando ha fatto il salto della quaglia e, come tanti voltagabbana (vedi alla voce Foa Renzo, tra tanti altri) è atterrato a destra e sulle colonne del Giornale. No. Guzzanti è diventato un pallaro di successo scrivendo per La Repubblica, sotto la direzione di Scalfari. Che lo ha fatto crescere e protetto, perché gli piaceva da morire come il pallaro scriveva.
Che dire? Se dirigessi qualcosa, uno come Guzzanti non lo prenderei neppure per l'oroscopo. Ma questa è l'Italia, questi sono i giornali italiani.
Sailor
PS
Non ho né tempo né voglia di fare un'antologia delle puttanate scritte da Guzzanti nella sua troppo fortunata carriera. Ma magari qualcuno può prendersi la briga di mandare un mail a, che so, Mimmo Candito o Maurizio Chierici (due galantuomini) per chiedergli di raccontare dell'episodio antologico, anni 80, in cui Guzzanti si inventò la storia delle teste mozzate in Salvador.
 
Urca!
Al di la del giudizio sul professionista, magari dettato da dissapori o invidie, quel giornalista faceva accuse ben precise. Una cosa sono “errori, dovuti alla pretesa di citare a memoria un articolo che non avevo da anni sotto il naso (Paolo Guzzanti 9 marzo)”, una cosa è inventarsi di sana pianta storie truculente.
Sailor, da me prontamente ricontattato, sviluppò la storiella per intero, ribadendomi l’invito a cercare comunque riscontri diretti.
Detto. Fatto.
Dapprima una banale ricerca con Google mi permise di trovare un'intervista di Achille Rossi a Maurizio Chierici in cui egli affermava papale papale:
i giornalisti che raccontano la guerra si possono dividere in due categorie: quelli che si trovano sul teatro delle operazioni e i commentatori. Tra quelli che sono sul posto bisogna ancora distinguere chi va a vedere di persona e i giornalisti che fanno la filosofia in albergo. Un esempio per tutti: quando Paolo Guzzanti, l´attuale presidente della Commissione Mitrokin venne in Salvador come inviato di Repubblica, gli raccontammo i massacri che erano avvenuti tre anni prima. Senza pensarci due volte, scrisse un articolo inventandosi i fatti di sana pianta, con teste tagliate vicino all´ascensore, corpi abbandonati nella hall, quando ormai la guerra era a 150 km di distanza, sulle montagne”.
 
Era già di per sé sufficiente questo a confermare quanto "insinuato" da Sailor. Ma vuoi mettere ricevere una conferma dal diretto interessato?
Non mi scapicollai comunque a cercarla.
Solo il 14 aprile infatti scrissi a Maurizio Chierici che immediatamente mi rispose:
Riconosco Guzzanti nel ritratto che ne fa: garbato, elegante, ma anche molto spiritoso. Quando ho visto i figli in Tv o nella vita mi sono ricordato degli show molto divertenti (e sempre eleganti) coi quali ha intrattenuto i giornalisti italiani proprio in Salvador. Dove c’è stata l’invenzione delle teste tagliate nella hall. Devo averne parlato anch’io nella rubrica del lunedì dell’Unità, ma non ricordo quando.
Succede che un inviato si lascia andare. Non solo inviati italiani. Nel 1982 (primavera) i paesi alla fine del mondo erano proprio alla fine del mondo: chi voleva inventava e nessuno in quei posti se ne accorgeva. Niente fax, computer, satelliti Tv. Solo il filo incerto delle voci della radio. Ma quella volta è successo che un’agenzia (la Reuter ?) ha rilanciato da Roma l’incredibile notizia e la destra salvadoregna (Arena, il partito che ha ucciso il vescovo Romero) ha fatto stampare decalcomanie incollate sulle auto con lasciapassare bene in vista di <stampa straniera>. Striscioni attraversavano ogni strada, ecc. Tutti con lo stesso slogan: <Periodista di la verdad>, giornalista di la verità. L’albergo era solo un albergo di giornalisti. Nessun turista o uomo d’affari passava in quel momento dal Salvador. E i giornalisti francesi pretendevano un’assemblea. Assieme a Moretti, Franco Cantucci, la giovanissima Lucia Annunziata, credo anche Mimmo Candito siamo riusciti a ridimensionare la reazione. Il risvolto buffo è stato il ritorno a casa. Ero nella giuria del premiolino Bagutta per il giornalista del mese e fra le proposte ho trovato Guzzanti proprio per l’articolo delle teste tagliate quando le teste se mai si tagliavano succedeva cento chilometri più lontano, sulle montagne. Ho scelto la non polemica per non raccontare una storia imbarazzante. E mi sono astenuto. Guzzanti ha vinto il premio.
Non è questa la vera meraviglia. E’ stato il passaggio politico dal suo adorato Craxi che lo aveva portato in Tv con la trasmissione <Rosso di sera>, a Cossiga e poi Berlusconi. Non me lo aspettavo e non mi aspettavo la violenza dei nuovi show. Peccato che l’ironia invecchi. Forse è solo la considerazione di chi non si è mai aggrappato alla politica e continua a scrivere le stesse cose allo stesso modo dal Corriere all’Unità che è un giornale di parte ma non di partito. Una parte che ho sposato: quand’eravamo in Salvador Berlusconi stava ancora costruendo case. Saluti- Maurizio Chierici
Indimenticabile!
 
Passarono i mesi. E la storia sempre lì nel cassetto a decantare. Finchè un bel giorno (19 maggio) Guzzanti se ne uscì in una discussione con questo ricordo autobiografico sulla sua esperienza salvadoregna tirando in ballo un altro giornalista ancora:
 
Quanto al Salvador, è tutta un'altra storia: lì non l'ho letta sui libri: ero inviato speciale del quotidiano di sinistra La Repubblica e coprii tutta quella guerra, nella giungla e nelle piazze, ricevendo molti premi giornalistici e i telegrammi di Scalfari.
In Salvador ci furono massacri dalle due parti e fu il Farabundo Martì a massacrare i civili molto prima degli assassini di Aubuisson (la sinistra ovviamente viene sempre prima, ndr).
Fu una guerra schifosa, ma sul campo c'erano gli agenti cubani e il Kgb, oltre alla Cia, e non fu onorevole per nessuno.
Il presidente Napoleon Duarte, diffamato dalle sinistre italiane come un dittatore, si rivelò un presidente costituzionale che aveva vinto le elezioni in modo legale, salvo il fatto che il "Frente" aveva deciso di non votare e di decapitare cammin facendo gli elettori che si recavano ai seggi.
Usavano una ghigliottina montata su un camion.
Dalla parte opposta il battaglione speciale Atlacatl giustiziava i guerriglieri ovunque li trovasse.
Fui il primo a ricevere, per i miei réportages, il "Premiolino".
Quando tornai in redazione mi venne incontro Saverio Tutino, giornalista e grande amico di Fidel Castro, uomo anche lui legato ai servizi dell'Est, che mi venne incontro e in modo sibilante mi chiese:
"Ma che cazzo scrivi?".
E io: "Scrivo la verità".
E lui: "Stronzo, e ti pare che noi stiamo qui per scrivere la verità?".
Indimenticabile.

Sarebbe stato bello in quella discussione raccontare la stessa storia però vista da Chierici, ma sembrò (anche a me) inopportuno e imbarazzante (per lui). Meglio cercare Saverio Tutino e chiedergli se avesse qualcosa da dire a riguardo…
Oggi Saverio Tutino è direttore culturale dell'Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano (oltre ad esserne stato il Fondatore).
Così gli scrissi, chiedendogli se voleva raccontarmi qualcosa di quell’esperienza.
La sua risposta fu abbastanza chiara:
Ho ricevuto la sua segnalazione via mail… in cui lei cita un articolo di Paolo Guzzanti, dove si parla del Salvador. Siccome si dicono delle evidenti falsità su di me la prego di farmi sapere da quale giornale e in quale data lei ha tratto l'articolo cui si riferisce… (29 maggio)”.
“…quel periodo di lavoro da me vissuto nel Salvador e in altri paesi vicini nell’anno 1982 mi è rimasto in un angolo delle mie dimenticanze d’infanzia della vecchiaia. Erano tempi angosciosi per la vana ricerca di tanti giovani disposti alla guerriglia rivoluzionaria, che si arroccavano sulle montagne senza nemmeno arrivare al suicidio eroico di persone come il Che Guevara. La verità era che nessuno, nè dall’Urss nè da Cuba, sarebbe intervenuto per aiutarli. E così nel Salvador è stato ucciso dai suoi compagni il poeta rivoluzionario Roque Dalton, che cercava di convincerli a tornare a fare una politica accanto ai lavoratori, prima di essere ammazzati di stenti sulle montagne. Ma un uomo come quel Paolo Guzzanti, adesso amico di Berlusconi, non merita nemmeno che io lo denunci per calunnia a un tribunale.
Telefonami, ti prego, Saverio Tutino
(2 giugno)”.
 
Ho telefonato ovviamente a Tutino che ama parlare, piuttosto che scrivere email attraverso la sua compagna. Al telefono mi ha raccontato tante cose della sua avventurosa vita, scusandosi di tanto in tanto perché dopo l’operazione al cervello i ricordi gli affiorano piano piano e vanno stimolati, accompagnati.
Mi ha parlato anche di Cuba ovviamente e di quando gli fecero capire che doveva lasciare il paese in fretta e furia…
Qualche settimana fa è uscita proprio una sua intervista rilasciata a Luca Villoresi per il Venerdì di Repubblica. Una testimonianza che quasi completamente avevo raccolto io pure al telefono. Peccato che non gli abbia dedicato subito un post, ma il “rispetto” per Guz-Guer allora era ancora… prevalente.
A settembre comunque quando Tutino tornerà da Anghiari a Roma lo andrò sicuramente a trovare. Come mi ha chiesto.
 
Ecco fatto. Fine della storia.
Guz-Guer sul Salvador è “smentito” da almeno tre testimoni diversi (di cui due identificati esattamente). Chi ha ragione? Io non lo so. Mi sono limitato ad indagare e a domandare.
 
Non esistono uomini (e quindi giornalisti) puri. E’ un’illusione credere che esista qualcuno che dice sempre e solo la Verità. E poi, che cosa è la "Verità"? Ma una cosa è sostenere in buona fede una tesi per quanto azzardata e “sbagliata”, una cosa è ricamarci attorno falsità per avvalorarla.
Non voglio esprimere giudizi in merito al Senador Periodista più di quanto non abbia già fatto, ma la morale di tutta questa vicenda è che, grazie anche a Internet ed ai blog, nessuno può d’ora in poi pensare di dire e scrivere ciò che vuole impunemente. Ognuno di noi infatti può farsi promotore di analisi serie, documentate con pignoleria e quando occorre, spietate.
Forse questa è una grande opportunità per la crescita della democrazia e della libertà. Scovare le menzogne funzionali a qualche potere è sicuramente più utile che lanciare bombe e missili.
postato da: GabrielParadisi alle ore 22/08/2006 09:33 | Permalink | commenti (3)
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