giovedì, 26 aprile 2007

…ma libera veramente…

(‘70 storie: la sesta)

Memoria di Richard Fontaine de Trembley

Negli anni ’70 il calcio era una cosa speciale.

La domenica (perché il campionato si giocava di domenica e solo di domenica… e tutte le partite venivano giocate rigorosamente in contemporanea), le radiocronache cominciavano all’inizio del secondo tempo.

Di solito era la Stock 84 ad annunciare i risultati del primo tempo che tutti aspettavamo trepidanti con le orecchie incollate alle nostre radioline a pile.

Le squadre italiane in quegli anni avevano una certa difficoltà ad imporsi all’estero. Quando qualcuna si avvicinava alle fasi finali delle coppe era un evento.

Va messo in chiaro che di coppe ce n’erano solo 3, anzi 4 ovvero tutte quelle che servivano e niente di più. C’era la Coppa dei Campioni dove andavano solo le squadre che avevano vinto il loro campionato nazionale; la Coppa delle Coppe che raccoglieva quelle che avevano vinto la loro coppa nazionale e la Coppa UEFA ex delle Fiere in cui andavano le squadre che avevano ottenuto buoni piazzamenti nel loro campionato ed ogni nazione ne mandava un numero legato, oggi si direbbe, al suo ranking.

C’era infine la Mitropa Cup dove s’incontravano le squadre che avevano vinto i loro campionati di serie B e a cui partecipavano molte nazioni dell’est. Tutto era più chiaro insomma… e poi le coppe si giocavano di mercoledì. Solo di mercoledì.

Non c’era inflazione allora.

Il buon calcio veniva proposto nelle giuste dosi, coi tempi ed i modi giusti per poterlo apprezzare e gustare senza indigestioni.

 

Mercoledì 15 marzo 1978 la Juve nei quarti di Coppa dei Campioni aveva incontrato l’Ajax, rivale storica e sua bestia nera (nel 1973 gli aveva strappato una finale di Coppa Campioni…).

I tempi regolamentari quella sera erano finiti 1 a 1, con gol di Tardelli e pareggio all’80° di La Ling… S’era andati ai rigori, quelli che allora ci attorcigliavano le budella…. E la Juve aveva vinto! Vinto capite? 4 a 2 mi sembra…

Quella sarebbe stata per me la prima vera emozione di un anno calcistico indimenticabile… qualche mese dopo infatti a Mar del Plata avremmo tutti vissuto settimane di gloria irripetibili nel mitico Mundial argentino.

La mattina del 16 marzo 1978 quindi, al bar davanti al Liceo, non si parlava d’altro… solo di Juve, Ajax e dei rigori.

Noi della V° F non avremmo avuto lezione quella mattina.

In verità nessuno studente in Italia quella mattina avrebbe assistito a lezioni ma loro, tutti gli altri studenti d’Italia ancora non lo sapevano…

Io, con i miei compagni di classe, dovevo andare al cinema… a vedere un film con Gian Maria Volontè… il titolo era per la verità un po’ inquietante… quasi un presagio… “Il Terrorista”…

 

La storia che segue me l’ha inviata dagli USA, dove ora vive, l’amico Richard. E’ lunga ma l’ho letta tutta d’un fiato e vi consiglio di farlo pure voi.

Io non conoscevo Richard allora, ma quella storia e un po’ anche la mia ed è la storia forse di tutti coloro che in quegli anni avevano 15 o 17 o 19 anni…

Forse sarà così anche oggi e lo capiranno gli attuali adolescenti fra trentanni, ma allora noi tutti vivemmo un’esperienza collettiva fatta di tante cose, grandi e piccole: di cronaca, di mode, di musiche, di letture… di profumi.

Pertanto, quando ne parliamo, è come se tutti quanti ci conoscessimo da sempre.

Io non ho fondato una radio libera a Forlì, periferia del Grande Impero, ma il mio amico Gianluigi teneva una trasmissione pomeridiana su una piccola emittente locale in cui mandava in onda buon rock americano e introvabili bootleg... che qualcuno ci portava da Londra (raggiunta rigorosamente con la tessera Interail…).

Eugenio Finardi, con due canzoni del 1976 (La Radio e Musica Ribelle), ha colto in pieno quelle suggestioni.

Ha descritto egregiamente quello che ci muoveva dentro, una certa musica che veniva da lontano. È riuscito a far capire come essa liberasse la nostra voglia di vivere e di conoscere. La nostra voglia di cambiare le cose.

Liberi e Belli… come uno shampoo... Liberi e ribelli. Velleitari? Forse. Ingenui? Sicuramente. Ma insieme si costruivano e si ascoltavano Radio Libere… ma libere veramente.

E nell’aria di quelle nostre perdute primavere andava, e ad ascoltare bene forse ancora và, una inarrestabile... una incontrollabile... una inafferrabile… Musica Ribelle… che ci dice di uscire e di metterci, ancora una volta, a lottare...

Corto

La triste storia di Aldo Moro, del suo rapimento, dell'uccisione della scorta ed infine della crudele esecuzione dello statista fu uno choc per la mia generazione.

Prima di allora, tra coloro che militavano a sinistra, seppur movimentisti convinti, quindi  lontani anni luce da coloro che avevan scelto la clandestinità e la lotta armata, ed i gruppetti clandestini vi era una sorta di empatia, che non era, come poi postulò il "teorema Calogero" ed il discutibile processo "7 aprile", fiancheggiamento, era invece piuttosto una sorta di parentela ideologica che, ben oltre i successivi apporti di Togliatti e Berlinguer verso una via parlamentare all'avvento della sinistra, ancora riverberava, con la inconscia colpevolezza di molta propaganda antifascista, la questione della resistenza tradita dai patti di Yalta ed il mito del partigiano combattente.

 

I primi rapimenti di giudici, le gambizzazioni (anche quella del mai troppo compianto Indro Montanelli) eran viste come una specie di monito quasi bonario, un male minore per educare senza ammazzare, senza tener conto che, come ha argomentato con ogni ragione Carlo Lucarelli nella sua "Storia delle BR", una pallottola nelle gambe spezzava le ossa, produceva un dolore pazzesco, costringeva per mesi, o anni, alla sedia a rotelle e spesso rendeva zoppi per il resto della vita: tutto il contrario quindi di un "male minore", ma anzi un'azione crudele, sadica e criminale.

 

Ma si era quasi in tempi di quasi guerra civile, si andava all'università ogni giorno tra le macchine bruciate al sabato sera, si passeggiava tra fila di celerini in tenuta antisommossa, la lista degli attentati quotidiani si allungava ogni giorno e... purtroppo, come la storia delle guerre insegna, la violenza è qualche cosa alla quale, la parte più discutibile della natura umana induce ad abituarsi, perciò si sopravviveva, facendo lo slalom tra le bombe e le sparatorie, in una strana quotidianità, un poco come i nostri genitori avevan fatto, tra raid aerei, allarmi, rifugi e città sbriciolate dalle incursioni "alleate", qualche anno prima.

 

Quindi di morti e di feriti ve ne eran già stati fin troppi ma la vicenda di Moro, un pò come fu per Dallas nel '63 per JFK qui negli USA, dove ancora oggi quelli che erano nati ed in età per capire ricordano dove erano e cosa stavano facendo in quel drammatico pomeriggio del 22 novembre, fu una di quelle che costrinse tutti a prendere posizione e molti a rivederla.

 

Moro era molto conosciuto ed, apprezzato o meno che fosse come politico, non era odiato da nessuno, era un professore che teneva le sue regolari lezioni alla Sapienza presso la Facoltà di Scienze Politiche (la stessa, che neppure due anni dopo, vide cadere Bachelet), era stato l'uomo della Fuci, connessa con Montini, La Pira, Dossetti e con tutto quel pensiero neotomista e modernista, erede della "Rerum novarum" di Leone XIII, che sul fronte religioso aveva caratterizzato il Concilio Vaticano II e su quello politico aveva prodotto in Italia il centro sinistra.

Moro era l'uomo delle "convergenze parallele" che ora stava lavorando al "compromesso storico" e la mattina del suo rapimento, con quel governo di solidarietà nazionale che vedeva l'appoggio esterno del PCI, andava compiendo un altro passo avanti verso l'apertura di un dialogo praticabile tra la sinistra moderata ed il mondo di retaggio cattolico che avrebbe risanato, forse una volta per tutte, quella nuova versione da guerra fredda della "questione romana" che dal '46 , come nei romanzi di Guareschi, tagliava in due il paese.

 

Sulla totale insensatezza suicida, politica oltre che morale, che delineò la tragica vicenda della sua fine è stato scritto, detto, e narrato fin troppo senza che comunque sia mai stato possib

bile coglierne l'essenza ed è per questo motivo che non starò qui a tessere l'ennesima dietrologia: certo che è quantomeno sorprendente (e da uomo di sinistra posso coglierlo assai bene) che in un'epoca nella quale si stava giornate intere in collettivo per elaborare l'analisi politica di un tazebao o degli slogan per una manifestazione di piazza, non sia mai stata enunciata nessuna credibile costruzione, atta a delineare in modo appena decente, la strategia a medio e lungo termine che avrebbe dovuto comprendere un atto così significativo come lo fu il rapire (uccidendo cinque innocenti lavoratori), processare e sopprimere, con spietata freddezza, il Presidente del partito di maggioranza relativa, il primo nel Paese, che in quell'epoca raccoglieva più o meno il suffragio di dodici milioni di italiani.

 

Lo ripeto fu un trauma: uno di quelli che induce cambiamenti, che fa pensare e riconsiderare i percorsi dell'esistenza anche a coloro che, come me, erano abituati ad "esserci" cioè a far sentire la propria voce e ben determinati a voler partecipare alla storia.  E fu così che noi, i movimentisti, ci sentimmo profondamente traditi: ancora una volta, come per le generazioni dei nostri padri, qualcuno ci aveva illuso, ingannato ed ora aveva iniziato a espropriarci di nuovo della storia della nostra epoca, a scriverla, a suo modo e capriccio seguendo oscuri disegni, ed ancora una volta, dopo tante altre volte, troppe, a farlo con il sangue di innocenti.

 

Per me fu la fine della politica attiva, ma non quella della voglia di esprimere me stesso e la rivoluzione delle radio private che, consequenziale allo sviluppo delle radio comunicazioni CB, offriva a basso costo e con la certezza della tolleranza delle istituzioni (a meno di non esagerare nei contenuti) la possibilità di fare del broadcast fu il passo successivo.

 

Il fenomeno in Italia era iniziato, solo da pochi anni anche se aveva origini lontane provenienti da "oltremanica" dove nel '64, in un' Inghilterra che era, come ai tempi di Cronwell, la vera pioniera delle libertà e delle rivoluzioni, era nata Radio Caroline che trasmetteva liberamente da natanti fuori dalle acque territoriali; questa avventurosa vicenda si era, a sua volta ispirata, oltre che alla Radio Londra dei tempi di guerra anche ad un fatto avvenuto qui negli USA, dove il più mitico radio d.j. di tutti i tempi: Wolfman Jack (il Lupo Solitario di American Graffiti) effettivamente iniziò nascondendo le proprie sembianze e trasmettendo da oltre il confine con il Messico con l'enorme potenza (in AM) di 250 kilowatt, creando così imbarazzo alla FCC ed un mito che permase a lungo nell'immaginario collettivo, per il piacere ed il brivido dei teen ager americani, con l'immagine della radio fuorilegge e fuori censura, costantemente ricercata dalla polizia.

Tuttavia per comprendere quella vicenda è necessario approfondire le contraddizioni di questo strano paese, sempre a metà strada tra l'iperfuturo ed il medioevo, dove negli anni '60 (ma anche successivamente soprattutto durante il neo-oscurantismo reganiano), il trasmettere un certo tipo di musica, magari rock o black poteva scatenare l'ira dei cristo-talebani della "bible belt" (bisogna viverci per "sentire", magari anche attraverso i 200 canali digitali della Direct TV di oggi, come certe realtà possano essere ancora oggi incredibilmente provinciali, pur essendo nel cuore dell' "impero"), ad ogni modo tutte queste situazioni generarono, ed a ragione, assieme alla CB e prima dei tempi di Internet, il concetto della "libertà di comunicazione": il potere ed i confini di stato potevano poco contro la libera diffusione delle onde elettromagnetiche: c'erano i radiogoniometri da intercettazione è vero, ma eran rari e costosi e richiedevano tempo ed un rapido spostamento ne vanificava il lavoro e, alla fine, davvero non si potevan costruire gabbie di Faraday a guisa del Muro di Berlino.

 

In Italia invece tutto era iniziato a Milano, prendendo spunto da un "qui pro quo legilslativo", con il quale si erano liberalizzate le trasmissioni via cavo in un paese del tutto privo di infrastrutture adatte a questo tipo di trasmissioni, quindi la banda VHF bassa (da 88 a 106 MHz) era stata "presa in prestito", in nome di questa nuova libertà in attesa di "fare chiarezza" o di disporre degli appropriati portanti.

Era per questo che a Roma una delle prime emittenti private, operante attorno ai 103 MHz, nel 1975 si chiamava "Tele Roma Cavo" senza che nessuno avesse mai visto un cavo a larga banda per broadcast (come esistevano negli USA) neppure da lontano (il primo serio tentativo di cablare il paese fu il progetto S.O.C.R.A.TE della seconda metà degli anni 90 con il quale la Telecom tentò, per lo spazio di un mattino, la realizzazione di una piattaforma infrastrutturale basata su di un sistema ibrido in fibre ottiche e cavo coassiale).

Tuttavia l'escamotage di citare fantascientifiche trasmissioni via cavo in un paese che, nonostante avesse dato i natali a Marconi, era ancora alla preistoria (TV in Bianco/nero, a parte qualche sporadico esperimento mattutino, trasmissioni stereo hi-fi in FM appena in fase di sperimentazione, 2 canali TV e 3 radio + più la famosa "filodiffusione": un sistema ad onde lunghe convogliate via rete telefonica che in sostanza fu un pietoso mezzo per aggirare la penalizzazione alla quale, durante la riassegnazione delle frequenze per broadcasting, avvenuta dopo la guerra, il nostro pese, in quanto sconfitto, dovette soggiacere) non durò a lungo. L'Italia che si ricostruisce e che in fondo sa essere anche libertaria, ebbe la meglio su le burocrazie e sulle ambiguità legislative e così in due o tre anni, a cavallo tra il '75 ed il '78, le radio private (chiamate "libere") proliferarono con quella progressione esplosiva che solo il nostro popolo sa produrre e lo fecero in totale anarchia, litigandosi frequenze e beffandosi dei diritti della SIAE.

 

Per iniziare bastava davvero poco: un gruppo di amici appassionati, un locale (magari una cantina o meglio una soffitta, un paio di piatti da giradischi, un mixer, un registratore a bobine e qualche microfono... poi c'era la parte dell'alta frequenza e qui le vecchie esperienze CB o l'amore di qualche elettronico improvvisato sembravano risolvere ogni cosa (anche se a prezzo dell'emissione di segnali orrendamente "sporchi") vi fu anche una rivista elettronica, all'epoca celeberrima e diffusissima, che iniziò a vendere e produrre piccoli trasmettitori (della potenza di 1 watt incrementabile a 10) in scatole di montaggio.

Tutto questo oggi farebbe rabbrividire qualsiasi persona che abbia un minimo di dimestichezza con le problematiche relative alle trasmissioni radio professionali, ma allora, dopo il '68, la CB ed il '77 tutti si sentivano in grado (ed in diritto) di fare tutto: dal mettersi a prendere il sole nudi in qualunque spiaggia, all'aprire radio emittenti improvvisate senza porsi alcun problema di natura tecnica e tanto meno giuridica.

 

Era una strana Italia quella, bella e violenta, creativa, libera ed incosciente, un' Italia che respirava, forse per la prima (ed unica) volta nella sua storia, il sapore profondo e pericoloso della libertà.

 

La cosa per me iniziò ad una festa alla quale, in un primo accenno di riflusso, avevo accettato di partecipare, era una festa borghese in una bella villa di Roma, sulla Laurentina ed io, dismessi dopo lo choc, i panni del militante universitario-proletario, mi ero ritrovato in quelli più sicuri ma molto più noiosi di studentello della Roma-bene che sbadigliava alle feste. E fu così che in quel party, non so come, mi trovai a parlare con un gruppo di altri studentelli, borghesi ed annoiati, delle mie esperienze da CB e da Radioamatore, ed a condividere con loro la passione per il buon rock americano e per la voglia di farsi sentire....

I nostri genitori disponevano di graziose villette balneari (zona Ladispoli) nelle quali ci trascinavamo stancamente per quattro mesi ogni anno e l'estate stava arrivando... gli elementi c'erano tutti: i ragazzi, la noia, qualche disponibilità di denaro, stereo hi-fi e dischi, lo spazio fisico (nelle villette al mare), ed anche il supertecnico radio (o sedicente tale) me: Radio Smile 93.100 Ladispoli stava per nascere!

 

Fu proprio all'assemblaggio fatto in casa che mi rivolsi come trasmettitore, poi ad un mixer che usavo per registrare con la mia band, i piatti erano uno mio ed un altro dell'amico, e così le piastre per le cassette, poi, tocco finale di professionalità (che gratificava anche l'occhio), il mitico Revox a bobine,(che ancora possiedo ed ancora amo).

Lavorammo per un paio di settimane... chi tinteggiava i locali, chi preparava il

'tavolo da regia", chi, come me, assemblava componenti elettronici e faceva prove... quando tutto fu, più o meno, pronto ed il momento della prima trasmissione fu vicino, io mi portai un LP dei Doors (come omaggio alla memoria di Jim Morrison) che sarebbe dovuto essere la prima cosa trasmessa: avevamo già la nota a 1000 Hz in aria (per tener occupata la frequenza radio) ed io dopo aver approntato tutto e verificato, con un ricevitore locale che fungeva da monitor, che almeno qualche cosa uscisse in antenna, approntai il disco sul piatto, e lasciato un collaboratore a trasmetterlo, saltai sulla mia Mini Cooper per verificare la coperture di segnale.

 

Chi ha visto Radiofreccia, il bel film di Luciano Ligabue, forse ricorderà quella scena: girare a spirali sempre più larghe, con l'intima soddisfazione nel cuore, e ricevere la propria musica in tutta l'area. Fu una grande emozione e fu un successo.... la fase successiva fu la preparazione di manifestini da distribuire in giro; si perchè dopo gli impianti, la frequenza ed il segnale irradiato una radio necessita di ascoltatori,  su questi manifestini oltre al nome dell'emittente ed alla frequenza appariva un numero telefonico che naturalmente faceva capo all'impianto  (uso abitativo) proprio del padre dell'amico che ci ospitava, eravamo così ingenui, pur in anni tanto controversi e pericolosi, da mettere in pubblico un vero recapito personale senza neppure sognarci di informarne l'intestatario....

 

L'unica mia preoccupazione, essendo maggiorenne e legalmente responsabile, fu quella di comunicare alla locale Stazione dei Carabinieri cosa stavamo facendo, la cosa mi fu preziosa poichè il burbero ma deciso Maresciallo mi salvò, dopo un paio di settimane, da una denuncia da parte della Rai: si era nel '78 e a giugno c'erano i mondiali di calcio, il mio segnale di 10 watt, sporcava con l'emissione di spurie ed armoniche la ricezione del I canale Rai in VHF, qualcuno chiamò il servizio "qualità di ricezione" loro vennero, constatarono che ero io la (ignara) sorgente di disturbo TVI e senza dirmi nulla si recarono presso la stazione CC per fare l'esposto.

Il Maresciallo, che aveva apprezzato come, in tempi come quelli, cosi irrispettosi dell'autorità costituita, io mi fossi presentato e lo avessi voluto informare, mi difese asserendo che eravamo bravi ragazzi da lui ben conosciuti e inviò un appuntato ad avvertirmi di spegnere immediatamente tutto, perchè, se io avessi continuato e la Rai avesse insistito, lui sarebbe stato costretto ad accettare l'esposto ed a trasmetterlo alla magistratura (con inevitabile insorgere di inutili guai). Il silenzio radio duro appena il tempo di racimolare i soldi per acquistare un vero trasmettitore FM e riprese le trasmissioni iniziammo a battere il terreno in cerca di sponsor pubblicitari.

 

È difficile spiegare oggi cosa volesse dire possedere una piccola radio, in un piccolo centro balneare nel '78: ed avere appena 18 anni, gli amici, le ragazze mi corteggiavano solo per poter venire in stazione, partecipare ai programmi e vivere quel momento: io, che non ero fidanzato, per un periodo fui solito uscire ogni notte con un'amica diversa fino a che, ovviamente sempre in radio, incontrai quella giusta, e divenni serio e fedele.

I programmi che realizzavamo erano quelli classici dell'epoca: musica a richiesta, dediche in diretta, presentazione di nuovi album (che le case discogarfiche, quasi subito, iniziarono ad inviaci in copie "autorizzate alla radiodiffusione"), lettura e commento di articoli tratte da riviste specializzate in musica, tematiche giovanili e ... disordine vario.

Dopo un pò la gente cominciò anche a parlare al telefono, fortunatamente l'Italia aveva conosciuto, un pò di anni prima l'ottima esperienza di "Chiamate Roma 31-31" di Franco Moccagatta e, sempre nella prospettiva di esserci e di partecipare, aveva iniziato a parlare di se ed a parlare di tutto: famiglia, lavoro, scuola ma anche liberazione femminista, politica, presa di coscienza della propria sessualità e problemi di droga. Per i meno impegnati il modello era stato invece quello della spumeggiante programmazione Italo-Francese di Noel Curtisson che Radio Montecarlo irradiava, anche in onde medie, sin dagli anni '60 e che sapeva così tanto di sole di Riviera e di Costa Azzurra

 

Io, che volevo mantenermi la giornata libera, mi scelsi la fascia notturna e, con l'aiuto di sostanze psicotrope varie, emulando nella mia fantasia le gesta di Wolfman Jack, mandavo rock nella notte, leggendo alle volte, tra un brano e l'altro, aforismi di filosofi (in particolare Nietzsche) che reperivo dai libri che mi portavo e che dovevo leggere per l'università dove appunto facevo filosofia. Un altro momento magico avveniva al mattino, alla riapertura delle trasmissioni, avevamo scelto Stain' Alive (Bee Gees), che oltre ad essere la moda del momento (Saturday Night Fever) aveva un attacco incedibile, inoltre il "resta vivo", all'apertura mattutina, mi sembrava il miglior augurio di buongiorno per i radioascoltatori.

 

Non erano tutte rose e fiori, si discuteva molto sul genere di impegno da prendere, io avrei voluto un'emittente aderente al FRED (Federazione Radio Emittenti Democratiche) cioè allineata a sinistra, i miei soci erano più decisi verso una radio puramente commerciale, inoltre una famosissima emittente romana, aveva posto i propri ripetitori in zona ed iniziava a farci concorrenza.

 

E fu questo l'inizio della fine, i miei soci vollero accettare di aprire ad altri più facoltosi commercianti locali la possibilità di associarsi, io fui contrario e quando caddi in minoranza mi ritirai dalla cosa, ed ovviamente dopo qualche mese i nuovi e facoltosi soci entrati estromisero i miei amici, trattenendo solo il nome e la frequenza, realizzarono nuovi locali ed infrastrutture trasformando la mia radio libera in una delle miriadi di emittenti commerciali che non si differenziavano l'una dall'altra.

 

Io non me la presi, mi ero fidanzato, gli studi proseguivano ed avevo la coscienza (come in molte altre occasioni nella mia vita) di aver ottenuto quello che desideravo da quella esperienza: delle emozioni e la soddisfazione di "creare" ex novo qualche cosa; il resto era business, routine, politica locale e ... noia: insomma era lavoro ed io non avevo creato Radio Smile per procacciarmi un impiego ma solo per divertirmi con gli amici, conoscere ragazze e far ascoltare la musica che amavo (a quei tempi l'ascolto singolare, venuto dopo con i walkman ed ora con gli Ipod, sarebbe stato un'eresia: le cose di dovevano condividere... sennò non aveva senso farle e.... questo spirito, dopo tanti anni, forse ancora lo rimpiango un poco, ma il mondo cambia e non sempre nella direzione che ti piace , ma fa parte del gioco e va bene così), in fondo, nonostante giocassi a fare l'adulto, ero poco più che un bambino che stava crescendo attraverso anni strani, belli e crudeli, comunque intensi di storia.

 

Richard

postato da: GabrielParadisi alle ore 26/04/2007 09:31 | Permalink | commenti (736)
categoria:70 storie
giovedì, 12 aprile 2007

Sete di Verità.

(colloquio con Maria Fida Moro. I° parte)

Nell’ambito degli argomenti che stiamo dibattendo in questi mesi, un evento connesso spicca ancora per centralità e importanza. Un “caso” che ha segnato profondamente la storia della nostra Repubblica e che in tante sue parti resta ancora avvolto nel mistero più profondo: il rapimento e l’uccisione dell’Onorevole Aldo Moro.

Sono trascorsi da pochi giorni 29 anni dalla strage di Via Fani dove si dispiegò la “geometrica potenza” assassina del commando brigatista, ma tre decenni non sono bastati a far luce su quel tragico evento.

La storia d’Italia purtroppo è costellata di tanti misteri. Troppi.

Noi abbiamo sempre creduto che i “famigliari delle vittime” siano le persone più oneste e più desiderose di giungere alla verità sulle tragedie che hanno segnato indelebilmente le loro vite. Il loro unico interesse è capire. Solo capire. Non riusciamo ad immaginarci altri fini. Ecco perché, anche per altre “stragi”, abbiamo cercato di sentire la loro voce diretta. È avvenuto con Paolo Bolognesi per la Strage alla Stazione di Bologna del 2 agosto 1980, è avvenuto con Daria Bonfietti su Ustica (intervento però mai pubblicato sul blog).

Così, qualche tempo fa, abbiamo preso contatto con Maria Fida Moro, figlia dello statista ucciso il 9 maggio 1978.

Abbiamo avuto un primo cordialissimo dialogo telefonico, nel quale Maria Fida (vuole la si chiami per nome), ci ha invitato a leggere un libro: “La Nebulosa del Caso Moro”, delle Edizioni Selene da lei curato. I diritti d’autore di questo che Maria Fida ha definito il “Bignami” del Caso Moro, sono devoluti integralmente al "Villaggio della speranza" di Dodoma, in Tanzania, che aiuta e cura i bambini malati di AIDS.

A detta della curatrice, tutte le affermazioni che si trovano in questa serie di 39 articoli scritti da giornalisti, scrittori, studenti, magistrati, avvocati, uomini politici e anche da famigliari, sono basate assolutamente su fonti ufficiali. Non c’è nulla in esso che di pur vero non sia ancora comprovato da documenti ufficiali.

Maria Fida Moro ci ha chiesto di leggere questo libro perché molte delle domande che volevamo porle e che le abbiamo poi posto trovano già in quelle pagine risposte.

Anche noi invitiamo i lettori del blog a farlo. È una lettura crediamo molto utile.

Maria Fida Moro ha quindi successivamente accettato di essere da noi intervistata. Il dialogo telefonico, su sua espressa volontà, è rigorosamente “on the record”, nel senso che esiste una registrazione in formato mp3 del colloquio.

Nei prossimi giorni pubblicheremo i passi salienti. Qui basti ricordare che la richiesta fatta da Maria Fida per la riapertura delle indagini sul caso Moro è stata accolta. Che gli approfondimenti in atto stanno riguardando principalmente il filone “Est” e che la documentazione raccolta dalla Commissione Mitrokhin è oggetto di attenta analisi.

 

Oggi viceversa ci limitiamo a presentare l’iniziativa “Sete di Verità” a cui Maria Fida Moro sta dedicando energie e impegno proprio in questi giorni. Si tratta di un’Associazione Radicale che “si propone di affrontare le verità negate dal caso Moro agli innumerevoli episodi quotidiani di informazione non veridica, di “disattenzioni” delle istituzioni, di impossibilità per le vittime e per gli ultimi di avere voce ed ascolto...”.

Un intento insomma che ci trova pienamente in sintonia.

 

 

ASSOCIAZIONE RADICALE

“SETE DI VERITA’ - che attraversa le nostre vite”

 

L’Associazione radicale “Sete di verità – che attraversa le nostre vite” promossa dall’Onorevole Maria Fida Moro, membro della Giunta di Radicali Italiani, si propone di affrontare le verità negate dal caso Moro – almeno per impedire che venga tradotto in una finzione -  agli innumerevoli episodi quotidiani di informazione non veridica, di “disattenzioni” delle istituzioni, di impossibilità per le vittime e per gli ultimi di avere voce ed ascolto, etc. La verità infatti non è un bene accessorio, ma universale essendo aspirazione spirituale presente in ogni cuore umano. Ed in quanto tale ha una dignità ed un valore straordinari. Così come Non c’è Pace senza Giustizia è impensabile che esistano concretamente armonia e pace in assenza di verità. Tendere alla verità è impresa dolce e temeraria, difficile quanto essenziale e proprio per questo irrinunciabile.

 

Per iscriversi:

per chi è già iscritto a Radicali Italiani la quota annua è di 1 euro;

per tutti gli altri la quota è di 201 euro di cui 200 come iscrizione a Radicali Italiani e 1 euro per l’associazione. La quota è rateizzabile in 4 rate da 50 euro e per pensionati e studenti in 10 rate da 20 euro.

La somma si può versare in un’unica soluzione a Radicali Italiani specificando nella causale che 1 euro è per l’iscrizione all’associazione “Sete di verità”

 

Modalità:

1) Carta di credito telefonando allo 066826 o collegandosi al sito www.radicali.it

2) Vaglia postale o telegrafico

Intestato a Radicali Italiani via di Torre Argentina 76 00186 Roma

3) Conto Corrente

Intestato a radicali Italiani   via di Torre Argentina 76 00186 Roma

Conto corrente n° 27930015

4) Bonifico bancario

Intestato a Radicali Italiani   via di Torre Argentina 76 00186 Roma

Conto corrente n° 2380 ABI 8327 CAB 3221 CIN D

 

 

Per informazioni:

066826 – 06 68979212 – fax 06 68979211 e mail setediverita@radicali.it

 

Le prossime iniziative saranno:

Conferenza stampa di presentazione dell’associazione

Convegno organizzativo delle priorità dell’associazione

postato da: GabrielParadisi alle ore 12/04/2007 07:08 | Permalink | commenti (961)
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martedì, 03 aprile 2007

Riecco Limarev...

Abbiamo ricevuto da Gian Paolo Pelizzaro (giornalista de Il Roma) una email e l’articolo-intervista a Limarev…

 

Caro Paradisi,

ti segnalo la mia intervista ad Evgueni Limarev sul caso Scaramella-Litvinenko online sul sito www.area-online.it. So - tramite l'amico collega Vincenzo Nardiello - che segui con interesse il nostro (faticoso) lavoro. Spero ti possa servire per avere un quadro più chiaro di questa manipolazione.

Cordialmente

Gian Paolo Pelizzaro

 

 


 

 

Intervista esclusiva con Evgueni Limarev, 

una delle fonti russe dell’ex consulente della Commissione Mitrokhin

 

 

«Non escludo che Scaramella sia stato manipolato»

 

 

 

di

Gian Paolo Pelizzaro

 

 

Parla l’uomo dei misteri, Evgueni Limarev, la fonte russa di Mario Scaramella che, con le sue email, provocò di fatto quell’incontro fatale a Londra - il 1° novembre dello scorso anno - tra l’ex consulente della Commissione Mitrokhin e Alexander Litvinenko, il defezionista dell’Fsb riparato nel Regno Unito nel novembre del 2000 ed eliminato con una micro-bomba sporca a base di Polonio 210. Limarev, nato nel luglio 1965 a Frunze (vecchio nome della capitale della Repubblica socialista di Kirghiza nell’Asia Centrale ai tempi dell’Urss, oggi Bishkek, capitale del Kirghizistan), risiede da otto anni in Francia (vive a Cluses, nell’Alta Savoia) dove svolge – così lui afferma – attività di consulenza privata come esperto di politica e questioni legate all’intelligence ex sovietica. Per questo, afferma, egli è iscritto in un pubblico registro tenuto dall’amministrazione francese e paga regolarmente le tasse. Il suo nome è noto alle cronache italiane soprattutto per le sue affermazioni concernenti i suoi rapporti con Mario Scaramella e le attività da loro svolte durante i lavori della Commissione Mitrokhin.

Limarev è entrato in contatto con Scaramella, nel 2004, proprio attraverso Litvinenko. I due iniziano a collaborare su una serie di temi e argomenti circa le attività di penetrazione dei servizi segreti russi in Italia (prima e dopo la caduta del Muro di Berlino). Poi il loro rapporto si incrina, alla luce (così sembra) delle sempre più pressanti richieste economiche di Limarev il quale – da consulente privato – voleva essere retribuito per la sua attività di collaborazione con Scaramella. Questa la versione ufficiale della storia, ma – come spesso accade – in queste vicende i livelli di verità potrebbero essere più di uno.

Nel febbraio del 2005, come spiega egli stesso, stanco e seccato dal modo di lavorare e dal comportamento di Scaramella, Limarev decide di mettersi in contatto con i giornalisti di Repubblica, Carlo Bonini e Giuseppe D’Avanzo, per svelare loro tutta una serie di retroscena sui suoi rapporti con il consulente della Commissione Mitrokhin (in quel momento l’organismo d’inchiesta è ancora in piena attività e Scaramella è uno dei consulenti più vicini al presidente Guzzanti). Tuttavia, nonostante l’apparente rottura dei loro rapporti, Limarev continua a tenersi in stretto contatto con Scaramella, soprattutto tramite posta elettronica. E saranno – come spieghiamo nell’articolo intitolato “La Trappola” e pubblicato sul numero di aprile di Area – proprio due email (del 30 e 31 ottobre 2006) di Limarev, dal contenuto inquietante e allarmante (si parlava di un presunto progetto di aggressione da parte di uomini legati ad un’organizzazione di reduci dei servizi segreti russi: Dignity & Honor, presieduta dal colonnello Valentin Velichko), che spingeranno Scaramella a chiedere un incontro urgente con Litvinenko. Scaramella, come noto, incontrerà il defezionista del servizio di sicurezza federale russo in un sushi bar a Piccadilly Circus nel primo pomeriggio del 1° novembre.

Poche ore prima, una killing squad partita da Mosca era riuscita ad avvicinare Litvinenko (prima di pranzo: il meeting fatale è avvenuto all’interno del Millennium Hotel a Grosvenor Square) e a fargli ingerire una tazza di tè dove, di nascosto, era stata diluita la dose mortale del metalloide radioattivo. Nulla fu lasciato al caso. Un lavoro da professionisti, pianificato con almeno due mesi di anticipo. I principali sospettati sono due cittadini russi con un passato da agenti del Kgb, Andrei Lugovoi e Dmitri Kovtun. Scotland Yard, alla fine di gennaio, ha consegnato alla Procura Reale un rapporto completo sull’attentato a Litvinenko ed ora si attende la valutazione dei giudici, i quali stanno decidendo se dare corso alla richiesta di estradizione nei confronti dei vari indiziati o decretare l’archiviazione del caso.

Il russo verrà a Roma, ospite di Repubblica nei giorni 21 e 22 febbraio 2005 (la direzione del quotidiano diretto da Ezio Mauro coprirà tutte le spese relative al soggiorno di Limarev), ma il resoconto che i giornalisti faranno dei colloqui con il contatto di Scaramella rimarrà chiuso in un cassetto per 21 mesi, nonostante la Commissione fosse al volgere dei propri lavori istruttori. In due lunghi articoli, pubblicati da Repubblica in forma di intervista (ma di questa esisterebbe soltanto uno stenografico, nessuna registrazione, nessun testo scritto concordato e autorizzato dall’intervistato) il 26 e 27 novembre 2006, Limarev parla della «palude» della Mitrokhin, facendo scoppiare in Italia uno scandalo politico senza precedenti, mentre le autorità britanniche, alle prese con l’allarme Polonio, sono sulle tracce degli assassini di Litvinenko.

Limarev, a proposito dei suoi rapporti con Scaramella, nella corrispondenza a corredo di questa intervista fa anche il nome di una delle fonti ucraine che avrebbe avuto un ruolo nella controversa vicenda che portò al ritrovamento da parte della polizia delle due granate da guerra (Vog P25 di fabbricazione bulgara) sequestrate a bordo di un furgone ucraino in provincia di Teramo il 16 ottobre 2005, proprio sulla base di alcune denunce sporte a Napoli (tra il 14 e il 15 ottobre) dall’allora consulente della Commissione Mitrokhin. Si tratta di Oleksiy Pysarenko, accreditato come primo segretario presso l’Ambasciata di Ucraina a Roma. Secondo Limarev, a metà dello scorso anno, fra i vari ucraini e russi “residenti” in Italia, Scaramella gli parlò di questo Pysarenko come di un collegamento con l’Sbu (il servizio segreto ucraino) a Roma, mettendolo in guardia perché il napoletano avrebbe più volte incontrato l’ucraino e che quest’ultimo stava collaborando con la residentura romana dell’Svr (il servizio segreto estero russo, nato dalle ceneri del Primo direttorato centrale del Kgb) e che lo stesso Pysarenko stava dando la caccia a Limarev in Italia (circostanza, questa, che sarebbe stata confermata a Scaramella da qualche «generale dell’Sbu»). Vero? Falso? Ciò che sappiamo di certo è che Scaramella, per quanto riguarda la fonte ucraina che gli ha fornito le informazioni che hanno permesso il rintraccio del furgone con le armi, ha fatto sempre il nome di Volodymyr Kobyk, già accreditato all’Ambasciata ucraina come traduttore, direttore della società Mist Italia che si occupa dell’import-export e dei rapporti commerciali con l’Ucraina.

Per Boris Volodarsky, defezionista del Gru (il servizio segreto militare russo) residente a Londra, Limarev sarebbe un agente provocatore, un manipolatore al servizio dell’intelligence di Mosca: «Ha fatto il possibile per venire a conoscenza dello stato delle indagini della Commissione, che materiali avevano acquisito, con chi collaboravano e quali erano le loro fonti nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in altre nazioni, Russia compresa. Per questo penso che, in un preciso momento, Limarev abbia avuto un ruolo attivo, di provocazione».

Accuse molto gravi, che il diretto interessato respinge con sdegno, ribadendo la propria correttezza e la propria totale estraneità ai fatti di Londra che hanno finito col travolgere, in un sol colpo, Litvinenko e lo stesso Scaramella. Ma Volodarsky aggiunge: «Adesso so che (ho tutta la documentazione) Limarev per due anni ha continuato a fornire, a pagamento, informazioni false, sicuramente fabbricate a Mosca, altre invece furono fabbricate personalmente da Limarev, oppure entrambe le cose. Queste informazioni erano completamente non corrette, dati falsi sulle questioni che interessavano Scaramella». Da qui l’ipotesi che il consulente napoletano possa essere stato vittima di una micidiale manipolazione.

Quella che segue è l’intervista che Evgueni Limarev ha rilasciato ad Area, tramite domande e risposte scritte in lingua inglese. Il testo viene pubblicato integralmente, senza alcun taglio o modifica, anche per evitare richieste di rettifica o eventuali smentite. Ricordiamo che Limarev a Repubblica ha affermato, fra l’altro, di aver incontrato Guzzanti una sera a cena, salvo poi smentire quanto da lui stesso dichiarato, dicendo che Scaramella gli avrebbe messo davanti un sosia dell’allora presidente della Commissione Mitrokhin… In un versante così scivoloso, le precauzioni non sono mai abbastanza.

 

Signor Limarev, prima di passare alle domande, gradirei che lei mi confermasse (o nel caso smentisca o rettifichi) questa serie di notizie sul suo passato, legate anche al suo rapporto di collaborazione con Mario Scaramella, all’epoca consulente della Commissione d’inchiesta sul dossier Mitrokhin e l’attività dell’intelligence italiana.

 

Lei viene indicato come ex agente dei servizi segreti sovietici-russi e oggi, stando a quanto avrebbero fatto sapere le autorità britanniche, sarebbe un contrattista esterno dei servizi di sicurezza russi. Vero?

Non è assolutamente vero. È una teoria senza fondamento, una falsità premeditata. Viene propagata dai defezionisti dell’ex Urss  Oleg Gordievsky e Boris Volodarsky, e citata (tanto per cominciare) dal senatore Paolo Guzzanti – coloro che oggi sostengono  Mario Scaramella, e anche da simili “cacciatori di agenti del Kgb” in Occidente. A loro non piace la mia posizione, indipendente e imparziale, sulle “crociate anti-Kgb” di Alexander Litvinenko, e le attività nel campo della “sicurezza” svolte da Scaramella. Per quanto io possa sapere, non esiste nei miei confronti alcuna “presa di posizione da parte delle autorità britanniche”, né verbale né scritta. Analoghe frange senza scrupoli tra i media affermano il contrario: che io sia da molto tempo agente dei servizi segreti occidentali, che mi avvalgo della protezione della polizia francese, che sono a capo delle attività sovversive anti-Putin di Boris Berezovsky, ecc. Sono stabilmente residente in Occidente, dal 1993 in Svizzera e dal 1999 in Francia. Sono un professionista (registrato in Francia), esperto nel campo della sicurezza e delle vicende politiche dell’ex Unione sovietica. Non rappresento nessuno. Nessuno procede nei miei confronti e nessuno mi accusa di atti illegali – di questo io e i miei avvocati siamo sicuri al 100 per cento per quanto riguarda la Francia: non ci sono indizi di alcun procedimento oppure di indagini ufficiali nei miei confronti in qualsiasi Paese del mondo (Italia compresa) - [Come egli stesso scrive sul suo blog personale limarev.spaces.live.com, dopo l’uscita delle sue dichiarazioni su Repubblica il 27 novembre 2006, Limarev è stato contattato telefonicamente da Lamberto Giannini, dirigente la Digos di Roma, il quale lo invitava a rendere la sua testimonianza sul caso Scaramella, ma il russo ha risposto che non poteva poiché già rientrato in Francia, aggiungendo di essere però a disposizione delle autorità italiane per ogni chiarimento, ndr]. In realtà sono stato interrogato da Scotland Yard e dai loro colleghi francesi il 22 dicembre 2006 – il giorno in cui Scaramella partiva “improvvisamente” dall’Inghilterra verso l’Italia, per finire direttamente in carcere [il dato è erroneo: Scaramella rientra da Londra la sera del 24 dicembre e viene arrestato all’aeroporto di Napoli Capodichino su ordine della Procura di Roma, ndr]. Mi fecero domande dettagliate su Litvinenko e Scaramella: le mie risposte sono risultate soddisfacenti per gli investigatori nel quadro del “caso dell’omicidio Litvinenko”. Da quel tempo, non sono stato avvicinato dalle autorità di nessun Paese, a prescindere da quello che il senatore Guzzanti possa dire di me in Italia (al Sismi, ai suoi associati, ai lettori…) o che vada cercando.

 

Conferma che lei lavorò, sia prima che dopo il crollo dell’Urss, nel Centro speciale di addestramento del Kgb (Balashiha-2), vicino Mosca, conosciuto anche come il Centro antiterrorismo dell’Fsb?

Ho lavorato in questo Centro come interprete-docente di lingue straniere solo nel periodo dal 1988 al 1991, prima del crollo dell’Urss.

 

Conferma che suo padre è stato un maggiore-generale dell’Svr, specializzato in attività illegali anti Nato?

Confermo che mio padre era un alto ufficiale del Kgb-Pgu [acronimo russo che sta per Pervoye glavnoye upravleniye, il Primo direttorato centrale del Kgb, lo spionaggio all’estero, oggi svolto dall’Svr. Al Primo direttorato, in qualità di archivista, ha lavorato fino al 1985 il colonnello Vasili Nikitich Mitrokhin, passato in Occidente nel marzo del 1992, ndr]. Andò in pensione intorno al 1995 o 1996.

 

Conferma che è stato consigliere dell’ex presidente della Duma, Guennadi Seleznev?

Esatto: dal 1996 a fine aprile 1999, sono stato il suo consigliere su vicende pubbliche e commerciali (a livello personale e anche per alcuni dei suoi programmi di beneficenza). Ero molto coinvolto nel finanziamento e nella promozione della sua campagna presidenziale in Russia nel 1998 fino ad aprile 1999 (prima che Yeltsin proclamasse Putin come il suo successore, e della rinuncia di Seleznev alle presidenziali).

 

Conferma che, prima di lasciare la Russia, lei per un periodo si è occupato di vendita all’ingrosso di zucchero nella regione di Belgorod?

Sì, ero impegnato in questa attività (in tutta la Russia) nel periodo 1991-1995, ma non sono mai stato sospettato o accusato di attività criminali, né sono stato indagato o ricercato dall’Interpol, nonostante le affermazioni in due articoli di due giornali-spazzatura russi nell’aprile del 1999 (firmati da giornalisti anonimi sostenuti dal Kgb-Svr).

 

Mario Scaramella ha dichiarato alla polizia – relativamente ad un presunto piano di aggressione da parte dei servizi speciali russi e ucraini che avrebbe avuto come obiettivi l’allora presidente della Commissione Mitrokhin, sen. Paolo Guzzanti, e lo stesso Scaramella – che lei sarebbe un ex insegnante di lingua persiana e inglese per gli agenti speciali dell’Svr a Balashiha-2. Conferma?

Sì, ho lavorato a Balashiha-2 come interprete (di quattro lingue straniere) e come docente (di due lingue straniere).

 

Conferma che nella sua visita a Roma, lo scorso novembre, ignoti le hanno rubato la valigetta 24 ore con importanti documenti?

Sono stato derubato la sera del 17 novembre 2006 – ma non furono rubati documenti importanti: solo la borsa con i contanti, carte di credito e altre tessere, documenti di identità, la macchina fotografica-video e altre cose del genere. Ho regolarmente denunciato questo alla stazione centrale dei carabinieri [al comando di piazza San Lorenzo in Lucina, ndr] a Roma (lo stesso giorno) e poi presso il consolato francese in Italia. Sono stato derubato al centro di Roma in un caffè: ho subito chiesto ai gestori di chiamare la polizia per poter sporgere denuncia. Mentre aspettavo l’arrivo dei carabinieri, ho chiamato Mario per ottenere un consiglio e/o assistenza. Lui voleva convincermi di non rivolgermi alla polizia e mi prometteva di “sistemare la questione”. Inoltre, mi ha chiesto più volte se fossero stati rubati documenti indirizzati a lui e se avessi portato in Italia tali documenti, ma risposi di no. I carabinieri hanno parlato con Mario più volte per telefono durante la mia lunga permanenza nella stazione (circa quattro ore).

 

Conferma che ha conosciuto Boris Berezovsky e che questi, in un certo periodo, fu il finanziatore di alcune sue attività nel campo della comunicazione (RusGlobus) e che, in tale contesto, lei entrò in contatto con il giornalista russo Oleg Sultanov il quale, in seguito, rilasciò un’intervista nella quale affermava che questa attività non era altro che un affare di famiglia e che lei utilizzava diversi pseudonimi?

Ho conosciuto Boris Berezovsky più volte nel 2003, e gli ho parlato più volte per telefono nel periodo dal 2003 fino al mese di dicembre 2006. Nel 2002-2003, lavoravo con la Foundation of Civil Right di Alex Goldfarb negli Stati Uniti (sponsorizzata da Berezovsky) in qualità di presidente della RusGlobus Association (Francia). Oleg Sultanov era (ed è ancora) agente del Kgb-Fsb (lo ha affermato nelle sue pubblicazioni del 2003). Si è avvicinato a me nel 2002 nel quadro di una missione di intelligence speciale volta a screditarmi, su ordini del Svr-Fsb (hanno saputo dei miei contatti con Yuri Schekochikhine, il noto parlamentare e giornalista russo, avvelenato nel 2003 nello stesso modo di Litvinenko, e di Berezovsky e associati. Ho svelato il suo ruolo di agente del Kgb, costringendolo a lasciare la Francia. In seguito, mi ha attaccato sui media russi controllati dal Svr-Fsb con una serie di articoli inventati (tra dicembre 2002-gennaio 2003, ma in Occidente non venne riportato nulla). Per tenere un basso profilo e per non attirare l’attenzione dell’Svr-Fsb, ho utilizzato qualche pseudonimo nelle mie attività su Internet.

 

DOMANDE

 

Perché il rapporto tra lei e Mario Scaramella si deteriorò al punto che lei decise di raccontare ai giornalisti de La Repubblica, Carlo Bonini e Giuseppe D’Avanzo, i retroscena delle attività svolte con l’allora consulente della Commissione Mitrokhin?

Nel febbraio 2005, mi sono avvicinato a Bonini e D’Avanzo (che avevo conosciuto molto prima, insieme ad altri giornalisti italiani) dopo un anno di infelice collaborazione con Mario Scaramella. Già in quell’epoca è cessata la collaborazione su base gratuita, amichevole, perché risultava chiaro quanto segue:

- Nel quadro del mandato ufficiale della Commissione Mitrokhin, Scaramella non faceva quasi nulla (almeno insieme con me), confondeva continuamente gli affari privati e la politica oltre a fingere (senza alcuna evidenza) di avere buoni legami negli ambienti di intelligence americani, italiani e della Nato.

- Il suo vero scopo era quello di raccogliere ogni genere di materiali compromettenti nei confronti dei propri avversari e di quelli dei suoi associati (in genere, ma non solo, la sinistra in Italia) e ogni genere di informazioni “sensibili” che riguardassero argomenti in qualche modo legati al Kgb.

- I suoi metodi di raccolta e di gestione delle informazioni sensibili non erano affatto professionali, in misura da provocare, prima o poi, conseguenze disastrose per me e per le mie fonti.

- Prendeva impegni e faceva promesse con grande facilità, ma difficilmente li manteneva.

-  Non si sapeva chi fossero i partner e le fonti di finanziamento, che restavano sempre nell’ombra. Evidentemente, questi collaboratori e queste fonti avrebbero un giorno avuto qualche guaio.   

E così ho deciso di raccontare ai giornalisti indipendenti la verità sulle attività di Scaramella in modo da creare un alibi in caso di problemi che dovessero derivare da Mario. Ecco perché ho offerto a Repubblica una parte del mio dossier per ulteriori indagini congiunte. Ma non ho mai raggiunto con loro un accordo e non ho mai consentito loro di pubblicare questo dossier. Sembra che io abbia avuto ragione: nel novembre 2006, Mario violava il nostro accordo di consulenza riservatissimo e svelava alla stampa mondiale il mio nome, i nomi delle mie fonti e altre informazioni per poterci palesemente trarre profitto. Tra marzo 2005 e gennaio 2006, non lavoravo con Scaramella, e raramente avevo contatti con lui. Sono stato contattato da Repubblica a questo riguardo solo alla fine di novembre 2006, dopo che Mario aveva già svelato alla stampa mondiale l’esistenza delle mie consulenze.

 

Perché il 13 novembre del 2004 lei si recò alla stazione dei carabinieri di Avellino per presentare una denuncia nella quale, in pa