…ma libera veramente…
(‘70 storie: la sesta)
Memoria di Richard Fontaine de Trembley

Negli anni ’70 il calcio era una cosa speciale.
La domenica (perché il campionato si giocava di domenica e solo di domenica… e tutte le partite venivano giocate rigorosamente in contemporanea), le radiocronache cominciavano all’inizio del secondo tempo.
Di solito era la Stock 84 ad annunciare i risultati del primo tempo che tutti aspettavamo trepidanti con le orecchie incollate alle nostre radioline a pile.
Le squadre italiane in quegli anni avevano una certa difficoltà ad imporsi all’estero. Quando qualcuna si avvicinava alle fasi finali delle coppe era un evento.
Va messo in chiaro che di coppe ce n’erano solo 3, anzi 4 ovvero tutte quelle che servivano e niente di più. C’era la Coppa dei Campioni dove andavano solo le squadre che avevano vinto il loro campionato nazionale; la Coppa delle Coppe che raccoglieva quelle che avevano vinto la loro coppa nazionale e la Coppa UEFA ex delle Fiere in cui andavano le squadre che avevano ottenuto buoni piazzamenti nel loro campionato ed ogni nazione ne mandava un numero legato, oggi si direbbe, al suo ranking.
C’era infine la Mitropa Cup dove s’incontravano le squadre che avevano vinto i loro campionati di serie B e a cui partecipavano molte nazioni dell’est. Tutto era più chiaro insomma… e poi le coppe si giocavano di mercoledì. Solo di mercoledì.
Non c’era inflazione allora.
Il buon calcio veniva proposto nelle giuste dosi, coi tempi ed i modi giusti per poterlo apprezzare e gustare senza indigestioni.
Mercoledì 15 marzo 1978 la Juve nei quarti di Coppa dei Campioni aveva incontrato l’Ajax, rivale storica e sua bestia nera (nel 1973 gli aveva strappato una finale di Coppa Campioni…).
I tempi regolamentari quella sera erano finiti 1 a 1, con gol di Tardelli e pareggio all’80° di La Ling… S’era andati ai rigori, quelli che allora ci attorcigliavano le budella…. E la Juve aveva vinto! Vinto capite? 4 a 2 mi sembra…
Quella sarebbe stata per me la prima vera emozione di un anno calcistico indimenticabile… qualche mese dopo infatti a Mar del Plata avremmo tutti vissuto settimane di gloria irripetibili nel mitico Mundial argentino.
La mattina del 16 marzo 1978 quindi, al bar davanti al Liceo, non si parlava d’altro… solo di Juve, Ajax e dei rigori.
Noi della V° F non avremmo avuto lezione quella mattina.
In verità nessuno studente in Italia quella mattina avrebbe assistito a lezioni ma loro, tutti gli altri studenti d’Italia ancora non lo sapevano…
Io, con i miei compagni di classe, dovevo andare al cinema… a vedere un film con Gian Maria Volontè… il titolo era per la verità un po’ inquietante… quasi un presagio… “Il Terrorista”…
La storia che segue me l’ha inviata dagli USA, dove ora vive, l’amico Richard. E’ lunga ma l’ho letta tutta d’un fiato e vi consiglio di farlo pure voi.
Io non conoscevo Richard allora, ma quella storia e un po’ anche la mia ed è la storia forse di tutti coloro che in quegli anni avevano 15 o 17 o 19 anni…
Forse sarà così anche oggi e lo capiranno gli attuali adolescenti fra trentanni, ma allora noi tutti vivemmo un’esperienza collettiva fatta di tante cose, grandi e piccole: di cronaca, di mode, di musiche, di letture… di profumi.
Pertanto, quando ne parliamo, è come se tutti quanti ci conoscessimo da sempre.
Io non ho fondato una radio libera a Forlì, periferia del Grande Impero, ma il mio amico Gianluigi teneva una trasmissione pomeridiana su una piccola emittente locale in cui mandava in onda buon rock americano e introvabili bootleg... che qualcuno ci portava da Londra (raggiunta rigorosamente con la tessera Interail…).
Eugenio Finardi, con due canzoni del 1976 (La Radio e Musica Ribelle), ha colto in pieno quelle suggestioni.
Ha descritto egregiamente quello che ci muoveva dentro, una certa musica che veniva da lontano. È riuscito a far capire come essa liberasse la nostra voglia di vivere e di conoscere. La nostra voglia di cambiare le cose.
Liberi e Belli… come uno shampoo... Liberi e ribelli. Velleitari? Forse. Ingenui? Sicuramente. Ma insieme si costruivano e si ascoltavano Radio Libere… ma libere veramente.
E nell’aria di quelle nostre perdute primavere andava, e ad ascoltare bene forse ancora và, una inarrestabile... una incontrollabile... una inafferrabile… Musica Ribelle… che ci dice di uscire e di metterci, ancora una volta, a lottare...
Corto

La triste storia di Aldo Moro, del suo rapimento, dell'uccisione della scorta ed infine della crudele esecuzione dello statista fu uno choc per la mia generazione.
Prima di allora, tra coloro che militavano a sinistra, seppur movimentisti convinti, quindi lontani anni luce da coloro che avevan scelto la clandestinità e la lotta armata, ed i gruppetti clandestini vi era una sorta di empatia, che non era, come poi postulò il "teorema Calogero" ed il discutibile processo "7 aprile", fiancheggiamento, era invece piuttosto una sorta di parentela ideologica che, ben oltre i successivi apporti di Togliatti e Berlinguer verso una via parlamentare all'avvento della sinistra, ancora riverberava, con la inconscia colpevolezza di molta propaganda antifascista, la questione della resistenza tradita dai patti di Yalta ed il mito del partigiano combattente.
I primi rapimenti di giudici, le gambizzazioni (anche quella del mai troppo compianto Indro Montanelli) eran viste come una specie di monito quasi bonario, un male minore per educare senza ammazzare, senza tener conto che, come ha argomentato con ogni ragione Carlo Lucarelli nella sua "Storia delle BR", una pallottola nelle gambe spezzava le ossa, produceva un dolore pazzesco, costringeva per mesi, o anni, alla sedia a rotelle e spesso rendeva zoppi per il resto della vita: tutto il contrario quindi di un "male minore", ma anzi un'azione crudele, sadica e criminale.
Ma si era quasi in tempi di quasi guerra civile, si andava all'università ogni giorno tra le macchine bruciate al sabato sera, si passeggiava tra fila di celerini in tenuta antisommossa, la lista degli attentati quotidiani si allungava ogni giorno e... purtroppo, come la storia delle guerre insegna, la violenza è qualche cosa alla quale, la parte più discutibile della natura umana induce ad abituarsi, perciò si sopravviveva, facendo lo slalom tra le bombe e le sparatorie, in una strana quotidianità, un poco come i nostri genitori avevan fatto, tra raid aerei, allarmi, rifugi e città sbriciolate dalle incursioni "alleate", qualche anno prima.
Quindi di morti e di feriti ve ne eran già stati fin troppi ma la vicenda di Moro, un pò come fu per Dallas nel '63 per JFK qui negli USA, dove ancora oggi quelli che erano nati ed in età per capire ricordano dove erano e cosa stavano facendo in quel drammatico pomeriggio del 22 novembre, fu una di quelle che costrinse tutti a prendere posizione e molti a rivederla.
Moro era molto conosciuto ed, apprezzato o meno che fosse come politico, non era odiato da nessuno, era un professore che teneva le sue regolari lezioni alla Sapienza presso la Facoltà di Scienze Politiche (la stessa, che neppure due anni dopo, vide cadere Bachelet), era stato l'uomo della Fuci, connessa con Montini, La Pira, Dossetti e con tutto quel pensiero neotomista e modernista, erede della "Rerum novarum" di Leone XIII, che sul fronte religioso aveva caratterizzato il Concilio Vaticano II e su quello politico aveva prodotto in Italia il centro sinistra.
Moro era l'uomo delle "convergenze parallele" che ora stava lavorando al "compromesso storico" e la mattina del suo rapimento, con quel governo di solidarietà nazionale che vedeva l'appoggio esterno del PCI, andava compiendo un altro passo avanti verso l'apertura di un dialogo praticabile tra la sinistra moderata ed il mondo di retaggio cattolico che avrebbe risanato, forse una volta per tutte, quella nuova versione da guerra fredda della "questione romana" che dal '46 , come nei romanzi di Guareschi, tagliava in due il paese.
Sulla totale insensatezza suicida, politica oltre che morale, che delineò la tragica vicenda della sua fine è stato scritto, detto, e narrato fin troppo senza che comunque sia mai stato possib
bile coglierne l'essenza ed è per questo motivo che non starò qui a tessere l'ennesima dietrologia: certo che è quantomeno sorprendente (e da uomo di sinistra posso coglierlo assai bene) che in un'epoca nella quale si stava giornate intere in collettivo per elaborare l'analisi politica di un tazebao o degli slogan per una manifestazione di piazza, non sia mai stata enunciata nessuna credibile costruzione, atta a delineare in modo appena decente, la strategia a medio e lungo termine che avrebbe dovuto comprendere un atto così significativo come lo fu il rapire (uccidendo cinque innocenti lavoratori), processare e sopprimere, con spietata freddezza, il Presidente del partito di maggioranza relativa, il primo nel Paese, che in quell'epoca raccoglieva più o meno il suffragio di dodici milioni di italiani.
Lo ripeto fu un trauma: uno di quelli che induce cambiamenti, che fa pensare e riconsiderare i percorsi dell'esistenza anche a coloro che, come me, erano abituati ad "esserci" cioè a far sentire la propria voce e ben determinati a voler partecipare alla storia. E fu così che noi, i movimentisti, ci sentimmo profondamente traditi: ancora una volta, come per le generazioni dei nostri padri, qualcuno ci aveva illuso, ingannato ed ora aveva iniziato a espropriarci di nuovo della storia della nostra epoca, a scriverla, a suo modo e capriccio seguendo oscuri disegni, ed ancora una volta, dopo tante altre volte, troppe, a farlo con il sangue di innocenti.
Per me fu la fine della politica attiva, ma non quella della voglia di esprimere me stesso e la rivoluzione delle radio private che, consequenziale allo sviluppo delle radio comunicazioni CB, offriva a basso costo e con la certezza della tolleranza delle istituzioni (a meno di non esagerare nei contenuti) la possibilità di fare del broadcast fu il passo successivo.
Il fenomeno in Italia era iniziato, solo da pochi anni anche se aveva origini lontane provenienti da "oltremanica" dove nel '
Tuttavia per comprendere quella vicenda è necessario approfondire le contraddizioni di questo strano paese, sempre a metà strada tra l'iperfuturo ed il medioevo, dove negli anni '60 (ma anche successivamente soprattutto durante il neo-oscurantismo reganiano), il trasmettere un certo tipo di musica, magari rock o black poteva scatenare l'ira dei cristo-talebani della "bible belt" (bisogna viverci per "sentire", magari anche attraverso i 200 canali digitali della Direct TV di oggi, come certe realtà possano essere ancora oggi incredibilmente provinciali, pur essendo nel cuore dell' "impero"), ad ogni modo tutte queste situazioni generarono, ed a ragione, assieme alla CB e prima dei tempi di Internet, il concetto della "libertà di comunicazione": il potere ed i confini di stato potevano poco contro la libera diffusione delle onde elettromagnetiche: c'erano i radiogoniometri da intercettazione è vero, ma eran rari e costosi e richiedevano tempo ed un rapido spostamento ne vanificava il lavoro e, alla fine, davvero non si potevan costruire gabbie di Faraday a guisa del Muro di Berlino.
In Italia invece tutto era iniziato a Milano, prendendo spunto da un "qui pro quo legilslativo", con il quale si erano liberalizzate le trasmissioni via cavo in un paese del tutto privo di infrastrutture adatte a questo tipo di trasmissioni, quindi la banda VHF bassa (da
Era per questo che a Roma una delle prime emittenti private, operante attorno ai 103 MHz, nel 1975 si chiamava "Tele Roma Cavo" senza che nessuno avesse mai visto un cavo a larga banda per broadcast (come esistevano negli USA) neppure da lontano (il primo serio tentativo di cablare il paese fu il progetto S.O.C.R.A.TE della seconda metà degli anni 90 con il quale la Telecom tentò, per lo spazio di un mattino, la realizzazione di una piattaforma infrastrutturale basata su di un sistema ibrido in fibre ottiche e cavo coassiale).
Tuttavia l'escamotage di citare fantascientifiche trasmissioni via cavo in un paese che, nonostante avesse dato i natali a Marconi, era ancora alla preistoria (TV in Bianco/nero, a parte qualche sporadico esperimento mattutino, trasmissioni stereo hi-fi in FM appena in fase di sperimentazione, 2 canali TV e 3 radio + più la famosa "filodiffusione": un sistema ad onde lunghe convogliate via rete telefonica che in sostanza fu un pietoso mezzo per aggirare la penalizzazione alla quale, durante la riassegnazione delle frequenze per broadcasting, avvenuta dopo la guerra, il nostro pese, in quanto sconfitto, dovette soggiacere) non durò a lungo. L'Italia che si ricostruisce e che in fondo sa essere anche libertaria, ebbe la meglio su le burocrazie e sulle ambiguità legislative e così in due o tre anni, a cavallo tra il '75 ed il '78, le radio private (chiamate "libere") proliferarono con quella progressione esplosiva che solo il nostro popolo sa produrre e lo fecero in totale anarchia, litigandosi frequenze e beffandosi dei diritti della SIAE.
Per iniziare bastava davvero poco: un gruppo di amici appassionati, un locale (magari una cantina o meglio una soffitta, un paio di piatti da giradischi, un mixer, un registratore a bobine e qualche microfono... poi c'era la parte dell'alta frequenza e qui le vecchie esperienze CB o l'amore di qualche elettronico improvvisato sembravano risolvere ogni cosa (anche se a prezzo dell'emissione di segnali orrendamente "sporchi") vi fu anche una rivista elettronica, all'epoca celeberrima e diffusissima, che iniziò a vendere e produrre piccoli trasmettitori (della potenza di 1 watt incrementabile a 10) in scatole di montaggio.
Tutto questo oggi farebbe rabbrividire qualsiasi persona che abbia un minimo di dimestichezza con le problematiche relative alle trasmissioni radio professionali, ma allora, dopo il '68, la CB ed il '77 tutti si sentivano in grado (ed in diritto) di fare tutto: dal mettersi a prendere il sole nudi in qualunque spiaggia, all'aprire radio emittenti improvvisate senza porsi alcun problema di natura tecnica e tanto meno giuridica.
Era una strana Italia quella, bella e violenta, creativa, libera ed incosciente, un' Italia che respirava, forse per la prima (ed unica) volta nella sua storia, il sapore profondo e pericoloso della libertà.
La cosa per me iniziò ad una festa alla quale, in un primo accenno di riflusso, avevo accettato di partecipare, era una festa borghese in una bella villa di Roma, sulla Laurentina ed io, dismessi dopo lo choc, i panni del militante universitario-proletario, mi ero ritrovato in quelli più sicuri ma molto più noiosi di studentello della Roma-bene che sbadigliava alle feste. E fu così che in quel party, non so come, mi trovai a parlare con un gruppo di altri studentelli, borghesi ed annoiati, delle mie esperienze da CB e da Radioamatore, ed a condividere con loro la passione per il buon rock americano e per la voglia di farsi sentire....
I nostri genitori disponevano di graziose villette balneari (zona Ladispoli) nelle quali ci trascinavamo stancamente per quattro mesi ogni anno e l'estate stava arrivando... gli elementi c'erano tutti: i ragazzi, la noia, qualche disponibilità di denaro, stereo hi-fi e dischi, lo spazio fisico (nelle villette al mare), ed anche il supertecnico radio (o sedicente tale) me: Radio Smile 93.100 Ladispoli stava per nascere!
Fu proprio all'assemblaggio fatto in casa che mi rivolsi come trasmettitore, poi ad un mixer che usavo per registrare con la mia band, i piatti erano uno mio ed un altro dell'amico, e così le piastre per le cassette, poi, tocco finale di professionalità (che gratificava anche l'occhio), il mitico Revox a bobine,(che ancora possiedo ed ancora amo).
Lavorammo per un paio di settimane... chi tinteggiava i locali, chi preparava il
'tavolo da regia", chi, come me, assemblava componenti elettronici e faceva prove... quando tutto fu, più o meno, pronto ed il momento della prima trasmissione fu vicino, io mi portai un LP dei Doors (come omaggio alla memoria di Jim Morrison) che sarebbe dovuto essere la prima cosa trasmessa: avevamo già la nota a 1000 Hz in aria (per tener occupata la frequenza radio) ed io dopo aver approntato tutto e verificato, con un ricevitore locale che fungeva da monitor, che almeno qualche cosa uscisse in antenna, approntai il disco sul piatto, e lasciato un collaboratore a trasmetterlo, saltai sulla mia Mini Cooper per verificare la coperture di segnale.
Chi ha visto Radiofreccia, il bel film di Luciano Ligabue, forse ricorderà quella scena: girare a spirali sempre più larghe, con l'intima soddisfazione nel cuore, e ricevere la propria musica in tutta l'area. Fu una grande emozione e fu un successo.... la fase successiva fu la preparazione di manifestini da distribuire in giro; si perchè dopo gli impianti, la frequenza ed il segnale irradiato una radio necessita di ascoltatori, su questi manifestini oltre al nome dell'emittente ed alla frequenza appariva un numero telefonico che naturalmente faceva capo all'impianto (uso abitativo) proprio del padre dell'amico che ci ospitava, eravamo così ingenui, pur in anni tanto controversi e pericolosi, da mettere in pubblico un vero recapito personale senza neppure sognarci di informarne l'intestatario....
L'unica mia preoccupazione, essendo maggiorenne e legalmente responsabile, fu quella di comunicare alla locale Stazione dei Carabinieri cosa stavamo facendo, la cosa mi fu preziosa poichè il burbero ma deciso Maresciallo mi salvò, dopo un paio di settimane, da una denuncia da parte della Rai: si era nel '78 e a giugno c'erano i mondiali di calcio, il mio segnale di 10 watt, sporcava con l'emissione di spurie ed armoniche la ricezione del I canale Rai in VHF, qualcuno chiamò il servizio "qualità di ricezione" loro vennero, constatarono che ero io la (ignara) sorgente di disturbo TVI e senza dirmi nulla si recarono presso la stazione CC per fare l'esposto.
Il Maresciallo, che aveva apprezzato come, in tempi come quelli, cosi irrispettosi dell'autorità costituita, io mi fossi presentato e lo avessi voluto informare, mi difese asserendo che eravamo bravi ragazzi da lui ben conosciuti e inviò un appuntato ad avvertirmi di spegnere immediatamente tutto, perchè, se io avessi continuato e la Rai avesse insistito, lui sarebbe stato costretto ad accettare l'esposto ed a trasmetterlo alla magistratura (con inevitabile insorgere di inutili guai). Il silenzio radio duro appena il tempo di racimolare i soldi per acquistare un vero trasmettitore FM e riprese le trasmissioni iniziammo a battere il terreno in cerca di sponsor pubblicitari.
È difficile spiegare oggi cosa volesse dire possedere una piccola radio, in un piccolo centro balneare nel '78: ed avere appena 18 anni, gli amici, le ragazze mi corteggiavano solo per poter venire in stazione, partecipare ai programmi e vivere quel momento: io, che non ero fidanzato, per un periodo fui solito uscire ogni notte con un'amica diversa fino a che, ovviamente sempre in radio, incontrai quella giusta, e divenni serio e fedele.
I programmi che realizzavamo erano quelli classici dell'epoca: musica a richiesta, dediche in diretta, presentazione di nuovi album (che le case discogarfiche, quasi subito, iniziarono ad inviaci in copie "autorizzate alla radiodiffusione"), lettura e commento di articoli tratte da riviste specializzate in musica, tematiche giovanili e ... disordine vario.
Dopo un pò la gente cominciò anche a parlare al telefono, fortunatamente l'Italia aveva conosciuto, un pò di anni prima l'ottima esperienza di "Chiamate Roma 31-31" di Franco Moccagatta e, sempre nella prospettiva di esserci e di partecipare, aveva iniziato a parlare di se ed a parlare di tutto: famiglia, lavoro, scuola ma anche liberazione femminista, politica, presa di coscienza della propria sessualità e problemi di droga. Per i meno impegnati il modello era stato invece quello della spumeggiante programmazione Italo-Francese di Noel Curtisson che Radio Montecarlo irradiava, anche in onde medie, sin dagli anni '60 e che sapeva così tanto di sole di Riviera e di Costa Azzurra
Io, che volevo mantenermi la giornata libera, mi scelsi la fascia notturna e, con l'aiuto di sostanze psicotrope varie, emulando nella mia fantasia le gesta di Wolfman Jack, mandavo rock nella notte, leggendo alle volte, tra un brano e l'altro, aforismi di filosofi (in particolare Nietzsche) che reperivo dai libri che mi portavo e che dovevo leggere per l'università dove appunto facevo filosofia. Un altro momento magico avveniva al mattino, alla riapertura delle trasmissioni, avevamo scelto Stain' Alive (Bee Gees), che oltre ad essere la moda del momento (Saturday Night Fever) aveva un attacco incedibile, inoltre il "resta vivo", all'apertura mattutina, mi sembrava il miglior augurio di buongiorno per i radioascoltatori.
Non erano tutte rose e fiori, si discuteva molto sul genere di impegno da prendere, io avrei voluto un'emittente aderente al FRED (Federazione Radio Emittenti Democratiche) cioè allineata a sinistra, i miei soci erano più decisi verso una radio puramente commerciale, inoltre una famosissima emittente romana, aveva posto i propri ripetitori in zona ed iniziava a farci concorrenza.
E fu questo l'inizio della fine, i miei soci vollero accettare di aprire ad altri più facoltosi commercianti locali la possibilità di associarsi, io fui contrario e quando caddi in minoranza mi ritirai dalla cosa, ed ovviamente dopo qualche mese i nuovi e facoltosi soci entrati estromisero i miei amici, trattenendo solo il nome e la frequenza, realizzarono nuovi locali ed infrastrutture trasformando la mia radio libera in una delle miriadi di emittenti commerciali che non si differenziavano l'una dall'altra.
Io non me la presi, mi ero fidanzato, gli studi proseguivano ed avevo la coscienza (come in molte altre occasioni nella mia vita) di aver ottenuto quello che desideravo da quella esperienza: delle emozioni e la soddisfazione di "creare" ex novo qualche cosa; il resto era business, routine, politica locale e ... noia: insomma era lavoro ed io non avevo creato Radio Smile per procacciarmi un impiego ma solo per divertirmi con gli amici, conoscere ragazze e far ascoltare la musica che amavo (a quei tempi l'ascolto singolare, venuto dopo con i walkman ed ora con gli Ipod, sarebbe stato un'eresia: le cose di dovevano condividere... sennò non aveva senso farle e.... questo spirito, dopo tanti anni, forse ancora lo rimpiango un poco, ma il mondo cambia e non sempre nella direzione che ti piace , ma fa parte del gioco e va bene così), in fondo, nonostante giocassi a fare l'adulto, ero poco più che un bambino che stava crescendo attraverso anni strani, belli e crudeli, comunque intensi di storia.
Richard
categoria:70 storie








L’Associazione radicale “Sete di verità – che attraversa le nostre vite” promossa dall’Onorevole Maria Fida Moro, membro della Giunta di 