venerdì, 30 giugno 2006

Star Spangled Banner

(stendardo lucente di stelle)

America… America… I love America!

Alla faccia di chi (maccartista di bassa lega) mi taccia di antiamericanismo.

Io amo l’America!

L’America provincia dolce (like Romagna… Æmilia Avenue…), mondo di pace.

L’America dei Peanuts, delle partite di baseball nel “campus” del Liceo (Fulcieri Paolucci dè Calboli)… Collinetta magica dei primi teneri e incerti amori. Adolescenza sognante.

I love America! L’America e il sogno. L’America è il sogno… We have a dream…

L’America di John Fitzgerald e dei quattro di Greensboro seduti (sit in) contro la “legalità”. L’America di Allen, di Gregory e degli altri sognatori sempre fuori a “progettar rivoluzioni” (di quelle vere però).

Più di loro, io amo l’America. Più di chi ci vorrebbe vestire tutti d’arancione senza diritti perché “non metterò per strada gli assassini”.

Più di chi mi grida in faccia vuote parole: “libertà”, “democrazia”, “diritti”… io amo l’America.

Una sera d’agosto (era il 1969, all’alba del “formidabile” Decennio) Jimi (James Marshall) con la sua Fender Stratocaster suonò, sui praticelli ameni della fattoria di Max Yasgur, l’inno vero dell’America vera

Della nostra America… e le note calavano sulle corde come le bombe sui villaggi del Vietnam… Era un ragazzo come noi, Jimi…  E non sopportava l’idea di My Lay e di un tenentino ligio di 24 anni (occhi turchini e giacca uguale)…

Non sopportava l’idea di un paese che metteva in galera un pugile di colore perché mai nessun vietnamita l’aveva chiamato “sporco negro”, tanti bianchi tenentini invece sì, e lui non capiva perché mai doveva sparare agli uni e agli altri no…

Ma l’America è grande. I love America! America dreaming (like California…)…

 

Il miserabile Calley oggi passeggia ancora claudicante sotto il peso insopportabile della sua atroce vergogna in qualche parcheggio dimenticato della Georgia, ma Thompson e Colburn (e Andreotta) volano nei cieli limpidi e ricevono medaglie dall’America… dalla vera America… “avrei sparato su di loro. In quel momento erano loro i miei nemici”.

Il vecchio parkinsoniano (“il più grande”) aveva gettato la sua medaglia d’oro nell’Ohio nel 1960, ma poi in una città del sud profondo, accese la fiamma delle Olimpiadi d’America (1996)… della vera America.

 

America… America… I love America… Che sa cos’è l’errore, che sa cos’è il sogno e la felicità…

 

"La nostra conclusione - si legge nella sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti - è che la commissione militare non ha il potere di andare avanti perchè la sua struttura e le sue procedure violano sia la legge militare statunitense che il trattato internazione sui diritti dei prigionieri di guerra", ovvero la Convenzione di Ginevra. "I tribunali militari - continua la sentenza - sollevano preoccupazioni sulla separazione dei poteri al più alto livello".

I giudici della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America hanno deciso quindi a maggioranza (cinque voti contro tre, con il presidente Edwards che si è astenuto per essersi già espresso in precedenza sul caso) che Bush non aveva l'autorità di istituire tribunali militari per giudicare i presunti terroristi rinchiusi a Guantanamo.

A Guantanamo sono detenute circa 450 persone. Di queste solo 10 sono state incriminate formalmente di fronte al tribunale speciale: nessuno è incriminato per coinvolgimento diretto negli attentati dell'11 settembre.

 

 

Camp Delta

 (2003)

 

Alfa, Alfa

In principio… e ora… e sempre

Alfa, Charlie

Compagnia (cattiva)

Plotone che uccide

Charlie, Charlie

 

Tango, Zulu

Tango, Tango

Foxtrot

“Onore alla difesa della Libertà!”

Libertà, mia sola amica…

 

Il campo è lì

Passato ai raggi X

X-ray, Lima, Sierra

Il passato… da poco

Yankee, Hotel

Palazzo rosa… latrina turca

Due metri… due passi

Sottovento… a guardia del vento

 

Zulu, Zulu

L’onore è difeso

Il diritto è offeso!

Tango, Foxtrot

Balliamo nel vuoto

Danziamo sull’orlo

 

Un altro campo ancora

Al sole

Sierra, Whiskey

A dispensare concentrazione

Lavoro e libertà

“Dentro una pena senza nome”

 

L’infamia e la fellonia

Dei colonnelli coraggiosi

A dare vita…a dare la morte!

Chissà dove sei Guajira… la vita…

Alfa, Bravo, Charlie, Delta, Delta

postato da: GabrielParadisi alle ore 30/06/2006 08:17 | Permalink | commenti (1)
categoria:america, diritti, terrorismo e guerra globale
giovedì, 29 giugno 2006

Moderati di tutta Italia, unitevi!

Credo che un senso di profonda amarezza e pena abbia colto ogni semplice ed onesto cittadino (di sinistra come di destra), nel vedere ciò che è accaduto ieri al Senato della Repubblica.

Che smarrimento vedere persone (non più giovanissime e in quanto tali, chissà perché, verrebbe da pensare anche sagge), lanciare oggetti contundenti (nel frangente un libro), urlare a squarciagola imprecazioni o insulti degni d’un… “principe”, spintonare o essere trascinati fuori da nerboruti commessi al pari di teppistelli qualunque.

Succede spesso nel nostro Parlamento e per la verità anche in altri ugualmente democratici.

Ma che spettacolo volgare… Com’è triste pensare che quegli esagitati sono i nostri rappresentanti, quelli che ci hanno chiesto il voto richiamandosi magari alla “moderazione” e l’hanno ottenuto. (Non stavolta per la verità, visto che sono stati scelti dalle segreterie dei partiti...  come un tempo… il bel tempo andato… ma è il nuovo che avanza, si sà… ).

Se ognuno di noi nel proprio lavoro, mi dico, reagisse a quelli che ritiene soprusi o ingiustizie allo stesso modo, con gli stessi metodi e con le stesse "armi", che cosa accadrebbe?

Ci troveremmo immediatamente, immagino, in un mondo primitivo dove chiunque si sentirebbe in diritto di farsi “giustizia” da sé e dove la forza bruta prevarrebbe su ogni ragionamento. Un “mondo dell’Iliade” insomma, tanto per farmi il verso…

Paolo Guzzanti, Senatore della Repubblica, spesso nostro interlocutore, è stato nella bagarre di ieri uno dei protagonisti più scalmanati, secondo solo forse al “lanciatore folle” ed ex pianista Malan (nomen omen?) e al sempre ottimo Schifani (nomen omen?), colto in seguito forse da profondo senso di vergogna, politicamente e correttamente trasformato in “malore”. Conosciamo il temperamento di Guzzanti e la passione che mette nelle cose in cui crede, ma un atteggiamento più “british”, non crede il senatore, che aiuterebbe a placare gli animi fuori e dentro le aule?

Egli sa essere anche un raffinato “signore” quando vuole, con in più anche il rarissimo dono dell’ironia e del “senso del ridicolo”, come può quindi, ci chiediamo, urlare al “colpo di Stato comunista tentato da Marini” restando serio?

Sono mesi che in vari modi molti esponenti del Centro destra, lui tra questi, usano parole forti e oggettivamente esagerate: “brogli”, “golpe”. Stanno cercando forse la sollevazione popolare per ribaltare ciò che da qualche anno le urne vanno dicendo?

Venendo al merito della rumorosa e, a mio avviso, “civilmente inaccettabile” protesta di ieri, da sinistra autorevoli voci affermano che “il regolamento (quello stesso che Malan ha lanciato contro il presidente del Senato) è chiarissimo: il presidente dà la parola al governo, il governo fa il suo annuncio (richiesta di voto di fiducia) e si apre la discussione. Avrebbe occupato l’intero pomeriggio e la mattina di giovedì, dunque, come è naturale, con un ampio spazio per l’opposizione”.

Dov’è sbagliata o falsa questa considerazione del collega di Guzzanti Senatore Furio Colombo? C’era veramente bisogno di inscenare quella reazione e usare quei toni?

La destra quando era al governo, dicono sempre a sinistra e non solo, ha usato lo stesso metodo (non permettere cioè la discussione sulle pregiudiziali di costituzionalità) ben 47 volte (suscitando certo obiezioni e proteste a sinistra, ma mai incidenti o “dirottamenti” come quelli di ieri), è vero oppure anche questa è una falsità?

Non crede il Senatore Guzzanti, visto anche il ruolo di alta responsabilità rivestito da lui e dai suoi colleghi, che le proteste (legittime per carità) si possano o meglio si debbano formulare con metodi e con parole diverse?

Le parole, c’insegnano, sono spesso “pietre”. E’ forse questo il momento storico giusto (in Italia e nel mondo) per incendiare gli animi delle persone “povere di spirito” con gesti e frasi così infuocate?

Spesso, a vanvera direi, vista la realtà, ci si fregia per sé e per la propria parte politica del titolo di “moderati”… ecco queste di cui sopra credo siano umili domande e perplessità di un vero “moderato” che prova sgomento a vedere e a sentire ciò che ieri ha visto e sentito.

Mi piacerebbe conoscere l’opinione di altri “moderati”. Veri o presunti.

postato da: GabrielParadisi alle ore 29/06/2006 16:52 | Permalink | commenti (7)
categoria:liberali e comunisti, guzzanti paolo
mercoledì, 28 giugno 2006

Campagna contro il razzismo dei Media

Abbiamo ricevuto da Francesca Casella dell'Ufficio Stampa di Survival una lettera di ringraziamento che pubblichiamo volentieri. Essa fa seguito al nostro articolo sui Nukak-Makù del 12 maggio scorso. Va evidenziato come i maggiori quotidiani italiani che pubblicarono il pittoresco ed esotico caso dei "selvaggi" che abbandonavano la foresta per calarsi nella luccicante "civiltà", non abbiano poi mai speso nemmeno due righe per rettificare e spiegare le vere ragioni di quell'esodo. Credo che La Repubblica, Il Messaggero e Il Corriere della Sera in virtù della loro storia e tradizione avrebbero potuto tranquillamente ammettere lo scivolone a dir poco di dubbio gusto. Ma tant'è... Vedremo che posizione prenderanno nei confronti dell'imminente campagna sul Razzismo dei Media...

Caro Gabriele,
Avevamo notato il tuo pezzo non appena era stato pubblicato, mediante una ricerca sulle uscite legate ai Nukak.
Ti consoli sapere che nessun giornale ha risposto nemmeno a noi o ad altri che si sono uniti alla nostra protesta, come l'associazione di antropologi di nome 'Anthropos Community'.
Stiamo raccogliendo fondi per lanciare una grande campagna contro il razzismo dei media nei confronti dei popoli tribali: ti terrò sicuramente informato. La nostra sede centrale di Londra la conduce già da mesi con un certo successo. Per l'Italia, sinceramente sono meno ottimista, ma spero che riusciremo comunque a cambiare un po' le cose.
Intanto grazie del tuo sostegno e di averci linkati al tuo interessante sito.
A presto.
Francesca Casella

Survival International Italia

26 giugno 2006

postato da: GabrielParadisi alle ore 28/06/2006 16:45 | Permalink | commenti (2)
categoria:globalizzazione e neoliberismo, mafie e narcomafie, popoli tribali
venerdì, 16 giugno 2006

Il mondo dell’Iliade

(Alle Radici dell’Odio – parte seconda)

Il 5 maggio scorso abbiamo pubblicato l'articolo "Alle Radici dell'Odio" coinvolgendo nella discussione alcuni amici che vivono in Israele. Qualche giorno dopo scoprimmo quasi per caso che il Centro Milanese di Psicoanalisi Cesare Musatti aveva organizzato per il 13 maggio un convegno dallo stesso titolo per "un'analisi del fenomeno terrorismo". Ci siamo fatti inviare gli atti di quell'evento che metteva a confronto proprio studiosi israeliani (o ebrei) e palestinesi (o arabi), e pensiamo da oggi di cominciare ad analizzare, in momenti diversi, i lavori più interessanti.

Nel frattempo, nell'area commenti del nostro precedente articolo ma anche in altri Forum, si è sviluppato un interessantissimo dibattito sul tema.

Da un lato taluni affrontano il problema dal punto di vista "storico", ovvero si cerca di dare o di trovare gli elementi che possano legittimare o meno l'identità di un popolo sul territorio.

Per gli ebrei, cacciati dalla Palestina nell'antichità, non è stato mai possibile trovare una terra stabile e sicura ovunque andassero. Nei secoli le persecuzioni più atroci li hanno costretti a continue diaspore e fughe. Perchè mai oggi, dopo tante sofferenze, non dovrebbero considerare la Galilea e la Giudea come la loro terra? Non va nemmeno dimenticato che fin dalla costituzione dello stato d'Israele (che taluni considerano un atto di riparazione degli "europei" forse un pò troppo frettoloso in termini politici e pratici), esso si è trovato a dover contrastare anche con le armi paesi arabi confinanti che non hanno mai riconosciuto il diritto alla sua esistenza. D’altra parte i palestinesi fanno risalire la loro frustrazione alla “sottrazione” di un territorio nel quale vivevano. Crediamo che il dibattito storico abbia una sua valenza e possa certo servire per capire il fenomeno, anche se vogliamo, per “giustificare” ciò che è accaduto negli ultimi trent’anni, ma forse discutere se il popolo palestinese sia veramente un popolo o piuttosto una costruzione politica, credo che difficilmente porterà ad una soluzione del problema. Così come il non riconoscimento di Israele è stato e continua ad essere un grave macigno sulla strada della pace, il mancato riconoscimento della Palestina come stato e popolo a prescindere dalla sua storia non possa condurre a nulla.

C’è un’altra riflessione però che ci interessa approfondire e riguarda meno la storia ma più l’umanità. L’aspetto storico affronta il problema in termini di “gruppo”, di “comunità” o “popolo”, ma il terrore o l’insicurezza, l’umiliazione o la deumanizzazione, interessano e colpiscono gli individui uno ad uno. Noi di sinistra in occidente parliamo, credo ancora giustamente e onestamente, di pace. Cosa ci sentiamo di rispondere però a domande del tipo: “cosa può fare, cosa deve fare, l’agnello quando nell’ovile entra il lupo?”.

 

Non ho ancora completato l’articolo che volevo dedicare all’intervento, tenuto al convegno di Milano, da George A. Awad, psicoanalista nato in Palestina ma residente e operante in Canada. Lo farò di certo nei prossimi giorni perché lo ritengo molto interessante per capire il punto di vista dei palestinesi. Successivamente vedrò di analizzare il testo di Emanuel Berman dell’ Israel Psychoanalytic Society & University of Haifa.

Volevo però riportare l’attenzione di questo blog sulla discussione che ripeto si è sviluppata e che spero possa continuare. Nel lavoro di Awad c’è comunque una parte all’inizio, meno tecnica ma a mio avviso molto efficace, che vorrei riportare qui come ulteriore spunto di riflessione:

Viviamo nel mondo dell’Iliade. Achille uccide Ettore e trascina il suo corpo intorno a Troia assediata. Poi per vendetta Achille viene ucciso per aver ucciso Ettore e terrorizzato i troiani. La maggioranza dei personaggi dell’Iliade combatte ed uccide, compete per il potere, per la vanità e per le donne, e dimostra una scarsa attitudine alla riflessione, all’empatia o alla compassione. Che posto ha Ulisse in un mondo simile? Figura minore nell’Iliade, eppure Ulisse era stato tra coloro che avevano dato ai greci l’idea del cavallo. Questo era un esempio della capacità di avere una “teoria della mente”, ossia la capacità di riflettere non solo sulla propria mente, ma anche sulla mente degli “Altri”. Ulisse aveva previsto ciò che i Troiani avrebbero fatto e che fecero. In seguito diventa l’eroe dell’”Odissea”, la metafora del viaggio della vita umana e dell’uso della mente per superare con l’ingegno gli altri e per non impiegare la forza fisica per realizzare i propri obiettivi e desideri. Il mondo odierno è simile al mondo dell’Iliade, uno “Scontro tra civiltà”, per coloro che vogliono che sia così”.

   
postato da: GabrielParadisi alle ore 16/06/2006 08:08 | Permalink | commenti (2)
categoria:palestina, israele, terrorismo e guerra globale, pace e conflitti
lunedì, 05 giugno 2006

Intellettualità Diffusa

“Le arti devono essere usate come l’antidoto di riferimento alla nostra condizione disperante di homo homini lupus” Eugenio Nardelli, “Il Flauto di Pan”

 

Bologna, 31 maggio 2006, XM24

Possibile traccia pubblica di Manifesto

 

Si è discusso per dar vita ad una "comunità intellettuale dal basso" che sappia cooperare trasversalmente ai saperi e alle sensibilità, al fine di far nascere una rete di singolarità attive e situazionali (cioè in situazioni di trasformazione ed impegno esistenziale-poetico-artistico-politico) in Bologna o ovunque lo si ritenga necessario, in quanto esseri naturali o esseri cosmopoliti-culturali gettati nel mondo.

 

Per iniziare il nostro cammino comune di ricerca ed azione, è sicuramente indispensabile tracciare percorsi traversali e plurali in senso artistico-politico-sociale, dotarsi di  un background culturale per affrontare il presente fatto di noia, depressione e spettacolarizzazione dell'esistente nei vari programmi spazzatura televisiva.

Riteniamo che per fare questo sia indispensabile partire dalla riflessione su vita e testi di poeti o poetesse, su  movimenti ed avanguardie artistiche europee, che neppure il passare del tempo ne cancella il valore, fino alle esperienze espressive contemporanee.

Si annota nella nostra informale conversazione costituente "di intellettualità diffusa" che nelle nostre attuali letture, questo riiniziare da grandi poeti e poetesse (quali Baudelaire, Rimbaud, Saffo o dai dadaisti ...) consenta ora in questo nuovo riattraversamento l'acquisizione di nuove consapevolezze  rispetto alle prime letture (magari adolescenziali) e che ci induca ad una re-ispirazione poetica e ad un ri-impegno esistenziale e politico, spingendoci  alla riattivazione della scrittura per ciascuno di noi.

 

Questi percorsi di riattivazione comune possono concretizzarsi, a partire dall'autunno, in un ciclo di serate in forma "dialoghi" ed in forma "nomadica" attraverso la città nei differenti luoghi d'aggregazione dell'attuale contestazione all'esistente dominante e luoghi dell'impegno attivo a rinventare testi e mondi possibili, con letture, discussioni e presentazioni anche di scritture originali, per proseguire, ricreare "situazioni poetiche singolare e comune" in movimento......

 

Si è discusso sul ruolo dell'intellettuale.

Si è detto che l’intellettuale che abbiamo visto agire nei secoli precedenti, era una figura etica ed estetica o politica che prevalentemente proveniva e per questo tradiva la sua classe d'appartenenza aristocratica e borghese, passando e schierandosi con le classi subalterne o con figure marginali quali prostitute, ladri, barboni, poveri, tradiva la sua condizione sociale di privilegio, figura spesso singolare che pensava criticamente le forme dominanti in termini universalistici di diritti e libertà, riuscendo ad andare al di là e contro il proprio particolare mondo culturale e materiale dominante, mettendo così la sua intelligenza al servizio della società degli analfabeti e degli esclusi, capace di riflettere e di far riflettere sulla sofferenza ed il dolore di queste vite umane marginalizzate culturalmente e miserabili materialmente.

La scolarizzazione di massa degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, aveva creato molte aspettative fra coloro che lottavano per le vecchie e nuove libertà civili e la giustizia sociale.

S’era sognato che potesse emergere da questi margini che andavano via via scolarizzandosi dalle scuole di base alle università, di una intellettualità critica di massa, capace di pensare per sè ma anche per la marginalità che la società capitalista sempre genera nella sua permanente ineguaglianza di condizioni economico-sociali.

Si è pensato cioè che questa coscienza che andava acquisendosi con lo studio e con le lotte per "l'accesso alle varie istituzioni culturali e al tempo libero" da parte di molti giovani e giovanissime  provenienti dalle classsi subalterne operaie, contadine ed artigiane, generassero una concatenazione desiderante e pensante di intellettualità diffuse.

In realtà questo sogno non s’è avverato anzi è prevalsa, una autovalorizzazione culturale individuale in forma prevalentemente tecnica e strumentale al fare produttivo creativo emergente e non al pensare comune, critico ed immaginativo, un fare economico autonomo mistificato dall'idea di coniugare senso, creatività e produzione, molto spesso nel cuore del  sistema produttivo capitalista, in forma di new economy, ma insignificante dal punto di vista di visioni di mondi possibili per tutti,  che ha portato a forme di intellettualità strumentali, al servizio della propria o amicale condizione, o di quella emergente in forma sempre più precaria e con redditi incerti.

 

S’è ragionato anche sulla complessità della realtà attuale che probabilmente esclude la possibilità d'esistenza di un intellettuale classico dallo sguardo universale a cui eravamo abituati a conoscere nella prima modernità, ma viceversa s’è ribadito come sia possibile pensare l’intellettualità in termini non più universali ma singolari e comuni, inteso  come insieme di reti di esperienze, di competenze di sensibilità, che sappiano concatenare gli sguardi frammentati che ci consegna la tarda modernità esplosa nella postmodernità, ricca di possibilità dataci dal mosaico delle singolarità che ci ridona di nuovo completezza nel vedere critico singolare e comune.

 

In tal senso s’è ribadita la necessità di instaurare con la “Tecnologia” un rapporto proficuo, ma strumentale alle nuove forme di vita emergenti e non viceversa come accade oggi con il virtualismo degli isolati e degli affascinati.

Scienza e Tecnica possono, anzi debbono, essere intesi come possibilità, purché siano viste come mezzi da utilizzare al servizio dei vari mondi viventi. L'uso intelligente delle tecnologie messe a disposizione della "società dei singoli" può rappresentare quindi una grande occasione anche per lo scambio di conoscenze e per l’ampliamento degli orizzonti interculturali e dei contatti interpersonali.

 

Riflettendo sulla “realtà virtuale” e sui rischi (soprattutto per le generazioni più giovani) che essa, li possa ridurre in schiavitù o servitù volontaria, s’è riaffermata la necessità di riappropriarsi della sensualità data dalla fisicità dei corpi e degli ambienti, quindi di una geo-sofia o eco-sofia delle realtà im-materiali complesse nei suoi segni e nei suoi sensi in divenire: realtà im-materiali fatte di cose da toccare, da odorare e da pensare, da camminare e così via, con la nostra voce e i nostri passi attraverso le porte della percezione e dei vari mondi.

 

Ragionando sul rapporto individuo-massa s’è ribadito come la comunità possa enfatizzare le singolarità.

La singolarità attraversando la massa, come una particella elementare nel suo attraversamento  della materia, può ricevere dalla comunità attraversata energia per sè, ma in questo attraversamento cede anche energia in eccesso alla massa.

 

Singolare-Comune.

Si pensa di progettare quest'anno per realizzare la prossima primavera (a trent’anni dai fatti) una rievocazione del 1977 bolognese, sviluppando l’idea di un collegamento immaginale tra il 18 marzo 1871, data d'inizio di rivolta della Comune di Parigi a cui partecipò attivamente Rimbaud e l'11 marzo 1977 bolognese, data d'insorgenza simultanea in molte altre città italiane contro autoritarismi e no future delle nuove generazioni scolarizzate e in via di precarizzazione di vita e società.

S’è sottolineato come Bologna fu “veggente” anticipando temi come la creatività, la precarietà e le non garanzie che sono esplosi oggi in tutta la loro virulenza sociale.

 

Bologna.

Relativamente all’attuale situazione amministrativa e di governo della città di Bologna, non risparmiando critiche al "nostro" sindaco ottuso e tardo-positivista, a cui consigliamo per l'estate di leggersi Nietsche fumandosi una canna per provare a liberarsi di quella corazza da caserma,  corazza caratteriale mistica-politica e sessuofoba, (di libido non liberamente espressa) di cui parlava W. Reich a proposito degli “autoritarismi e totalitarismi del Novecento".

 

S’è pensato di costituire una situazione-spazio schizoanalitico (divenire altro... minorità in senso deleuziano) per singolarità (campi di forze individuali o collettive) critiche e sensibilità mutanti all’interno della città, che funga da laboratorio di partecipazione, di mediazione e superamento dell’attuale collante amministrativo politico paranoico rappresentato dal cofferatismo per nulla cyberg e molto orwelliano.

 

N-oi c'immaginiamo una democrazia aperta, partecipata, contestabile e pacifica.

 

Aperta

ai conflitti interiori ed esteriori

 

Pacifica

che ripudia le guerre intese come risoluzioni muscolari e militari dei conflitti sia interni al paese che esterni al paese; che ripudia il terrorismo non solo delle opposizioni ma anche degli stati

 

Un’occasione per la prima comparsa  "dell'intellettualità diffusa" può essere il Rave Party di luglio, operando affinché le componenti del movimento antiproibizionista interessate all’evento possano manifestare ma anche accettare una mediazione possibile con l’amministrazione in nome del rispetto della città antica e della sua popolazione, ma nello stesso tempo  che l'amministrazione e la città nel suo insieme  possano concedere un percorso critico e musicale in quello spazio moderno che sono i viali, che non sono per nulla il ghetto o il confino, ma l'interfaccia tra l'antica città ed le altre nuove città.

 

Un esempio potrebbe essere una parata simbolica che pur dispiegando mezzi e corpi  e che pur partendo dal cuore della città, sia comunque “silenziosa e rispettosa” fino al raggiungimento di aree esterne meno problematiche: i viali o la periferia delle città nuove.

Siamo per la centralità della banlieue, non pensiamo come pensa il potere in termini centralistici ma periferici come le nuove emergenze sociali.

 

In piazza si può anche pensare in contemporanea un reading poetico che valorizzi questo evento tecno-orgiastico-sintetico, con letture di testi, da Saffo in poi, per evidenziare il filo dionisiaco che lega quelle manifestazioni naturali di festa popolare con quelle culturali e tecnologiche.

 

Circa Cofferati-Nosferrati (il vampiro delle partecipazioni), s’è criticato il suo dirigismo realista vecchio stampo, quando si riteneva ancora il partito strategico e la massa tattica.

Da tempo un ribaltamento di questa situazione sembrava essersi affermato e diffuso a sinistra, dopo il sessantotto in Europa.

Lenin in quell'occasione era stato messo a testa in giù, non nel senso macabro dell'impiccato ma nel senso simbolico del rovesciamento della visione leninista, la massa o la moltitudine delle singolarità comuni era divenuta strategica e il partito o i partiti tattici.

Un esempio concreto è stato di certo l’”annullamento” del PRC all’interno del movimento dei movimenti, pur mantenendo per alcuni versi la responsabilità rispetto della durata rispetto all'ultimo sguardo dei movimenti.

Il loro sguardo è sempre l'ultimo sguardo ma può essere anche l'ultimo sguardo prima di scomparire per sempre.

 

Pino De March, Alfredo Stori, Marco Lanza, Gabriele Paradisi

 

postato da: GabrielParadisi alle ore 05/06/2006 18:50 | Permalink | commenti (2)
categoria:poesia e impegno