venerdì, 20 ottobre 2006

¡ Que viva Venezuela !

 

 

 

 

 

 

 

 

Alan Woods ha terminato giovedì 19 a Milano il suo ciclo di conferenze in Italia. Il nostro articolo del 12 ottobre e quello dell’amico Antonio Pagliula hanno ricevuto, malgrado i nostri distinguo politici, gli apprezzamenti da alcuni compagni di Falcemartello e di HoV - oltre che un ringraziamento anche da parte di Marco Rizzo del Partito dei Comunisti Italiani (!). C’erano comunque altre domande che avremmo voluto fare a Woods. Così da Londra ci ha scritto Francesco Merli, che attualmente lavora per www.marxist.com, il quale ci ha proposto, con l’aiuto di Mario Iavazzi di Bologna, la realizzazione di una breve intervista diretta ad Alan Woods, prima della sua partenza per il Sudamerica.

Antonio, che vive e studia a Milano, si è prontamente attivato ed ha provveduto egregiamente alla bisogna. Ci è stato così possibile sottoporre allo studioso britannico tutte le domande che a suo tempo avevamo pensato e concordato con Antonio. Questa di seguito è l’intervista completa in esclusiva realizzata anche grazie a Alessandro Giardiello di Falcemartello.

Domanda: Si parla da qualche anno della svolta a sinistra dell’America Latina. Negli ultimi mesi però si è visto qualche rallentamento nel processo di trasformazione, spesso ci sono stati passi indietro inaspettati, sto parlando per esempio di Messico, Perù, Ecuador o anche della mancata vittoria di Lula in Brasile al primo turno. Cos’è cambiato rispetto ad un anno fa, o che cosa sta cambiando?

Alan Woods: "Non sono d’accordo con questa visione dei fatti. Io credo che in America Latina sia in atto un processo rivoluzionario già da molti anni. Per processo rivoluzionario intendo ad esempio le insurrezioni in Ecuador nel 2000, il collasso economico in Argentina, che comunque ha portato ad una insurrezione, la Bolivia, dove in due anni la classe operaia boliviana ha organizzato due scioperi generali e due insurrezioni, e dove ritengo che avrebbe potuto prendere facilmente il potere (poi ci furono le elezioni in cui Evo Morales ottenne una maggioranza del 57%, 67% a La Paz e più del 70% al nord ossia il centro dell’insurrezione boliviana). Soprattutto non dobbiamo dimenticare le insurrezioni in Messico, importantissime perché fino a poco tempo fa il Messico veniva considerato un paese al margine di questo processo, veniva considerato un paese borghese e democratico stabile. Solo adesso invece stiamo vedendo la realtà di questo stato. La realtà è che in Messico in questi giorni stiamo assistendo ad un processo, che io definirei, rivoluzionario classico, scoppiato in seguito ai brogli elettorali (una radicata tradizione messicana quasi come quella di bere tequila). Questa volta abbiamo assistito ad una reazione delle masse senza precedenti. Ad esempio il 31 luglio di quest’anno tre milioni di messicani hanno occupato lo Zocalo, a questo è seguita una insurrezione a Oaxaca promossa dai professori che ha avuto come conseguenza uno scontro con il governo statale e la formazione di quello che io definirei un embrione di soviet (l’assemblea popolare di Oaxaca). Ora queste assemblee popolari si stanno estendendo per tutto il Messico.
Insomma posso affermare con sicurezza che in questo momento in America Latina non esiste nessun governo borghese stabile, partendo dalla Terra del Fuoco sino al Rio Grande. Una situazione senza precedenti storici".

Domanda: Il 4 dicembre ci saranno le elezioni venezuelane. Chàvez si presenta per l’ennesima volta alle elezioni. Non ritiene che il processo di trasformazione in atto in Venezuela sia troppo legato alla figura individuale di Chàvez? C’è un partito, o un movimento alle sue spalle capace di assicurare continuità storica a questa “rivoluzione”?

Alan Woods: "In fisica si dice: “la naturaleza aborrece el vacío” (la natura detesta il vuoto). In politica succede lo stesso. Qual è il problema di fondo? Il problema è uno soltanto, non solo in Venezuela ma in tutta l’America Latina, in Bolivia, in Messico includerei anche l’Italia e l’Europa in generale, ed è un problema di direzione. Mi spiego meglio, le masse hanno dimostrato largamente il loro desiderio di cambiare la società e il loro desiderio di lotta, però nonostante abbiano tutta la ragione del mondo gli manca il veicolo per attuare: un partito rivoluzionario.
Qual è il problema? Se i partiti socialisti del mondo fossero realmente un partito socialista non ci sarebbero problemi, il problema è invece l’assenza di un partito socialista reale. Se i partiti delle classi operaie non si mettono a capo di questo movimento rivoluzionario, ad esempio in un paese come il Venezuela, le masse devono cercare una soluzione alternativa in qualche modo. Questo vuoto politico è stato riempito da Hugo Chàvez e il suo movimento bolivariano. Un movimento che nasce ed ha radici nella terribile sconfitta che fu il “Caracazo” nel 1989, è un movimento con un carattere politico al principio molto confuso, che raggruppava differenti tendenze, però, io direi, che in base alle esperienze di questi anni attualmente Hugo Chàvez sta assumendo posizioni socialiste vere e proprie. Una realtà importantissima per tutti noi".

Domanda: In seguito agli scontri nelle miniere boliviane, l’argomento Bolivia, anche se boicottato dai media occidentali, è tornato d’attualità. Fonti attendibili parlano di un vero e proprio golpe ormai in marcia e destinato a scalzare Evo Morales. Questo golpe pare sia organizzato da ufficiali di polizia con l’appoggio della destra boliviana e con le spalle coperte dagli Stati Uniti. Lo stesso Morales ha dichiarato di sentirsi in pericolo di vita. Che opinione si è fatto a riguardo?

Alan Woods: "Quello che è evidente è che l’imperialismo americano è terrorizzato dalla trasformazione in atto in America Latina in generale ed in particolare per il ruolo giocato dal Venezuela, che ora è un punto di riferimento per l’intero continente. Gli Stati Uniti, è chiaro, vogliono a tutti i costi frenare questo processo. In Venezuela tentarono tre volte di ribaltare il governo Chàvez. Hanno fallito solo per l’opposizione delle masse, per la resistenza “dal basso”.
Ritornando alla Bolivia, io non ho il minimo dubbio che la CIA stia cercando di far saltare il governo di Evo Morales, come non ho nessun dubbio che la CIA ha avuto un ruolo decisivo nei brogli elettorali messicani così come nelle elezioni in Perù e in Ecuador. Lo scopo degli Stati Uniti è frenare il processo di trasformazione latinoamericano, anche se dal mio punto di vista è un processo inarrestabile perchè è voluto fortemente dalle masse, da milioni di contadini e operai di tutta l’America Latina".

Domanda: Stiamo assistendo allo scontro Venezuela - Guatemala, o meglio, Venezuela – Usa alle elezioni del Consiglio di Sicurezza Onu. Pare che il Venezuela, nonostante l’impegno e gli sforzi profusi negli ultimi mesi, ne uscirà comunque sconfitto. Emerge sempre più il piano di pianificazione mondiale statunitense, dopo i muri di frontiera, le torture legali e il divieto allo spazio per le nazioni sgradite. Non c’è ancora realmente un alternativa valida per contrastare il progetto imperialista Usa?

Alan Woods: "Ovviamente il Venezuela non ce la farà, perché realmente l'Onu, l’ha detto anche Chàvez l’altro giorno, non serve a nulla. L’Onu è totalmente dominata dall’imperialismo perché gli imperialisti sono quelli che alla fine pagano le fatture dell’Onu. Ovviamente quello che pretendeva Chàvez per il Venezuela era ottenere una piattaforma per denunciare la politica imperialista degli Stati Uniti. Questo sarebbe assolutamente intollerabile per Bush e per il governo nordamericano che per questo hanno fatto tutto il possibile per evitarlo. Però quello dell’Onu io credo sia un fronte totalmente secondario. La lotta contro l’imperialismo non si fa alle Nazioni Unite ma nei singoli paesi dell’America Latina e nei singoli paesi del mondo, dove le masse stanno lottando per cambiare la società. Sarà solo questa lotta rivoluzionaria che potrà sconfiggere realmente l’imperialismo nordamericano nonostante il suo gigantesco potere militare ed economico".

Domanda: Lei è storicamente un sostenitore delle teorie marxiste. Qual è invece, ad esempio, la sua opinione riguardo al “movimento dei movimenti”, questo nuovo soggetto politico che negli ultimi anni ha animato l’impegno sociale e la battaglia al neoliberismo, riuscendo a prescindere e superare le vecchie basi ideologiche e credendo esclusivamente nella possibilità di un mondo migliore? Sto pensando a Seattle, Genova, Porto Alegre…

Alan Woods: "Io credo che in primo luogo la crisi del capitalismo, che è una crisi globale, sta provocando un movimento di resistenza altrettanto globale che si manifesta nelle espressioni più varie. Tutti queste espressioni hanno il loro valore specifico, nel senso che rappresentano, a mio parere, un primo risveglio della coscienza politica, dei giovani in particolare.
Il problema è che se questi movimenti si limitano ad essere semplicemente movimenti di protesta non potranno mai sradicare la radice reale dei problemi. La radice dei problemi è l’esistenza del sistema capitalista. Non nego quindi l’importanza di questi movimenti, però se non riusciranno ad individuare la radice reale del problema, ossia che stiamo lottando contro un sistema socio economico ingiusto e sfruttatore, tutti gli sforzi di questi movimenti non porteranno a nessuna conclusione concreta. Il mio scopo e quello dei marxisti è far capire la necessità, ai giovani, ai contadini, agli operai, alle donne e a tutti gli emarginati del mondo, di unire le loro forze per lottare contro i due grandi nemici principali che sono l’imperialismo e il capitalismo. Una volta che otterremo questo realmente il trionfo sarà garantito.

Durante e dopo la conferenza di Alan Woods, Antonio Pagliula ha raccolto una interssante testimonianza di alcuni cittadini venezuelani presenti. Invito tutti a leggere l'articolo che la riporta "¿Y si Rosales desaparece?"

postato da: GabrielParadisi alle ore 20/10/2006 14:13 | Permalink | commenti
categoria:america, venezuela, sud america, chàvez hugo, woods alan
giovedì, 12 ottobre 2006
Giù le mani dalla Rivoluzione!
AGGIORNAMENTO DEL 13 OTTOBRE
L'amico Antonio Pagliula autore dell'interessantissimo e documentatissimo blog "verosudamerica", con il quale ero stato in contatto per preparare l'incontro-intervista con Alan Woods, ha sviluppato un articolo molto completo sulla serata di martedì a Bologna. Le considerazioni che ha poi sviluppato mi trovano del tutto d'accordo. Ammetto che l'altra sera un poco d'imbarazzo s'avvertiva ogniqualvolta i termini "socialismo" e "marxismo" erano declinati da Woods nella loro accezione più, a mio avviso, datata e fuori tempo. Io credo che il "movimento dei movimenti" che ha animato l'impegno sociale e le battaglie in questi ultimi anni, avesse ed abbia ancora una grande, variegata ricchezza culturale e quindi una forza unica, dovuta anche e soprattutto al superamento di certe ideologie monolitiche e rigide.  Il mondo globale è complesso e le risposte devono essere articolate e tener conto di più punti di vista. Nel movimento c'era e c'è un unico "collante" ineludibile ed è la critica, inesorabile, totale, al modello di sviluppo neoliberista che ha impoverito e annichilito 2/3 o forse 3/4 del mondointero. C'era e c'è una opposizione completa e totale alle guerre che servono esclusivamente a mantenere lo statu quo con le bombe e col terrore. Io guardo con grande interesse all'esperienza venezuelana e mi auguro che Chàvez, se rivincerà come credo le elezioni di dicembre, non commetta l'errore di cedere ad una deriva totalitaria che sarebbe la fine del sogno. Darebbe argomenti a chi vuole eliminarlo e verrebbe eliminato.
Grazie ancora ad Antonio e anche ai ragazzi di Tabard che hanno richiamato anche loro questo post.

L’altra sera, al Baraccano di Bologna, ho fatto un viaggio a ritroso nel tempo. Pareva di essere tornati in qualche fumosa assemblea degli anni ’70. I capelli, i colori, gli odori dei ragazzi e delle ragazze erano gli stessi. Negli occhi di qualche ingrigito e bolso mio coetaneo accanto ho scorto di nuovo lampi e guizzi imprevedibili d’entusiasmo. Ma forse si trattava solo di dolce, malinconica nostalgia per l’adolescenza ormai inesorabilmente lontana.
Comunque sia, l’altra sera, al Baraccano di Bologna, ho conosciuto un vero rivoluzionario. D’inizio ‘900. Uno insomma che ha letto tutto Plekhanov, Trotsky, la Luxemburg, Lenin e ovviamente Marx, e che sostiene tutt’oggi la loro assoluta attualità.
Si chiama Alan Woods. È un marxista britannico, per certi versi “consigliere” del presidente del Venezuela Hugo Chàvez Frìas.
Di seguito riporto integralmente gli appunti che ho raccolto diligentemente. Sono praticamente le frasi esatte di Woods. La traduzione ha rallentato l’esposizione e ha dato modo di trascrivere quasi ogni parola.
Mi permetto solo di fare qualche osservazione personale.
 
Alan Woods è un marxista-leninista allo stato puro. Crede ancora nella rivoluzione socialista come unico metodo per sconfiggere la barbarie del capitalismo e realizzare equità e giustizia.
Non è dato sapere cosa pensi della “realizzazione storica” sovietica o maoista del comunismo. Lui sembra assolutamente convinto della validità degli assunti teorici di Marx, Trotsky, Plekhanov, Lenin.
Nella rivoluzione bolivariana di Chàvez egli intravede la possibilità concreta di costruire finalmente una società giusta, e soprattutto nel momento in cui essa si farà completamente ispirare da un solido impianto teorico socialista.
La critica al modello capitalista-liberista è totale. Come dargli torto?
La critica all’imperialismo americano è feroce? Come dargli torto?
Negli ultimi cento anni il capitalismo, dato per morto dal marxismo (e viceversa), ha sempre saputo trasformarsi e sopravvivere. Ha introiettato (mi piace poter finalmente usare questo termine), istanze di socialismo temperato, creando le socialdemocrazie e sconfiggendo inesorabilmente nella pratica i modelli sociali costruiti su ispirazione marxista.
E’ innegabile che nei regimi liberali-democratici (capitalisti) anche le masse abbiano trovato condizioni vita e diritti che altrove, in loro nome, sono stati del tutto negati.
C’è però un punto che ci trova del tutto in accordo con l’analisi di Woods. Oggi il capitalismo ha raggiunto un’espansione tale che potrebbe travolgerlo. Da quando ha innestato il turbo liberista, ha dimenticato ogni mediazione e cautela, lasciando per strada, nell’indigenza, milioni, miliardi di persone nel mondo.
Oggi queste persone sono in cerca di riscatto e di giustizia.
Forse è il caso che ragionarci.

All’ONU qualche giorno fa (mercoledì 20 settembre 2006) (http://www.resistenze.org/sito/os/mo/osmo6i28.htm) è successa una cosa inaudita. Mai successa prima. E’ salito sul palco un uomo che ha parlato di G.W. Bush come del diavolo in persona (anche se a me risulta che il diavolo sia indubbiamente molto intelligente). Bush aveva parlato da quello stesso palco solo il giorno prima e l’oratore sosteneva che si sentiva distintamente ancora l’odore di zolfo… Quell’uomo è Hugo Chàvez. Lui e la Rivoluzione Bolivarista Venezuelana sono un nemico pericolosissimo e temutissimo dagli Stati Uniti d’America.
Perché l’imperialismo è deciso a distruggere la rivoluzione venezuelana?
Per rispondere bisogna tornare indietro di 15 anni, al crollo dell’Unione Sovietica. Al clima di euforia che si era prodotto. Pareva che tutti i problemi del mondo si fossero risolti con la fine del comunismo, del socialismo, del marxismo.
Perché, viene da chiedersi, ci si preoccupa ancora visto che il marxismo è morto? Lo si ripete ormai da oltre un secolo. Nonostante tutto ciò che penso, credo che la classe dominante sia tutto fuorché stupida. E non credo che spenda denaro, energia e tempo ad attaccare un’idea morta. Essi attaccano idee ancora vive e pericolose.
Alla caduta del sistema sovietico Francis Fukuyama aveva parlato addirittura di “fine della storia”. Intendeva dire che la lotta di classe e la rivoluzione erano finite e non c’era sistema alternativo al capitalismo… anzi il nome usato è ”economia di libero mercato”. Ma come dice Shakspeare “una rosa, qualunque nome gli si dia, profumerà sempre”.
Ora trascorsi 15 anni abbiamoli diritto di affermare che di quella prospettiva borghese non rimane nulla. Si parlò allora addirittura di “dividendi di pace” da distribuire. Dov’è la pace ora? Oggi gli USA spendono 500 miliardi di dollari in armamenti; il mondo è in balia del terrorismo e la povertà dilaga. Un miliardo e 800 milioni di uomini, donne, bambini vivono sotto il livello di sopravvivenza; 8 milioni di uomini, donne, bambini muoiono ogni anno per mancanza dei mezzi più elementari di sostentamento. È un vero e proprio “olocausto silenzioso” che si compie ogni anno.
Di fronte a queste cifre chi può dire che il capitalismo ha vinto? Non sono queste tutte vittime del capitalismo?
Per capire questo non occorre leggere Marx, né essere geni o particolarmente intelligenti, basta guardare le TV per capire che tipo di mondo ha prodotto il capitalismo.
Molti compagni sono pessimisti, scettici o cinici. Sono categorie inutili. È viceversa necessaria una comprensione di tutto ciò che avviene, ma si può ripartire. Questi che viviamo sono gli stessi sintomi di decadenza che hanno contrassegnato nella storia la fine di altri sistemi sociali, ma presto o tardi questa crisi si trasforma nel suo opposto. La Fisica ce lo insegna: ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, e ciò sta avvenendo.
Pensate alle grandi manifestazioni di massa, per esempio contro la guerra, che hanno riempito le piazze e le strade di tutte le città del mondo. Sta cambiando qualcosa.
Dove sono in atto i cambiamenti maggiori però è in America Latina. E questo crea panico a Washington. Il processo rivoluzionario interessa ormai tutti i paesi dell’America Latina, mentre la stampa mondiale, la “libera stampa” mondiale tace.
Guardate il Messico. Per anni è stato ritenuto il paese più stabile dell’area. Non lo era. Gli USA erano terrorizzati all’idea che un nuovo Chàvez avesse preso il governo in Messico. La sinistra ha vinto con Andrés Manuel López Obrador, ma il Messico è una “democrazia”… ha una lunga tradizione di brogli. Fox è un’agente di Washington e ha servito sempre le politiche del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale.
C’è chi sostiene che i tassi di crescita in America Latina sono una dimostrazione del successo delle politiche capitaliste. Ma vi chiedo, che ricaduta c’è nella vita della gente? Solo effetti negativi. Ma ci dicono che il Marxismo è fuori moda, che la classe operaia non c’è più e che tutti siamo ceto medio.
Non c’è mai stata nella storia una concentrazione tale di capitale come ora. Poco più di 200 aziende controllano tutta l’economia e i mercati, e come diceva Marx, in corrispondenza di questa concentrazione di capitale, dall’altra parte c’è altrettanta povertà. Anche in USA. Se ne parla poco ma il disastro di Katrina ha portato alla luce e mostrato al mondo quanta povertà sia presente anche in USA.
Questo grande aumento delle disuguaglianze avviene in tutti i paesi (compresa l’Italia). La parte del PIL che và ai profitti non è mai stata così alta e quella che và ai salari mai così bassa. Ci si avvicina sempre più al limite che divide la vita dalla morte.
Francis Fukuyama diceva che la rivoluzione era morta, oggi in Messico è in atto una rivoluzione. Il 31 luglio 3 milioni di persone hanno manifestato contro la frode elettorale che ha privato della vittoria López Obrador a favore di Felipe Calderon. Si stanno formando Assemblee popolari (veri e propri Soviet) che stanno sfidando il potere statale. Il 16 settembre si sono riuniti più di un milione di delegati a Città del Messico che hanno votato per riconoscere Obrador come capo dello stato legittimo.
Questa è una rivoluzione sulla soglia di casa degli Stati Uniti, che sono impotenti a intervenire. Gli USA sono la potenza più grande di sempre, e questo ha bloccato tanti compagni come un coniglio dai fari. La forza USA ha però dei limiti e quello che sta avvenendo in Iraq lo dimostra. La guerra costa 1 miliardo di dollari a settimana. Un’emorragia di sangue e di denaro insostenibile. Gli USA non possono intervenire in America Latina come facevano un tempo. I giornali scrivevano: “i marines sono sbarcati e la situazione è sotto controllo”. G.W. Bush sbarcò effettivamente su una portaerei per proclamare la fine della guerra iraqena… 3 anni fa. La guerra non è ancora finita né in Iraq, né in Afghanistan. Se anche volessero gli USA non possono intervenire militarmente, direttamente in America Latina.
Cosa sta avvenendo in Venezuela.
Come si fa a ritenere ciò che accade in Venezuela una vera rivoluzione?
Un classico pensiero formalista diffida di Chàvez in quanto ex ufficiale dell’esercito.
Ogni sistema si crea una classe militare propria. In Italia, se avvenisse mai un colpo di stato militare, sarebbe di destra, come in Gran Bretagna in cui esiste una casta militare borghese. Da noi in Inghilterra si dice che il figlio più furbo si mette in affari, quello un po’ meno sveglio si da alla Chiesa e diventa vescovo, quello più scemo fa il militare.
Quello che abbiamo appena detto non vale nei paesi coloniali dove lo stato non si è mai consolidato. I livelli militari medi (vedasi in medio oriente, Nasser, Gheddafi, etc…) hanno spessissimo guidato lotte anticapitaliste. Sono sottoposti alle pressioni che provengono dalle masse.
Se i partiti comunisti e socialisti nel mondo facessero il loro dovere, non ci sarebbero problemi, invece per questa incapacità a perseguire le politiche giuste, le masse  restando di fronte ai loro problemi irrisolti sono costrette a cercare altre vie. Trotsky sosteneva che la rivoluzione era una situazione in cui le masse, i lavoratori, non i politici, cominciano a parlare di politica e tentano di prendere nelle mani il loro destino, normalmente lasciato ai politici di professione e ai sindacalisti.
L’origine della rivoluzione venezuelana (27 febbraio 1989), ignorata completamente dalla “libera stampa”, fu l’annuncio da parte del presidente Carlos Perez di misure economiche che prevedevano drastici tagli al bilancio dello stato, aumenti del prezzo della benzina del 100% e dei trasporti. Perez era una agente USA al soldo del FMI e della BM. Ci fu quindi una vera esplosione sociale. Le masse, senza un partito, una direzione, un programma scesero in piazza spontaneamente in tutte le città del paese. Tale insurrezione verrà definita “Caracazo”… chi di voi conosce questo nome? La stampa libera non disse una parola, come non disse nulla quando l’esercito aprì il fuoco e uccise centinaia di persone (forse più di mille). Non ci furono sanzioni, non ci furono proteste nel mondo libero. La stampa ignorò tutto.
Oggi viceversa la stampa mondiale dedica tante attenzioni a Chàvez e a tutto quello che fa.
Negli ultimi otto anni ha vinto più elezioni e consultazioni popolari di chiunque altro, così nessuno osa più definirlo un “dittatore”… è diventato un “autocrate eletto”.
Dopo il massacro di febbraio che scosse profondamente la società, un fermento di ribellione coinvolse anche un settore delle forze armate. Chàvez era un ufficiale impegnato a combattere la guerriglia, mentre il fratello (Adam) militava  in formazioni marxiste leniniste. Ancora oggi egli si lamenta dicendo che lui era il rivoluzionario e non il fratello Hugo che lo combatteva. Si narra che Hugo Chàvez fosse rimasto molto impressionato dalla lettura, fatta in accampamenti sulle montagne, di Plekhanov e dalle sue considerazioni sul ruolo dell’individuo nella storia. L’esercito infatti metteva a disposizione degli ufficiali libri e testi marxisti per capire la mentalità dei guerriglieri.
Nel febbrai del 1992 Chàvez e pochi altri ufficiali organizzano un colpo di stato progressista contro la politica neoliberista di Perez e contro la repressione del “Caracazo”, ma viene imprigionato. Sorge un movimento di massa che comincia a chiedere la sua liberazione che avviene nel 1994. Nel 1998 a capo del Movimento Quinta Repubblica Hugo Chàvez Frias viene eletto presidente della repubblica con il 57% dei voti.
Il programma, sicuramente progressista, è in realtà confuso. Si può forse parlare di rivoluzione democratica borghese o rivoluzione nazionale democratica. In sostanza si cercò di impostare riforme democratiche per aiutare i poveri all’interno dei limiti del sistema capitalistico.
All’inizio la borghesia non era preoccupata. La borghesia sa come trattare questi fenomeni. Una volta uno disse ad un militante “abbiamo sempre comprato i vostri dirigenti e così sarà anche per Chàvez”. Non è però sempre vero che tutti gli uomini hanno un prezzo. Chàvez portòavanti il suo programma e promulgò una nuova Costituzione (che è una delle più democratiche esistenti) (http://www.constitucion.ve/constitucion_view_it/view/ver_arbol.pag) … c’è persino un articolo che da alla gente il potere di raccogliere firme per indire un referendum revocatorio di qualunque incarico politico.
Il programma era riformista, ma i marxisti non sono contrari alle riforme. I marxisti combattono per qualsiasi cosa che migliori le condizioni dellagente.
Chàvez ha usato il denaro ricavato dalla vendita del petrolio per aiutare Cuba, in cambio ha ricevuto medici e insegnanti che sono stati inviati in zone del paese nelle quali mai s’era visto un medico o un insegnante. Recentemente l’Unesco ha dichiarato che il Venezuela ha sconfitto l’analfabetismo. Sanità e istruzione, tutte cose che dovrebbero essere garantite dal capitalismo.
La guerra al governo da parte della borghesia avvenne con mezzi extraparlamentar. Le questioni serie non possono essere risolte in parlamento, ma nelle strade, nelle piazze,nelle fabbriche, nelle caserme e nelle scuole.
Ci fu una campagna violenta della borghesia. L’11 aprile 2002 la controrivoluzione prese il potere con un colpo di stato supportato da latifondisti, banchieri, ufficiali, dirigenti sindacali di destra e dalla Chiesa.
Chàvez rifiutò di dimettersi nonostante le pressioni del cardinale di Caracas Velasco che fece credere a Chàvez che nel paese non ci fosse nessuna reazione. In realtà in tutto il Venezuela le masse si riversarono nelle strade e marciarono sul palazzo Miraflores e bloccarono così la controrivoluzione. Come a Barcellona nel 1936 (http://www.usiait.it/spagna36/durruti.htm). È importante capire l’alta coscienza delle masse. In 48 ore la controrivoluzione fu sconfitta.
Chàvez subito dopo però commise un errore. La reazione era demoralizzata e distrutta mentre le masse e l’esercito che erano con lui erano vive e forti. Ma Chàvez non ne approfittò. Non arrestò i controrivoluzionari, non espropriò le terre. Applicò il “realismo” e cercò una trattativa. È come cercare di insegnare ad una tigre a mangiare insalata. Non ci si riuscirà e ben presto si finirà nello stomaco della tigre. Questa disponibilità di Chàvez venne letta dalle forze reazionarie come un segnale di debolezza e, si sa, “La debolezza incoraggia l’aggressore”. L’oligarchia così riprese vigore e nemmeno sei mesi dopo ritentò il colpo di mano. Lanciò una serrata padronale che la stampa “libera” del mondo intero presentò come uno sciopero generale. Tutto era organizzato dalla centrale sindacale (CTV) e dalla compagnia petrolifera Pdvsa. Potevano distruggere la rivoluzione ma per la seconda volta un movimento dal basso, lemasse, ripresero le fabbriche, le strade e bloccarono ancora una volta la controrivoluzione.
Chàvez, uscito ancora una volta indenne, ripetè per l’ennesima volta l’errore di cercare la trattativa e così per la terza volta si cercò di rovesciarlo.
Nel giugno 2004 attraverso numerosi brogli, l’opposizione raccoglie le firme per indire un referendum revocatorio usando quindi la Costituzione Bolivariana ma dichiarando di abolirla immediatamente qualora avessero vinto. A questo punto il movimento fece una intensa campagna dal basso e al referendum, dopo 6 anni di rivoluzione, la destra venne sconfitta con il 60% dei voti.
Ora con l’appoggio di Chàvez le masse lavoratrici presero il controllo di diverse fabbriche destinate alla chiusura e iniziarono una loro cogestione. Si può parlare quindi di rivoluzione permanente come teorizzò Trotsky “in un paese arretrato i compiti storici di una rivoluzione possono essere portati a termine solo se la classe operaia interviene direttamente nella gestione, i compiti democratici non possono essere assolti dal capitalismo”.
Chàvez a questo punto concluse di essere “socialista”. Era talmente entusiasta di questa scoperta che, in viaggio in Iran, consigliò a Katamì di leggere Trotsky.
Chàvez, anche per aver recentemente ritirato l’ambasciatore da Israele dopo l’occupazione del Libano, è molto apprezzato nei paesi arabi. Questo è molto utile. È importante che il socialismo arrivi, torni nel mondo arabo. La lotta all’imperialismo non dev’essere compito dei fondamentalisti, ma dei lavoratori.
Chàvez ammise: “ho capito di aver commesso un errore. Ho tentato di perseguire una terza via tra capitalismo e socialismo, ma non c’è questa via. O si sta da una parte o dall’altra e il capitalismo è schiavitù”. (come diceva Rosa Luxemburg, socialismo o barbarie).
Gli Stati Uniti sono preoccupati perché Chàvez parla anche al popolo americano. È stato nel Bronx e ha radunato più di duemila persone.
L’esperienza venezuelana è importante per tutto il Sudamerica e negli ultimi anni ha stimolato esperienze come quella Boliviana. Il problema comunque non sono i lavoratori, le masse, ma le leadership.
C’è chi parla di provocazioni verso gli USA, ma la vera e unica provocazione per gli USA è l’esistenza stessa della rivoluzione bolivariana.
Chàvez ha recentemente acquistato 100.000 kalashnikov per svecchiare gli armamenti dell’esercito. Le vecchie armi dimesse sono state date ai contadini.Obiettivo è la formazione di un esercito di 3 milioni di riservisti. Il Venezuela è un popolo pacifico e non vuole combattere ma se attaccato saprà difendersi e la lezione di Simon Bolivar è ancora viva.
Gli USA hanno due opzioni sul Venezuela: o sollecitare una guerra tra Colombia e Venezuela, o eliminare Chàvez. Esistono gruppi terroristici che si stanno addestrando a tal scopo.
Ma Chàvez, al contrario di Allende, è un militare e ha messo in conto questi rischi.
Chàvez ne ha parlato a Parigi sostenendo che se gli succederà qualcosa l’unico responsabile sarà G.W. Bush, ma anche con la sua morte la rivoluzione non sarà sconfitta. La reazione delle masse sarà massiccia in tutto il continente e prevederà anche il blocco delle forniture di petrolio agli USA.
Per concludere l’esperienza venezuelana dimostra che la rivoluzione è possibile ovunque. Anche in Europa. Quello che oggi avviene in America Latina può essere lo specchio del nostro prossimo futuro. Cinque, dieci anni.
Il Venenzuela è la prima linea, ma altri paesi, grandi paesi come il Messico, stanno partendo. Ecco perché occorre sostenere la rivoluzione venezuelana e organizzazioni come “Giù le mani dal Venezuela” (http://www.handsoffvenezuela.org/home/).
 
A questo punto ci sono stati un paio di interventi interessanti del pubblico. In particolare di un uomo che ha sposato una venezuelana e vive diversi mesi all’anno a Caracas. Egli sostiene che la rivoluzione è viva e l’entusiasmo si sente. Non reputa i tentativi di trattativa di Chàvez con le opposizioni un errore, ma mosse sagge e di real-politik per evitare anche dal mondo critiche ovvie. Un secondo intervento è di un ragazzo venezuelano il quale, pur appoggiando Chàvez e la rivoluzione, sostiene che purtroppo le cose vanno troppo a rilento e forse la gente comincia a stancarsi. Poco è cambiato nella sanità, ancora oggi chi ha i soldi riceve le cure e gli altri no, i latifondisti e i padroni sono ancora in sella.
 
Ecco la replica di Alan Woods:
A uno dei primi incontri avuti con Chàvez egli ripetutamente mi chiese quali erano, se c’erano, le mie critiche al suo operato. Contrariamente a tanti leader che adorano essere adulati, egli insistette affinchè le esprimessi. E io gli dissi che a mio avviso mancava un quadro ideologico del movimento bolivariano e mancavano quadri dirigenti, un partito.
Chàvez ha fatto da allora molti passi in questa direzione.
Chàvez è consapevole che la rivoluzione bolivariana non ancora irreversibile. Egli dice che è stanco di vedere persone per le strade con le bandiere. È il momento del pensiero, della riflessione. I rischi che corre la rivoluzione sono anche e soprattutto interni al movimento e riguardano la burocrazia e la corruzione, così come le decisioni non applicate.
La burocrazia è la quinta colonna dell’imperialismo. Nel movimento ci sono sicuramente degli infiltrati e molti dirigenti sono comprati o in vendita. Le attese delle masse sono forti. Dopo 7 anni il 75% della terra è ancora in mano ai latifondisti e le fabbriche ai padroni. La burocrazia ancora controlla e non si può certo restare a lungo in questa situazione. La controrivoluzione vincerebbe.
La rivoluzione c’è, và difesa, ma è ancora a metà strada. Và portata a termine.
Chàvez ha dichiarato: “dopo le elezioni di dicembre renderemo irreversibile la rivoluzione!”.
A mio avviso stiamo entrando nella fase decisiva. Occorre rompere il potere economico delle oligarchie e và applicato un vero programma socialista con l’espropriazione delle terre e il passaggio delle fabbriche al controllo delle masse lavoratrici.
C’è un programma già scritto da seguire. Ed è quello di Lenin:
1)     elezioni libere e democratiche di tutte le cariche con diritto di revoca;
2)     nessun funzionario pubblico deve ricevere un salario superiore a quello di un lavoratore (antiburocrazia);
3)     non un esercito permanente ma un popolo in armi (milizia popolare);
4)     gradualmente, con lo sviluppo dei mezzi di produzione e con la crescita del tenore di vita, i compiti dello stato devono essere svolti a rotazione. Se tutti sono burocrati, nessuno è burocrate.
La rivoluzione venezuelana dimostra che le masse sanno gestire senza padroni e burocrati. Le fabbriche nazionalizzate, oggi in mano ai lavoratori, sono lì a dimostrarlo. Allo stesso modo le masse possono gestire la società.
Bolivar ebbe un’idea che è ancora un sogno e un obiettivo. L’America Latina unita e federata. Un unico grande popolo e una terra ricchissima di risorse. L’America latina unita potrebbe essere una potenza mondiale senza eguali. Ma questa idea non può essere realizzata se non si toglie il controllo delle risorse ai capitalisti. Il bolivarismo si può realizzare solo attraverso il socialismo.
postato da: GabrielParadisi alle ore 12/10/2006 08:34 | Permalink | commenti (6)
categoria:america, venezuela, sud america, chàvez hugo, woods alan
martedì, 10 ottobre 2006
Hands off blog!
Il 4 ottobre scorso il New York Times ha svelato l’esistenza dell’ennesimo programma dell’amministrazione Bush, denominato “Sentiment Analysis”. Due milioni e mezzo di dollari sono stati stanziati per consentire alla Cornell University di Pittsburh (Pennsylvania) e all’Università dello Utah di sviluppare un software che consentirà di passare in rassegna i media di tutto il mondo (esclusi gli Stati Uniti dove quest’attività sarebbe ovviamente illecita), «per identificare potenziali minacce agli Stati Uniti».
Il programma, varato dal Ministero della sicurezza nazionale e che sembra sia stato suggerito dalla Cia (la considerazione è di Monsieur De Lapalisse), “consentirà alla Superpotenza di registrare «le opinioni negative» su di essa o sui suoi leader espresse dalle testate o dagli autori degli articoli. In casi estremi, porterà all'adozione di misure preventive” (!?).
C’è da attendersi a breve dunque il “bombardamento intelligente” di Via Tomacelli?
Il coordinatore dell' iniziativa, Joe Kielman, ha però immediatamente rassicurato tutti spiegando che gli Usa «devono potere distinguere tra la critica e l' aggressione», lasciando intendere che sulla prima saranno più indulgenti…
Il programma pare che oggi sia già in fase sperimentale, per cui TV, carta stampata, radio di tutto il mondo, ma anche internet, quindi siti web e blog, sono probabilmente già da ora passati al setaccio per rilevare “antiamericanismo”, ovvero opinioni contrarie alle politiche di Bush & C.
Ci onoriamo quindi di rientrare immediatamente in questa categoria e per l’occasione pubblichiamo una nostra foto di qualche anno fa con un cartello di protesta davanti alla Casa Bianca. Giusto per venire incontro agli autori del software (tra cui Claire Cardie e Jaynice Wiebe), che, hanno ammesso, pare abbia ancora diversi bugs e commetta pertanto vari errori.
Domenica scorsa nell’abituale “Faccia a Faccia” sul Quotidiano Nazionale / Resto del Carlino, tra Massimo Fini e Cesare De Carlo si è parlato proprio di questo progetto, e mentre Fini esprimeva tutta la sua viva preoccupazione, il buon De Carlo sosteneva che tutto questo inquietante sistema orwelliano altro non è che un modo per capire quale sia appunto il sentimento “mood or emotional intent” dei cittadini del mondo nei confronti degli statunitensi, democratici e amanti delle libertà. Una cosa innocua quindi, che a detta sua non deve spaventare, anzi, esso non è altro che un modo discreto per capire dove essi (gli americani) sbagliano, e potersi così pertanto correggere. Ora sull’imbarazzante appiattimento “con” di De Carlo abbiamo già detto altrove, ma quello che stupisce è il silenzio di tutti gli altri “liberali-libertari”, di tutti quegli amanti dell’America “a prescindere”, che abbiamo visto spesso sfilare avvolti nelle stelle e nelle strisce. Com’è possibile, mi chiedo, non intravedere dietro questo progetto l’embrione di un nuovo agghiacciante “maccartismo”?
La stampa libera, in tutte le sue forme, è sempre stata una spina nel fianco dei vari poteri, ne sa qualcosa la povera Anna Politkovskaja, uccisa a Mosca appena qualche giorno fa, ma un fenomeno nuovo credo abbia innescato queste nuove forme di controllo, censura, repressione; un fenomeno chiamato “internet”.
I blog, ad esempio, stanno assumendo una funzione nuova e per certi versi imprevista. Credo quindi sia sorto nei “Palazzi” il timor panico di non saper, poter tenere sotto controllo questo immenso, sfuggente, volume di informazioni, di rimandi, di richiami. Di denunce.
Ecco allora un motivo in più per contrastare qualsiasi intervento che diminuisca o restringa la libertà d’espressione di questo prezioso strumento, anche introducendo norme che magari hanno solo finalità… “esattoriali”.
E’ per questo quindi che aderiamo alla campagna per l’abolizione del primo comma dell'articolo 32 del capo IX del decreto legge 3 ottobre 2006 n. 262 proposto nella recente finanziaria (Prodi no, così proprio non và), che di fatto impone una tassa sulle rassegne stampa realizzate senza scopo di lucro.
Questo blog, come milioni di altri, è pieno di articoli e di citazioni, funzionali allo sviluppo dei ragionamenti e delle discussioni. Non si può mettere una tassa e un freno a questa incommensurabile libertà e opportunità che è la Rete, che sono i blog. Invito tutti i lettori dunque ad aderire anch’essi.
W i blog, W la libertà!
 
postato da: GabrielParadisi alle ore 10/10/2006 09:58 | Permalink | commenti (1)
categoria:america, informazione, terrorismo e guerra globale, de carlo cesare, fini massimo
venerdì, 30 giugno 2006

Star Spangled Banner

(stendardo lucente di stelle)

America… America… I love America!

Alla faccia di chi (maccartista di bassa lega) mi taccia di antiamericanismo.

Io amo l’America!

L’America provincia dolce (like Romagna… Æmilia Avenue…), mondo di pace.

L’America dei Peanuts, delle partite di baseball nel “campus” del Liceo (Fulcieri Paolucci dè Calboli)… Collinetta magica dei primi teneri e incerti amori. Adolescenza sognante.

I love America! L’America e il sogno. L’America è il sogno… We have a dream…

L’America di John Fitzgerald e dei quattro di Greensboro seduti (sit in) contro la “legalità”. L’America di Allen, di Gregory e degli altri sognatori sempre fuori a “progettar rivoluzioni” (di quelle vere però).

Più di loro, io amo l’America. Più di chi ci vorrebbe vestire tutti d’arancione senza diritti perché “non metterò per strada gli assassini”.

Più di chi mi grida in faccia vuote parole: “libertà”, “democrazia”, “diritti”… io amo l’America.

Una sera d’agosto (era il 1969, all’alba del “formidabile” Decennio) Jimi (James Marshall) con la sua Fender Stratocaster suonò, sui praticelli ameni della fattoria di Max Yasgur, l’inno vero dell’America vera

Della nostra America… e le note calavano sulle corde come le bombe sui villaggi del Vietnam… Era un ragazzo come noi, Jimi…  E non sopportava l’idea di My Lay e di un tenentino ligio di 24 anni (occhi turchini e giacca uguale)…

Non sopportava l’idea di un paese che metteva in galera un pugile di colore perché mai nessun vietnamita l’aveva chiamato “sporco negro”, tanti bianchi tenentini invece sì, e lui non capiva perché mai doveva sparare agli uni e agli altri no…

Ma l’America è grande. I love America! America dreaming (like California…)…

 

Il miserabile Calley oggi passeggia ancora claudicante sotto il peso insopportabile della sua atroce vergogna in qualche parcheggio dimenticato della Georgia, ma Thompson e Colburn (e Andreotta) volano nei cieli limpidi e ricevono medaglie dall’America… dalla vera America… “avrei sparato su di loro. In quel momento erano loro i miei nemici”.

Il vecchio parkinsoniano (“il più grande”) aveva gettato la sua medaglia d’oro nell’Ohio nel 1960, ma poi in una città del sud profondo, accese la fiamma delle Olimpiadi d’America (1996)… della vera America.

 

America… America… I love America… Che sa cos’è l’errore, che sa cos’è il sogno e la felicità…

 

"La nostra conclusione - si legge nella sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti - è che la commissione militare non ha il potere di andare avanti perchè la sua struttura e le sue procedure violano sia la legge militare statunitense che il trattato internazione sui diritti dei prigionieri di guerra", ovvero la Convenzione di Ginevra. "I tribunali militari - continua la sentenza - sollevano preoccupazioni sulla separazione dei poteri al più alto livello".

I giudici della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America hanno deciso quindi a maggioranza (cinque voti contro tre, con il presidente Edwards che si è astenuto per essersi già espresso in precedenza sul caso) che Bush non aveva l'autorità di istituire tribunali militari per giudicare i presunti terroristi rinchiusi a Guantanamo.

A Guantanamo sono detenute circa 450 persone. Di queste solo 10 sono state incriminate formalmente di fronte al tribunale speciale: nessuno è incriminato per coinvolgimento diretto negli attentati dell'11 settembre.

 

 

Camp Delta

 (2003)

 

Alfa, Alfa

In principio… e ora… e sempre

Alfa, Charlie

Compagnia (cattiva)

Plotone che uccide

Charlie, Charlie

 

Tango, Zulu

Tango, Tango

Foxtrot

“Onore alla difesa della Libertà!”

Libertà, mia sola amica…

 

Il campo è lì

Passato ai raggi X

X-ray, Lima, Sierra

Il passato… da poco

Yankee, Hotel

Palazzo rosa… latrina turca

Due metri… due passi

Sottovento… a guardia del vento

 

Zulu, Zulu

L’onore è difeso

Il diritto è offeso!

Tango, Foxtrot

Balliamo nel vuoto

Danziamo sull’orlo

 

Un altro campo ancora

Al sole

Sierra, Whiskey

A dispensare concentrazione

Lavoro e libertà

“Dentro una pena senza nome”

 

L’infamia e la fellonia

Dei colonnelli coraggiosi

A dare vita…a dare la morte!

Chissà dove sei Guajira… la vita…

Alfa, Bravo, Charlie, Delta, Delta

postato da: GabrielParadisi alle ore 30/06/2006 08:17 | Permalink | commenti (1)
categoria:america, diritti, terrorismo e guerra globale
giovedì, 25 maggio 2006

La seconda fase

Erano già diversi anni che gli intellettuali più attenti e liberal, americani ed europei, osservavano con crescente inquietudine l’operato del governo Bush.

La più grande e riconosciuta democrazia del mondo dopo l’11 settembre e a causa dell’11 settembre, aveva intrapreso una serie di azioni a tutto campo che contraddicevano palesemente e oggettivamente i principi fondanti di ogni nazione ispirata al diritto e alla salvaguardia dei diritti.

Col Patriot Act varato in tutta fretta nell’ottobre 2001 a poco più di un mese dall’attacco alle Twin Towers a al Pentagono, venne varata una legge di ben 342 pagine allo scopo di “unire e rafforzare l'America fornendo gli strumenti appropriati richiesti per intercettare e contrastare il terrorismo”, una legge che “scoraggiasse e punisse gli atti terroristici negli Stati Uniti e nel mondo intero”.

Grazie a ciò i cittadini americani oggi possono essere spiati in deroga a qualsiasi principio di privacy (Sec. 202 - Authority to intercept wire, oral, and electronic communications relating to terrorism); i servizi segreti statunitensi (e alleati?) possono sequestrare in qualunque paese del mondo cittadini stranieri ignorando qualunque norma di sovranità (Sec. 506 – Extension of Secret Service jurisdiction); i presunti terroristi possono essere reclusi e interrogati senza alcuna regola e tutela legale (Guantanamo Bay).

Parallelamente l’Amministrazione americana ha intrapreso una serie di iniziative militari (in Afghanistan e in Iraq), ignorando e nemmeno cercandolo più di tanto, il consenso e l’avvallo delle istituzioni mondiali e delle altre potenze planetarie.

Queste due offensive, una “legale” e una “militare”, basandosi entrambe sul principio che l’America si sentiva nel diritto di operare al di fuori del “diritto” stabilito (nazionale e internazionale), semplicemente imponendo nuove regole con atti di forza autoritari, non potevano non suscitare perplessità e reazioni negli spiriti sinceramente “liberali”.

La grande commozione e il turbamento provocato dalla tragedia dell’11 settembre e la rapidità operativa dell’azione americana, hanno comunque spiazzato e rallentato tali reazioni. Le proteste in principio sono venute solo da qualche audace intellettuale ribelle soffocate dal silenzio e dall’indifferenza dell’opinione pubblica e dei media.

Da qualche tempo le cose stanno cambiando. Anche i blog più frequentati affrontano il tema senza infingementi.

Un’analisi critica di quanto accaduto e di quanto sta accadendo comincia a svilupparsi non solo nei ristretti ambiti dei “movimentucoli” no-global, ma comincia ad interessare anche ampie schiere di intellettuali di sicura cultura ed estrazione conservatrice (in Italia, Franco Cardini, Massimo Fini, etc…).

A molti infatti non è passato inosservato l’inquietante edificio teorico culturale che sembra aver preparato, supportato e giustificato questa guerra infinita e senza quartiere al terrorismo.

L’attenta rilettura dei testi fondamentali del cosiddetto Progetto per il Nuovo Secolo Americano (PNAC), sviluppato da un gruppo di intellettuali e di politici denominati spesso Neo-Con, molto vicini quando non coincidenti, con il “think tank” dell’amministrazione Bush, mostra senza ombra di dubbio come l’America dovesse attrezzarsi e modificarsi per restare il paese leader planetario indiscusso anche nel primo secolo del terzo millennio. Alle difficoltà oggettive di questa trasformazione e alla constatazione dei tempi lunghi per ottenerla, i teorici del Nuovo Secolo Americano facevano notare che un’accelerazione positiva in tal senso sarebbe stat possibile solo in concomitanza di un “evento catastrofico e catalizzatorecome una nuova Pearl Harbor” (Rebuilding America's Defenses: Strategy, Forces and Resources For a New Century. A Report of the Project for the New American Century, September 2000. Pag. 63).

Molti insospettabili quindi cominciano a credere all’incredibile. Addirittura gruppi di studio e di ricerca stanno ripassando al setaccio gli aspetti meno chiari e i dettagli tecnici delle sciagure dell’11 settembre. Innumerevoli dubbi e oggettivi sorgono ad esempio se si cerca di spiegare l’attacco al Pentagono con la tesi ufficiale del Boeing. Insomma comincia a farsi strada una scuola di pensiero “complottista” che con argomenti, documenti e anche prove rivede sotto altra luce, inquietante e sinistra, l’evento che ha dato il via alla nuova era.

Ma non sono questi gli argomenti su cui vorrei focalizzare l’attenzione perché già se ne sta parlando a sufficienza. Voglio introdurre un nuovo elemento di riflessione anch’esso a mio avviso di estrema delicatezza e gravità.

Ieri è apparso su un quotidiano italiano (La Repubblica a pag. 22) un articolo di Robert Kagan ripreso dal New York Times. Kagan, insieme a William Kristol, Michael Novak e Norman Podhoretz, è uno dei maggiori esponenti e teorici neocon del PNAC. Nel pezzo, intitolato “Cina e Russia i nuovi despoti”, dopo che è stata espressa la profonda amarezza per le illusioni tradite circa la liberalizzazione e democratizzazione di quei due grandi paesi, sembra indicarli senza mezzi termini come i nuovi nemici da combattere. “Essendo autocrazie, pur non essendo alleati naturali, [Cina e Russia] hanno in comune importanti interessi, sia tra loro, sia con altri assolutismi che si trovano tutti sotto assedio in un' epoca in cui pare che il liberalismo sia in espansione. Non dovrebbe stupire nessuno, pertanto, se in reazione a ciò si palesasse all' orizzonte un'alleanza informale di despoti, assecondata e protetta al meglio delle loro possibilità da Mosca e Pechino. A quel punto occorrerebbe domandarsi quale contromisura potrebbero adottare Europa e Stati Uniti. Sfortunatamente, oggi Al Qaeda potrebbe non essere l'unica minaccia cui deve far fronte il liberalismo, né la più grande”.

Il “Progetto” quindi sta imboccando una seconda fase? Dopo la “Nuova Pearl Harbor” e la sollevazione culturale e militare dell’Occidente contro “terrorismo” e “fondamentalismo”, ci si appresta a colpire i veri mandanti? Gli ultimi ostacoli all’affermazione “liberale”?

Quali sono le iniziative “culturali”, “legali” e ahimè “militari” a cui stanno pensando i neocon e i governi che ad essi si ispirano?

postato da: GabrielParadisi alle ore 25/05/2006 11:51 | Permalink | commenti (7)
categoria:america, globalizzazione e neoliberismo, terrorismo e guerra globale
martedì, 21 marzo 2006

Quale Sovranità?