giovedì, 28 dicembre 2006

Oleg Gordievskij "on the record"

Siamo riusciti a contattare direttamente Oleg Gordievskij, l’ex agente del KGB al centro della vicenda Litvinenko-Scaramella.

 

Ad esso avevamo sottoposto alcune semplici domande col solo scopo di fare chiarezza su quanto è comparso sulla stampa italiana in queste ultime settimane.

Non avevamo cercato dunque notizie particolari (che probabilmente nemmeno ci avrebbe dato), ma semplicemente gli avevamo chiesto di confermare o di smentire quanto gli è stato attribuito. In particolare avevamo messo a confronto l’intervista concessa a Carlo Bonini e a Giuseppe D’Avanzo, pubblicata il 7 dicembre scorso su La Repubblica e l’articolo di Paolo Guzzanti del 21 dicembre pubblicato prima sul suo blog poi su Il Giornale. In queste due interviste le contraddizioni erano palesi e stridenti. Sembrava quasi che a parlare fossero state due persone diverse od una particolarmente dissociata. Non è possibile, noi crediamo, su tali basi giungere a qualsivoglia verità, né da una parte né dall’altra. Con questo nostro tentativo velleitairio ma indipendente, credevamo e crediamo di poter dare almeno un contributo di trasparenza e di chiarezza.

Per completezza riportiamo nei commenti le domande non evase inviate a Gordievskij. Egli però non ci ha risposto punto per punto. Dopo averci ammonito a non disturbarlo oltre (suggerimento che, provenendo da un ex ufficiale del KGB, facciamo volentieri immediatamente nostro) e a non ergerci a giudici, ci ha però fornito alcuni elementi che a nostro avviso sono molto importanti.

La sua risposta ci è giunta per email ed è attribuibile a lui medesimo. Dunque trattasi di testimonianza “on the record” a tutti gli effetti….

Ecco le sue dichiarazioni:

 

Dear Gabriele Paradisi,

 

The interview in Repubblica was 90% fabrication and manipulation.  It is the dirtiest newspaper in the world.  The truth in detail is known in London already.  Very soon it will be shown in the most important BBC programme Panorama. 

 

In the rest don't regard yourself as a judge, and we are not in the court of law.  Don't disturbe me anymore.

 

Yours etc., O. Gord.

postato da: GabrielParadisi alle ore 28/12/2006 12:48 | Permalink | commenti (67)
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venerdì, 22 dicembre 2006

Compagno di scuola

(‘70 storie: la quarta)

Memoria di Richard & Corto*

 

“Dove Nietzsche e Marx… si davano la mano… e parlavano insieme dell'ultima festa…
e del vestito nuovo, fatto apposta… e sempre di quella ragazza che filava tutti…

meno che teee…  meno che teeee….” **

 

<<Caro Richard,

sono qui nella mia stanzetta e ascolto qualche disco, come ogni sera. La finestra del terrazzo è aperta e arriva già la prima aria profumata di primavera. Per strada c’è già qualche gruppetto di ragazzi… le compagnie piano piano si ricompongono… anch’io stasera sono stato fuori un po’ con gli amici che hai conosciuto. Ti salutano e mi chiedono sempre di te.

Proprio oggi mi è arrivata la tua bella lettera… mamma mia, Richard, che storie mi racconti…>>

 

<<Caro Corto,

ti avevo già detto, no, di quella sera del 1975, quando frequentavo ancora l’Augusto (il liceo classico statale, che sembrava più un’agorà ateniese che una scuola, data la frequenza di assemblee, collettivi, occupazioni che vi si tenevano; e dal quale si usciva ogni santo giorno con i celerini in divisa anti-guerriglia, scudo e sfollagente pronti, e spesso tra volantinaggi selvaggi che finivano in scontri e sassaiole? Ti avevo detto, no, che ero stato anche oggetto di un’aggressione?

 

Niente di particolarmente grave, poco più che una scazzottata tra ragazzi, ma mia madre, stanca di vedermi vivere come se fossi un gappista del ’45, di attendermi ogni giorno fino a tardi, perché io dovevo evitare certi percorsi, certi orari e farmi accompagnare ogni sera onde evitare “incidenti fisici”, ebbene, mia madre dicevo, prese la solenne decisione di farmi cambiare scuola… !? Non esiste…

 

Io, che a seguito di quel piccolo scontro avevo riportato il classico “occhio nero”, e per questo mi sentivo come Che Guevara in Bolivia: avevo ricevuto a casa gli amici preoccupati che mi manifestavano la loro solidarietà e le compagne, soprattutto le compagne, erano da me molto gradite quando, con un atteggiamento tra il materno ed il complice, mi venivano a trovare per verificare, con tutto il calore della loro femminilità in fiore, il mio decorso da “eroe ferito”…>>

 

<<… mi hai fatto venire in mente Fragole e Sangue***… l’hai visto in TV? Straordinario… Mi ricordi molto Simon, il protagonista, quando riceve tutte quelle attenzioni dalle ragazze per via del suo… “impegno”… ah le ragazze… c’è qualcosa nell’aria stasera Richard (Something In The Air)… che sia amore (Love is in the Air)****? 

Vedi cosa mi perdo? Qua in provincia sarà anche tutto tranquillo, puoi passeggiare per i vialetti sereno, prenderti un caffè in Latteria in santa pace con gli amici, ma vuoi mettere?… Tu vivi dentro la storia… Richard.

Noi qua si sentono gli echi lontani di Bologna… anche lì è un bel casino… c’è qualche fratello maggiore dei miei compagni che è già all’Università e allora ci racconta un pò quello che succede, ma qui, malgrado il nostro Liceo abbia proprio un Campus, non succede proprio nulla. Pensa che la cosa più eccitante è stata la “tournee” di un paio di ragazzetti romani (tuoi amici, suppongo) che sono venuti in Assemblea a raccontarci come tiravano i bulloni a Lama…>>

<<Quindi (tu mi capisci vero?), quando la mamma mi ha chiesto di cambiare a favore di un istituto parificato le ho risposto, con un netto diniego, limitandomi ad una frase di Trotsky sul “destino del rivoluzionario” che non dovrebbe avere né amici, né famiglia, né vita propria ma solo compagni (compagne… ovviamente) e rivoluzione; è stato mio padre a risolvere il contenzioso una volta per tutte: “Ti compro la Benelli 125 bicilindrica”… Frase magica alla quale io ho aggiunto “e anche il Basso Fender (magari usato)”, e così, con un capolavoro di vero “senso politico”, mi ritrovo a finire il liceo in una di quelle simpatiche scuole dove i figli scapestrati della buona borghesia romana tentano di finire gli studi, pagando una retta mensile più alta dello stipendio medio di un operaio…

 

I professori, sono anche bravi ma l’ambiente è allucinante: vi è di tutto sia da destra che da sinistra, dai simpatizzanti di Potere Operaio a quelli di Avanguardia Nazionale, alcuni sono qui perché hanno picchiato qualche professore o preside e sono stati espulsi da tutte le statali, altri sono qui perché gli hanno già sparato un paio di volte… c’è anche un “sambabilino” neonazista d.o.c., fuggito da Milano perché quelli del MLS lo avevano messo sulla black list.

 

Girano armi di ogni tipo: dai coltelli a scatto alle famose lanciarazzi a tamburo, alle quali, con una modifica artigianale, vengono adattate le cartucce cal. 22 (rendendole più pericolose per gli incauti “sparatori” che per i bersagli), il mio compagno di banco, un giorno, per scherzo durante un’interrogazione, ne ha puntata una in faccia al professore di latino, il quale non ha tradito alcuna emozione e non ha fatto assolutamente niente: ha sorriso, è normale…

 

Sotto carnevale certi hanno preso i manganelli di plastica e li hanno riempiti di coriandoli zuppi d’acqua… sono diventati vere e proprie armi, poi ancora punteruoli, spranghe ed armi improprie di ogni genere, anche improvvisate, a dimostrare parte della creatività della nostra generazione.

 

Bene tutto questo arsenale non viene assolutamente usato qui “nella scuola dei ricchi”, dove regna un’incredibile atmosfera da “tregua”… dove, appunto, Nietzsche e Marx si danno la mano…; tutto questo è per “ il dopo”: quando si va fuori dalle scuole pubbliche, nelle quali la didattica è ormai un fantasma, a volantinare, a scontrarsi o solo a far casino.

 

Anzi ti dirò di più, in questo istituto nascono anche amicizie, in fondo siamo tutti dei “reietti” di lusso, ci si fa anche qualche canna assieme (un ragazzo di AN –Avanguardia Nazionale - mi ha regalato persino una runa, che è il loro simbolo, ed il testo completo dell’inno delle SS in tedesco) e poi, all’uscita quando ci salutiamo, sottovoce diciamo all’amico della fazione opposta dove è bene “non andare”: sarebbe imbarazzante doverlo, sprangare! Non credi?>>.

<<… Che devo dirti Richard? E’ questo tempo. È il nostro tempo. Chissà come ne verremo fuori. Tu stai solo attento, se puoi. E che Dio ti benedica.>>

 


 

 

* Richard (Fontaine de Trembley) & Corto (vero nome di Cieli Limpidi).

 

**Dove Nietzsche e Marx si davano la mano…” cantava Venditti, ed io perdono lo sconcertante accostamento solo per due buone ragioni: innanzitutto Venditti non fu mai un “addetto ai lavori” ma solo, almeno negli anni di “Theorius Campus” (1972) e di “Le cose della vita” (1973) un buon autore; poi perché egli prese l’immagine del “Nietzsche nazista” da Lucàcs al quale non posso scusare né l’aver fuorviato l’immagine di Fritz né tante altre parzialità ideologiche di cui si fece interprete (compreso l’aver tradito Imre Nagy dopo i fatti di Ungheria del ’56). Comunque l’immagine che Antonello proponeva in quella canzone non era poi così lontana dal vero… (R. F. d. T.)

“Compagno di scuola” faceva parte dell’LP “Lilly”, uscito verso la fine del 1975. In quel disco si parlava di politica, di droga e di sesso. Magari in modo semplice, forse anche troppo semplice. Comunque intanto se ne cominciava a parlare. E Venditti, proprio con Lilly, storia tragica di un’amica tossicodipendente, conquistò la Hit Parade, scalzando “passerotti” e amori struggenti che si concludevano nello spazio di un “Sabato Pomeriggio”. Forse con quelle canzoni che divennero immensamente popolari, Antonello aprì la strada ad altri cantautori “impegnati” che seppero dar voce, sicuramente anche meglio di lui ai malesseri e alle domande dei ragazzi del tempo. (C.)

 

***Fragole e Sangue”, ovvero “The Strawberry Statement” film culto del 1970 diretto da Stuart Hagmann, ambientato nel Campus di Berkeley centro del sessantotto americano. Il titolo prende spunto dalla bizzarra e “profetica” affermazione di un rettore che ebbe a dire: «Non mi preoccupo degli studenti più di quanto mi preoccupi delle fragole». Simon (il protagonista) è uno studente disimpegnato, fa parte di una squadra di canottaggio e si allena duro, pur avendo il tipico look da intellettuale, occhialini tondi e lunghi capelli biondi, mentre intorno l’università si infiamma a poco a poco nei “primi vagiti del ’68”, il suo room-mate comincia a prendere coscienza (come si diceva) prima di lui, che rimane un osservatore esterno e dubbioso delle prime assemblee, poi lui conosce Linda, fidanzata con un altro (che però è lontano o qualcosa del genere) e così trova la molla per un impegno sempre crescente, fino a partecipare all’occupazione, assumere un ruolo attivo, e, nella celebre lunga sequenza finale, opporsi prima con la resistenza passiva, poi anche attivamente, al violento sgombero della facoltà eseguito dalla polizia di San Francisco. Nella colonna sonora del film spiccano "Give Peace a Chance" di John Lennon, cantata dagli studenti seduti in cerchio nella palestra, imperterriti anche quando la polizia li prende di peso ad uno ad uno, strattonandoli e malmenandoli; la struggente "The Circle Game” di Joni Mitchell; "Something In The Air" di Thunderclap Newman e diverse canzoni di Crosby, Stills, Nash and Young tra cui la meravigliosa "Our House".

 

****Love is in the air(John Paul Young) 1978. La canzone fu scelta come sigla della rassegna sul nuovo cinema americano di denuncia che la Rai mandò in onda con incredibile e inaspettata vivacità nell’estate del 1978. Tra i film che vennero trasmessi: “Alice’s Restaurant” del 1969 con Arlo Guhtrie (figlio del mitico Woody) e appunto “Fragole e Sangue”. Purtroppo fu uno degli ultimi momenti alti della TV pubblica italiana.

postato da: GabrielParadisi alle ore 22/12/2006 18:47 | Permalink | commenti (2)
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mercoledì, 20 dicembre 2006

A caccia della Verità

Questo il testo di una lettera inviatami da Paolo Guzzanti in risposta ad alcune mie domande. Crediamo che il contenuto di questo testo sia particolarmente importante e che possa costituire un piccolo passo nella direzione della chiarezza e della Verità.

 


 

 

Caro Gabriele

Purtroppo non posso lavorare a tempo pieno con il tuo bel blog e far appassire il mio e i miei articoli. A questo punto so infinitamente di più di quanto ne sapessi prima, anche grazie alla prova che tu mi hai già fornito dell’ennesima menzogna di Repubblica. Ma qualcosa posso dirtela lo stesso e lo faccio con piacere.

A te Bonini confessa candidamente di avere soltanto appunti dell’intervista di Litvinenko, ma vai a leggere il “cappello” di quell’intervista in cui si dice che “per espressa volontà dell’intervistato tutto è on the record e questa ne è la trascrizione”. Niente record, niente trascrizione, una plateale bugia che proprio tu, bravissimo Gabriele, hai scoperto: tutta fabbricazione, come è una fabbricazione l’intervista di Limarev, prudentemente raccolta con quasi due anni d’anticipo, o quella a Gordievsky che mi ha urlato di essere stato manipolato e forzato nelle sue parole che gli venivano imbeccate dagli italiani che lo intervistavano.

Quanto a Nomisma e Papini, contentati del fatto che Papini non ti risponda, perché vuol bene dire qualcosa: lui mi raccontò tutto al tavolo di un caffè del Panteon, preoccupatissimo che io potessi usare l’informazione contro di lui, cosa che non avrei mai fatto perché io sono un galantuomo persino con chi ha qualcosa da nascondere.
Lui era a Mosca nella Nomisma in joint-venture con l’Istituto Plekanov, pudico nome del KGB sezione economica.

Gordievsky non ha mai detto, neanche oggi, che Prodi è o è stato agente del Kgb.
In realtà non lo dice nessuno, nemmeno io.
Risulta da Litvinenko, cioè dalla sua fonte vice direttore del KGB, poi FSB, che il KGB considerasse Prodi our man (e non award man, che è una invenzione di Repubblica, dove forse non sanno bene l’inglese) e cioè il nostro uomo di riferimento, che è tutt’altra cosa da un agente.

E’ perfettamente vero che Scaramella aveva da me avuto l’incarico di chiedere alle SUE (non mie) fonti russe se per caso sapessero qualcosa dei passati rapporti fra Prodi e KGB, perché io COME HO SEMPRE DETTO, SCRITTO, DENUNCIATO E AFFERMATO IN TELEVISIONE PIU’ D’UN ANNO FA, ho sempre indagato apertamente su Prodi, a causa della questione di via Gradoli che considero nel caso più lieve una vergognosa menzogna e in quello peggiore....qualcosa di peggiore.

Da notare che io in quelle registrazioni schiaffeggio Scaramella perché mi porta prove non convincenti e io le respingo a brutto muso.

Limarev. Non l’ho mai voluto conoscere, come non ho mai conosciuto Litvinenko.
Non li ho VOLUTI conoscere perché non erano miei collaboratori, ma erano fonti personali del collaboratore Scaramella li conosceva per motivi di lavoro da molto tempo prima che entrasse in contatto con me.

Io infatti ho usato di Scaramella soltanto le informazioni che provenivano da quelle sue fonti ex sovietiche residenti in Gran Bretagna.

A Teramo ho indicato come fonte delle notizie degli ucraini soltanto Litvinenko e non Limarev, citando Scaramella perché solo lui è la mia fonte in questa storia, che però ho indicato come uno di coloro che diffondevano attraverso Scaramella (con e-mail) notizie allarmanti sulla mia sicurezza. Ciò che lo stesso Limarev ha confermato a Repubblica.

Bonini e D’Avanzo ironizzano a sproposito: gli ucraini non sono stati presi grazie a Limarev, ma a Litvinenko

Sì, certo: tutti (tranne me) hanno pensato che Scaramella avesse avvelenato Litvinenko, a cominciare da Litvinenko stesso: è stato fatto un perfetto set-up. I killer sono stati installati all’Hotel Millennium quando Scaramella è arrivato a Londra per l’annuale riunione dell’Imo.

Hanno monitorato Litvinenko e lo hanno avvelenato di proposito poco prima che incontrasse Mario Scaramella, al preciso scopo di fare credere prima di tutto alla vittima che Mario fosse il suo assassino

E se non avessero avuto un incidente con la dose, gli sarebbe andata liscia. Invece gli è andata storta

Ma il vero punto, caro Gabriele che ti sottopongo, è questo: come si spiega il perfetto sincronismo della campagna di Repubblica (preparata da mesi) con i fatti di novembre? Non è forse tanto miracolosa quanto lo è la coincidenza dell’omicidio Litvinenko con l’occasionale presenza di Scaramella a Londra?

Nota bene che sia Litvinenko che Gordievsky, i quali entrambi (a differenza di Bukovski) avevano creduto alla colpevolezza di Scaramella, hanno saputo da Scotland Yard dopo alcuni giorni che le cose erano andate in tutt’altro modo e che Scaramella era il capro espiatorio sul quale si sarebbero aperte le cataratte dell’inferno mediatico appena fosse stato indicato come “il misterioso italiano che vide per ultimo Litvinenko nel Sushi Bar dove fu avvelenato”.

E allora, per la proprietà transitiva, se Scaramella è un farabutto e un assassino, Guzzanti è il fiancheggiatore di un assassino e di un farabutto e tutta la commissione Mitrokhin diventa un porcaio immondo

Be’ vuoi sapere una cosa, Gabriele?

Una cosa riscontrabile perdendo una giornata di tempo?

Eccola. NON ESISTE IN TUTTI I LAVORI DELLA COMMISSIONE MITROKHIN, DELLE SUE RELAZIONI E DEI SUOI LAVORI, UNA SOLA PAROLA, UN SOLO DOCUMENTO CHE PROVENGA DA SCARAMELLA.
NON UNO.
ZERO.

L’unico documento portato da Scaramella, l’intervista video con trascrizione in russo e in italiano firmate dall’autore Litvinenko, IO L’HO BLOCCATO E SEGRETATO AL PROTOCOLLO DELLA COMMISSIONE MITROKHIN PERCHE’ CONTENEVA ACCUSE SU PRODI CHE NON POTEVANO ESSERE PRESE IN CONSIDERAZIONE IN QUANTO PROVENIENTI DA TROFIMOV CHE ERA STATO AMMAZZATO.

E questo io l’ho fatto affinché nessuno potesse usare la Commissione Mitrokhin in campagna elettorale e nessuno potesse accusare la Commissione di esser la “clava” del centro destra contro il centro sinistra

MA QUALCUNO HA ANCORA PAURA DI QUEI DOCUMENTI E QUALCUNO HA ORDITO TUTTO QUESTO ENORME E IGNOBILE CRIMINE CHE PREVEDEVA LA MORTE DI UN ESULE RUSSO, L’ATTRIBUZIONE DEL DELITTO AD UN INNOCENTE E LA DISTRUZIONE MORALE DEL PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE MITROKHIN.

Dunque, trovato il movente (ah! se ci fossero ancora dei giornalisti!), si tratta di trovare mandanti ed esecutori.

Ma qui assisti, caro Gabriele, ad un fatto veramente inconsueto: mandanti ed esecutori sono purtroppo amatissimi, mentre le vittime sono massacrate: Litvinenko, ormai morto, diventa un trafficante e un ricattatore, Scaramella è colpevole di ogni delitto possibile e immaginabile, e io sono protagonista dell’unico dossier fabbricato a Mosca e di cui Limarev ha dato conferma persino a Repubblica, nella seconda intervista del 27 novembre, a causa della mia secca smentita di tutte le sue prefabbricate bugie  a pagamento.

Questo, caro Gabriele, è lo stato dell’arte e mi piacerebbe sapere se i frequentatori del tuo blog su questa mia riscostruzione hanno nulla da dire.


A te un forte abbraccio.
Paolo

 

martedì 19 dicembre 2006 19.58

 

Caro Paolo
Tu una volta hai detto: "La Nomisma aveva una sede a Mosca ed era in connessione con il KGB sezione economica. L’uomo che faceva la spola per conto di Prodi fra Roma e Mosca era l’attuale onorevole Andrea Papini, ora mio vice presidente nella Commissione Mitrokhin allora soltanto collaboratore di Prodi. Fonte: l’onorevole Andrea Papini". Ancora oggi lo confermi?
-          Se sì, esiste una dichiarazione di conferma o di smentita dell’Onorevole Papini (a noi non ha ma risposto)?
-          Nell’articolo che Repubblica dedicò alle intercettazioni delle telefonate tra te e Scaramella si legge «A questo punto, il "professore" [Scaramella] propone come testimone chiave Oleg Gordievskij (ex colonnello del Kgb, riparato a Londra nel 1985, autore con Cristopher Andrew de "La Storia segreta del Kgb"). Ma c'è una difficoltà. Oleg non ne vuole sapere di mettere tra virgolette "Prodi agente del Kgb", perché "questo non è accaduto", dice. Scaramella però conviene che si può lavorare sul discorso di "coltivazione". Guzzanti gli spiega gli essenziali passaggi che deve documentare per la commissione. "Mario, scusami, do alle parole l'importanza delle parole. Allora, in quella cosa lì si dice: "Award man" (la trascrizione fonetica tradisce verosimilmente un "our man", un "nostro uomo" con "award man" che significherebbe "uomo premio"). Tu pronunci la sigla e quello dice "Yes!"". Scaramella: "Certo, certo". Guzzanti: "Punto e basta! Non voglio sapere altro! L'unica domanda è: queste frasi sono confermate e confermabili?". Scaramella: "Assolutamente sì". Guzzanti: "E allora questo è l'unico punto, ma mi serve certificato e marca da bollo"»... Cosa puoi dirmi in proposito?
-          E’ chiaro che Euvgenij Limarev è un elemento chiave che improvvisamente cala sul giallo. Tu sostieni di non averlo mai conosciuto: «Questo Limarev io non l’ho mai né visto né conosciuto. Non ho mai neanche parlato al telefono con lui e ho mantenuto una distanza prudente sia con lui che con tutti gli ex agenti sovietici o russi all’estero, proprio per non creare la minima commistione  con il mio precedente lavoro di Presidente della Commissione Mitrokhin, che ha chiuso i battenti insieme alla legislatura», e nell’articolo di oggi ne parli come di colui che ha gestito il piano per l’uccisione di Litvinenko e per lo scredito della Commissione. Bonini e D’Avanzo sostengono invece che tu questo Limarev l’hai conosciuto: «Ascoltato al processo di Teramo contro quei disgraziati ucraini, il 9 ottobre scorso, Guzzanti dice: "Confermo che [le informazioni sul progetto di attentato] mi sono state date da Scaramella, Litvinenko e Limarev" (Povero Limarev, a distanza di sole cinque settimane, diventa - per il senatore - da fonte che gli salva la vita, addirittura "un mercenario, architetto di ignobili fabbricazioni")». Cosa puoi dire in proposito? Anche qui, documenti alla mano, si può credo stabilire chi ha ragione e chi ha torto.
-          Un amico stretto di Litvinenko, Yuri Felstinski (coautore col povero ex-agente di “Blowing-Up Russia”) sostenne che Litvinenko gli disse dal letto d’ospedale di essere stato avvelenato proprio da Scaramella… Anche Litvinenko era dunque caduto nella trappola preparata da Limarev?
Grazie

Gabriele

 

martedì 19/12/2006 16.47

 

 

 

 


postato da: GabrielParadisi alle ore 20/12/2006 09:10 | Permalink | commenti (23)
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lunedì, 18 dicembre 2006

I cuccioli del maggio*

(‘70 storie: la terza)

Memoria di Riccardo Fontaine de Trembley**

 

 

Era il 12 di maggio dell' anno domini 1977 e, almeno dal 1974 quella data a Roma era un giorno speciale.

Infatti quella, per tutta la sinistra italiana, era divenuta una "quasi festività" da quando si era votato e vinto contro l'oscurantismo cattolico il quale, con Fanfani ed Almirante in testa e con la "tentennante" benedizione di papa Paolo VI, aveva tentato di riportare il paese indietro, nel puro medioevo, tentando di abrogare la legge sul divorzio, la cosiddetta legge Fortuna-Baslini.

L'importanza trascendeva di gran lunga la risibile battaglia intrapresa dalla destra oltranzista, era di più: una speranza di convergenza e comprensione a sinistra, una spaccatura irrecuperabile nel mondo dei cattolici politicizzati, che tanto avevano pesato fino ad allora sin dal dopoguerra.
Molti di essi, pur conservando i propri valori cristiani, avevano votato per il No, molti ragazzotti di sinistra, dimenticando per un attimo fratture, spaccature e protagonismi vari, si erano ritrovati a condividere l'azione di propaganda per lasciare all'Italia quel minimo di progresso e per seppellire (si sperava per sempre) l'italietta degasperiana.

Io nel '74 ero quasi un bambino: 14 anni, ma pur non potendo votare avevo fatto del mio meglio, distribuendo volantini, partecipando alle assemblee a scuola e cercando, seppur con l'ingenuità di un adolescente, di "sensibilizzare" chiunque; per la mia famiglia non fu necessario essi erano già convintissimi assertori del progresso.

Quella vittoria fu celebrata a Roma nello splendido contesto di P.zza Navona e da allora, per almeno altri due anni, ogni 12 maggio, vi si tenevano commemorazioni, comizi e, per fidelizzare i giovani, concerti di gruppi, i quali, in quegli anni di Progressive Rock, davvero non avevano nulla da invidiare ai più celebrati gruppi di oltremanica (in America il progressive ebbe risonanze ma non potrei mai asserire che sia realmente esistito; era troppo "europeo", troppo "classico" per venir recepito con la giusta sensibilità).

I gruppi a Piazza Navona dicevamo, un nome per tutti: il "Banco" di Francesco di Giacomo e dei fratelli Nocenzi; il Banco che aveva già pubblicato tre splendidi lavori tra i quali "Io sono nato libero". Me li ricordo bene perchè proprio lì, in quel contesto, ebbi modo di parlare con Francesco e, più tardi durante l'esecuzione, di salire sul palco e, dietro di loro, di ammirare la piazza, che vanta il miglior barocco al mondo, gremito di compagni.
Suonavo anche io con i miei amichetti a scuola (lo facevano tutti) ma quando vidi loro, gli "eroi" del Banco, avere quella piazza con quella gente, in quel concerto fui scosso da una delle più forti emozioni che a tutt'oggi la mia vita possa ricordare: si vedeva solo la sommità delle tre fontane il resto era gente, bandiere, compagni, feeling.

Ma torniamo al '77, ed ad un atmosfera che si era fatta cupa e crudele, non potrei qui elencare ogni singolo fatto ma, gli anni '70 andrebbero, come minimo divisi in due tronconi, quello iniziale, figlio del '68-'69, "estetico ed eroico" e poi, dopo il 75-76 quell'altro: "oscuro e delirante", sul quale si potrebbero fare milioni di studi senza mai comprenderlo a fondo e nel '77 il delirio era già lì a farla da padrone.
Le analisi politiche le tralascio per ora, ma il sangue aveva iniziato a scorrere a fiumi, qualcuno aveva "alzato il tiro" e qualcun altro stava "chiudendo i giochi" di una strategia forse iniziata a P.zza Fontana o ancora prima.

Comunque a 17 anni queste cose erano ancora di là da venire per me, cosi in quel 12 maggio 1977, ebbi la voglia di esserci, nonostante la proibizione di Cossiga, ancora una volta; inoltre, per pura ingenuità portai anche due ragazzette più piccole di me, ma allora le chiamavo "compagne"

Ho vissuto l'inferno in quel giorno: gli scontri, i cordoni della polizia, le molotov lanciate, le auto bruciate ed ho udito (e vi assicuro che fa impressione) il fischio delle pallottole vaganti vicino alle mie orecchie. Non posso dirne la provenienza, sembravano venire da ognidove, ma mi ricordo che noi cercammo di fuggire fuori da quel casino (io mi sentivo responsabile per loro ero il maschietto ed il più "grande") ed i cordoni di polizia ce lo impedirono, avevano chiuso, come in una sorta di assedio, tutta l'area.

Allora corremmo indietro, dove gli spari ci sembravano più distanti, e ci rifugiammo in un portone, per evitare almeno di essere attinti, gli spari comunque proseguivano. Ed io lasciando le bambine li, assieme ad altri gruppi di "rifugiati", tornai fuori, sgusciando tra le auto (per lo più bruciate) per cercare di parlare con gli agenti in cordone, per tentar di convincerli ed ottenere il via libera per tutti e tre.

Niente: non mi davano ascolto la loro unica, laconica risposta era: "di qui non si può passare". Ad un tratto, mentre ero lì, sconvolto e spaventato, mi sentì chiamare: "Riccardo, dove siete? dov'è mia figlia?": era il padre di una delle due amiche (la mamma gli aveva detto che eravamo andati al "concerto" e, tramite le radio democratiche, aveva sentito cosa stesse avvenendo), era un enorme e rude tranviere che, dando un occhiata eloquente ai celerini, si fece varco e venne verso di me.

Assieme raggiungemmo il portone dove avevo lasciato le due ragazze, per non esporle, le prendemmo ed in un attimo lui "convinse" i celerini a farci passare tutti e quattro per uscire dall'area assediata.

Eravamo salvi e fuori da quell'inferno, poco dopo eravamo a casa.

Lo stesso giorno, poco distante (a Ponte Garibaldi) la giovane vita di Giorgiana Masi (studentessa di liceo) fu stroncata da una pallottola nella schiena della quale non fu mai chiarita la provenienza.

 


 

** Riccardo Fontaine de Trembley <<Sono del 1960… nel'77 entrai a "La Sapienza" presso la Facoltà di Lettere e Filosofia, esattamente dove aveva insegnato Gentile. Andavo, ogni giorno, all'Università tra le auto bruciate perchè ogni sabato qui eran barricate e scontri ma ero già abituato: avevo iniziato a far politica quasi dall'età della III media, così per tutto il corso delle mie scuole superiori, svoltosi tra il Liceo Ginnasio "Augusto" ed un orrendo "parificato" pieno di "pariolini" (al quale dovetti ricorrere perchè la scuola statale era diventata per me troppo pericolosa), la mia attività fu incessante. ln III liceo avevo già praticamente letto tutto quello che era la cultura del tempo, da Marx Engels ad Evola e Marcuse, passando per i vari David Cooper, Ronald Laing, Lacan, Althusseur etc… ed inoltre mi ero già sentito passare le pallottole vicino alle orecchie un paio di volte…

Adesso lavoro per La Sapienza, sempre nella mia vecchia facoltà di filosofia, come ricercatore (non credo che divverrò mai "incaricato" e non mi interessa), vivo un po' in Italia ed un po' negli USA (vicino San Francisco) e quando mi capita scrivo qualche collaborazione anche lì (recentemente stavo lavorando ad uno studio sull'impatto che le "Lezioni" di Foucault e le interviste a Derrida hanno avuto sul mondo accademico americano)…

Su internet di solito ci scrivo per divertirmi e per "provocare" senza malizia, o per fare qualche esperimento comunicazionale... e, di solito, mi buttano fuori (cosa che conferma la validità di certe mie teorie...(!) ma, avendo l'onore di essere amico di una delle ultime "allieve" di McLuhan a Toronto, utilizzo anche queste esperienze per approfondire un poco (assieme a lei) le riflessioni in ordine all'universo della comunicazione>>.

 

Avevamo cominciato ’70 Storie con una testimonianza di Pierluigi Baglioni su un’assemblea svoltasi nei primi anni del decennio, quando l’onda lunga del ’68 aveva raggiunto anche le fabbriche e le Università italiane. Un racconto, quello di Pierluigi, del periodo “estetico ed eroico” come lo definisce opportunamente Riccardo. Dai Campus americani in rivolta, dalle barricate parigine erano arrivate infatti prima di tutto suggestioni e speranze, “risonanze del movimento hippy”.

In Italia il decennio aveva conosciuto un’alba tragica, un ’69 di tensioni e rosso di sangue: l’Autunno Caldo, Piazza Fontana (12 dicembre). Dunque s’era già inteso che non sarebbero state solo rose e fiori, ma la protesta in quei primi anni ’70 s’era inizialmente dipanata con la gioia e lo stupore di un giovane adolescente che s’affaccia alla vita, tutto infervorato e desideroso di modificare il mondo in positivo. In quei primi anni c’erano da cambiare innanzitutto i costumi della società e allora la musica, la letteratura, la poesia erano penetrate prepotentemente nella vita di tutti quanti modificando anche i rapporti tra le persone e tra i generi…

Nel 1977 le speranze invece erano morte del tutto. Già molti leader del ’68 s’erano impiegati in Banca***, altri stavano introiettando la rabbia dell’impotenza che sarebbe sfociata di lì a poco in tragedia. Era cominciato il periodo "oscuro e delirante".

Nel racconto di Riccardo tre “cuccioli” si ritrovano senza volerlo al centro di un dramma. Una guerriglia che quel giorno (uno dei tanti), a Roma, avrebbe ucciso una ragazza solo di pochi anni più grande di loro. Due giorni dopo a Milano sarebbe stato ucciso un agente di polizia di 25 anni durante una manifestazione indetta proprio per la morte di Giorgiana.

Il delirio s’era impossessato ormai della società. Una società che aveva tutta intera compreso lo snodo storico di quegli anni, ma non sapeva come risolverlo. Non sapeva dare risposte, se non in modo inconsulto e violento, ai drammatici dilemmi che gli si erano presentati d’improvviso di fronte. I due decenni precedenti erano stati eroici, meravigliosi e progressivi. Dalle macerie della guerra era emersa una generazione che s’era costruita con fatica ma anche con determinate certezze, una casa di proprietà, un lavoro stabile e garantito. Lavoro che aveva permesso di riempire le cucine di elettrodomestici. Che aveva permesso di comperare lambrette e utilitarie. Che aveva permesso di far studiare i figli.

Quei cuccioli, quei ragazzi, che riempivano le strade e le piazze delle nostre città, nel 1977 sentivano che le cose stavano cambiando sopra e sotto di loro. Che le tutele sarebbero ben presto venute meno, e che per loro ci sarebbe stato un mondo ostile e ingrato. Il sogno del ’68 era definitivamente finito. Il mondo aveva imboccato una strada nuova e d’altra parte la realtà che stiamo vivendo oggi non è altro che un frutto (amaro?) di quella svolta.

* Fabrizio De Andrè, Canzone del Maggio (1973)

http://digilander.iol.it/infoprc/carlo100.html

 

*** Antonello Venditti, Compagno di scuola (1975) http://www.italianissima.net/testi/compagno_di_scuola.htm

postato da: GabrielParadisi alle ore 18/12/2006 17:18 | Permalink | commenti (6)
categoria:70 storie
venerdì, 15 dicembre 2006

Mortadella coltivata

In uno scenario surreale degno del grande Jacovitti, tra un Cocco Bill dallo sguardo cinico e un Trottalemme allampanato, tra salami volanti e pesci con le gambe, ecco spuntare inquietanti mortadelle dal terreno. Mortadelle coltivate.

Nella simpatica rispostina con cui ieri Paolo Guzzanti ha voluto liquidare i miei quesiti, c’è, malgrado la brevità,  tutta la sostanza sintetizzata del problema.

Le accuse tremende a Romano Prodi “uomo del KGB” in Italia, “protettore delle BR e assassino morale di Aldo Moro”, si fondano su:

 

1)     Una seduta spiritica;

2)     Un ingiallito articolo-intervista del Corriere della Sera (20/08/1991);

3)     I presunti rapporti pericolosi tra Nomisma e l’Istituto Plekhanov;

4)     Il presunto insabbiamento dei lavori della Commissione Mitrokhin;

5)     Le affermazioni di due ex spie del KGB morte.

 

È dunque su questi punti che si sviluppa la tesi accusatoria.

Di molti di essi abbiamo già ampiamente trattato. Sul punto 4, esiste un esposto denuncia Guzzanti-Cordova (che coinvolgeva altri “uomini del KGB” come D’Alema e Dini) depositato nel dicembre 2005 e già bi-archiviato, sia dai PM della Procura di Roma (febbraio 2006), sia dal Tribunale dei Ministri (ottobre 2006).

 

Sul punto 2, c’è (incredibilmente!) un ritorno di fiamma. Il 13 dicembre scorso infatti, Stefania Craxi (!) ha pubblicato un articolo su Il Giornale (!) intitolato maliziosamente: “Quell’«amicizia» tra Prodi e l’Urss”. Il ragionamento della Signora Craxi si sviluppa a partire da un articolo-intervista sul quale avevamo già in marzo discusso abbondantemente con Guzzanti.

In un gioco di specchi e di citazioni reciproche oggi lo stesso Senatore rende omaggio alla signora “…Caro Prodi, (…) e poi storie brutte che Stefania Craxi va a ripescare rovistando sui giornali ingialliti dove si parla del tuo passato…”.

 

Poiché, a nostro avviso, l’articolo di mercoledì scorso c’è parso un po’ troppo “partigiano”, abbiamo pensato di scrivere alla Signora Craxi una lettera aperta alla quale purtroppo, temiamo non risponderà mai… Comunque la nostra lettera la pubblichiamo lo stesso:

 

Gent.ma Signora Craxi

Le scrivo in merito al suo articolo “Quell’«amicizia» tra Prodi e l’Urss” pubblicato su Il Giornale del 13-12-2006 a pagina 11.  

Alla base della sua tesi, sembra esserci un’intervista rilasciata da Prodi a Massimo Gaggi sul Corriere della Sera il 20 agosto 2001, pochi giorni cioè dopo il golpe.

lo quell’articolo di 15 anni fa lo conosco molto bene perché ho già avuto modo di disquisirne con il Senatore Guzzanti diversi mesi fa, quando anch’egli lo utilizzò per “dimostrare” che Romano Prodi era un uomo legato ad una “certa” Unione Sovietica ed aveva quindi plaudito al golpe del ’91.

Ora una lettura attenta e integrale dell’articolo (che mi andai a ritrovare in emeroteca), mi sembra che non attesti alcunché di ciò che Lei afferma.

Sembra quasi che Lei, così come Guzzanti allora, non lo abbia proprio letto quell’articolo o lo abbia letto con particolari lenti deformanti, se mi posso permettere.

Sapientemente infatti sono riportate alcune frasi estrapolate dal loro contesto fino a farle apparire l’opposto di quello che significavano.

Facciamo alcuni esempi.

Lei riporta la seguente frase di Prodi: «Conosco bene Pavlov (...) direi che per certi versi quello che ha fatto in queste ore è una scelta coerente. Mi aspetto entro pochi giorni passi decisivi per quanto riguarda la gestione dell'economia».

Quello che invece Lei ha dimenticato di riportare, lasciando degli eloquenti puntini di sospensione è: “E’ un tecnocrate [si riferisce a Pavlov] da anni in dissidio con Gorbaciov. Un dissidio non mascherato”. Sempre Prodi concludeva quel pensiero: “Bisognerà vedere come riusciranno a conciliare una impostazione interna che non sarà certo progressista con la probabile conferma della linea di apertura fin qui seguita a livello internazionale”.

Altro esempio.

Lei per far credere che Prodi fosse nemico dell’illuminato Gorbaciov riporta queste parole dell’intervista: «Non mi pare il caso di aspettarsi una sollevazione popolare a favore di Gorbaciov (...) e secondo i nostri analisti nemmeno Boris Eltsin, che è assai più popolare, dispone di una rete capace di promuovere una sollevazione».

Dimentica sempre all’interno di abili parentesi e puntini di sospensione il resto delle frasi pronunciate dal professore… Gliele ricordo io: “E’ il più grande personaggio comparso sulla scena mondiale negli ultimi dieci anni [si riferisce a Gorbaciov], uno straordinario innovatore, ma all’interno la situazione economica si era troppo deteriorata mentre il quadro politico era estremamente frammentato. Il popolo non è con lui. A noi occidentali spesso in missione a Mosca la gente diceva: -lo stimate solo voi-“.

Come vede a me sembra che la sostanza dell’intervista sia tutt’altra da quella che Lei voleva far apparire.

Lei parla anche e ovviamente di Nomisma e degli incarichi che questa società aveva nell’URSS all’epoca.

Le do un consiglio. Se Lei recupera l’intera copia del Corriere del 20 agosto 1991 (è più facile in una buona emeroteca piuttosto che nella Fondazione), troverà nella stessa pagina dell’intervista e in quelle successive altre cose molto interessanti.

Ad esempio una scheda ed un elenco di tutte le aziende italiane e gruppi (oltre una ventina) impegnati in attività in Unione Sovietica durante quel periodo. Erano tante e probabilmente non tutte colluse con il KGB, non crede?…

Troverà anche alcune dichiarazioni di Cossiga (allora Presidente della Repubblica) e di Andreotti (allora Primo Ministro) particolarmente e apertamente “caute” coi golpisti, ben più “strane” delle innocue parole dell’economista Prodi. Sostanzialmente essi sostenevano che comunque (“obtorto collo?”) nei mesi successivi si sarebbe dovuto fare i conti con la nuova dirigenza e che quindi bisognava valutare bene la situazione… Realpolitic? Diplomazia? O erano forse anche Cossiga e Andreotti uomini di Mosca?

Se avrà la cortesia di rispondermi, magari pubblicamente, Le sarei veramente grato.

Cordialmente

Gabriele Paradisi

postato da: GabrielParadisi alle ore 15/12/2006 09:20 | Permalink | commenti (2)
categoria:prodi romano, mitrokhin, guzzanti paolo, caso moro, moro aldo
giovedì, 14 dicembre 2006

Favolette per Spiriti allegri

Non riusciamo, ahimè, malgrado i ripetuti tentativi di coinvolgere amici e blogger affinchè scrivano in tutta fretta qualche altra storia sui mitici anni ’70, a schiodarci dal Caso Scaramella.

Seguiamo infatti sempre con grande attenzione il blog del Senatore Guzzanti e talvolta ci è davvero difficile resistere alla tentazione di incrociare, di bel nuovo, le spade con lui.

Abbiamo già riportato nei commenti all’articolo precedente, i primi due capitoli (1) (2) di una “fiaba” che egli va scrivendo. La “favoletta”, molto simpatica e ben scritta, narra le vicende di “un piccolo uomo, piuttosto insignificante che faceva la sua brava carriera universitaria di terza fila” (tal Romano Prodi). Un giorno dei misteriosi inviati da un Regno del Male (o della Speranza), ovvero da quella che fu l’Unione Sovietica, avvicinarono il “nostro uomo” e contando sulla sua smisurata ambizione, lo indussero a stipulare un diabolico patto, garantendo a lui una carriera altrimenti impossibile e a loro un non meglio precisato futuro favore, impegnati com’erano nell’eterna lotta con la Terra delle Opportunità e delle Libertà (ovvero gli Stati Uniti d’America). Una pratica, questa del favore potenziale, di chiaro stampo e matrice mafiosa, che come un debito contratto che so con l’FMI o con la Banca Mondiale, vincola e lega per sempre lo sciagurato al suo padrone.

Questo lo scenario fantastico e originale che ci propone l’autore.

Ma il bravo Guzzanti si supera quando svela quale fu il famoso favore che l’URSS, il KGB, il GRU, chiesero al ligio professorucolo di Bologna. Non ci crederete, ma è proprio quello. Sempre quello. Il favore infatti consisteva nell’inscenare una seduta spiritica insieme ad altri 12 colleghi/consorti, più cinque ignari pargoli, durante la quale, rievocando l’anima di Don Sturzo e di La Pira, sarebbe stato comunicato il nome di “Gradoli”. Era in atto in quel tempo (aprile 1978), il sequestro di Aldo Moro. In Via Gradoli c’era un covo brigatista, ma la notizia di quel nome suggerito dagli spiriti sarebbe stata argutamente fornita da Prodi agli inquirenti e ai media in modo da indirizzare le indagini non in Via Gradoli a Roma, bensì a Gradoli paese, suggerendo così, astutamente, ai criminali abitanti di Via Gradoli, ch’era giunta l’ora di tagliare le tende…

Abbiamo già mille volte cercato di confutare questo argomento che a noi onestamente pare esilissimo oltrechè logicamente contorto. Il senatore ha però continuato a riportarlo pari pari, per filo e per segno. Non ci resta pertanto che provare a smontarlo attraverso una minuziosa opera filologico-esegetica della citata (e riportata per esteso), gustosa “favoletta”…

Abbiamo quindi scritto a Guzzanti:

 

 

Caro Paolo

La tua storia è veramente avvincente. Inverosimile, come tutte le favole del resto, ma avvincente.

Sul tuo talento d’altronde nessuno, nemmeno i tuoi più acerrimi nemici, nutre il ben che minimo dubbio. Mi permetto però di correggerti in un punto almeno, e nemmeno troppo secondario, perchè una storia, per quanto inventata, converrai che deve risultare ineccepibile dal punto di vista del "plot".

 

Narrano infatti le “croniche” di quel tempo andato, che quando il messo giunse, ammesso che giunse (nota per favore la gustosa allitterazione che mi si è presentata inducendomi persino a forzare la sintassi…), non si rivolse, il messo dicevamo, all'omino privo di qualsivoglia qualità che tu indichi al facil ludibrio del volgo, bensì avrebbe dovuto rivolgersi ad altro convenuto in quel di Zappolino nel piovoso meriggio di quel tristo aprile 1978 e.v.

Infatti, racconta un’autorevole cronista Pellegrino (17 GIUGNO 1998), fu proprio il signorotto di quella villa, tal Albertus Clò, e non il nostro insignificante omino, ad indire quel simpatico trastullo in cui dame et nobil’homini rievocavan leggiadri spirti  et  alme defunte.

Altri poi non mancarono di sottolineare che fù ancora lui, l’Albertus, il più eccitato ed attivo inquisitor degli spiriti…

Fu dunque egli, Albertus, ti chiedo, ad appartarsi in bagno con la delittuosa pergamena giunta dal Regno del Male? Ma se così fu, cosa c’entra allora l’omino nostro?

O forse fu l’omino che, uscito tutto trafelato dal bagno dopo aver letto ed imparato a memoria l’intricato enigma, convinse il signor di quella villa a diriger quel giuoco periglioso che tu ci narri?

Se così fosse, perché così pare, ne avrebbe certo risentito la trama, che invece fila spedita all’obiettivo che ti sei dato per allietar le folle dei tuoi fedeli seguaci.

Ah, come vorrei che tu, Oh Paolo, mi rispondessi.

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