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I giorni felici
(‘70 storie: la seconda)
Memoria di Stefano Havana*
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Che magari non erano per forza giorni felici. C'era la giovinezza, c'erano le ragazze che non ci cagavano, c'era la pasta bollente, c'erano i genitori, sempre alle calcagna e con le mani sui fianchi. C'era il pallone che finiva dentro ai balconi degli altri e ci vergognavamo di citofonare, c'erano un sacco di parolacce che non potevamo ancora dire. Tornavamo da scuola, mangiavamo di fretta agitando le ginocchia sotto la tavola e correvamo in salone a guardare Happy
Days**. In Italia già era sbarcata da qualche anno, quella serie Tv che avrebbe cambiato le mode: si dice che l'America se la fosse inventata negli anni '
te nuove, quelle per cui ci si affollava davanti alla televisione, diventate repliche. Siamo stati Fonzie, ci siamo divertiti, abbiamo fatto il gesto dei pollici e la prima volta che abbiamo messa una giacca di pelle s'è pensato a lui: però, dai, a un certo punto è diventato chiaro che era soltanto il personaggio di un telefilm.
C'era anche il partito di quelli che preferivano Richie, ovviamente: Richie era rossiccio di capelli e va bene che era impacciato e si aggrovigliava sempre le dita davanti alle ragazze, ma lui un amico come Fonzie ce l'aveva. Noi cosa avevamo? Quello andava in giro con uno che come niente tirava fuori cose tipo: «Lei è un mortale, io sono un Fonzarelli»; perciò anche Richie, a suo modo, era un Grande Eroe. E che diavolo: se uno come Fonzie l'aveva scelto come amico, caspita, chissà che grandi doti aveva pure lui. «Ehi, cosa c'è? Hai tutte le gomme a terra», Fonzie diceva per incoraggiare qualcuno che sembrava un po' abbacchiato. Oppure alle donne: «Se vuoi trovare qualcosa di splendido guarda dalle parti delle mie labbra». Erano f
rasi da far rotolare i bicchieri per terra, era l'apoteosi della rivincita per noi un poco sfigatelli, prede di paure e ataviche assenze di peli che sembravano perenni. Ci guardavamo gli avambracci cercando quelle vene robuste come funi e non trovandocele mai: allo specchio era tutto uno scrutare e un ricercare, ma per quante ore si passassero con un rasoio finto in mano, degli uomini che saremmo diventati non se ne vedeva ancora traccia. C'era Arnold, c'era American Graffiti, c'era Peggy Sue, c'erano i Beatles, però alla fine si parlava sempre di Fonzie e di Happy Days: sarà che in quei bar ci saremmo finiti tutti prima o poi e forse questo, in qualche modo, lo percepivamo nelle dita. Tutti saremmo diventati dei vecchi ubriaconi, cazzari innamorati della cameriera o dell'amica di qualcuno a cui non saremmo mai arrivati; perciò ci piaceva tanto guardare Happy Days. E' di noi che si parlava, delle nostre vite future, dei nostri brindisi a nuovi lavori, grandi amori e coraggiosi traslochi. Eravamo sprovveduti e pieni di speranza, anche se il migliore di noi avrebbe dovuto aspettare altri venti o trent'anni perché qualcosa si muovesse davvero. Guardavamo Happy Days in saloni inondati di luce con tutti i compiti ancora da fare; guardava
mo Lory e Jenny nei loro vestitini rosa e ammiravamo i loro modi pacati, la totale assenza di ammiccamenti sessuali. Osservavamo seduti sui pavimenti il loro modo di incrociare le braccia e mettere il broncio e pensavamo che così avrebbero fatto tutte le donne della nostra esistenza. E poi - diciamoci la verità - eravamo niente che doveva ancora essere qualcosa. Era troppo presto per tutto. Fonzie diceva: «Tre sono le persone di esistenza sicura nel mondo e sono Fonzie, il Papa e il mitico Elvis» e noi spegnevamo il televisore certi che le cose andassero proprio così lì fuori. Ma la vita si doveva ancora infrangere contro le sue scogliere di delusioni e perfino l'America - per quanto ne sapevamo noi - doveva ancora essere scoperta.
Adesso Happy Days s'è spento. Ci sono tutte le sedie rivoltate sui tavoli: siamo passati per le prime sbronze e certi mal di stomaco. Siamo passati per le giacche di pelle e gli anfibi più grandi di una misura. Siamo passati per i primi litigi e abbiamo scoperto che al mondo non è rimasto nessuno che incroci le braccia. Abbiamo perduto perfino McGyver, Arnold è cresciuto, l'A-Team ha smesso di sparacchiare dal retro del suo furgone nero, Peggy Sue è morta, John Travolta ha messo i capelli bianchi, le Harley Davidson ci disturbano il sonno nelle notti d'estate. Era solo Fonzie, ma eravamo noi. Era un ragazzo con un ciuffo alla Elvis e dei denti bianchissimi che si muoveva sicuro tra i juke box e le note di Buddy Holly e Roy Orbison. Era uno che guidava una decappottabile dalla cui autoradio gracchiava fuori il primo rock 'n roll di Billy Haley. Era un tale con una giacca di pelle che prendeva le donne per la vita e la vita per le spalle. Era un telefilm talmente pieno di speranza. Era soprattutto il fatto che non arrivavamo bene alla mensola più alta della cucina.
*stefano [havana] si occupa di giornalismo, ma è uno scrittore. È uno dei fondatori di Noantri, un blog molto seguito e ben fatto, che invito tutti a visitare e leggere, nel quale così viene descritto: “nel gruppo Noantri, non ha soprannomi. In redazione, dove lavora, lo chiamano in
parecchi modi: Sky, Sgambetto, ma quella che lui preferisce in assoluto è il Menestrello della minchiata, abbreviazione: Menestré. Passa il suo tempo a leggere e a scrivere. Scriverebbe sempre, senza smettere mai. Affetto da megalomania acuta, ha la reale presunzione di essere il più grande talento letterario dopo Italo Calvino. Da grande vuole fare lo scrittore, nel frattempo fa il giornalista: il suo problema è che grande non ci diventerà mai. O, se lo farà, sarà nella terra di cui si è innamorato: quella amada, calda e contraddittoria Cuba”.
**Happy Days. Per sapere tutto, ma proprio tutto su questa mitica serie televisiva arrivata in Italia nel 1977, consigliamo di visitare il sito (http://digilander.libero.it/happydays/home.htm) che trovo uno dei più esaustivi in assoluto. Quando si vuol costruire un luogo completo di memorie su un determinato argomento, credo che questo sia il format giusto… Così sulla storia e sui personaggi di Happy Days non aggiungo nulla perché non ce né bisogno, ma vorrei dire qualcosa di personale su quei giorni.
È curioso che un telefilm progettato (negli anni ’70) per far rivivere ad una generazione (quella americana degli anni ’50) il piacere ed il gusto del ricordo, sia diventato di fatto un mitico strumento per celebrare la “Nostalgia” in senso lato. Io nel 1977 frequentavo gli ultimi anni del liceo. Ero quindi nell’età della consapevolezza. Anni che ricordo con estrema passione tanto da dedicarci ora, una lunga e spero infinita rubrica in questo blog, ma Stefano, allora, “non arrivava nemmeno alla mensola della cucina”… Eppure quelle storielle lievi, quei pomeriggi pacati trascorsi da ragazzi simili a noi in tinelli di famiglie tranquille o in bar rilassanti, hanno segnato allo stesso modo adolescenti (noi) e bambini (loro). E non erano certo o solo quelle timide, appena accennate ed incompiute storie d’amore dei ragazzi di Milwaukee, a muoverci emozioni, almeno a noi più grandicelli. È vero, nelle nostre “compagnie” tra vialetti e cortili, anche noi filavamo la ragazzina più carina senza fortuna, con la stessa goffaggine di Richie o di Raph o peggio ancora di Potsie. Ma non erano quei primi innocenti turbamenti a renderci indispensabile ogni puntata…
In quegli anni l’America per noi era “…il cuore, era il destino… sorrisi e denti bianchi su patinata… L'America era il mondo sognante e misterioso… L'America era provincia dolce, mondo di pace… Perduto paradiso, malinconia sottile…” come cantava Francesco Guccini, (Amerigo 1978). Quando arrivò “Guerre Stellari” ad esempio, fenomeno epocale oltre oceano, ricordo che s’organizzò una vera e propria spedizione tra amici (biciclette e motorini)… e si restò seduti incollati a guardare addirittura una seconda proiezione… solo finché, però, non fu ora di tornare di corsa a casa… per l’inizio di Happy Days…
Se non erano quei teneri primi giochi d’amore dei nostri coetanei americani a solleticare il nostro animo, allora cos’era che ci legava e ci lega ancora a quei brevi telefilm da 25 minuti? Io credo che fosse, e che sia, il nostro eterno bisogno di "Serenità". Anche se nel mondo sappiamo e magari cerchiamo inquietudine. Le nostre famiglie, anche nei casi migliori, non erano come i Cunningham, ce l’ha già detto Stefano, ed il mondo fuori non sarebbe mai stato quello che ci rappresentavano con quelle storielle. Lo sapevamo già da noi, forse. Ma credo che ci piacesse pensare diversamente. Ci piacesse credere e sentire che la Latteria all’angolo, quella dove andavamo a far spesa per la mamma, dove sorseggiavamo già i nostri primi “amari” caffè e ci davamo appuntamento con gli altri a chiacchierare del futuro, somigliassero ad Arnold’s. Credo ci piacesse credere e sentire che il “Campus” del nostro Liceo, la collinetta ed il prato dove provavamo anche noi a giocare a baseball (dopo aver opportunamente trovato e letto in biblioteca un manuale per capirne le regole), fossero uguali a quelli laggiù, nel Wisconsin. Così come le nostre odorose palestre la sera, dopo la partita di Volley, appena prima di tornare sorridenti nelle cucine imbandite delle nostre madri. Sarà l’età, che trasfigura i ricordi, eliminando le tristezze. Sarà la mia indole malinconica, ma io sento quei giorni lontani proprio in questo modo. Mi sembra che per me sia andata proprio così.
Sia ben chiaro, colgo per intero (quasi vergognandomene un po’) l’ingenuità di allora e se vogliamo anche quella odierna. Comprendo anche l’intento strumentale del “Sistema” che da mondo e mondo propina messaggi di irreale calma per distogliere volutamente le persone pensanti dai problemi reali, ma soprattutto per allontanarli dall’impegno concreto, dalla partecipazione. Ma almeno, allora, mi dico, il messaggio toccava anche le nostre corde intime e forse più sane. Oggi, i reality show che guardano i nostri figli adolescenti e bambini, hanno la stessa funzione diversiva, ma manca completamente il messaggio di “serenità”. In essi ci trovo solo volgarità, competizione, tendenza a modelli di vita anch’essi irreali e sicuramente vuoti (non potranno i nostri figli diventare tutti calciatori di successo o veline). Ecco, forse la differenza sta proprio qui. Io credo che il traguardo più ambito di ogni uomo sia il raggiungimento della felicità. Della serenità. Non cambierei la pace interiore (che è anche pace con l’universo intero), con tutto l’oro del mondo. Non guasterebbe, credo, ricordarlo ogni tanto ai giovani. E forse Happy Days ci ha fatto vedere come nella semplicità sia possibile, forse, essere anche felici, sereni, in pace. Starò diventando vecchio e bavoso. Sicuramente. Ma ora mi siedo su questa panchina del parco e sentenzio: <<quelli che fanno vedere oggi ai nostri figli non sembrano proprio “Giorni Felici” >>.
Cieli Limpidi
categoria:70 storie








heologia”.


I brani che seguono sono tratti dall’articolo originale del LATimes.
Molto più sbrigativamente e senza “canne fumanti” o “scene del crimine” archeologiche l’ignoto autore del Carlino “dimostra” che anche la fine della civiltà Azteca non fu colpa di Cortes & C. “anzi buona parte della civiltà Azteca in vita all’arrivo degli spagnoli, non venne distrutta”, dice Alejandro Encinas, “discutibile” sindaco di Città del Messico. Lo evidenzierebbero i templi utilizzati in periodi anche successivi all’invasione degli europei, tra cui una piramide Tolteca “curiosamente sfruttata dai messicani come luogo sacro per la celebrazione della Passione di Cristo durante la Settimana Santa…”. E qui il circolo virtuoso che vede coinvolto Mel Gibson si chiude mirabilmente.