“Le arti devono essere usate come l’antidoto di riferimento alla nostra condizione disperante di homo homini lupus” Eugenio Nardelli, “Il Flauto di Pan”
Bologna, 31 maggio 2006, XM24
Possibile traccia pubblica di Manifesto
Si è discusso per dar vita ad una "comunità intellettuale dal basso" che sappia cooperare trasversalmente ai saperi e alle sensibilità, al fine di far nascere una rete di singolarità attive e situazionali (cioè in situazioni di trasformazione ed impegno esistenziale-poetico-artistico-politico) in Bologna o ovunque lo si ritenga necessario, in quanto esseri naturali o esseri cosmopoliti-culturali gettati nel mondo.
Per iniziare il nostro cammino comune di ricerca ed azione, è sicuramente indispensabile tracciare percorsi traversali e plurali in senso artistico-politico-sociale, dotarsi di un background culturale per affrontare il presente fatto di noia, depressione e spettacolarizzazione dell'esistente nei vari programmi spazzatura televisiva.
Riteniamo che per fare questo sia indispensabile partire dalla riflessione su vita e testi di poeti o poetesse, su movimenti ed avanguardie artistiche europee, che neppure il passare del tempo ne cancella il valore, fino alle esperienze espressive contemporanee.
Si annota nella nostra informale conversazione costituente "di intellettualità diffusa" che nelle nostre attuali letture, questo riiniziare da grandi poeti e poetesse (quali Baudelaire, Rimbaud, Saffo o dai dadaisti ...) consenta ora in questo nuovo riattraversamento l'acquisizione di nuove consapevolezze rispetto alle prime letture (magari adolescenziali) e che ci induca ad una re-ispirazione poetica e ad un ri-impegno esistenziale e politico, spingendoci alla riattivazione della scrittura per ciascuno di noi.
Questi percorsi di riattivazione comune possono concretizzarsi, a partire dall'autunno, in un ciclo di serate in forma "dialoghi" ed in forma "nomadica" attraverso la città nei differenti luoghi d'aggregazione dell'attuale contestazione all'esistente dominante e luoghi dell'impegno attivo a rinventare testi e mondi possibili, con letture, discussioni e presentazioni anche di scritture originali, per proseguire, ricreare "situazioni poetiche singolare e comune" in movimento......
Si è discusso sul ruolo dell'intellettuale.
Si è detto che l’intellettuale che abbiamo visto agire nei secoli precedenti, era una figura etica ed estetica o politica che prevalentemente proveniva e per questo tradiva la sua classe d'appartenenza aristocratica e borghese, passando e schierandosi con le classi subalterne o con figure marginali quali prostitute, ladri, barboni, poveri, tradiva la sua condizione sociale di privilegio, figura spesso singolare che pensava criticamente le forme dominanti in termini universalistici di diritti e libertà, riuscendo ad andare al di là e contro il proprio particolare mondo culturale e materiale dominante, mettendo così la sua intelligenza al servizio della società degli analfabeti e degli esclusi, capace di riflettere e di far riflettere sulla sofferenza ed il dolore di queste vite umane marginalizzate culturalmente e miserabili materialmente.
La scolarizzazione di massa degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, aveva creato molte aspettative fra coloro che lottavano per le vecchie e nuove libertà civili e la giustizia sociale.
S’era sognato che potesse emergere da questi margini che andavano via via scolarizzandosi dalle scuole di base alle università, di una intellettualità critica di massa, capace di pensare per sè ma anche per la marginalità che la società capitalista sempre genera nella sua permanente ineguaglianza di condizioni economico-sociali.
Si è pensato cioè che questa coscienza che andava acquisendosi con lo studio e con le lotte per "l'accesso alle varie istituzioni culturali e al tempo libero" da parte di molti giovani e giovanissime provenienti dalle classsi subalterne operaie, contadine ed artigiane, generassero una concatenazione desiderante e pensante di intellettualità diffuse.
In realtà questo sogno non s’è avverato anzi è prevalsa, una autovalorizzazione culturale individuale in forma prevalentemente tecnica e strumentale al fare produttivo creativo emergente e non al pensare comune, critico ed immaginativo, un fare economico autonomo mistificato dall'idea di coniugare senso, creatività e produzione, molto spesso nel cuore del sistema produttivo capitalista, in forma di new economy, ma insignificante dal punto di vista di visioni di mondi possibili per tutti, che ha portato a forme di intellettualità strumentali, al servizio della propria o amicale condizione, o di quella emergente in forma sempre più precaria e con redditi incerti.
S’è ragionato anche sulla complessità della realtà attuale che probabilmente esclude la possibilità d'esistenza di un intellettuale classico dallo sguardo universale a cui eravamo abituati a conoscere nella prima modernità, ma viceversa s’è ribadito come sia possibile pensare l’intellettualità in termini non più universali ma singolari e comuni, inteso come insieme di reti di esperienze, di competenze di sensibilità, che sappiano concatenare gli sguardi frammentati che ci consegna la tarda modernità esplosa nella postmodernità, ricca di possibilità dataci dal mosaico delle singolarità che ci ridona di nuovo completezza nel vedere critico singolare e comune.
In tal senso s’è ribadita la necessità di instaurare con la “Tecnologia” un rapporto proficuo, ma strumentale alle nuove forme di vita emergenti e non viceversa come accade oggi con il virtualismo degli isolati e degli affascinati.
Scienza e Tecnica possono, anzi debbono, essere intesi come possibilità, purché siano viste come mezzi da utilizzare al servizio dei vari mondi viventi. L'uso intelligente delle tecnologie messe a disposizione della "società dei singoli" può rappresentare quindi una grande occasione anche per lo scambio di conoscenze e per l’ampliamento degli orizzonti interculturali e dei contatti interpersonali.
Riflettendo sulla “realtà virtuale” e sui rischi (soprattutto per le generazioni più giovani) che essa, li possa ridurre in schiavitù o servitù volontaria, s’è riaffermata la necessità di riappropriarsi della sensualità data dalla fisicità dei corpi e degli ambienti, quindi di una geo-sofia o eco-sofia delle realtà im-materiali complesse nei suoi segni e nei suoi sensi in divenire: realtà im-materiali fatte di cose da toccare, da odorare e da pensare, da camminare e così via, con la nostra voce e i nostri passi attraverso le porte della percezione e dei vari mondi.
Ragionando sul rapporto individuo-massa s’è ribadito come la comunità possa enfatizzare le singolarità.
La singolarità attraversando la massa, come una particella elementare nel suo attraversamento della materia, può ricevere dalla comunità attraversata energia per sè, ma in questo attraversamento cede anche energia in eccesso alla massa.
Singolare-Comune.
Si pensa di progettare quest'anno per realizzare la prossima primavera (a trent’anni dai fatti) una rievocazione del 1977 bolognese, sviluppando l’idea di un collegamento immaginale tra il 18 marzo 1871, data d'inizio di rivolta della Comune di Parigi a cui partecipò attivamente Rimbaud e l'11 marzo 1977 bolognese, data d'insorgenza simultanea in molte altre città italiane contro autoritarismi e no future delle nuove generazioni scolarizzate e in via di precarizzazione di vita e società.
S’è sottolineato come Bologna fu “veggente” anticipando temi come la creatività, la precarietà e le non garanzie che sono esplosi oggi in tutta la loro virulenza sociale.
Bologna.
Relativamente all’attuale situazione amministrativa e di governo della città di Bologna, non risparmiando critiche al "nostro" sindaco ottuso e tardo-positivista, a cui consigliamo per l'estate di leggersi Nietsche fumandosi una canna per provare a liberarsi di quella corazza da caserma, corazza caratteriale mistica-politica e sessuofoba, (di libido non liberamente espressa) di cui parlava W. Reich a proposito degli “autoritarismi e totalitarismi del Novecento".
S’è pensato di costituire una situazione-spazio schizoanalitico (divenire altro... minorità in senso deleuziano) per singolarità (campi di forze individuali o collettive) critiche e sensibilità mutanti all’interno della città, che funga da laboratorio di partecipazione, di mediazione e superamento dell’attuale collante amministrativo politico paranoico rappresentato dal cofferatismo per nulla cyberg e molto orwelliano.
N-oi c'immaginiamo una democrazia aperta, partecipata, contestabile e pacifica.
Aperta
ai conflitti interiori ed esteriori
Pacifica
che ripudia le guerre intese come risoluzioni muscolari e militari dei conflitti sia interni al paese che esterni al paese; che ripudia il terrorismo non solo delle opposizioni ma anche degli stati
Un’occasione per la prima comparsa "dell'intellettualità diffusa" può essere il Rave Party di luglio, operando affinché le componenti del movimento antiproibizionista interessate all’evento possano manifestare ma anche accettare una mediazione possibile con l’amministrazione in nome del rispetto della città antica e della sua popolazione, ma nello stesso tempo che l'amministrazione e la città nel suo insieme possano concedere un percorso critico e musicale in quello spazio moderno che sono i viali, che non sono per nulla il ghetto o il confino, ma l'interfaccia tra l'antica città ed le altre nuove città.
Un esempio potrebbe essere una parata simbolica che pur dispiegando mezzi e corpi e che pur partendo dal cuore della città, sia comunque “silenziosa e rispettosa” fino al raggiungimento di aree esterne meno problematiche: i viali o la periferia delle città nuove.
Siamo per la centralità della banlieue, non pensiamo come pensa il potere in termini centralistici ma periferici come le nuove emergenze sociali.
In piazza si può anche pensare in contemporanea un reading poetico che valorizzi questo evento tecno-orgiastico-sintetico, con letture di testi, da Saffo in poi, per evidenziare il filo dionisiaco che lega quelle manifestazioni naturali di festa popolare con quelle culturali e tecnologiche.
Circa Cofferati-Nosferrati (il vampiro delle partecipazioni), s’è criticato il suo dirigismo realista vecchio stampo, quando si riteneva ancora il partito strategico e la massa tattica.
Da tempo un ribaltamento di questa situazione sembrava essersi affermato e diffuso a sinistra, dopo il sessantotto in Europa.
Lenin in quell'occasione era stato messo a testa in giù, non nel senso macabro dell'impiccato ma nel senso simbolico del rovesciamento della visione leninista, la massa o la moltitudine delle singolarità comuni era divenuta strategica e il partito o i partiti tattici.
Un esempio concreto è stato di certo l’”annullamento” del PRC all’interno del movimento dei movimenti, pur mantenendo per alcuni versi la responsabilità rispetto della durata rispetto all'ultimo sguardo dei movimenti.
Il loro sguardo è sempre l'ultimo sguardo ma può essere anche l'ultimo sguardo prima di scomparire per sempre.
Pino De March, Alfredo Stori, Marco Lanza, Gabriele Paradisi