lunedì, 06 agosto 2007
Il “Patto”, seconda parte
di Enrix

Nel post del 27 giugno scorso “L’accordo Moro, l’amico Sextus Empiricus si poneva un quesito relativamente alla data di stipula del famoso “patto” segreto fra Italia e Palestinesi.
 
Ho raccolto pertanto alcune nuove riflessioni utili a dipanare il bandolo della matassa.
 
Riprendiamo dall’articolo di Sextus.
 
19 ottobre 1973: la data del “patto”?
Un preciso riferimento cronologico alla stipula di questo “patto” è attestato da Sergio Flamini in “La tela del ragno. Il delitto Moro”, Kaos edizioni, 1ª ed. maggio 1988, 5ª ed. aggiornata aprile 2003. Alle pagine 197-198 di quest’opera (un vero e proprio “classico” sul caso Moro) troviamo scritto:
“Il 19 ottobre 1973, presso l’Ambasciata italiana al Cairo, c’era stato un incontro fra il rappresentatnte dell’Olp, Said Wasfi Kamal, e diplomatici italiani, il primo consigliere Ranieri Tallarigo e il segretario Concetta Di Stefano in Grignano. Il rappresentante dell’Olp aveva chiesto la liberazione dei palestinesi arrestati per l’attentato all’aereo della El Al «e ha offerto l’impegno formale dell’Olp che nessuna azione dei feddayn si ripeterà in Italia qualora venga concessa la liberazione degli attuali detenuti» (Da un appunto “Riservatissimo” al Sid proveniente dal Cairo; cfr. sentenza-ordinanza del giudice istruttore Carlo Mastelloni, cit. [Tribunale di Venezia, procedimento penale nº 204 del 1983], pagg. 1.161-63.). La proposta era stata esaminata il 25 ottobre, nel corso di una riunione al ministero degli Esteri, durante la quale il rappresentante del Viminale – il vicequestore Silvano Russomanno, direttore della Divisione sicurezza interna – aveva sottolineato «la scarsa credibilità dell’impegno che gli organi ufficiali della resistenza palestinese assumerebbero in caso di liberazione dei cinque detenuti»; secondo Russomanno, dovevano «ritenersi del tutto fantasiosi i timori palesati circa possibili azioni delittuose da parte israeliana contro gli arabi». La riunione aveva dimostrato che sotto la direzione di Moro il ministero degli Esteri era impegnato a stabilire un’intesa con l’Olp per salvaguardare il territorio italiano da eventuali attacchi palestinesi, e dai pericoli di ritorsione da parte israeliana che stranamente Russomanno tendeva a escludere.”
 
Può essere che questo “accordo” dell’autunno 1973, nel pieno della guerra del Kippur (6-22 ottobre) non fosse altro che una reiterazione di un precedente “patto”.
NON SI SPIEGA PERÒ A QUESTO PUNTO L’ATTENTATO COMPIUTO IL 17 DICEMBRE DI QUELLO STESSO ANNO DA CINQUE TERRORISTI DI SETTEMBRE NERO ALL’AEROPORTO DI FIUMICINO CHE CAUSÒ 32 MORTI.”
 
Per meglio chiarire questo punto, suggerirei di esaminare alcuni nuovi documenti.
 
Io credo che da tutta la documentazione raccolta, si possa desumere che una data precisa di stipula del “patto” non esista, ma che le condizioni per lo stesso si siano realizzate attraverso una serie di incontri, pattuizioni successive, sottintesi, ed anche e soprattutto contestuali azioni terroristiche di “stimolo” ad una più precisa definizione dell’accordo, a partire dal 1972 e per gli anni successivi.
 
Trattandosi inoltre di un patto non scritto, le condizioni andavano per forza di cose “riviste” a seconda dei vari avvicendamenti politici, soprattutto nello scenario italiano.
Ad es. la morte di Moro (9 maggio 1978), dovette naturalmente creare non poche turbolenze all’interno del discusso “patto”.
 
Un contributo interessante alla ricerca è dato senz’altro dalle decine di migliaia di documenti preceduti da un dossier di oltre 500 pagine firmate dal giudice Carlo Mastelloni e depositate alla cancelleria del Tribunale di Venezia martedì 20 giugno 1989, nel contesto dell’inchiesta sui rapporti fra Italia-Servizi segreti e Olp denominata “Inchiesta Mastelloni” (cfr.: articolo di A. Carlucci da "Panorama" del 9 luglio 1989 “Rivelazioni /Il patto segreto Italia-Olp”), dove si legge:
Quei documenti raccolti con pazienza dal giudice Mastelloni saranno veramente preziosi quando gli storici potranno accedere liberamente agli archivi dello Stato per studiare e raccontare tutta la storia dei rapporti tra l'Italia e l'Olp, così come quelli che riguardano la politica estera nei confronti di Israele. A cominciare da un accordo segreto stilato subito dopo la seconda guerra mondiale e che prevedeva precisi impegni in materia di assistenza militare (v. il contributo 1786). Tanto che lo stesso magistrato ha intitolato uno dei capitoli della sua ordinanza di rinvio a giudizio "Filoarabi e filoisraeliani: un falso problema" per mettere in luce come l'Italia abbia sempre affrontato con la massima disinvoltura e spregiudicatezza i rapporti con israeliani e palestinesi.
Fu lo stesso Giovannone a spiegare perché mai fu spedito in fretta e furia a Beirut e accreditato presso la nostra ambasciata. Il colonnello dei servizi segreti chiese di dettare personalmente a verbale l'inizio della sua esperienza mediorientale, datata OTTOBRE 1972: "LE DIRETTIVE DEL GENERALE MICELI (a quel tempo era il capo del servizio segreto, ndr) ATTRIBUIVANO ESCLUSIVA PRIORITÀ ALLE INIZIATIVE DELLA SICUREZZA, MA È OVVIO CHE IL CONGELAMENTO DELLE OPERAZIONI TERRORISTICHE DA PARTE PALESTINESE A FAVORE DELL'ITALIA E DEI SUOI INTERESSI ALL'ESTERO AVREBBE POTUTO COMPORTARE FAVOREVOLI RIFLESSI. QUESTE DIRETTIVE SONO RIMASTE PERMANENTI".
(…) In quei mesi l'Italia aveva visto il suo territorio trasformarsi in campo di battaglia di guerre tra eserciti stranieri. A maggio due episodi: una donna venne bloccata prima che salisse a bordo di un volo Pan Am diretto a Beirut con la borsa carica di bombe a mano e gas lacrimogeno, strumenti buoni solo per un dirottamento. Riuscirono nella loro impresa tre terroristi giapponesi dell'Armata rossa: si imbarcarono a Fiumicino su un volo dell'Air France diretto a Tel Aviv e, al momento dello sbarco, aprirono il fuoco facendo strage di uomini, donne e bambini. PASSARONO SOLO DUE MESI E UN COMMANDO PALESTINESE FECE SALTARE, A TRIESTE, QUATTRO SERBATOI DI UN OLEODOTTO. TUTTI EPISODI CHE ACCELERARONO LA PARTENZA DI GIOVANNONE, CHE DA BEIRUT DOVETTE OCCUPARSI UN ANNO DOPO DELLE TRATTATIVE PER I QUATTRO PALESTINESI CHE VOLEVANO ABBATTERE A OSTIA UN AEREO DELLA EL AL (FURONO POI RICONSEGNATI AI LIBICI) E DELLA STRAGE (17 DICEMBRE 1973) DI FIUMICINO, 32 MORTI, UN AEREO DIROTTATO, LE AUTORITÀ POLITICHE ITALIANE, MORO IN TESTA, A SUGGERIRE AI GOVERNI GRECO, SIRIANO, KUWAITIANO DI NON USARE LE MANIERE FORTI CON I DIROTTATORI.
 
A questo punto, sarà bene ricostruire alcune date relative a quegli eventi.
 
5 SETTEMBRE 1973: “viene diramata la notizia dell’arresto di cinque terroristi arabi ad Ostia. Il commando palestinese era pronto per colpire un obiettivo sensibile israeliano (un aereo della compagnia di bandiera El Al). In realtà, la neutralizzazione della cellula di Settembre Nero che - il 14 gennaio 1973 - avrebbe dovuto colpire all’aeroporto di Fiumicino con lanciamissili portatili terra-aria di fabbricazione sovietica marca Strela l’aereo del primo ministro israeliano Golda MEIR (nella sua visita in Italia, il premier israeliano incontrò il presidente della Repubblica Giovanni LEONE e il Papa PAOLO VI), sarebbe da collocare in un periodo antecedente. Il controspionaggio del SID (l’Ufficio D, diretto dal generale Gian Adelio MALETTI), grazie alle informazioni fornite dal MOSSAD, sarebbe riuscito ad individuare e intercettare la cellula palestinese, proprio alla vigilia dell’arrivo in Italia del primo ministro israeliano. Gli arrestati sono: Ali AL TAYEB AL FERGANI di ALI, nato il 23 agosto 1947 a Gherian (Libia) alias Faiq ATIF AHMAD BUSAYSU, Ahmed GHASSAN AL HADITHI di AHMED, nato il 15 maggio 1947 a Bagdad (Iraq) alias GASSAN THAIR AHMADIS, Amin ELHENDI, nato a Colomb Behare (Algeria) alias Amin EL HINDI nato a Gaza il 9 gennaio 1941 alias Amin EL HINDI FAUZI, Gabriel KHOURI, nato il 3 marzo 1943 a Damasco alias Murid IZZ AL DIN DAJIANI alias Abua RAYALI, nato a Gaza nel 1943, Mohammed NABIL MAHMOUD AZMI KANJ, nato a Tripoli del Libano nel 1950 alias Said MAHMOUD HASSAN SADEK, nato nel 1944 ad Abu DEES (alias FA’IQU A’WASH). (da: L’almanacco dei misteri, “La dimensione sovranazionale del fenomeno eversivo”, elaborato redatto dal senatore A. Mantica e dall’onorevole V. Fragalà. Fa parte degli elaborati finali della “Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi”, XIII legislatura, Doc. XXIII, n. 64, vol. I, tomo V, Roma 31 luglio 2000.)
 
E a questo punto, riprendiamo il precedente testo di Flamigni:
 
19 OTTOBRE 1973 “presso l’Ambasciata italiana al Cairo, c’era stato un incontro fra il rappresentante dell’Olp, Said Wasfi Kamal, e diplomatici italiani, il primo consigliere Ranieri Tallarigo e il segretario Concetta Di Stefano in Grignano. Il rappresentante dell’Olp aveva chiesto la liberazione dei palestinesi arrestati per l’attentato all’aereo della El Al «e ha offerto l’impegno formale dell’Olp che nessuna azione dei feddayn si ripeterà in Italia qualora venga concessa la liberazione degli attuali detenuti» (Da un appunto “Riservatissimo” al Sid proveniente dal Cairo; cfr. sentenza-ordinanza del giudice istruttore Carlo Mastelloni, cit. [Tribunale di Venezia, procedimento penale nº 204 del 1983], pagg. 1.161-63.).
 
25 OTTOBRE 1973 riunione al ministero degli Esteri a Roma per la valutazione degli eventi relativi alla detenzione dei 5 palestinesi ed alle proposte di rilascio.
 
Continuiamo con la cronologia degli eventi secondo “L’almanacco dei misteri” (documento citato):
 
30 OTTOBRE 1973:  “i primi due qui citati (Ali AL TAYEB AL FERGANI di ALI e Ahmed GHASSAN AL HADITHI di AHMED) furono scarcerati e posti in libertà provvisoria su provvedimento del Tribunale di Roma. DOPO UN RINVIO A GIUDIZIO DISPOSTO IL 14 DICEMBRE 1973, FURONO LIBERATI ANCHE I RESTANTI TRE ESTREMISTI ARABI. I cinque - con sentenza del 27 febbraio 1974 - furono ritenuti responsabili dei reati di introduzione, detenzione e traffico di armi da guerra e relativo munizionamento allo scopo di eseguire una strage e condannati alla pena di anni 5 e mesi due di reclusione ciascuno.
 
31 OTTOBRE 1973, "all’atto della scarcerazione - scrive il giudice istruttore del Tribunale di Venezia, Carlo MASTELLONI, nella sua ordinanza-sentenza dell’11 dicembre 1998, relativa al proc. pen. n° 318/87 AGI e attinente al disastro aereo militare del DC3 Dakota Argo 16, avvenuto a Marghera il 23 novembre 1973 - i primi due furono ospitati in un appartamento a disposizione del Raggruppamento Centri CS di Roma presso via Quintino Sella e indi accompagnati all’aeroporto di Ciampino". Ad attenderli c’erano gli ufficiali del SID, col. Giovan Battista MINERVA, il cap. Antonio LABRUNA e il col. Stefano GIOVANNONE, nonché il ten. col. Enrico MILANI del SIOS Aeronautica in qualità di interprete. I due terroristi di Settembre Nero vennero imbarcati sull’Argo 16, con piano di volo Roma-Malta-Tripoli (Libia). (da: L’almanacco dei misteri, documento citato)
 
17-18 DICEMBRE 1973: Strage di Fiumicino (Una nota: per coincidenza, lo stesso 18 dicembre 1973 le BR rilasciano l’ingegner Ettore Amerio, direttore del personale FIAT gruppo auto, dopo solo 8 giorni di prigionia).
 
La precedente nota: “dopo un rinvio a giudizio disposto il 14 DICEMBRE 1973, furono liberati anche i restanti tre estremisti arabi” è troppo vaga e non pare d’aiuto a sciogliere il dubbio che si è posto Sextus: “non si spiega però a questo punto l’attentato compiuto il 17 DICEMBRE di quello stesso anno da cinque terroristi di settembre nero all’aeroporto di Fiumicino che causò 32 morti.”
 
In realtà, se si approfondiscono gli eventi e la cronologia degli stessi, risulta evidente che fra lo stato italiano ed i palestinesi in quel nefasto 17 dicembre, doveva essere in corso un “braccio di ferro” per il rilascio dei “restanti tre estremisti arabi”, che il 14 dicembre erano stati rinviati a giudizio e per i quali lo stato italiano non dava affatto segnali tali da dimostrare la volontà di liberarli. Infatti essi restarono in carcere (particolare non affatto chiaro alla lettura delle fonti sino ad ora citate) SIN DOPO ALLA  CONDANNA DI PRIMO GRADO (27 febbraio 1974).
 
Per conoscere le circostanze temporali esatte della liberazione di questi tre estremisti palestinesi, ci si può richiamare alla Relazione finale, del 23 marzo 2006, dei commissari del centrosinistra della Commissione d’inchiesta Mitrokhin (Documento conclusivo sull’attività svolta e sui risultati dell’inchiesta), pag. 252, dove si può leggere: “Il processo (agli estremisti palestinesi di Ostia – ndr) cominciò il 13 dicembre. Pochi giorni dopo, a Fiumicino, avvenne la strage firmata da Settembre nero: (…) Le vittime di questa operazione risulteranno una trentina. È a questo punto che il colonnello Stefano Giovannone entra totalmente in campo. È lui, per conto di Moro, allora ministro degli Esteri, a condurre le trattative per la "tregua". Il prezzo, nel marzo '74, è la liberazione dei palestinesi arrestati ad Ostia con il lanciamissili e condannati a 5 anni di carcere.”
Dunque i restanti tre estremisti furono rilasciati nel MARZO 74.
E sono gli stessi commissari di minoranza della Commissione Mitrokhin a lasciare intendere che l’attentato di Fiumicino, pur non esplicitamente connesso con l’arresto dei terroristi di Ostia, sia servito anche da “atto intimidatorio decisivo” per convincere il Governo Italiano, per il quale agiva in prima linea il colonnello Giovannone, ad approfondire, e probabilmente ultimare, le trattative avviate sin dal 1972, e di cui l’incontro in sede diplomatica al Cairo il 19 ottobre 1973, citato da Flamigni, doveva essere stato, probabilmente e semplicemente, una tappa.
 
Altra interessante testimonianza da acquisire, in tal senso, è quella di Giovan Battista MINERVA, all’epoca direttore amministrativo del SID: "Se ben ricordo, durante il processo agli arabi arrestati dal nostro Reparto a Ostia si verificò la strage di Fiumicino [17 dicembre 1973] che fu opera di elementi di Settembre Nero e di AL FATAH. Fu il Governo e in particolare il ministro della Difesa Mario TANASSI che, nella circostanza, richiese il nostro intervento al fine di mediare, trattare e trovare idonei strumenti al fine di evitare che israeliani e palestinesi si battessero nel territorio del nostro Paese. Sollecitato all’uopo dal capo del Servizio, chiesi al Servizio libico di interessarsi presso ARAFAT acché venissero a cessare queste vicende. Fui io ad occuparmi dei contatti con i Servizi libici il cui capo, dopo la liberazione dei tre arabi di Ostia avvenuta a Roma, ci chiese la consegna dei liberati, facendosi contestualmente carico di riconsegnarli ai loro reparti di AL FATAH El HUNI. Ci garantì, in tal guisa, che non si sarebbero più verificati nel nostro territorio fatti simili. Per il trasbordo da Roma a Tripoli degli arabi, fu impiegato un aereo dell’Aeronautica Militare, già affidato per le operazioni del Servizio. Partimmo da Ciampino e giunti a Tripoli, dopo uno scalo a Malta, fui reso edotto dal capo dei Servizi libici dell’impegno che loro si assumevano, che peraltro mi fu ribadito la mattina successiva. All’epoca i libici erano in ottimi rapporti con George HABBASH e con ARAFAT: di qui il successo della mediazione"
 
Inoltre assolutamente degne di nota, all’interno dell’inchiesta Mastelloni, sono le rivelazioni di Antonino Di Blasi, un alto funzionario del Sid, che, fra le altre cose, dichiara: “Un altro aspetto delle direttive governative fu quello secondo cui armamento palestinese poteva transitare liberamente in Italia per raggiungere altri Paesi... sempre al fine di evitare azioni terroristiche contro interessi italiani, anche all'estero"
 
E con tutte queste premesse, veniamo alla fine del decennio.
 
Nel novembre 1979, avviene il ben noto fermo di ABU AZNEH Saleh a seguito del sequestro ad Ortona dei missili Sam7.
Su quell’evento abbiamo già detto molto.
Ci tengo però a riportare un appunto riservato - del 26 novembre 1979 - e diretto alla Segreteria Speciale del ministro dell’Interno, Virginio ROGNONI, l’allora direttore del SISDE, Giulio GRASSINI, che sottolineava quanto segue:
 
In occasione di un recente convegno internazionale, il Direttore dell’Istituto di Studi Strategici dell’Università di Tel Aviv, parlando dell’ingerenza sovietica nel territorio palestinese, ha affermato che, tra gli altri armamenti, migliaia di fucili Kalashnikov e decine di lanciamissili SA-7 (Strela) sono stati inviati dall’Urss alle forze dell’OLP via mare tramite la Bulgaria.
 
L’affermazione dello studioso è peraltro confermata dai precedenti episodi terroristici in cui i palestinesi, e solo loro, hanno usato i lanciamissili SA-7 (Ostia - 5.9.1973) o armi simili quali i bazooka (aeroporto di Orly - 1975). In effetti gli Strela trovano un ragionevole impiego contro velivoli - a bassa velocità - siano essi nelle fasi di atterraggio o decollo, data l’elevata sorgente di radiazioni infrarosse costituite dai potenti motori di tali mezzi. L’impiego contro altri obiettivi, quali automezzi o carri armati, oltre che antieconomico, risulta pressoché impossibile per le scarsissime possibilità ai adeguato puntamento.
 
È noto che per le organizzazioni palestinesi l’abbattimento di un aereo della El Al, della Twa o della Lufthansa costituisce, da tempo, un’aspirazione ossessivamente perseguita ed una rappresaglia più volte promessa. Nessun gruppo terroristico europeo ha mai programmato azioni del genere. Da quanto sopra, appare lecito supporre che i lanciamissili sequestrati ad Ortona fossero destinati ad essere impiegati da palestinesi e non da terroristi italiani. Il motivo che possa aver spinto gli autonomi romani a prestarsi a fare da corrieri per tali armi potrebbe individuarsi in quella solidarietà proletaria che in più di un’occasione ha determinato alcuni impegnati della ultra sinistra europea a fornire appoggio alle organizzazioni palestinesi. Basti ricordare il caso della professoressa romana, Rita PORENA che trasportò dal Libano a Roma, via Grecia, alcune granate cecoslovacche (4 aprile 1973), nonché quello dell’operatore cinematografico di sinistra Vito CODELLA, che effettuò un filmato dell’oleodotto Trieste-Ingolstaldt, prima che il gruppo palestinese procedesse all’attentato. Di analoghi episodi furono protagonisti il ticinese BREGUET, Eveljn BARGE, la francese LEFEBVRE e la sua omonima rodesiana.”
 
Come si può leggere quindi, la direzione del SISDE, evidenziava un collegamento oggettivo fra i lanciamissili Strela sequestrati al commando palestinese nel settembre del 1973 ad Ostia, quelli utilizzati dal gruppo di Carlos durante il fallito attentato ad Orly del 13 gennaio 1975 e quelli trovati ad Ortona la sera dell’8 novembre 1979.
 
Vorrei a questo punto rivedere la successione degli eventi raffrontandola con il “taglio” dato agli stessi dalla cit. Relazione finale dei Commissari di Centrosinistra della Commissione d'inchiesta Mitrokhin, dove i commissari dell’opposizione si impegnano a fondo per dimostrare come non vi sia alcuna attinenza fra i missili di Pifano sequestrati ad Ortona e l’attentato alla stazione di Bologna dell’agosto 1980, contestando quindi la tesi che si possa trattare di una rappresaglia con implicazioni “palestinesi”.
 
La tesi dei membri di minoranza, si basa su tre presupposti fondamentali:
 
1)     Non è vero che vi fosse un “patto” preciso fra Stato Italiano e palestinesi. Quindi niente patto, niente rappresaglia.
2)     Non è vero che i palestinesi fossero interessati in qualche modo alla liberazione di ABU AZNEH Saleh. Si trattava di personaggio di secondo piano la cui liberazione non poteva essere posta alla base di un ricatto avente come contropartita una rappresaglia terroristica. In ogni caso non ci sono riscontri di alcun tipo, nei vari rapporti degli organismi investigativi italiani, di relazioni fra l’arresto di Abu Saleh e l’attentato di Bologna.
3)     Tecnicamente l’attentato di Bologna non si presenta come una “rappresaglia”, perché troppo grave, ma come una vera e propria “azione di guerriglia”.
 
A dimostrazione del punto 1), si legge nella relazione conclusiva di minoranza, a pag. 253:
Intervistato dal quarto canale della tv britannica, il colonnello Giovannone affermò: "Il mio dialogo con i palestinesi [. . .] ha dato sette anni di pace all'Italia [...) NON ABBIAMO MAI STIPULATO ALCUN PATTO. NON C'È MAI STATO NIENTE DI SCRITTO. SOLO UN ACCORDO VAGO, UN'INTESA. LA DIMOSTRAZIONE DEL MIO SUCCESSO È DATA DAL FATTO CHE NON VI SONO STATE AZIONI PALESTINESI SU TERRITORIO ITALIANO DAL 1973 AL 1981.”
 
Dunque i Commissari di centrosinistra si richiamano, con vari omissis, ad un’intervista televisiva al colonnello Giovannone trascritta dal "Corriere della sera" il 19 maggio 1985, dove egli avrebbe negato l’esistenza del PATTO (solamente un “vago accordo”) con i palestinesi, ma soprattutto dove lo stesso rimarca che il periodo di inazione palestinese sul territorio italiano arriverebbe sino al 1981, escludendo quindi che la Strage di Bologna (1980) possa ricondursi a tale matrice.
 
Mi pare però che si debba evidenziare, che si tratta di un’intervista TELEVISIVA per la Tv inglese, che le dichiarazioni sono molto generiche, che si tratta comunque dello stesso colonnello Giovannone che invece, chiamato dal magistrato Mastelloni a deporre in maniera più circostanziata, rispose: “"Sui miei rapporti con l'Organizzazione per la liberazione della Palestina invoco il segreto di Stato.”, che lo stesso giudice Ma stelloni era arrivato “a lui per una storiaccia scoperta negli anni più bui del terrorismo: una partita di armi automatiche ed esplosivo consegnata dagli uomini dell'Olp ai capi delle Brigate rosse e sbarcata una notte di settembre del 1979 sulle spiagge di Venezia”, e che “quei mitra furono usati per uccidere e ferire.” (Panorama - 9 luglio 1989)
 
Per quanto riguarda invece il punto 2), si legge nella relazione conclusiva di minoranza, alle pagg. 253-255:
 
Nel quadro della politica estera italiana in Medio Oriente, all'interno della "tregua" accordata all'Italia dal 1973 al 1981, ovviamente la vicenda di Ortona non fu un episodio isolato. A un mese dall'arresto dei tre autonomi e del giordano Abu Anzeh Saleh, in una informativa indirizzata al direttore del SISMI e alla Presidenza del Consiglio, si leggono le prime prese di posizione dell'FPLP, nella persona di Tasir Qubaa, espresse in un colloquio con "Maestro" (il nome di copertura del colonnello Giovannone). Egli sostanzialmente confermava che i missili si trovavano in Italia solo per transito e sarebbero stati impiegati in vista di una rinnovata campagna terroristica in Israele.
Affermava che il ruolo di Abu Anzeh Saleh era limitato a quello di intermediario tra i vettori italiani e l'incaricato della nave Sidon e che non era al corrente dell'intero sviluppo dell'operazione. Inoltre, sosteneva che la partecipazione dei tre autonomi era da intendersi a carattere personale e non implicava il coinvolgimento di organizzazioni terroristiche italiane.
 Dal documento emerge che l'esponente dell'FPLP non appariva preoccuparsi tanto della liberazione di Saleh, che definiva "elemento bruciato e controllato", bensi di avanzare richieste da inoltrare al governo italiano. Tramite "Maestro", egli intendeva portare a conoscenza del Presidente del Consiglio la richiesta di impegnarsi al fine di vietare che i due lanciamissili sequestrati e la relativa documentazione fossero esaminati dai servizi israeliani e statunitensi, anche se tali servizi – si specificava - erano già in possesso di esemplari della stessa arma, uno dei quali sequestrato dalla polizia greca durante il transito attraverso il Pireo nell'estate 1978.
Secondo il documento, nel caso che tale richiesta fosse stata rifiutata, Taisir Qubaa minacciava una rappresaglia. Maestro, ovvero il colonnello Giovannone, ritenne che la presa di posizione dell'interlocutore fosse esasperata a causa delle critiche e delle accuse rivoltegli dagli oppositori all'interno dello stesso FPLP. Comunque, in relazione alle minacce, attese elementi di risposta idonei a rassicurare lo stesso Tasir Qubaa.
Questi elementi furono presumibilmente forniti, dato che non si rilevano successive informative che riferiscano nuovamente sull'argomento e sull'interessato, oltre al fatto che non furono attivate "azioni di rappresaglia".
I1 ciclo informativo che ne seguì alternava il timore di "azioni di rappresaglia" con pressioni diplomatiche fino alla ipotizzata collaborazione di Abu Anzeh Saleh con il servizio italiano, espressa in un documento del Centro di Controspionaggio di Bologna, in data 31 marzo 1980.
I1 15 gennaio 1980, in un’informativa data dalla direzione generale di Polizia - DIGOS - Ufficio Centrale, inviata alle questure di Bologna e Roma, sostanzialmente si affermava che il leader dell’FPLP, George Habbash, fosse contrariato per l'arresto di Saleh e la conseguente dannosa pubblicità per il suo Fronte e "manovrerebbe" "contatti" informali con ambienti diplomatici arabi per far pressioni sul governo italiano.
I1 25 gennaio 1980, il Tribunale di Chieti condannava a sette anni Abu Anzeh Saleh e i tre autonomi per detenzione e trasporto illegittimo di armi da guerra, ma li assolveva dal reato di introduzione delle armi su territorio nazionale.
L'8 marzo 1980, il SISDE inviava una nota alla questura di Bari dove si esprimeva la preoccupazione che I'FPLP potesse tentare in qualche modo una ritorsione nei confronti del nostro Paese se non anche un'azione per liberare Abu Anzeh Saleh.
(…) L'11 luglio 1980, il direttore dell’UCIGOS inviava una nota al direttore del SISDE in cui paventava nuovamente azioni di ritorsione da parte dell’FPLP.
I1 2 agosto 1980 avvenne la strage di Bologna. Nelle comunicazioni che seguirono, in merito a Saleh e alle trattative e ai timori di rappresaglia da parte dell'FPLP nessun organo investigativo risulta aver accennato a un possibile collegamento tra la vicenda di Ortona e la strage, neppure l'allora direttore dell'UCIGOS Gaspare De Francisci (estensore dell'informativa dell'11 luglio 1980) né la Direzione centrale di Polizia. Né alcuna segnalazione pervenne dal Maestro, il colonnello Giovannone, "l'uomo della politica in Medio Oriente" che il citato esponente dell'FPLP, nel dicembre 1979, intendeva incontrare per inoltrare le sue richieste alla Presidenza del Consiglio della Repubblica italiana. Dal riscontro in atti non risulta dunque nessun collegamento tra la vicenda di Ortona e la strage di Bologna. I legittimi timori espressi dagli organi investigativi italiani per un azione di rappresaglia e per un'azione violenta da parte dell'FPLP al fine di liberare dal carcere Saleh restano tali.”
 
Dunque, riassumendo i vari assunti dei Commissari del centrosinistra su questo punto:
a) Un dirigente dell’FPLP, Tasir Qubaa, chiese a Giovannone di fare semplicemente in maniera che i missili di Ortona non finissero in mani israeliane o americane, pena rappresaglia.
Lo stesso Giovannone però avrebbe ritenuto la richiesta più strumentale a questioni interne al FPLP che non realmente minacciosa. Su Abu Saleh secondo Giovannone non ci sarebbe stata alcuna richiesta da parte palestinese, anzi, era considerato un elemento non determinante.
b) tra il gennaio e il luglio 1980 alcune note dei servizi segreti ed investigativi, allertavano da possibili rappresaglie palestinese sul territorio italiano, conseguenti la detenzione di Saleh. Ma le stesse agenzie (Sisde – Ucigos), dopo l’attentato di Bologna dell’agosto 1980, non segnalarono alcun collegamento fra quelle precedenti segnalazioni e la strage, segno che non consideravano essercene.
 
Infine in relazione al punto 3), si legge nella relazione conclusiva di minoranza, alle pagg. 255-256:
 
D'altronde è opportuno sottolineare che la strage di Bologna - causata dall'esplosione di una bomba contenente 20-25 chili di tritolo con aggiunta di T4, che causò la morte di 85 persone e il ferimento di 200 - non è sicuramente da iscriversi, politicamente e operativamente, in una semplice "azione di rappresaglia". È altrettanto necessario sottolineare che il compimento di una strage come quella di Bologna, da parte dell'FPLP non avrebbe costituito un atto di ritorsione e rappresaglia, ma un atto di guerra contro l'Italia, un paese strategicamente importante, con il quale il dialogo era stato ed era comunque proficuo.”
 
Per capire come debbano essere considerate tali considerazioni conclusive dei commissari del centrosinistra (punto 1, 2 e 3), bisogna proseguire nella lettura della relazione, perché paradossalmente spunta un elemento che ha dell’incredibile.
 
Dalla relazione conclusiva di minoranza, alle pagg. 256-257:
 
Come si è scritto, il ciclo informativo inerente la vicenda di Ortona e, in particolare, Saleh non si ferma al 1980. Porta la data del 15 giugno 1981 un documento di estremo interesse, che conferma l'esistenza del "patto" di tregua accordato dall'FPLP all'Italia fin dal 1973 e testimonia che fino al giugno 1981 quella "tregua" era stata osservata; per la prima volta si legge ciò che non era emerso nelle informative precedenti, ovvero dell'ipotesi di una situazione di pericolo a breve scadenza e di una possibile ripresa della piena libertà di azione da parte dell'FPLP. Esso peraltro conferma implicitamente l’estraneità del Fronte palestinese rispetto alla strage di Bologna, poiché si afferma che, solo a partire dal giugno 1981, su quel "patto" si rischia di non poter fare più affidamento.
Il documento in questione è un'informativa redatta dal SISMI, indirizzata alla 1ª Divisione, al vice direttore del servizio, alla Presidenza del Consiglio, ministero dell’intemo, ministero di Grazia e Giustizia e CESIS. Si riferisce che il 29 maggio 1981, la Corte d'Appello dell'Aquila ha rigettato l'istanza di scarcerazione per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva, presentata dall'avvocato di Abu Anzeh Saleh, Edmondo Zappacosta. Si evidenzia la "preoccupata reazione" dell'esponente dell'FPLP, in contatto con il rappresentante del SISMI a Beirut colonnello Giovannone, e si dice che vi è motivo di ritenere che il Fronte interpreti tale decisione come un atteggiamento pregiudizialmente negativo assunto dalle autorità italiane. in sostanza, il documento avvertiva che "non si dovrebbe più fare affidamento sulla sospensione delle operazioni terroristiche in Italia e contro interessi e cittadini italiani decisa dall'FPLP nel 1973". Conseguentemente, si ipotizzava una situazione di pericolo a breve scadenza, anche in concomitanza del processo d'appello il cui inizio era previsto per il 17 giugno 1981. In proposito, l'informativa riportava notizie apprese da fonte fiduciaria estranea all'FPLP, secondo cui sarebbero state predisposte due operazioni da condurre, in alternativa, contro obiettivi italiani: 1) il dirottamento di un aereo DC 10 Alitalia, con cattura dei passeggeri e dell'equipaggio; 2) occupazione di un'ambasciata italiana in un paese del Centro o Sud America con cattura dei funzionari e degli impiegati di nazionalità italiana. Com'è evidente, si tratta di due ipotetiche azioni di rappresaglia non riconducibili alle dimensioni di una strage.
I1 22 giugno 1981 era nuovamente presentata l'istanza di scarcerazione di Saleh. La Corte di Cassazione la concesse il 31. I1 15 agosto Abu Anzeh Saleh tornò in libertà anche se con l'obbligo di risiedere a Bologna e presentarsi due volte alla settimana al locale commissariato di polizia. I1 cittadino giordano fu, quindi, giudicato a piede libero e presenziò al processo d'appello iniziato il 13 gennaio 1982. Residente a Bologna, Abu Anzeh Saleh vi conclude gli studi laureandosi in scienze politiche il 23 giugno 1983, subito dopo si rende irreperibile.
 
Oserei definire il ragionamento dei commissari del centrosinistra, del tutto particolare.
 
Essi invocano un’informativa del SISMI del 15 giugno 1981, che semplicemente avvisava che, poiché la Corte d’Appello dell’Aquila aveva rigettato l’istanza di scarcerazione per Abu Saleh il 29 maggio 1981, sorgeva il rischio di rappresaglie palestinesi subito a seguire, anche in rottura del ben noto PATTO del 1973.
 
E sulla base di questa breve nota, i commissari del centrosinistra deducono che, dal momento che veniva segnalato un rischio FUTURO (da giugno in poi) era IMPLICITO nell’informativa stessa che lo stesso rischio non avrebbe potuto riguardare il PASSATO (e cioè l’agosto 1980, periodo della strage).
Peccato però che la stessa informativa sconfessa prepotentemente tutti gli assunti precedenti (1, 2 e 3).
 
PRIMO: conferma l’esistenza del PATTO di tregua, a far data dal 1973, patto che nella pagina precedente gli stessi Commissari si erano dati da fare per degradare a “vago accordo” ripescando stralci di un’intervista televisiva di Giovannone alla TV britannica.
SECONDO: conferma il fermo interesse alla liberazione di Abu Saleh da parte dell’organizzazione terroristica palestinese, contrariamente a quanto richiamato sempre ai punti precedenti della relazione conclusiva, dove i commissari citano gli incontri fra lo stesso Colonnello Giovannone ed il dirigente palestinese Tasir Qubaa, per il quale Abu Saleh era semplicemente un personaggio “bruciato” di interesse praticamente nullo.
TERZO: si ipotizzano, come tragica contropartita alla mancata liberazione del terrorista palestinese, rappresaglie sottoforma di gravi azioni terroristiche quali, ad es., “il dirottamento di un aereo DC 10 Alitalia, con cattura dei passeggeri e dell'equipaggio”.
 
Ma a questo punto, ci si domanda: ma se esisteva un PATTO dal 1973 di natura tale e di tale importanza da far temere al SISMI, a metà di giugno del 1981, la possibilità di una rappresaglia terroristica a seguito della conferma in Corte d’Appello della detenzione di un membro del FPLP, per quale ragione l’FPLP non poteva identicamente (anzi, a maggior ragione) intendere come violato il patto, ed indi effettuare rappresaglie, già dal momento dell’arresto stesso del loro affiliato, e cioè da prima dell’agosto del 1980?
 
E non è semplicemente ridicolo il tentativo dei commissari di centrosinistra di “declassare” per gravità ed importanza tale ipotetica azione terroristica rispetto alla strage di Bologna?
 
Infatti bisogna innanzitutto considerare che la strage di Bologna poteva anche essere la conseguenza di un’azione mal calcolata.
Lo stesso crollo della sala d’aspetto che causò il maggior numero di vittime, pare si debba al ritorno dell’onda d’urto causata dall’ordigno contro il convoglio Ancona-Chiasso fermo sul primo binario.
 
E se quel treno non fosse stato sul binario? Forse la sala d’aspetto non sarebbe crollata.
Forse il numero di vittime sarebbe stato molto minore, più vicino alle 32 vittime causate dall’azione terroristica di Fiumicino del dicembre 1973. (sulla natura della quale, atto di guerra o di intimidazione nel contesto delle trattative in corso con il governo italiano, non si può essere certi).
 
Ma non è forse ridicolo “pesare” col numero di vittime o con la massa di esplosivo la “ratio” di questi attentati?
Forse il dirottamento di un DC10 da parte di terroristi palestinesi non sarebbe potuto terminare anch’esso in un’immane tragedia?
 
Sono, tutte queste, ragioni sufficienti per non considerare la presenza a Bologna, nei pressi della stazione, il giorno dell’attentato, del terrorista tedesco Thomas Kram collegato col terrorista Carlos, nonché la probabile presenza di un’altra terrorista tedesca?
 
E che dire del fatto che gli attentati a treni e stazioni segnano marcatamente uno stile inconfondibile, quello del terrorista Carlos cui il Kram era indiscutibilmente collegato?
 
E che dire inoltre del fatto che un altro attentato molto simile fu effettuato due anni dopo a Parigi, proprio per rappresaglia all’arresto ed al processo di altri due terroristi, Magdalena KOPP e lo svizzero Bruno BREGUET?
 
“Il 22 aprile 1982 viene fatta saltare in aria l’agenzia di stampa francese a Beirut. Lo stesso giorno, pochi minuti prima che iniziasse il processo a Parigi a carico di KOPP e BREGUET, un’automobile con una potente carica di esplosivo salta in aria - poco dopo le ore 9 - sotto la sede del settimanale filo iracheno Al Watan Al Arabi, in rue Marbeuf, all’altezza del civico 33, poco distante dai Campi Elisi. Bilancio: un morto (una signora di 30 anni, Nelly GUILLERME) e 46 feriti (fra i più gravi, un ragazzo di 18 anni al quale verrà amputata una gamba). L’onda d’urto provocherà vasti danni per un raggio di 150 metri. Il ministro dell’Interno austriaco rese noto che l’auto utilizzata (una Opel Kadett color arancio, targata W691 814) era stata noleggiata alla Hertz dell’aeroporto di Lubjana (Jugoslavia) il 19 aprile da una donna. … Da successive e delicatissime indagini, fu possibile accertare la vera identità della donna che condusse a Parigi la Opel carica di esplosivo ad altissimo potenziale (secondo la testimonianza del custode dell’edificio, Jean-Luc MENAULT, l’auto era stata parcheggiata la sera precedente intorno alla mezzanotte dinanzi al numero 33 della rue Marbeuf da un uomo dal colorito scuro, di circa 30 anni, con capelli grigi): Christa Margot FRÖHLICH, nata Kalisz (Polonia), il 19 settembre 1942, cittadina tedesca. La donna verrà arrestata due mesi dopo - il 18 giugno 1982 - all’aeroporto Leonardo Da Vinci mentre trasportava, in una valigia, 3,5 kg di miccia detonante, composta di esplosivo ad alto potenziale (giudicato in un primo momento T4, ma poi periziato in cordone fulminante alla pentrite), di due detonatori elettrici e di una sveglia elettrica predisposta all’impiego quale timer di un ordigno.”
(da Almanacco dei Misteri, documento citato)
 
Ora, anche la FRÖHLICH stando ad alcune risultanze emerse anche nei lavori della Commissione Mitrokhin, pare fosse a Bologna quel tragico 2 agosto 1980.
 
Ma questa storia la affronteremo prossimamente.

 

mercoledì, 27 giugno 2007

L’accordo Moro

(di Sextus Empiricus e Cieli Limpidi)

Sulle tracce indicate da Priore

“Io ho istruito in parte il processo per banda armata relativo ai missili di Pifano, e lì nasce una vicenda così complessa che non è stata mai spiegata, di rapporti con il FPLP (Fronte popolare per la liberazione della Palestina)… che poi si raccorda con quanto è contenuto nelle lettere di Moro… Moro fa sempre menzione a questo patto, a questo accordo che c’è con la resistenza palestinese.

Questo è un accordo sul quale tuttora c’è una sorta di segreto di fatto (perché non è stato mai opposto un segreto formale), su cui non si può ancora parlare, perché la Commissione Mitrokhin era arrivata ad un determinato punto proprio su questa materia… e da quel momento è nato di nuovo un segreto di fatto, perché i lavori si son chiusi, e lo stesso Andreotti, io ricordo, il Presidente Andreotti parlava appunto di questa sorta di segreto che è troppo presto per rivelare. … Si ha l’impressione che la nostra opinione pubblica non sia preparata alla rivelazione di certi segreti, come quello che riguarda il patto con la resistenza palestinese che ha dominato la nostra storia per anni, per decenni…

Io vorrei solo fare un piccolo riferimento a questo patto, questo è un patto di cui parla Moro in quattro importantissime lettere: a Pennacchini, a Piccoli, e credo… a Cossiga… fa sempre riferimento a questo patto, però di questo patto in Italia c’è una sorta di divieto di parlarne. Questo è un patto, diciamo la verità, che ha determinato la nostra storia per oltre trent’anni…”.

Con queste parole Rosario Priore, giudice che nel corso della sua carriera ha indagato sui cosiddetti “misteri d’Italia”, dalla strage di Piazza Fontana al caso Moro fino al caso Ustica, interveniva a Omnibus su LA7 il 14 maggio scorso.

Parole che, è inutile negarlo, colpiscono tutti coloro i quali hanno vissuto con una certa partecipazione le vicende drammatiche che hanno caratterizzato gli anni ’70.

I precisi riferimenti del giudice Priore lasciano intendere fin da subito – poi si renderà necessaria comunque una seria e oggettiva verifica documentale – che una lunga sequenza di eventi, fatti e “verità” abbiano lasciato tracce evidenti, anche se finora non adeguatamente riconosciute.

Non si può ancora parlare”… di cose che in realtà sono già scritte e che ormai, grazie anche alla rete, risulta molto facile ritrovare, rileggere, rianalizzare con cura.

Forse la novità, la grande novità, sta proprio qui.

Non vogliamo facilmente scadere in una esaltazione acritica della rete, ma forse questo strumento è calato come arma impropria ed imprevista nel placido consesso dei poteri.

Verità sepolte, scomode, inopportune rischiano di vedere la luce grazie alla potenza dei motori di ricerca e degli ipertesti; alla rivoluzionaria contrazione del tempo e dello spazio, che consente a persone lontane che mai si sarebbero incontrate, di scambiarsi opinioni, dubbi, considerazioni e… “scoperte”.

Io e Sextus abbiamo provato pazientemente a seguire quel filo esile ma intrigante che Priore aveva indicato.

Senza nessun intento interpretativo vogliamo mettere semplicemente a disposizione dei lettori le notizie essenziali, vale a dire le “fonti” ultime che siamo riusciti a identificare.

Questo solo per mettere ordine fra informazioni frammentarie e sconnesse e per dare magari modo ad altri curiosi navigatori di andare oltre.

 

Le lettere di Moro

Priore fa cenno a quattro lettere scritte da Aldo Moro durante i 55 giorni della sua prigionia nel “carcere del popolo” delle BR.

Le lettere scritte da Moro sono in totale 95, di cui però solo 30 vennero recapitate ai destinatari mentre le altre 65 vennero “trattenute” dai brigatisti, nonostante, come ebbe a dire Mario Moretti “Moro si raccomandava molto che venissero recapitate” (cfr. Mario Moretti, “Brigate Rosse. Una storia italiana, intervista con Carla Mosca e Rossana Rossanda”, Anabasi, Milano 1994), e nonostante che gli stessi brigatisti avessero promesso che “tutto quanto riguarda il processo a Moro [verrà] trattato pubblicamente” (Comunicato n. 1 del 18 marzo 1978).

Le lettere di Moro divennero pubbliche in tre diversi momenti:

1.      durante i 55 giorni del sequestro (16 marzo – 9 maggio 1978);

2.      dopo la scoperta del covo delle Brigate rosse di via Monte Nevoso (Milano, 1º ottobre 1978), dove vennero rinvenute dattiloscritte e in fotocopia;

3.      dopo il secondo rinvenimento nello stesso covo delle Br di via Monte Nevoso, durante lavori di ristrutturazione (Milano, 9 ottobre 1990), dove vennero rinvenuti i testi manoscritti, ancora in fotocopia.

 

Questi i brani a cui fa riferimento il giudice Priore, in cui Moro esplicitamente cita un “accordo” con i palestinesi.

• Lettera a Erminio Pennacchini recapitata il 29 aprile 1978:

“…È quindi naturale che in un momento drammatico mi rivolga a te per un aiuto prezioso che consiste semplicemente nel dire la verità. Dirla, per ora, ben chiara agli amici parlamentari ed a qualche portavoce qualificato dell’opinione pubblica. Si vedrà poi se ufficializzarla.

Si tratta della nota vicenda dei palestinesi che ci angustiò per tanti anni e che tu, con il mio modesto concorso, riuscisti a disinnescare. L’analogia, anzi l’eguaglianza con il mio doloroso caso, sono evidenti. Semmai in quelle circostanze la minaccia alla vita dei terzi estranei era meno evidente, meno avanzata. Ma il fatto c’era e ad esso si è provveduto secondo le norme dello Stato di necessità, gestite con somma delicatezza…”.

• Lettera a Flaminio Piccoli recapitata il 29 aprile 1978, ma scritta il 22-23 aprile poiché è menzionata in una lettera di Moro a Maria Luisa Familiari scritta domenica 23 aprile:

“… La prima osservazione da fare è che si tratta di una cosa che si ripete come si ripetono nella vita gli stati di necessità. Se n’è parlato meno di ora, ma abbastanza, perché si sappia come sono andate le cose. E tu, che sai tutto, ne sei certo informato. Ma, per tua tranquillità e per diffondere in giro tranquillità, senza fare ora almeno dichiarazioni ufficiali, puoi chiamarti subito Pennacchini che sa tutto (nei dettagli più di me) ed è persona delicata e precisa. Poi c’è Miceli e, se è in Italia (e sarebbe bene da ogni punto di vista farlo venire) il Col. Giovannone, che Cossiga stima. Dunque, non una, ma più volte, furono liberati con meccanismi vari palestinesi detenuti ed anche condannati, allo scopo di stornare gravi rappresaglie che sarebbero poi state poste in essere, se fosse continuata la detenzione. La minaccia era seria, credibile, anche se meno pienamente apprestata che nel caso nostro. Lo stato di necessità è in entrambi evidente.

Uguale il vantaggio dei liberati, ovviamente trasferiti in Paesi Terzi…”.

Priore nel suo recente intervento sembra sbagliare segnalando altri riferimenti nelle due lettere inviate da Moro a Francesco Cossiga. In effetti non sembrano esserci. Anche se la (o le) testimonianze di Cossiga come vedremo sono molto interessanti…

Viceversa, nello scorrere le lettere di Moro, si riscontrano altre tracce del “patto”. In particolare:

• Lettera all’ambasciatore Luigi Cottafavi (amico del Segretario dell’ONU Kurt Waldheim) a cui Moro scrive:

E ciò dimenticando che in moltissimi altri paesi civili si hanno scambi e compensazioni e che in Italia stessa per i casi dei Palestinesi ci siamo comportati in tutt’altro modo”.

• E ancora lettera a Renato Dell’Andro:

La prima riguarda quella che può sembrare una stranezza e non è e cioè lo scambio dei prigionieri politici. Invece essa è avvenuta ripetutamente all’estero, ma anche in Italia. Tu forse già conosci direttamente le vicende dei palestinesi all’epoca più oscura della guerra. Lo scopo di stornare grave danno minacciato alle persone, ove essa fosse perdurata. Nello spirito si fece ricorso allo stato di necessità. Il caso è analogo al nostro, anche se la minaccia, in quel caso, pur serissima, era meno definita. Non si può parlare di novità né di anomalia. La situazione era quella che è oggi e conviene saperlo per non stupirsi. Io non penso che si debba fare, per ora, una dichiarazione ufficiale, ma solo parlarne di qua e di là, intensamente però. Ho scritto a Piccoli e a Pennacchini che è buon testimone”.

E poi al Partito della Democrazia Cristiana (riportiamo solo la prima di tre versioni comunque simili tra loro):

Bisogna pur ridire a questi ostinati immobilisti della D.C. che in moltissimi casi scambi sono stati fatti in passato, ovunque, per salvaguardare ostaggi, per salvare vittime innocenti. Ma è tempo di aggiungere che, senza che almeno la D.C. lo ignorasse, anche la libertà (con l’espatrio) in un numero discreto di casi è stata concessa a palestinesi, per parare la grave minaccia di ritorsioni e rappresaglie capaci di arrecare danno rilevante alla comunità. E, si noti, si trattava di minacce serie, temibili, ma non aventi il grado d’immanenza di quelle che oggi ci occupano. Ma allora il principio era stato accettato. La necessità di fare uno strappo alla regola della legalità formale (in cambio c’era l’esilio) era stata riconosciuta. Ci sono testimonianze ineccepibili, che permetterebbero di dire una parola chiarificatrice. E sia ben chiaro che, provvedendo in tal modo, come la necessità comportava, non si intendeva certo mancare di riguardo ai paesi amici interessati, i quali infatti continuarono sempre nei loro amichevoli e fiduciosi rapporti”.

• Infine lettera a Riccardo Misasi:

Ecco perché queste cose sono e non possono essere disciplinate nel segno dello Stato di necessità, salvo le ipotesi più semplici alle quali fa riferimento saggiamente l’On. Craxi. La casistica, sulla quale più volte mi sono soffermato è al riguardo altamente indicativa, dagli innumerevoli casi di salvezza di ostaggi fino ai casi dei palestinesi di cui si è parlato”.

Il testo integrale delle lettere di Moro si può consultare al sito:

http://www.archivio900.it/it/documenti/finestre-900.aspx?c=1043

Una versione cartacea delle stesse lettere si può leggere in Sergio Flamigni, “«Il mio sangue ricadrà su di loro». Gli scritti di Aldo Moro prigioniero delle Br”, Kaos edizioni, gennaio 1997 (pp. 55-203).

Dunque un “patto”, un “accordo” tra governo italiano e palestinesi sembra essere esistito.

Ma quando è stato stipulato? E dove?

19 ottobre 1973: la data del “patto”?

Un preciso riferimento cronologico alla stipula di questo “patto” è attestato da Sergio Flamigni in “La tela del ragno. Il delitto Moro”, Kaos edizioni, 1ª ed. maggio 1988, 5ª ed. aggiornata aprile 2003. Alle pagine 197-198 di quest’opera (un vero e proprio “classico” sul caso Moro) troviamo scritto:

Il 19 ottobre 1973, presso l’Ambasciata italiana al Cairo, c’era stato un incontro fra il rappresentante dell’Olp, Said Wasfi Kamal, e diplomatici italiani, il primo consigliere Ranieri Tallarigo e il segretario Concetta Di Stefano in Grignano. Il rappresentante dell’Olp aveva chiesto la liberazione dei palestinesi arrestati per l’attentato all’aereo della El Al «e ha offerto l’impegno formale dell’Olp che nessuna azione dei feddayn si ripeterà in Italia qualora venga concessa la liberazione degli attuali detenuti» (Da un appunto “Riservatissimo” al Sid proveniente dal Cairo; cfr. sentenza-ordinanza del giudice istruttore Carlo Mastelloni, cit. [Tribunale di Venezia, procedimento penale nº 204 del 1983], pagg. 1.161-63.). La proposta era stata esaminata il 25 ottobre, nel corso di una riunione al ministero degli Esteri, durante la quale il rappresentante del Viminale – il vicequestore Silvano Russomanno, direttore della Divisione sicurezza interna – aveva sottolineato «la scarsa credibilità dell’impegno che gli organi ufficiali della resistenza palestinese assumerebbero in caso di liberazione dei cinque detenuti»; secondo Russomanno, dovevano «ritenersi del tutto fantasiosi i timori palesati circa possibili azioni delittuose da parte israeliana contro gli arabi». La riunione aveva dimostrato che sotto la direzione di Moro il ministero degli Esteri era impegnato a stabilire un’intesa con l’Olp per salvaguardare il territorio italiano da eventuali attacchi palestinesi, e dai pericoli di ritorsione da parte israeliana che stranamente Russomanno tendeva a escludere.

Può essere che questo “accordo” dell’autunno 1973, nel pieno della guerra del Kippur (6-22 ottobre) non fosse altro che una reiterazione di un precedente “patto”.

Non si spiega però a questo punto l’attentato compiuto il 17 dicembre di quello stesso anno da cinque terroristi di Settembre Nero all’aeroporto di Fiumicino che causò 32 morti.

Le “notizie riservate” di Pecorelli

È d’obbligo citare il giornalista Mino Pecorelli, che dalle colonne della sua rivista “OP” (Osservatorio Politico) del 10 ottobre 1978, analizza la citata lettera di Moro a Piccoli:

Moro si riferisce a quell’accordo «anomalo» stabilito al di fuori dello Stato ma sotto il controllo dello Stato, grazie al quale l’Italia non è stata teatro di quei dirottamenti aerei, stragi e attentati che tante vittime e danni hanno provocato in Europa a partire dal ’72. In quell’anno agenti del Sid informarono il governo che terroristi palestinesi stavano preparando attentati agli aeroporti italiani. Rumor e Moro giudicarono che l’unica strada per impedire che l’Italia diventasse terreno di manovra dei palestinesi era quella di trattare con Habbash una sorta di mutuo patto di non aggressione. L’accordo stabilito dal Sid, con l’unica misteriosa eccezione della strage di Fiumicino, fu sempre rispettato.

Da parte italiana l’accordo presupponeva una perfetta intesa tra governo, Sid e magistratura. Per esempio, quando sul finire del ’73 il Sid di Miceli sorprese a Ostia cinque terroristi arabi in procinto di lanciare un missile contro un aereo israeliano, nel superiore interesse dello Stato la magistratura concesse subito la libertà dietro cauzione che il Sid fu lesto a pagare riaccompagnando gli arabi alla frontiera. Né quella fu l’unica operazione anomala e parallela agli interessi dello Stato. Dal ’73 al ’75, in tre riprese furono consegnati a Habbash dieci terroristi condannati. Salvare la vita di nostri connazionali, salvare gli aerei della flotta di bandiera è stata forse una disfatta dello Stato o una vittoria dell’intelligenza politica sulla forza bruta?

Né lo stato italiano (segnatamente Rumor, Moro, Piccoli, Pennacchini sottosegretario al ministero di Grazia e giustizia, Carmelo Spagnuolo procuratore generale, Miceli capo del Sid, il col. Giovannone responsabile del Sid a Beirut, tutti ricordati nelle lettere di Moro) si limitarono a trattare con i palestinesi. Quando i guerriglieri del Fronte di liberazione dell’Eritrea, per finanziare la rivolta contro Addis Abeba si misero a sequestrare possidenti italiani, anche allora su disposizione di Moro si ricorse ai buoni uffici del Sid. Un agente di Miceli si mise in contatto con il capo del fronte eritreo e riuscì a ottenere l’immunità per tutti i residenti italiani.” (La citazione è tratta da Sergio Flamigni, “Le idi di marzo. Il delitto Moro secondo Mino Pecorelli”, Kaos edizioni, ottobre 2006, pp. 364-365).

Le “testimonianze” di Cossiga

Veniamo infine a Francesco Cossiga e a quanto ha affermato il 24 maggio scorso durante la trasmissione di RAI2 “La storia siamo noi” di Giovanni Minoli:

“… Arrivò attraverso Giovannone, un messaggio del capo di un’organizzazione terroristica, a me diretto, molto cortese, che diceva: “Ma qui stiamo violando i patti, il missile è mio, voi me lo dovete restituire.” Compresi che quindi faceva parte del “patto”, il fatto che noi ci “distraessimo” dei trasporti di materiale esplosivo attraverso il nostro paese, purché al nostro paese non fossero destinati
... Una delle più ardite realizzazioni di Aldo Moro è stato l’accordo segreto, tanto segreto che io che sono stato Ministro dell’Interno, presidente del Consiglio e Presidente della Repubblica, non ne ho mai saputo niente…
… A me poi Ministro dell’Interno e poi Presidente del Consiglio e poi Presidente della Repubblica, non hanno mai detto nulla. Però per un lungo periodo noi siamo stati al riparo dal terrorismo mediorientale
”.

Quasi due anni prima, il 20 luglio 2005 Cossiga scrisse una lettera a Enzo Fragalà capogruppo di An in commissione Mitrokhin, in cui tra le altre cose affermava:

Vi è «il dubbio grave» che la strage di Bologna del 2 agosto 1980 sia stata «o un atto del terrorismo arabo o della fortuita deflagrazione di una o più valigie di esplosivo, trasportato da palestinesi, che si credevano garantiti dall’ accordo Moro’. L’ ‘accordo Moro’, venne “stipulato sulla parola tra la resistenza ed il terrorismo palestinese da una parte e dal governo italiano dall'altra, al fine di tenere l’Italia al riparo dagli atti terroristici di quelle organizzazioni”, e spiega perché “ufficiali del Sismi, ente sempre fedele all’accordo e leale verso perfino la memoria di Aldo Moro, tentarono il depistaggio verso esponenti credo neonazisti del terrorismo tedesco, e per questo furono condannati”.
Le carte raccolte dalla commissione Mitrokhin, a mio avviso potrebbero costituire base per la valida revisione del processo che portò alla condanna della Mambro e del Fioravanti, difesi presso di me da esponenti importanti delle Brigate Rosse che teorizzarono il perché i due non potessero essere che innocenti”.
Quando la Polizia stradale intercettò un camion con due missili, scortato dal «pacifista non violento» Pifano, ‘dominus’ di quel circolo culturale della cosiddetta Autonomia, così lo definì il giudice che annullando una ordinanza da me emanata in base alle leggi speciali quale ministro dell'Interno, e cioè il cosiddetto covo di via dei Volsci, il Sismi mi passò una informativa che si affermava originata dalla «stazione» di Beirut, alias dal colonnello Giovannone, l’ ‘uomo’ di Aldo Moro, secondo la quale una determinata organizzazione della resistenza palestinese, la Fplp, rivendicava la proprietà dei due missili, non destinati all’Italia”.
In realtà non fu difficile a me ed al Sottosegretario all’Informazione e alla Sicurezza, on. Mazzola, comprendere che i dirigenti del Sismi, ci nascondevano qualcosa. Vi fu un burrascoso incontro notturno a Palazzo Chigi, ed alla fine mi fu detta la verità e mi fu esibito un documento trasmesso dalla nostra «stazione»: un telegramma del capo della Fplp a me indirizzato con cui, con il tono di chi si sente offeso per l’atto che ritiene compiuto in violazione di precedenti accordi, mi contestava il sequestro dei due missili e ne richiedeva la restituzione, insieme alla liberazione del ‘compagno’ Pifano”.
La richiesta avanzata dall'Fplp di restituzione dei missili faceva forse parte “dell'accordo mai dimostrato ‘per tabulas’, ma notorio, stipulato sulla parola tra la resistenza ed il terrorismo palestinese da una parte, e dal governo italiano dall’altra, quando era per la prima volta Presidente del Consiglio dei Ministri l’on. Aldo Moro.

La totale fedeltà e conseguente riservatezza che i collaboratori sia del Ministero degli esteri sia del Sifar e poi Sismi, di Aldo Moro nutrivano per lui, impedì sempre a me, benché «autoritariamente curioso», di sapere alcunché di più preciso sia da ministro dell'Interno, che da Presidente del Consiglio dei Ministri e da Presidente della Repubblica”.
Un altro “degli episodi legati all’accordo è la distruzione da parte dei servizi israeliani dell’aereo militare Argo 16, in dotazione al Sismi, come ritorsione alla ‘esfiltrazione’ di cinque terroristi palestinesi arrestati in quanto avevano tentato di abbattere con missili terra-aria un aereo civile israeliano in partenza da Fiumicino”.
“Esfiltrazione o fuga agevolata, operata da agenti del nostro servizio, naturalmente d'accordo con la magistratura che giustamente talvolta fa eccezioni al principio dell’esercizio dell'azione penale e della obbligatorietà teorica dei provvedimenti limitativi che dovrebbero discenderne
”… (AdnKronos, 20 luglio 2005).

Una timeline per l’anno 1973

Questa è una timeline di episodi in qualche modo connessi alla vicenda che abbiamo provato a documentare, accaduti nel 1973:

21 febbraio: aerei da guerra israeliani abbattono sul deserto del Sinai un aereo di linea libico (104 morti);

17 maggio: questura di Milano, via Fatebenefratelli (durante la cerimonia per l’inaugurazione di un busto dedicato a Luigi Calabresi nel primo anniversario della sua uccisione) l’ “anarchico” Gianfranco Bertoli lancia una bomba a mano nella folla (4 morti e 45 feriti), il presidente del Consiglio Mariano Rumor rimane incolume. Il quarantenne Bertoli era rientrato in Italia il 12 maggio dopo un soggiorno in Israele. Era a Milano il 16 dopo essere passato per Marsiglia;

28 giugno: Parigi, salta in aria Mohammed Boudia, il capo della rete palestinese in Europa. L’eliminazione di Boudia, attribuita al Mossad, spiana la strada a Ilich Ramirez Sanches (detto Carlos) ai vertici dell’organizzazione terroristica;

5 settembre: all’aeroporto di Fiumicino, allertati dal generale del SID Ambrogio Viviani, agenti del Mossad scatenano un conflitto a fuoco nel tentativo di eliminare alcuni membri palestinesi di Settembre Nero, catturati successivamente dalla polizia italiana;

6 ottobre – 22 ottobre: Guerra dello Yom Kippur tra Israele e i paesi arabi: Egitto e Siria;

31 ottobre: due dei cinque terroristi di Settembre Nero arrestati a Ostia mentre preparavano un attentato all’aeroporto di Fiumicino a un aereo della El Al, vengono scarcerati e fatti espatriare in Libia a bordo del bimotore Argo 16 del Sid;

23 novembre: “Argo 16”, in uso alla struttura segreta “Gladio”, precipita nei pressi di Marghera. Muoiono i quattro membri dell’equipaggio. Nel corso dell’inchiesta che ne seguì, venne incriminato tra gli altri il generale Zvi Zamir, capo dei servizi segreti israeliani dal 1968 al 1974 e Aba Léven, ex-responsabile del servizio di sicurezza israeliano in Italia;

17 dicembre: un commando di Settembre Nero lancia due bombe incendiari a bordo di Boeing 707 del Pan American in sosta a Fiumicino, 32 morti.

[seconda puntata...]

postato da: GabrielParadisi alle ore 27/06/2007 19:39 | Permalink | commenti (422)
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venerdì, 15 dicembre 2006

Mortadella coltivata

In uno scenario surreale degno del grande Jacovitti, tra un Cocco Bill dallo sguardo cinico e un Trottalemme allampanato, tra salami volanti e pesci con le gambe, ecco spuntare inquietanti mortadelle dal terreno. Mortadelle coltivate.

Nella simpatica rispostina con cui ieri Paolo Guzzanti ha voluto liquidare i miei quesiti, c’è, malgrado la brevità,  tutta la sostanza sintetizzata del problema.

Le accuse tremende a Romano Prodi “uomo del KGB” in Italia, “protettore delle BR e assassino morale di Aldo Moro”, si fondano su:

 

1)     Una seduta spiritica;

2)     Un ingiallito articolo-intervista del Corriere della Sera (20/08/1991);

3)     I presunti rapporti pericolosi tra Nomisma e l’Istituto Plekhanov;

4)     Il presunto insabbiamento dei lavori della Commissione Mitrokhin;

5)     Le affermazioni di due ex spie del KGB morte.

 

È dunque su questi punti che si sviluppa la tesi accusatoria.

Di molti di essi abbiamo già ampiamente trattato. Sul punto 4, esiste un esposto denuncia Guzzanti-Cordova (che coinvolgeva altri “uomini del KGB” come D’Alema e Dini) depositato nel dicembre 2005 e già bi-archiviato, sia dai PM della Procura di Roma (febbraio 2006), sia dal Tribunale dei Ministri (ottobre 2006).

 

Sul punto 2, c’è (incredibilmente!) un ritorno di fiamma. Il 13 dicembre scorso infatti, Stefania Craxi (!) ha pubblicato un articolo su Il Giornale (!) intitolato maliziosamente: “Quell’«amicizia» tra Prodi e l’Urss”. Il ragionamento della Signora Craxi si sviluppa a partire da un articolo-intervista sul quale avevamo già in marzo discusso abbondantemente con Guzzanti.

In un gioco di specchi e di citazioni reciproche oggi lo stesso Senatore rende omaggio alla signora “…Caro Prodi, (…) e poi storie brutte che Stefania Craxi va a ripescare rovistando sui giornali ingialliti dove si parla del tuo passato…”.

 

Poiché, a nostro avviso, l’articolo di mercoledì scorso c’è parso un po’ troppo “partigiano”, abbiamo pensato di scrivere alla Signora Craxi una lettera aperta alla quale purtroppo, temiamo non risponderà mai… Comunque la nostra lettera