mercoledì, 25 ottobre 2006

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I giorni felici

(‘70 storie: la seconda)

Memoria di Stefano Havana*

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Che magari non erano per forza giorni felici. C'era la giovinezza, c'erano le ragazze che non ci cagavano, c'era la pasta bollente, c'erano i genitori, sempre alle calcagna e con le mani sui fianchi. C'era il pallone che finiva dentro ai balconi degli altri e ci vergognavamo di citofonare, c'erano un sacco di parolacce che non potevamo ancora dire. Tornavamo da scuola, mangiavamo di fretta agitando le ginocchia sotto la tavola e correvamo in salone a guardare Happy Days**. In Italia già era sbarcata da qualche anno, quella serie Tv che avrebbe cambiato le mode: si dice che l'America se la fosse inventata negli anni '70, in piena guerra del Vietnam, per distrarre i concittadini e riportarli indietro di una ventina d'anni quando tutto era rose, fiori e pistole giocattolo. Perciò se la sono inventata, dicono: così la gente mangiava serena e ritrovava il sorriso con Fonzie e la famiglia Cunningham. In fondo anche quella era propaganda, un ago ipodermico che piegava i cervelli, ma almeno era divertente. C'era tutta una storia di quotidiana angoscia dietro le avventure spensierate di quei ragazzi che guidavano macchine cromate. Ce lo ricordiamo, Happy Days, qualche volta lo trasmettono ancora e, dai, chi non si ferma a quel punto davanti alla televisione a guardare? Pure se è una puntata vista e rivista: semmai l'ultima volta andavamo al liceo e ci piacevano Giulia, Sara, Melissa. Oppure c'erano i Mondiali o qualche Grande Guerra: ci mettiamo lì e ripensiamo che a quei tempi non ce n'era uno della nostra età che non desiderasse avere un padre come Howard Cunnigham, tutto ciccia e sorrisi, battute e occhi gentili. Avremmo impiegato almeno altri dieci anni per capire che non solo nostro padre non sarebbe mai stato così, ma tantomeno noi stessi saremmo diventati uomini del genere: la realtà di Happy Days nascondeva una moralità severa: presto ci si sarebbe ritrovati cresciuti e con le puntate nuove, quelle per cui ci si affollava davanti alla televisione, diventate repliche. Siamo stati Fonzie, ci siamo divertiti, abbiamo fatto il gesto dei pollici e la prima volta che abbiamo messa una giacca di pelle s'è pensato a lui: però, dai, a un certo punto è diventato chiaro che era soltanto il personaggio di un telefilm.

C'era anche il partito di quelli che preferivano Richie, ovviamente: Richie era rossiccio di capelli e va bene che era impacciato e si aggrovigliava sempre le dita davanti alle ragazze, ma lui un amico come Fonzie ce l'aveva. Noi cosa avevamo? Quello andava in giro con uno che come niente tirava fuori cose tipo: «Lei è un mortale, io sono un Fonzarelli»; perciò anche Richie, a suo modo, era un Grande Eroe. E che diavolo: se uno come Fonzie l'aveva scelto come amico, caspita, chissà che grandi doti aveva pure lui. «Ehi, cosa c'è? Hai tutte le gomme a terra», Fonzie diceva per incoraggiare qualcuno che sembrava un po' abbacchiato. Oppure alle donne: «Se vuoi trovare qualcosa di splendido guarda dalle parti delle mie labbra». Erano frasi da far rotolare i bicchieri per terra, era l'apoteosi della rivincita per noi un poco sfigatelli, prede di paure e ataviche assenze di peli che sembravano perenni. Ci guardavamo gli avambracci cercando quelle vene robuste come funi e non trovandocele mai: allo specchio era tutto uno scrutare e un ricercare, ma per quante ore si passassero con un rasoio finto in mano, degli uomini che saremmo diventati non se ne vedeva ancora traccia. C'era Arnold, c'era American Graffiti, c'era Peggy Sue, c'erano i Beatles, però alla fine si parlava sempre di Fonzie e di Happy Days: sarà che in quei bar ci saremmo finiti tutti prima o poi e forse questo, in qualche modo, lo percepivamo nelle dita. Tutti saremmo diventati dei vecchi ubriaconi, cazzari innamorati della cameriera o dell'amica di qualcuno a cui non saremmo mai arrivati; perciò ci piaceva tanto guardare Happy Days. E' di noi che si parlava, delle nostre vite future, dei nostri brindisi a nuovi lavori, grandi amori e coraggiosi traslochi. Eravamo sprovveduti e pieni di speranza, anche se il migliore di noi avrebbe dovuto aspettare altri venti o trent'anni perché qualcosa si muovesse davvero. Guardavamo Happy Days in saloni inondati di luce con tutti i compiti ancora da fare; guardavamo Lory e Jenny nei loro vestitini rosa e ammiravamo i loro modi pacati, la totale assenza di ammiccamenti sessuali. Osservavamo seduti sui pavimenti il loro modo di incrociare le braccia e mettere il broncio e pensavamo che così avrebbero fatto tutte le donne della nostra esistenza. E poi - diciamoci la verità - eravamo niente che doveva ancora essere qualcosa. Era troppo presto per tutto. Fonzie diceva: «Tre sono le persone di esistenza sicura nel mondo e sono Fonzie, il Papa e il mitico Elvis» e noi spegnevamo il televisore certi che le cose andassero proprio così lì fuori. Ma la vita si doveva ancora infrangere contro le sue scogliere di delusioni e perfino l'America - per quanto ne sapevamo noi - doveva ancora essere scoperta.

Adesso Happy Days s'è spento. Ci sono tutte le sedie rivoltate sui tavoli:  siamo passati per le prime sbronze e certi mal di stomaco. Siamo passati per le giacche di pelle e gli anfibi più grandi di una misura. Siamo passati per i primi litigi e abbiamo scoperto che al mondo non è rimasto nessuno che incroci le braccia. Abbiamo perduto perfino McGyver, Arnold è cresciuto, l'A-Team ha smesso di sparacchiare dal retro del suo furgone nero, Peggy Sue è morta, John Travolta ha messo i capelli bianchi, le Harley Davidson ci disturbano il sonno nelle notti d'estate. Era solo Fonzie, ma eravamo noi. Era un ragazzo con un ciuffo alla Elvis e dei denti bianchissimi che si muoveva sicuro tra i juke box e le note di Buddy Holly e Roy Orbison. Era uno che guidava una decappottabile dalla cui autoradio gracchiava fuori il primo rock 'n roll di Billy Haley. Era un tale con una giacca di pelle che prendeva le donne per la vita e la vita per le spalle. Era un telefilm talmente pieno di speranza. Era soprattutto il fatto che non arrivavamo bene alla mensola più alta della cucina.


 

*stefano [havana]  si occupa di giornalismo, ma è uno scrittore. È uno dei fondatori di Noantri, un blog molto seguito e ben fatto, che invito tutti a visitare e leggere, nel quale così viene descritto: “nel gruppo Noantri, non ha soprannomi. In redazione, dove lavora, lo chiamano in parecchi modi: Sky, Sgambetto, ma quella che lui preferisce in assoluto è il Menestrello della minchiata, abbreviazione: Menestré. Passa il suo tempo a leggere e a scrivere. Scriverebbe sempre, senza smettere mai. Affetto da megalomania acuta, ha la reale presunzione di essere il più grande talento letterario dopo Italo Calvino. Da grande vuole fare lo scrittore, nel frattempo fa il giornalista: il suo problema è che grande non ci diventerà mai. O, se lo farà, sarà nella terra di cui si è innamorato: quella amada, calda e contraddittoria Cuba”.

 

 

**Happy Days.  Per sapere tutto, ma proprio tutto su questa mitica serie televisiva arrivata in Italia nel 1977, consigliamo di visitare il sito (http://digilander.libero.it/happydays/home.htm) che trovo uno dei più esaustivi in assoluto. Quando si vuol costruire un luogo completo di memorie su un determinato argomento, credo che questo sia il format giusto… Così sulla storia e sui personaggi di Happy Days non aggiungo nulla perché non ce né bisogno, ma vorrei dire qualcosa di personale su quei giorni.

È curioso che un telefilm progettato (negli anni ’70) per far rivivere ad una generazione (quella americana degli anni ’50) il piacere ed il gusto del ricordo, sia diventato di fatto un mitico strumento per celebrare la “Nostalgia” in senso lato. Io nel 1977 frequentavo gli ultimi anni del liceo. Ero quindi nell’età della consapevolezza. Anni che ricordo con estrema passione tanto da dedicarci ora, una lunga e spero infinita rubrica in questo blog, ma Stefano, allora, “non arrivava nemmeno alla mensola della cucina”… Eppure quelle storielle lievi, quei pomeriggi pacati trascorsi da ragazzi simili a noi in tinelli di famiglie tranquille o in bar rilassanti, hanno segnato allo stesso modo adolescenti (noi) e bambini (loro). E non erano certo o solo quelle timide, appena accennate ed incompiute storie d’amore dei ragazzi di Milwaukee, a muoverci emozioni, almeno a noi più grandicelli. È vero, nelle nostre “compagnie” tra vialetti e cortili, anche noi filavamo la ragazzina più carina senza fortuna, con la stessa goffaggine di Richie o di Raph o peggio ancora di Potsie. Ma non erano quei primi innocenti turbamenti a renderci indispensabile ogni puntata…

In quegli anni l’America per noi era “…il cuore, era il destino… sorrisi e denti bianchi su patinata… L'America era il mondo sognante e misterioso… L'America era provincia dolce, mondo di pace… Perduto paradiso, malinconia sottile…” come cantava Francesco Guccini, (Amerigo 1978). Quando arrivò “Guerre Stellari” ad esempio, fenomeno epocale oltre oceano, ricordo che s’organizzò una vera e propria spedizione tra amici (biciclette e motorini)… e si restò seduti incollati a guardare addirittura una seconda proiezione… solo finché, però, non fu ora di tornare di corsa a casa… per l’inizio di Happy Days…

Se non erano quei teneri primi giochi d’amore dei nostri coetanei americani a solleticare il nostro animo, allora cos’era che ci legava e ci lega ancora a quei brevi telefilm da 25 minuti? Io credo che fosse, e che sia, il nostro eterno bisogno di "Serenità". Anche se nel mondo sappiamo e magari cerchiamo inquietudine. Le nostre famiglie, anche nei casi migliori, non erano come i Cunningham, ce l’ha già detto Stefano, ed il mondo fuori non sarebbe mai stato quello che ci rappresentavano con quelle storielle. Lo sapevamo già da noi, forse. Ma credo che ci piacesse pensare diversamente. Ci piacesse credere e sentire che la Latteria all’angolo, quella dove andavamo a far spesa per la mamma, dove sorseggiavamo già i nostri primi “amari” caffè e ci davamo appuntamento con gli altri a chiacchierare del futuro, somigliassero ad Arnold’s. Credo ci piacesse credere e sentire che il “Campus” del nostro Liceo, la collinetta ed il prato dove provavamo anche noi a giocare a baseball (dopo aver opportunamente trovato e letto in biblioteca un manuale per capirne le regole), fossero uguali a quelli laggiù, nel Wisconsin. Così come le nostre odorose palestre la sera, dopo la partita di Volley, appena prima di tornare sorridenti nelle cucine imbandite delle nostre madri. Sarà l’età, che trasfigura i ricordi, eliminando le tristezze. Sarà la mia indole malinconica, ma io sento quei giorni lontani proprio in questo modo. Mi sembra che per me sia andata proprio così.

Sia ben chiaro, colgo per intero (quasi vergognandomene un po’) l’ingenuità di allora e se vogliamo anche quella odierna. Comprendo anche l’intento strumentale del “Sistema” che da mondo e mondo propina messaggi di irreale calma per distogliere volutamente le persone pensanti dai problemi reali, ma soprattutto per allontanarli dall’impegno concreto, dalla partecipazione. Ma almeno, allora, mi dico, il messaggio toccava anche le nostre corde intime e forse più sane. Oggi, i reality show che guardano i nostri figli adolescenti e bambini, hanno la stessa funzione diversiva, ma manca completamente il messaggio di “serenità”. In essi ci trovo solo volgarità, competizione, tendenza a modelli di vita anch’essi irreali e sicuramente vuoti (non potranno i nostri figli diventare tutti calciatori di successo o veline). Ecco, forse la differenza sta proprio qui. Io credo che il traguardo più ambito di ogni uomo sia il raggiungimento della felicità. Della serenità. Non cambierei la pace interiore (che è anche pace con l’universo intero), con tutto l’oro del mondo. Non guasterebbe, credo, ricordarlo ogni tanto ai giovani. E forse Happy Days ci ha fatto vedere come nella semplicità sia possibile, forse, essere anche felici, sereni, in pace. Starò diventando vecchio e bavoso. Sicuramente. Ma ora mi siedo su questa panchina del parco e sentenzio: <<quelli che fanno vedere oggi ai nostri figli non sembrano proprio “Giorni Felici” >>.

Cieli Limpidi

postato da: GabrielParadisi alle ore 25/10/2006 11:31 | Permalink | commenti (4)
categoria:70 storie
lunedì, 23 ottobre 2006

Revisión y Negación

Il 6 ottobre scorso sul Quotidiano Nazionale – Il Resto del Carlino, nella pagina culturale “Il Caffè”, è uscito un articolo, non firmato (forse per un estremo sussulto di vergogna fuori tempo massimo) intitolato “Salvate il soldato Cortes”. L’occhiello recitava: “Le civiltà Maya e Azteca non furono distrutte dai conquistadores. La storia riscritta dall’archeologia”.

Il pezzo riportava infatti le “grosse novità” che sembrano emergere dagli scavi archeologici in Messico e Guatemala, e cioè “evidenze che confermano una volta per tutte quello che già si ipotizzava: i conquistadores cattolici (notate l’aggettivo, ndr) non furono la causa della fine della civiltà Maya e determinarono solo in minima parte (questo è notevole, ndr) la scomparsa di quella Azteca”. Il ruolo dei conquistadores viene quindi ridotto dall’autore dell’articolo, semmai a quello di “acceleratori del tempo”, come la Bomba di Gregory Corso, ma il processo di dissoluzione di quelle civiltà era, a detta dell’ignoto autore, in atto ed ineluttabile.

L’articolo, e questa potrebbe essere una motivazione, discutibile, ma pur sempre una motivazione, sembra voler giustificare “preventivamente” l’opera di prossima uscita “Apocalypto” dell’inarrivabile Mel Gibson. Infatti il “grande” attore-regista americano, tra una sbornia e un insulto antisemita, in piena deriva visionaria e delirante, ha pensato bene di riabilitare quelle deliziose personcine che tra il 1503 e il 1600, compirono lo sterminio e la spoliazione di un intero continente.

La prevenzione è ormai una caratteristica dilagante del pensiero neo-teo-con. Dopo la “guerra preventiva”, ora c’è la anche “recensione preventiva”.

Ma cos’è dunque la sconvolgente scoperta archeologica che ha finalmente fatto luce, sbiancandola, sulla “leggenda nera” dei “conquistadores”?

“Nello sterro delle rovine della città guatemalteca di Cancuen, gli studiosi si sono imbattuti nei resti di quello che ritengono uno degli eventi cruciali nel crollo della civiltà Maya: la disperata difesa di un centro di commerci una volta fiorente e l’esecuzione di almeno 45 membri della corte reale”.

Quando avvenne questo scempio? Attorno all’800 d.C. (!?), ovvero 700 anni prima dell’arrivo degli spagnoli (!?).

Il Prof. Arthur D. Demarest della Vaderbilt University (USA), l’archeologo che nell’estate 2005 ha scoperto il sito, sostiene che la civiltà Maya raggiunse il culmine dal 300 al 900 d.C., ma che “da quella data iniziarono a declinare e scomparvero ben prima dell’arrivo degli europei, che quindi vanno in qualche modo assolti dalla responsabilità di distruzione a cui li ha fino ad ora inchiodati la storia”.

In sostanza la tesi di Demarest (pubblicata dal Los Angeles Times nel novembre 2005… ma arrivata solo ora al Carlino !?), è quella di lotte endemiche, di guerre portate da non meglio precisati invasori.

I brani che seguono sono tratti dall’articolo originale del LATimes.

In una cisterna nell’area del Palazzo (“a tre piani da 170 stanze, diffuso su un’area della dimensione di sei campi di calcio”), sono state appunto trovate “ossa, ossa, ossa e ancora ossa…”. “I corpi erano quelli di uomini, donne e ragazzi, incluse due donne incinte.

Scavi successivi hanno rivelato i corpi di Kan Maax e della sua regina, in una fossa vicina e poco profonda, e dozzine di altri nobili in un seppellimento a nord del palazzo. Le loro identità sono state stabilite da gioielleria, copricapo e altri reperti”. “Alcuni dei nobili potrebbero essere stati feriti o uccisi nella difesa della città, ma la maggior parte di loro è stata  giustiziata mediante un colpo di lancia in gola, “un modo piuttosto rapido per uccidere qualcuno”.

“Dopo la morte, i corpi furono ritualmente smembrati e gettati nella cisterna o in fosse comuni, ancora con i loro abiti, copricapo cerimoniali, gioielleria”.

“Si tratta di oggetti incredibilmente preziosi come collane di giada, di zanne di giaguaro, e di conchiglie della Costa Pacifica”. “Gli invasori occuparono la città e distrussero le insegne dei monumenti e delle statue, una sorta di nuova “uccisione” rituale”.

“Non sterminarono solo una dinastia… vollero sterminare l’intera cultura”.

Dunque la città di Cancuen, e le altre dei bassipiani occidentali guatemaltechi, vennero abbandonate nel giro di 30 anni, “la popolazione si spostò ad est e a nord, dove in assenza di risorse, lentamente, si estinse”.

Molto più sbrigativamente e senza “canne fumanti” o “scene del crimine” archeologiche l’ignoto autore del Carlino “dimostra” che anche la fine della civiltà Azteca non fu colpa di Cortes & C. “anzi buona parte della civiltà Azteca in vita all’arrivo degli spagnoli, non venne distrutta”, dice Alejandro Encinas, “discutibile” sindaco di Città del Messico. Lo evidenzierebbero i templi utilizzati in periodi anche successivi all’invasione degli europei, tra cui una piramide Tolteca “curiosamente sfruttata dai messicani come luogo sacro per la celebrazione della Passione di Cristo durante la Settimana Santa…”. E qui il circolo virtuoso che vede coinvolto Mel Gibson si chiude mirabilmente.

Insomma gli spagnoli, conquistatori cristiani, non hanno sterminato nulla e nessuno. Essi  hanno semplicemente, e mirabilmente, svolto il loro alto compito e cioè quello di “inserire” nella storia, popoli ormai decaduti che ne sarebbero rimasti, ahimè, inopinatamente esclusi.

I 18 milioni di tonnellate di oro e i 184 milioni di tonnellate di argento portati in Europa, tanto per dire, sono solo un dettaglio insignificante.

Ora il fatto che siano trascorsi quasi cinquecento anni da quel genocidio, secondo noi non esclude, la gravità esorbitante di queste tesi. Che differenza c’è, mi chiedo, tra chi accampa tale teoria e un Faurisson o un Irving, che sostengono che sei milioni di ebrei siano morti dal freddo?

 

PS

Abbiamo inviato alcune domande al Prof. Demarest per chiedergli direttamente ed esattamente il suo punto di vista (spesso i giornalisti capiscono quello che vogliono o meglio, quello che gli interessa). Se ci risponderà sarò ben lieto di renderne conto sul blog.

Abbiamo anche inviato questo articolo a tutte le email note di QN, sperando di sapere almeno il nome dell’autore al quale, allo stesso modo, vorremmo porre qualche domandina.

postato da: GabrielParadisi alle ore 23/10/2006 12:04 | Permalink | commenti (4)
categoria:sud america, centramerica
sabato, 21 ottobre 2006

Blog Compleanno, Cieli Limpidi

Venerdì 21 ottobre 2005. Sabato 21 ottobre 2006.

Un anno trascorso. Il primo di Cieli Limpidi. Auguri! Felicità!!

104 articoli pubblicati (in media uno ogni 3 giorni e mezzo), 544 commenti, oltre 12.200 visitatori.

Quando si comincia qualcosa, qualunque cosa, non si pensa minimamente a quanto essa potrà durare. Tanto meno avviene per un diario, che teoricamente potrebbe accompagnarci per tutta la vita. Appena però si raggiunge un primo traguardo convenzionale (ad esempio un anno solare), ci si stupisce della forza e dell’energia primigenia che ha animato il tutto, che ha permesso di resistere, di lottare, di rilanciare. Di raggiungere questo primo traguardo.

 

Quando abbiamo iniziato Cieli Limpidi, un anno fa esatto, non c’era uno scopo ben preciso. Ma forse non è nemmeno del tutto vero. Era solo inespresso e sono bastati pochi post, pochi confronti e la vera natura di questo blog è emersa.

Quello che ciascuno di noi prova, sente di fronte agli avvenimenti, talvolta resta inespresso dentro di noi o al massimo trova sbocco nel confronto con chi ci circonda, amici, affetti, conoscenti.

Quante volte abbiamo avuto voglia di dirlo ai protagonisti diretti, a coloro che per quello che facevano, dicevano o scrivevano, avevano suscitato in noi quelle sensazioni positive o negative che fossero?

La Rete ha dato l’opportunità a tutti (o meglio, per ora a tanti, ma dovremo lottare perché sia per tutti), di cercare, documentarsi, esprimersi superando le barriere, spesso inibitorie, del corpo. La Rete ci permette di interrogare quei protagonisti che con coraggio e onestà si mettono a disposizione e in discussione. E dovranno farlo sempre di più, tutti.

Oggi, tra un pasticcino e l’altro, non posso non citare quindi uno di questi protagonisti. Controverso, esuberante, raffinatissimo e nel contempo spesso anche sgradevole, che nel bene e nel male ha caratterizzato questo primo anno del blog, coi suoi interventi e con la sua foga. Un mattatore a cui rendiamo l’onore delle armi: Paolo Guzzanti, Senatore della Repubblica, col quale siamo arrivati addirittura ad un passo dal tribunale… il blog è anche questo.

Ma altri personaggi hanno incrociato con noi le spade o meglio le menti.

Li elencherò, poi, uno ad uno, sperando di non dimenticare nessuno.

 

Un diario vero, sincero, tira fuori da ciascuno l’essenza. Il distillato della propria natura. E così, alla voglia di esprimere i pensieri magari in contraddittorio con persone note, si sommano, naturalmente, le esigenze primarie del nostro spirito.

Questo web-log, questa traccia del mio passaggio sulla Rete, questo diario-virtuale, è nato denunciando quelle che per me sono le storture di questo mondo, del sistema che governa questo mondo, e proseguirà sicuramente su questa linea tormentata. Contro tutto e contro tutti. Ignorando, perché comunque vere, le accuse che riceverò di cecità o di parzialità.

In questo percorso, come in ogni altro della mia vita, credo che attingerò necessariamente e inesorabilmente,  laddove stanno le mie vere e uniche radici, culturali e spirituali. Di carne e di anima.

In quei luoghi e tempi dove sta ancora intatta la mia voglia di vivere, lottare. Dove sta la mia energia positiva. Il mio stupore. Ingenuo, puerile. Fuori dal tempo forse, ma autentico.

E così, dopo un anno di lotte, di scontri, di elucubrazioni e di masturbazioni mentali, mi sono, quasi senza accorgermene, ritrovato esattamente là, nel mio “tempo migliore”. In Romagna… negli anni ’70.

Fonti, sorgenti del mio pensiero, della mia sensibilità.

Così, qualche giorno fa, è partita l’idea di raccogliere storie e testimonianze di altri su quel decennio favoloso o “formidabile” (come direbbero i latini), “70 storie”, insieme a quadretti e ad affreschi della mia amata terra d’origine… il cui articolo d’apertura in verità è stato posposto esclusivamente per motivi… redazionali…

La prossima settimana, penso, parlerò quindi anche della Grande Romagna.

La mia attenzione sul mondo, sull’Italia, sulla politica, non calerà, ma come sfondo tenero e strutturale ci saranno queste “radici-fondamenta” del mio essere: la Romagna e gli Anni ’70.

Di lì ripartiremo. Con un anno in più sulle spalle.

 

Blog compleanno, Cieli Limpidi!

 

Per l’occasione Henri Fantin-Latour ha voluto immortalare la sobria festicciuola in cui sono intervenuti, tra gli altri, alcuni amici che hanno collaborato attivamente in questi mesi a rendere vivo questo spazio. Grazie a tutti loro. Ma anche agli altri che non hanno potuto partecipare. Eccoli (rigorosamente in ordine alfabetico). Nella lista non compaiono gli amici blogger che hanno comunque avuto un ruolo rilevante, ma loro sono abitanti come me della blogosfera e quindi sono presenze abituali, continue… e già linkate.

Adinolfi

Mario

Giornalista

Baget Bozzo

Gianni

Forza Italia

Bartali

Roberto

Storico - Università di Siena

Bielli

Valter

Onorevole membro della Commissione Bicamerale Mitrokhin

Bolognesi

Paolo

Presidente Associazione Vittime Strage Stazione di Bologna 2 Agosto 1980

Bonfietti

Daria

Presidente Associazione Vittime Strage di Ustica

Buffa

Dimitri

Giornalista de L'Opinione

Casella

Francesca

Survival International Italia

Cavallotti

Marco

Il Legno Storto

Chierici

Maurizio

Giornalista de L'Unità

Cottino

Paolo

Ricercatore (Pianificazione Territoriale Urbanistica e Ambientale) - Politecnico di Milano e Istituto Universitario di Architettura di Venezia

De Carlo

Cesare

Giornalista del Quotidiano Nazionale - Il Resto del Carlino

Duilio

Lino

Onorevole membro della Commissione Bicamerale Mitrokhin

Gentiloni

Paolo

Onorevole Presidente della Commissione Bicamerale di Vigilanza sulla Rai (oggi ministro delle telecomunicazioni)

Giacalone

Davide

Giornalista

Guzzanti

Paolo

Giornalista Vicedirettore de Il Giornale / Senatore Presidente della Commissione Bicamerale Mitrokhin

Karlekar

Karin

Freedom House

Harari

Sigal

Poetessa - Israele

Lorenzetto

Stefano

Giornalista de Il Giornale

Manti

Felice

Giornalista de Il Giornale

Marenco

Julio

Giornalista de La Prensa Grafica - El Salvador

Monti

Gabrio

Maestro – Scrittore, poeta e metereologo

Moretti

Italo

Giornalista ex Direttore TG3 RAI

Panebianco

Angelo

Giornalista de Il Corriere della Sera

Paradisi

Romolo

Cameraman RAI

Perkins

John

Scrittore

Repucci

Sarah

Freedom House

Rizzo

Marco

Deputato Europeo - Partito dei Comunisti Italiani

Tezza HaDaR

Sergio

Colono – Religioso - Israele

Tutino

Saverio

Giornalista – Scrittore – Direttore culturale e fondatore dell'Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano

Woods

Alan

Studioso - Scrittore - Marxista

 

1)    Saverio Tutino

2)    L’autore in posa da Poeta Veggente

3)    Alan Woods

4)    Angelo Panebianco

5)    Paolo Guzzanti

6)    Cesare De Carlo

7)    Gianni Baget Bozzo

8)    John Perkins

postato da: GabrielParadisi alle ore 21/10/2006 11:36 | Permalink | commenti (5)
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venerdì, 20 ottobre 2006

¡ Que viva Venezuela !

 

 

 

 

 

 

 

 

Alan Woods ha terminato giovedì 19 a Milano il suo ciclo di conferenze in Italia. Il nostro articolo del 12 ottobre e quello dell’amico Antonio Pagliula hanno ricevuto, malgrado i nostri distinguo politici, gli apprezzamenti da alcuni compagni di Falcemartello e di HoV - oltre che un ringraziamento anche da parte di Marco Rizzo del Partito dei Comunisti Italiani (!). C’erano comunque altre domande che avremmo voluto fare a Woods. Così da Londra ci ha scritto Francesco Merli, che attualmente lavora per www.marxist.com, il quale ci ha proposto, con l’aiuto di Mario Iavazzi di Bologna, la realizzazione di una breve intervista diretta ad Alan Woods, prima della sua partenza per il Sudamerica.

Antonio, che vive e studia a Milano, si è prontamente attivato ed ha provveduto egregiamente alla bisogna. Ci è stato così possibile sottoporre allo studioso britannico tutte le domande che a suo tempo avevamo pensato e concordato con Antonio. Questa di seguito è l’intervista completa in esclusiva realizzata anche grazie a Alessandro Giardiello di Falcemartello.

Domanda: Si parla da qualche anno della svolta a sinistra dell’America Latina. Negli ultimi mesi però si è visto qualche rallentamento nel processo di trasformazione, spesso ci sono stati passi indietro inaspettati, sto parlando per esempio di Messico, Perù, Ecuador o anche della mancata vittoria di Lula in Brasile al primo turno. Cos’è cambiato rispetto ad un anno fa, o che cosa sta cambiando?

Alan Woods: "Non sono d’accordo con questa visione dei fatti. Io credo che in America Latina sia in atto un processo rivoluzionario già da molti anni. Per processo rivoluzionario intendo ad esempio le insurrezioni in Ecuador nel 2000, il collasso economico in Argentina, che comunque ha portato ad una insurrezione, la Bolivia, dove in due anni la classe operaia boliviana ha organizzato due scioperi generali e due insurrezioni, e dove ritengo che avrebbe potuto prendere facilmente il potere (poi ci furono le elezioni in cui Evo Morales ottenne una maggioranza del 57%, 67% a La Paz e più del 70% al nord ossia il centro dell’insurrezione boliviana). Soprattutto non dobbiamo dimenticare le insurrezioni in Messico, importantissime perché fino a poco tempo fa il Messico veniva considerato un paese al margine di questo processo, veniva considerato un paese borghese e democratico stabile. Solo adesso invece stiamo vedendo la realtà di questo stato. La realtà è che in Messico in questi giorni stiamo assistendo ad un processo, che io definirei, rivoluzionario classico, scoppiato in seguito ai brogli elettorali (una radicata tradizione messicana quasi come quella di bere tequila). Questa volta abbiamo assistito ad una reazione delle masse senza precedenti. Ad esempio il 31 luglio di quest’anno tre milioni di messicani hanno occupato lo Zocalo, a questo è seguita una insurrezione a Oaxaca promossa dai professori che ha avuto come conseguenza uno scontro con il governo statale e la formazione di quello che io definirei un embrione di soviet (l’assemblea popolare di Oaxaca). Ora queste assemblee popolari si stanno estendendo per tutto il Messico.
Insomma posso affermare con sicurezza che in questo momento in America Latina non esiste nessun governo borghese stabile, partendo dalla Terra del Fuoco sino al Rio Grande. Una situazione senza precedenti storici".

Domanda: Il 4 dicembre ci saranno le elezioni venezuelane. Chàvez si presenta per l’ennesima volta alle elezioni. Non ritiene che il processo di trasformazione in atto in Venezuela sia troppo legato alla figura individuale di Chàvez? C’è un partito, o un movimento alle sue spalle capace di assicurare continuità storica a questa “rivoluzione”?

Alan Woods: "In fisica si dice: “la naturaleza aborrece el vacío” (la natura detesta il vuoto). In politica succede lo stesso. Qual è il problema di fondo? Il problema è uno soltanto, non solo in Venezuela ma in tutta l’America Latina, in Bolivia, in Messico includerei anche l’Italia e l’Europa in generale, ed è un problema di direzione. Mi spiego meglio, le masse hanno dimostrato largamente il loro desiderio di cambiare la società e il loro desiderio di lotta, però nonostante abbiano tutta la ragione del mondo gli manca il veicolo per attuare: un partito rivoluzionario.
Qual è il problema? Se i partiti socialisti del mondo fossero realmente un partito socialista non ci sarebbero problemi, il problema è invece l’assenza di un partito socialista reale. Se i partiti delle classi operaie non si mettono a capo di questo movimento rivoluzionario, ad esempio in un paese come il Venezuela, le masse devono cercare una soluzione alternativa in qualche modo. Questo vuoto politico è stato riempito da Hugo Chàvez e il suo movimento bolivariano. Un movimento che nasce ed ha radici nella terribile sconfitta che fu il “Caracazo” nel 1989, è un movimento con un carattere politico al principio molto confuso, che raggruppava differenti tendenze, però, io direi, che in base alle esperienze di questi anni attualmente Hugo Chàvez sta assumendo posizioni socialiste vere e proprie. Una realtà importantissima per tutti noi".

Domanda: In seguito agli scontri nelle miniere boliviane, l’argomento Bolivia, anche se boicottato dai media occidentali, è tornato d’attualità. Fonti attendibili parlano di un vero e proprio golpe ormai in marcia e destinato a scalzare Evo Morales. Questo golpe pare sia organizzato da ufficiali di polizia con l’appoggio della destra boliviana e con le spalle coperte dagli Stati Uniti. Lo stesso Morales ha dichiarato di sentirsi in pericolo di vita. Che opinione si è fatto a riguardo?

Alan Woods: "Quello che è evidente è che l’imperialismo americano è terrorizzato dalla trasformazione in atto in America Latina in generale ed in particolare per il ruolo giocato dal Venezuela, che ora è un punto di riferimento per l’intero continente. Gli Stati Uniti, è chiaro, vogliono a tutti i costi frenare questo processo. In Venezuela tentarono tre volte di ribaltare il governo Chàvez. Hanno fallito solo per l’opposizione delle masse, per la resistenza “dal basso”.
Ritornando alla Bolivia, io non ho il minimo dubbio che la CIA stia cercando di far saltare il governo di Evo Morales, come non ho nessun dubbio che la CIA ha avuto un ruolo decisivo nei brogli elettorali messicani così come nelle elezioni in Perù e in Ecuador. Lo scopo degli Stati Uniti è frenare il processo di trasformazione latinoamericano, anche se dal mio punto di vista è un processo inarrestabile perchè è voluto fortemente dalle masse, da milioni di contadini e operai di tutta l’America Latina".

Domanda: Stiamo assistendo allo scontro Venezuela - Guatemala, o meglio, Venezuela – Usa alle elezioni del Consiglio di Sicurezza Onu. Pare che il Venezuela, nonostante l’impegno e gli sforzi profusi negli ultimi mesi, ne uscirà comunque sconfitto. Emerge sempre più il piano di pianificazione mondiale statunitense, dopo i muri di frontiera, le torture legali e il divieto allo spazio per le nazioni sgradite. Non c’è ancora realmente un alternativa valida per contrastare il progetto imperialista Usa?

Alan Woods: "Ovviamente il Venezuela non ce la farà, perché realmente l'Onu, l’ha detto anche Chàvez l’altro giorno, non serve a nulla. L’Onu è totalmente dominata dall’imperialismo perché gli imperialisti sono quelli che alla fine pagano le fatture dell’Onu. Ovviamente quello che pretendeva Chàvez per il Venezuela era ottenere una piattaforma per denunciare la politica imperialista degli Stati Uniti. Questo sarebbe assolutamente intollerabile per Bush e per il governo nordamericano che per questo hanno fatto tutto il possibile per evitarlo. Però quello dell’Onu io credo sia un fronte totalmente secondario. La lotta contro l’imperialismo non si fa alle Nazioni Unite ma nei singoli paesi dell’America Latina e nei singoli paesi del mondo, dove le masse stanno lottando per cambiare la società. Sarà solo questa lotta rivoluzionaria che potrà sconfiggere realmente l’imperialismo nordamericano nonostante il suo gigantesco potere militare ed economico".

Domanda: Lei è storicamente un sostenitore delle teorie marxiste. Qual è invece, ad esempio, la sua opinione riguardo al “movimento dei movimenti”, questo nuovo soggetto politico che negli ultimi anni ha animato l’impegno sociale e la battaglia al neoliberismo, riuscendo a prescindere e superare le vecchie basi ideologiche e credendo esclusivamente nella possibilità di un mondo migliore? Sto pensando a Seattle, Genova, Porto Alegre…

Alan Woods: "Io credo che in primo luogo la crisi del capitalismo, che è una crisi globale, sta provocando un movimento di resistenza altrettanto globale che si manifesta nelle espressioni più varie. Tutti queste espressioni hanno il loro valore specifico, nel senso che rappresentano, a mio parere, un primo risveglio della coscienza politica, dei giovani in particolare.
Il problema è che se questi movimenti si limitano ad essere semplicemente movimenti di protesta non potranno mai sradicare la radice reale dei problemi. La radice dei problemi è l’esistenza del sistema capitalista. Non nego quindi l’importanza di questi movimenti, però se non riusciranno ad individuare la radice reale del problema, ossia che stiamo lottando contro un sistema socio economico ingiusto e sfruttatore, tutti gli sforzi di questi movimenti non porteranno a nessuna conclusione concreta. Il mio scopo e quello dei marxisti è far capire la necessità, ai giovani, ai contadini, agli operai, alle donne e a tutti gli emarginati del mondo, di unire le loro forze per lottare contro i due grandi nemici principali che sono l’imperialismo e il capitalismo. Una volta che otterremo questo realmente il trionfo sarà garantito.

Durante e dopo la conferenza di Alan Woods, Antonio Pagliula ha raccolto una interssante testimonianza di alcuni cittadini venezuelani presenti. Invito tutti a leggere l'articolo che la riporta "¿Y si Rosales desaparece?"

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lunedì, 16 ottobre 2006

L’ASSEMBLEA del ‘68

(‘70 storie: la prima)

Racconto* di Pier Luigi Baglioni

Partimmo alle due di notte per fare una capatina a Trento. Più che seguire una lezione dovevamo, dietro lauta mancia al bidello, far mettere i timbri di presenza necessari ai futuri esami.

Cenammo nel tardo pomeriggio, una dormita di riposo fino all’una della notte; poi sulla mia ‘cinquecento’ Fia t color pisello dal tettuccio apribile facemmo rotta verso il nord alternandoci alla guida, io e Giamba, collega di lavoro in fabbrica e consocio di studio universitario.

Due circostanze concomitanti ci avevano indotto a riprendere gli studi all’età di trentacinque anni, dopo quindici dal diploma di perito industriale, quando lavoravamo in acciaieria già da otto: la nascita della prima facoltà di sociologia presso l’Università di Trento (voluta incautamente da Flaminio Piccoli), e la nuova legge sull’accesso senza esame ai corsi dei diplomati. Per noi periti industriali, discriminati dal classista liceo, specialmente questo fu il grande stimolo. Alla fine degli anni ‘60 la sociologia era di moda nel mondo intellettuale, sindacale e politico di sinistra. Siccome noi eravamo delegati in rappresentanza dei tecnici e degli impiegati, i così detti ‘colletti bianchi’ del neonato Consiglio di Fabbrica sorto sulle ceneri delle Commissioni Interne; pensammo che la laurea poteva dare all’impegno volontario forma professionale. In altre parole fare i dirigenti di mestiere perché operare nel grande calderone del processo produttivo non ci piaceva proprio punto.

Per di più, la nostra carriera era compromessa dalla nostra attività (oggi invece ci avrebbe agevolato).

Viaggiammo tenendoci svegli con la conversazione. Il momento storico offriva molti argomenti: la classe operaia abbioccata, il testimone delle lotte nelle mani della gioventù studentesca. Parevano loro, adesso, a cambiare il mondo, costruire la nuova società. Io e Giamba divenimmo nuovamente studenti per non mancare all’appuntamento. Ed esserci da laureati. Ma questa ambizione di protagonismo storico forse fu solo un pretesto. In verità ci allettava la laurea, come ho detto, per gli sviluppi dirigenziali nel sindacato e toglierci dalla merda dello stabilimento. Cumandà è mugghio chi fottiri dicono i siciliani.

A Trento ci rifocillammo nel bar della piazza (tre caffè in unica tazza con una bella macchia di latte). Ci rinfrescammo il volto all’università, nel bagno dell’aula magna, accingendoci al supplizio della lezione. C’era agitazione tra i ragazzi: ‘facoltà occupata; assemblea permanente’ diceva il passaparola. In poco tempo l’aula si riempì di gente, di striscioni, di bandiere rosse, di gruppi che vociavano o distribuivano una assortita varietà di volantini ciclostilati. Sopra il banco, dirimpetto agli scranni, si accomodarono tre capi studenteschi e tre professori schierati dalla loro parte. “Siete poliziotti?” ci chiesero alcuni ragazzotti raggelandoci: “Il servizio d’ordine ce lo facciamo da noi: andatevene!”. Giamba, più fulmineo di me nei riflessi, ribatté schifato: “Che ci abbiamo la faccia da sbirri? Se siamo fuori corso è perché siamo studenti lavoratori. Veniamo dalla fabbrica.” “Bene compagni; allora andate”.

In effetti erano tutti molto più giovani di noi. E poi io e Giamba vestivamo in maniera completamente sballata rispetto all’ambiente saturo di eskimi e kefiar. A Genova credevamo di essere controcorrente sostituendo i ‘jeans’ al posto dei pantaloni del completo; evidentemente qui non bastava. Di giacche tre bottoni e doppiopetto come le nostre non ce ne era neppure una. Anche i tre professori sul palco avevano maglioni e foulard come gli esistenzialisti del Cafè de Flore’. Con noncuranza ci togliemmo la cravatta riponendola in tasca, sbottonammo la camicia mostrando il petto villoso. “Ci prendono per magnaccia” scherzò Giamba che oltre ai riflessi era più spiritoso di me. In verità non ci prendevano per nulla. Eravamo inesistenti. Nel loro gergo: “Nessuno ci cagava”.

Che fossimo in distonia, pesci fuori d’acqua, si palesò con forza durante l’assemblea. Per noi attivisti sindacali le assemblee erano pane quotidiano. Quali delegati ne scoppiavamo minimo un paio la settimana. Però col nostro decorso rituale, da recita a libretto non a soggetto come la loro. In fabbrica partiva la ‘relazione introduttiva’, seguivano gli interventi, un big esterno faceva le conclusioni. Chiuso, tutti fuori dal teatro aziendale, fine delle ore di licenza retribuita;  di nuovo a lavorare. Il segretario illustrava le ‘conquiste’ passate, la futura ‘piattaforma’, il calendario della lotta e l’immancabile esortazione a ‘battere la resistenza del padrone’. Ogni punto già deciso ma fintamente rimesso all’assemblea, che d’altronde immancabilmente ratificava. Pareva l’animazione di un dipinto sovietico del realismo socialista più che la consultazione operaia italiana.

Si partiva dalla ‘realtà di fabbrica’ per attaccare ‘la linea economica del governo’. Variavano solo i nomi dei presidenti del consiglio e dei loro ministri: Fanfani, Rumor; Carli, Colombo… Terminato il segretario provinciale, interveniva la ‘base’, sette, otto, delegati affetti di protagonismo cronico e fanatismo politico. Gli stessi che non perdevano ogni occasione di salire sul palco a ribadire quanto ‘giustamente aveva detto il compagno relatore’ e aggiungere di loro qualche frase fatta, slogan ripetuto. Se la relazione veniva offerta alla massa con un certo mestiere propagandistico, i discorsi dei delegati erano pietosi nella forma e nella sostanza. Manovali semi analfabeti di ritorno se non comperavano L’Unità ogni giorno polemizzavano con gli economisti della Confindustria; attaccavano il governatore della Banca d’Italia, il ministro del Tesoro e quello delle Finanze.

Avevano la ricetta in tasca per ogni problema, mentre alla controparte o al governo sempre mancava ‘la volontà politica’. “Il sindacato eleva l’operaio a classe dirigente” mi rispose un Culo di Pietra quando gli obiettai che quelle assemblee erano la saga della demagogia.

A Trento il casino era tale che non tenevo le fila di quanto stava succedendo. “Ci acchiappi qualcosa?” chiesi a Giamba. “Non c’è nulla da capire” rispose lui: “Qui ognuno va per suo conto.

Strategie diverse, accomunano il medesimo obiettivo: abbattere la società capitalista, quella che rimpingua le loro famiglie. Chi la vuole distruggere portando al potere la fantasia, chi le risate; chi vuole i fiori, chi le bastonate o le P38.” “Tutto questo che c’entra con l’Università?” “Nulla. Ma è l’ambiente di aggregazione, come per noi la fabbrica. Alla tua domanda risponderebbero: usiamo una sovrastruttura del capitalismo per il dominio sulla classe operaia, trasformandola nel fine opposto.” “Vuoi dire che a loro non interessa l’elevazione personale, ma la trasformazione della società?” “Proprio, tanto loro sanno comunque di essere classe dirigente in qualsiasi assetto.” “E che comandi il capitalismo o il comunismo gli operai lo prenderanno sempre in culo”. Con la chiave di Giamba, i discorsi che prima mi apparivano ermetici e caotici, ebbero chiara lettura.

Nella confusione generale gli oratori si alternavano strappandosi il microfono dalle mani, litigando dal palco alla platea. Stufo di quella confusione mi disinteressai al dibattito. Guardandomi intorno mi divertivo a dare il punteggio alle ragazze. Immaginare come trombavano le più belle, quale ficona o fichetta potevano avere. Poi mi colse l’impulso irrefrenabile di ‘portare la voce della fabbrica’. Alzai il dito per intervenire, ma rifiutavano vederlo o mi annichilivano con lo sguardo: “Cosa vuoi parlare tu che non sai un cazzo, imbecillotto piovuto da chissà dove!” pareva dicessero.

Incurante, ormai preso da raptus oratorio, nonostante Giamba mi trattenesse sfilandomi la giacca di dosso (e fu un bene) mi avventai sul palco; strappai anche io il microfono mentre passava a mezz’aria, ed esordii: “Compagni e studenti…” (la congiunzione ‘e’ fece subito un brutto effetto).

L’ambiente estraneo e ostile mi rese emozionato come le prime volte che parlavo in pubblico.

Avevo la gola secca, la saliva non lubrificava più la lingua, un tremito alla narice vibrava il naso come un diapason. Anche la voce era artefatta, non cavernosa e suadente come nei discorsi in fabbrica. Però la mia esposizione fu chiarissima e creò un gelido silenzio. Durante il mio dire fu come se qualcuno avesse premuto il tasto ‘pause’ durante il ‘play’ d’una video cassetta. Prima gli oratori suscitavano partecipazione, acclamazioni o fischi, plausi o contestazioni a scena aperta. Con me nulla; silenzio assoluto. Poi appena riguadagnai la sedia scomparendo nuovamente nella massa il baccano ricominciò come nulla fosse successo.

“Cosa ti aspettavi?” disse Giamba nei commenti del ritorno: “Parevi uno della gironda in mezzo ai giacobini di Robespierre. Se non dicevi che venivi dalla fabbrica, che per loro è un luogo mitico tanto non ci metteranno mai il piede dentro, ti avrebbero linciato”. La verità fu che non volessero capire: “Ragazzi” dissi ostentatamente dopo il gelo seguito al ‘compagni e studenti’: “Voi vivete a Trento, fate finta di studiare facendo in realtà la bella vita a spese di papà. Per voi è facile giocare alla rivoluzione. Fare casino tra una trombata e l’altra con le compagne femministe che non sono lesbiche. Avete l’avvenire assicurato, potete blaterare su quello dell’umanità, tanto da grandi non vi manca la certezza di un posto nell’azienda paterna, nella burocrazia apicale dello stato, o nel centro studi del sindacato. Chi nasce nella merda come me la laurea è il pezzo di carta per elevare la sua posizione. E chi lavora e studia non si può permettere di perdere gli anni come voi. Ogni volta che vengo a Trento passando la notte in macchina, spendendo un mucchio si soldi in benzina; non posso sciupare il viaggio per ascoltare le vostre stronzate”.

Aggiunsi anche qualcosa di politica sul riformismo contrapposto alla rivoluzione: “Fanatismo e tetragono idealismo sono inconcludenti e pericolosi. La violenza fisica o verbale non ha alcuno sbocco. Vince chi persuade, chi conquistare il consenso alle proprie idee. Un processo lungo, duro e difficile, ma che edifica dalle radici la società più giusta a cui tutti aneliamo.”

“Che mi abbiano snobbato i ragazzi” dissi a Giamba: “me ne fotto. Al loro posto farei come loro: ammucchiarsi, fare i cortei, contestare… è più divertente che studiare. Cosa non sopportavo erano quei quattro macachi di professori giovanilisti che ridevano sprezzanti del mio intervento. Loro non sono ragazzi, dovrebbero avere giudizio. Come possono avallare quella fiera di cazzate?” “Anche loro si divertono” mi rispose Giamba: “Fare i capipopolo percependo lo stipendio come se lavorassero li appaga di più che il grigio insegnamento professorale, cattedratico come dicono loro.. E poi, hai notato quante belle fichette ci sono nel movimento? Standoci dentro ne beccano qualcuna, altrimenti si debbono contentare delle loro mogli rancide. Il privato è politico, caro mio e tira più un pelo di fica che una coppia di cavalli normanni! ”.

Fu l’ultima escursione a Trento. Rinunciai alla laurea per non perdere altro tempo e soldi. In verità, forse, mi tarpò le ali l’invidia del bel vivere sessantottino a me precluso in virtù del mio poco censo.

Occhio non vede cuore non duole, come dice l’adagio.

 

* Primo Premio del Concorso Biennale Letterario Internazionale 1998, ‘COMUNE DI RIVANAZZANO’ .

 

 

 


 

 

 

Note a margine del racconto L’assemblea del ‘68

di Pier Luigi Baglioni

 

Devo premettere che nel 1968 avevo 36 anni, sposato da quattro, iscritto al PSI, impiegato tecnico dell’italsider azienda del comparto siderurgico dell’IRI, delegato sindacale dei tecnici ed impiegati eletto nella Commissione Interna . L’aspetto giovanile dovuto al modo di vestire che rompeva la tradizionale giacca e cravatta del ceto medio, per indossare jeans, maglioni e giubbotti in pelle della beat generation dalla quale uscivo. Negli anni ’60 gli intellettuali di sinistra non guardavano più alla Francia, J.P.Sartre e Picasso; ma oltre oceano, Keruac e Pollock. Lo spirito anticonformista che arrivava dagli USA era totalizzante, al contrario del parigino epateé le bourgois occasionale come l’impegno dei pittori della domenica. (Foto 1: Ad una assemblea nel 1969) 

Ad una assemblea nel 1969

Nel 1961 John F. Kennedy era stato eletto presidente dividendo il mondo operaio italiano tra vecchi stalinisti che lo disprezzavano, e socialisti e comunisti revisionisti riformisti (in pectore) che più o meno scopertamente lo sostenevano. I quali, c’è però da dire che vennero messi in difficoltà dalla politica interventista al fianco del Sud Vietnam, una dittatura che pure faceva comunque il paio con quella del nord. E’ dopo il suo assassinio che avviene il coinvolgimento militare maggiore nella guerra, che unifica e fa crescere l’opposizione alla amministrazione USA nei Campus e tra la gioventù studentesca europea, che manifesta chiedendo il ritiro delle truppe. All’interno, tirandosi dietro l’opinione pubblica, il movimento studentesco impedirà la prosecuzione dell’intervento militare causando la sconfitta dell’America (al momento del ritiro da Saigon gli USA lasceranno sul campo 58.000 morti.

Rievoco questi eventi perché in essi sono le radici dei moti giovanili europei che dalla Sorbona si estendono all’Italia ed alla Germania, ove perdono la valenza legata al Viet Nam, per assumere una carica rivoluzionaria di contestazione al costume della società, dei rapporti tra genitori e figli, cittadini e istituzioni. Della emancipazione femminista delle ragazze. (Foto 2: Corteo studentesco sessantottino ).

La particolarità tutta nostra fu che il movimento cadde in breve tempo sotto il controllo degli studenti della FGCI che lo trasformarono in lotta antagonista al sistema in polemica stessa col PCI che aveva rinunciato alla conquista del potere. Per questo i dirigenti del movimento studentesco scelgono il percorso dell’autonomia parcellizzandosi in tanti gruppi e gruppuscoli ognuno dominato, con varianti ideologiche, dalla più sfrenata demagogia marxista-leninista.

Nelle piazze si riesuma velleitariamente lo scontro di classe a cui il PCI, nato per fare la rivoluzione ma ora approdato alla politica socialista di Pietro Nenni dell’alleanza con la DC, passando dalla alternativa socialista al compromesso storico, ha rinunciato.

A volere il processo rivoluzionario, quindi, non sono gli operai partendo dalla fabbrica, bensì i figli della borghesia movendosi dall’università.

Nel 1968 le maestranze degli stabilimenti genovesi, e del nord, hanno una doppia realtà. Da una parte i vecchi rocciosi operai dell’anteguerra, usciti dalla Resistenza, ancora generalmente stalinisti cioè ligi alla disciplina e fedeli alla linea del partito e della CGIL. Dall’altra i nuovi entrati, assunti attraversando le maglie della discriminazione durante il boom economico, – salariati e periti industriali- indipendenti, spregiudicati; socialisti e comunisti tesserati Cisl. (Foto 3: Manifestazione sindacale nell’autunno caldo a Genova, piazza De Ferrari. Baglioni coi baffi e pugno chiuso ).

I primi guardano con disprezzo i figli di papà che giocano alla rivoluzione, i secondi – appartenevo a questi- invece ne subivano il fascino. Volevamo essere partecipi di quella grande energia, portarla dentro le nostre mura. Per connettersi molti periti industriali si iscrissero alla nuova Facoltà di Sociologia a Trento sfruttando il fatto che il Parlamento aveva dato la possibilità ai diplomati di accedervi senza esami suppletivi di liceo. Così l'Università, voluta da Flaminio Piccoli per creare un vivaio di teste d’uovo democristiane, divenne approdo di figli di lavoratori, politicizzati, che contagiarono i borghesi verso la contestazione.

Difatti nel movimento prevalse l’orientamento marxista-leninista che fagocitò ogni altra tendenza, espellendo socialisti, democratici, ma anche i comunisti berlingueriani. Il movimento si frantumò in gruppi e gruppuscoli antagonisti al sistema capitalistico (lo stato si abbatte non si riforma), i quali (Renato Curcio e Margherita Cagol con le Brigate rosse) furono brodo di cultura, o partorirono o fiancheggiarono, il terrorismo degli anni di piombo.

I contrari a quell’estremismo rifluirono nelle professioni. Molti periti industriali dell’Università di Trento, tornando in fabbrica non erano però gli stessi di prima. Mutati dalla esperienza ripresero l’attività rifiutando il ruolo di pedissequi attivisti, ma contestando il verticismo nelle relazioni sindacali, il burocratismo nell’organizzazione del sindacato.

Insomma, qui mi ci metto anche io, portammo il vento del ’68 dentro la fabbrica realizzando il vasto movimento operaio che elaborò la piattaforma contrattuale coi postulati della parità salariale e normativa tra operai e impiegati. Che vinse con le grandi lotte dell’autunno caldo.

Il racconto L’assemblea del ‘68 vuole cogliere quel passaggio.

Pier Luigi Baglioni, Ottobre 2006

 

 

 

postato da: GabrielParadisi alle ore 16/10/2006 11:59 | Permalink | commenti
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domenica, 15 ottobre 2006

’70 storie

Giunti alla mia età è quasi naturale (o almeno così io credo), rivalutare gli anni della nostra amata adolescenza. Sostanzialmente dimentichiamo tutte le cose negative, che pur ci son state, e mitizziamo gli oggetti, gli odori, i sapori, i luoghi di quell’età lontana e ormai perduta. Non conta niente se oggi siamo o non siamo felici. L’importante è che quei giorni, quegli oggetti, quelle sensazioni, noi le abbiamo vissute. E il bello è che nessuno mai ce le può più portar via! È un atto estremo di possesso il nostro. Di gioia superiore e supponente. Va là… hai voglia… succeda quel che succeda, ma là, allora, IO C’ERO!!!!

L’idea, che in realtà sopiva da tempo nei cassetti della mia mente, me l’ha data un amico blogger, che ha colto nei miei articoli di politica, di impegno sociale e via discorrendo, qualche vena di malinconia. Quando magari, senza ce ne fosse alcun bisogno, mi soffermavo su qualche immagine color seppia, su qualche pensiero randagio.

Così di sua iniziativa mi ha inviato un racconto che viene proprio da quei tempi, da quei giorni. Un bel racconto che pubblicherò la prossima settimana come “prima puntata” di una saga… infinita. ’70 storie, l’ho intitolata. Storie, testimonianze di quei mitici anni ’70 che ci hanno visto bambini e ragazzi insieme.

Noi che lo possiamo dire. Noi che abbiamo avuto la grande fortuna di viverli, quei “giorni felici”.

Ogni tanto, quando ne avrò, tra una polemica e una denuncia, pubblicherò una di queste storie. Io di mie ne ho tante, ma spero che voi, amici lettori, me ne inviate altre. Di vostre. Di nostre. Di quel “nostro” tempo.

Scrivetemi dunque. Vi aspetto (gabriele.paradisi@cidengineering.com)

 

70’s (Stream of consciousness)

 

 

Alla maniera di Stuart Z. Perkoff

Corto Maltese & certi

cortili d’incerta periferia

         come calli & corti o Prati

                   in-dimenticata imperial provincia…

1 garage &d n meriggi

         di lugliafosi (breathless)

                   la canicola che arida gola & asfalti

                            & fantasmi & Coboldi ai crocicchi…

Gabbiani di carta velina

         (a smile from a veil)

                   & Livingston Johnatan

                            a sole tremila £

                                      all’edicola nella piazza dei corvi al sole

                                               appollaiati & fissi in petto al Corso (blvd)…

Capitan America & le sue noccioline

         (di tenerezza & pietà & cattiveria &d estrema  trasparenza);

                   buffi Pennywise d’occidente

                            a stupirci (bambinetti dalle lenti tappate)

                                      con mazze e coperchi di fustini

                                               a serali caroselli…

Eccoli i lancieri

         rosso fasciati (tulipani totali)

                   allora, le budella s’attorcigliavano ancora

                            al fischio d’inizio, allora.

Rotondo & caldo

         lo sfregare nel carter

                   del pedale (la leva) a sera

                            al profumo delle vie di primavera

                            & il ronzio terminante a sobbalzi del Rex (mi ricordo)

                                      Gusto del pesce marinato nell’aceto &

                                      del pomodoro a bagno maria

                                      Odori & rumori

 

C’eran proprio tutti allora…

Il Brut 33

Cuori di toro

che perdono kerosene

Kirk Kilgour

da Ariccia

La trilogia della vita

Lancio & le ragazzine

Una Nube tossica

Il giornale

dei misteri

Le Grazielle pieghevoli

Rocco & Antonia

Lungo il fiume

(e sull’acqua)

Ultime grida

 da Linda Blair

L’anno, il posto,

&  l’ora

Gianni & Alverman (il magico)

Vangelo vivo!

         Prete triste

A salty dog

         per avventura

Patchouli &

Il lime dei carabi

La virgola di Rascel

& i giorni felici


postato da: GabrielParadisi alle ore 15/10/2006 16:47 | Permalink | commenti (1)
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giovedì, 12 ottobre 2006
Giù le mani dalla Rivoluzione!
AGGIORNAMENTO DEL 13 OTTOBRE
L'amico Antonio Pagliula autore dell'interessantissimo e documentatissimo blog "verosudamerica", con il quale ero stato in contatto per preparare l'incontro-intervista con Alan Woods, ha sviluppato un articolo molto completo sulla serata di martedì a Bologna. Le considerazioni che ha poi sviluppato mi trovano del tutto d'accordo. Ammetto che l'altra sera un poco d'imbarazzo s'avvertiva ogniqualvolta i termini "socialismo" e "marxismo" erano declinati da Woods nella loro accezione più, a mio avviso, datata e fuori tempo. Io credo che il "movimento dei movimenti" che ha animato l'impegno sociale e le battaglie in questi ultimi anni, avesse ed abbia ancora una grande, variegata ricchezza culturale e quindi una forza unica, dovuta anche e soprattutto al superamento di certe ideologie monolitiche e rigide.  Il mondo globale è complesso e le risposte devono essere articolate e tener conto di più punti di vista. Nel movimento c'era e c'è un unico "collante" ineludibile ed è la critica, inesorabile, totale, al modello di sviluppo neoliberista che ha impoverito e annichilito 2/3 o forse 3/4 del mondointero. C'era e c'è una opposizione completa e totale alle guerre che servono esclusivamente a mantenere lo statu quo con le bombe e col terrore. Io guardo con grande interesse all'esperienza venezuelana e mi auguro che Chàvez, se rivincerà come credo le elezioni di dicembre, non commetta l'errore di cedere ad una deriva totalitaria che sarebbe la fine del sogno. Darebbe argomenti a chi vuole eliminarlo e verrebbe eliminato.
Grazie ancora ad Antonio e anche ai ragazzi di Tabard che hanno richiamato anche loro questo post.

L’altra sera, al Baraccano di Bologna, ho fatto un viaggio a ritroso nel tempo. Pareva di essere tornati in qualche fumosa assemblea degli anni ’70. I capelli, i colori, gli odori dei ragazzi e delle ragazze erano gli stessi. Negli occhi di qualche ingrigito e bolso mio coetaneo accanto ho scorto di nuovo lampi e guizzi imprevedibili d’entusiasmo. Ma forse si trattava solo di dolce, malinconica nostalgia per l’adolescenza ormai inesorabilmente lontana.
Comunque sia, l’altra sera, al Baraccano di Bologna, ho conosciuto un vero rivoluzionario. D’inizio ‘900. Uno insomma che ha letto tutto Plekhanov, Trotsky, la Luxemburg, Lenin e ovviamente Marx, e che sostiene tutt’oggi la loro assoluta attualità.
Si chiama Alan Woods. È un marxista britannico, per certi versi “consigliere” del presidente del Venezuela Hugo Chàvez Frìas.
Di seguito riporto integralmente gli appunti che ho raccolto diligentemente. Sono praticamente le frasi esatte di Woods. La traduzione ha rallentato l’esposizione e ha dato modo di trascrivere quasi ogni parola.
Mi permetto solo di fare qualche osservazione personale.
 
Alan Woods è un marxista-leninista allo stato puro. Crede ancora nella rivoluzione socialista come unico metodo per sconfiggere la barbarie del capitalismo e realizzare equità e giustizia.
Non è dato sapere cosa pensi della “realizzazione storica” sovietica o maoista del comunismo. Lui sembra assolutamente convinto della validità degli assunti teorici di Marx, Trotsky, Plekhanov, Lenin.
Nella rivoluzione bolivariana di Chàvez egli intravede la possibilità concreta di costruire finalmente una società giusta, e soprattutto nel momento in cui essa si farà completamente ispirare da un solido impianto teorico socialista.
La critica al modello capitalista-liberista è totale. Come dargli torto?
La critica all’imperialismo americano è feroce? Come dargli torto?
Negli ultimi cento anni il capitalismo, dato per morto dal marxismo (e viceversa), ha sempre saputo trasformarsi e sopravvivere. Ha introiettato (mi piace poter finalmente usare questo termine), istanze di socialismo temperato, creando le socialdemocrazie e sconfiggendo inesorabilmente nella pratica i modelli sociali costruiti su ispirazione marxista.
E’ innegabile che nei regimi liberali-democratici (capitalisti) anche le masse abbiano trovato condizioni vita e diritti che altrove, in loro nome, sono stati del tutto negati.
C’è però un punto che ci trova del tutto in accordo con l’analisi di Woods. Oggi il capitalismo ha raggiunto un’espansione tale che potrebbe travolgerlo. Da quando ha innestato il turbo liberista, ha dimenticato ogni mediazione e cautela, lasciando per strada, nell’indigenza, milioni, miliardi di persone nel mondo.
Oggi queste persone sono in cerca di riscatto e di giustizia.
Forse è il caso che ragionarci.

All’ONU qualche giorno fa (mercoledì 20 settembre 2006) (http://www.resistenze.org/sito/os/mo/osmo6i28.htm) è successa una cosa inaudita. Mai successa prima. E’ salito sul palco un uomo che ha parlato di G.W. Bush come del diavolo in persona (anche se a me risulta che il diavolo sia indubbiamente molto intelligente). Bush aveva parlato da quello stesso palco solo il giorno prima e l’oratore sosteneva che si sentiva distintamente ancora l’odore di zolfo… Quell’uomo è Hugo Chàvez. Lui e la Rivoluzione Bolivarista Venezuelana sono un nemico pericolosissimo e temutissimo dagli Stati Uniti d’America.
Perché l’imperialismo è deciso a distruggere la rivoluzione venezuelana?
Per rispondere bisogna tornare indietro di 15 anni, al crollo dell’Unione Sovietica. Al clima di euforia che si era prodotto. Pareva che tutti i problemi del mondo si fossero risolti con la fine del comunismo, del socialismo, del marxismo.
Perché, viene da chiedersi, ci si preoccupa ancora visto che il marxismo è morto? Lo si ripete ormai da oltre un secolo. Nonostante tutto ciò che penso, credo che la classe dominante sia tutto fuorché stupida. E non credo che spenda denaro, energia e tempo ad attaccare un’idea morta. Essi attaccano idee ancora vive e pericolose.
Alla caduta del sistema sovietico Francis Fukuyama aveva parlato addirittura di “fine della storia”. Intendeva dire che la lotta di classe e la rivoluzione erano finite e non c’era sistema alternativo al capitalismo… anzi il nome usato è ”economia di libero mercato”. Ma come dice Shakspeare “una rosa, qualunque nome gli si dia, profumerà sempre”.
Ora trascorsi 15 anni abbiamoli diritto di affermare che di quella prospettiva borghese non rimane nulla. Si parlò allora addirittura di “dividendi di pace” da distribuire. Dov’è la pace ora? Oggi gli USA spendono 500 miliardi di dollari in armamenti; il mondo è in balia del terrorismo e la povertà dilaga. Un miliardo e 800 milioni di uomini, donne, bambini vivono sotto il livello di sopravvivenza; 8 milioni di uomini, donne, bambini muoiono ogni anno per mancanza dei mezzi più elementari di sostentamento. È un vero e proprio “olocausto silenzioso” che si compie ogni anno.
Di fronte a queste cifre chi può dire che il capitalismo ha vinto? Non sono queste tutte vittime del capitalismo?
Per capire questo non occorre leggere Marx, né essere geni o particolarmente intelligenti, basta guardare le TV per capire che tipo di mondo ha prodotto il capitalismo.
Molti compagni sono pessimisti, scettici o cinici. Sono categorie inutili. È viceversa necessaria una comprensione di tutto ciò che avviene, ma si può ripartire. Questi che viviamo sono gli stessi sintomi di decadenza che hanno contrassegnato nella storia la fine di altri sistemi sociali, ma presto o tardi questa crisi si trasforma nel suo opposto. La Fisica ce lo insegna: ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, e ciò sta avvenendo.
Pensate alle grandi manifestazioni di massa, per esempio contro la guerra, che hanno riempito le piazze e le strade di tutte le città del mondo. Sta cambiando qualcosa.
Dove sono in atto i cambiamenti maggiori però è in America Latina. E questo crea panico a Washington. Il processo rivoluzionario interessa ormai tutti i paesi dell’America Latina, mentre la stampa mondiale, la “libera stampa” mondiale tace.
Guardate il Messico. Per anni è stato ritenuto il paese più stabile dell’area. Non lo era. Gli USA erano terrorizzati all’idea che un nuovo Chàvez avesse preso il governo in Messico. La sinistra ha vinto con Andrés Manuel López Obrador, ma il Messico è una “democrazia”… ha una lunga tradizione di brogli. Fox è un’agente di Washington e ha servito sempre le politiche del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale.
C’è chi sostiene che i tassi di crescita in America Latina sono una dimostrazione del successo delle politiche capitaliste. Ma vi chiedo, che ricaduta c’è nella vita della gente? Solo effetti negativi. Ma ci dicono che il Marxismo è fuori moda, che la classe operaia non c’è più e che tutti siamo ceto medio.
Non c’è mai stata nella storia una concentrazione tale di capitale come ora. Poco più di 200 aziende controllano tutta l’economia e i mercati, e come diceva Marx, in corrispondenza di questa concentrazione di capitale, dall’altra parte c’è altrettanta povertà. Anche in USA. Se ne parla poco ma il disastro di Katrina ha portato alla luce e mostrato al mondo quanta povertà sia presente anche in USA.
Questo grande aumento delle disuguaglianze avviene in tutti i paesi (compresa l’Italia). La parte del PIL che và ai profitti non è mai stata così alta e quella che và ai salari mai così bassa. Ci si avvicina sempre più al limite che divide la vita dalla morte.
Francis Fukuyama diceva che la rivoluzione era morta, oggi in Messico è in atto una rivoluzione. Il 31 luglio 3 milioni di persone hanno manifestato contro la frode elettorale che ha privato della vittoria López Obrador a favore di Felipe Calderon. Si stanno formando Assemblee popolari (veri e propri Soviet) che stanno sfidando il potere statale. Il 16 settembre si sono riuniti più di un milione di delegati a Città del Messico che hanno votato per riconoscere Obrador come capo dello stato legittimo.
Questa è una rivoluzione sulla soglia di casa degli Stati Uniti, che sono impotenti a intervenire. Gli USA sono la potenza più grande di sempre, e questo ha bloccato tanti compagni come un coniglio dai fari. La forza USA ha però dei limiti e quello che sta avvenendo in Iraq lo dimostra. La guerra costa 1 miliardo di dollari a settimana. Un’emorragia di sangue e di denaro insostenibile. Gli USA non possono intervenire in America Latina come facevano un tempo. I giornali scrivevano: “i marines sono sbarcati e la situazione è sotto controllo”. G.W. Bush sbarcò effettivamente su una portaerei per proclamare la fine della guerra iraqena… 3 anni fa. La guerra non è ancora finita né in Iraq, né in Afghanistan. Se anche volessero gli USA non possono intervenire militarmente, direttamente in America Latina.
Cosa sta avvenendo in Venezuela.
Come si fa a ritenere ciò che accade in Venezuela una vera rivoluzione?
Un classico pensiero formalista diffida di Chàvez in quanto ex ufficiale dell’esercito.
Ogni sistema si crea una classe militare propria. In Italia, se avvenisse mai un colpo di stato militare, sarebbe di destra, come in Gran Bretagna in cui esiste una casta militare borghese. Da noi in Inghilterra si dice che il figlio più furbo si mette in affari, quello un po’ meno sveglio si da alla Chiesa e diventa vescovo, quello più scemo fa il militare.
Quello che abbiamo appena detto non vale nei paesi coloniali dove lo stato non si è mai consolidato. I livelli militari medi (vedasi in medio oriente, Nasser, Gheddafi, etc…) hanno spessissimo guidato lotte anticapitaliste. Sono sottoposti alle pressioni che provengono dalle masse.
Se i partiti comunisti e socialisti nel mondo facessero il loro dovere, non ci sarebbero problemi, invece per questa incapacità a perseguire le politiche giuste, le masse  restando di fronte ai loro problemi irrisolti sono costrette a cercare altre vie. Trotsky sosteneva che la rivoluzione era una situazione in cui le masse, i lavoratori, non i politici, cominciano a parlare di politica e tentano di prendere nelle mani il loro destino, normalmente lasciato ai politici di professione e ai sindacalisti.
L’origine della rivoluzione venezuelana (27 febbraio 1989), ignorata completamente dalla “libera stampa”, fu l’annuncio da parte del presidente Carlos Perez di misure economiche che prevedevano drastici tagli al bilancio dello stato, aumenti del prezzo della benzina del 100% e dei trasporti. Perez era una agente USA al soldo del FMI e della BM. Ci fu quindi una vera esplosione sociale. Le masse, senza un partito, una direzione, un programma scesero in piazza spontaneamente in tutte le città del paese. Tale insurrezione verrà definita “Caracazo”… chi di voi conosce questo nome? La stampa libera non disse una parola, come non disse nulla quando l’esercito aprì il fuoco e uccise centinaia di persone (forse più di mille). Non ci furono sanzioni, non ci furono proteste nel mondo libero. La stampa ignorò tutto.
Oggi viceversa la stampa mondiale dedica tante attenzioni a Chàvez e a tutto quello che fa.
Negli ultimi otto anni ha vinto più elezioni e consultazioni popolari di chiunque altro, così nessuno osa più definirlo un “dittatore”… è diventato un “autocrate eletto”.
Dopo il massacro di febbraio che scosse profondamente la società, un fermento di ribellione coinvolse anche un settore delle forze armate. Chàvez era un ufficiale impegnato a combattere la guerriglia, mentre il fratello (Adam) militava  in formazioni marxiste leniniste. Ancora oggi egli si lamenta dicendo che lui era il rivoluzionario e non il fratello Hugo che lo combatteva. Si narra che Hugo Chàvez fosse rimasto molto impressionato dalla lettura, fatta in accampamenti sulle montagne, di Plekhanov e dalle sue considerazioni sul ruolo dell’individuo nella storia. L’esercito infatti metteva a disposizione degli ufficiali libri e testi marxisti per capire la mentalità dei guerriglieri.
Nel febbrai del 1992 Chàvez e pochi altri ufficiali organizzano un colpo di stato progressista contro la politica neoliberista di Perez e contro la repressione del “Caracazo”, ma viene imprigionato. Sorge un movimento di massa che comincia a chiedere la sua liberazione che avviene nel 1994. Nel 1998 a capo del Movimento Quinta Repubblica Hugo Chàvez Frias viene eletto presidente della repubblica con il 57% dei voti.
Il programma, sicuramente progressista, è in realtà confuso. Si può forse parlare di rivoluzione democratica borghese o rivoluzione nazionale democratica. In sostanza si cercò di impostare riforme democratiche per aiutare i poveri all’interno dei limiti del sistema capitalistico.
All’inizio la borghesia non era preoccupata. La borghesia sa come trattare questi fenomeni. Una volta uno disse ad un militante “abbiamo sempre comprato i vostri dirigenti e così sarà anche per Chàvez”. Non è però sempre vero che tutti gli uomini hanno un prezzo. Chàvez portòavanti il suo programma e promulgò una nuova Costituzione (che è una delle più democratiche esistenti) (http://www.constitucion.ve/constitucion_view_it/view/ver_arbol.pag) … c’è persino un articolo che da alla gente il potere di raccogliere firme per indire un referendum revocatorio di qualunque incarico politico.
Il programma era riformista, ma i marxisti non sono contrari alle riforme. I marxisti combattono per qualsiasi cosa che migliori le condizioni dellagente.
Chàvez ha usato il denaro ricavato dalla vendita del petrolio per aiutare Cuba, in cambio ha ricevuto medici e insegnanti che sono stati inviati in zone del paese nelle quali mai s’era visto un medico o un insegnante. Recentemente l’Unesco ha dichiarato che il Venezuela ha sconfitto l’analfabetismo. Sanità e istruzione, tutte cose che dovrebbero essere garantite dal capitalismo.
La guerra al governo da parte della borghesia avvenne con mezzi extraparlamentar. Le questioni serie non possono essere risolte in parlamento, ma nelle strade, nelle piazze,nelle fabbriche, nelle caserme e nelle scuole.
Ci fu una campagna violenta della borghesia. L’11 aprile 2002 la controrivoluzione prese il potere con un colpo di stato supportato da latifondisti, banchieri, ufficiali, dirigenti sindacali di destra e dalla Chiesa.
Chàvez rifiutò di dimettersi nonostante le pressioni del cardinale di Caracas Velasco che fece credere a Chàvez che nel paese non ci fosse nessuna reazione. In realtà in tutto il Venezuela le masse si riversarono nelle strade e marciarono sul palazzo Miraflores e bloccarono così la controrivoluzione. Come a Barcellona nel 1936 (http://www.usiait.it/spagna36/durruti.htm). È importante capire l’alta coscienza delle masse. In 48 ore la controrivoluzione fu sconfitta.
Chàvez subito dopo però commise un errore. La reazione era demoralizzata e distrutta mentre le masse e l’esercito che erano con lui erano vive e forti. Ma Chàvez non ne approfittò. Non arrestò i controrivoluzionari, non espropriò le terre. Applicò il “realismo” e cercò una trattativa. È come cercare di insegnare ad una tigre a mangiare insalata. Non ci si riuscirà e ben presto si finirà nello stomaco della tigre. Questa disponibilità di Chàvez venne letta dalle forze reazionarie come un segnale di debolezza e, si sa, “La debolezza incoraggia l’aggressore”. L’oligarchia così riprese vigore e nemmeno sei mesi dopo ritentò il colpo di mano. Lanciò una serrata padronale che la stampa “libera” del mondo intero presentò come uno sciopero generale. Tutto era organizzato dalla centrale sindacale (CTV) e dalla compagnia petrolifera Pdvsa. Potevano distruggere la rivoluzione ma per la seconda volta un movimento dal basso, lemasse, ripresero le fabbriche, le strade e bloccarono ancora una volta la controrivoluzione.
Chàvez, uscito ancora una volta indenne, ripetè per l’ennesima volta l’errore di cercare la trattativa e così per la terza volta si cercò di rovesciarlo.
Nel giugno 2004 attraverso numerosi brogli, l’opposizione raccoglie le firme per indire un referendum revocatorio usando quindi la Costituzione Bolivariana ma dichiarando di abolirla immediatamente qualora avessero vinto. A questo punto il movimento fece una intensa campagna dal basso e al referendum, dopo 6 anni di rivoluzione, la destra venne sconfitta con il 60% dei voti.
Ora con l’appoggio di Chàvez le masse lavoratrici presero il controllo di diverse fabbriche destinate alla chiusura e iniziarono una loro cogestione. Si può parlare quindi di rivoluzione permanente come teorizzò Trotsky “in un paese arretrato i compiti storici di una rivoluzione possono essere portati a termine solo se la classe operaia interviene direttamente nella gestione, i compiti democratici non possono essere assolti dal capitalismo”.
Chàvez a questo punto concluse di essere “socialista”. Era talmente entusiasta di questa scoperta che, in viaggio in Iran, consigliò a Katamì di leggere Trotsky.
Chàvez, anche per aver recentemente ritirato l’ambasciatore da Israele dopo l’occupazione del Libano, è molto apprezzato nei paesi arabi. Questo è molto utile. È importante che il socialismo arrivi, torni nel mondo arabo. La lotta all’imperialismo non dev’essere compito dei fondamentalisti, ma dei lavoratori.
Chàvez ammise: “ho capito di aver commesso un errore. Ho tentato di perseguire una terza via tra capitalismo e socialismo, ma non c’è questa via. O si sta da una parte o dall’altra e il capitalismo è schiavitù”. (come diceva Rosa Luxemburg, socialismo o barbarie).
Gli Stati Uniti sono preoccupati perché Chàvez parla anche al popolo americano. È stato nel Bronx e ha radunato più di duemila persone.
L’esperienza venezuelana è importante per tutto il Sudamerica e negli ultimi anni ha stimolato esperienze come quella Boliviana. Il problema comunque non sono i lavoratori, le masse, ma le leadership.
C’è chi parla di provocazioni verso gli USA, ma la vera e unica provocazione per gli USA è l’esistenza stessa della rivoluzione bolivariana.
Chàvez ha recentemente acquistato 100.000 kalashnikov per svecchiare gli armamenti dell’esercito. Le vecchie armi dimesse sono state date ai contadini.Obiettivo è la formazione di un esercito di 3 milioni di riservisti. Il Venezuela è un popolo pacifico e non vuole combattere ma se attaccato saprà difendersi e la lezione di Simon Bolivar è ancora viva.
Gli USA hanno due opzioni sul Venezuela: o sollecitare una guerra tra Colombia e Venezuela, o eliminare Chàvez. Esistono gruppi terroristici che si stanno addestrando a tal scopo.
Ma Chàvez, al contrario di Allende, è un militare e ha messo in conto questi rischi.
Chàvez ne ha parlato a Parigi sostenendo che se gli succederà qualcosa l’unico responsabile sarà G.W. Bush, ma anche con la sua morte la rivoluzione non sarà sconfitta. La reazione delle masse sarà massiccia in tutto il continente e prevederà anche il blocco delle forniture di petrolio agli USA.
Per concludere l’esperienza venezuelana dimostra che la rivoluzione è possibile ovunque. Anche in Europa. Quello che oggi avviene in America Latina può essere lo specchio del nostro prossimo futuro. Cinque, dieci anni.
Il Venenzuela è la prima linea, ma altri paesi, grandi paesi come il Messico, stanno partendo. Ecco perché occorre sostenere la rivoluzione venezuelana e organizzazioni come “Giù le mani dal Venezuela” (http://www.handsoffvenezuela.org/home/).
 
A questo punto ci sono stati un paio di interventi interessanti del pubblico. In particolare di un uomo che ha sposato una venezuelana e vive diversi mesi all’anno a Caracas. Egli sostiene che la rivoluzione è viva e l’entusiasmo si sente. Non reputa i tentativi di trattativa di Chàvez con le opposizioni un errore, ma mosse sagge e di real-politik per evitare anche dal mondo critiche ovvie. Un secondo intervento è di un ragazzo venezuelano il quale, pur appoggiando Chàvez e la rivoluzione, sostiene che purtroppo le cose vanno troppo a rilento e forse la gente comincia a stancarsi. Poco è cambiato nella sanità, ancora oggi chi ha i soldi riceve le cure e gli altri no, i latifondisti e i padroni sono ancora in sella.
 
Ecco la replica di Alan Woods:
A uno dei primi incontri avuti con Chàvez egli ripetutamente mi chiese quali erano, se c’erano, le mie critiche al suo operato. Contrariamente a tanti leader che adorano essere adulati, egli insistette affinchè le esprimessi. E io gli dissi che a mio avviso mancava un quadro ideologico del movimento bolivariano e mancavano quadri dirigenti, un partito.
Chàvez ha fatto da allora molti passi in questa direzione.
Chàvez è consapevole che la rivoluzione bolivariana non ancora irreversibile. Egli dice che è stanco di vedere persone per le strade con le bandiere. È il momento del pensiero, della riflessione. I rischi che corre la rivoluzione sono anche e soprattutto interni al movimento e riguardano la burocrazia e la corruzione, così come le decisioni non applicate.
La burocrazia è la quinta colonna dell’imperialismo. Nel movimento ci sono sicuramente degli infiltrati e molti dirigenti sono comprati o in vendita. Le attese delle masse sono forti. Dopo 7 anni il 75% della terra è ancora in mano ai latifondisti e le fabbriche ai padroni. La burocrazia ancora controlla e non si può certo restare a lungo in questa situazione. La controrivoluzione vincerebbe.
La rivoluzione c’è, và difesa, ma è ancora a metà strada. Và portata a termine.
Chàvez ha dichiarato: “dopo le elezioni di dicembre renderemo irreversibile la rivoluzione!”.
A mio avviso stiamo entrando nella fase decisiva. Occorre rompere il potere economico delle oligarchie e và applicato un vero programma socialista con l’espropriazione delle terre e il passaggio delle fabbriche al controllo delle masse lavoratrici.
C’è un programma già scritto da seguire. Ed è quello di Lenin:
1)     elezioni libere e democratiche di tutte le cariche con diritto di revoca;
2)     nessun funzionario pubblico deve ricevere un salario superiore a quello di un lavoratore (antiburocrazia);
3)     non un esercito permanente ma un popolo in armi (milizia popolare);
4)     gradualmente, con lo sviluppo dei mezzi di produzione e con la crescita del tenore di vita, i compiti dello stato devono essere svolti a rotazione. Se tutti sono burocrati, nessuno è burocrate.
La rivoluzione venezuelana dimostra che le masse sanno gestire senza padroni e burocrati. Le fabbriche nazionalizzate, oggi in mano ai lavoratori, sono lì a dimostrarlo. Allo stesso modo le masse possono gestire la società.
Bolivar ebbe un’idea che è ancora un sogno e un obiettivo. L’America Latina unita e federata. Un unico grande popolo e una terra ricchissima di risorse. L’America latina unita potrebbe essere una potenza mondiale senza eguali. Ma questa idea non può essere realizzata se non si toglie il controllo delle risorse ai capitalisti. Il bolivarismo si può realizzare solo attraverso il socialismo.
postato da: GabrielParadisi alle ore 12/10/2006 08:34 | Permalink | commenti (6)
categoria:america, venezuela, sud america, chàvez hugo, woods alan
martedì, 10 ottobre 2006
Hands off blog!
Il 4 ottobre scorso il New York Times ha svelato l’esistenza dell’ennesimo programma dell’amministrazione Bush, denominato “Sentiment Analysis”. Due milioni e mezzo di dollari sono stati stanziati per consentire alla Cornell University di Pittsburh (Pennsylvania) e all’Università dello Utah di sviluppare un software che consentirà di passare in rassegna i media di tutto il mondo (esclusi gli Stati Uniti dove quest’attività sarebbe ovviamente illecita), «per identificare potenziali minacce agli Stati Uniti».
Il programma, varato dal Ministero della sicurezza nazionale e che sembra sia stato suggerito dalla Cia (la considerazione è di Monsieur De Lapalisse), “consentirà alla Superpotenza di registrare «le opinioni negative» su di essa o sui suoi leader espresse dalle testate o dagli autori degli articoli. In casi estremi, porterà all'adozione di misure preventive” (!?).
C’è da attendersi a breve dunque il “bombardamento intelligente” di Via Tomacelli?
Il coordinatore dell' iniziativa, Joe Kielman, ha però immediatamente rassicurato tutti spiegando che gli Usa «devono potere distinguere tra la critica e l' aggressione», lasciando intendere che sulla prima saranno più indulgenti…
Il programma pare che oggi sia già in fase sperimentale, per cui TV, carta stampata, radio di tutto il mondo, ma anche internet, quindi siti web e blog, sono probabilmente già da ora passati al setaccio per rilevare “antiamericanismo”, ovvero opinioni contrarie alle politiche di Bush & C.
Ci onoriamo quindi di rientrare immediatamente in questa categoria e per l’occasione pubblichiamo una nostra foto di qualche anno fa con un cartello di protesta davanti alla Casa Bianca. Giusto per venire incontro agli autori del software (tra cui Claire Cardie e Jaynice Wiebe), che, hanno ammesso, pare abbia ancora diversi bugs e commetta pertanto vari errori.
Domenica scorsa nell’abituale “Faccia a Faccia” sul Quotidiano Nazionale / Resto del Carlino, tra Massimo Fini e Cesare De Carlo si è parlato proprio di questo progetto, e mentre Fini esprimeva tutta la sua viva preoccupazione, il buon De Carlo sosteneva che tutto questo inquietante sistema orwelliano altro non è che un modo per capire quale sia appunto il sentimento “mood or emotional intent” dei cittadini del mondo nei confronti degli statunitensi, democratici e amanti delle libertà. Una cosa innocua quindi, che a detta sua non deve spaventare, anzi, esso non è altro che un modo discreto per capire dove essi (gli americani) sbagliano, e potersi così pertanto correggere. Ora sull’imbarazzante appiattimento “con” di De Carlo abbiamo già detto altrove, ma quello che stupisce è il silenzio di tutti gli altri “liberali-libertari”, di tutti quegli amanti dell’America “a prescindere”, che abbiamo visto spesso sfilare avvolti nelle stelle e nelle strisce. Com’è possibile, mi chiedo, non intravedere dietro questo progetto l’embrione di un nuovo agghiacciante “maccartismo”?
La stampa libera, in tutte le sue forme, è sempre stata una spina nel fianco dei vari poteri, ne sa qualcosa la povera Anna Politkovskaja, uccisa a Mosca appena qualche giorno fa, ma un fenomeno nuovo credo abbia innescato queste nuove forme di controllo, censura, repressione; un fenomeno chiamato “internet”.
I blog, ad esempio, stanno assumendo una funzione nuova e per certi versi imprevista. Credo quindi sia sorto nei “Palazzi” il timor panico di non saper, poter tenere sotto controllo questo immenso, sfuggente, volume di informazioni, di rimandi, di richiami. Di denunce.
Ecco allora un motivo in più per contrastare qualsiasi intervento che diminuisca o restringa la libertà d’espressione di questo prezioso strumento, anche introducendo norme che magari hanno solo finalità… “esattoriali”.
E’ per questo quindi che aderiamo alla campagna per l’abolizione del primo comma dell'articolo 32 del capo IX del decreto legge 3 ottobre 2006 n. 262 proposto nella recente finanziaria (Prodi no, così proprio non và), che di fatto impone una tassa sulle rassegne stampa realizzate senza scopo di lucro.
Questo blog, come milioni di altri, è pieno di articoli e di citazioni, funzionali allo sviluppo dei ragionamenti e delle discussioni. Non si può mettere una tassa e un freno a questa incommensurabile libertà e opportunità che è la Rete, che sono i blog. Invito tutti i lettori dunque ad aderire anch’essi.
W i blog, W la libertà!
 
postato da: GabrielParadisi alle ore 10/10/2006 09:58 | Permalink | commenti (1)
categoria:america, informazione, terrorismo e guerra globale, de carlo cesare, fini massimo
mercoledì, 04 ottobre 2006
Arrivano i nostri
Chiunque ritiene di detenere una qualunque “verità”, si sente quasi sempre in obbligo di diffonderla. E’ per lui una missione indispensabile. Sarebbe “disumano” il contrario, non ci si deve stupire più di tanto.
Chi, d'altronde, sapendo di avere la conoscenza in mano, di possedere cioè il “segreto” della vita e magari, ritenendo pure di amare il prossimo suo, non si sente in dovere di “avvertire” i fratelli?
Taluni hanno definito questo fenomeno anche “evangelizzazione”. Altri, ispirati dalla stessa luce, sono arrivati e arrivano addirittura a disporre persino “guerre sante”, “jihad”, “giuste” che dir si voglia o anche solo di… “pacificazione”.
Il fine comunque è pressoché sempre il medesimo: portare novelle. Normalmente “buone”, a chi non abbia ancora avuto la felice ventura di esser stato illuminato dalla “rivelazione”.
I disastri che hanno combinato e combinano costoro sono quindi, sostanzialmente, dovuti ad eccesso di zelo. Mi sto ovviamente limitando a considerare coloro i quali sono mossi (per stupidità o per povertà di spirito) da oggettiva onestà. I “crociati” in buona fede, insomma. Incredibile ma vero, eppure ne esistono.
C’è addirittura chi si spinge a ritenere che questa missione abbia contribuito alla storia del mondo, ovviamente in senso positivo, avendo coinvolto genti e popoli che altrimenti ne sarebbero stati, ahimè, inesorabilmente esclusi.
Gianni Baget Bozzo, ad esempio, rispondendo qualche giorno fa ad alcune nostre considerazioni, è uno di questi. Egli infatti trovando una giustificazione etica al colonialismo occidentale si spinge ad affermare: “Il colonialismo creato dal mondo contemporaneo ha inserito nella storia del mondo popoli che ne rimanevano lontani”.
Nessun dubbio sembra sfiorare questi “paladini delle verità”. Nessuno di loro che si chieda se, per esempio, tanto per dire, a quelle genti, a quei popoli, importasse davvero essere “inseriti” in mondi, civiltà, usi e costumi a loro sconosciuti e sicuramente ostili.
Finora poi ho parlato di “missionari” mossi dalla buona fede e dal sincero desiderio di portare a tutti gli esseri viventi: civiltà, benessere e magari anche “democrazia”.
Purtroppo esistono anche altri figuri, meno sostenuti da buoni propositi o da un disegno etico seppur sbagliato.
Parlo di quei filibustieri di professione, prezzolati, che abbracciano tutte le cause (qualunque esse siano) pur di avere un tornaconto personale. Sostanzialmente potere, denaro e tutto ciò che ne consegue.
Una brutta razza, insomma. Personaggi senza troppi scrupoli o dignità, che si adeguano perfettamente al “progetto” dei primi, anzi ne diventano il loro braccio operativo, “armato”.
In questo contesto la filosofia liberista è andata a nozze. Un nuovo “dio”, potentissimo, feroce, s’è affacciato sul mondo globale: il Profitto.
In nome di esso si sono avviate nuove e più subdole e distruttive colonizzazioni.
Se nel primo novecento stava forse a cuore anche la “trasformazione-civilizzazione-integrazione” dei popoli “conquistati”, ai nuovi seguaci del profitto, di costoro nulla importa.
L’unico scopo è il raggiungimento e lo sfruttamento delle risorse naturali presenti di un determinato luogo. Gli abitanti originari di quel luogo quando non vengono soppressi da apposite guerre e da “signori” delle medesime, vengono, come da manuale, “inseriti di peso nella storia”, trasferiti cioè nelle suburre di caotiche e venefiche megalopoli (a breve sarà il caso di introdurre il più calzante neologismo di Gigalopoli o addirittura di Teralopoli), devastati dall’alcol e dalla miseria.
 
A tal proposito, abbiamo ricevuto da Francesca Casella dell’Ufficio Stampa di Survival, un delizioso volumetto e quest’articolo può essere la nostra umile recensione.
 
Il libretto si intitola “Arrivano i nostri”. E’ stato scritto e disegnato da Oren Ginzburg ed è distribuito da Survival.
Andrebbe reso obbligatorio in tutte le scuole elementari e medie della Repubblica. Le tavole sono di una ironia raffinata e amarissima, che i nostri figli, ancora, forse per poco, non del tutto consapevoli dei trituranti meccanismi del mondo circostante, saprebbero cogliere in tutta la sua potenza ed efficacia.
E’ una storia breve. Narra di un luogo meraviglioso. Una sorta di Paradiso terrestre dove convivono in simbiosi da millenni esseri viventi (umani, animali e vegetali). In questo Eden arrivano alcuni missionari a portare… lo Sviluppo Sostenibile.
 
Come sarebbe bello che nella nostra scuola se ne parlasse. Ma, ahimè, temo sia tardi. Nella nostra scuola, a parlare ai nostri bimbi, sono già arrivati gli stessi “missionari”. Quelli del “dio Profitto”
postato da: GabrielParadisi alle ore 04/10/2006 12:29 | Permalink | commenti (1)
categoria:baget bozzo gianni, globalizzazione e neoliberismo, popoli tribali