All’ONU qualche giorno fa (mercoledì 20 settembre 2006) (http://www.resistenze.org/sito/os/mo/osmo6i28.htm) è successa una cosa inaudita. Mai successa prima. E’ salito sul palco un uomo che ha parlato di G.W. Bush come del diavolo in persona (anche se a me risulta che il diavolo sia indubbiamente molto intelligente). Bush aveva parlato da quello stesso palco solo il giorno prima e l’oratore sosteneva che si sentiva distintamente ancora l’odore di zolfo… Quell’uomo è Hugo Chàvez. Lui e la Rivoluzione Bolivarista Venezuelana sono un nemico pericolosissimo e temutissimo dagli Stati Uniti d’America.
Perché l’imperialismo è deciso a distruggere la rivoluzione venezuelana?
Per rispondere bisogna tornare indietro di 15 anni, al crollo dell’Unione Sovietica. Al clima di euforia che si era prodotto. Pareva che tutti i problemi del mondo si fossero risolti con la fine del comunismo, del socialismo, del marxismo.
Perché, viene da chiedersi, ci si preoccupa ancora visto che il marxismo è morto? Lo si ripete ormai da oltre un secolo. Nonostante tutto ciò che penso, credo che la classe dominante sia tutto fuorché stupida. E non credo che spenda denaro, energia e tempo ad attaccare un’idea morta. Essi attaccano idee ancora vive e pericolose.
Alla caduta del sistema sovietico Francis Fukuyama aveva parlato addirittura di “fine della storia”. Intendeva dire che la lotta di classe e la rivoluzione erano finite e non c’era sistema alternativo al capitalismo… anzi il nome usato è ”economia di libero mercato”. Ma come dice Shakspeare “una rosa, qualunque nome gli si dia, profumerà sempre”.
Ora trascorsi 15 anni abbiamoli diritto di affermare che di quella prospettiva borghese non rimane nulla. Si parlò allora addirittura di “dividendi di pace” da distribuire. Dov’è la pace ora? Oggi gli USA spendono 500 miliardi di dollari in armamenti; il mondo è in balia del terrorismo e la povertà dilaga. Un miliardo e 800 milioni di uomini, donne, bambini vivono sotto il livello di sopravvivenza; 8 milioni di uomini, donne, bambini muoiono ogni anno per mancanza dei mezzi più elementari di sostentamento. È un vero e proprio “olocausto silenzioso” che si compie ogni anno.
Di fronte a queste cifre chi può dire che il capitalismo ha vinto? Non sono queste tutte vittime del capitalismo?
Per capire questo non occorre leggere Marx, né essere geni o particolarmente intelligenti, basta guardare le TV per capire che tipo di mondo ha prodotto il capitalismo.
Molti compagni sono pessimisti, scettici o cinici. Sono categorie inutili. È viceversa necessaria una comprensione di tutto ciò che avviene, ma si può ripartire. Questi che viviamo sono gli stessi sintomi di decadenza che hanno contrassegnato nella storia la fine di altri sistemi sociali, ma presto o tardi questa crisi si trasforma nel suo opposto. La Fisica ce lo insegna: ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, e ciò sta avvenendo.
Pensate alle grandi manifestazioni di massa, per esempio contro la guerra, che hanno riempito le piazze e le strade di tutte le città del mondo. Sta cambiando qualcosa.
Dove sono in atto i cambiamenti maggiori però è in America Latina. E questo crea panico a Washington. Il processo rivoluzionario interessa ormai tutti i paesi dell’America Latina, mentre la stampa mondiale, la “libera stampa” mondiale tace.
Guardate il Messico. Per anni è stato ritenuto il paese più stabile dell’area. Non lo era. Gli USA erano terrorizzati all’idea che un nuovo Chàvez avesse preso il governo in Messico. La sinistra ha vinto con Andrés Manuel López Obrador, ma il Messico è una “democrazia”… ha una lunga tradizione di brogli. Fox è un’agente di Washington e ha servito sempre le politiche del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale.
C’è chi sostiene che i tassi di crescita in America Latina sono una dimostrazione del successo delle politiche capitaliste. Ma vi chiedo, che ricaduta c’è nella vita della gente? Solo effetti negativi. Ma ci dicono che il Marxismo è fuori moda, che la classe operaia non c’è più e che tutti siamo ceto medio.
Non c’è mai stata nella storia una concentrazione tale di capitale come ora. Poco più di 200 aziende controllano tutta l’economia e i mercati, e come diceva Marx, in corrispondenza di questa concentrazione di capitale, dall’altra parte c’è altrettanta povertà. Anche in USA. Se ne parla poco ma il disastro di Katrina ha portato alla luce e mostrato al mondo quanta povertà sia presente anche in USA.
Questo grande aumento delle disuguaglianze avviene in tutti i paesi (compresa l’Italia). La parte del PIL che và ai profitti non è mai stata così alta e quella che và ai salari mai così bassa. Ci si avvicina sempre più al limite che divide la vita dalla morte.
Francis Fukuyama diceva che la rivoluzione era morta, oggi in Messico è in atto una rivoluzione. Il 31 luglio 3 milioni di persone hanno manifestato contro la frode elettorale che ha privato della vittoria López Obrador a favore di Felipe Calderon. Si stanno formando Assemblee popolari (veri e propri Soviet) che stanno sfidando il potere statale. Il 16 settembre si sono riuniti più di un milione di delegati a Città del Messico che hanno votato per riconoscere Obrador come capo dello stato legittimo.
Questa è una rivoluzione sulla soglia di casa degli Stati Uniti, che sono impotenti a intervenire. Gli USA sono la potenza più grande di sempre, e questo ha bloccato tanti compagni come un coniglio dai fari. La forza USA ha però dei limiti e quello che sta avvenendo in Iraq lo dimostra. La guerra costa 1 miliardo di dollari a settimana. Un’emorragia di sangue e di denaro insostenibile. Gli USA non possono intervenire in America Latina come facevano un tempo. I giornali scrivevano: “i marines sono sbarcati e la situazione è sotto controllo”. G.W. Bush sbarcò effettivamente su una portaerei per proclamare la fine della guerra iraqena… 3 anni fa. La guerra non è ancora finita né in Iraq, né in Afghanistan. Se anche volessero gli USA non possono intervenire militarmente, direttamente in America Latina.
Cosa sta avvenendo in Venezuela.
Come si fa a ritenere ciò che accade in Venezuela una vera rivoluzione?
Un classico pensiero formalista diffida di Chàvez in quanto ex ufficiale dell’esercito.
Ogni sistema si crea una classe militare propria. In Italia, se avvenisse mai un colpo di stato militare, sarebbe di destra, come in Gran Bretagna in cui esiste una casta militare borghese. Da noi in Inghilterra si dice che il figlio più furbo si mette in affari, quello un po’ meno sveglio si da alla Chiesa e diventa vescovo, quello più scemo fa il militare.
Quello che abbiamo appena detto non vale nei paesi coloniali dove lo stato non si è mai consolidato. I livelli militari medi (vedasi in medio oriente, Nasser, Gheddafi, etc…) hanno spessissimo guidato lotte anticapitaliste. Sono sottoposti alle pressioni che provengono dalle masse.
Se i partiti comunisti e socialisti nel mondo facessero il loro dovere, non ci sarebbero problemi, invece per questa incapacità a perseguire le politiche giuste, le masse restando di fronte ai loro problemi irrisolti sono costrette a cercare altre vie. Trotsky sosteneva che la rivoluzione era una situazione in cui le masse, i lavoratori, non i politici, cominciano a parlare di politica e tentano di prendere nelle mani il loro destino, normalmente lasciato ai politici di professione e ai sindacalisti.
L’origine della rivoluzione venezuelana (27 febbraio 1989), ignorata completamente dalla “libera stampa”, fu l’annuncio da parte del presidente Carlos Perez di misure economiche che prevedevano drastici tagli al bilancio dello stato, aumenti del prezzo della benzina del 100% e dei trasporti. Perez era una agente USA al soldo del FMI e della BM. Ci fu quindi una vera esplosione sociale. Le masse, senza un partito, una direzione, un programma scesero in piazza spontaneamente in tutte le città del paese. Tale insurrezione verrà definita “Caracazo”… chi di voi conosce questo nome? La stampa libera non disse una parola, come non disse nulla quando l’esercito aprì il fuoco e uccise centinaia di persone (forse più di mille). Non ci furono sanzioni, non ci furono proteste nel mondo libero. La stampa ignorò tutto.
Oggi viceversa la stampa mondiale dedica tante attenzioni a Chàvez e a tutto quello che fa.
Negli ultimi otto anni ha vinto più elezioni e consultazioni popolari di chiunque altro, così nessuno osa più definirlo un “dittatore”… è diventato un “autocrate eletto”.
Dopo il massacro di febbraio che scosse profondamente la società, un fermento di ribellione coinvolse anche un settore delle forze armate. Chàvez era un ufficiale impegnato a combattere la guerriglia, mentre il fratello (Adam) militava in formazioni marxiste leniniste. Ancora oggi egli si lamenta dicendo che lui era il rivoluzionario e non il fratello Hugo che lo combatteva. Si narra che Hugo Chàvez fosse rimasto molto impressionato dalla lettura, fatta in accampamenti sulle montagne, di Plekhanov e dalle sue considerazioni sul ruolo dell’individuo nella storia. L’esercito infatti metteva a disposizione degli ufficiali libri e testi marxisti per capire la mentalità dei guerriglieri.
Nel febbrai del 1992 Chàvez e pochi altri ufficiali organizzano un colpo di stato progressista contro la politica neoliberista di Perez e contro la repressione del “Caracazo”, ma viene imprigionato. Sorge un movimento di massa che comincia a chiedere la sua liberazione che avviene nel 1994. Nel 1998 a capo del Movimento Quinta Repubblica Hugo Chàvez Frias viene eletto presidente della repubblica con il 57% dei voti.
Il programma, sicuramente progressista, è in realtà confuso. Si può forse parlare di rivoluzione democratica borghese o rivoluzione nazionale democratica. In sostanza si cercò di impostare riforme democratiche per aiutare i poveri all’interno dei limiti del sistema capitalistico.
All’inizio la borghesia non era preoccupata. La borghesia sa come trattare questi fenomeni. Una volta uno disse ad un militante “abbiamo sempre comprato i vostri dirigenti e così sarà anche per Chàvez”. Non è però sempre vero che tutti gli uomini hanno un prezzo. Chàvez portòavanti il suo programma e promulgò una nuova Costituzione (che è una delle più democratiche esistenti) (http://www.constitucion.ve/constitucion_view_it/view/ver_arbol.pag) … c’è persino un articolo che da alla gente il potere di raccogliere firme per indire un referendum revocatorio di qualunque incarico politico.
Il programma era riformista, ma i marxisti non sono contrari alle riforme. I marxisti combattono per qualsiasi cosa che migliori le condizioni dellagente.
Chàvez ha usato il denaro ricavato dalla vendita del petrolio per aiutare Cuba, in cambio ha ricevuto medici e insegnanti che sono stati inviati in zone del paese nelle quali mai s’era visto un medico o un insegnante. Recentemente l’Unesco ha dichiarato che il Venezuela ha sconfitto l’analfabetismo. Sanità e istruzione, tutte cose che dovrebbero essere garantite dal capitalismo.
La guerra al governo da parte della borghesia avvenne con mezzi extraparlamentar. Le questioni serie non possono essere risolte in parlamento, ma nelle strade, nelle piazze,nelle fabbriche, nelle caserme e nelle scuole.
Ci fu una campagna violenta della borghesia. L’11 aprile 2002 la controrivoluzione prese il potere con un colpo di stato supportato da latifondisti, banchieri, ufficiali, dirigenti sindacali di destra e dalla Chiesa.
Chàvez rifiutò di dimettersi nonostante le pressioni del cardinale di Caracas Velasco che fece credere a Chàvez che nel paese non ci fosse nessuna reazione. In realtà in tutto il Venezuela le masse si riversarono nelle strade e marciarono sul palazzo Miraflores e bloccarono così la controrivoluzione. Come a Barcellona nel 1936 (http://www.usiait.it/spagna36/durruti.htm). È importante capire l’alta coscienza delle masse. In 48 ore la controrivoluzione fu sconfitta.
Chàvez subito dopo però commise un errore. La reazione era demoralizzata e distrutta mentre le masse e l’esercito che erano con lui erano vive e forti. Ma Chàvez non ne approfittò. Non arrestò i controrivoluzionari, non espropriò le terre. Applicò il “realismo” e cercò una trattativa. È come cercare di insegnare ad una tigre a mangiare insalata. Non ci si riuscirà e ben presto si finirà nello stomaco della tigre. Questa disponibilità di Chàvez venne letta dalle forze reazionarie come un segnale di debolezza e, si sa, “La debolezza incoraggia l’aggressore”. L’oligarchia così riprese vigore e nemmeno sei mesi dopo ritentò il colpo di mano. Lanciò una serrata padronale che la stampa “libera” del mondo intero presentò come uno sciopero generale. Tutto era organizzato dalla centrale sindacale (CTV) e dalla compagnia petrolifera Pdvsa. Potevano distruggere la rivoluzione ma per la seconda volta un movimento dal basso, lemasse, ripresero le fabbriche, le strade e bloccarono ancora una volta la controrivoluzione.
Chàvez, uscito ancora una volta indenne, ripetè per l’ennesima volta l’errore di cercare la trattativa e così per la terza volta si cercò di rovesciarlo.
Nel giugno 2004 attraverso numerosi brogli, l’opposizione raccoglie le firme per indire un referendum revocatorio usando quindi la Costituzione Bolivariana ma dichiarando di abolirla immediatamente qualora avessero vinto. A questo punto il movimento fece una intensa campagna dal basso e al referendum, dopo 6 anni di rivoluzione, la destra venne sconfitta con il 60% dei voti.
Ora con l’appoggio di Chàvez le masse lavoratrici presero il controllo di diverse fabbriche destinate alla chiusura e iniziarono una loro cogestione. Si può parlare quindi di rivoluzione permanente come teorizzò Trotsky “in un paese arretrato i compiti storici di una rivoluzione possono essere portati a termine solo se la classe operaia interviene direttamente nella gestione, i compiti democratici non possono essere assolti dal capitalismo”.
Chàvez a questo punto concluse di essere “socialista”. Era talmente entusiasta di questa scoperta che, in viaggio in Iran, consigliò a Katamì di leggere Trotsky.
Chàvez, anche per aver recentemente ritirato l’ambasciatore da Israele dopo l’occupazione del Libano, è molto apprezzato nei paesi arabi. Questo è molto utile. È importante che il socialismo arrivi, torni nel mondo arabo. La lotta all’imperialismo non dev’essere compito dei fondamentalisti, ma dei lavoratori.
Chàvez ammise: “ho capito di aver commesso un errore. Ho tentato di perseguire una terza via tra capitalismo e socialismo, ma non c’è questa via. O si sta da una parte o dall’altra e il capitalismo è schiavitù”. (come diceva Rosa Luxemburg, socialismo o barbarie).
Gli Stati Uniti sono preoccupati perché Chàvez parla anche al popolo americano. È stato nel Bronx e ha radunato più di duemila persone.
L’esperienza venezuelana è importante per tutto il Sudamerica e negli ultimi anni ha stimolato esperienze come quella Boliviana. Il problema comunque non sono i lavoratori, le masse, ma le leadership.
C’è chi parla di provocazioni verso gli USA, ma la vera e unica provocazione per gli USA è l’esistenza stessa della rivoluzione bolivariana.
Chàvez ha recentemente acquistato 100.000 kalashnikov per svecchiare gli armamenti dell’esercito. Le vecchie armi dimesse sono state date ai contadini.Obiettivo è la formazione di un esercito di 3 milioni di riservisti. Il Venezuela è un popolo pacifico e non vuole combattere ma se attaccato saprà difendersi e la lezione di Simon Bolivar è ancora viva.
Gli USA hanno due opzioni sul Venezuela: o sollecitare una guerra tra Colombia e Venezuela, o eliminare Chàvez. Esistono gruppi terroristici che si stanno addestrando a tal scopo.
Ma Chàvez, al contrario di Allende, è un militare e ha messo in conto questi rischi.
Chàvez ne ha parlato a Parigi sostenendo che se gli succederà qualcosa l’unico responsabile sarà G.W. Bush, ma anche con la sua morte la rivoluzione non sarà sconfitta. La reazione delle masse sarà massiccia in tutto il continente e prevederà anche il blocco delle forniture di petrolio agli USA.
Per concludere l’esperienza venezuelana dimostra che la rivoluzione è possibile ovunque. Anche in Europa. Quello che oggi avviene in America Latina può essere lo specchio del nostro prossimo futuro. Cinque, dieci anni.
Il Venenzuela è la prima linea, ma altri paesi, grandi paesi come il Messico, stanno partendo. Ecco perché occorre sostenere la rivoluzione venezuelana e organizzazioni come “Giù le mani dal Venezuela” (http://www.handsoffvenezuela.org/home/).
A questo punto ci sono stati un paio di interventi interessanti del pubblico. In particolare di un uomo che ha sposato una venezuelana e vive diversi mesi all’anno a Caracas. Egli sostiene che la rivoluzione è viva e l’entusiasmo si sente. Non reputa i tentativi di trattativa di Chàvez con le opposizioni un errore, ma mosse sagge e di real-politik per evitare anche dal mondo critiche ovvie. Un secondo intervento è di un ragazzo venezuelano il quale, pur appoggiando Chàvez e la rivoluzione, sostiene che purtroppo le cose vanno troppo a rilento e forse la gente comincia a stancarsi. Poco è cambiato nella sanità, ancora oggi chi ha i soldi riceve le cure e gli altri no, i latifondisti e i padroni sono ancora in sella.
Ecco la replica di Alan Woods:
A uno dei primi incontri avuti con Chàvez egli ripetutamente mi chiese quali erano, se c’erano, le mie critiche al suo operato. Contrariamente a tanti leader che adorano essere adulati, egli insistette affinchè le esprimessi. E io gli dissi che a mio avviso mancava un quadro ideologico del movimento bolivariano e mancavano quadri dirigenti, un partito.
Chàvez ha fatto da allora molti passi in questa direzione.
Chàvez è consapevole che la rivoluzione bolivariana non ancora irreversibile. Egli dice che è stanco di vedere persone per le strade con le bandiere. È il momento del pensiero, della riflessione. I rischi che corre la rivoluzione sono anche e soprattutto interni al movimento e riguardano la burocrazia e la corruzione, così come le decisioni non applicate.
La burocrazia è la quinta colonna dell’imperialismo. Nel movimento ci sono sicuramente degli infiltrati e molti dirigenti sono comprati o in vendita. Le attese delle masse sono forti. Dopo 7 anni il 75% della terra è ancora in mano ai latifondisti e le fabbriche ai padroni. La burocrazia ancora controlla e non si può certo restare a lungo in questa situazione. La controrivoluzione vincerebbe.
La rivoluzione c’è, và difesa, ma è ancora a metà strada. Và portata a termine.
Chàvez ha dichiarato: “dopo le elezioni di dicembre renderemo irreversibile la rivoluzione!”.
A mio avviso stiamo entrando nella fase decisiva. Occorre rompere il potere economico delle oligarchie e và applicato un vero programma socialista con l’espropriazione delle terre e il passaggio delle fabbriche al controllo delle masse lavoratrici.
C’è un programma già scritto da seguire. Ed è quello di Lenin:
1) elezioni libere e democratiche di tutte le cariche con diritto di revoca;
2) nessun funzionario pubblico deve ricevere un salario superiore a quello di un lavoratore (antiburocrazia);
3) non un esercito permanente ma un popolo in armi (milizia popolare);
4) gradualmente, con lo sviluppo dei mezzi di produzione e con la crescita del tenore di vita, i compiti dello stato devono essere svolti a rotazione. Se tutti sono burocrati, nessuno è burocrate.
La rivoluzione venezuelana dimostra che le masse sanno gestire senza padroni e burocrati. Le fabbriche nazionalizzate, oggi in mano ai lavoratori, sono lì a dimostrarlo. Allo stesso modo le masse possono gestire la società.
Bolivar ebbe un’idea che è ancora un sogno e un obiettivo. L’America Latina unita e federata. Un unico grande popolo e una terra ricchissima di risorse. L’America latina unita potrebbe essere una potenza mondiale senza eguali. Ma questa idea non può essere realizzata se non si toglie il controllo delle risorse ai capitalisti. Il bolivarismo si può realizzare solo attraverso il socialismo.