mercoledì, 11 luglio 2007

Le noccioline sono buone

(‘70 storie: la settima)

Memoria di Corto

Quelle che vedete qui sotto sono rispettivamente la prima striscia (1-1, 1970) e l’ultima striscia (12-31, 1979) dei Peanuts prodotte e pubblicate da Charles Monroe Schulz (Saint Paul, 26 novembre 1922 – Santa Rosa, 12 febbraio 2000) nel decennio ’70.

In mezzo ci sono altre 3.128 strisce. In media cioè 313 all’anno.

Un numero “aureo” sempre ripetuto da Schulz, tranne nel 1976 quando ne produsse ben 314 (forse una svista?) e nel 1978, quando ne realizzò 312 (forse per rimettere le cose in ordine?).

3.130 piccoli, delicati momenti da rivivere con sottile immenso piacere.

Ogniqualvolta si vuole… In tal senso consigliamo l’ottima raccolta edita da Baldini & Castoldi “Il grande libro dei peanuts - tutte le strisce degli anni '70”.

 

A sgranocchiare quelle “noccioline”, a passare in rassegna quelle “personcine”, si continua a provare una gioia intima particolare. O almeno per me è così.

Noi quelle strisce le leggevamo su Linus, ma anche negli appositi diari scolastici che tenevamo stretti insieme ai quaderni e ai libri in poveri e grezzi elastici, lontani e improbabili progenitori dei raffinati zainetti tecnologici dei nostri figli.

 

Oggi a rileggere quelle storielle così lievi eppure profonde, riusciamo persino ad assaporare per intero anche il mistero di nomi e di cose che allora forse ci sfuggiva.

Penso, tanto per dire, alla magia di JOE SHLABOTNIK… o alla meraviglia che ci coglie ad immaginarci Piperita Patty (Peppermint Patty - Patricia Reichardt - 1966) o Lucy (Lucy Van Pelt - 1952), intente ad un’accesa partita di HA! HA! HERMAN…

E che dire poi di quegli animali selvaggi che vivono nei burroni… i BURROPARDI, appunto?

 

Parafrasando il vecchio Francesco da Pavana, per me allora Charlie Brown (1950) ed il suo ristretto rassicurante universo, erano l’America… Provincia dolce… Mondo di pace…

Nelle nostre camerette liceali, assolate a primavera, un poster di Snoopy (1950) era quasi d’obbligo.

Nei vialetti residenziali, ritrovo delle nostre “compagnie”, un librettino tascabile col bracchetto aviatore, dava un tocco di poesia al nostro impegno.

 

È risaputo, ma val la pena riportarlo, come Umberto Eco presentò nel 1963 Schulz e la sua opera:

E' un poeta.

Quando dico poeta lo dico per fare arrabbiare qualcuno. Gli umanisti di professione, che non leggono i fumetti; e coloro che accusano di snobismo gli intellettuali che fingerebbero di amare i fumetti.

Ma sia bene inteso: se poesia vuol dire capacità di portare tenerezza, pietà, cattiveria a momenti di estrema trasparenza, come se vi passasse attraverso una luce e non si sapesse più di che pasta sian fatte le cose, allora Schulz è un poeta.

Se poesia è individuare caratteri tipici in circostanze tipiche, Schulz è un poeta.
Se poesia è far scaturire da eventi di ogni giorno, che siamo abituati ad identificare con la superficie delle cose, una rivelazione che delle cose ci faccia toccare il fondo, allora, una volta ogni tanto, Schulz è un poeta.

E se poesia fosse soltanto trovare un attimo privilegiato e su di quello improvvisare in una avventura ininterrotta di variazioni infinitesime, così che dall'incontro altrimenti meccanico di due o tre elementi possa scaturire un universo sempre nuovo, cantato senza pause, ebbene anche in questo caso Schulz è un poeta.

Più di tanti altri”.

 

Ricordiamo brevemente cosa avvenne nel mondo dei Peanuts, e chi vi nacque, durante il decennio ’70:

 

1970 - La coperta di sicurezza di Linus viene inclusa, come definizione nel Webster's Dictionary.
1970 - L'11 giugno Snoopy esordisce come tennista di fama mondiale.
1971 - Il 20 luglio Marcie chiama per la prima volta "CAPO" Piperita Patty.
1973 - La CBS trasmette un nuovo speciale animato, intitolato "Un giorno del Ringraziamento di Charlie Brown". Come il primo vince un Emmy Award.
1973 - Il 18 gennaio Piperita Patty prende la sua prima insufficienza a scuola.
1973 - Il 26 marzo Replica (Rerun) debutta tra i Peanuts.
1974 - Il 21 gennaio Replica (Rerun) rischia per la prima volta la vita sul seggiolino della biciletta di sua mamma.
1975 - Il 13 aprile debutta Spike.
1977 - Il 27 gennaio Sally per la prima volta chiama Linus "Il mio dolce Babboo".

1978 - L'International Pavillion of Humor di Montreal nomina Charles M. Schulz "cartoonist dell'anno".
1979 - Il 28 giugno l'asso della prima guerra mondiale (Snoopy) per la prima volta si intrattiene con la "cute little French girl" (Marcie).

 

Fiocchi rosa e azzurri:

Thibault - 1970

Replica - 1973

Loretta - 1974

Spike - 1975

Belle - 1976

Floyd - 1976

Ruby, Austin, Leland e Milo - 1977

Eudora – 1978

 

“I Peanuts hanno conquistato il mondo grazie all'universalità dell'infanzia la divina età, insieme fragile e megalomane, in cui l'uomo non ha mai secondi fini, essendo troppo urgente il primo: quello di esistere e di essere felici… Charles Schulz ha avuto una parte importante nella formazione culturale e politica di due generazioni almeno quella che cresceva e formava le proprie idee tra gli anni '60 e '70.” (Michele Serra)

 

 

 

I figli del vento

(a Sparky)

(2000)

 

Quando m’aspetto di incontrarLi

quasi ad ogni angolo

ad ogni aiuola felix della mia provincia,

ogni volta che ritorno

nel sole caldo delle mie primavere.

Quando m’aspetto d’incontrarLi

che scendono tutti in fila indiana

dal glaciale Minnesota,

dai loro mille laghi

con le facce tonde

coi loro capelli radi.

 

E m’aspetto di vederLi dalle mie magliette corte a righe

nelle sere tranquille che m’hanno segnato la vita

pedalando per vialetti malinconici

E m’aspetto di vederLi

da una finestra piena di musica

su uno sfondo di colline.

 

Scenderanno di sicuro

ed io li aspettero’ su una montagnola di terra

con gli amici e i guantoni di sempre

li aspettero’ per l’eterno

per ricominciare

ogniqualvolta si vuole,

ricominciare

ancora tutto daccapo:

“Well,… good ol’ ... Yes, sir!...”

 

postato da: GabrielParadisi alle ore 11/07/2007 00:10 | Permalink | commenti (57)
categoria:70 storie
giovedì, 26 aprile 2007

…ma libera veramente…

(‘70 storie: la sesta)

Memoria di Richard Fontaine de Trembley

Negli anni ’70 il calcio era una cosa speciale.

La domenica (perché il campionato si giocava di domenica e solo di domenica… e tutte le partite venivano giocate rigorosamente in contemporanea), le radiocronache cominciavano all’inizio del secondo tempo.

Di solito era la Stock 84 ad annunciare i risultati del primo tempo che tutti aspettavamo trepidanti con le orecchie incollate alle nostre radioline a pile.

Le squadre italiane in quegli anni avevano una certa difficoltà ad imporsi all’estero. Quando qualcuna si avvicinava alle fasi finali delle coppe era un evento.

Va messo in chiaro che di coppe ce n’erano solo 3, anzi 4 ovvero tutte quelle che servivano e niente di più. C’era la Coppa dei Campioni dove andavano solo le squadre che avevano vinto il loro campionato nazionale; la Coppa delle Coppe che raccoglieva quelle che avevano vinto la loro coppa nazionale e la Coppa UEFA ex delle Fiere in cui andavano le squadre che avevano ottenuto buoni piazzamenti nel loro campionato ed ogni nazione ne mandava un numero legato, oggi si direbbe, al suo ranking.

C’era infine la Mitropa Cup dove s’incontravano le squadre che avevano vinto i loro campionati di serie B e a cui partecipavano molte nazioni dell’est. Tutto era più chiaro insomma… e poi le coppe si giocavano di mercoledì. Solo di mercoledì.

Non c’era inflazione allora.

Il buon calcio veniva proposto nelle giuste dosi, coi tempi ed i modi giusti per poterlo apprezzare e gustare senza indigestioni.

 

Mercoledì 15 marzo 1978 la Juve nei quarti di Coppa dei Campioni aveva incontrato l’Ajax, rivale storica e sua bestia nera (nel 1973 gli aveva strappato una finale di Coppa Campioni…).

I tempi regolamentari quella sera erano finiti 1 a 1, con gol di Tardelli e pareggio all’80° di La Ling… S’era andati ai rigori, quelli che allora ci attorcigliavano le budella…. E la Juve aveva vinto! Vinto capite? 4 a 2 mi sembra…

Quella sarebbe stata per me la prima vera emozione di un anno calcistico indimenticabile… qualche mese dopo infatti a Mar del Plata avremmo tutti vissuto settimane di gloria irripetibili nel mitico Mundial argentino.

La mattina del 16 marzo 1978 quindi, al bar davanti al Liceo, non si parlava d’altro… solo di Juve, Ajax e dei rigori.

Noi della V° F non avremmo avuto lezione quella mattina.

In verità nessuno studente in Italia quella mattina avrebbe assistito a lezioni ma loro, tutti gli altri studenti d’Italia ancora non lo sapevano…

Io, con i miei compagni di classe, dovevo andare al cinema… a vedere un film con Gian Maria Volontè… il titolo era per la verità un po’ inquietante… quasi un presagio… “Il Terrorista”…

 

La storia che segue me l’ha inviata dagli USA, dove ora vive, l’amico Richard. E’ lunga ma l’ho letta tutta d’un fiato e vi consiglio di farlo pure voi.

Io non conoscevo Richard allora, ma quella storia e un po’ anche la mia ed è la storia forse di tutti coloro che in quegli anni avevano 15 o 17 o 19 anni…

Forse sarà così anche oggi e lo capiranno gli attuali adolescenti fra trentanni, ma allora noi tutti vivemmo un’esperienza collettiva fatta di tante cose, grandi e piccole: di cronaca, di mode, di musiche, di letture… di profumi.

Pertanto, quando ne parliamo, è come se tutti quanti ci conoscessimo da sempre.

Io non ho fondato una radio libera a Forlì, periferia del Grande Impero, ma il mio amico Gianluigi teneva una trasmissione pomeridiana su una piccola emittente locale in cui mandava in onda buon rock americano e introvabili bootleg... che qualcuno ci portava da Londra (raggiunta rigorosamente con la tessera Interail…).

Eugenio Finardi, con due canzoni del 1976 (La Radio e Musica Ribelle), ha colto in pieno quelle suggestioni.

Ha descritto egregiamente quello che ci muoveva dentro, una certa musica che veniva da lontano. È riuscito a far capire come essa liberasse la nostra voglia di vivere e di conoscere. La nostra voglia di cambiare le cose.

Liberi e Belli… come uno shampoo... Liberi e ribelli. Velleitari? Forse. Ingenui? Sicuramente. Ma insieme si costruivano e si ascoltavano Radio Libere… ma libere veramente.

E nell’aria di quelle nostre perdute primavere andava, e ad ascoltare bene forse ancora và, una inarrestabile... una incontrollabile... una inafferrabile… Musica Ribelle… che ci dice di uscire e di metterci, ancora una volta, a lottare...

Corto

La triste storia di Aldo Moro, del suo rapimento, dell'uccisione della scorta ed infine della crudele esecuzione dello statista fu uno choc per la mia generazione.

Prima di allora, tra coloro che militavano a sinistra, seppur movimentisti convinti, quindi  lontani anni luce da coloro che avevan scelto la clandestinità e la lotta armata, ed i gruppetti clandestini vi era una sorta di empatia, che non era, come poi postulò il "teorema Calogero" ed il discutibile processo "7 aprile", fiancheggiamento, era invece piuttosto una sorta di parentela ideologica che, ben oltre i successivi apporti di Togliatti e Berlinguer verso una via parlamentare all'avvento della sinistra, ancora riverberava, con la inconscia colpevolezza di molta propaganda antifascista, la questione della resistenza tradita dai patti di Yalta ed il mito del partigiano combattente.

 

I primi rapimenti di giudici, le gambizzazioni (anche quella del mai troppo compianto Indro Montanelli) eran viste come una specie di monito quasi bonario, un male minore per educare senza ammazzare, senza tener conto che, come ha argomentato con ogni ragione Carlo Lucarelli nella sua "Storia delle BR", una pallottola nelle gambe spezzava le ossa, produceva un dolore pazzesco, costringeva per mesi, o anni, alla sedia a rotelle e spesso rendeva zoppi per il resto della vita: tutto il contrario quindi di un "male minore", ma anzi un'azione crudele, sadica e criminale.

 

Ma si era quasi in tempi di quasi guerra civile, si andava all'università ogni giorno tra le macchine bruciate al sabato sera, si passeggiava tra fila di celerini in tenuta antisommossa, la lista degli attentati quotidiani si allungava ogni giorno e... purtroppo, come la storia delle guerre insegna, la violenza è qualche cosa alla quale, la parte più discutibile della natura umana induce ad abituarsi, perciò si sopravviveva, facendo lo slalom tra le bombe e le sparatorie, in una strana quotidianità, un poco come i nostri genitori avevan fatto, tra raid aerei, allarmi, rifugi e città sbriciolate dalle incursioni "alleate", qualche anno prima.

 

Quindi di morti e di feriti ve ne eran già stati fin troppi ma la vicenda di Moro, un pò come fu per Dallas nel '63 per JFK qui negli USA, dove ancora oggi quelli che erano nati ed in età per capire ricordano dove erano e cosa stavano facendo in quel drammatico pomeriggio del 22 novembre, fu una di quelle che costrinse tutti a prendere posizione e molti a rivederla.

 

Moro era molto conosciuto ed, apprezzato o meno che fosse come politico, non era odiato da nessuno, era un professore che teneva le sue regolari lezioni alla Sapienza presso la Facoltà di Scienze Politiche (la stessa, che neppure due anni dopo, vide cadere Bachelet), era stato l'uomo della Fuci, connessa con Montini, La Pira, Dossetti e con tutto quel pensiero neotomista e modernista, erede della "Rerum novarum" di Leone XIII, che sul fronte religioso aveva caratterizzato il Concilio Vaticano II e su quello politico aveva prodotto in Italia il centro sinistra.

Moro era l'uomo delle "convergenze parallele" che ora stava lavorando al "compromesso storico" e la mattina del suo rapimento, con quel governo di solidarietà nazionale che vedeva l'appoggio esterno del PCI, andava compiendo un altro passo avanti verso l'apertura di un dialogo praticabile tra la sinistra moderata ed il mondo di retaggio cattolico che avrebbe risanato, forse una volta per tutte, quella nuova versione da guerra fredda della "questione romana" che dal '46 , come nei romanzi di Guareschi, tagliava in due il paese.

 

Sulla totale insensatezza suicida, politica oltre che morale, che delineò la tragica vicenda della sua fine è stato scritto, detto, e narrato fin troppo senza che comunque sia mai stato possib

bile coglierne l'essenza ed è per questo motivo che non starò qui a tessere l'ennesima dietrologia: certo che è quantomeno sorprendente (e da uomo di sinistra posso coglierlo assai bene) che in un'epoca nella quale si stava giornate intere in collettivo per elaborare l'analisi politica di un tazebao o degli slogan per una manifestazione di piazza, non sia mai stata enunciata nessuna credibile costruzione, atta a delineare in modo appena decente, la strategia a medio e lungo termine che avrebbe dovuto comprendere un atto così significativo come lo fu il rapire (uccidendo cinque innocenti lavoratori), processare e sopprimere, con spietata freddezza, il Presidente del partito di maggioranza relativa, il primo nel Paese, che in quell'epoca raccoglieva più o meno il suffragio di dodici milioni di italiani.

 

Lo ripeto fu un trauma: uno di quelli che induce cambiamenti, che fa pensare e riconsiderare i percorsi dell'esistenza anche a coloro che, come me, erano abituati ad "esserci" cioè a far sentire la propria voce e ben determinati a voler partecipare alla storia.  E fu così che noi, i movimentisti, ci sentimmo profondamente traditi: ancora una volta, come per le generazioni dei nostri padri, qualcuno ci aveva illuso, ingannato ed ora aveva iniziato a espropriarci di nuovo della storia della nostra epoca, a scriverla, a suo modo e capriccio seguendo oscuri disegni, ed ancora una volta, dopo tante altre volte, troppe, a farlo con il sangue di innocenti.

 

Per me fu la fine della politica attiva, ma non quella della voglia di esprimere me stesso e la rivoluzione delle radio private che, consequenziale allo sviluppo delle radio comunicazioni CB, offriva a basso costo e con la certezza della tolleranza delle istituzioni (a meno di non esagerare nei contenuti) la possibilità di fare del broadcast fu il passo successivo.

 

Il fenomeno in Italia era iniziato, solo da pochi anni anche se aveva origini lontane provenienti da "oltremanica" dove nel '64, in un' Inghilterra che era, come ai tempi di Cronwell, la vera pioniera delle libertà e delle rivoluzioni, era nata Radio Caroline che trasmetteva liberamente da natanti fuori dalle acque territoriali; questa avventurosa vicenda si era, a sua volta ispirata, oltre che alla Radio Londra dei tempi di guerra anche ad un fatto avvenuto qui negli USA, dove il più mitico radio d.j. di tutti i tempi: Wolfman Jack (il Lupo Solitario di American Graffiti) effettivamente iniziò nascondendo le proprie sembianze e trasmettendo da oltre il confine con il Messico con l'enorme potenza (in AM) di 250 kilowatt, creando così imbarazzo alla FCC ed un mito che permase a lungo nell'immaginario collettivo, per il piacere ed il brivido dei teen ager americani, con l'immagine della radio fuorilegge e fuori censura, costantemente ricercata dalla polizia.

Tuttavia per comprendere quella vicenda è necessario approfondire le contraddizioni di questo strano paese, sempre a metà strada tra l'iperfuturo ed il medioevo, dove negli anni '60 (ma anche successivamente soprattutto durante il neo-oscurantismo reganiano), il trasmettere un certo tipo di musica, magari rock o black poteva scatenare l'ira dei cristo-talebani della "bible belt" (bisogna viverci per "sentire", magari anche attraverso i 200 canali digitali della Direct TV di oggi, come certe realtà possano essere ancora oggi incredibilmente provinciali, pur essendo nel cuore dell' "impero"), ad ogni modo tutte queste situazioni generarono, ed a ragione, assieme alla CB e prima dei tempi di Internet, il concetto della "libertà di comunicazione": il potere ed i confini di stato potevano poco contro la libera diffusione delle onde elettromagnetiche: c'erano i radiogoniometri da intercettazione è vero, ma eran rari e costosi e richiedevano tempo ed un rapido spostamento ne vanificava il lavoro e, alla fine, davvero non si potevan costruire gabbie di Faraday a guisa del Muro di Berlino.

 

In Italia invece tutto era iniziato a Milano, prendendo spunto da un "qui pro quo legilslativo", con il quale si erano liberalizzate le trasmissioni via cavo in un paese del tutto privo di infrastrutture adatte a questo tipo di trasmissioni, quindi la banda VHF bassa (da 88 a 106 MHz) era stata "presa in prestito", in nome di questa nuova libertà in attesa di "fare chiarezza" o di disporre degli appropriati portanti.

Era per questo che a Roma una delle prime emittenti private, operante attorno ai 103 MHz, nel 1975 si chiamava "Tele Roma Cavo" senza che nessuno avesse mai visto un cavo a larga banda per broadcast (come esistevano negli USA) neppure da lontano (il primo serio tentativo di cablare il paese fu il progetto S.O.C.R.A.TE della seconda metà degli anni 90 con il quale la Telecom tentò, per lo spazio di un mattino, la realizzazione di una piattaforma infrastrutturale basata su di un sistema ibrido in fibre ottiche e cavo coassiale).

Tuttavia l'escamotage di citare fantascientifiche trasmissioni via cavo in un paese che, nonostante avesse dato i natali a Marconi, era ancora alla preistoria (TV in Bianco/nero, a parte qualche sporadico esperimento mattutino, trasmissioni stereo hi-fi in FM appena in fase di sperimentazione, 2 canali TV e 3 radio + più la famosa "filodiffusione": un sistema ad onde lunghe convogliate via rete telefonica che in sostanza fu un pietoso mezzo per aggirare la penalizzazione alla quale, durante la riassegnazione delle frequenze per broadcasting, avvenuta dopo la guerra, il nostro pese, in quanto sconfitto, dovette soggiacere) non durò a lungo. L'Italia che si ricostruisce e che in fondo sa essere anche libertaria, ebbe la meglio su le burocrazie e sulle ambiguità legislative e così in due o tre anni, a cavallo tra il '75 ed il '78, le radio private (chiamate "libere") proliferarono con quella progressione esplosiva che solo il nostro popolo sa produrre e lo fecero in totale anarchia, litigandosi frequenze e beffandosi dei diritti della SIAE.

 

Per iniziare bastava davvero poco: un gruppo di amici appassionati, un locale (magari una cantina o meglio una soffitta, un paio di piatti da giradischi, un mixer, un registratore a bobine e qualche microfono... poi c'era la parte dell'alta frequenza e qui le vecchie esperienze CB o l'amore di qualche elettronico improvvisato sembravano risolvere ogni cosa (anche se a prezzo dell'emissione di segnali orrendamente "sporchi") vi fu anche una rivista elettronica, all'epoca celeberrima e diffusissima, che iniziò a vendere e produrre piccoli trasmettitori (della potenza di 1 watt incrementabile a 10) in scatole di montaggio.

Tutto questo oggi farebbe rabbrividire qualsiasi persona che abbia un minimo di dimestichezza con le problematiche relative alle trasmissioni radio professionali, ma allora, dopo il '68, la CB ed il '77 tutti si sentivano in grado (ed in diritto) di fare tutto: dal mettersi a prendere il sole nudi in qualunque spiaggia, all'aprire radio emittenti improvvisate senza porsi alcun problema di natura tecnica e tanto meno giuridica.

 

Era una strana Italia quella, bella e violenta, creativa, libera ed incosciente, un' Italia che respirava, forse per la prima (ed unica) volta nella sua storia, il sapore profondo e pericoloso della libertà.

 

La cosa per me iniziò ad una festa alla quale, in un primo accenno di riflusso, avevo accettato di partecipare, era una festa borghese in una bella villa di Roma, sulla Laurentina ed io, dismessi dopo lo choc, i panni del militante universitario-proletario, mi ero ritrovato in quelli più sicuri ma molto più noiosi di studentello della Roma-bene che sbadigliava alle feste. E fu così che in quel party, non so come, mi trovai a parlare con un gruppo di altri studentelli, borghesi ed annoiati, delle mie esperienze da CB e da Radioamatore, ed a condividere con loro la passione per il buon rock americano e per la voglia di farsi sentire....

I nostri genitori disponevano di graziose villette balneari (zona Ladispoli) nelle quali ci trascinavamo stancamente per quattro mesi ogni anno e l'estate stava arrivando... gli elementi c'erano tutti: i ragazzi, la noia, qualche disponibilità di denaro, stereo hi-fi e dischi, lo spazio fisico (nelle villette al mare), ed anche il supertecnico radio (o sedicente tale) me: Radio Smile 93.100 Ladispoli stava per nascere!

 

Fu proprio all'assemblaggio fatto in casa che mi rivolsi come trasmettitore, poi ad un mixer che usavo per registrare con la mia band, i piatti erano uno mio ed un altro dell'amico, e così le piastre per le cassette, poi, tocco finale di professionalità (che gratificava anche l'occhio), il mitico Revox a bobine,(che ancora possiedo ed ancora amo).

Lavorammo per un paio di settimane... chi tinteggiava i locali, chi preparava il

'tavolo da regia", chi, come me, assemblava componenti elettronici e faceva prove... quando tutto fu, più o meno, pronto ed il momento della prima trasmissione fu vicino, io mi portai un LP dei Doors (come omaggio alla memoria di Jim Morrison) che sarebbe dovuto essere la prima cosa trasmessa: avevamo già la nota a 1000 Hz in aria (per tener occupata la frequenza radio) ed io dopo aver approntato tutto e verificato, con un ricevitore locale che fungeva da monitor, che almeno qualche cosa uscisse in antenna, approntai il disco sul piatto, e lasciato un collaboratore a trasmetterlo, saltai sulla mia Mini Cooper per verificare la coperture di segnale.

 

Chi ha visto Radiofreccia, il bel film di Luciano Ligabue, forse ricorderà quella scena: girare a spirali sempre più larghe, con l'intima soddisfazione nel cuore, e ricevere la propria musica in tutta l'area. Fu una grande emozione e fu un successo.... la fase successiva fu la preparazione di manifestini da distribuire in giro; si perchè dopo gli impianti, la frequenza ed il segnale irradiato una radio necessita di ascoltatori,  su questi manifestini oltre al nome dell'emittente ed alla frequenza appariva un numero telefonico che naturalmente faceva capo all'impianto  (uso abitativo) proprio del padre dell'amico che ci ospitava, eravamo così ingenui, pur in anni tanto controversi e pericolosi, da mettere in pubblico un vero recapito personale senza neppure sognarci di informarne l'intestatario....

 

L'unica mia preoccupazione, essendo maggiorenne e legalmente responsabile, fu quella di comunicare alla locale Stazione dei Carabinieri cosa stavamo facendo, la cosa mi fu preziosa poichè il burbero ma deciso Maresciallo mi salvò, dopo un paio di settimane, da una denuncia da parte della Rai: si era nel '78 e a giugno c'erano i mondiali di calcio, il mio segnale di 10 watt, sporcava con l'emissione di spurie ed armoniche la ricezione del I canale Rai in VHF, qualcuno chiamò il servizio "qualità di ricezione" loro vennero, constatarono che ero io la (ignara) sorgente di disturbo TVI e senza dirmi nulla si recarono presso la stazione CC per fare l'esposto.

Il Maresciallo, che aveva apprezzato come, in tempi come quelli, cosi irrispettosi dell'autorità costituita, io mi fossi presentato e lo avessi voluto informare, mi difese asserendo che eravamo bravi ragazzi da lui ben conosciuti e inviò un appuntato ad avvertirmi di spegnere immediatamente tutto, perchè, se io avessi continuato e la Rai avesse insistito, lui sarebbe stato costretto ad accettare l'esposto ed a trasmetterlo alla magistratura (con inevitabile insorgere di inutili guai). Il silenzio radio duro appena il tempo di racimolare i soldi per acquistare un vero trasmettitore FM e riprese le trasmissioni iniziammo a battere il terreno in cerca di sponsor pubblicitari.

 

È difficile spiegare oggi cosa volesse dire possedere una piccola radio, in un piccolo centro balneare nel '78: ed avere appena 18 anni, gli amici, le ragazze mi corteggiavano solo per poter venire in stazione, partecipare ai programmi e vivere quel momento: io, che non ero fidanzato, per un periodo fui solito uscire ogni notte con un'amica diversa fino a che, ovviamente sempre in radio, incontrai quella giusta, e divenni serio e fedele.

I programmi che realizzavamo erano quelli classici dell'epoca: musica a richiesta, dediche in diretta, presentazione di nuovi album (che le case discogarfiche, quasi subito, iniziarono ad inviaci in copie "autorizzate alla radiodiffusione"), lettura e commento di articoli tratte da riviste specializzate in musica, tematiche giovanili e ... disordine vario.

Dopo un pò la gente cominciò anche a parlare al telefono, fortunatamente l'Italia aveva conosciuto, un pò di anni prima l'ottima esperienza di "Chiamate Roma 31-31" di Franco Moccagatta e, sempre nella prospettiva di esserci e di partecipare, aveva iniziato a parlare di se ed a parlare di tutto: famiglia, lavoro, scuola ma anche liberazione femminista, politica, presa di coscienza della propria sessualità e problemi di droga. Per i meno impegnati il modello era stato invece quello della spumeggiante programmazione Italo-Francese di Noel Curtisson che Radio Montecarlo irradiava, anche in onde medie, sin dagli anni '60 e che sapeva così tanto di sole di Riviera e di Costa Azzurra

 

Io, che volevo mantenermi la giornata libera, mi scelsi la fascia notturna e, con l'aiuto di sostanze psicotrope varie, emulando nella mia fantasia le gesta di Wolfman Jack, mandavo rock nella notte, leggendo alle volte, tra un brano e l'altro, aforismi di filosofi (in particolare Nietzsche) che reperivo dai libri che mi portavo e che dovevo leggere per l'università dove appunto facevo filosofia. Un altro momento magico avveniva al mattino, alla riapertura delle trasmissioni, avevamo scelto Stain' Alive (Bee Gees), che oltre ad essere la moda del momento (Saturday Night Fever) aveva un attacco incedibile, inoltre il "resta vivo", all'apertura mattutina, mi sembrava il miglior augurio di buongiorno per i radioascoltatori.

 

Non erano tutte rose e fiori, si discuteva molto sul genere di impegno da prendere, io avrei voluto un'emittente aderente al FRED (Federazione Radio Emittenti Democratiche) cioè allineata a sinistra, i miei soci erano più decisi verso una radio puramente commerciale, inoltre una famosissima emittente romana, aveva posto i propri ripetitori in zona ed iniziava a farci concorrenza.

 

E fu questo l'inizio della fine, i miei soci vollero accettare di aprire ad altri più facoltosi commercianti locali la possibilità di associarsi, io fui contrario e quando caddi in minoranza mi ritirai dalla cosa, ed ovviamente dopo qualche mese i nuovi e facoltosi soci entrati estromisero i miei amici, trattenendo solo il nome e la frequenza, realizzarono nuovi locali ed infrastrutture trasformando la mia radio libera in una delle miriadi di emittenti commerciali che non si differenziavano l'una dall'altra.

 

Io non me la presi, mi ero fidanzato, gli studi proseguivano ed avevo la coscienza (come in molte altre occasioni nella mia vita) di aver ottenuto quello che desideravo da quella esperienza: delle emozioni e la soddisfazione di "creare" ex novo qualche cosa; il resto era business, routine, politica locale e ... noia: insomma era lavoro ed io non avevo creato Radio Smile per procacciarmi un impiego ma solo per divertirmi con gli amici, conoscere ragazze e far ascoltare la musica che amavo (a quei tempi l'ascolto singolare, venuto dopo con i walkman ed ora con gli Ipod, sarebbe stato un'eresia: le cose di dovevano condividere... sennò non aveva senso farle e.... questo spirito, dopo tanti anni, forse ancora lo rimpiango un poco, ma il mondo cambia e non sempre nella direzione che ti piace , ma fa parte del gioco e va bene così), in fondo, nonostante giocassi a fare l'adulto, ero poco più che un bambino che stava crescendo attraverso anni strani, belli e crudeli, comunque intensi di storia.

 

Richard

postato da: GabrielParadisi alle ore 26/04/2007 09:31 | Permalink | commenti (736)
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venerdì, 19 gennaio 2007

CB fra le stelle

(‘70 storie: la quinta)

Memoria di Richard Fontaine de Trembley* & Corto

La passione per la Scienza, quella vera, con la S maiuscola, quella riconosciuta come esatta e riproducibile, nasce spesso dagli stimoli prodotti nei giovani imberbi dal mistero e dal fascino delle Scienze… Occulte. Quelle rinnegate poi con sprezzo e decisione in età adulta, quando parlarne genera imbarazzo, perché si è già “dottori…  s’insegue una maturità… si è sposati… si fa carriera…”**.

Io non so esattamente cosa fu a farmi innamorare perdutamente della Fisica Quantistica e della Relatività Ristretta. Forse era una predisposizione innata. Ma credo molto più propriamente che tutto scaturì dallo stupore assoluto che generarono in me alcune suggestioni, un paio, non di più, in quegli anni così delicati di passaggio tra infanzia e pre-adolescenza.

Hugo Pratt, il grande padre di Corto Maltese, sosteneva che la passione per l’avventura e per il mare, gliel’avesse trasmessa in definitiva un film. Egli sentiva certo riconoscenza nei confronti di alcuni scrittori come Henry De Vere Stacpoole, Joseph Conrad, Jack London, Somerset Maugham, Herman Melville o Robert Louis Stevenson, ma soprattutto si sentiva in debito con un regista: Frank Lloyd autore de La tragedia del Bounty. Pratt ricordava spesso come l’interpretazione di Charles Laughton e di Clark Gable in quel film del 1935 lo avesse talmente colpito tanto che da quel momento il suo amore per i mari del sud e per le isole del Pacifico non sarebbe mai più tramontato.

Il mio “Bounty” sono stati Il Giornale dei Misteri e UFO. Una rivista e un telefilm per la TV dei Ragazzi (!?).

 

Il Giornale dei Misteri (1971) era un mensile prodotto da Corrado Tedeschi Editore in Firenze. Allora in provincia si trovava solo in alcune particolari edicole del centro. Le copertine colorate e grezze riportavano fascinosi segni magici e intriganti immagini occulte. All’interno si alternavano inchieste sui continenti scomparsi, come Atlantide e Mu, e articoli su spiritismo o archeologia misteriosa. E così in una sequenza rutilante e disordinata nella mia mente e in quella dei miei amici di allora, si sovrapponevano indistintamente le linee di Nazca e i Moai dell’isola di Pasqua, i cucchiaini piegati di Uri Geller o l’Aura Magica degli oggetti. E poi gli UFO, per l’appunto, immancabili. A incrociare sibilanti negli ampi spazi delle nostre fantasie e desideri.

 

La serie televisiva UFO (uscito nel 1970 in Gran Bretagna, mentre in Italia il primo episodio andò in onda nel 1971), raccontava le vicende della S.H.A.D.O. (Supreme Headquarters Alien Defence Organisation) un’organizzazione militare segreta che, celata dietro ad uno studio di produzione cinematografica, in realtà contrastava l’invasione della Terra da parte degli Alieni, che era in atto praticamente all’insaputa di tutti.

Inutile dire che nel mio inconscio di reduce degli anni ‘70, nei recessi della mia nostalgica mente, sono scolpiti ormai indelebilmente i capelli bianchi del comandante Ed Straker e le parrucche viola delle operatrici di Base Luna…

 

E a forza di scrutare il cielo è un attimo ad appassionarsi alle stelle, quelle vere. E allora ecco binocoli o cannocchiali di fortuna per imparare le costellazioni a memoria e giocare poi a trovarle. La passione per il cielo stellato, se si ha la fortuna di scoprirla una volta almeno, non ci abbandona mai più, malgrado le nostre troppo luminose notti cittadine.

 

Avevo un amico in quegli anni, già peloso e con gli occhiali spessi un dito, che raccoglieva in quaderni bisunti dall’eccessiva sudorazione delle mani, le sue osservazioni del cielo, i risultati delle sue “ricerche” fatte con un piccolo telescopio. Egli seguiva il passaggio dei pianeti o anche lo spostamento delle macchie solari. Con pazienza certosina calcolava (chissà che cosa) e poi scriveva diligentemente tutto in quei quaderni che si portava sempre dietro. Dentro una sacca a tracolla.

Non potendo andare alla ricerca dei resti di Atlantide, fu con lui che costituì il mio club ufologico. L’Explorer Sky Group.

Ci avevano raccontato che c’era un ragazzino che abitava dalle parti della Fornace Maceri Malta, che una volta era riuscito addirittura a fotografare un UFO (inteso letteralmente come un oggetto volante non identificato) proprio mentre transitava sopra i tetti della città…

Lo andammo a trovare una sera.

Quando entrai nella sua grande cantina rimasi a bocca aperta. Sembrava un laboratorio di un inventore pazzoide. Tra alambicchi e saldatori, cavi elettrici e microscopi, spiccava un impianto radio che allora mi parve enorme. Quel ragazzino era un radioamatore!

La cosa più sconvolgente ed eccitante era però affissa sulla parete dietro il tavolo: una gigantesca Mappa del Mondo. E qua e là, in ogni continente, spuntavano delle bandierine rosse fatte con degli spilli e un pezzetto di carta colorata appiccicato in cima. Rappresentavano i paesi dove egli aveva registrato un contatto!

Io che infruttuosamente avevo cercato di avere un amico di penna in Jamaica (David Duquesnai), e avevo dovuto ripiegare con la vicina Austria, rimasi letteralmente rapito.

Il contatto. La comunicazione. L’esotico. Era quello il mio sogno e desiderio. Tanto che stavo cercando addirittura un contatto extraterrestre…

No. Non era necessario. Lì, in quel momento, c’era tutto l’occorrente per un contatto possibile e concreto. La Radio C.B.

Corto

 

 


 

 

A proposito dei favolosi anni’70, una delle cose che, da allora ad oggi, hanno lasciato, con il proprio cambiamento, una delle tracce più marcate è stata la modalità comunicazione.

Se oggi siamo tutti qui, professionisti e non, a scrivere, blogs, forums, siti web ed anche a chattare, questo è anche il prodotto di quel passaggio  il quale, muovendo dall’ “uno-a-molti” ed arrivando al  “Tutti-a-tutti”, segnò epocalmente  la comunicazione in quel decennio.

Lo strumento “principe” di quella rivoluzione, quasi rudimentale,  proprio di un’epoca che oggi ci appare semipreistorica in quanto a tecnologia, fu un mezzo antico;  antico e potentissimo,  ma soprattutto “democratico” (almeno dopo che un furbo ragazzo italo-inglese , un tal Marconi, se ne attribuì l’invenzione e soprattutto i proventi, forse a discapito di un altro paio di altri scienziati, più brillanti ma meno furbi di lui); quello strumento, dicevamo, fu la radio.

La radio, la vecchia radio aveva raggiunto negli anni sessanta e settanta quel minimo di livello tecnologico di affidabilità  e di accessibilità economica da rendere possibile la sua diffusione, non più solo nel senso della ricezione ma anche e soprattutto in quello della trasmissione dei segnali. Il merito era stato di molti: dai geni tecnologici americani, che ne avevano arricchito i contenuti tecnologici grazie a  circuiti sempre più efficienti e tecnologie allo stato solido, ai radioamatori, il cui hobby era tipicamente sempre stato un passatempo “povero per poveri” e consisteva nello sperimentare e verificare, a basso costo e con strumenti talmente elementari da poter essere spesso “fatti in casa” (come le lasagne), piccole stazioni ad onde corte le quali operavano su segmenti di banda di nessun interesse che erano stati “regalati” loro dopo il riassetto post-bellico.

I radioamatori , dicevamo erano per lo più flebili voci nell’etere che facevano discorsi noiosissimi, troppo tecnici per diventare un fatto di comunicazione di massa e allo stesso tempo troppo banali per poter essere di qualche rilevanza scientifica, i radioamatori che scoprivano ogni giorno, l’”acqua calda” con le loro piccole traballanti stazioni trasmittenti (sempre in attesa di ricevere qualche SOS, cosa che in effetti, a parte la celeberrima vicenda della “Tenda Rossa” di Nobile e qualche altro raro episodio, avvenne assai raramente nella realtà),  costituirono in qualche modo la “base tecnologica” dalla quale fu possibile, inserendo altri e più interessanti significati partire per le due rivoluzioni comunicazionali che segnarono l’epoca: le “radio C.B.” e le radio private in FM.

Fu la CB, con i famigerati “baracchini” a venire per prima,  per essere sinceri essa era già nata negli USA l’11 settembre 1958, quando la FCC assegnò alcune frequenze degli 11metri (27MHz) per radiocomunicazioni, con piccoli apparati in Classe D, definendola “Citizens  Band”  (banda cittadina) e non era un “giocattolo”, perché gli States sono immensi e vi erano molte zone non servite da telefonia; ma qui, Italia, essa comparve solo alla fine degli anni ’60 per esplodere, come fenomeno hobbistico di massa, proprio negli anni ’70.

E fu veramente una rivoluzione con tutti i crismi; tanto per cominciare perché qui, con la solita chiarezza di giurisprudenza che ci ha sempre “distinto”, per diversi anni i baracchini erano legalmente venduti e “fuorilegge” nell’uso (il che portò a retate di polizia, sequestri, processi, manifestazioni, nascita associazioni, e finalmente ad una legge nel ’73) , poi perché questi piccoli apparati, semplici, affidabili, economici e facili da usare, sia a casa che in mobile, entrarono veramente nelle case di tutti (disturbi televisivi permettendo), attraverso le più svariate stratificazioni sociali, favorendo, per la prima volta, la possibilità di esserci, di parlare di ogni cosa, di farsi sentire e di ascoltare la vera voce della gente, ben oltre i limiti cui la comunicazione “ufficiale” (che pur si stava sensibilizzando anch’essa, ad esempio con iniziative come il celeberrimo “Chiamate Roma 31-31 di Moccagatta ed suo il famoso nastro magnetico-censura messo lì per bloccare, quasi in real-time, eventuali telefonate troppo osé) potesse neppure immaginare.

Era una comunicazione libera, senza censure, disordinata, ma almeno, nei primi anni, creativa ed innovativa che non aveva più nulla a che fare con le modalità dei radioamatori ufficiali, i cosiddetti OM, i quali anzi la guardavano con disprezzo; era a disposizione di tutti, anche delle casalinghe e dei ragazzi che apportavano a quei pochi canali a disposizione (prima 23 poi, dal ’77 divennero 40, sempre affollatissimi) un dinamismo ed una vitalità che faceva già presagire il variegato universo mediatico che sarebbe più tardi stato il web.

Inoltre su quei canali, per la prima volta, si parlava, si discuteva, spesso si “litigava” anche su temi politici (cosa proibitissima  agli OM) e sorgevano dei veri e propri dibattiti spontanei ed aperti ai quali chiunque poteva partecipare; già perché lì si era  “seminascosti” dietro strani “soprannomi” (i primi sreen names) e  quel mezzo era, in un certo senso un’altra faccia della stessa voglia di “farsi sentire” che si vedeva nelle fabbriche, nelle scuole e, sempre più spesso, in piazza.

In questo senso il fenomeno fu molto emblematico degli  anni’70; era la voglia di “partecipare” sempre e comunque; di più: era  lo slogan che  cantava il grande Gaber: “La libertà è partecipazione”, all’epoca, vissuto come un sentimento comune ed irrinunciabile, ben oltre la pura “coscienza politica”.

Negli anni 80 la CB raggiunse il top, poi, nel decennio successivo, a causa della comparsa dei

telefoni cellulari e di internet (molto più potente e vasta) cominciò a morire.

Oggi praticamente non esiste più, sono rimasti solo gli autotrenisti ad usare il baracchino, per farsi un po’ di compagnia ed avvertirsi nel caso di eventuali “controlli” non troppo graditi;  ed anche il mondo dei radioamatori, che il progresso tecnologico ha espropriato della originale facoltà di autocostruire, si sta riducendo sempre di più, almeno in Italia ad uno sparuto gruppo di vecchietti nostalgici, che operano in un ambito che diviene, giorno per giorno, sempre più anacronistico.

Comunque molti di coloro che ebbero cosi il modo di apprendere e di sperimentare, l’inebriante piacere di essere in radio, di fare radio, soprattutto se giovani furono gli stessi che diedero vita alla seconda e più importante rivoluzione mediatica avvenuta nei ’70: quella delle private chiamate allora significativamente “radio libere” .

Un fenomeno che è storia ma che è anche presente, sul quale mi piacerà disquisire in seguito.

Io ebbi modo di partecipare sia all’uno che all’altro e di scrivere anche piccoli articoli su riviste di settore, in ambito radiantistico; ebbi le mie brave esperienze CB (sin dal ’69: all’inizio ero un bambino che girava con un walkie-talkie da 5W più grande di lui), quelle da radioamatore e poi quelle da proprietario e operatore di una radio privata (dal ’77 al 79) in ordine alle quali posso solo ricordare il FRED (Federazione Radio Emittenti Democratiche) con le sue affiliate che si contrapponevano a quelle puramente commerciali e menzionare lo straordinario lavoro di Luciano Ligabue: “Radiofreccia” che ha saputo veramente rievocare l’atmosfera dei primordi.