mercoledì, 25 ottobre 2006

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I giorni felici

(‘70 storie: la seconda)

Memoria di Stefano Havana*

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Che magari non erano per forza giorni felici. C'era la giovinezza, c'erano le ragazze che non ci cagavano, c'era la pasta bollente, c'erano i genitori, sempre alle calcagna e con le mani sui fianchi. C'era il pallone che finiva dentro ai balconi degli altri e ci vergognavamo di citofonare, c'erano un sacco di parolacce che non potevamo ancora dire. Tornavamo da scuola, mangiavamo di fretta agitando le ginocchia sotto la tavola e correvamo in salone a guardare Happy Days**. In Italia già era sbarcata da qualche anno, quella serie Tv che avrebbe cambiato le mode: si dice che l'America se la fosse inventata negli anni '70, in piena guerra del Vietnam, per distrarre i concittadini e riportarli indietro di una ventina d'anni quando tutto era rose, fiori e pistole giocattolo. Perciò se la sono inventata, dicono: così la gente mangiava serena e ritrovava il sorriso con Fonzie e la famiglia Cunningham. In fondo anche quella era propaganda, un ago ipodermico che piegava i cervelli, ma almeno era divertente. C'era tutta una storia di quotidiana angoscia dietro le avventure spensierate di quei ragazzi che guidavano macchine cromate. Ce lo ricordiamo, Happy Days, qualche volta lo trasmettono ancora e, dai, chi non si ferma a quel punto davanti alla televisione a guardare? Pure se è una puntata vista e rivista: semmai l'ultima volta andavamo al liceo e ci piacevano Giulia, Sara, Melissa. Oppure c'erano i Mondiali o qualche Grande Guerra: ci mettiamo lì e ripensiamo che a quei tempi non ce n'era uno della nostra età che non desiderasse avere un padre come Howard Cunnigham, tutto ciccia e sorrisi, battute e occhi gentili. Avremmo impiegato almeno altri dieci anni per capire che non solo nostro padre non sarebbe mai stato così, ma tantomeno noi stessi saremmo diventati uomini del genere: la realtà di Happy Days nascondeva una moralità severa: presto ci si sarebbe ritrovati cresciuti e con le puntate nuove, quelle per cui ci si affollava davanti alla televisione, diventate repliche. Siamo stati Fonzie, ci siamo divertiti, abbiamo fatto il gesto dei pollici e la prima volta che abbiamo messa una giacca di pelle s'è pensato a lui: però, dai, a un certo punto è diventato chiaro che era soltanto il personaggio di un telefilm.

C'era anche il partito di quelli che preferivano Richie, ovviamente: Richie era rossiccio di capelli e va bene che era impacciato e si aggrovigliava sempre le dita davanti alle ragazze, ma lui un amico come Fonzie ce l'aveva. Noi cosa avevamo? Quello andava in giro con uno che come niente tirava fuori cose tipo: «Lei è un mortale, io sono un Fonzarelli»; perciò anche Richie, a suo modo, era un Grande Eroe. E che diavolo: se uno come Fonzie l'aveva scelto come amico, caspita, chissà che grandi doti aveva pure lui. «Ehi, cosa c'è? Hai tutte le gomme a terra», Fonzie diceva per incoraggiare qualcuno che sembrava un po' abbacchiato. Oppure alle donne: «Se vuoi trovare qualcosa di splendido guarda dalle parti delle mie labbra». Erano frasi da far rotolare i bicchieri per terra, era l'apoteosi della rivincita per noi un poco sfigatelli, prede di paure e ataviche assenze di peli che sembravano perenni. Ci guardavamo gli avambracci cercando quelle vene robuste come funi e non trovandocele mai: allo specchio era tutto uno scrutare e un ricercare, ma per quante ore si passassero con un rasoio finto in mano, degli uomini che saremmo diventati non se ne vedeva ancora traccia. C'era Arnold, c'era American Graffiti, c'era Peggy Sue, c'erano i Beatles, però alla fine si parlava sempre di Fonzie e di Happy Days: sarà che in quei bar ci saremmo finiti tutti prima o poi e forse questo, in qualche modo, lo percepivamo nelle dita. Tutti saremmo diventati dei vecchi ubriaconi, cazzari innamorati della cameriera o dell'amica di qualcuno a cui non saremmo mai arrivati; perciò ci piaceva tanto guardare Happy Days. E' di noi che si parlava, delle nostre vite future, dei nostri brindisi a nuovi lavori, grandi amori e coraggiosi traslochi. Eravamo sprovveduti e pieni di speranza, anche se il migliore di noi avrebbe dovuto aspettare altri venti o trent'anni perché qualcosa si muovesse davvero. Guardavamo Happy Days in saloni inondati di luce con tutti i compiti ancora da fare; guardavamo Lory e Jenny nei loro vestitini rosa e ammiravamo i loro modi pacati, la totale assenza di ammiccamenti sessuali. Osservavamo seduti sui pavimenti il loro modo di incrociare le braccia e mettere il broncio e pensavamo che così avrebbero fatto tutte le donne della nostra esistenza. E poi - diciamoci la verità - eravamo niente che doveva ancora essere qualcosa. Era troppo presto per tutto. Fonzie diceva: «Tre sono le persone di esistenza sicura nel mondo e sono Fonzie, il Papa e il mitico Elvis» e noi spegnevamo il televisore certi che le cose andassero proprio così lì fuori. Ma la vita si doveva ancora infrangere contro le sue scogliere di delusioni e perfino l'America - per quanto ne sapevamo noi - doveva ancora essere scoperta.

Adesso Happy Days s'è spento. Ci sono tutte le sedie rivoltate sui tavoli:  siamo passati per le prime sbronze e certi mal di stomaco. Siamo passati per le giacche di pelle e gli anfibi più grandi di una misura. Siamo passati per i primi litigi e abbiamo scoperto che al mondo non è rimasto nessuno che incroci le braccia. Abbiamo perduto perfino McGyver, Arnold è cresciuto, l'A-Team ha smesso di sparacchiare dal retro del suo furgone nero, Peggy Sue è morta, John Travolta ha messo i capelli bianchi, le Harley Davidson ci disturbano il sonno nelle notti d'estate. Era solo Fonzie, ma eravamo noi. Era un ragazzo con un ciuffo alla Elvis e dei denti bianchissimi che si muoveva sicuro tra i juke box e le note di Buddy Holly e Roy Orbison. Era uno che guidava una decappottabile dalla cui autoradio gracchiava fuori il primo rock 'n roll di Billy Haley. Era un tale con una giacca di pelle che prendeva le donne per la vita e la vita per le spalle. Era un telefilm talmente pieno di speranza. Era soprattutto il fatto che non arrivavamo bene alla mensola più alta della cucina.


 

*stefano [havana]  si occupa di giornalismo, ma è uno scrittore. È uno dei fondatori di Noantri, un blog molto seguito e ben fatto, che invito tutti a visitare e leggere, nel quale così viene descritto: “nel gruppo Noantri, non ha soprannomi. In redazione, dove lavora, lo chiamano in parecchi modi: Sky, Sgambetto, ma quella che lui preferisce in assoluto è il Menestrello della minchiata, abbreviazione: Menestré. Passa il suo tempo a leggere e a scrivere. Scriverebbe sempre, senza smettere mai. Affetto da megalomania acuta, ha la reale presunzione di essere il più grande talento letterario dopo Italo Calvino. Da grande vuole fare lo scrittore, nel frattempo fa il giornalista: il suo problema è che grande non ci diventerà mai. O, se lo farà, sarà nella terra di cui si è innamorato: quella amada, calda e contraddittoria Cuba”.

 

 

**Happy Days.  Per sapere tutto, ma proprio tutto su questa mitica serie televisiva arrivata in Italia nel 1977, consigliamo di visitare il sito (http://digilander.libero.it/happydays/home.htm) che trovo uno dei più esaustivi in assoluto. Quando si vuol costruire un luogo completo di memorie su un determinato argomento, credo che questo sia il format giusto… Così sulla storia e sui personaggi di Happy Days non aggiungo nulla perché non ce né bisogno, ma vorrei dire qualcosa di personale su quei giorni.

È curioso che un telefilm progettato (negli anni ’70) per far rivivere ad una generazione (quella americana degli anni ’50) il piacere ed il gusto del ricordo, sia diventato di fatto un mitico strumento per celebrare la “Nostalgia” in senso lato. Io nel 1977 frequentavo gli ultimi anni del liceo. Ero quindi nell’età della consapevolezza. Anni che ricordo con estrema passione tanto da dedicarci ora, una lunga e spero infinita rubrica in questo blog, ma Stefano, allora, “non arrivava nemmeno alla mensola della cucina”… Eppure quelle storielle lievi, quei pomeriggi pacati trascorsi da ragazzi simili a noi in tinelli di famiglie tranquille o in bar rilassanti, hanno segnato allo stesso modo adolescenti (noi) e bambini (loro). E non erano certo o solo quelle timide, appena accennate ed incompiute storie d’amore dei ragazzi di Milwaukee, a muoverci emozioni, almeno a noi più grandicelli. È vero, nelle nostre “compagnie” tra vialetti e cortili, anche noi filavamo la ragazzina più carina senza fortuna, con la stessa goffaggine di Richie o di Raph o peggio ancora di Potsie. Ma non erano quei primi innocenti turbamenti a renderci indispensabile ogni puntata…

In quegli anni l’America per noi era “…il cuore, era il destino… sorrisi e denti bianchi su patinata… L'America era il mondo sognante e misterioso… L'America era provincia dolce, mondo di pace… Perduto paradiso, malinconia sottile…” come cantava Francesco Guccini, (Amerigo 1978). Quando arrivò “Guerre Stellari” ad esempio, fenomeno epocale oltre oceano, ricordo che s’organizzò una vera e propria spedizione tra amici (biciclette e motorini)… e si restò seduti incollati a guardare addirittura una seconda proiezione… solo finché, però, non fu ora di tornare di corsa a casa… per l’inizio di Happy Days…

Se non erano quei teneri primi giochi d’amore dei nostri coetanei americani a solleticare il nostro animo, allora cos’era che ci legava e ci lega ancora a quei brevi telefilm da 25 minuti? Io credo che fosse, e che sia, il nostro eterno bisogno di "Serenità". Anche se nel mondo sappiamo e magari cerchiamo inquietudine. Le nostre famiglie, anche nei casi migliori, non erano come i Cunningham, ce l’ha già detto Stefano, ed il mondo fuori non sarebbe mai stato quello che ci rappresentavano con quelle storielle. Lo sapevamo già da noi, forse. Ma credo che ci piacesse pensare diversamente. Ci piacesse credere e sentire che la Latteria all’angolo, quella dove andavamo a far spesa per la mamma, dove sorseggiavamo già i nostri primi “amari” caffè e ci davamo appuntamento con gli altri a chiacchierare del futuro, somigliassero ad Arnold’s. Credo ci piacesse credere e sentire che il “Campus” del nostro Liceo, la collinetta ed il prato dove provavamo anche noi a giocare a baseball (dopo aver opportunamente trovato e letto in biblioteca un manuale per capirne le regole), fossero uguali a quelli laggiù, nel Wisconsin. Così come le nostre odorose palestre la sera, dopo la partita di Volley, appena prima di tornare sorridenti nelle cucine imbandite delle nostre madri. Sarà l’età, che trasfigura i ricordi, eliminando le tristezze. Sarà la mia indole malinconica, ma io sento quei giorni lontani proprio in questo modo. Mi sembra che per me sia andata proprio così.

Sia ben chiaro, colgo per intero (quasi vergognandomene un po’) l’ingenuità di allora e se vogliamo anche quella odierna. Comprendo anche l’intento strumentale del “Sistema” che da mondo e mondo propina messaggi di irreale calma per distogliere volutamente le persone pensanti dai problemi reali, ma soprattutto per allontanarli dall’impegno concreto, dalla partecipazione. Ma almeno, allora, mi dico, il messaggio toccava anche le nostre corde intime e forse più sane. Oggi, i reality show che guardano i nostri figli adolescenti e bambini, hanno la stessa funzione diversiva, ma manca completamente il messaggio di “serenità”. In essi ci trovo solo volgarità, competizione, tendenza a modelli di vita anch’essi irreali e sicuramente vuoti (non potranno i nostri figli diventare tutti calciatori di successo o veline). Ecco, forse la differenza sta proprio qui. Io credo che il traguardo più ambito di ogni uomo sia il raggiungimento della felicità. Della serenità. Non cambierei la pace interiore (che è anche pace con l’universo intero), con tutto l’oro del mondo. Non guasterebbe, credo, ricordarlo ogni tanto ai giovani. E forse Happy Days ci ha fatto vedere come nella semplicità sia possibile, forse, essere anche felici, sereni, in pace. Starò diventando vecchio e bavoso. Sicuramente. Ma ora mi siedo su questa panchina del parco e sentenzio: <<quelli che fanno vedere oggi ai nostri figli non sembrano proprio “Giorni Felici” >>.

Cieli Limpidi

postato da: GabrielParadisi alle ore 25/10/2006 11:31 | Permalink | commenti (4)
categoria:70 storie
lunedì, 23 ottobre 2006

Revisión y Negación

Il 6 ottobre scorso sul Quotidiano Nazionale – Il Resto del Carlino, nella pagina culturale “Il Caffè”, è uscito un articolo, non firmato (forse per un estremo sussulto di vergogna fuori tempo massimo) intitolato “Salvate il soldato Cortes”. L’occhiello recitava: “Le civiltà Maya e Azteca non furono distrutte dai conquistadores. La storia riscritta dall’archeologia”.

Il pezzo riportava infatti le “grosse novità” che sembrano emergere dagli scavi archeologici in Messico e Guatemala, e cioè “evidenze che confermano una volta per tutte quello che già si ipotizzava: i conquistadores cattolici (notate l’aggettivo, ndr) non furono la causa della fine della civiltà Maya e determinarono solo in minima parte (questo è notevole, ndr) la scomparsa di quella Azteca”. Il ruolo dei conquistadores viene quindi ridotto dall’autore dell’articolo, semmai a quello di “acceleratori del tempo”, come la Bomba di Gregory Corso, ma il processo di dissoluzione di quelle civiltà era, a detta dell’ignoto autore, in atto ed ineluttabile.

L’articolo, e questa potrebbe essere una motivazione, discutibile, ma pur sempre una motivazione, sembra voler giustificare “preventivamente” l’opera di prossima uscita “Apocalypto” dell’inarrivabile Mel Gibson. Infatti il “grande” attore-regista americano, tra una sbornia e un insulto antisemita, in piena deriva visionaria e delirante, ha pensato bene di riabilitare quelle deliziose personcine che tra il 1503 e il 1600, compirono lo sterminio e la spoliazione di un intero continente.

La prevenzione è ormai una caratteristica dilagante del pensiero neo-teo-con. Dopo la “guerra preventiva”, ora c’è la anche “recensione preventiva”.

Ma cos’è dunque la sconvolgente scoperta archeologica che ha finalmente fatto luce, sbiancandola, sulla “leggenda nera” dei “conquistadores”?

“Nello sterro delle rovine della città guatemalteca di Cancuen, gli studiosi si sono imbattuti nei resti di quello che ritengono uno degli eventi cruciali nel crollo della civiltà Maya: la disperata difesa di un centro di commerci una volta fiorente e l’esecuzione di almeno 45 membri della corte reale”.

Quando avvenne questo scempio? Attorno all’800 d.C. (!?), ovvero 700 anni prima dell’arrivo degli spagnoli (!?).

Il Prof. Arthur D. Demarest della Vaderbilt University (USA), l’archeologo che nell’estate 2005 ha scoperto il sito, sostiene che la civiltà Maya raggiunse il culmine dal 300 al 900 d.C., ma che “da quella data iniziarono a declinare e scomparvero ben prima dell’arrivo degli europei, che quindi vanno in qualche modo assolti dalla responsabilità di distruzione a cui li ha fino ad ora inchiodati la storia”.

In sostanza la tesi di Demarest (pubblicata dal Los Angeles Times nel novembre 2005… ma arrivata solo ora al Carlino !?), è quella di lotte endemiche, di guerre portate da non meglio precisati invasori.

I brani che seguono sono tratti dall’articolo originale del LATimes.

In una cisterna nell’area del Palazzo (“a tre piani da 170 stanze, diffuso su un’area della dimensione di sei campi di calcio”), sono state appunto trovate “ossa, ossa, ossa e ancora ossa…”. “I corpi erano quelli di uomini, donne e ragazzi, incluse due donne incinte.

Scavi successivi hanno rivelato i corpi di Kan Maax e della sua regina, in una fossa vicina e poco profonda, e dozzine di altri nobili in un seppellimento a nord del palazzo. Le loro identità sono state stabilite da gioielleria, copricapo e altri reperti”. “Alcuni dei nobili potrebbero essere stati feriti o uccisi nella difesa della città, ma la maggior parte di loro è stata  giustiziata mediante un colpo di lancia in gola, “un modo piuttosto rapido per uccidere qualcuno”.

“Dopo la morte, i corpi furono ritualmente smembrati e gettati nella cisterna o in fosse comuni, ancora con i loro abiti, copricapo cerimoniali, gioielleria”.

“Si tratta di oggetti incredibilmente preziosi come collane di giada, di zanne di giaguaro, e di conchiglie della Costa Pacifica”. “Gli invasori occuparono la città e distrussero le insegne dei monumenti e delle statue, una sorta di nuova “uccisione” rituale”.

“Non sterminarono solo una dinastia… vollero sterminare l’intera cultura”.

Dunque la città di Cancuen, e le altre dei bassipiani occidentali guatemaltechi, vennero abbandonate nel giro di 30 anni, “la popolazione si spostò ad est e a nord, dove in assenza di risorse, lentamente, si estinse”.

Molto più sbrigativamente e senza “canne fumanti” o “scene del crimine” archeologiche l’ignoto autore del Carlino “dimostra” che anche la fine della civiltà Azteca non fu colpa di Cortes & C. “anzi buona parte della civiltà Azteca in vita all’arrivo degli spagnoli, non venne distrutta”, dice Alejandro Encinas, “discutibile” sindaco di Città del Messico. Lo evidenzierebbero i templi utilizzati in periodi anche successivi all’invasione degli europei, tra cui una piramide Tolteca “curiosamente sfruttata dai messicani come luogo sacro per la celebrazione della Passione di Cristo durante la Settimana Santa…”. E qui il circolo virtuoso che vede coinvolto Mel Gibson si chiude mirabilmente.

Insomma gli spagnoli, conquistatori cristiani, non hanno sterminato nulla e nessuno. Essi  hanno semplicemente, e mirabilmente, svolto il loro alto compito e cioè quello di “inserire” nella storia, popoli ormai decaduti che ne sarebbero rimasti, ahimè, inopinatamente esclusi.

I 18 milioni di tonnellate di oro e i 184 milioni di tonnellate di argento portati in Europa, tanto per dire, sono solo un dettaglio insignificante.

Ora il fatto che siano trascorsi quasi cinquecento anni da quel genocidio, secondo noi non esclude, la gravità esorbitante di queste tesi. Che differenza c’è, mi chiedo, tra chi accampa tale teoria e un Faurisson o un Irving, che sostengono che sei milioni di ebrei siano morti dal freddo?

 

PS

Abbiamo inviato alcune domande al Prof. Demarest per chiedergli direttamente ed esattamente il suo punto di vista (spesso i giornalisti capiscono quello che vogliono o meglio, quello che gli interessa). Se ci risponderà sarò ben lieto di renderne conto sul blog.

Abbiamo anche inviato questo articolo a tutte le email note di QN, sperando di sapere almeno il nome dell’autore al quale, allo stesso modo, vorremmo porre qualche domandina.

postato da: GabrielParadisi alle ore 23/10/2006 12:04 | Permalink | commenti (4)
categoria:sud america, centramerica
sabato, 21 ottobre 2006

Blog Compleanno, Cieli Limpidi

Venerdì 21 ottobre 2005. Sabato 21 ottobre 2006.

Un anno trascorso. Il primo di Cieli Limpidi. Auguri! Felicità!!

104 articoli pubblicati (in media uno ogni 3 giorni e mezzo), 544 commenti, oltre 12.200 visitatori.

Quando si comincia qualcosa, qualunque cosa, non si pensa minimamente a quanto essa potrà durare. Tanto meno avviene per un diario, che teoricamente potrebbe accompagnarci per tutta la vita. Appena però si raggiunge un primo traguardo convenzionale (ad esempio un anno solare), ci si stupisce della forza e dell’energia primigenia che ha animato il tutto, che ha permesso di resistere, di lottare, di rilanciare. Di raggiungere questo primo traguardo.

 

Quando abbiamo iniziato Cieli Limpidi, un anno fa esatto, non c’era uno scopo ben preciso. Ma forse non è nemmeno del tutto vero. Era solo inespresso e sono bastati pochi post, pochi confronti e la vera natura di questo blog è emersa.

Quello che ciascuno di noi prova, sente di fronte agli avvenimenti, talvolta resta inespresso dentro di noi o al massimo trova sbocco nel confronto con chi ci circonda, amici, affetti, conoscenti.

Quante volte abbiamo avuto voglia di dirlo ai protagonisti diretti, a coloro che per quello che facevano, dicevano o scrivevano, avevano suscitato in noi quelle sensazioni positive o negative che fossero?

La Rete ha dato l’opportunità a tutti (o meglio, per ora a tanti, ma dovremo lottare perché sia per tutti), di cercare, documentarsi, esprimersi superando le barriere, spesso inibitorie, del corpo. La Rete ci permette di interrogare quei protagonisti che con coraggio e onestà si mettono a disposizione e in discussione. E dovranno farlo sempre di più, tutti.

Oggi, tra un pasticcino e l’altro, non posso non citare quindi uno di questi protagonisti. Controverso, esuberante, raffinatissimo e nel contempo spesso anche sgradevole, che nel bene e nel male ha caratterizzato questo primo anno del blog, coi suoi interventi e con la sua foga. Un mattatore a cui rendiamo l’onore delle armi: Paolo Guzzanti, Senatore della Repubblica, col quale siamo arrivati addirittura ad un passo dal tribunale… il blog è anche questo.

Ma altri personaggi hanno incrociato con noi le spade o meglio le menti.

Li elencherò, poi, uno ad uno, sperando di non dimenticare nessuno.

 

Un diario vero, sincero, tira fuori da ciascuno l’essenza. Il distillato della propria natura. E così, alla voglia di esprimere i pensieri magari in contraddittorio con persone note, si sommano, naturalmente, le esigenze primarie del nostro spirito.

Questo web-log, questa traccia del mio passaggio sulla Rete, questo diario-virtuale, è nato denunciando quelle che per me sono le storture di questo mondo, del sistema che governa questo mondo, e proseguirà sicuramente su questa linea tormentata. Contro tutto e contro tutti. Ignorando, perché comunque vere, le accuse che riceverò di cecità o di parzialità.

In questo percorso, come in ogni altro della mia vita, credo che attingerò necessariamente e inesorabilmente,  laddove stanno le mie vere e uniche radici, culturali e spirituali. Di carne e di anima.

In quei luoghi e tempi dove sta ancora intatta la mia voglia di vivere, lottare. Dove sta la mia energia positiva. Il mio stupore. Ingenuo, puerile. Fuori dal tempo forse, ma autentico.

E così, dopo un anno di lotte, di scontri, di elucubrazioni e di masturbazioni mentali, mi sono, quasi senza accorgermene, ritrovato esattamente là, nel mio “tempo migliore”. In Romagna… negli anni ’70.

Fonti, sorgenti del mio pensiero, della mia sensibilità.

Così, qualche giorno fa, è partita l’idea di raccogliere storie e testimonianze di altri su quel decennio favoloso o “formidabile” (come direbbero i latini), “70 storie”, insieme a quadretti e ad affreschi della mia amata terra d’origine… il cui articolo d’apertura in verità è stato posposto esclusivamente per motivi… redazionali…

La prossima settimana, penso, parlerò quindi anche della Grande Romagna.

La mia attenzione sul mondo, sull’Italia, sulla politica, non calerà, ma come sfondo tenero e strutturale ci saranno queste “radici-fondamenta” del mio essere: la Romagna e gli Anni ’70.

Di lì ripartiremo. Con un anno in più sulle spalle.

 

Blog compleanno, Cieli Limpidi!

 

Per l’occasione Henri Fantin-Latour ha voluto immortalare la sobria festicciuola in cui sono intervenuti, tra gli altri, alcuni amici che hanno collaborato attivamente in questi mesi a rendere vivo questo spazio. Grazie a tutti loro. Ma anche agli altri che non hanno potuto partecipare. Eccoli (rigorosamente in ordine alfabetico). Nella lista non compaiono gli amici blogger che hanno comunque avuto un ruolo rilevante, ma loro sono abitanti come me della blogosfera e quindi sono presenze abituali, continue… e già linkate.

Adinolfi

Mario

Giornalista

Baget Bozzo

Gianni

Forza Italia

Bartali

Roberto

Storico - Università di Siena

Bielli

Valter

Onorevole membro della Commissione Bicamerale Mitrokhin

Bolognesi

Paolo

Presidente Associazione Vittime Strage Stazione di Bologna 2 Agosto 1980

Bonfietti

Daria

Presidente Associazione Vittime Strage di Ustica

Buffa

Dimitri

Giornalista de L'Opinione

Casella

Francesca

Survival International Italia

Cavallotti

Marco

Il Legno Storto

Chierici

Maurizio

Giornalista de L'Unità

Cottino

Paolo

Ricercatore (Pianificazione Territoriale Urbanistica e Ambientale) - Politecnico di Milano e Istituto Universitario di Architettura di Venezia

De Carlo

Cesare

Giornalista del Quotidiano Nazionale - Il Resto del Carlino

Duilio

Lino

Onorevole membro della Commissione Bicamerale Mitrokhin

Gentiloni

Paolo

Onorevole Presidente della Commissione Bicamerale di Vigilanza sulla Rai (oggi ministro delle telecomunicazioni)

Giacalone

Davide

Giornalista

Guzzanti

Paolo

Giornalista Vicedirettore de Il Giornale / Senatore Presidente della Commissione Bicamerale Mitrokhin

Karlekar

Karin

Freedom House

Harari

Sigal

Poetessa - Israele

Lorenzetto

Stefano

Giornalista de Il Giornale

Manti

Felice

Giornalista de Il Giornale

Marenco

Julio

Giornalista de La Prensa Grafica - El Salvador

Monti

Gabrio

Maestro – Scrittore, poeta e metereologo

Moretti

Italo

Giornalista ex Direttore TG3 RAI

Panebianco

Angelo

Giornalista de Il Corriere della Sera