mercoledì, 11 luglio 2007

Le noccioline sono buone

(‘70 storie: la settima)

Memoria di Corto

Quelle che vedete qui sotto sono rispettivamente la prima striscia (1-1, 1970) e l’ultima striscia (12-31, 1979) dei Peanuts prodotte e pubblicate da Charles Monroe Schulz (Saint Paul, 26 novembre 1922 – Santa Rosa, 12 febbraio 2000) nel decennio ’70.

In mezzo ci sono altre 3.128 strisce. In media cioè 313 all’anno.

Un numero “aureo” sempre ripetuto da Schulz, tranne nel 1976 quando ne produsse ben 314 (forse una svista?) e nel 1978, quando ne realizzò 312 (forse per rimettere le cose in ordine?).

3.130 piccoli, delicati momenti da rivivere con sottile immenso piacere.

Ogniqualvolta si vuole… In tal senso consigliamo l’ottima raccolta edita da Baldini & Castoldi “Il grande libro dei peanuts - tutte le strisce degli anni '70”.

 

A sgranocchiare quelle “noccioline”, a passare in rassegna quelle “personcine”, si continua a provare una gioia intima particolare. O almeno per me è così.

Noi quelle strisce le leggevamo su Linus, ma anche negli appositi diari scolastici che tenevamo stretti insieme ai quaderni e ai libri in poveri e grezzi elastici, lontani e improbabili progenitori dei raffinati zainetti tecnologici dei nostri figli.

 

Oggi a rileggere quelle storielle così lievi eppure profonde, riusciamo persino ad assaporare per intero anche il mistero di nomi e di cose che allora forse ci sfuggiva.

Penso, tanto per dire, alla magia di JOE SHLABOTNIK… o alla meraviglia che ci coglie ad immaginarci Piperita Patty (Peppermint Patty - Patricia Reichardt - 1966) o Lucy (Lucy Van Pelt - 1952), intente ad un’accesa partita di HA! HA! HERMAN…

E che dire poi di quegli animali selvaggi che vivono nei burroni… i BURROPARDI, appunto?

 

Parafrasando il vecchio Francesco da Pavana, per me allora Charlie Brown (1950) ed il suo ristretto rassicurante universo, erano l’America… Provincia dolce… Mondo di pace…

Nelle nostre camerette liceali, assolate a primavera, un poster di Snoopy (1950) era quasi d’obbligo.

Nei vialetti residenziali, ritrovo delle nostre “compagnie”, un librettino tascabile col bracchetto aviatore, dava un tocco di poesia al nostro impegno.

 

È risaputo, ma val la pena riportarlo, come Umberto Eco presentò nel 1963 Schulz e la sua opera:

E' un poeta.

Quando dico poeta lo dico per fare arrabbiare qualcuno. Gli umanisti di professione, che non leggono i fumetti; e coloro che accusano di snobismo gli intellettuali che fingerebbero di amare i fumetti.

Ma sia bene inteso: se poesia vuol dire capacità di portare tenerezza, pietà, cattiveria a momenti di estrema trasparenza, come se vi passasse attraverso una luce e non si sapesse più di che pasta sian fatte le cose, allora Schulz è un poeta.

Se poesia è individuare caratteri tipici in circostanze tipiche, Schulz è un poeta.
Se poesia è far scaturire da eventi di ogni giorno, che siamo abituati ad identificare con la superficie delle cose, una rivelazione che delle cose ci faccia toccare il fondo, allora, una volta ogni tanto, Schulz è un poeta.

E se poesia fosse soltanto trovare un attimo privilegiato e su di quello improvvisare in una avventura ininterrotta di variazioni infinitesime, così che dall'incontro altrimenti meccanico di due o tre elementi possa scaturire un universo sempre nuovo, cantato senza pause, ebbene anche in questo caso Schulz è un poeta.

Più di tanti altri”.

 

Ricordiamo brevemente cosa avvenne nel mondo dei Peanuts, e chi vi nacque, durante il decennio ’70:

 

1970 - La coperta di sicurezza di Linus viene inclusa, come definizione nel Webster's Dictionary.
1970 - L'11 giugno Snoopy esordisce come tennista di fama mondiale.
1971 - Il 20 luglio Marcie chiama per la prima volta "CAPO" Piperita Patty.
1973 - La CBS trasmette un nuovo speciale animato, intitolato "Un giorno del Ringraziamento di Charlie Brown". Come il primo vince un Emmy Award.
1973 - Il 18 gennaio Piperita Patty prende la sua prima insufficienza a scuola.
1973 - Il 26 marzo Replica (Rerun) debutta tra i Peanuts.
1974 - Il 21 gennaio Replica (Rerun) rischia per la prima volta la vita sul seggiolino della biciletta di sua mamma.
1975 - Il 13 aprile debutta Spike.
1977 - Il 27 gennaio Sally per la prima volta chiama Linus "Il mio dolce Babboo".

1978 - L'International Pavillion of Humor di Montreal nomina Charles M. Schulz "cartoonist dell'anno".
1979 - Il 28 giugno l'asso della prima guerra mondiale (Snoopy) per la prima volta si intrattiene con la "cute little French girl" (Marcie).

 

Fiocchi rosa e azzurri:

Thibault - 1970

Replica - 1973

Loretta - 1974

Spike - 1975

Belle - 1976

Floyd - 1976

Ruby, Austin, Leland e Milo - 1977

Eudora – 1978

 

“I Peanuts hanno conquistato il mondo grazie all'universalità dell'infanzia la divina età, insieme fragile e megalomane, in cui l'uomo non ha mai secondi fini, essendo troppo urgente il primo: quello di esistere e di essere felici… Charles Schulz ha avuto una parte importante nella formazione culturale e politica di due generazioni almeno quella che cresceva e formava le proprie idee tra gli anni '60 e '70.” (Michele Serra)

 

 

 

I figli del vento

(a Sparky)

(2000)

 

Quando m’aspetto di incontrarLi

quasi ad ogni angolo

ad ogni aiuola felix della mia provincia,

ogni volta che ritorno

nel sole caldo delle mie primavere.

Quando m’aspetto d’incontrarLi

che scendono tutti in fila indiana

dal glaciale Minnesota,

dai loro mille laghi

con le facce tonde

coi loro capelli radi.

 

E m’aspetto di vederLi dalle mie magliette corte a righe

nelle sere tranquille che m’hanno segnato la vita

pedalando per vialetti malinconici

E m’aspetto di vederLi

da una finestra piena di musica

su uno sfondo di colline.

 

Scenderanno di sicuro

ed io li aspettero’ su una montagnola di terra

con gli amici e i guantoni di sempre

li aspettero’ per l’eterno

per ricominciare

ogniqualvolta si vuole,

ricominciare

ancora tutto daccapo:

“Well,… good ol’ ... Yes, sir!...”

 

postato da: GabrielParadisi alle ore 11/07/2007 00:10 | Permalink | commenti (57)
categoria:70 storie
giovedì, 26 aprile 2007

…ma libera veramente…

(‘70 storie: la sesta)

Memoria di Richard Fontaine de Trembley

Negli anni ’70 il calcio era una cosa speciale.

La domenica (perché il campionato si giocava di domenica e solo di domenica… e tutte le partite venivano giocate rigorosamente in contemporanea), le radiocronache cominciavano all’inizio del secondo tempo.

Di solito era la Stock 84 ad annunciare i risultati del primo tempo che tutti aspettavamo trepidanti con le orecchie incollate alle nostre radioline a pile.

Le squadre italiane in quegli anni avevano una certa difficoltà ad imporsi all’estero. Quando qualcuna si avvicinava alle fasi finali delle coppe era un evento.

Va messo in chiaro che di coppe ce n’erano solo 3, anzi 4 ovvero tutte quelle che servivano e niente di più. C’era la Coppa dei Campioni dove andavano solo le squadre che avevano vinto il loro campionato nazionale; la Coppa delle Coppe che raccoglieva quelle che avevano vinto la loro coppa nazionale e la Coppa UEFA ex delle Fiere in cui andavano le squadre che avevano ottenuto buoni piazzamenti nel loro campionato ed ogni nazione ne mandava un numero legato, oggi si direbbe, al suo ranking.

C’era infine la Mitropa Cup dove s’incontravano le squadre che avevano vinto i loro campionati di serie B e a cui partecipavano molte nazioni dell’est. Tutto era più chiaro insomma… e poi le coppe si giocavano di mercoledì. Solo di mercoledì.

Non c’era inflazione allora.

Il buon calcio veniva proposto nelle giuste dosi, coi tempi ed i modi giusti per poterlo apprezzare e gustare senza indigestioni.

 

Mercoledì 15 marzo 1978 la Juve nei quarti di Coppa dei Campioni aveva incontrato l’Ajax, rivale storica e sua bestia nera (nel 1973 gli aveva strappato una finale di Coppa Campioni…).

I tempi regolamentari quella sera erano finiti 1 a 1, con gol di Tardelli e pareggio all’80° di La Ling… S’era andati ai rigori, quelli che allora ci attorcigliavano le budella…. E la Juve aveva vinto! Vinto capite? 4 a 2 mi sembra…

Quella sarebbe stata per me la prima vera emozione di un anno calcistico indimenticabile… qualche mese dopo infatti a Mar del Plata avremmo tutti vissuto settimane di gloria irripetibili nel mitico Mundial argentino.

La mattina del 16 marzo 1978 quindi, al bar davanti al Liceo, non si parlava d’altro… solo di Juve, Ajax e dei rigori.

Noi della V° F non avremmo avuto lezione quella mattina.

In verità nessuno studente in Italia quella mattina avrebbe assistito a lezioni ma loro, tutti gli altri studenti d’Italia ancora non lo sapevano…

Io, con i miei compagni di classe, dovevo andare al cinema… a vedere un film con Gian Maria Volontè… il titolo era per la verità un po’ inquietante… quasi un presagio… “Il Terrorista”…

 

La storia che segue me l’ha inviata dagli USA, dove ora vive, l’amico Richard. E’ lunga ma l’ho letta tutta d’un fiato e vi consiglio di farlo pure voi.

Io non conoscevo Richard allora, ma quella storia e un po’ anche la mia ed è la storia forse di tutti coloro che in quegli anni avevano 15 o 17 o 19 anni…

Forse sarà così anche oggi e lo capiranno gli attuali adolescenti fra trentanni, ma allora noi tutti vivemmo un’esperienza collettiva fatta di tante cose, grandi e piccole: di cronaca, di mode, di musiche, di letture… di profumi.

Pertanto, quando ne parliamo, è come se tutti quanti ci conoscessimo da sempre.

Io non ho fondato una radio libera a Forlì, periferia del Grande Impero, ma il mio amico Gianluigi teneva una trasmissione pomeridiana su una piccola emittente locale in cui mandava in onda buon rock americano e introvabili bootleg... che qualcuno ci portava da Londra (raggiunta rigorosamente con la tessera Interail…).

Eugenio Finardi, con due canzoni del 1976 (La Radio e Musica Ribelle), ha colto in pieno quelle suggestioni.

Ha descritto egregiamente quello che ci muoveva dentro, una certa musica che veniva da lontano. È riuscito a far capire come essa liberasse la nostra voglia di vivere e di conoscere. La nostra voglia di cambiare le cose.

Liberi e Belli… come uno shampoo... Liberi e ribelli. Velleitari? Forse. Ingenui? Sicuramente. Ma insieme si costruivano e si ascoltavano Radio Libere… ma libere veramente.

E nell’aria di quelle nostre perdute primavere andava, e ad ascoltare bene forse ancora và, una inarrestabile... una incontrollabile... una inafferrabile… Musica Ribelle… che ci dice di uscire e di metterci, ancora una volta, a lottare...

Corto

La triste storia di Aldo Moro, del suo rapimento, dell'uccisione della scorta ed infine della crudele esecuzione dello statista fu uno choc per la mia generazione.

Prima di allora, tra coloro che militavano a sinistra, seppur movimentisti convinti, quindi  lontani anni luce da coloro che avevan scelto la clandestinità e la lotta armata, ed i gruppetti clandestini vi era una sorta di empatia, che non era, come poi postulò il "teorema Calogero" ed il discutibile processo "7 aprile", fiancheggiamento, era invece piuttosto una sorta di parentela ideologica che, ben oltre i successivi apporti di Togliatti e Berlinguer verso una via parlamentare all'avvento della sinistra, ancora riverberava, con la inconscia colpevolezza di molta propaganda antifascista, la questione della resistenza tradita dai patti di Yalta ed il mito del partigiano combattente.

 

I primi rapimenti di giudici, le gambizzazioni (anche quella del mai troppo compianto Indro Montanelli) eran viste come una specie di monito quasi bonario, un male minore per educare senza ammazzare, senza tener conto che, come ha argomentato con ogni ragione Carlo Lucarelli nella sua "Storia delle BR", una pallottola nelle gambe spezzava le ossa, produceva un dolore pazzesco, costringeva per mesi, o anni, alla sedia a rotelle e spesso rendeva zoppi per il resto della vita: tutto il contrario quindi di un "male minore", ma anzi un'azione crudele, sadica e criminale.

 

Ma si era quasi in tempi di quasi guerra civile, si andava all'università ogni giorno tra le macchine bruciate al sabato sera, si passeggiava tra fila di celerini in tenuta antisommossa, la lista degli attentati quotidiani si allungava ogni giorno e... purtroppo, come la storia delle guerre insegna, la violenza è qualche cosa alla quale, la parte più discutibile della natura umana induce ad abituarsi, perciò si sopravviveva, facendo lo slalom tra le bombe e le sparatorie, in una strana quotidianità, un poco come i nostri genitori avevan fatto, tra raid aerei, allarmi, rifugi e città sbriciolate dalle incursioni "alleate", qualche anno prima.

 

Quindi di morti e di feriti ve ne eran già stati fin troppi ma la vicenda di Moro, un pò come fu per Dallas nel '63 per JFK qui negli USA, dove ancora oggi quelli che erano nati ed in età per capire ricordano dove erano e cosa stavano facendo in quel drammatico pomeriggio del 22 novembre, fu una di quelle che costrinse tutti a prendere posizione e molti a rivederla.

 

Moro era molto conosciuto ed, apprezzato o meno che fosse come politico, non era odiato da nessuno, era un professore che teneva le sue regolari lezioni alla Sapienza presso la Facoltà di Scienze Politiche (la stessa, che neppure due anni dopo, vide cadere Bachelet), era stato l'uomo della Fuci, connessa con Montini, La Pira, Dossetti e con tutto quel pensiero neotomista e modernista, erede della "Rerum novarum" di Leone XIII, che sul fronte religioso aveva caratterizzato il Concilio Vaticano II e su quello politico aveva prodotto in Italia il centro sinistra.

Moro era l'uomo delle "convergenze parallele" che ora stava lavorando al "compromesso storico" e la mattina del suo rapimento, con quel governo di solidarietà nazionale che vedeva l'appoggio esterno del PCI, andava compiendo un altro passo avanti verso l'apertura di un dialogo praticabile tra la sinistra moderata ed il mondo di retaggio cattolico che avrebbe risanato, forse una volta per tutte, quella nuova versione da guerra fredda della "questione romana" che dal '46 , come nei romanzi di Guareschi, tagliava in due il paese.

 

Sulla totale insensatezza suicida, politica oltre che morale, che delineò la tragica vicenda della sua fine è stato scritto, detto, e narrato fin troppo senza che comunque sia mai stato possib

bile coglierne l'essenza ed è per questo motivo che non starò qui a tessere l'ennesima dietrologia: certo che è quantomeno sorprendente (e da uomo di sinistra posso coglierlo assai bene) che in un'epoca nella quale si stava giornate intere in collettivo per elaborare l'analisi politica di un tazebao o degli slogan per una manifestazione di piazza, non sia mai stata enunciata nessuna credibile costruzione, atta a delineare in modo appena decente, la strategia a medio e lungo termine che avrebbe dovuto comprendere un atto così significativo come lo fu il rapire (uccidendo cinque innocenti lavoratori), processare e sopprimere, con spietata freddezza, il Presidente del partito di maggioranza relativa, il primo nel Paese, che in quell'epoca raccoglieva più o meno il suffragio di dodici milioni di italiani.

 

Lo ripeto fu un trauma: uno di quelli che induce cambiamenti, che fa pensare e riconsiderare i percorsi dell'esistenza anche a coloro che, come me, erano abituati ad "esserci" cioè a far sentire la propria voce e ben determinati a voler partecipare alla storia.  E fu così che noi, i movimentisti, ci sentimmo profondamente traditi: ancora una volta, come per le generazioni dei nostri padri, qualcuno ci aveva illuso, ingannato ed ora aveva iniziato a espropriarci di nuovo della storia della nostra epoca, a scriverla, a suo modo e capriccio seguendo oscuri disegni, ed ancora una volta, dopo tante altre volte, troppe, a farlo con il sangue di innocenti.

 

Per me fu la fine della politica attiva, ma non quella della voglia di esprimere me stesso e la rivoluzione delle radio private che, consequenziale allo sviluppo delle radio comunicazioni CB, offriva a basso costo e con la certezza della tolleranza delle istituzioni (a meno di non esagerare nei contenuti) la possibilità di fare del broadcast fu il passo successivo.

 

Il fenomeno in Italia era iniziato, solo da pochi anni anche se aveva origini lontane provenienti da "oltremanica" dove nel '64, in un' Inghilterra che era, come ai tempi di Cronwell, la vera pioniera delle libertà e delle rivoluzioni, era nata Radio Caroline che trasmetteva liberamente da natanti fuori dalle acque territoriali; questa avventurosa vicenda si era, a sua volta ispirata, oltre che alla Radio Londra dei tempi di guerra anche ad un fatto avvenuto qui negli USA, dove il più mitico radio d.j. di tutti i tempi: Wolfman Jack (il Lupo Solitario di American Graffiti) effettivamente iniziò nascondendo le proprie sembianze e trasmettendo da oltre il confine con il Messico con l'enorme potenza (in AM) di 250 kilowatt, creando così imbarazzo alla FCC ed un mito che permase a lungo nell'immaginario collettivo, per il piacere ed il brivido dei teen ager americani, con l'immagine della radio fuorilegge e fuori censura, costantemente ricercata dalla polizia.

Tuttavia per comprendere quella vicenda è necessario approfondire le contraddizioni di questo strano paese, sempre a metà strada tra l'iperfuturo ed il medioevo, dove negli anni '60 (ma anche successivamente soprattutto durante il neo-oscurantismo reganiano), il trasmettere un certo tipo di musica, magari rock o black poteva scatenare l'ira dei cristo-talebani della "bible belt" (bisogna viverci per "sentire", magari anche attraverso i 200 canali digitali della Direct TV di oggi, come certe realtà possano essere ancora oggi incredibilmente provinciali, pur essendo nel cuore dell' "impero"), ad ogni modo tutte queste situazioni generarono, ed a ragione, assieme alla CB e prima dei tempi di Internet, il concetto della "libertà di comunicazione": il potere ed i confini di stato potevano poco contro la libera diffusione delle onde elettromagnetiche: c'erano i radiogoniometri da intercettazione è vero, ma eran rari e costosi e richiedevano tempo ed un rapido spostamento ne vanificava il lavoro e, alla fine, davvero non si potevan costruire gabbie di Faraday a guisa del Muro di Berlino.

 

In Italia invece tutto era iniziato a Milano, prendendo spunto da un "qui pro quo legilslativo", con il quale si erano liberalizzate le trasmissioni via cavo in un paese del tutto privo di infrastrutture adatte a questo tipo di trasmissioni, quindi la banda VHF bassa (da 88 a 106 MHz) era stata "presa in prestito", in nome di questa nuova libertà in attesa di "fare chiarezza" o di disporre degli appropriati portanti.

Era per questo che a Roma una delle prime emittenti private, operante attorno ai 103 MHz, nel 1975 si chiamava "Tele Roma Cavo" senza che nessuno avesse mai visto un cavo a larga banda per broadcast (come esistevano negli USA) neppure da lontano (il primo serio tentativo di cablare il paese fu il progetto S.O.C.R.A.TE della seconda metà degli anni 90 con il quale la Telecom tentò, per lo spazio di un mattino, la realizzazione di una piattaforma infrastrutturale basata su di un sistema ibrido in fibre ottiche e cavo coassiale).

Tuttavia l'escamotage di citare fantascientifiche trasmissioni via cavo in un paese che, nonostante avesse dato i natali a Marconi, era ancora alla preistoria (TV in Bianco/nero, a parte qualche sporadico esperimento mattutino, trasmissioni stereo hi-fi in FM appena in fase di sperimentazione, 2 canali TV e 3 radio + più la famosa "filodiffusione": un sistema ad onde lunghe convogliate via rete telefonica che in sostanza fu un pietoso mezzo per aggirare la penalizzazione alla quale, durante la riassegnazione delle frequenze per broadcasting, avvenuta dopo la guerra, il nostro pese, in quanto sconfitto, dovette soggiacere) non durò a lungo. L'Italia che si ricostruisce e che in fondo sa essere anche libertaria, ebbe la meglio su le burocrazie e sulle ambiguità legislative e così in due o tre anni, a cavallo tra il '75 ed il '78, le radio private (chiamate "libere") proliferarono con quella progressione esplosiva che solo il nostro popolo sa produrre e lo fecero in totale anarchia, litigandosi frequenze e beffandosi dei diritti della SIAE.

 

Per iniziare bastava davvero poco: un gruppo di amici appassionati, un locale (magari una cantina o meglio una soffitta, un paio di piatti da giradischi, un mixer, un registratore a bobine e qualche microfono... poi c'era la parte dell'alta frequenza e qui le vecchie esperienze CB o l'amore di qualche elettronico improvvisato sembravano risolvere ogni cosa (anche se a prezzo dell'emissione di segnali orrendamente "sporchi") vi fu anche una rivista elettronica, all'epoca celeberrima e diffusissima, che iniziò a vendere e produrre piccoli trasmettitori (della potenza di 1 watt incrementabile a 10) in scatole di montaggio.

Tutto questo oggi farebbe rabbrividire qualsiasi persona che abbia un minimo di dimestichezza con le problematiche relative alle trasmissioni radio professionali, ma allora, dopo il '68, la CB ed il '77 tutti si sentivano in grado (ed in diritto) di fare tutto: dal mettersi a prendere il sole nudi in qualunque spiaggia, all'aprire radio emittenti improvvisate senza porsi alcun problema di natura tecnica e tanto meno giuridica.

 

Era una strana Italia quella, bella e violenta, creativa, libera ed incosciente, un' Italia che respirava, forse per la prima (ed unica) volta nella sua storia, il sapore profondo e pericoloso della libertà.

 

La cosa per me iniziò ad una festa alla quale, in un primo accenno di riflusso, avevo accettato di partecipare, era una festa borghese in una bella villa di Roma, sulla Laurentina ed io, dismessi dopo lo choc, i panni del militante universitario-proletario, mi ero ritrovato in quelli più sicuri ma molto più noiosi di studentello della Roma-bene che sbadigliava alle feste. E fu così che in quel party, non so come, mi trovai a parlare con un gruppo di altri studentelli, borghesi ed annoiati, delle mie esperienze da CB e da Radioamatore, ed a condividere con loro la passione per il buon rock americano e per la voglia di farsi sentire....

I nostri genitori disponevano di graziose villette balneari (zona Ladispoli) nelle quali ci trascinavamo stancamente per quattro mesi ogni anno e l'estate stava arrivando... gli elementi c'erano tutti: i ragazzi, la noia, qualche disponibilità di denaro, stereo hi-fi e dischi, lo spazio fisico (nelle villette al mare), ed anche il supertecnico radio (o sedicente tale) me: Radio Smile 93.100 Ladispoli stava per nascere!

 

Fu proprio all'assemblaggio fatto in casa che mi rivolsi come trasmettitore, poi ad un mixer che usavo per registrare con la mia band, i piatti erano uno mio ed un altro dell'amico, e così le piastre per le cassette, poi, tocco finale di professionalità (che gratificava anche l'occhio), il mitico Revox a bobine,(che ancora possiedo ed ancora amo).

Lavorammo per un paio di settimane... chi tinteggiava i locali, chi preparava il

'tavolo da regia", chi, come me, assemblava componenti elettronici e faceva prove... quando tutto fu, più o meno, pronto ed il momento della prima trasmissione fu vicino, io mi portai un LP dei Doors (come omaggio alla memoria di Jim Morrison) che sarebbe dovuto essere la prima cosa trasmessa: avevamo già la nota a 1000 Hz in aria (per tener occupata la frequenza radio) ed io dopo aver approntato tutto e verificato, con un ricevitore locale che fungeva da monitor, che almeno qualche cosa uscisse in antenna, approntai il disco sul piatto, e lasciato un collaboratore a trasmetterlo, saltai sulla mia Mini Cooper per verificare la coperture di segnale.

 

Chi ha visto Radiofreccia, il bel film di Luciano Ligabue, forse ricorderà quella scena: girare a spirali sempre più larghe, con l'intima soddisfazione nel cuore, e ricevere la propria musica in tutta l'area. Fu una grande emozione e fu un successo.... la fase successiva fu la preparazione di manifestini da distribuire in giro; si perchè dopo gli impianti, la frequenza ed il segnale irradiato una radio necessita di ascoltatori,  su questi manifestini oltre al nome dell'emittente ed alla frequenza appariva un numero telefonico che naturalmente faceva capo all'impianto  (uso abitativo) proprio del padre dell'amico che ci ospitava, eravamo così ingenui, pur in anni tanto controversi e pericolosi, da mettere in pubblico un vero recapito personale senza neppure sognarci di informarne l'intestatario....

 

L'unica mia preoccupazione, essendo maggiorenne e legalmente responsabile, fu quella di comunicare alla locale Stazione dei Carabinieri cosa stavamo facendo, la cosa mi fu preziosa poichè il burbero ma deciso Maresciallo mi salvò, dopo un paio di settimane, da una denuncia da parte della Rai: si era nel '78 e a giugno c'erano i mondiali di calcio, il mio segnale di 10 watt, sporcava con l'emissione di spurie ed armoniche la ricezione del I canale Rai in VHF, qualcuno chiamò il servizio "qualità di ricezione" loro vennero, constatarono che ero io la (ignara) sorgente di disturbo TVI e senza dirmi nulla si recarono presso la stazione CC per fare l'esposto.

Il Maresciallo, che aveva apprezzato come, in tempi come quelli, cosi irrispettosi dell'autorità costituita, io mi fossi presentato e lo avessi voluto informare, mi difese asserendo che eravamo bravi ragazzi da lui ben conosciuti e inviò un appuntato ad avvertirmi di spegnere immediatamente tutto, perchè, se io avessi continuato e la Rai avesse insistito, lui sarebbe stato costretto ad accettare l'esposto ed a trasmetterlo alla magistratura (con inevitabile insorgere di inutili guai). Il silenzio radio duro appena il tempo di racimolare i soldi per acquistare un vero trasmettitore FM e riprese le trasmissioni iniziammo a battere il terreno in cerca di sponsor pubblicitari.

 

È difficile spiegare oggi cosa volesse dire possedere una piccola radio, in un piccolo centro balneare nel '78: ed avere appena 18 anni, gli amici, le ragazze mi corteggiavano solo per poter venire in stazione, partecipare ai programmi e vivere quel momento: io, che non ero fidanzato, per un periodo fui solito uscire ogni notte con un'amica diversa fino a che, ovviamente sempre in radio, incontrai quella giusta, e divenni serio e fedele.

I programmi che realizzavamo erano quelli classici dell'epoca: musica a richiesta, dediche in diretta, presentazione di nuovi album (che le case discogarfiche, quasi subito, iniziarono ad inviaci in copie "autorizzate alla radiodiffusione"), lettura e commento di articoli tratte da riviste specializzate in musica, tematiche giovanili e ... disordine vario.

Dopo un pò la gente cominciò anche a parlare al telefono, fortunatamente l'Italia aveva conosciuto, un pò di anni prima l'ottima esperienza di "Chiamate Roma 31-31" di Franco Moccagatta e, sempre nella prospettiva di esserci e di partecipare, aveva iniziato a parlare di se ed a parlare di tutto: famiglia, lavoro, scuola ma anche liberazione femminista, politica, presa di coscienza della propria sessualità e problemi di droga. Per i meno impegnati il modello era stato invece quello della spumeggiante programmazione Italo-Francese di Noel Curtisson che Radio Montecarlo irradiava, anche in onde medie, sin dagli anni '60 e che sapeva così tanto di sole di Riviera e di Costa Azzurra

 

Io, che volevo mantenermi la giornata libera, mi scelsi la fascia notturna e, con l'aiuto di sostanze psicotrope varie, emulando nella mia fantasia le gesta di Wolfman Jack, mandavo rock nella notte, leggendo alle volte, tra un brano e l'altro, aforismi di filosofi (in particolare Nietzsche) che reperivo dai libri che mi portavo e che dovevo leggere per l'università dove appunto facevo filosofia. Un altro momento magico avveniva al mattino, alla riapertura delle trasmissioni, avevamo scelto Stain' Alive (Bee Gees), che oltre ad essere la moda del momento (Saturday Night Fever) aveva un attacco incedibile, inoltre il "resta vivo", all'apertura mattutina, mi sembrava il miglior augurio di buongiorno per i radioascoltatori.

 

Non erano tutte rose e fiori, si discuteva molto sul genere di impegno da prendere, io avrei voluto un'emittente aderente al FRED (Federazione Radio Emittenti Democratiche) cioè allineata a sinistra, i miei soci erano più decisi verso una radio puramente commerciale, inoltre una famosissima emittente romana, aveva posto i propri ripetitori in zona ed iniziava a farci concorrenza.

 

E fu questo l'inizio della fine, i miei soci vollero accettare di aprire ad altri più facoltosi commercianti locali la possibilità di associarsi, io fui contrario e quando caddi in minoranza mi ritirai dalla cosa, ed ovviamente dopo qualche mese i nuovi e facoltosi soci entrati estromisero i miei amici, trattenendo solo il nome e la frequenza, realizzarono nuovi locali ed infrastrutture trasformando la mia radio libera in una delle miriadi di emittenti commerciali che non si differenziavano l'una dall'altra.

 

Io non me la presi, mi ero fidanzato, gli studi proseguivano ed avevo la coscienza (come in molte altre occasioni nella mia vita) di aver ottenuto quello che desideravo da quella esperienza: delle emozioni e la soddisfazione di "creare" ex novo qualche cosa; il resto era business, routine, politica locale e ... noia: insomma era lavoro ed io non avevo creato Radio Smile per procacciarmi un impiego ma solo per divertirmi con gli amici, conoscere ragazze e far ascoltare la musica che amavo (a quei tempi l'ascolto singolare, venuto dopo con i walkman ed ora con gli Ipod, sarebbe stato un'eresia: le cose di dovevano condividere... sennò non aveva senso farle e.... questo spirito, dopo tanti anni, forse ancora lo rimpiango un poco, ma il mondo cambia e non sempre nella direzione che ti piace , ma fa parte del gioco e va bene così), in fondo, nonostante giocassi a fare l'adulto, ero poco più che un bambino che stava crescendo attraverso anni strani, belli e crudeli, comunque intensi di storia.

 

Richard

postato da: GabrielParadisi alle ore 26/04/2007 09:31 | Permalink | commenti (736)
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venerdì, 19 gennaio 2007

CB fra le stelle

(‘70 storie: la quinta)

Memoria di Richard Fontaine de Trembley* & Corto

La passione per la Scienza, quella vera, con la S maiuscola, quella riconosciuta come esatta e riproducibile, nasce spesso dagli stimoli prodotti nei giovani imberbi dal mistero e dal fascino delle Scienze… Occulte. Quelle rinnegate poi con sprezzo e decisione in età adulta, quando parlarne genera imbarazzo, perché si è già “dottori…  s’insegue una maturità… si è sposati… si fa carriera…”**.

Io non so esattamente cosa fu a farmi innamorare perdutamente della Fisica Quantistica e della Relatività Ristretta. Forse era una predisposizione innata. Ma credo molto più propriamente che tutto scaturì dallo stupore assoluto che generarono in me alcune suggestioni, un paio, non di più, in quegli anni così delicati di passaggio tra infanzia e pre-adolescenza.

Hugo Pratt, il grande padre di Corto Maltese, sosteneva che la passione per l’avventura e per il mare, gliel’avesse trasmessa in definitiva un film. Egli sentiva certo riconoscenza nei confronti di alcuni scrittori come Henry De Vere Stacpoole, Joseph Conrad, Jack London, Somerset Maugham, Herman Melville o Robert Louis Stevenson, ma soprattutto si sentiva in debito con un regista: Frank Lloyd autore de La tragedia del Bounty. Pratt ricordava spesso come l’interpretazione di Charles Laughton e di Clark Gable in quel film del 1935 lo avesse talmente colpito tanto che da quel momento il suo amore per i mari del sud e per le isole del Pacifico non sarebbe mai più tramontato.

Il mio “Bounty” sono stati Il Giornale dei Misteri e UFO. Una rivista e un telefilm per la TV dei Ragazzi (!?).

 

Il Giornale dei Misteri (1971) era un mensile prodotto da Corrado Tedeschi Editore in Firenze. Allora in provincia si trovava solo in alcune particolari edicole del centro. Le copertine colorate e grezze riportavano fascinosi segni magici e intriganti immagini occulte. All’interno si alternavano inchieste sui continenti scomparsi, come Atlantide e Mu, e articoli su spiritismo o archeologia misteriosa. E così in una sequenza rutilante e disordinata nella mia mente e in quella dei miei amici di allora, si sovrapponevano indistintamente le linee di Nazca e i Moai dell’isola di Pasqua, i cucchiaini piegati di Uri Geller o l’Aura Magica degli oggetti. E poi gli UFO, per l’appunto, immancabili. A incrociare sibilanti negli ampi spazi delle nostre fantasie e desideri.

 

La serie televisiva UFO (uscito nel 1970 in Gran Bretagna, mentre in Italia il primo episodio andò in onda nel 1971), raccontava le vicende della S.H.A.D.O. (Supreme Headquarters Alien Defence Organisation) un’organizzazione militare segreta che, celata dietro ad uno studio di produzione cinematografica, in realtà contrastava l’invasione della Terra da parte degli Alieni, che era in atto praticamente all’insaputa di tutti.

Inutile dire che nel mio inconscio di reduce degli anni ‘70, nei recessi della mia nostalgica mente, sono scolpiti ormai indelebilmente i capelli bianchi del comandante Ed Straker e le parrucche viola delle operatrici di Base Luna…

 

E a forza di scrutare il cielo è un attimo ad appassionarsi alle stelle, quelle vere. E allora ecco binocoli o cannocchiali di fortuna per imparare le costellazioni a memoria e giocare poi a trovarle. La passione per il cielo stellato, se si ha la fortuna di scoprirla una volta almeno, non ci abbandona mai più, malgrado le nostre troppo luminose notti cittadine.

 

Avevo un amico in quegli anni, già peloso e con gli occhiali spessi un dito, che raccoglieva in quaderni bisunti dall’eccessiva sudorazione delle mani, le sue osservazioni del cielo, i risultati delle sue “ricerche” fatte con un piccolo telescopio. Egli seguiva il passaggio dei pianeti o anche lo spostamento delle macchie solari. Con pazienza certosina calcolava (chissà che cosa) e poi scriveva diligentemente tutto in quei quaderni che si portava sempre dietro. Dentro una sacca a tracolla.

Non potendo andare alla ricerca dei resti di Atlantide, fu con lui che costituì il mio club ufologico. L’Explorer Sky Group.

Ci avevano raccontato che c’era un ragazzino che abitava dalle parti della Fornace Maceri Malta, che una volta era riuscito addirittura a fotografare un UFO (inteso letteralmente come un oggetto volante non identificato) proprio mentre transitava sopra i tetti della città…

Lo andammo a trovare una sera.

Quando entrai nella sua grande cantina rimasi a bocca aperta. Sembrava un laboratorio di un inventore pazzoide. Tra alambicchi e saldatori, cavi elettrici e microscopi, spiccava un impianto radio che allora mi parve enorme. Quel ragazzino era un radioamatore!

La cosa più sconvolgente ed eccitante era però affissa sulla parete dietro il tavolo: una gigantesca Mappa del Mondo. E qua e là, in ogni continente, spuntavano delle bandierine rosse fatte con degli spilli e un pezzetto di carta colorata appiccicato in cima. Rappresentavano i paesi dove egli aveva registrato un contatto!

Io che infruttuosamente avevo cercato di avere un amico di penna in Jamaica (David Duquesnai), e avevo dovuto ripiegare con la vicina Austria, rimasi letteralmente rapito.

Il contatto. La comunicazione. L’esotico. Era quello il mio sogno e desiderio. Tanto che stavo cercando addirittura un contatto extraterrestre…

No. Non era necessario. Lì, in quel momento, c’era tutto l’occorrente per un contatto possibile e concreto. La Radio C.B.

Corto

 

 


 

 

A proposito dei favolosi anni’70, una delle cose che, da allora ad oggi, hanno lasciato, con il proprio cambiamento, una delle tracce più marcate è stata la modalità comunicazione.

Se oggi siamo tutti qui, professionisti e non, a scrivere, blogs, forums, siti web ed anche a chattare, questo è anche il prodotto di quel passaggio  il quale, muovendo dall’ “uno-a-molti” ed arrivando al  “Tutti-a-tutti”, segnò epocalmente  la comunicazione in quel decennio.

Lo strumento “principe” di quella rivoluzione, quasi rudimentale,  proprio di un’epoca che oggi ci appare semipreistorica in quanto a tecnologia, fu un mezzo antico;  antico e potentissimo,  ma soprattutto “democratico” (almeno dopo che un furbo ragazzo italo-inglese , un tal Marconi, se ne attribuì l’invenzione e soprattutto i proventi, forse a discapito di un altro paio di altri scienziati, più brillanti ma meno furbi di lui); quello strumento, dicevamo, fu la radio.

La radio, la vecchia radio aveva raggiunto negli anni sessanta e settanta quel minimo di livello tecnologico di affidabilità  e di accessibilità economica da rendere possibile la sua diffusione, non più solo nel senso della ricezione ma anche e soprattutto in quello della trasmissione dei segnali. Il merito era stato di molti: dai geni tecnologici americani, che ne avevano arricchito i contenuti tecnologici grazie a  circuiti sempre più efficienti e tecnologie allo stato solido, ai radioamatori, il cui hobby era tipicamente sempre stato un passatempo “povero per poveri” e consisteva nello sperimentare e verificare, a basso costo e con strumenti talmente elementari da poter essere spesso “fatti in casa” (come le lasagne), piccole stazioni ad onde corte le quali operavano su segmenti di banda di nessun interesse che erano stati “regalati” loro dopo il riassetto post-bellico.

I radioamatori , dicevamo erano per lo più flebili voci nell’etere che facevano discorsi noiosissimi, troppo tecnici per diventare un fatto di comunicazione di massa e allo stesso tempo troppo banali per poter essere di qualche rilevanza scientifica, i radioamatori che scoprivano ogni giorno, l’”acqua calda” con le loro piccole traballanti stazioni trasmittenti (sempre in attesa di ricevere qualche SOS, cosa che in effetti, a parte la celeberrima vicenda della “Tenda Rossa” di Nobile e qualche altro raro episodio, avvenne assai raramente nella realtà),  costituirono in qualche modo la “base tecnologica” dalla quale fu possibile, inserendo altri e più interessanti significati partire per le due rivoluzioni comunicazionali che segnarono l’epoca: le “radio C.B.” e le radio private in FM.

Fu la CB, con i famigerati “baracchini” a venire per prima,  per essere sinceri essa era già nata negli USA l’11 settembre 1958, quando la FCC assegnò alcune frequenze degli 11metri (27MHz) per radiocomunicazioni, con piccoli apparati in Classe D, definendola “Citizens  Band”  (banda cittadina) e non era un “giocattolo”, perché gli States sono immensi e vi erano molte zone non servite da telefonia; ma qui, Italia, essa comparve solo alla fine degli anni ’60 per esplodere, come fenomeno hobbistico di massa, proprio negli anni ’70.

E fu veramente una rivoluzione con tutti i crismi; tanto per cominciare perché qui, con la solita chiarezza di giurisprudenza che ci ha sempre “distinto”, per diversi anni i baracchini erano legalmente venduti e “fuorilegge” nell’uso (il che portò a retate di polizia, sequestri, processi, manifestazioni, nascita associazioni, e finalmente ad una legge nel ’73) , poi perché questi piccoli apparati, semplici, affidabili, economici e facili da usare, sia a casa che in mobile, entrarono veramente nelle case di tutti (disturbi televisivi permettendo), attraverso le più svariate stratificazioni sociali, favorendo, per la prima volta, la possibilità di esserci, di parlare di ogni cosa, di farsi sentire e di ascoltare la vera voce della gente, ben oltre i limiti cui la comunicazione “ufficiale” (che pur si stava sensibilizzando anch’essa, ad esempio con iniziative come il celeberrimo “Chiamate Roma 31-31 di Moccagatta ed suo il famoso nastro magnetico-censura messo lì per bloccare, quasi in real-time, eventuali telefonate troppo osé) potesse neppure immaginare.

Era una comunicazione libera, senza censure, disordinata, ma almeno, nei primi anni, creativa ed innovativa che non aveva più nulla a che fare con le modalità dei radioamatori ufficiali, i cosiddetti OM, i quali anzi la guardavano con disprezzo; era a disposizione di tutti, anche delle casalinghe e dei ragazzi che apportavano a quei pochi canali a disposizione (prima 23 poi, dal ’77 divennero 40, sempre affollatissimi) un dinamismo ed una vitalità che faceva già presagire il variegato universo mediatico che sarebbe più tardi stato il web.

Inoltre su quei canali, per la prima volta, si parlava, si discuteva, spesso si “litigava” anche su temi politici (cosa proibitissima  agli OM) e sorgevano dei veri e propri dibattiti spontanei ed aperti ai quali chiunque poteva partecipare; già perché lì si era  “seminascosti” dietro strani “soprannomi” (i primi sreen names) e  quel mezzo era, in un certo senso un’altra faccia della stessa voglia di “farsi sentire” che si vedeva nelle fabbriche, nelle scuole e, sempre più spesso, in piazza.

In questo senso il fenomeno fu molto emblematico degli  anni’70; era la voglia di “partecipare” sempre e comunque; di più: era  lo slogan che  cantava il grande Gaber: “La libertà è partecipazione”, all’epoca, vissuto come un sentimento comune ed irrinunciabile, ben oltre la pura “coscienza politica”.

Negli anni 80 la CB raggiunse il top, poi, nel decennio successivo, a causa della comparsa dei

telefoni cellulari e di internet (molto più potente e vasta) cominciò a morire.

Oggi praticamente non esiste più, sono rimasti solo gli autotrenisti ad usare il baracchino, per farsi un po’ di compagnia ed avvertirsi nel caso di eventuali “controlli” non troppo graditi;  ed anche il mondo dei radioamatori, che il progresso tecnologico ha espropriato della originale facoltà di autocostruire, si sta riducendo sempre di più, almeno in Italia ad uno sparuto gruppo di vecchietti nostalgici, che operano in un ambito che diviene, giorno per giorno, sempre più anacronistico.

Comunque molti di coloro che ebbero cosi il modo di apprendere e di sperimentare, l’inebriante piacere di essere in radio, di fare radio, soprattutto se giovani furono gli stessi che diedero vita alla seconda e più importante rivoluzione mediatica avvenuta nei ’70: quella delle private chiamate allora significativamente “radio libere” .

Un fenomeno che è storia ma che è anche presente, sul quale mi piacerà disquisire in seguito.

Io ebbi modo di partecipare sia all’uno che all’altro e di scrivere anche piccoli articoli su riviste di settore, in ambito radiantistico; ebbi le mie brave esperienze CB (sin dal ’69: all’inizio ero un bambino che girava con un walkie-talkie da 5W più grande di lui), quelle da radioamatore e poi quelle da proprietario e operatore di una radio privata (dal ’77 al 79) in ordine alle quali posso solo ricordare il FRED (Federazione Radio Emittenti Democratiche) con le sue affiliate che si contrapponevano a quelle puramente commerciali e menzionare lo straordinario lavoro di Luciano Ligabue: “Radiofreccia” che ha saputo veramente rievocare l’atmosfera dei primordi.

Del mondo CB ricordo invece,  con particolare affetto, alcune “voci” che, con pazienza e dolcezza mi spiegarono cosa significasse “stare in frequenza”, cosa fosse l’amicizia in radio. Molti di loro erano, come mio padre che fu attivissimo in quel campo, persone adulte che oggi non ci sono più; tuttavia qualche volta, magari su frequenze diverse, mi capita ancora di ricordarli, parlando con altri amici e questo è un altro modo per “averli ancora con noi”.

Un’ultima cosa: forse sarò anche io un vecchietto nostalgico (ho 46 anni) ma ancora oggi, quanto mi siedo di fronte alle mie radio, posso avvertire il fascino di un mezzo che, pur  essendo così rudimentale ha cambiato così profondamente l’umanità per quello che io posso conoscerla.

La radio per me è stata, è  e resterà sempre uno dei miei “primi amori”.

Richard

 

 


Link utili:

Il Giornale dei Misteri http://www.ilgiornaledeimisteri.it/

UFO    http://www.isoshado.org/

 

 

*) Richard (Fontaine de Trembley), vecchia conoscenza del blog, è diventato da poco il nostro inviato speciale dagli States.

 

**) Canzone delle Osterie di Fuori Porta di Francesco Guccini tratta da Stanze Di Vita Quotidiana (1974)

postato da: GabrielParadisi alle ore 19/01/2007 15:19 | Permalink | commenti (234)
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venerdì, 22 dicembre 2006

Compagno di scuola

(‘70 storie: la quarta)

Memoria di Richard & Corto*

 

“Dove Nietzsche e Marx… si davano la mano… e parlavano insieme dell'ultima festa…
e del vestito nuovo, fatto apposta… e sempre di quella ragazza che filava tutti…

meno che teee…  meno che teeee….” **

 

<<Caro Richard,

sono qui nella mia stanzetta e ascolto qualche disco, come ogni sera. La finestra del terrazzo è aperta e arriva già la prima aria profumata di primavera. Per strada c’è già qualche gruppetto di ragazzi… le compagnie piano piano si ricompongono… anch’io stasera sono stato fuori un po’ con gli amici che hai conosciuto. Ti salutano e mi chiedono sempre di te.

Proprio oggi mi è arrivata la tua bella lettera… mamma mia, Richard, che storie mi racconti…>>

 

<<Caro Corto,

ti avevo già detto, no, di quella sera del 1975, quando frequentavo ancora l’Augusto (il liceo classico statale, che sembrava più un’agorà ateniese che una scuola, data la frequenza di assemblee, collettivi, occupazioni che vi si tenevano; e dal quale si usciva ogni santo giorno con i celerini in divisa anti-guerriglia, scudo e sfollagente pronti, e spesso tra volantinaggi selvaggi che finivano in scontri e sassaiole? Ti avevo detto, no, che ero stato anche oggetto di un’aggressione?

 

Niente di particolarmente grave, poco più che una scazzottata tra ragazzi, ma mia madre, stanca di vedermi vivere come se fossi un gappista del ’45, di attendermi ogni giorno fino a tardi, perché io dovevo evitare certi percorsi, certi orari e farmi accompagnare ogni sera onde evitare “incidenti fisici”, ebbene, mia madre dicevo, prese la solenne decisione di farmi cambiare scuola… !? Non esiste…

 

Io, che a seguito di quel piccolo scontro avevo riportato il classico “occhio nero”, e per questo mi sentivo come Che Guevara in Bolivia: avevo ricevuto a casa gli amici preoccupati che mi manifestavano la loro solidarietà e le compagne, soprattutto le compagne, erano da me molto gradite quando, con un atteggiamento tra il materno ed il complice, mi venivano a trovare per verificare, con tutto il calore della loro femminilità in fiore, il mio decorso da “eroe ferito”…>>

 

<<… mi hai fatto venire in mente Fragole e Sangue***… l’hai visto in TV? Straordinario… Mi ricordi molto Simon, il protagonista, quando riceve tutte quelle attenzioni dalle ragazze per via del suo… “impegno”… ah le ragazze… c’è qualcosa nell’aria stasera Richard (Something In The Air)… che sia amore (Love is in the Air)****? 

Vedi cosa mi perdo? Qua in provincia sarà anche tutto tranquillo, puoi passeggiare per i vialetti sereno, prenderti un caffè in Latteria in santa pace con gli amici, ma vuoi mettere?… Tu vivi dentro la storia… Richard.

Noi qua si sentono gli echi lontani di Bologna… anche lì è un bel casino… c’è qualche fratello maggiore dei miei compagni che è già all’Università e allora ci racconta un pò quello che succede, ma qui, malgrado il nostro Liceo abbia proprio un Campus, non succede proprio nulla. Pensa che la cosa più eccitante è stata la “tournee” di un paio di ragazzetti romani (tuoi amici, suppongo) che sono venuti in Assemblea a raccontarci come tiravano i bulloni a Lama…>>

<<Quindi (tu mi capisci vero?), quando la mamma mi ha chiesto di cambiare a favore di un istituto parificato le ho risposto, con un netto diniego, limitandomi ad una frase di Trotsky sul “destino del rivoluzionario” che non dovrebbe avere né amici, né famiglia, né vita propria ma solo compagni (compagne… ovviamente) e rivoluzione; è stato mio padre a risolvere il contenzioso una volta per tutte: “Ti compro la Benelli 125 bicilindrica”… Frase magica alla quale io ho aggiunto “e anche il Basso Fender (magari usato)”, e così, con un capolavoro di vero “senso politico”, mi ritrovo a finire il liceo in una di quelle simpatiche scuole dove i figli scapestrati della buona borghesia romana tentano di finire gli studi, pagando una retta mensile più alta dello stipendio medio di un operaio…

 

I professori, sono anche bravi ma l’ambiente è allucinante: vi è di tutto sia da destra che da sinistra, dai simpatizzanti di Potere Operaio a quelli di Avanguardia Nazionale, alcuni sono qui perché hanno picchiato qualche professore o preside e sono stati espulsi da tutte le statali, altri sono qui perché gli hanno già sparato un paio di volte… c’è anche un “sambabilino” neonazista d.o.c., fuggito da Milano perché quelli del MLS lo avevano messo sulla black list.

 

Girano armi di ogni tipo: dai coltelli a scatto alle famose lanciarazzi a tamburo, alle quali, con una modifica artigianale, vengono adattate le cartucce cal. 22 (rendendole più pericolose per gli incauti “sparatori” che per i bersagli), il mio compagno di banco, un giorno, per scherzo durante un’interrogazione, ne ha puntata una in faccia al professore di latino, il quale non ha tradito alcuna emozione e non ha fatto assolutamente niente: ha sorriso, è normale…

 

Sotto carnevale certi hanno preso i manganelli di plastica e li hanno riempiti di coriandoli zuppi d’acqua… sono diventati vere e proprie armi, poi ancora punteruoli, spranghe ed armi improprie di ogni genere, anche improvvisate, a dimostrare parte della creatività della nostra generazione.

 

Bene tutto questo arsenale non viene assolutamente usato qui “nella scuola dei ricchi”, dove regna un’incredibile atmosfera da “tregua”… dove, appunto, Nietzsche e Marx si danno la mano…; tutto questo è per “ il dopo”: quando si va fuori dalle scuole pubbliche, nelle quali la didattica è ormai un fantasma, a volantinare, a scontrarsi o solo a far casino.

 

Anzi ti dirò di più, in questo istituto nascono anche amicizie, in fondo siamo tutti dei “reietti” di lusso, ci si fa anche qualche canna assieme (un ragazzo di AN –Avanguardia Nazionale - mi ha regalato persino una runa, che è il loro simbolo, ed il testo completo dell’inno delle SS in tedesco) e poi, all’uscita quando ci salutiamo, sottovoce diciamo all’amico della fazione opposta dove è bene “non andare”: sarebbe imbarazzante doverlo, sprangare! Non credi?>>.

<<… Che devo dirti Richard? E’ questo tempo. È il nostro tempo. Chissà come ne verremo fuori. Tu stai solo attento, se puoi. E che Dio ti benedica.>>

 


 

 

* Richard (Fontaine de Trembley) & Corto (vero nome di Cieli Limpidi).

 

**Dove Nietzsche e Marx si davano la mano…” cantava Venditti, ed io perdono lo sconcertante accostamento solo per due buone ragioni: innanzitutto Venditti non fu mai un “addetto ai lavori” ma solo, almeno negli anni di “Theorius Campus” (1972) e di “Le cose della vita” (1973) un buon autore; poi perché egli prese l’immagine del “Nietzsche nazista” da Lucàcs al quale non posso scusare né l’aver fuorviato l’immagine di Fritz né tante altre parzialità ideologiche di cui si fece interprete (compreso l’aver tradito Imre Nagy dopo i fatti di Ungheria del ’56). Comunque l’immagine che Antonello proponeva in quella canzone non era poi così lontana dal vero… (R. F. d. T.)

“Compagno di scuola” faceva parte dell’LP “Lilly”, uscito verso la fine del 1975. In quel disco si parlava di politica, di droga e di sesso. Magari in modo semplice, forse anche troppo semplice. Comunque intanto se ne cominciava a parlare. E Venditti, proprio con Lilly, storia tragica di un’amica tossicodipendente, conquistò la Hit Parade, scalzando “passerotti” e amori struggenti che si concludevano nello spazio di un “Sabato Pomeriggio”. Forse con quelle canzoni che divennero immensamente popolari, Antonello aprì la strada ad altri cantautori “impegnati” che seppero dar voce, sicuramente anche meglio di lui ai malesseri e alle domande dei ragazzi del tempo. (C.)

 

***Fragole e Sangue”, ovvero “The Strawberry Statement” film culto del 1970 diretto da Stuart Hagmann, ambientato nel Campus di Berkeley centro del sessantotto americano. Il titolo prende spunto dalla bizzarra e “profetica” affermazione di un rettore che ebbe a dire: «Non mi preoccupo degli studenti più di quanto mi preoccupi delle fragole». Simon (il protagonista) è uno studente disimpegnato, fa parte di una squadra di canottaggio e si allena duro, pur avendo il tipico look da intellettuale, occhialini tondi e lunghi capelli biondi, mentre intorno l’università si infiamma a poco a poco nei “primi vagiti del ’68”, il suo room-mate comincia a prendere coscienza (come si diceva) prima di lui, che rimane un osservatore esterno e dubbioso delle prime assemblee, poi lui conosce Linda, fidanzata con un altro (che però è lontano o qualcosa del genere) e così trova la molla per un impegno sempre crescente, fino a partecipare all’occupazione, assumere un ruolo attivo, e, nella celebre lunga sequenza finale, opporsi prima con la resistenza passiva, poi anche attivamente, al violento sgombero della facoltà eseguito dalla polizia di San Francisco. Nella colonna sonora del film spiccano "Give Peace a Chance" di John Lennon, cantata dagli studenti seduti in cerchio nella palestra, imperterriti anche quando la polizia li prende di peso ad uno ad uno, strattonandoli e malmenandoli; la struggente "The Circle Game” di Joni Mitchell; "Something In The Air" di Thunderclap Newman e diverse canzoni di Crosby, Stills, Nash and Young tra cui la meravigliosa "Our House".

 

****Love is in the air(John Paul Young) 1978. La canzone fu scelta come sigla della rassegna sul nuovo cinema americano di denuncia che la Rai mandò in onda con incredibile e inaspettata vivacità nell’estate del 1978. Tra i film che vennero trasmessi: “Alice’s Restaurant” del 1969 con Arlo Guhtrie (figlio del mitico Woody) e appunto “Fragole e Sangue”. Purtroppo fu uno degli ultimi momenti alti della TV pubblica italiana.

postato da: GabrielParadisi alle ore 22/12/2006 18:47 | Permalink | commenti (2)
categoria:70 storie
lunedì, 18 dicembre 2006

I cuccioli del maggio*

(‘70 storie: la terza)

Memoria di Riccardo Fontaine de Trembley**

 

 

Era il 12 di maggio dell' anno domini 1977 e, almeno dal 1974 quella data a Roma era un giorno speciale.

Infatti quella, per tutta la sinistra italiana, era divenuta una "quasi festività" da quando si era votato e vinto contro l'oscurantismo cattolico il quale, con Fanfani ed Almirante in testa e con la "tentennante" benedizione di papa Paolo VI, aveva tentato di riportare il paese indietro, nel puro medioevo, tentando di abrogare la legge sul divorzio, la cosiddetta legge Fortuna-Baslini.

L'importanza trascendeva di gran lunga la risibile battaglia intrapresa dalla destra oltranzista, era di più: una speranza di convergenza e comprensione a sinistra, una spaccatura irrecuperabile nel mondo dei cattolici politicizzati, che tanto avevano pesato fino ad allora sin dal dopoguerra.
Molti di essi, pur conservando i propri valori cristiani, avevano votato per il No, molti ragazzotti di sinistra, dimenticando per un attimo fratture, spaccature e protagonismi vari, si erano ritrovati a condividere l'azione di propaganda per lasciare all'Italia quel minimo di progresso e per seppellire (si sperava per sempre) l'italietta degasperiana.

Io nel '74 ero quasi un bambino: 14 anni, ma pur non potendo votare avevo fatto del mio meglio, distribuendo volantini, partecipando alle assemblee a scuola e cercando, seppur con l'ingenuità di un adolescente, di "sensibilizzare" chiunque; per la mia famiglia non fu necessario essi erano già convintissimi assertori del progresso.

Quella vittoria fu celebrata a Roma nello splendido contesto di P.zza Navona e da allora, per almeno altri due anni, ogni 12 maggio, vi si tenevano commemorazioni, comizi e, per fidelizzare i giovani, concerti di gruppi, i quali, in quegli anni di Progressive Rock, davvero non avevano nulla da invidiare ai più celebrati gruppi di oltremanica (in America il progressive ebbe risonanze ma non potrei mai asserire che sia realmente esistito; era troppo "europeo", troppo "classico" per venir recepito con la giusta sensibilità).

I gruppi a Piazza Navona dicevamo, un nome per tutti: il "Banco" di Francesco di Giacomo e dei fratelli Nocenzi; il Banco che aveva già pubblicato tre splendidi lavori tra i quali "Io sono nato libero". Me li ricordo bene perchè proprio lì, in quel contesto, ebbi modo di parlare con Francesco e, più tardi durante l'esecuzione, di salire sul palco e, dietro di loro, di ammirare la piazza, che vanta il miglior barocco al mondo, gremito di compagni.
Suonavo anche io con i miei amichetti a scuola (lo facevano tutti) ma quando vidi loro, gli "eroi" del Banco, avere quella piazza con quella gente, in quel concerto fui scosso da una delle più forti emozioni che a tutt'oggi la mia vita possa ricordare: si vedeva solo la sommità delle tre fontane il resto era gente, bandiere, compagni, feeling.

Ma torniamo al '77, ed ad un atmosfera che si era fatta cupa e crudele, non potrei qui elencare ogni singolo fatto ma, gli anni '70 andrebbero, come minimo divisi in due tronconi, quello iniziale, figlio del '68-'69, "estetico ed eroico" e poi, dopo il 75-76 quell'altro: "oscuro e delirante", sul quale si potrebbero fare milioni di studi senza mai comprenderlo a fondo e nel '77 il delirio era già lì a farla da padrone.
Le analisi politiche le tralascio per ora, ma il sangue aveva iniziato a scorrere a fiumi, qualcuno aveva "alzato il tiro" e qualcun altro stava "chiudendo i giochi" di una strategia forse iniziata a P.zza Fontana o ancora prima.

Comunque a 17 anni queste cose erano ancora di là da venire per me, cosi in quel 12 maggio 1977, ebbi la voglia di esserci, nonostante la proibizione di Cossiga, ancora una volta; inoltre, per pura ingenuità portai anche due ragazzette più piccole di me, ma allora le chiamavo "compagne"

Ho vissuto l'inferno in quel giorno: gli scontri, i cordoni della polizia, le molotov lanciate, le auto bruciate ed ho udito (e vi assicuro che fa impressione) il fischio delle pallottole vaganti vicino alle mie orecchie. Non posso dirne la provenienza, sembravano venire da ognidove, ma mi ricordo che noi cercammo di fuggire fuori da quel casino (io mi sentivo responsabile per loro ero il maschietto ed il più "grande") ed i cordoni di polizia ce lo impedirono, avevano chiuso, come in una sorta di assedio, tutta l'area.

Allora corremmo indietro, dove gli spari ci sembravano più distanti, e ci rifugiammo in un portone, per evitare almeno di essere attinti, gli spari comunque proseguivano. Ed io lasciando le bambine li, assieme ad altri gruppi di "rifugiati", tornai fuori, sgusciando tra le auto (per lo più bruciate) per cercare di parlare con gli agenti in cordone, per tentar di convincerli ed ottenere il via libera per tutti e tre.

Niente: non mi davano ascolto la loro unica, laconica risposta era: "di qui non si può passare". Ad un tratto, mentre ero lì, sconvolto e spaventato, mi sentì chiamare: "Riccardo, dove siete? dov'è mia figlia?": era il padre di una delle due amiche (la mamma gli aveva detto che eravamo andati al "concerto" e, tramite le radio democratiche, aveva sentito cosa stesse avvenendo), era un enorme e rude tranviere che, dando un occhiata eloquente ai celerini, si fece varco e venne verso di me.

Assieme raggiungemmo il portone dove avevo lasciato le due ragazze, per non esporle, le prendemmo ed in un attimo lui "convinse" i celerini a farci passare tutti e quattro per uscire dall'area assediata.

Eravamo salvi e fuori da quell'inferno, poco dopo eravamo a casa.

Lo stesso giorno, poco distante (a Ponte Garibaldi) la giovane vita di Giorgiana Masi (studentessa di liceo) fu stroncata da una pallottola nella schiena della quale non fu mai chiarita la provenienza.

 


 

** Riccardo Fontaine de Trembley <<Sono del 1960… nel'77 entrai a "La Sapienza" presso la Facoltà di Lettere e Filosofia, esattamente dove aveva insegnato Gentile. Andavo, ogni giorno, all'Università tra le auto bruciate perchè ogni sabato qui eran barricate e scontri ma ero già abituato: avevo iniziato a far politica quasi dall'età della III media, così per tutto il corso delle mie scuole superiori, svoltosi tra il Liceo Ginnasio "Augusto" ed un orrendo "parificato" pieno di "pariolini" (al quale dovetti ricorrere perchè la scuola statale era diventata per me troppo pericolosa), la mia attività fu incessante. ln III liceo avevo già praticamente letto tutto quello che era la cultura del tempo, da Marx Engels ad Evola e Marcuse, passando per i vari David Cooper, Ronald Laing, Lacan, Althusseur etc… ed inoltre mi ero già sentito passare le pallottole vicino alle orecchie un paio di volte…

Adesso lavoro per La Sapienza, sempre nella mia vecchia facoltà di filosofia, come ricercatore (non credo che divverrò mai "incaricato" e non mi interessa), vivo un po' in Italia ed un po' negli USA (vicino San Francisco) e quando mi capita scrivo qualche collaborazione anche lì (recentemente stavo lavorando ad uno studio sull'impatto che le "Lezioni" di Foucault e le interviste a Derrida hanno avuto sul mondo accademico americano)…

Su internet di solito ci scrivo per divertirmi e per "provocare" senza malizia, o per fare qualche esperimento comunicazionale... e, di solito, mi buttano fuori (cosa che conferma la validità di certe mie teorie...(!) ma, avendo l'onore di essere amico di una delle ultime "allieve" di McLuhan a Toronto, utilizzo anche queste esperienze per approfondire un poco (assieme a lei) le riflessioni in ordine all'universo della comunicazione>>.

 

Avevamo cominciato ’70 Storie con una testimonianza di Pierluigi Baglioni su un’assemblea svoltasi nei primi anni del decennio, quando l’onda lunga del ’68 aveva raggiunto anche le fabbriche e le Università italiane. Un racconto, quello di Pierluigi, del periodo “estetico ed eroico” come lo definisce opportunamente Riccardo. Dai Campus americani in rivolta, dalle barricate parigine erano arrivate infatti prima di tutto suggestioni e speranze, “risonanze del movimento hippy”.

In Italia il decennio aveva conosciuto un’alba tragica, un ’69 di tensioni e rosso di sangue: l’Autunno Caldo, Piazza Fontana (12 dicembre). Dunque s’era già inteso che non sarebbero state solo rose e fiori, ma la protesta in quei primi anni ’70 s’era inizialmente dipanata con la gioia e lo stupore di un giovane adolescente che s’affaccia alla vita, tutto infervorato e desideroso di modificare il mondo in positivo. In quei primi anni c’erano da cambiare innanzitutto i costumi della società e allora la musica, la letteratura, la poesia erano penetrate prepotentemente nella vita di tutti quanti modificando anche i rapporti tra le persone e tra i generi…

Nel 1977 le speranze invece erano morte del tutto. Già molti leader del ’68 s’erano impiegati in Banca***, altri stavano introiettando la rabbia dell’impotenza che sarebbe sfociata di lì a poco in tragedia. Era cominciato il periodo "oscuro e delirante".

Nel racconto di Riccardo tre “cuccioli” si ritrovano senza volerlo al centro di un dramma. Una guerriglia che quel giorno (uno dei tanti), a Roma, avrebbe ucciso una ragazza solo di pochi anni più grande di loro. Due giorni dopo a Milano sarebbe stato ucciso un agente di polizia di 25 anni durante una manifestazione indetta proprio per la morte di Giorgiana.

Il delirio s’era impossessato ormai della società. Una società che aveva tutta intera compreso lo snodo storico di quegli anni, ma non sapeva come risolverlo. Non sapeva dare risposte, se non in modo inconsulto e violento, ai drammatici dilemmi che gli si erano presentati d’improvviso di fronte. I due decenni precedenti erano stati eroici, meravigliosi e progressivi. Dalle macerie della guerra era emersa una generazione che s’era costruita con fatica ma anche con determinate certezze, una casa di proprietà, un lavoro stabile e garantito. Lavoro che aveva permesso di riempire le cucine di elettrodomestici. Che aveva permesso di comperare lambrette e utilitarie. Che aveva permesso di far studiare i figli.

Quei cuccioli, quei ragazzi, che riempivano le strade e le piazze delle nostre città, nel 1977 sentivano che le cose stavano cambiando sopra e sotto di loro. Che le tutele sarebbero ben presto venute meno, e che per loro ci sarebbe stato un mondo ostile e ingrato. Il sogno del ’68 era definitivamente finito. Il mondo aveva imboccato una strada nuova e d’altra parte la realtà che stiamo vivendo oggi non è altro che un frutto (amaro?) di quella svolta.

* Fabrizio De Andrè, Canzone del Maggio (1973)

http://digilander.iol.it/infoprc/carlo100.html

 

*** Antonello Venditti, Compagno di scuola (1975) http://www.italianissima.net/testi/compagno_di_scuola.htm

postato da: GabrielParadisi alle ore 18/12/2006 17:18 | Permalink | commenti (6)
categoria:70 storie
mercoledì, 25 ottobre 2006

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I giorni felici

(‘70 storie: la seconda)

Memoria di Stefano Havana*

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Che magari non erano per forza giorni felici. C'era la giovinezza, c'erano le ragazze che non ci cagavano, c'era la pasta bollente, c'erano i genitori, sempre alle calcagna e con le mani sui fianchi. C'era il pallone che finiva dentro ai balconi degli altri e ci vergognavamo di citofonare, c'erano un sacco di parolacce che non potevamo ancora dire. Tornavamo da scuola, mangiavamo di fretta agitando le ginocchia sotto la tavola e correvamo in salone a guardare Happy Days**. In Italia già era sbarcata da qualche anno, quella serie Tv che avrebbe cambiato le mode: si dice che l'America se la fosse inventata negli anni '70, in piena guerra del Vietnam, per distrarre i concittadini e riportarli indietro di una ventina d'anni quando tutto era rose, fiori e pistole giocattolo. Perciò se la sono inventata, dicono: così la gente mangiava serena e ritrovava il sorriso con Fonzie e la famiglia Cunningham. In fondo anche quella era propaganda, un ago ipodermico che piegava i cervelli, ma almeno era divertente. C'era tutta una storia di quotidiana angoscia dietro le avventure spensierate di quei ragazzi che guidavano macchine cromate. Ce lo ricordiamo, Happy Days, qualche volta lo trasmettono ancora e, dai, chi non si ferma a quel punto davanti alla televisione a guardare? Pure se è una puntata vista e rivista: semmai l'ultima volta andavamo al liceo e ci piacevano Giulia, Sara, Melissa. Oppure c'erano i Mondiali o qualche Grande Guerra: ci mettiamo lì e ripensiamo che a quei tempi non ce n'era uno della nostra età che non desiderasse avere un padre come Howard Cunnigham, tutto ciccia e sorrisi, battute e occhi gentili. Avremmo impiegato almeno altri dieci anni per capire che non solo nostro padre non sarebbe mai stato così, ma tantomeno noi stessi saremmo diventati uomini del genere: la realtà di Happy Days nascondeva una moralità severa: presto ci si sarebbe ritrovati cresciuti e con le puntate nuove, quelle per cui ci si affollava davanti alla televisione, diventate repliche. Siamo stati Fonzie, ci siamo divertiti, abbiamo fatto il gesto dei pollici e la prima volta che abbiamo messa una giacca di pelle s'è pensato a lui: però, dai, a un certo punto è diventato chiaro che era soltanto il personaggio di un telefilm.

C'era anche il partito di quelli che preferivano Richie, ovviamente: Richie era rossiccio di capelli e va bene che era impacciato e si aggrovigliava sempre le dita davanti alle ragazze, ma lui un amico come Fonzie ce l'aveva. Noi cosa avevamo? Quello andava in giro con uno che come niente tirava fuori cose tipo: «Lei è un mortale, io sono un Fonzarelli»; perciò anche Richie, a suo modo, era un Grande Eroe. E che diavolo: se uno come Fonzie l'aveva scelto come amico, caspita, chissà che grandi doti aveva pure lui. «Ehi, cosa c'è? Hai tutte le gomme a terra», Fonzie diceva per incoraggiare qualcuno che sembrava un po' abbacchiato. Oppure alle donne: «Se vuoi trovare qualcosa di splendido guarda dalle parti delle mie labbra». Erano frasi da far rotolare i bicchieri per terra, era l'apoteosi della rivincita per noi un poco sfigatelli, prede di paure e ataviche assenze di peli che sembravano perenni. Ci guardavamo gli avambracci cercando quelle vene robuste come funi e non trovandocele mai: allo specchio era tutto uno scrutare e un ricercare, ma per quante ore si passassero con un rasoio finto in mano, degli uomini che saremmo diventati non se ne vedeva ancora traccia. C'era Arnold, c'era American Graffiti, c'era Peggy Sue, c'erano i Beatles, però alla fine si parlava sempre di Fonzie e di Happy Days: sarà che in quei bar ci saremmo finiti tutti prima o poi e forse questo, in qualche modo, lo percepivamo nelle dita. Tutti saremmo diventati dei vecchi ubriaconi, cazzari innamorati della cameriera o dell'amica di qualcuno a cui non saremmo mai arrivati; perciò ci piaceva tanto guardare Happy Days. E' di noi che si parlava, delle nostre vite future, dei nostri brindisi a nuovi lavori, grandi amori e coraggiosi traslochi. Eravamo sprovveduti e pieni di speranza, anche se il migliore di noi avrebbe dovuto aspettare altri venti o trent'anni perché qualcosa si muovesse davvero. Guardavamo Happy Days in saloni inondati di luce con tutti i compiti ancora da fare; guardavamo Lory e Jenny nei loro vestitini rosa e ammiravamo i loro modi pacati, la totale assenza di ammiccamenti sessuali. Osservavamo seduti sui pavimenti il loro modo di incrociare le braccia e mettere il broncio e pensavamo che così avrebbero fatto tutte le donne della nostra esistenza. E poi - diciamoci la verità - eravamo niente che doveva ancora essere qualcosa. Era troppo presto per tutto. Fonzie diceva: «Tre sono le persone di esistenza sicura nel mondo e sono Fonzie, il Papa e il mitico Elvis» e noi spegnevamo il televisore certi che le cose andassero proprio così lì fuori. Ma la vita si doveva ancora infrangere contro le sue scogliere di delusioni e perfino l'America - per quanto ne sapevamo noi - doveva ancora essere scoperta.

Adesso Happy Days s'è spento. Ci sono tutte le sedie rivoltate sui tavoli:  siamo passati per le prime sbronze e certi mal di stomaco. Siamo passati per le giacche di pelle e gli anfibi più grandi di una misura. Siamo passati per i primi litigi e abbiamo scoperto che al mondo non è rimasto nessuno che incroci le braccia. Abbiamo perduto perfino McGyver, Arnold è cresciuto, l'A-Team ha smesso di sparacchiare dal retro del suo furgone nero, Peggy Sue è morta, John Travolta ha messo i capelli bianchi, le Harley Davidson ci disturbano il sonno nelle notti d'estate. Era solo Fonzie, ma eravamo noi. Era un ragazzo con un ciuffo alla Elvis e dei denti bianchissimi che si muoveva sicuro tra i juke box e le note di Buddy Holly e Roy Orbison. Era uno che guidava una decappottabile dalla cui autoradio gracchiava fuori il primo rock 'n roll di Billy Haley. Era un tale con una giacca di pelle che prendeva le donne per la vita e la vita per le spalle. Era un telefilm talmente pieno di speranza. Era soprattutto il fatto che non arrivavamo bene alla mensola più alta della cucina.


 

*stefano [havana]  si occupa di giornalismo, ma è uno scrittore. È uno dei fondatori di Noantri, un blog molto seguito e ben fatto, che invito tutti a visitare e leggere, nel quale così viene descritto: “nel gruppo Noantri, non ha soprannomi. In redazione, dove lavora, lo chiamano in parecchi modi: Sky, Sgambetto, ma quella che lui preferisce in assoluto è il Menestrello della minchiata, abbreviazione: Menestré. Passa il suo tempo a leggere e a scrivere. Scriverebbe sempre, senza smettere mai. Affetto da megalomania acuta, ha la reale presunzione di essere il più grande talento letterario dopo Italo Calvino. Da grande vuole fare lo scrittore, nel frattempo fa il giornalista: il suo problema è che grande non ci diventerà mai. O, se lo farà, sarà nella terra di cui si è innamorato: quella amada, calda e contraddittoria Cuba”.

 

 

**Happy Days.  Per sapere tutto, ma proprio tutto su questa mitica serie televisiva arrivata in Italia nel 1977, consigliamo di visitare il sito (http://digilander.libero.it/happydays/home.htm) che trovo uno dei più esaustivi in assoluto. Quando si vuol costruire un luogo completo di memorie su un determinato argomento, credo che questo sia il format giusto… Così sulla storia e sui personaggi di Happy Days non aggiungo nulla perché non ce né bisogno, ma vorrei dire qualcosa di personale su quei giorni.

È curioso che un telefilm progettato (negli anni ’70) per far rivivere ad una generazione (quella americana degli anni ’50) il piacere ed il gusto del ricordo, sia diventato di fatto un mitico strumento per celebrare la “Nostalgia” in senso lato. Io nel 1977 frequentavo gli ultimi anni del liceo. Ero quindi nell’età della consapevolezza. Anni che ricordo con estrema passione tanto da dedicarci ora, una lunga e spero infinita rubrica in questo blog, ma Stefano, allora, “non arrivava nemmeno alla mensola della cucina”… Eppure quelle storielle lievi, quei pomeriggi pacati trascorsi da ragazzi simili a noi in tinelli di famiglie tranquille o in bar rilassanti, hanno segnato allo stesso modo adolescenti (noi) e bambini (loro). E non erano certo o solo quelle timide, appena accennate ed incompiute storie d’amore dei ragazzi di Milwaukee, a muoverci emozioni, almeno a noi più grandicelli. È vero, nelle nostre “compagnie” tra vialetti e cortili, anche noi filavamo la ragazzina più carina senza fortuna, con la stessa goffaggine di Richie o di Raph o peggio ancora di Potsie. Ma non erano quei primi innocenti turbamenti a renderci indispensabile ogni puntata…

In quegli anni l’America per noi era “…il cuore, era il destino… sorrisi e denti bianchi su patinata… L'America era il mondo sognante e misterioso… L'America era provincia dolce, mondo di pace… Perduto paradiso, malinconia sottile…” come cantava Francesco Guccini, (Amerigo 1978). Quando arrivò “Guerre Stellari” ad esempio, fenomeno epocale oltre oceano, ricordo che s’organizzò una vera e propria spedizione tra amici (biciclette e motorini)… e si restò seduti incollati a guardare addirittura una seconda proiezione… solo finché, però, non fu ora di tornare di corsa a casa… per l’inizio di Happy Days…

Se non erano quei teneri primi giochi d’amore dei nostri coetanei americani a solleticare il nostro animo, allora cos’era che ci legava e ci lega ancora a quei brevi telefilm da 25 minuti? Io credo che fosse, e che sia, il nostro eterno bisogno di "Serenità". Anche se nel mondo sappiamo e magari cerchiamo inquietudine. Le nostre famiglie, anche nei casi migliori, non erano come i Cunningham, ce l’ha già detto Stefano, ed il mondo fuori non sarebbe mai stato quello che ci rappresentavano con quelle storielle. Lo sapevamo già da noi, forse. Ma credo che ci piacesse pensare diversamente. Ci piacesse credere e sentire che la Latteria all’angolo, quella dove andavamo a far spesa per la mamma, dove sorseggiavamo già i nostri primi “amari” caffè e ci davamo appuntamento con gli altri a chiacchierare del futuro, somigliassero ad Arnold’s. Credo ci piacesse credere e sentire che il “Campus” del nostro Liceo, la collinetta ed il prato dove provavamo anche noi a giocare a baseball (dopo aver opportunamente trovato e letto in biblioteca un manuale per capirne le regole), fossero uguali a quelli laggiù, nel Wisconsin. Così come le nostre odorose palestre la sera, dopo la partita di Volley, appena prima di tornare sorridenti nelle cucine imbandite delle nostre madri. Sarà l’età, che trasfigura i ricordi, eliminando le tristezze. Sarà la mia indole malinconica, ma io sento quei giorni lontani proprio in questo modo. Mi sembra che per me sia andata proprio così.

Sia ben chiaro, colgo per intero (quasi vergognandomene un po’) l’ingenuità di allora e se vogliamo anche quella odierna. Comprendo anche l’intento strumentale del “Sistema” che da mondo e mondo propina messaggi di irreale calma per distogliere volutamente le persone pensanti dai problemi reali, ma soprattutto per allontanarli dall’impegno concreto, dalla partecipazione. Ma almeno, allora, mi dico, il messaggio toccava anche le nostre corde intime e forse più sane. Oggi, i reality show che guardano i nostri figli adolescenti e bambini, hanno la stessa funzione diversiva, ma manca completamente il messaggio di “serenità”. In essi ci trovo solo volgarità, competizione, tendenza a modelli di vita anch’essi irreali e sicuramente vuoti (non potranno i nostri figli diventare tutti calciatori di successo o veline). Ecco, forse la differenza sta proprio qui. Io credo che il traguardo più ambito di ogni uomo sia il raggiungimento della felicità. Della serenità. Non cambierei la pace interiore (che è anche pace con l’universo intero), con tutto l’oro del mondo. Non guasterebbe, credo, ricordarlo ogni tanto ai giovani. E forse Happy Days ci ha fatto vedere come nella semplicità sia possibile, forse, essere anche felici, sereni, in pace. Starò diventando vecchio e bavoso. Sicuramente. Ma ora mi siedo su questa panchina del parco e sentenzio: <<quelli che fanno vedere oggi ai nostri figli non sembrano proprio “Giorni Felici” >>.

Cieli Limpidi

postato da: GabrielParadisi alle ore 25/10/2006 11:31 | Permalink | commenti (4)
categoria:70 storie
lunedì, 16 ottobre 2006

L’ASSEMBLEA del ‘68

(‘70 storie: la prima)

Racconto* di Pier Luigi Baglioni

Partimmo alle due di notte per fare una capatina a Trento. Più che seguire una lezione dovevamo, dietro lauta mancia al bidello, far mettere i timbri di presenza necessari ai futuri esami.

Cenammo nel tardo pomeriggio, una dormita di riposo fino all’una della notte; poi sulla mia ‘cinquecento’ Fia t color pisello dal tettuccio apribile facemmo rotta verso il nord alternandoci alla guida, io e Giamba, collega di lavoro in fabbrica e consocio di studio universitario.

Due circostanze concomitanti ci avevano indotto a riprendere gli studi all’età di trentacinque anni, dopo quindici dal diploma di perito industriale, quando lavoravamo in acciaieria già da otto: la nascita della prima facoltà di sociologia presso l’Università di Trento (voluta incautamente da Flaminio Piccoli), e la nuova legge sull’accesso senza esame ai corsi dei diplomati. Per noi periti industriali, discriminati dal classista liceo, specialmente questo fu il grande stimolo. Alla fine degli anni ‘60 la sociologia era di moda nel mondo intellettuale, sindacale e politico di sinistra. Siccome noi eravamo delegati in rappresentanza dei tecnici e degli impiegati, i così detti ‘colletti bianchi’ del neonato Consiglio di Fabbrica sorto sulle ceneri delle Commissioni Interne; pensammo che la laurea poteva dare all’impegno volontario forma professionale. In altre parole fare i dirigenti di mestiere perché operare nel grande calderone del processo produttivo non ci piaceva proprio punto.

Per di più, la nostra carriera era compromessa dalla nostra attività (oggi invece ci avrebbe agevolato).

Viaggiammo tenendoci svegli con la conversazione. Il momento storico offriva molti argomenti: la classe operaia abbioccata, il testimone delle lotte nelle mani della gioventù studentesca. Parevano loro, adesso, a cambiare il mondo, costruire la nuova società. Io e Giamba divenimmo nuovamente studenti per non mancare all’appuntamento. Ed esserci da laureati. Ma questa ambizione di protagonismo storico forse fu solo un pretesto. In verità ci allettava la laurea, come ho detto, per gli sviluppi dirigenziali nel sindacato e toglierci dalla merda dello stabilimento. Cumandà è mugghio chi fottiri dicono i siciliani.

A Trento ci rifocillammo nel bar della piazza (tre caffè in unica tazza con una bella macchia di latte). Ci rinfrescammo il volto all’università, nel bagno dell’aula magna, accingendoci al supplizio della lezione. C’era agitazione tra i ragazzi: ‘facoltà occupata; assemblea permanente’ diceva il passaparola. In poco tempo l’aula si riempì di gente, di striscioni, di bandiere rosse, di gruppi che vociavano o distribuivano una assortita varietà di volantini ciclostilati. Sopra il banco, dirimpetto agli scranni, si accomodarono tre capi studenteschi e tre professori schierati dalla loro parte. “Siete poliziotti?” ci chiesero alcuni ragazzotti raggelandoci: “Il servizio d’ordine ce lo facciamo da noi: andatevene!”. Giamba, più fulmineo di me nei riflessi, ribatté schifato: “Che ci abbiamo la faccia da sbirri? Se siamo fuori corso è perché siamo studenti lavoratori. Veniamo dalla fabbrica.” “Bene compagni; allora andate”.

In effetti erano tutti molto più giovani di noi. E poi io e Giamba vestivamo in maniera completamente sballata rispetto all’ambiente saturo di eskimi e kefiar. A Genova credevamo di essere controcorrente sostituendo i ‘jeans’ al posto dei pantaloni del completo; evidentemente qui non bastava. Di giacche tre bottoni e doppiopetto come le nostre non ce ne era neppure una. Anche i tre professori sul palco avevano maglioni e foulard come gli esistenzialisti del Cafè de Flore’. Con noncuranza ci togliemmo la cravatta riponendola in tasca, sbottonammo la camicia mostrando il petto villoso. “Ci prendono per magnaccia” scherzò Giamba che oltre ai riflessi era più spiritoso di me. In verità non ci prendevano per nulla. Eravamo inesistenti. Nel loro gergo: “Nessuno ci cagava”.

Che fossimo in distonia, pesci fuori d’acqua, si palesò con forza durante l’assemblea. Per noi attivisti sindacali le assemblee erano pane quotidiano. Quali delegati ne scoppiavamo minimo un paio la settimana. Però col nostro decorso rituale, da recita a libretto non a soggetto come la loro. In fabbrica partiva la ‘relazione introduttiva’, seguivano gli interventi, un big esterno faceva le conclusioni. Chiuso, tutti fuori dal teatro aziendale, fine delle ore di licenza retribuita;  di nuovo a lavorare. Il segretario illustrava le ‘conquiste’ passate, la futura ‘piattaforma’, il calendario della lotta e l’immancabile esortazione a ‘battere la resistenza del padrone’. Ogni punto già deciso ma fintamente rimesso all’assemblea, che d’altronde immancabilmente ratificava. Pareva l’animazione di un dipinto sovietico del realismo socialista più che la consultazione operaia italiana.

Si partiva dalla ‘realtà di fabbrica’ per attaccare ‘la linea economica del governo’. Variavano solo i nomi dei presidenti del consiglio e dei loro ministri: Fanfani, Rumor; Carli, Colombo… Terminato il segretario provinciale, interveniva la ‘base’, sette, otto, delegati affetti di protagonismo cronico e fanatismo politico. Gli stessi che non perdevano ogni occasione di salire sul palco a ribadire quanto ‘giustamente aveva detto il compagno relatore’ e aggiungere di loro qualche frase fatta, slogan ripetuto. Se la relazione veniva offerta alla massa con un certo mestiere propagandistico, i discorsi dei delegati erano pietosi nella forma e nella sostanza. Manovali semi analfabeti di ritorno se non comperavano L’Unità ogni giorno polemizzavano con gli economisti della Confindustria; attaccavano il governatore della Banca d’Italia, il ministro del Tesoro e quello delle Finanze.

Avevano la ricetta in tasca per ogni problema, mentre alla controparte o al governo sempre mancava ‘la volontà politica’. “Il sindacato eleva l’operaio a classe dirigente” mi rispose un Culo di Pietra quando gli obiettai che quelle assemblee erano la saga della demagogia.

A Trento il casino era tale che non tenevo le fila di quanto stava succedendo. “Ci acchiappi qualcosa?” chiesi a Giamba. “Non c’è nulla da capire” rispose lui: “Qui ognuno va per suo conto.

Strategie diverse, accomunano il medesimo obiettivo: abbattere la società capitalista, quella che rimpingua le loro famiglie. Chi la vuole distruggere portando al potere la fantasia, chi le risate; chi vuole i fiori, chi le bastonate o le P38.” “Tutto questo che c’entra con l’Università?” “Nulla. Ma è l’ambiente di aggregazione, come per noi la fabbrica. Alla tua domanda risponderebbero: usiamo una sovrastruttura del capitalismo per il dominio sulla classe operaia, trasformandola nel fine opposto.” “Vuoi dire che a loro non interessa l’elevazione personale, ma la trasformazione della società?” “Proprio, tanto loro sanno comunque di essere classe dirigente in qualsiasi assetto.” “E che comandi il capitalismo o il comunismo gli operai lo prenderanno sempre in culo”. Con la chiave di Giamba, i discorsi che prima mi apparivano ermetici e caotici, ebbero chiara lettura.

Nella confusione generale gli oratori si alternavano strappandosi il microfono dalle mani, litigando dal palco alla platea. Stufo di quella confusione mi disinteressai al dibattito. Guardandomi intorno mi divertivo a dare il punteggio alle ragazze. Immaginare come trombavano le più belle, quale ficona o fichetta potevano avere. Poi mi colse l’impulso irrefrenabile di ‘portare la voce della fabbrica’. Alzai il dito per intervenire, ma rifiutavano vederlo o mi annichilivano con lo sguardo: “Cosa vuoi parlare tu che non sai un cazzo, imbecillotto piovuto da chissà dove!” pareva dicessero.

Incurante, ormai preso da raptus oratorio, nonostante Giamba mi trattenesse sfilandomi la giacca di dosso (e fu un bene) mi avventai sul palco; strappai anche io il microfono mentre passava a mezz’aria, ed esordii: “Compagni e studenti…” (la congiunzione ‘e’ fece subito un brutto effetto).

L’ambiente estraneo e ostile mi rese emozionato come le prime volte che parlavo in pubblico.

Avevo la gola secca, la saliva non lubrificava più la lingua, un tremito alla narice vibrava il naso come un diapason. Anche la voce era artefatta, non cavernosa e suadente come nei discorsi in fabbrica. Però la mia esposizione fu chiarissima e creò un gelido silenzio. Durante il mio dire fu come se qualcuno avesse premuto il tasto ‘pause’ durante il ‘play’ d’una video cassetta. Prima gli oratori suscitavano partecipazione, acclamazioni o fischi, plausi o contestazioni a scena aperta. Con me nulla; silenzio assoluto. Poi appena riguadagnai la sedia scomparendo nuovamente nella massa il baccano ricominciò come nulla fosse successo.

“Cosa ti aspettavi?” disse Giamba nei commenti del ritorno: “Parevi uno della gironda in mezzo ai giacobini di Robespierre. Se non dicevi che venivi dalla fabbrica, che per loro è un luogo mitico tanto non ci metteranno mai il piede dentro, ti avrebbero linciato”. La verità fu che non volessero capire: “Ragazzi” dissi ostentatamente dopo il gelo seguito al ‘compagni e studenti’: “Voi vivete a Trento, fate finta di studiare facendo in realtà la bella vita a spese di papà. Per voi è facile giocare alla rivoluzione. Fare casino tra una trombata e l’altra con le compagne femministe che non sono lesbiche. Avete l’avvenire assicurato, potete blaterare su quello dell’umanità, tanto da grandi non vi manca la certezza di un posto nell’azienda paterna, nella burocrazia apicale dello stato, o nel centro studi del sindacato. Chi nasce nella merda come me la laurea è il pezzo di carta per elevare la sua posizione. E chi lavora e studia non si può permettere di perdere gli anni come voi. Ogni volta che vengo a Trento passando la notte in macchina, spendendo un mucchio si soldi in benzina; non posso sciupare il viaggio per ascoltare le vostre stronzate”.

Aggiunsi anche qualcosa di politica sul riformismo contrapposto alla rivoluzione: “Fanatismo e tetragono idealismo sono inconcludenti e pericolosi. La violenza fisica o verbale non ha alcuno sbocco. Vince chi persuade, chi conquistare il consenso alle proprie idee. Un processo lungo, duro e difficile, ma che edifica dalle radici la società più giusta a cui tutti aneliamo.”

“Che mi abbiano snobbato i ragazzi” dissi a Giamba: “me ne fotto. Al loro posto farei come loro: ammucchiarsi, fare i cortei, contestare… è più divertente che studiare. Cosa non sopportavo erano quei quattro macachi di professori giovanilisti che ridevano sprezzanti del mio intervento. Loro non sono ragazzi, dovrebbero avere giudizio. Come possono avallare quella fiera di cazzate?” “Anche loro si divertono” mi rispose Giamba: “Fare i capipopolo percependo lo stipendio come se lavorassero li appaga di più che il grigio insegnamento professorale, cattedratico come dicono loro.. E poi, hai notato quante belle fichette ci sono nel movimento? Standoci dentro ne beccano qualcuna, altrimenti si debbono contentare delle loro mogli rancide. Il privato è politico, caro mio e tira più un pelo di fica che una coppia di cavalli normanni! ”.

Fu l’ultima escursione a Trento. Rinunciai alla laurea per non perdere altro tempo e soldi. In verità, forse, mi tarpò le ali l’invidia del bel vivere sessantottino a me precluso in virtù del mio poco censo.

Occhio non vede cuore non duole, come dice l’adagio.

 

* Primo Premio del Concorso Biennale Letterario Internazionale 1998, ‘COMUNE DI RIVANAZZANO’ .

 

 

 


 

 

 

Note a margine del racconto L’assemblea del ‘68

di Pier Luigi Baglioni

 

Devo premettere che nel 1968 avevo 36 anni, sposato da quattro, iscritto al PSI, impiegato tecnico dell’italsider azienda del comparto siderurgico dell’IRI, delegato sindacale dei tecnici ed impiegati eletto nella Commissione Interna . L’aspetto giovanile dovuto al modo di vestire che rompeva la tradizionale giacca e cravatta del ceto medio, per indossare jeans, maglioni e giubbotti in pelle della beat generation dalla quale uscivo. Negli anni ’60 gli intellettuali di sinistra non guardavano più alla Francia, J.P.Sartre e Picasso; ma oltre oceano, Keruac e Pollock. Lo spirito anticonformista che arrivava dagli USA era totalizzante, al contrario del parigino epateé le bourgois occasionale come l’impegno dei pittori della domenica. (Foto 1: Ad una assemblea nel 1969) 

Ad una assemblea nel 1969

Nel 1961 John F. Kennedy era stato eletto presidente dividendo il mondo operaio italiano tra vecchi stalinisti che lo disprezzavano, e socialisti e comunisti revisionisti riformisti (in pectore) che più o meno scopertamente lo sostenevano. I quali, c’è però da dire che vennero messi in difficoltà dalla politica interventista al fianco del Sud Vietnam, una dittatura che pure faceva comunque il paio con quella del nord. E’ dopo il suo assassinio che avviene il coinvolgimento militare maggiore nella guerra, che unifica e fa crescere l’opposizione alla amministrazione USA nei Campus e tra la gioventù studentesca europea, che manifesta chiedendo il ritiro delle truppe. All’interno, tirandosi dietro l’opinione pubblica, il movimento studentesco impedirà la prosecuzione dell’intervento militare causando la sconfitta dell’America (al momento del ritiro da Saigon gli USA lasceranno sul campo 58.000 morti.

Rievoco questi eventi perché in essi sono le radici dei moti giovanili europei che dalla Sorbona si estendono all’Italia ed alla Germania, ove perdono la valenza legata al Viet Nam, per assumere una carica rivoluzionaria di contestazione al costume della società, dei rapporti tra genitori e figli, cittadini e istituzioni. Della emancipazione femminista delle ragazze. (Foto 2: Corteo studentesco sessantottino ).

La particolarità tutta nostra fu che il movimento cadde in breve tempo sotto il controllo degli studenti della FGCI che lo trasformarono in lotta antagonista al sistema in polemica stessa col PCI che aveva rinunciato alla conquista del potere. Per questo i dirigenti del movimento studentesco scelgono il percorso dell’autonomia parcellizzandosi in tanti gruppi e gruppuscoli ognuno dominato, con varianti ideologiche, dalla più sfrenata demagogia marxista-leninista.

Nelle piazze si riesuma velleitariamente lo scontro di classe a cui il PCI, nato per fare la rivoluzione ma ora approdato alla politica socialista di Pietro Nenni dell’alleanza con la DC, passando dalla alternativa socialista al compromesso storico, ha rinunciato.

A volere il processo rivoluzionario, quindi, non sono gli operai partendo dalla fabbrica, bensì i figli della borghesia movendosi dall’università.

Nel 1968 le maestranze degli stabilimenti genovesi, e del nord, hanno una doppia realtà. Da una parte i vecchi rocciosi operai dell’anteguerra, usciti dalla Resistenza, ancora generalmente stalinisti cioè ligi alla disciplina e fedeli alla linea del partito e della CGIL. Dall’altra i nuovi entrati, assunti attraversando le maglie della discriminazione durante il boom economico, – salariati e periti industriali- indipendenti, spregiudicati; socialisti e comunisti tesserati Cisl. (Foto 3: Manifestazione sindacale nell’autunno caldo a Genova, piazza De Ferrari. Baglioni coi baffi e pugno chiuso ).

I primi guardano con disprezzo i figli di papà che giocano alla rivoluzione, i secondi – appartenevo a questi- invece ne subivano il fascino. Volevamo essere partecipi di quella grande energia, portarla dentro le nostre mura. Per connettersi molti periti industriali si iscrissero alla nuova Facoltà di Sociologia a Trento sfruttando il fatto che il Parlamento aveva dato la possibilità ai diplomati di accedervi senza esami suppletivi di liceo. Così l'Università, voluta da Flaminio Piccoli per creare un vivaio di teste d’uovo democristiane, divenne approdo di figli di lavoratori, politicizzati, che contagiarono i borghesi verso la contestazione.

Difatti nel movimento prevalse l’orientamento marxista-leninista che fagocitò ogni altra tendenza, espellendo socialisti, democratici, ma anche i comunisti berlingueriani. Il movimento si frantumò in gruppi e gruppuscoli antagonisti al sistema capitalistico (lo stato si abbatte non si riforma), i quali (Renato Curcio e Margherita Cagol con le Brigate rosse) furono brodo di cultura, o partorirono o fiancheggiarono, il terrorismo degli anni di piombo.

I contrari a quell’estremismo rifluirono nelle professioni. Molti periti industriali dell’Università di Trento, tornando in fabbrica non erano però gli stessi di prima. Mutati dalla esperienza ripresero l’attività rifiutando il ruolo di pedissequi attivisti, ma contestando il verticismo nelle relazioni sindacali, il burocratismo nell’organizzazione del sindacato.

Insomma, qui mi ci metto anche io, portammo il vento del ’68 dentro la fabbrica realizzando il vasto movimento operaio che elaborò la piattaforma contrattuale coi postulati della parità salariale e normativa tra operai e impiegati. Che vinse con le grandi lotte dell’autunno caldo.

Il racconto L’assemblea del ‘68 vuole cogliere quel passaggio.

Pier Luigi Baglioni, Ottobre 2006

 

 

 

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domenica, 15 ottobre 2006

’70 storie

Giunti alla mia età è quasi naturale (o almeno così io credo), rivalutare gli anni della nostra amata adolescenza. Sostanzialmente dimentichiamo tutte le cose negative, che pur ci son state, e mitizziamo gli oggetti, gli odori, i sapori, i luoghi di quell’età lontana e ormai perduta. Non conta niente se oggi siamo o non siamo felici. L’importante è che quei giorni, quegli oggetti, quelle sensazioni, noi le abbiamo vissute. E il bello è che nessuno mai ce le può più portar via! È un atto estremo di possesso il nostro. Di gioia superiore e supponente. Va là… hai voglia… succeda quel che succeda, ma là, allora, IO C’ERO!!!!

L’idea, che in realtà sopiva da tempo nei cassetti della mia mente, me l’ha data un amico blogger, che ha colto nei miei articoli di politica, di impegno sociale e via discorrendo, qualche vena di malinconia. Quando magari, senza ce ne fosse alcun bisogno, mi soffermavo su qualche immagine color seppia, su qualche pensiero randagio.

Così di sua iniziativa mi ha inviato un racconto che viene proprio da quei tempi, da quei giorni. Un bel racconto che pubblicherò la prossima settimana come “prima puntata” di una saga… infinita. ’70 storie, l’ho intitolata. Storie, testimonianze di quei mitici anni ’70 che ci hanno visto bambini e ragazzi insieme.

Noi che lo possiamo dire. Noi che abbiamo avuto la grande fortuna di viverli, quei “giorni felici”.

Ogni tanto, quando ne avrò, tra una polemica e una denuncia, pubblicherò una di queste storie. Io di mie ne ho tante, ma spero che voi, amici lettori, me ne inviate altre. Di vostre. Di nostre. Di quel “nostro” tempo.

Scrivetemi dunque. Vi aspetto (gabriele.paradisi@cidengineering.com)

 

70’s (Stream of consciousness)

 

 

Alla maniera di Stuart Z. Perkoff

Corto Maltese & certi

cortili d’incerta periferia

         come calli & corti o Prati

                   in-dimenticata imperial provincia…

1 garage &d n meriggi

         di lugliafosi (breathless)

                   la canicola che arida gola & asfalti

                            & fantasmi & Coboldi ai crocicchi…

Gabbiani di carta velina

         (a smile from a veil)

                   & Livingston Johnatan

                            a sole tremila £

                                      all’edicola nella piazza dei corvi al sole

                                               appollaiati & fissi in petto al Corso (blvd)…

Capitan America & le sue noccioline

         (di tenerezza & pietà & cattiveria &d estrema  trasparenza);

                   buffi Pennywise d’occidente

                            a stupirci (bambinetti dalle lenti tappate)

                                      con mazze e coperchi di fustini

                                               a serali caroselli…

Eccoli i lancieri

         rosso fasciati (tulipani totali)

                   allora, le budella s’attorcigliavano ancora

                            al fischio d’inizio, allora.

Rotondo & caldo

         lo sfregare nel carter

                   del pedale (la leva) a sera

                            al profumo delle vie di primavera

                            & il ronzio terminante a sobbalzi del Rex (mi ricordo)

                                      Gusto del pesce marinato nell’aceto &

                                      del pomodoro a bagno maria

                                      Odori & rumori

 

C’eran proprio tutti allora…

Il Brut 33

Cuori di toro

che perdono kerosene

Kirk Kilgour

da Ariccia

La trilogia della vita

Lancio & le ragazzine

Una Nube tossica

Il giornale

dei misteri

Le Grazielle pieghevoli

Rocco & Antonia

Lungo il fiume

(e sull’acqua)

Ultime grida

 da Linda Blair

L’anno, il posto,

&  l’ora

Gianni & Alverman (il magico)

Vangelo vivo!

         Prete triste

A salty dog

         per avventura

Patchouli &

Il lime dei carabi

La virgola di Rascel

& i giorni felici


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