Salvador, 1982
<<Questo è l’articolo di Paolo Guzzanti uscito su Repubblica il 28 febbraio 1982 e che io avevo descritto in modo falso sulla base di pettegolezzi e calunnie che ho avuto l’ingenuità di raccogliere e pubblicare, omettendo il controllo che mi avrebbe evitato uno sgradevole conflitto con un giornalista dalla professionalità immacolata.
Ho in seguito raggiunto un accordo amichevole basato anche sulla comune stima con Paolo Guzzanti che ha rinunciato a sporgere querela in cambio della verità.
Sono quindi lieto di completare oggi la correzione dell’errore e la sua ritrattazione ripubblicando proprio l’articolo per cui Guzzanti era stato diffamato: niente teste mozze nell’albergo, niente proteste dello Stato del Salvador, nessuna riunione dei giornalisti per stigmatizzare l’operato professionale di Guzzanti, niente di niente>>.
Inoltre, l’articolo che oggi riproduco nel mio blog ricevette il Premiolino del Bagutta, di cui riporto qui la motivazione:
A PAOLO GUZZANTI - PER L' OBIETTIVITA', L'INTERESSE, LA VIVACITA' DELLA SUA LUNGA INCHIESTA SUL SALVADOR E IN PARTICOLARE PER L' ARTICOLO '' LE SQUADRE DELLA MORTE SI PREPARANO A VOTARE'' IN CUI DESCRIVE EFFICACEMENTE LE FIGURE DEI MAGGIORI ESPONENTI POLITICI SALVADOREGNI E NE RIPORTA OPINIONI E PROGRAMMI.
Le squadre della morte si preparano a votare
di Paolo Guzzanti (La Repubblica, 28 febbraio – 1 marzo 1982)
Tragiche elezioni il 28 marzo: l’estrema destra conta di battere Duarte.
“Contro i comunisti mitra non riforme”
San Salvador, 27 – Il signor D’Aubuisson, leader dell’estrema destra, già capo riconosciuto dello squadrone della morte e accusato di aver eseguito torture orribili su molti prigionieri politici, è un uomo di media statura, giovane, magro e scattante. Mentre è al microfono davanti ad una platea di eleganti signore e adolescenti che sostengono la sua candidatura, un uomo armato lo avverte concitatamente che la sede del partito, l’”Arena”, è stata attaccata pochi minuti fa dai guerriglieri in pieno centro, con bombe e raffiche di mitra.
I suoi uomini lo circondano imbracciando fucili automatici e si precipitano tutti insieme verso la “Cherokee” blindata. Le belle e ricche signore che lo avevano applaudito commosse fino a qualche minuto fa durante un meeting femminile di tradizione nordamericana, appaiono costernate. Noi, che eravamo lì, nella sala banchetti, per tentare un’intervista lo seguiamo a precipizio con un taxi e arriviamo alla sede del partito nazionalista.
Questo raggruppamento politico è certamente il più reazionario, ma anche uno dei più popolari del Salvador. Sarebbe un errore pensare infatti che D’Aubuisson e il suo stato maggiore rappresentino esclusivamente gli interessi dei proprietari terrieri e del padronato che rifiuta la riforma agraria. Al partito di estrema destra gli stessi avversari attribuiscono oggi non meno del 25 per cento dei voti e c’è chi si spinge fino ad aggiungerne altri dieci. Il fatto è che molti campesinos e piccoli artigiani sono schierati con lui in nome della difesa della piccola proprietà privata e dell’anticomunismo più intransigente.
Sul luogo dell’attentato un automobile con i vetri fracassati perde benzina. I colpi di mitra sono visibili ovunque. Gli uomini di D’Aubuisson si schierano in posizione di tiro sui tetti, sotto le macchine, lungo il ciglio dei marciapiedi, dietro le finestre. Sono uomini che vengono dai servizi speciali, superaddestrati, capaci di uccidere senza batter ciglio, come tutti del resto in questo paese in cui la vita di un essere umano vale meno di una tazza di caffè.

Quando siamo entrati nella sede allagata per l’esplosione dei tubi dell’acqua abbiamo camminato su una fanghiglia arrossata dal sangue: quattro persone erano rimaste ferite, una in modo grave. Le eleganti signore dell’estrema destra piangono raccolte in un angolo mentre in strada si riprende a sparare. Con quotidiana naturalezza ci gettiamo tutti per terra mentre si spengono le luci e il silenzio è rotto soltanto dal “clik-clak” delle sicure tolte e dei colpi chiamati in canna. La mitragliatrice qui è l’arma di difesa più diffusa dopo la pistola che è frequente come la penna biro. Dopo mezzora tutto è finito, possiamo alzarci e andarcene, radendo i muri fino al taxi. Nel frattempo sono saltati in aria altri sette autobus e la gente si affolla vanamente alle fermate. Dove si spara c’è chi corre ad avvertire parenti ed amici: “No salgan, es peligroso”, non uscite, è pericoloso, stanno sparando. Revolverate, raffiche e bombe non scuotono tuttavia la normalità che per lo stretto tempo dell’azione.
La malavita intanto approfitta degli attacchi guerriglieri e della confusione delle sigle e delle attribuzioni di responsabilità per compiere ogni sorta di ruberia.
Amici, tassisti, negozianti, ripetono continuamente le raccomandazioni fondamentali; non reagire se ti fermano l’automobile, non dare mai segni di nervosismo di fronte alle aggressioni, consegnare tutto ciò che ti chiedono senza gridare, senza fare gesti bruschi. La vita (e lo ripetono davvero in ogni momento) qui non vale niente. Eppure la gente va al cinema, in ufficio e a scuola; i negozi sono aperti, i semafori funzionano e i vigili fanno le multe per il divieto di sosta.
Poco prima di correre alla sede del partito il signor D’Aubuisson aveva pubblicamente gridato, fra gli applausi generali nell’entusiasmo un po’ isterico: “Mi farò cambiare il nome se una volta vinte le elezioni non riuscirò a liquidare quei delinquenti del Fronte!”. Per ora, tuttavia, quelli del Fronte moltiplicano la loro audacia e gli attentati nella stessa capitale.
Parla un ottimo inglese.
“E’ un’assoluta idiozia pensare che per combattere il comunismo si debbano fare riforme sociali”, mi dichiara con stringente logica il presidente della piccola industria. Ed aggiunge: “La sinistra non conta proprio niente, non è neppure in grado di proclamare ed attuare uno sciopero. Possono sparare e terrorizzare, ma il terrore è ormai già assorbito dall’abitudine: vede questa parete distrutta? Vede queste tende lacerate? Anche qui hanno lanciato bombe, es verdad, ma a noi le loro bombe non fanno né caldo né freddo”.
L’uomo è colto e distinto, parla un eccellente inglese, è vestito accuratamente di grigio e parla con proprietà e garbo esprimendo idee che sono condivise dalla grande maggioranza degli uomini d’affari che operano nel Salvador: “La colpa fondamentale è degli americani che non sono ancora riusciti a digerire lo scacco del Vietnam e di conseguenza sono dominati da una generazione di uomini incapaci di difendere gli interessi del loro stesso paese”.
“Quanto al comunismo e ai suoi piani nell’America Latina non c’è spazio per la fantasia e le ipotesi: basta leggere con attenzione il testo che fu approvato alla prima conferenza tricontinentale di Cuba nel 1966 dove sta scritto per filo e per segno che cosa, come, dove e quando sarebbe stato fatto nell’America Centrale per promuovere rivoluzione e comunismo, fino a risalire su, su fino al Messico davanti alle frontiere degli Stati Uniti. Sono loro stessi a dirlo, perché non dobbiamo credergli? E’ inutile che seguitiamo a fornire spiegazioni sociologiche della guerriglia come fanno i gesuiti: la guerriglia, qui come in Italia, come a Cuba con Castro e con Guevara, non parte mai dai contadini e dai poveri, ma dalla classe media, dagli intellettuali, dagli eversori professionisti che esportano violenza e rivoluzione”.
Va detto che queste posizioni di estrema destra sono, almeno nei programmi, meno reazionarie di quanto non si pensi: gli industriali infatti sono favorevoli alla riforma agraria, alla alfabetizzazione massiccia del paese, al controllo delle nascite e al lancio di una industria di trasformazione sofisticata come quella di Hong Kong e Formosa. La connotazione anticomunista è comunque intransigente e per qualche verso superstiziosa: “I comunisti di questi nostri paesi non sono degli intellettuali europei, ma delle belve assetate di sangue”, ripetono gli operatori industriali. “Forse soltanto i comunisti messicani sono diversi dai guerriglieri marxisti-leninisti e possono essere confrontati con quelli italiani e spagnoli”.

Daremo conto nelle prossime puntate di questa corrispondenza delle opinioni dei leaders clandestini che guidano politicamente e militarmente la guerriglia. Per ora dobbiamo sottolineare che nelle città e per quello che abbiamo potuto vedere e sentire anche nelle campagne, nessuno si azzarda ad esprimere, seppur privatamente, opinioni favorevoli alla sinistra rivoluzionaria. Eppure sono tutti d’accordo nell’attribuire a questo settore dell’elettorato circa il 40 per cento delle simpatie.
Delle simpatie,manon certo dei voti realmente esprimibili perché, come si sa, le sinistre si sono rifiutate di partecipare alle elezioni del28 marzo (ed anzi cercano di impedirle a tutti i costi con le armi) non avendo vista accolta la loro condizione prioritaria: una epurazione radicale nelle forze armate che detengono ininterrottamente il potere da cinquant’anni, o almeno un cambio radicale al vertice. Le forze armate, ovviamente non hanno neppure voluto discutere questa richiesta, visto che il potere ce l’hanno e non danno segno di volerlo cedere, neppure dopo i risultati elettorali.
E’ quindi certo che chiunque coltivi opinioni non diciamo rivoluzionarie ma anche socialdemocratiche, se le tenga accuratamente per sé in modo da evitare guai personali.
Siamo andati a chiedere opinioni e dati nella sede del coordinamento elettorale, un edificio blindato in cui si entra dopo che un indio armato di revolver ci ha perquisito dalla testa ai piedi. Chiedo di parlare con il signor Beltran che èil coordinatore di queste elezioni.E’ un giovanottone simpatico, un po’ corpulento, di idee democristiane, fuggito in fretta e furia dal Cile di Pinochet e approdato alla Democrazia Cristiana di Duarte. Mi conferma la sua sensazione secondo cui l’estrema destra di D’Aubuisson va forte, sempre più forte, e che la Dc di Duarte,pur contando di raggiungere la maggioranza, comincia a sentirsi pesantemente minacciata.
Difficile ogni previsione.
Apprendo da lui un dato sorprendente. Nessuno, né qui dentro, né nel palazzo del governo, né al quartier generale militare, ha la più pallida idea di quanti siano i cittadini salvadoregni residenti nel paese, quanti coloro che possono esercitare il diritto di voto, quanti i vivi, i morti, gli emigrati, i rifugiati. Non esiste quindi alcuna possibilità di fare calcoli in percentuale o qualsiasi genere di proiezione.
Giacomo marasso Beltran (italiano di seconda generazione) allarga le braccia e spiega: “Alle ultime elezioni stabilirono che gli iscritti al voto erano due milioni e trecentomila, ma si trattava di cifre di fantasia, fatte per assicurare ampi margini ai brogli. Oggi noi pensiamo che i votanti possano essere piùo meno un milione e seicentomila”.
E i rifugiati, gli scomparsi, gli esiliati, quanti sono? Secondo Giacomo superano un milione, ma è difficile dire perché qui, ci tiene a ricordarmelo anche lui, la vita non vale niente e non esiste una contabilità anagrafica delle nascite, dei villaggi, dei morti e dei vivi. Come fidarsi allora dei dati quando saranno disponibili? Se ne fiderà chi crede, chiunque potrà contestarli. Contro le possibilità di broglio elettorale è stato adottato il sistema del dito timbrato: chi vota dovrà sporcarsi il polpastrello dell’indice con uno speciale tampone di inchiostro indelebile che impedirà la pratica molto diffusa da queste parti di votare due, tre e anche dieci volte.
Si capisce bene che in città se i seggi elettorali potranno funzionare con un minimo di regolarità (ma i guerriglieri promettono bombe alle urne e il blocco di ogni tipo di trasporto urbano ed extraurbano) il loro controllo nei pueblos e lungo la fungaia delle casupole sulla carretera e nella foresta sarà quasi impossibile. E tuttavia napoleon Duarte in persona parte oggi per un meticoloso tour dei villaggi e delle case per raccomandare a tutti i campesinos che si voti, che si inauguri finalmente la democrazia rappresentativa.
Incontriamo Napoleon Duarte nella sua casa presidenziale, dopo aver passato dieci diversi sbarramenti e altrettante perquisizioni. Duarte è un uomo con una faccia aperta e meridionale. Veste un abito blu piuttosto stazzonato, con cravatta di un verde sconsigliabile. E’ agitato, stanco, molto teso. Tutti sanno che il suo potere reale all’interno della giunta militare è bassissimo, benché svolga formalmente le funzioni di presidente della Repubblica. Chi comanda in realtà nel Salvador è un uomo apparentemente di secondo piano, forte ed efficiente: il generale Garcia. Un uomo, quest’ultimo, che diversamente da Duarte non si è mai impelagato nelle sottigliezze del dibattito democratico e delle formule politiche complesse: questo generale ha semplicemente assicurato che qui nel Salvador, lui vivo, il comunismo non passerà mai, né legalmente,né illegalmente.
Napoleon Duarte si affaccia sulla porta: “Negoziati con la guerriglia? Nessuno: non si fanno trattative con chi intanto imbraccia il mitra. Rientrino, le sinistre, nel sistema democratico e noi tratteremo volentieri. No non abbiamo chiesto interventi militari agli argentini ma è naturale che i loro osservatori si preoccupino e chiedano di sorvegliare da vicino la questione del nostro paese. Quanto ai camionisti e ai piccoli proprietari di autobus saltati con la dinamite, non possiamo assicurargli l’appoggio del governo. Non accetto l’equazione fra violenza governativa e violenza guerrigliera: noi ci limitiamo proteggere il popolo e soltanto il popolo ha diritto di dire, con le elezioni, in che modo chiede di essere governato. Il popolo è saggio, non vuole la dittatura, non darà la maggioranza all’estrema destra, a quelli che vorrebbero tornare indietro. La guerriglia e la violenza reazionaria non hanno probabilità di successo.
Caccia in picchiata alla periferia.
Mentre così parlava il presidente Duarte, squadriglie di caccia compivano evoluzioni nel cielo di San Salvador e poi picchiavano sulle pendici del vulcano. Là, fino alla zona di San Vicente si stavano svolgendo combattimenti violentissimi. Le cose, dal punto di vista militare, non stanno andando per niente bene alla giunta, anche se non si può parlare di vittorie consistenti da parte della guerriglia.
I ribelli si sono rafforzati potentemente in queste settimane.Ieri le forze governative sono state respinte a Guazapa e un comunicato ufficiale dell’esercito ammette che “En esa zona se està combattendo duramente”.
Abbiamo assistito ad un combattimento nella zona di Suchitoto. I soldati sono stati sbarcati dai camions in una valle di bassa vegetazione dove gli elicotteri avevano visto il passaggio della guerriglia. Ma quando sono arrivati i militari, dei guerriglieri non c’era più traccia, apparentemente. Le milizie si sono appostate dietro arbusti e sassi puntando le armi verso la vegetazione come se vedessero il nemico. All’ordine di un ufficiale hanno aperto il fuoco contro i cespugli, tirando fra gli alberi e nei grandi ciuffi d’erba. Stormi di uccelli gracchianti e coloratissimi si sono levati in volo, una strage di fogliame e di rami, un grande echeggiare di tonfi, schianti, il tac-tac-tac del fucile “G3” tedesco al quale si è aggiunto il tonfo metallico di un mortaio da 81.

I tiri di mortaio erano alla cieca, verso il monte, con la granata che compiva la sua lentissima parabola fino alla linea dell’orizzonte. I soldati hanno avanzato strisciando, il rumore più prepotente è quello del loro respiro affannato e corto per la tensione,la fatica,la paura. Il fronte dell’avanzata militare è lungo più di due chilometri. Ed ecco che dalla macchia arriva la risposta: raffiche brevi e continue delle numerose armi di cui dispone la guerriglia, e cioè: il Fal belga, il Galil e l’Uzi israeliani e il notissimo M-16, l’arma americana del Vietnam, il più sperimentato fucile da combattimento. Ciascuna di queste armi ha suono e timbro diverso dalle altre e una battaglia nella foresta può assumere il tono di un folle concerto. Un chilometro più a est il combattimento si fa cruento. Ci sono feriti fra i soldati, due moriranno più tardi. Anche i guerriglieri hanno i loro caduti ma non li abbandonano sul campo.