venerdì, 29 settembre 2006

Islam e Cristianesimo

Il 19 settembre scorso su Il Giornale è stato pubblicato un articolo di Gianni Baget Bozzo dal titolo "Lasciato solo dall'occidente". Il riferimento evidentemente era per Papa Ratzinger dopo le note dichiarazioni alle quali noi stessi abbiamo dedicato un post.

Io scrissi una lettera a Baget Bozzo, alla quale egli molto gentilmente e puntualmente ha risposto. Di seguito pubblico entrambe.

Caro Baget Bozzo
Le scrivo per commentare alcune considerazioni che lei sviluppa nel suo articolo “Lasciato solo dall’Occidente” su Il Giornale del 19 settembre 2006.
Io non condivido affatto la sua lettura.
Temo che il mondo sia in pericolo, ma non perché insidiato da un Islam feroce e terrorista che vuole ricostituire il “Califfato Universale”, bensì perché gli estremisti di ogni parte e religione hanno assunto il “governo” delle cose e soprattutto stanno agendo.
Lei sostiene che l’Islam “per natura sua, si pone come verità assoluta”. Ciò è sicuramente vero. Ma mi sa indicare una religione monoteista che non faccia altrettanto?
Lei stesso, poche righe sotto, sostiene che “con il discorso di Ratisbona il Papa si erge a paladino dell'unità tra Cristianità e Occidente come unica civiltà…”, ma forse voleva dire “Cristianità e Occidente civiltà unica?…”.
A prescindere, credo che anche il Cristianesimo abbia grosse remore e difficoltà a derogare dalla prerogativa di essere il detentore della Verità?
Il nostro profeta Gesù Cristo, non è forse la Verità Rivelata…
Lei sostiene anche che il Papa nel suo discorso ha parlato “in nome di una esperienza più che millenaria che la Chiesa ha dell'Islam” e richiama solo “violenze, guerre, distruzioni, razzie, schiavitù…”.
Lei però, credo non possa dimenticare che anche la Cristianità ha le sue colpe storiche che, se non ricordo male, il precedente Vescovo di Roma, Giovanni Paolo II Il Grande, ha ampiamente ammesso e per le quali ha chiesto perdono al mondo intero.
Vede, quello che mi fa essere scettico sulle conclusioni a cui giungete Lei ed altri pensatori che per semplicità si possono definire teo-con, è che se interrogassimo un dotto musulmano ci darebbe una lettura della storia identica a quella che voi date, ma a parti invertite.
Le “Crociate” sono assimilabili in tutto e per tutto alla conquista della Spagna… Un’esigenza impellente superiore che ha guidato popoli all’”evangelizzazione” forzata o alla “jihad”…
Mi può indicare le differenze che lei viceversa trova in questi due atteggiamenti storici che a me paiono identici?
Non crede sia azzardato sostenere il primato della nostra Civiltà e Religione sulle altre? Non è in fondo questo l’atteggiamento e l’errore che sta commettendo l’Islam integralista?
Lei infine addirittura sembra dare un giudizio positivo dell’esperienza coloniale che “ha sospeso per qualche decennio la spinta islamica contro il mondo cristiano”.
Non crede invece che nasca proprio da quel dominio economico, politico e culturale dell’Occidente sul resto del mondo, la frustrazione e la voglia di rivalsa che muove certi estremismi?
Il colonialismo ha destrutturato paesi, popoli e culture. Quando le potenze occidentali hanno infine, “obtorto collo”, abbandonato quelle ricche terre, hanno spesso tracciato confini immaginari a tavolino, separando etnie; hanno elevato al governo servi fantoccio pensando solo ai loro interessi particolari da preservare ad ogni costo e non hanno pensato minimamente a quali danni avrebbero innescato.
Nella oggettiva situazione di degrado economico e culturale di certe aree del mondo, ora brodo di cultura del terrorismo, non crede ci sia anche un poco di responsabilità del nostro Occidente libero e democratico, oltreché cristiano?
Io credo che all’interno delle civiltà cristiana, islamica ed ebraica ci siano due correnti distinte. Una, maggioritaria, di moderati. Di persone che rispettano le altre professioni di fede e le altre culture. Consapevoli delle difficoltà di una coesistenza pacifica ed equa, ma proiettati a realizzarla. E una parte, minoritaria, di estremisti. Di persone intolleranti che pretendono l’affermazione della loro fede e cultura sulle altre. Oggi il mondo mi sembra in mano a queste minoranze, e credo che tragicamente lo stiano ahimè trascinando verso disastri inimmaginabili.
Le sarei grato se volesse rispondere a questa mia lettera, magari per farmi capire dove la mia analisi è errata.
Grazie

Gabriele Paradisi

Caro Gabriele,
 
lei ha ragione, l' espressione "unica civiltà" può essere equivocata. Volevo dire che Cristianità e Occidente sono una unica civiltà ma potrei essermi espresso male. Ed ha anche ragione nel secondo argomento cioè sul fatto che non è il solo Islam che si pone come verità assoluta. Ma devo dire che nel caso cristiano vi è il fatto che la conversione esista come un atto libero della persona. Ma è anche vero che non è stato sempre così. La conquista islamica ha tolto il Cristianesimo in parte o del tutto dalle aree della Anatolia e dell' Africa Mediterranea. E' vero che gli spagnoli fecero l' espulsione dei mori dopo la conquista dell' Andalusia, ma questo era dovuto al fatto che l' Islam si poneva come totalità politica religiosa e che imponeva alla Spagna una medesima politica. L' Islam si è sempre considerato in guerra con la Cristianità ma non la Cristianità con l' Islam. Esso dovette difendersi da una vittoriosa aggressione per mille anni. E il colonialismo europeo, che ruppe l' assedio islamico alla Cristianità fu filoislamico. Il colonialismo creato dal mondo contemporaneo ha inserito nella storia del mondo popoli che ne rimanevano lontani. Se esiste oggi un modo uno  lo si deve proprio agli imperi coloniali con il limiti che essi hanno avuto. Questo comporta certo la responsabilità dell' Occidente, come lei dice, ma l'Occidente unificato al mondo è la civiltà unificante ed è perchè teme di essere annesso culturalmente all'occidente che il mondo islamico sceglie la via del fondamentalismo. l'Islam non è moderato in sè stesso, ciò che è moderato sono gli Stati dei paesi musulmani ma essi sono creazione dell'Occidente.
 
La saluto con affetto
Gianni Baget Bozzo
postato da: GabrielParadisi alle ore 29/09/2006 19:45 | Permalink | commenti (7)
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martedì, 26 settembre 2006

Salvador, 1982

<<Questo è l’articolo di Paolo Guzzanti uscito su Repubblica il 28 febbraio 1982 e che io avevo descritto in modo falso sulla base di pettegolezzi e calunnie che ho avuto l’ingenuità di raccogliere e pubblicare, omettendo il controllo che mi avrebbe evitato uno sgradevole conflitto con un giornalista dalla professionalità immacolata.
Ho in seguito raggiunto un accordo amichevole basato anche sulla comune stima con Paolo Guzzanti che ha rinunciato a sporgere querela in cambio della verità.
Sono quindi lieto di completare oggi la correzione dell’errore e la sua ritrattazione ripubblicando proprio l’articolo per cui Guzzanti era stato diffamato: niente teste mozze nell’albergo, niente proteste dello Stato del Salvador, nessuna riunione dei giornalisti per stigmatizzare l’operato professionale di Guzzanti, niente di niente>>.

Inoltre, l’articolo che oggi riproduco nel mio blog ricevette il Premiolino del Bagutta, di cui riporto qui la motivazione:

A PAOLO GUZZANTI - PER L' OBIETTIVITA', L'INTERESSE, LA VIVACITA' DELLA SUA LUNGA INCHIESTA SUL SALVADOR E IN PARTICOLARE PER L' ARTICOLO '' LE SQUADRE DELLA MORTE SI PREPARANO A VOTARE'' IN CUI DESCRIVE EFFICACEMENTE LE FIGURE DEI MAGGIORI ESPONENTI POLITICI SALVADOREGNI E NE RIPORTA OPINIONI E PROGRAMMI.
 
Le squadre della morte si preparano a votare
di Paolo Guzzanti (La Repubblica, 28 febbraio – 1 marzo 1982)
 
Tragiche elezioni il 28 marzo: l’estrema destra conta di battere Duarte.
“Contro i comunisti mitra non riforme”
 
San Salvador, 27 – Il signor D’Aubuisson, leader dell’estrema destra, già capo riconosciuto dello squadrone della morte e accusato di aver eseguito torture orribili su molti prigionieri politici, è un uomo di media statura, giovane, magro e scattante. Mentre è al microfono davanti ad una platea di eleganti signore e adolescenti che sostengono la sua candidatura, un uomo armato lo avverte concitatamente che la sede del partito, l’”Arena”, è stata attaccata pochi minuti fa dai guerriglieri in pieno centro, con bombe e raffiche di mitra.
Napoleon Duarte
I suoi uomini lo circondano imbracciando fucili automatici e si precipitano tutti insieme verso la “Cherokee” blindata. Le belle e ricche signore che lo avevano applaudito commosse fino a qualche minuto fa durante un meeting femminile di tradizione nordamericana, appaiono costernate. Noi, che eravamo lì, nella sala banchetti, per tentare un’intervista lo seguiamo a precipizio con un taxi e arriviamo alla sede del partito nazionalista.
Questo raggruppamento politico è certamente il più reazionario, ma anche uno dei più popolari del Salvador. Sarebbe un errore pensare infatti che D’Aubuisson e il suo stato maggiore rappresentino esclusivamente gli interessi dei proprietari terrieri e del padronato che rifiuta la riforma agraria. Al partito di estrema destra gli stessi avversari attribuiscono oggi non meno del 25 per cento dei voti e c’è chi si spinge fino ad aggiungerne altri dieci. Il fatto è che molti campesinos e piccoli artigiani sono schierati con lui in nome della difesa della piccola proprietà privata e dell’anticomunismo più intransigente.
Sul luogo dell’attentato un automobile con i vetri fracassati perde benzina. I colpi di mitra sono visibili ovunque. Gli uomini di D’Aubuisson si schierano in posizione di tiro sui tetti, sotto le macchine, lungo il ciglio dei marciapiedi, dietro le finestre. Sono uomini che vengono dai servizi speciali, superaddestrati, capaci di uccidere senza batter ciglio, come tutti del resto in questo paese in cui la vita di un essere umano vale meno di una tazza di caffè.
Quando siamo entrati nella sede allagata per l’esplosione dei tubi dell’acqua abbiamo camminato su una fanghiglia arrossata dal sangue: quattro persone erano rimaste ferite, una in modo grave. Le eleganti signore dell’estrema destra piangono raccolte in un angolo mentre in strada si riprende a sparare. Con quotidiana naturalezza ci gettiamo tutti per terra mentre si spengono le luci e il silenzio è rotto soltanto dal “clik-clak” delle sicure tolte e dei colpi chiamati in canna. La mitragliatrice qui è l’arma di difesa più diffusa dopo la pistola che è frequente come la penna biro. Dopo mezzora tutto è finito, possiamo alzarci e andarcene, radendo i muri fino al taxi. Nel frattempo sono saltati in aria altri sette autobus e la gente si affolla vanamente alle fermate. Dove si spara c’è chi corre ad avvertire parenti ed amici: “No salgan, es peligroso”, non uscite, è pericoloso, stanno sparando. Revolverate, raffiche e bombe non scuotono tuttavia la normalità che per lo stretto tempo dell’azione.
La malavita intanto approfitta degli attacchi guerriglieri e della confusione delle sigle e delle attribuzioni di responsabilità per compiere ogni sorta di ruberia.
Amici, tassisti, negozianti, ripetono continuamente le raccomandazioni fondamentali; non reagire se ti fermano l’automobile, non dare mai segni di nervosismo di fronte alle aggressioni, consegnare tutto ciò che ti chiedono senza gridare, senza fare gesti bruschi. La vita (e lo ripetono davvero in ogni momento) qui non vale niente. Eppure la gente va al cinema, in ufficio e a scuola; i negozi sono aperti, i semafori funzionano e i vigili fanno le multe per il divieto di sosta.
Poco prima di correre alla sede del partito il signor D’Aubuisson aveva pubblicamente gridato, fra gli applausi generali nell’entusiasmo un po’ isterico: “Mi farò cambiare il nome se una volta vinte le elezioni non riuscirò a liquidare quei delinquenti del Fronte!”. Per ora, tuttavia, quelli del Fronte moltiplicano la loro audacia e gli attentati nella stessa capitale.
 
Parla un ottimo inglese.
“E’ un’assoluta idiozia pensare che per combattere il comunismo si debbano fare riforme sociali”, mi dichiara con stringente logica il presidente della piccola industria. Ed aggiunge: “La sinistra non conta proprio niente, non è neppure in grado di proclamare ed attuare uno sciopero. Possono sparare e terrorizzare, ma il terrore è ormai già assorbito dall’abitudine: vede questa parete distrutta? Vede queste tende lacerate? Anche qui hanno lanciato bombe, es verdad, ma a noi le loro bombe non fanno né caldo né freddo”.
L’uomo è colto e distinto, parla un eccellente inglese, è vestito accuratamente di grigio e parla con proprietà e garbo esprimendo idee che sono condivise dalla grande maggioranza degli uomini d’affari che operano nel Salvador: “La colpa fondamentale è degli americani che non sono ancora riusciti a digerire lo scacco del Vietnam e di conseguenza sono dominati da una generazione di uomini incapaci di difendere gli interessi del loro stesso paese”.
“Quanto al comunismo e ai suoi piani nell’America Latina non c’è spazio per la fantasia e le ipotesi: basta leggere con attenzione il testo che fu approvato alla prima conferenza tricontinentale di Cuba nel 1966 dove sta scritto per filo e per segno che cosa, come, dove e quando sarebbe stato fatto nell’America Centrale per promuovere rivoluzione e comunismo, fino a risalire su, su fino al Messico davanti alle frontiere degli Stati Uniti. Sono loro stessi a dirlo, perché non dobbiamo credergli? E’ inutile che seguitiamo a fornire spiegazioni sociologiche della guerriglia come fanno i gesuiti: la guerriglia, qui come in Italia, come a Cuba con Castro e con Guevara, non parte mai dai contadini e dai poveri, ma dalla classe media, dagli intellettuali, dagli eversori professionisti che esportano violenza e rivoluzione”.
Va detto che queste posizioni di estrema destra sono, almeno nei programmi, meno reazionarie di quanto non si pensi: gli industriali infatti sono favorevoli alla riforma agraria, alla alfabetizzazione massiccia del paese, al controllo delle nascite e al lancio di una industria di trasformazione sofisticata come quella di Hong Kong e Formosa. La connotazione anticomunista è comunque intransigente e per qualche verso superstiziosa: “I comunisti di questi nostri paesi non sono degli intellettuali europei, ma delle belve assetate di sangue”, ripetono gli operatori industriali. “Forse soltanto i comunisti messicani sono diversi dai guerriglieri marxisti-leninisti e possono essere confrontati con quelli italiani e spagnoli”.
Daremo conto nelle prossime puntate di questa corrispondenza delle opinioni dei leaders clandestini che guidano politicamente e militarmente la guerriglia. Per ora dobbiamo sottolineare che nelle città e per quello che abbiamo potuto vedere e sentire anche nelle campagne, nessuno si azzarda ad esprimere, seppur privatamente, opinioni favorevoli alla sinistra rivoluzionaria. Eppure sono tutti d’accordo nell’attribuire a questo settore dell’elettorato circa il 40 per cento delle simpatie.
Delle simpatie,manon certo dei voti realmente esprimibili perché, come si sa, le sinistre si sono rifiutate di partecipare alle elezioni del28 marzo (ed anzi cercano di impedirle a tutti i costi con le armi) non avendo vista accolta la loro condizione prioritaria: una epurazione radicale nelle forze armate che detengono ininterrottamente il potere da cinquant’anni, o almeno un cambio radicale al vertice. Le forze armate, ovviamente non hanno neppure voluto discutere questa richiesta, visto che il potere ce l’hanno e non danno segno di volerlo cedere, neppure dopo i risultati elettorali.
E’ quindi certo che chiunque coltivi opinioni non diciamo rivoluzionarie ma anche socialdemocratiche, se le tenga accuratamente per sé in modo da evitare guai personali.
Siamo andati a chiedere opinioni e dati nella sede del coordinamento elettorale, un edificio blindato in cui si entra dopo che un indio armato di revolver ci ha perquisito dalla testa ai piedi. Chiedo di parlare con il signor Beltran che èil coordinatore di queste elezioni.E’ un giovanottone simpatico, un po’ corpulento, di idee democristiane, fuggito in fretta e furia dal Cile di Pinochet e approdato alla Democrazia Cristiana di Duarte. Mi conferma la sua sensazione secondo cui l’estrema destra di D’Aubuisson va forte, sempre più forte, e che la Dc di Duarte,pur contando di raggiungere la maggioranza, comincia a sentirsi pesantemente minacciata.
 
Difficile ogni previsione.
Apprendo da lui un dato sorprendente. Nessuno, né qui dentro, né nel palazzo del governo, né al quartier generale militare, ha la più pallida idea di quanti siano i cittadini salvadoregni residenti nel paese, quanti coloro che possono esercitare il diritto di voto, quanti i vivi, i morti, gli emigrati, i rifugiati. Non esiste quindi alcuna possibilità di fare calcoli in percentuale o qualsiasi genere di proiezione.
Giacomo marasso Beltran (italiano di seconda generazione) allarga le braccia e spiega: “Alle ultime elezioni stabilirono che gli iscritti al voto erano due milioni e trecentomila, ma si trattava di cifre di fantasia, fatte per assicurare ampi margini ai brogli. Oggi noi pensiamo che i votanti possano essere piùo meno un milione e seicentomila”.
E i rifugiati, gli scomparsi, gli esiliati, quanti sono? Secondo Giacomo superano un milione, ma è difficile dire perché qui, ci tiene a ricordarmelo anche lui, la vita non vale niente e non esiste una contabilità anagrafica delle nascite, dei villaggi, dei morti e dei vivi. Come fidarsi allora dei dati quando saranno disponibili? Se ne fiderà chi crede, chiunque potrà contestarli. Contro le possibilità di broglio elettorale è stato adottato il sistema del dito timbrato: chi vota dovrà sporcarsi il polpastrello dell’indice con uno speciale tampone di inchiostro indelebile che impedirà la pratica molto diffusa da queste parti di votare due, tre e anche dieci volte.
Si capisce bene che in città se i seggi elettorali potranno funzionare con un minimo di regolarità (ma i guerriglieri promettono bombe alle urne e il blocco di ogni tipo di trasporto urbano ed extraurbano) il loro controllo nei pueblos e lungo la fungaia delle casupole sulla carretera e nella foresta sarà quasi impossibile. E tuttavia napoleon Duarte in persona parte oggi per un meticoloso tour dei villaggi e delle case per raccomandare a tutti i campesinos che si voti, che si inauguri finalmente la democrazia rappresentativa.
Incontriamo Napoleon Duarte nella sua casa presidenziale, dopo aver passato dieci diversi sbarramenti e altrettante perquisizioni. Duarte è un uomo con una faccia aperta e meridionale. Veste un abito blu piuttosto stazzonato, con cravatta di un verde sconsigliabile. E’ agitato, stanco, molto teso. Tutti sanno che il suo potere reale all’interno della giunta militare è bassissimo, benché svolga formalmente le funzioni di presidente della Repubblica. Chi comanda in realtà nel Salvador è un uomo apparentemente di secondo piano, forte ed efficiente: il generale Garcia. Un uomo, quest’ultimo, che diversamente da Duarte non si è mai impelagato nelle sottigliezze del dibattito democratico e delle formule politiche complesse: questo generale ha semplicemente assicurato che qui nel Salvador, lui vivo, il comunismo non passerà mai, né legalmente,né illegalmente.
Napoleon Duarte si affaccia sulla porta: “Negoziati con la guerriglia? Nessuno: non si fanno trattative con chi intanto imbraccia il mitra. Rientrino, le sinistre, nel sistema democratico e noi tratteremo volentieri. No non abbiamo chiesto interventi militari agli argentini ma è naturale che i loro osservatori si preoccupino e chiedano di sorvegliare da vicino la questione del nostro paese. Quanto ai camionisti e ai piccoli proprietari di autobus saltati con la dinamite, non possiamo assicurargli l’appoggio del governo. Non accetto l’equazione fra violenza governativa e violenza guerrigliera: noi ci limitiamo proteggere il popolo e soltanto il popolo ha diritto di dire, con le elezioni, in che modo chiede di essere governato. Il popolo è saggio, non vuole la dittatura, non darà la maggioranza all’estrema destra, a quelli che vorrebbero tornare indietro. La guerriglia e la violenza reazionaria non hanno probabilità di successo.
 
Caccia in picchiata alla periferia.
Mentre così parlava il presidente Duarte, squadriglie di caccia compivano evoluzioni nel cielo di San Salvador e poi picchiavano sulle pendici del vulcano. Là, fino alla zona di San Vicente si stavano svolgendo combattimenti violentissimi. Le cose, dal punto di vista militare, non stanno andando per niente bene alla giunta, anche se non si può parlare di vittorie consistenti da parte della guerriglia.
I ribelli si sono rafforzati potentemente in queste settimane.Ieri le forze governative sono state respinte a Guazapa e un comunicato ufficiale dell’esercito ammette che “En esa zona se està combattendo duramente”.
Abbiamo assistito ad un combattimento nella zona di Suchitoto. I soldati sono stati sbarcati dai camions in una valle di bassa vegetazione dove gli elicotteri avevano visto il passaggio della guerriglia. Ma quando sono arrivati i militari, dei guerriglieri non c’era più traccia, apparentemente. Le milizie si sono appostate dietro arbusti e sassi puntando le armi verso la vegetazione come se vedessero il nemico. All’ordine di un ufficiale hanno aperto il fuoco contro i cespugli, tirando fra gli alberi e nei grandi ciuffi d’erba. Stormi di uccelli gracchianti e coloratissimi si sono levati in volo, una strage di fogliame e di rami, un grande echeggiare di tonfi, schianti, il tac-tac-tac del fucile “G3” tedesco al quale si è aggiunto il tonfo metallico di un mortaio da 81.

I tiri di mortaio erano alla cieca, verso il monte, con la granata che compiva la sua lentissima parabola fino alla linea dell’orizzonte. I soldati hanno avanzato strisciando, il rumore più prepotente è quello del loro respiro affannato e corto per la tensione,la fatica,la paura. Il fronte dell’avanzata militare è lungo più di due chilometri. Ed ecco che dalla macchia arriva la risposta: raffiche brevi e continue delle numerose armi di cui dispone la guerriglia, e cioè: il Fal belga, il Galil e l’Uzi israeliani e il notissimo M-16, l’arma americana del Vietnam, il più sperimentato fucile da combattimento. Ciascuna di queste armi ha suono e timbro diverso dalle altre e una battaglia nella foresta può assumere il tono di un folle concerto. Un chilometro più a est il combattimento si fa cruento. Ci sono feriti fra i soldati, due moriranno più tardi. Anche i guerriglieri hanno i loro caduti ma non li abbandonano sul campo.

 

postato da: GabrielParadisi alle ore 26/09/2006 08:24 | Permalink | commenti
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domenica, 24 settembre 2006
Io se fossi…
Intorno ai quaranta… forty something… ci coglie un senso di stanchezza.
Figurarsi alla soglia dei cinquanta… fifty almost…
Non sempre e non per tutti è così, per carità. Ma a tanti di noi succede. Tale spossatezza cosmica si alterna poi sovente a quella goffa vitalità che tanto fa sorridere (di compassione), gli adolescenti che ci guardano.
Tolti questi rari e patetici sprazzi di “seconda giovinezza”, la nostra vera natura, giunti a questa età, è un perenne stato di depressione malinconica, fisica ma soprattutto mentale.
E allora, quando non corriamo in mutande su un campo gelato di calcetto; quando non sfidiamo un infarto miocardico con una fascia Nike alla fronte (modello Nadal), è la nausea del disincanto che ci possiede l’anima.
Nulla ci entusiasma davvero più e guardiamo con occhi rassegnati e sgomenti quella “strana” voglia di vivere che hanno i nostri figli. Noi sappiamo già come andrà a finire… e non ci spieghiamo più tanta gioiosa incoscienza… Ci terrorizza immaginare i loro dolorosi e increduli risvegli. Perché ci saranno, è sicuro, anche per loro, purtroppo. E con questo groppo in gola ci guardiamo intorno. Nulla ci sembra andare come dovrebbe. Nel mondo. In noi.
Subentra allora una rabbia violenta che sfocia però quasi subito in un’impotenza frustrante e muta. La consapevolezza dell’inettitudine.
Proviamo però a buttarci anche noi nella mischia. A lottare. Chissà? Per provare a cambiare qualcosa. Sà mai? Ma compagni di viaggio “insinuanti, astuti e tondi” hanno ben presto la meglio su di noi. Non c’è proprio niente da fare.
Quello che è peggio poi, è che ci accorgiamo che durante questo breve percorso di “ribellione” abbiamo dato retta a qualcuno, ancora una volta; ci siamo illusi nuovamente, di qualcosa. E questo qualcuno, questo qualcosa ci ha immancabilmente traditi, delusi, fregati. Di nuovo.
L’uomo, è inutile, commette sempre gli stessi errori. Diabolicamente.
Assestatosi sulla linea frastagliata del suo limite, torna indietro per prendere di nuovo la rincorsa e cercare un varco, una fessura nello specchio. Ma quando riprova a sfondare, sbatte e risbatte senza speranza. Non Alice quindi, ma una mosca impazzita, attirata da una luce irraggiungibile e falsa.
E così (…l’estate sfugge inesorabile), mi penso già vecchio acido e spiegazzato, ad elevare il mio sterile immenso odio verso l’universo intero; il mio urlo disperato e stridulo verso qualche cielo. Verso qualche luna…
Così fece anche il grande signor G. (A great G in the sky!), quando vomitò il suo odio profondo contro tutto e contro tutti… E poi anche lui, alla fine, votò sua moglie… Com’è debole l’uomo, anche quello più grande.
 
Mi consolo quindi della mia mediocrità; mi rotolo rassegnato, "spantegando" nel mio "smerdasso":
l’amico elettricista m’ha rotto il lampadario (dovrò andare a comprarne un altro); l’amica ucraina m’ha rotto l’aspirapolvere (dovrò andare ad aggiustarla); l’idraulico, che non era amico mio e mai lo sarà, m’ha rotto un tubo nel bagno e l’umidità trasuda sulla parete esterna del condominio… e tutto questo in meno d’un mese… 
 
C’è forse qualcosa d’altro che possa sollevare il mio spirito?
In Nosadella qualcuno sul muro ha scritto: “Neanche i sofficini sorridono più…”
Come dargli torto?
Ecco, allora, tanto per dire, solo... alcune... innocue... recenti agenzie:
 
Italia dei Valori addio: Ma non confluisco nella Cdl". (De Gregorio) Presidente con colpo di mano tutto interno all’Unione della 4ª Commissione permanente (Difesa).
Già nel 2001 l’unico "glorioso" senatore eletto con IdV, Valerio Carrara, lasciò subito subito Di Pietro per aderire al Gruppo Misto e poi… guarda caso, in Forza Italia.
Antonio! ANTONIOOOOOO! Ma che ci azzecca con noi sta gente!!!
 
Io ritorno: il centrodestra non c'è più". (Cirino Pomicino). Cirino Pomicino?????
CIRINO POMICINOOOOO????? Tu, non ci dovresti essere più.... Per pietà… Vi prego… risparmiatemi Cirino Pomicinoooooooo!!!
 
Polis d’Istinto (!?)… Polis d’Istinto???.
E allora aspiriamo ad una benedetta “Campagna Razionale”…
20 milioni di euro !!!. Tronchetti & l’infelicità. Buora dei paesi tuoi… Spie & spioni. Cimici & Betulle. Operai filtrati & calciatori-vip-starlette. Il “Grande Orecchio”, il “Grande Fratello” a migliaia in coda per la selezione alla settima edizione! Settimo! Oh Oh! E non per tutti!
D-o miooooooo….
 
Armi, via l'embargo alla Cina. E' sempre stata la linea italiana”. (Prodi)
E allora? Che cosa vuol dire??? E alloraaaaa????
 
E allora… “Io se fossi… io, se fossi… mi ritirerei in campagna”…
Come fece lui…
postato da: GabrielParadisi alle ore 24/09/2006 15:17 | Permalink | commenti (4)
categoria:giorgio gaber
domenica, 17 settembre 2006
La nuova frontiera

Sappiamo tutti come sia facile commettere errori. Come talvolta le parole che ci lasciamo sfuggire pesino come pietre e come pietre facciano del male a noi e agli altri.
Quotidianamente però, succede che politici e uomini di governo, quindi persone rivestite di cariche e di alte responsabilità, si lascino andare a discorsi e ad affermazioni gratuitamente scorrette. Che parrebbero inopportune anche ad un bambino. La cosa che stupisce però, preso atto della fallacità e debolezza umane, non è tanto l’ingenuità di chi formula maldestramente quelle frasi, quanto la disattenzione dei collaboratori di cui certamente si circonda. Perché ci si chiede, qualcuno non lo ha messo in guardia per tempo? Perché nessuno, ad esempio, impedì a Calderoli di indossare l’infausta e stupida maglietta che scatenò i noti disordini in Libia?
La risposta spesso è facile. L’incidente non è frutto né di ingenuità né di disattenzione ma è volutamente provocato. Il sasso (la parola) si getta nello stagno per vedere quanti cerchi produce. Il sasso (la parola) si lancia sulla cristalleria per raccoglierne poi i cocci…
Ma se questa purtroppo è spesso la regola nella lotta politica di tutti i giorni, diverso dovrebbe essere il discorso quando si sconfina in ambiti ben più alti e delicati.
E’ successo che a Ratisbona il 12 settembre scorso Benedetto XVI nel corso della sua lectio magistralis all’Università abbia letto queste esatte parole:
 
«Tutto ciò mi tornò in quando recentemente lessi la parte edita dal professore Theodore Khoury (Muenster) del dialogo che il dotto imperatore bizantino Manuele II Paleologo, forse durante i quartieri d'inverno del 1391 presso Ankara, ebbe con un persiano colto su cristianesimo e islam e sulla verità di ambedue. Questo dialogo si estende su tutto l'ambito delle strutture della fede contenute nella Bibbia e nel Corano e si sofferma soprattutto sull'immagine di Dio e dell'uomo, ma anche sulla relazione tra le - come si diceva tre Leggi o tre ordini di vita: Antico Testamento - Nuovo Testamento Corano. Vorrei toccare solo un argomento - piuttosto marginale nella struttura dell'intero dialogo.... Nel settimo colloquio edito dal prof. Khoury, l'imperatore tocca il tema della jihad, della guerra santa. Sicuramente l'imperatore sapeva che nella sura 2, 256 si legge: "Nessuna costrizione nelle cose di fede". È una delle sure del periodo iniziale in cui Maometto stesso era ancora senza potere e minacciato. Ma, naturalmente, l'imperatore conosceva anche le disposizioni, sviluppate successivamente e fissate nel Corano, circa la guerra santa. Egli, in modo sorprendentemente brusco si rivolge al suo interlocutore con la domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo: «Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava». «L'imperatore, dopo essersi pronunciato in modo così pesante, spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell'anima». «Dio non si compiace del sangue - egli dice - non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell'anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia. Per convincere un'anima ragionevole non è necessario disporre nè del proprio braccio, nè di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte».
 
Ora ai vari Farina o Pera, tanto per citare rispettivamente un teo-con e un ateo-con della prima ora, che ovviamente hanno reagito scandalizzati alle proteste provenienti dal mondo islamico chiamando ancora una volta (oggi ahimè orfani di Oriana), l’Occidente alla pugna, vorrei porre loro, dicevo, una domanda semplice semplice. Invertendo le parti.
Immaginiamo quindi che un Imam qualunque, anzi il più autorevole dell’Islam, ammesso che esista, avesse in un suo pubblico discorso citato qualche “pensatore” antico (sicuramente ne saranno esistiti) e avesse fatto passare il nostro povero Cristo o qualche venerato Santo per qualcuno che “ha portato solo cose cattive e disumane”, perché è così, infatti, del resto, che molti musulmani interpretano le “crociate”.
Cosa avrebbero detto i nostri paladini dell’Occidente? Non avrebbero interpretato quelle parole come una prova fumante dell’odio dell’Islam verso la nostra civiltà?
 
Ma non vorrei chiudere questo articolo tornando al solito alle miserie italiote, commentando o criticando affermazioni o articoli di “giornalisti” o “filosofi” da bar Sport, vorrei ragionare su qualcosa di più inquietante.
 
Il brano letto da Papa Ratzinger, tenendo conto della proverbiale cautela e della plurimillenaria capacità diplomatica della Chiesa Romana, non può essere stato un infortunio o una leggerezza. Non poteva il fine teologo tedesco e i suoi più stretti collaboratori non sapere che quelle parole, così dirette, avrebbero colpito fortemente la sensibilità del mondo islamico.
E allora perché sono state scritte, ma soprattutto lette?
Tornano in mente parole sentite mesi addietro e da noi riportate in un articolo di gennaio:
Il Vaticano è notoriamente diventato, e ne ho avuto anche conferma durante miei colloqui negli Stati Uniti, il bastione morale-religioso del contenimento islamico e del rilancio dell’identità occidentale. Il rango dei rapporti diplomatici fra Stati Uniti, Israele e Vaticano è cresciuto e crescerà ancora per costituire un fronte di identità culturale, prima ancora che militare, di fronte alla minaccia di ”califfato universale” e per contenere in maniera convincente la Cina, che costituirà la sfida per la prossima generazione”.
Una nuova frontiera anti-islamica quindi, che va da Condoleeza Rice a George Bush a Tony Blair… passando per papa Ratzinger
Forse è molto meglio pensare che si sia trattato di ingenuità o disattenzione…
 
 
PS
Per problemi di tempo e di reperimento non mi è stato ancora possibile riprodurre integralmente l’articolo di Paolo Guzzanti “Le squadre della morte si preparano a votare” (La Repubblica, 28 febbraio-1 marzo 1982). Ribadisco che mi sono impegnato a farlo e vedrò di provvedere al più presto.
postato da: GabrielParadisi alle ore 17/09/2006 18:32 | Permalink | commenti (14)
categoria:islam, farina renato, cristianesimo, ratzinger, terrorismo e guerra globale, guzzanti paolo
lunedì, 11 settembre 2006

9/11 - Scaglie di cenere

Ho ricevuto dall'amico Sergio HaDaR Tezza, colono di Qiryath Arba - Hebron, questa testimonianza sull' 11 settembre 2001. Alle 8.45 di quella mattina egli si trovava a poche centinaia di metri dalle Twin Towers. Sergio ha conosciuto il terrore tante volte nella sua vita e in luoghi diversi. Tanto che viene da chiedersi se esista un luogo sicuro per lui e per la sua gente. Un luogo dove vivere in pace. Dove con un figlio o con un amico si possa bere una bibita e guardare il mondo dall'alto, da una finestra. Troppa cenere grigia, appiccicosa, a scaglie, continua a cadere sul mondo... 

Ancora non so perché quel giorno decisi di non andare al lavoro nell'ufficio locale dell'Agency for Children Services of the City of New York a Brooklyn, alle 8, ma di aspettare fino alle 9 per l'apertura degli uffici centrali in Downtown Manhattan e cercare di risolvere - proprio quel giorno - delle questioni burocratiche che potevano senz'altro attendere.

Fatto sta che qualche minuto prima delle 9 arrivai dalla Penn Station con la Subway numero 3 alla stazione Chambers, un paio di centinaia di metri dal grattacielo dell'ACS in Fulton Street, dove non volevo scendere perché vicino alla stazione Chambers c'era un posto dove facevano succhi di frutta naturali molto buoni.

Scendendo dal treno, passando vicino alle ricetrasmittenti di due poliziotti, sentii voci concitate, che comunicavano che qualche minuto prima un aereo si era schiantato sulla Torre Nord del World Trade Center, una delle Twin Towers, che si trovava a un centinaio di metri.  Le Torri che vedevo quasi tutti i giorni passandoci sotto, nei cui piani sotterranei avevo comperato di tutto, dai libri ai cappuccini, e adiacenti alle quali c'era uno dei miei posti preferiti per comperare generi di abbigliamento a New York: Century 21, dove i prodotti dei miei designers italiani e francesi preferiti, da Ermenegildo Zegna a Nino Cerruti e Yves Saint Laurent costano una frazione del costo in Italia e Francia.

Come forse avevano pensato tutti tranne i poveracci che si trovavano nelle torri, mi dissi: "Il solito deficiente che non sapeva pilotare un piper"...  Ma uscendo su Broadway dalla Stazione Chambers, quello che vidi non era esattamente quello che mi aspettavo...

Fuori dalla stazione Chambers, le strade e i marciapiedi erano pullulanti di pompieri e camion rossi del Dipartimento Vigili del Fuoco di New York (FDNY), auto azzurre del Dipartimento di Polizia di New York (NYPD), e un sacco di ambulanze di tutti i tipi, fra cui tante erano di Hatzalah, i servizi di emergenza medica ebraici, con le ambulanze con la grande stella di Davide, considerati fra i migliori, fra i più professionali e cortesi, nei quali avevo conoscenti anche al di là del fatto che sono un EMT-D (Emergency Medical Technician- Defibrillator) che stava studiando da Paramedic.

Comiciai a notare uno strano odore di fuoco chimico.

Mi avvicinai alle suddette ambulanze cercando di avere più informazione.  Uno dei giovani Katz, di cui non ricordo il nome, mi disse che un jet di linea si era schiantato su una delle due torri circa un quarto d'ora prima e che stavano aspettando istruzioni dal dispaccio per andare a prendere i feriti.  A quel punto notai il fumo in alto sulla mia destra.

Non avevo ancora capito bene la portata dell'accaduto.  Non c'era l'aria di tragedia a cui mi ero sfortunatamente abituato tra il 1995 e il 2000 con le esplosioni negli autobus e strade israeliani, alcune delle quali avevo visto da troppo vicino, proprio mentre succedevano, o pochi secondi dopo.

Tutto doveva però cambiare all'improvviso, quando sentii un rumore infernale, un fischio e un urlo insieme, ma fischio e urlo di una creatura mostruosa; un suono che non avevo mai sentito prima, ma che paragonai immediatamente ad un F16 che vola di poco sotto la velocità del suono giusto sopra la mia testa.  Tutto tremò. Ma nulla mi poteva preparare a quello che accadde qualche secondo dopo a circa 150 metri da me.  Un'esplosione incredibile fece vibrare tutto e saltare un sacco di vetri, che facevano un rumore continuo cadendo dalla finestre altissime.  Immediatamente, dalle radio delle ambulanze e dei vigili del fuoco si sentì: "Another plane!  The South Tower!", un'altro aereo aveva colpito questa volta la Torre Sud, l'altra gemella, nascosta alla mia vista dagli alti edifici attorno a me.

Entro qualche minuto capii che l'inferno era vicino e dovetti resistere alla tentazione di andare a vedere, cosa che decisi di non fare dopo che mi resi conto che non avevo con me il tesserino di EMT e che non volevo avere a che fare con poliziotti nervosi e confusi che cominciavano a bloccare l'accesso ai civili che cercavano di andare in quella direzione.

Dopo poco, sentii che la Transit Authority stava considerando di chiudere il traffico della metropolitana da Manhattan a Brooklyn. Mi resi conto che una cosa del genere non era MAI stata fatta in oltre cento anni.  Io dovevo andare proprio in quella direzione per andare al lavoro, ma, con una decisione molto "israeliana", corsi verso l'altro lato della strada, e anzichè andare verso sud, verso Brooklyn dove lavoravo o verso Queens, dove abitavo, presi una subway proprio in direzione opposta, verso nord, di ritorno verso Penn Station, per prendere un treno della LIRR (Long Island Rail Road) sempre verso Brooklyn, ma facendo un giro di una decina di miglia in direzione opposta.

Sul treno, l'aria cominciava a essere pesante, e arrivato a Penn Station presi un treno verso Jamaica Station, in Brooklyn (a metà strada da lì a casa mia in Far Rockaway).  Una volta sul treno, di proposito mi misi vicino al conducente, sapendo che aveva un intercom dal quale si potevano avere notizie.  E le notizie erano alquanto pesanti.

Usciti dai tunnel sotterranei che passano sotto il Fiume Hudson che separa Manhattan da Brooklyn e Queens, immediatamente il conduttore ed io guardammo all'indietro, verso Manhattan, e vidi le due incredibili colonne di fumo nero che coprivano completamente gli oltre 110 piani delle Twin Towers.  Poi, il treno fece una curva per dirigersi verso la stazione di Kew Gardens Hills, e le torri sparirono dalla vista per qualche minuto.

Quando rifacemmo la curva al contrario, ci girammo e non vidi che una colonna di fumo: la prospettiva mi faceva vedere solo una grande colona nera, pensai.

Fu allora che dal'intercom io e il conduttore sentimmo qualcosa che ancora oggi, non solo allora, non era possibile credere: "The South Tower is down!  The South Tower is down!" (la torre sud è caduta).  Non riuscii a dire molto, fino a che non sentimmo che anche il Pentagono era stato attaccato e che anche la Casa Bianca era stata attaccata.  Allora dissi: "It's the Arabs".  Fu allora che il conduttore notando per la prima volta la mia chippà [1], i miei peoth [2], la mia lunga barba e i miei tsitsith [3], mi identificò come israeliano immediatamente - visto il mio look tipico di un ebreo di Hebron, ma non certo di un ebreo newyorkese - e mi disse: "You guys in Israel know these bastards well, don't you?" [voi in Israele conoscete 'sti bastardi bene, vero?] Non gli sorrisi neppure, ma gli misi una mano sulla spalla (non era un anglo-sassone, ma uno alquanto scurotto, e quindi avrebbe capito il contatto fisico di simpatia) e dissi solo: "Yep!" - il sì dello slang locale.

Arrivato alla Jamaica Station, capii che la confusione era grande, ma la situazione tutt'altro che eccellente...

I treni di solito in perfetto orario, erano segnati sui tabelloni elettronici con orari alquanto strani.  Dopo qualche minuto di attesa, cominciarono ad arrivare altri treni da Manhattan...e da alcuni di essi scese gente elegante, vestita da ufficio - negli uffici USA si usano solo tailleurs per le donne e giacca e cravatta per gli uomini - ma coperti di cenere grigiastra, o di fumo nero.  Ne ricordo gli occhi da zombie.

Cominciai allora ad andare in giro chiedendo loro se avevano telefonato a casa, anche allo scopo di farli uscire dallo stato di shock e impotenza.  Tutti mi rispondevano allo stesso modo. "No, non ho potuto: i cellulari non funzionano più e i telefoni regolari neppure".  Il mio telefonino funzionava.  Per qualche ragione solo due giorni prima, il 9/9, avevo ceduto alla pressione della moglie e comprato due telefoni cellulari (provo ancora profonda antipatia per quei marchingegni che hanno invaso le nostre vite e che continuo a non usare quasi mai: mi piace che non mi si possa trovare, e godo dei momenti di tranquillità ininterrotti da squilli...e chi proprio mi vuole parlare lascia messaggi in segreteria, che ascolto spesso).  Visto che dovevo comprarli, però, nel nome di Shalom Bayith (pace coniugale), tanto valeva comprare telefonini che funzionassero anche in Israele, dove saremmo dovuti tornare presto, e quindi a tre lunghezze d'onda a base satellitare: cosa offerta allora solo da una nuova compagnia, VoiceStream, poi diventata T-Mobile, che cercava di inserirsi nel mercato delle gigantesche AT&T e SPRINT.  Tale decisione si mostrò molto utile...  La gente che era scesa dai treni, era così felice di poter dire ai propri coniugi, figli, genitori, fratelli, che era salva, che era OK.  Mi ringraziarono tutti profusamente, tutti i sessanta e più a cui feci usare il solo telefonino della stazione Jamaica che funzionasse.  E - TUTTI - mi dissero poi la stessa cosa: "Thank you. G-od Bless You!" (grazie, che il Signore vi benedica!) e la gran parte aggiunse anche: "You know this stuff in Israel, don't you?  
You know also to call the family when terrorists strike..."
(voi conoscete queste cose in Israele, vero?  E sapete anche che bisogna chiamare le famiglie dopo un attacco terroristico...)

La gente alla Jamaica Station mi guardava tutta in un modo che era chiaramente segno di vicinanza, e ne ero triplamente fiero: come ebreo, come israeliano e come cittadino americano.  Una fierezza commossa fino alle lacrime che appannavano costantemente i miei occhi.  Erano emozioni forti, era il pensiero dei miei amici e conoscenti assassinati dai terroristi arabi, era un sentimento di vicinanza e simpatia con chi era lì e forse adesso capiva di più attraverso il dolore e lo shock.

Salii su un treno che, come scoprii in seguito, sarebbe stato l'ultimo per Far Rockaway.  Verso le 11:30 ero già a casa, incollato alla TV, a registrare sul video registratore le immagini che non sono ancora riuscito a "registrare" nella mia testa: la caduta delle Twin Towers.  Molti dei miei vicini arrivarono a casa solo dopo oltre sette ore di cammino... Uno di loro, che di solito conduceva la preghiera di Kippur nella mia sinagoga (Young Israel of Bayswater) e si trovava al settantottesimo piano di una delle due torri, fu poi intervistato il giorno dopo da Arutz7, una radio israeliana poi fatta chiudere da Sharon.  Le autostrade erano riempite da milioni di persone a piedi che uscivano da Manhattan... Dalla baia dietro casa mia, si vedevano in lontananza colonne di fumo nero al posto delle Twin Towers, che fino ad allora erano così belle e imponenti persino da così lontano...  E quelle colonne di fumo durarono oltre un mese...

Tutto il vicinato, quasi esclusivamente ebrei osservanti, cominciò a recarsi scioccato, incredulo, come in pellegrinaggio, verso la baia, più volte al giorno, per un sacco di tempo.  Per i primi giorni poi, la vista incredibile dalla baia, così diversa dal "normale", si accompagnava allo strano silenzio totale proveniente dall'aeroporto JFK di New York a meno di due miglia in linea d'aria, e al volo basso - molto strano per i non israeliani - degli aerei da caccia, i soli che volavano sul cielo di New York.

Una vicina che era fuggita da Israele dopo lo shock della Guerra del Kippur, entrò in panico per giorni a causa del rumore dei caccia sopra la sua testa: il ricordo traumatico della guerra del Kippur nel 1973 l'aveva raggiunta anche a New York!...  Il marito la riportò a casa più di una volta dalla strada dove era uscita in preda al panico urlando.

Due giorni dopo, mentre era chiaro da tutti i canali TV e radio che l'ingresso nel Sud di Manhattan, Downtown, era chiuso dai soldati della guardia nazionale a chiunque non fosse membro delle forze di soccorso o di sicurezza, come al solito mi dissi che non esiste barriera per il sottoscritto...  Se ero riuscito a entrare a piedi in Giordania venticinque anni fa e ritornare in Israele senza che nessuno mi vedesse, e se ero riuscito a entrare con auto civili israeliane in Libano nel 1994 e nel 1996 e a rientrare in Israele fra lo shock totale dei soldati israeliani che guardavano il posto di frontiera - che non ebbero scelta tranne che lasciarmi passare sennò avrebbero dovuto spiegare ai loro superiori come ero riuscito a passare sotto il loro naso e entrare in Libano, senza che mi vedessero - non sarebbe stato di certo un soldatino dilettante della guardia nazionale che poteva fermarmi e impedirmi di vedere da vicino le Twin Towers...

Arrivato da Brooklyn alla prima stazione del Sud di Manhattan, Bowling Green (la Chambers Station in cui di solito scendevo e in cui ero stato solo due giorni prima, era stata chiusa per crolli e così sarebbe rimasta per sei mesi!), la prima cosa che sentii fu la puzza allucinante di plastica bruciata.  L'aria era irrespirabile, spessa, grigia, e mi chiedevo come facessero le forze di soccorso a lavorarci da 48 ore senza sosta.

I controlli dei soldati li passai nel solo modo possibile: alla "napoletano-israeliana"... la cosa in fondo più naturale per uno nato a Torino...  Mi appesi al collo un badge (lasciapassare con foto) di dipendente della Città di New York - che di per sè non mi dava il diritto di entrare da nessuna parte, se non negli uffici della Città di New York, e DI CERTO non in una zona militare chiusa - e camminai con fare sicuro, come uno che era lì per dovere, alquanto velocemente, tra due soldati alti almeno m. 1,95 armati di M16 e con giubbotto antiproiettile, salutandoli militarmente.  Mi salutarono di ritorno, e forse non notando o magari confusi dai vari elementi etnici apparenti, mi lasciarono passare.  Come soluzione di riserva, avevo con me il tesserino di EMT...anche se sapevo che se avessi dovuto tirarlo fuori, voleva dire almeno al 90% che non sarei riuscito a passare.

Arrivato su Broadway, vidi uno spettacolo che era alquanto inaccettabile da parte dei miei occhi: tutto era grigio, coperto di cenere, di una cenere strana...  La vista di due commercianti ebrei con la loro chippà [1] nera, che toglievano con le scope e a fatica la cenere dai muri del loro negozio di jeans su Broadway, dalle insegne, dalle serrande, mi fece fermare in un singhiozzo...  Era una cenere strana, grigia, appiccicosa, a scaglie...
Non potei non pensare alle parole del Professor Primo Levi e della Professoressa Giuliana Tedeschi, la mia preside, parole che avevo sentito da bambino nelle loro lezioni: la cenere che usciva dai camini di Birkenau e cadeva sulla neve di Auschwitz e la Buna, era una cenere grigia, appiccicosa, a scaglie...

Dopo un breve giro e aver visto quello che potevo delle macerie in fiamme e fumanti delle torri, dietro una barriera che questa volta non riuscii a passare, guardata da un poliziotto che conosceva troppo bene quali lasciapassare fossero permessi, i loro e quelli dei pompieri, mi incamminai verso il treno per casa.

Non lavorai quella settimana, perché tutti gli uffici pubblici erano chiusi, specialmente quelli della Città di New York.

Non sono mai riuscito a digerire veramente che le Twin Towers siano cadute, che adesso ci sia al loro posto un buco grande come otto terreni di football, e che in lontananza, ai bordi della fossa dove c'era il World Trade Center, la galleria della metropolitana sembra il buco di un tubo piccolino: solo tre mesi prima ci avevo portato il figlio maggiore della mia ex moglie a bere una bibita al ristorante Windows on the World al centoseiesimo piano.  Lui non era mai stato nel WTC anche se aveva vissuto dodici e mezzo dei suoi tredici anni di allora a New York (eravamo lì per comprargli le scarpe buone per il Bar Mitswà).
Mi dice ancora oggi: "You really insisted that we go up there, didn't you?
Thanks, really! Did you know something?" (hai proprio insistito un sacco che andassimo lassù, vero?  Grazie di averlo fatto. Sapevi qualcosa forse?)

No, non solo non sapevo, almeno consciamente, ma da qualche parte ancora rifiuto di "saperlo" fino in fondo...

Anche il pensiero delle scaglie di cenere non mi abbandonò per giorni, e così la scena surreale di un padre e un figlio con la chippà [1] che cercavano inutilmente di togliere la cenere dal loro negozio e dalla vetrina rotta.  Mi chiesi più volte: chissà se erano Cohanim [4]?... Come i due giovani gemelli Katz, volontari di Hatzalah, i figli della cuoca della yeshivah [5] dietro casa mia, che erano sotto le Torri quando crollarono (le loro ambulanze furono distrutte), ai quali non successe nulla, e la cui madre continuava a ripetere - quando seppe dell'attacco terroristico e dei morti, non potendo neppure pensare che i suoi bambini sarebbero potuti essere sepolti sotto le macerie - "Hashem yishmor, my children are Kohanim!!!"[4]  - Il signore ce ne guardi: i miei bambini sono dei Cohanim![4]

Sergio HaDaR Tezza
Qiryath Arba - Hebron
==============================

Per avere un'idea dei posti in New York di cui parlo, vedere http://www.mta.nyc.ny.us/nyct/maps/submap.htm

Note:

[1] Chippà (in America Kippah o secondo la dicitura Yiddish "Yarmulke") è il copricapo rotondo, zuccotto, usato tradizionalmente dagli ebrei, dove non si usano turbanti, "Fez", cappelli o altri copricapo

[2] Peoth (Payos in America, secondo la pronuncia Est e Mitteleuropea) sono i capelli ai lati della testa evidenti presso certi ebrei che li lasciano crescere a boccolo (come faccio io) e non presso altri che li tengono più corti e dietro alle orecchie).  La Torà insegna: "Non taglierete in tondo i peoth (angoli) delle vostre teste" (Levitico 19:27). La parola peoth si riferisce alle "basette", cioè i capelli di fronte alle orecchie, dalle tempie fino all'osso della mandibola all'altezza del naso (Talmud - Makkoth 20a). Il Talmud spiega che questa legge si applica solo per gli uomini, e non per le donne. Maimonide spiega che la proibizione di "tonsura" proibisce la rimozione delle basette con lama di rasoio, pinzette, o ogni altro modo.  È permesso tuttavia accorciare i peli delle basette, anche molto vicino alla pelle, usando forbici (e quindi certi tipi di rasoio elettrico che funzionano secondo il principio della forbice, e non del rasoio o pinzetta). Sebbene le basette siano sufficienti a soddisfare il comandamento della Torà di "peoth", tanti ebrei osservanti si lasciano crescere i "peoth" molto più lunghi, così come fanno gli Ebrei Yemeniti da tempo immemorabile, per enfatizzare l'osservanza del comandamento, o per semplice identificazione ebraica.  Chi non ha i capelli ricci di natura, se li arriccia a boccoli, altri li nascondono dietro le orecchie anche piegandoli ripetutamente se sono lunghi.  È una questione di gusti o di costumi della comunità.  I capelli inoltre sono un simbolo di vanità, una preoccupazione sul proprio aspetto.  La proibizione di tagliarsi i peoth ricorda a ognuno di enfatizzare il proprio intelletto e carattere, anzichè il proprio aspetto esteriore (Rabbi Shimshon Rafael Hirsch, Germania XIX Sec. E.V.)
In una prospettiva mistica, i peoth separano fra la parte frontale del cervello, che è usata per il pensiero astratto che può essere usato per scopi di santità, e la parte posteriore del cervello che governa le funzioni corporee.

[3] frange con filo celeste agli angoli dei vestiti, secondo l'insegnamento della Torà [Numeri XV:37-41].  Tali versi sono ripetuti almeno due volte quotidianamente da tutti gli ebrei osservanti nella ripetizione dello Shemà, di cui è la parte finale, che è una dichiarazione di fede nell'UNITÀ ASSOLUTA di D-io.

[4] I Cohanim sono i sacerdoti, a cui le leggi della purezza, osservate scrupolosamente dai Cohanim dal Monte Sinai ai nostri giorni, proibiscono di essere in contatto o in vicinanza di morti se non della famiglia stretta: padre, madre, figlio, figlia, fratello e sorella non sposata [Levitico XXI:1-3].  I Cohanim per questa ragione non possono entrare nei cimiteri - e devono tenersi lontani dalle tombe - se non in occasione della sepoltura di uno dei membri dell'immediata famiglia come sopra.

[5] Yeshivà (Yeshivah in America) è la scuola rabbinica dove si studia Torà.

postato da: GabrielParadisi alle ore 11/09/2006 20:55 | Permalink | commenti (2)
categoria:ebraismo, terrorismo e guerra globale
mercoledì, 06 settembre 2006
Caro Paradisi

Pace fatta.
Accetto le sue scuse ma più che altro sono contento che lei si sia reso conto che la ricerca della verità è faticosa e mai banale.
Per questo è la condizione stessa della libertà.

Se si fa a pezzi la verità dei fatti, la pura e semplice verità di quel che è accaduto e di quel che non è accaduto, poi non è possibile sentirsi liberi in una comunità di gente libera, quale che siano le idee politiche.

Io non ho alcuna intenzione didattica, meno che mai di vendetta o di rappresaglia, ma ho un grande orgoglio: quello di essere un professionista correttissimo e completo come reporter, e di essere poi un commentatore e opinion leader dalle idee forti, onestamente esibite e di parte.

Desidero qui esprimere la mia pena per quelle persone che si sono con tanta profusione accanite nel tentativo di demolire la mia immagine pubblica e privata, delle cui sciocche menzogne lei si è fidato.

Penso che per alcune di loro si tratti di banale invidia.

Vede, Paradisi, ci sarà pure una ragione per cui sono stato un fondatore e uno dei primi inviati speciali e redattori capo di Repubblica.

Ci sarà un motivo per cui il Corriere della Sera proprio negli anni Ottanta mi offrì un contratto molto generoso che rifiutai perché Eugenio Scalfari (l’episodio è noto ed edito) si sdraiò per terra e disse dovrai passare sul mio cadavere.

Ci sarà una ragione per cui Paolo Mieli mi volle alla Stampa come editorialista e inviato speciale, con il piano di portarmi poi un giorno al Corriere.

Ci sarà una ragione per cui quando Giovanni Minoli a Mixer chiedeva a Giorgio Bocca, Eugenio Scalfari, Enzo Biagi e Indro Montanelli di indicare i tre migliori giornalisti, ciascuno di loro mi includeva nella terna.

Sa, le dico queste cose non per pavoneggiarmi, ma perché sono alla soglia dei 70 anni e di fronte al bilancio di una vita, anche se spero di scrivere ancora a lungo.

E non credo che a nessuno debba essere consentito diffamare, inventare, costruire leggende nere con dei falsi: ciò che in inglese si chiama “charachter assassination”, l’omicidio della dignità di una persona.

Io credo che per puro caso anche lei, con questa esperienza, abbia incassato qualcosa di positivo e forse di prezioso: il giornalismo, quello vero, è fatica, umiltà e presenza sui fatti.

Io le scrissi recentemente “Smetterò di dire la verità sul vostro conto quando voi smetterete di dire bugie sul mio”.
La frase non è mia ma di Adlai Stevenson, però è perfetta.

Io sono una delle persone su cui oggi si accentua la massima diffamazione, e il perché è un altro discorso che farò in un’altra sede.

Quando scrissi che volevo iniziare la “demolizione di Paradisi”, espressione pesante di cui mi scuso, volevo dire questo: io la costringerò a fronteggiare l’imbarazzo, per non dir peggio, dello smascheramento del falso.

Non credo affatto di averla demolita ma, se me lo permette , di averla forse aiutata a costruire un frammento non banale di se stesso.
Se mi sbaglio, pazienza. Ma mi illudo che sia così.

Un cordiale saluto da quello che lei ha chiamato
Senador y Periodista
Anche se qui è solo il periodista che scrive.

Paolo Guzzanti
Egregio Senatore
Con questa lettera volevo esprimerLe il mio rincrescimento per la pubblicazione su questo blog, il 22 agosto scorso, dell’articolo “Senador, Periodista di la verdad!”.
Ogni inchiesta che si rispetti deve essere approfondita e documentata.
Non si possono mettere a confronto semplicemente e banalmente le dichiarazioni discordanti di alcune persone. Occorre ritrovare i documenti, le tracce, di quanto costoro affermano o negano.
Nel mio caso, molto ingenuamente, è mancata del tutto questa fase di ricerca, che peraltro spesso costituisce anche la parte più interessante di ogni lavoro d’indagine.
Non sono andato in sostanza a ritrovare e a rileggermi gli articoli scritti da Lei su La Repubblica nel febbraio-marzo 1982, alla ricerca di quel riscontro, che non avrei trovato, necessario, ma poi non ancora sufficiente, a sostenere la tesi sottesa al mio articolo e la sua veridicità.
Ho preso per buone le dichiarazioni raccolte, saltando l’indispensabile verifica, confortato solo dal fatto che esse provenivano da persone diverse. Ho dato quindi ascolto più alla mia “pancia” che non alla ragione.
In tal modo però, di fatto, ho realizzato solo un brutto pezzo di puro “gossip”.
Può essere un metodo, ma non è il mio metodo.
In quel post ho di fatto tradito anche me stesso.
Il mio intento, quando ho aperto questo spazio, era e resta quello di fare chiarezza andando a fondo sui fatti, piccoli o grandi che siano, e andare a fondo significa non lasciare indietro alcun dettaglio.
Pertanto mi scuso ancora pubblicamente per questo mio comportamento.
Nei prossimi giorni, appena mi sarà possibile, cercherò di trascrivere e di riportare per completezza su questo blog, l’articolo con il quale Lei ha vinto il Premiolino Bagutta.
Le chiedo infine, gentilmente, di riportare questa mia dichiarazione anche nei Forum sui quali nei mesi scorsi si sono sviluppate le nostre discussioni.
Con l’occasione Le porgo i miei più distinti saluti
Gabriele Paradisi, venerdì 8 settembre 2006

AGGIORNAMENTO DELLE 20.18 (mercoledì 6 settembre)

Lei scrive come al solito fiumi di parole e finge di non sapere che ciò che sta commettendo è un delitto premeditato, la calunnia, descritto da lei stesso in tutto il suo progressivo sviluppo.

Paradisi, io l’articolo di cui lei parla non l’ho mai scritto.

Non esiste.

Lei può andare nell’archivio di Repubblica e passarci la vita e non lo troverà mai perché non esiste.
 
Io lo sapevo, perché ricordo tutto delle cose che ho fatto, ma prima di risponderle ho voluto tornare a Roma e consultare i volumi in cui ho raccolto le fotocopie di tutti gli articoli da me scritti, per annata.

L’articolo per cui ho preso il Premiolino del Bagutta è un meraviglioso articolo, di cui vado orgogliosissimo, un capolavoro di giornalismo per scrittura, onestà, completezza e infatti questa è la motivazione che sono andato a recuperare:

A PAOLO GUZZANTI - PER L' OBIETTIVITA', L'INTERESSE, LA VIVACITA' DELLA SUA LUNGA INCHIESTA SUL SALVADOR E IN PARTICOLARE PER L' ARTICOLO '' LE SQUADRE DELLA MORTE SI PREPARANO A VOTARE'' IN CUI DESCRIVE EFFICACEMENTE LE FIGURE
DEI MAGGIORI ESPONENTI POLITICI SALVADOREGNI E NE RIPORTA
OPINIONI E PROGRAMMI.

Non è mai esistito un mio articolo sulle teste mozze in albergo
Nessuno mi ha mai fatto lezioni sul passato del Salvador che io semmai insegnavo altri
La scritta che diceva giornalista non mentire l’ho trovata arrivando ed era lì da mesi.

Non basta: io ho tre album di foto del lavoro che ho fatto in Salvador, della giungla, delle bombe, delle elezioni sotto il terrore degli attacchi sia del battaglione Atlacatl che del Farabundo Martì.

Io sono sempre stato sul campo e in viaggio, mai in albergo.

Non c’è stata mai alcuna assemblea dei giornalisti francesi contro di me, non ho mai incontrato i giornalisti che lei nomina (salvo Chierici con cui facevo spesso viaggi insieme in taxi con la mia fidanzata d’allora che faceva la fotografa e i cui rullini con tutte le mie imprese sono nel mio cassetto, pronti per essere usati come prova).

Capisce in quale tagliola ha infilato la testa tutto da solo, Paradisi?

Lei ha calunniato un galantuomo, ha raccolto liquame di fogna, ci ha sguazzato dentro e in quella melma ha pescato dei falsi che mi ha

ATTRIBUITO COME  FATTI SPECIFICI

con l’aggravante di esserseli fatti raccontare da fonti dubbie, da lei stesso descritte come dubbie perché anonime o perché lese nelle loro capacità, senza controllare PREVENTIVAMENTE la veridicità di quel che le veniva detto.

Io non uso aggettivi qui per lei. Se li trovi da solo.

Quanto a Prodi, quando io il 3 dicembre del 2005 l’ho accusato da una emittente televisiva di essere corresponsabile dell’omicidio Moro, mi rispose con un’agenzia di stampa annunciandomi che di me “si sarebbero occupati i suoi legali”.

Li sto ancora aspettando, i suoi legali e se arrivassero li affronterei davanti al giudice.

Non credo che lei invece dovrà aspettare molto per vedere i miei, a meno che non si dimostri così onesto e così previdente da ammettere pubblicamente la sua colpa (non il suo “errore” o altro) senza dirottare su altri argomenti e pubblicare le sue scuse senza se e senza ma, oltre a pubblicare contestualmente e integralmente il testo dell’articolo che mi ha valso il Premiolino Bagutta del 1982 al miglior giornalista e che sono pronto a fornirle con un fax, da una fotocopia non eccellente sulla quale si dovrà rovinare gli occhi a sue spese-

Con osservanza

Paolo Guzzanti
Senatore della Repubblica

Abbiamo ricevuto questa comunicazione dal Senatore Guzzanti con la richiesta di immediata pubblicazione sul blog.

Egregio Paradisi

Lei ha reso pubblico un suo studio sulla mia corrispondenza di giornalista inviato speciale di Repubblica in Salvador del 1982 (unico anno, del resto in cui sono stato in Salvador) e sulla base delle testimonianze di tre persone che lei indica come:
un anonimo (
http://www.ilbarbieredellasera.com/article.php?sid=15195 N.d.R.)
un collega allora al Corriere e oggi all’Unità (http://www.altrapagina.it/ingrandimento_articolo.php?ID_Articolo=727 N.d.R.)

un vecchio collega che lei descrive in condizioni psicofisiche imperfette.

Tale scritto, da lei redatto e  pubblicato sul suo blog e su un’altra lista di cui era membro fino a rale sua pubblicazione, è calunnioso e gravemente lesivo della mia figura professionale e morale.

Quel che lei ha pubblicato contiene infatti le seguenti false affermazioni.

Aver io scritto un articolo, fra gli altri, redatto sulla base di conversazioni di colleghi generosi che mi avevano illustrato la situazione storica passata del Salvador, in cui, saccheggiando il loro racconto avrei affermato di:

a) aver visto teste mozze nella hall dell’albergo (il Camino Real), che ovviamente non c’erano;

b) aver in questo modo provocato un incidente internazionale diplomatico che a fatica i colleghi giornalisti riuscirono a riparare, malgrado l’insistente richiesta della stampa francese di convocare una assemblea dei giornalisti per stigmatizzare il mio comportamento;

c) aver comunque e malgrado queste pecche ricevuto proprio per quell’articolo il Premiolino del Bagutta nella cui giuria era presente lo stesso collega che ha fornito queste informazioni, il quale per un moto di generosità (il terzo) ha taciuto pietosamente sulle mie magagne e non si è opposto all’assegnazione del premio stesso.

d) aver provocato, con il mio inqualificabile comportamento una reazione sdegnata del governo salvadoregno che provvide, per causa e colpa mia, a tappezzare la città e l’albergo di adesivi con su scritto: “Giornalista straniero, menti pure sul tuo paese, ma non sul mio”.

Si tratta, signor Paradisi, di affermazioni gravissime, profondamente lesive della mia immagine e del tutto false, dalla prima all’ultima.

Per ora la invito a compiere le seguenti due azioni dovute.

La prima: pubblicare questa mia sul suo Blog dove compaiono dette calunnie.

La seconda: pubblicare, o indicare con esattezza l’articolo o gli articoli a mia firma dal Salvador in cui io avrei scritto ciò di cui lei mi ha accusato.

Le ricordo che è norma l’habeas corpus: produca lei il corpo del reato.

Sono sicuro che lei nel breve tempo tecnico necessario pubblicherà questa mia ed esibirà la prova delle accuse calunniose che lei afferma di aver raccolto sul mio operato di giornalista professionista inviato di Repubblica in Salvador nel 1982.

Tutto questo senza elencare qui, ma dandolo per acquisito non pregiudicato in ogni sede, le altre gravissime e infondate accuse sulla mia attività di giornalista professionista, con l’aggravante di essersi servito di fonti anonime  senza aver compiuto il preventivo ed obbligatorio controllo sulla veridicità di quanto andava raccogliendo e pubblicando, in aperta violazione di tutte le vigenti leggi sulla stampa e sulla tutela della persona.

La saluto

Paolo Guzzanti

 

postato da: GabrielParadisi alle ore 06/09/2006 18:48 | Permalink | commenti (4)
categoria:giornalismo, guzzanti paolo, el salvador
martedì, 05 settembre 2006

Ad Har-Mageddon!

Riporto l’intervento che ho pubblicato su un Gruppo di Discussione dopo che il Senatore Paolo Guzzanti ha “reagito” al mio articolo sul Salvador.
Gli sviluppi, se ci saranno, verranno documentati in questo blog.