mercoledì, 31 maggio 2006

Bologna veggente

Bologna! Bologna!

“…le tette sul piano padano e il culo sui colli…”

Bologna la dotta, la grassa e sazia. La disperata Bologna…

Ci arrivai un giorno d’estate alla fine degli anni ’70

Sbarbatello frizzante d’euforico entusiasmo…

Bologna bambina per bene. Bologna busona”.
Colpivano, noi provinciali, i suoi panini imbottiti
e la penombra dolce dei portici…

cosce calde di mamma Bologna…”

Bologna carnale e corporea… Sudata e pregna d’odori…

Bologna ombelico di tutto”. Singolare Bologna.

Parigi in minore”. I bar all'aperto (...i dehors)... i bistrot...

Della rive gauche l'odore… con Sartre che pontificava”…

L’ESISTENZIALISMO, l’ESISTENZIALISMO al potere!!!!

“…e Baudelaire fra l'assenzio cantava”…

Lo SPLEEN, lo SPLEEN al potere!!!!

Singolare Bologna... Comune Parigi...

11 marzo (1977)... 18 marzo (1871)...

Bologna veggente!

“...Attraverso il ragionato disordine di tutti i sensi...

tutte le forme d'amore…

di sofferenza...

tutte le forme di follia”...

La Cara Grande Anima scorazzava imberbe sulle barricate

mangiando nere ciliegie...

Il rosso del sangue e delle bandiere scorreva sui muri...

Altri ragazzini (portati dalla settima onda)

raccoglievano sampietrini e colori

sui nuovi muri della vecchia Europa (…dai parapetti antichi)…

“Mamma dammi la benza!”...

La società è disgregante, la disgregazione è angosciante, l'angoscia è disperante, la disperazione è delirante (…il delirio è inconcludente)”…
Alice, intanto, guardava i gatti dal civico 41 del Pratello...

Bestemmia secca quando sfondarono la porta.

Bologna e la repressione: Bo-gogna!

I carriarmati in via Zamboni;

i celerini dietro le colonne pitturate dagli indiani.

Metropoli fumante di fuochi e di incendi.

Di ragazzi morti ammazzati e di proiettili nel muro…

A distanza di trent’anni.

Bologna Veggente: il futuro è dei non garantiti!!!

A distanza di trent’anni.

La notte (sospensione di ogni schiavitù),

la precaria notte,

s’estendeva oscura avanguardia del disagio

Bologna! Bologna! Cupa Bologna dei vampiri.

Grande Malata. Somma Sapiente

che sa quel che conta e che vale…”

che “mi spingi”, ancora una volta, “ad un singhiozzo e ad un rutto…

rimorso per quel che m' hai dato, che è quasi ricordo, e in odor di passato”...

Ma se, anche smarrito, finissi col perder l'intelligenza delle mie visioni,

LE HO PUR VEDUTE!!!

Con l'amico Pino De March (poetic-attivista ed ex settantasettino, sue le poesie che seguono) e altri spiriti, stiamo cercando di sviluppare alcune esperienze artistiche e di impegno a Bologna. Bologna, una città viva come sempre, malgrado il rigurgito di “legalità”.

Un’idea abbozzata per ora. Un progetto per la prossima primavera che verrà.

A trent’anni (e a 136) da altri marzi radiosi. Un ponte simbolico, artistico e r-esistente tra Bologna e Parigi. Singolare e Comune. Due momenti speciali e unici da non dimenticare… per continuare a sognare… per continuare a sperare… anche oggi… ancora oggi…

(Ringrazio infine anche un altro provinciale sbarcato a Bologna qualche anno prima di me che l’ha saputa cantare, tra un bicchiere di vino e un sospiro, come pochi altri: Francesco Guccini).

Tra le macerie di vetri infranti di bottiglie e di città

 

Ho camminato tra le macerie di vetri infranti di bottiglie e di città fino al tramonto

Corpi depressi tra mute di cani coricati sulle piazze e sui teleschermi in movimenti d’indifferenza

Telecamere puntate su quelle forme umane sfigurate di nero spleen

Dentro battono cuori di carne incandescente ed agitata d’ormoni e di precarietà

Il calcolatore della questura visiona gli ultimi battiti cardiaci della moltitudine

Il vento della sera sposta qua e là fogli di finti gratuiti giornali

leggo non leggo ?

web non web?

metro o non  metro?

dilemmi postmoderni che sembrano ai molti e primi sguardi intelligenti,

forse perchè ti catturano quando sei ancora in uno stato ipnotico del primo mattino,

ma già a mezzogiorno questa effimera intelligenza sfigura in  pettegolezzo.

ultime merci notizie di governi, di guerra, di depressione e violenze familiari

divorate dalle pagine di pubblicità

in un frammento di un giorno che muore

Aspetto l’alba di un quotidiano che segni il gemito di un parto

Che si scopre subito nero avvelenato di particolato e avvolto in una nube bianca di diossina

Angoscia di molecole ancora viventi

Nel fumo del portico di un’osteria Osvaldo del Pratello

Segni di cocktail di corpi di visi semantici

silenzio di specchi dentro ad un bicchiere vuoto

che cattura gli stravolti segni della notte indecisa

all'alba sedersi nel sasso di una piazza ancora bollente, gridata e mal odorata di vino e di birra

guardare turbati al domani che si presenta inalterato di noia e d’ingiustizia

raggi di sole penetrano dai varchi murati della città ammutinata 

di realismo e  visioni ottuse di città imbalsamata

di un tardo governatore positivista

dal nome di un principe di Transilvania:  Nossferrati

sguardi ultimi su quel sasso per andare Avanti

nel futuro negato

riposare sul quel sasso lucidato dai mille passi

sasso termine guanciale d’eresie e d'amori di città

annegarsi nel  fiume di folla che riprende a scorrere

operai ed operai incrociano braccia ai cancelli delle fabbriche dismesse

tra cartelli di protesta mangiando gelati

studenti e studentesse incrociano corpi e gambe sul selciato della piazza delle sette chiese

fumando erbe d’infinito e d’oriente

e le pietre di sillabe e consonanti tracciano versi impossibili di metroletterarietà  

mentre fast fast fast il tempo

riprende nel cuore del giorno ad agitarsi tra mille telefonate e lavori  di seduzioni

impossibili, interinali, infernali

buona passeggiata nel cuore infernale della città del capitale molecolare

mi sussurra all’orecchio un androide bianco e nero delle penombre.

 

Impact punk in xm24

 

Cielo tempestoso nero-nero senza chiaro di luna  sulla Bolognina Resistente

E sulle sue strada sudate

nuova onda umana  dell’apocalisse punk 

mura narranti  e filo spinato nell’ex mercato

delimita il ghetto degli  erranti

quando il campanile suona le ventiquattro

spiriti dei luoghi vegani muovono i primi passi

fra le pieghe dei graffiti della ri-e-voluzione arborea-animale-umana

impact di ritmi

fiumane elettriche 

rivolta di varie generazioni

vecchi e nuovi raggi di sole e di luna

spuntano dalla massa rossa nera affilati come spade

sulle teste bionde di volti del sesto continente

rosso e nera sventola una bandiera sul palco dei officianti stregoni

voci  urlano e  cuori battono fino all’alba assonnata

I love eversion

“su avanti! La marcia, il fardello, il deserto, la noia e l’ira”

rabbiosa erotica  delicata aggressività in scarponi militari

in abiti nerissimi trapunti di chiodi di Londra e di Berlino

di corpo a corpo spinti ondeggiano 

Ceres e Marijuana aleggiano nella periferia e nell’aria di birra assieme

a Baudelaire, Rimbaud, Bakunin,  Debord e ai Sex Pistols

Esercitazioni di stile tutta la notte

per no future di r-esistenze di vitalità e di socialità sommerse

e il divenire altro e subito gioia 

giusta libertà sognata

vita in-quieta per redditi certi 

“quando mai andremo, oltre i monti e le rive a salutare la nascita (del nuovo reddito di cittadinanza) e della nuova saggezza,

la fuga dei tiranni (nossferratiani urbani) e dei demoni, la fine della superstizione (del neocapitalismo liberista),

ad adorare per primi! Natale sulla terra!

Il canto dei cieli, la marcia dei popoli!

Schiavi non malediciamo la vita.”

“ma che cos’è la vita ?

cadere sette volte

ed alzarsi otto”

da racconti popolari giapponesi

(appunti di viaggio di R. Barthes) 

 


postato da: GabrielParadisi alle ore 31/05/2006 14:32 | Permalink | commenti
categoria:poesia e impegno, immigrazione e legalità
giovedì, 25 maggio 2006

La seconda fase

Erano già diversi anni che gli intellettuali più attenti e liberal, americani ed europei, osservavano con crescente inquietudine l’operato del governo Bush.

La più grande e riconosciuta democrazia del mondo dopo l’11 settembre e a causa dell’11 settembre, aveva intrapreso una serie di azioni a tutto campo che contraddicevano palesemente e oggettivamente i principi fondanti di ogni nazione ispirata al diritto e alla salvaguardia dei diritti.

Col Patriot Act varato in tutta fretta nell’ottobre 2001 a poco più di un mese dall’attacco alle Twin Towers a al Pentagono, venne varata una legge di ben 342 pagine allo scopo di “unire e rafforzare l'America fornendo gli strumenti appropriati richiesti per intercettare e contrastare il terrorismo”, una legge che “scoraggiasse e punisse gli atti terroristici negli Stati Uniti e nel mondo intero”.

Grazie a ciò i cittadini americani oggi possono essere spiati in deroga a qualsiasi principio di privacy (Sec. 202 - Authority to intercept wire, oral, and electronic communications relating to terrorism); i servizi segreti statunitensi (e alleati?) possono sequestrare in qualunque paese del mondo cittadini stranieri ignorando qualunque norma di sovranità (Sec. 506 – Extension of Secret Service jurisdiction); i presunti terroristi possono essere reclusi e interrogati senza alcuna regola e tutela legale (Guantanamo Bay).

Parallelamente l’Amministrazione americana ha intrapreso una serie di iniziative militari (in Afghanistan e in Iraq), ignorando e nemmeno cercandolo più di tanto, il consenso e l’avvallo delle istituzioni mondiali e delle altre potenze planetarie.

Queste due offensive, una “legale” e una “militare”, basandosi entrambe sul principio che l’America si sentiva nel diritto di operare al di fuori del “diritto” stabilito (nazionale e internazionale), semplicemente imponendo nuove regole con atti di forza autoritari, non potevano non suscitare perplessità e reazioni negli spiriti sinceramente “liberali”.

La grande commozione e il turbamento provocato dalla tragedia dell’11 settembre e la rapidità operativa dell’azione americana, hanno comunque spiazzato e rallentato tali reazioni. Le proteste in principio sono venute solo da qualche audace intellettuale ribelle soffocate dal silenzio e dall’indifferenza dell’opinione pubblica e dei media.

Da qualche tempo le cose stanno cambiando. Anche i blog più frequentati affrontano il tema senza infingementi.

Un’analisi critica di quanto accaduto e di quanto sta accadendo comincia a svilupparsi non solo nei ristretti ambiti dei “movimentucoli” no-global, ma comincia ad interessare anche ampie schiere di intellettuali di sicura cultura ed estrazione conservatrice (in Italia, Franco Cardini, Massimo Fini, etc…).

A molti infatti non è passato inosservato l’inquietante edificio teorico culturale che sembra aver preparato, supportato e giustificato questa guerra infinita e senza quartiere al terrorismo.

L’attenta rilettura dei testi fondamentali del cosiddetto Progetto per il Nuovo Secolo Americano (PNAC), sviluppato da un gruppo di intellettuali e di politici denominati spesso Neo-Con, molto vicini quando non coincidenti, con il “think tank” dell’amministrazione Bush, mostra senza ombra di dubbio come l’America dovesse attrezzarsi e modificarsi per restare il paese leader planetario indiscusso anche nel primo secolo del terzo millennio. Alle difficoltà oggettive di questa trasformazione e alla constatazione dei tempi lunghi per ottenerla, i teorici del Nuovo Secolo Americano facevano notare che un’accelerazione positiva in tal senso sarebbe stat possibile solo in concomitanza di un “evento catastrofico e catalizzatorecome una nuova Pearl Harbor” (Rebuilding America's Defenses: Strategy, Forces and Resources For a New Century. A Report of the Project for the New American Century, September 2000. Pag. 63).

Molti insospettabili quindi cominciano a credere all’incredibile. Addirittura gruppi di studio e di ricerca stanno ripassando al setaccio gli aspetti meno chiari e i dettagli tecnici delle sciagure dell’11 settembre. Innumerevoli dubbi e oggettivi sorgono ad esempio se si cerca di spiegare l’attacco al Pentagono con la tesi ufficiale del Boeing. Insomma comincia a farsi strada una scuola di pensiero “complottista” che con argomenti, documenti e anche prove rivede sotto altra luce, inquietante e sinistra, l’evento che ha dato il via alla nuova era.

Ma non sono questi gli argomenti su cui vorrei focalizzare l’attenzione perché già se ne sta parlando a sufficienza. Voglio introdurre un nuovo elemento di riflessione anch’esso a mio avviso di estrema delicatezza e gravità.

Ieri è apparso su un quotidiano italiano (La Repubblica a pag. 22) un articolo di Robert Kagan ripreso dal New York Times. Kagan, insieme a William Kristol, Michael Novak e Norman Podhoretz, è uno dei maggiori esponenti e teorici neocon del PNAC. Nel pezzo, intitolato “Cina e Russia i nuovi despoti”, dopo che è stata espressa la profonda amarezza per le illusioni tradite circa la liberalizzazione e democratizzazione di quei due grandi paesi, sembra indicarli senza mezzi termini come i nuovi nemici da combattere. “Essendo autocrazie, pur non essendo alleati naturali, [Cina e Russia] hanno in comune importanti interessi, sia tra loro, sia con altri assolutismi che si trovano tutti sotto assedio in un' epoca in cui pare che il liberalismo sia in espansione. Non dovrebbe stupire nessuno, pertanto, se in reazione a ciò si palesasse all' orizzonte un'alleanza informale di despoti, assecondata e protetta al meglio delle loro possibilità da Mosca e Pechino. A quel punto occorrerebbe domandarsi quale contromisura potrebbero adottare Europa e Stati Uniti. Sfortunatamente, oggi Al Qaeda potrebbe non essere l'unica minaccia cui deve far fronte il liberalismo, né la più grande”.

Il “Progetto” quindi sta imboccando una seconda fase? Dopo la “Nuova Pearl Harbor” e la sollevazione culturale e militare dell’Occidente contro “terrorismo” e “fondamentalismo”, ci si appresta a colpire i veri mandanti? Gli ultimi ostacoli all’affermazione “liberale”?

Quali sono le iniziative “culturali”, “legali” e ahimè “militari” a cui stanno pensando i neocon e i governi che ad essi si ispirano?

postato da: GabrielParadisi alle ore 25/05/2006 11:51 | Permalink | commenti (7)
categoria:america, globalizzazione e neoliberismo, terrorismo e guerra globale
martedì, 23 maggio 2006

Una storia finita

Nell’ottobre scorso, pochi giorni dopo che avevo creato questo blog, avevo contattato il Senatore Paolo Guzzanti in merito ad un suo articolo scritto per Il Giornale. Egli gentilmente mi aveva risposto ed era così cominciato tra noi, del tutto inaspettato, un lungo ed articolato rapporto epistolare. In questi sette mesi abbiamo trovato diversi argomenti su cui discutere, polemizzare e accapigliarci. Il suo temperamento ed il particolare momento politico ci hanno consentito alcuni duelli sicuramente interessanti, almeno per me. Memorabili, sempre per quel che mi riguarda, gli scontri su Freedom House o sulla Commissione Mitrokhin

Io da parte mia mi sono applicato con impegno per cercare inesattezze in quello che egli scriveva, per cercare di confutare le sue tesi che egli ha sempre sostenuto con estrema tenacia, passione e vigore. Anche ruvidamente, ma sempre con grande lealtà e soprattutto disponibilità.

Il Senatore frequenta alcuni Gruppi di Discussione. A uno in particolare, da lui creato e che definisce il “suo giardino”, tiene in maniera speciale: “Rivoluzione dei Nuovi Liberali”. Ed è lì che egli mi invitò per sviluppare le nostre discussioni.

In quel giardino vivono piante di ogni specie. Sicuramente quei fiori e quelle erbette ricevono da quel “focoso sole rosso” la luce e le energie di cui necessitano. Il sottoscritto piombò come un corpo estraneo in quel luogo suscitando immediatamente il disappunto e l’ostilità della maggior parte degli abitanti. Un petulante elettore di centro-sinistra, per giunta no-global dichiarato, che si permetteva di mettere in discussione nientemeno che il Senatore? Com’era possibile? Fin da subito venne esplicitamente richiesta a viva voce da molti la mia immediata espulsione. Niente di strano o di “illiberale”. Quello era un “club privato” dove giustamente gli iscritti volevano dedicarsi alle loro predilette attività senza gli occhi indiscreti (e la lingua spesso tagliente) di un personaggio uso ad abitudini completamente diverse dalle loro. Il Senatore prese ripetutamente le mie difese non senza traumi. Alcuni iscritti storici infatti decisero di abbandonare la lista sbattendo rumorosamente la porta e non mancarono polemiche e zuffe. Nel vivo della campagna elettorale il Senatore aveva proposto agli iscritti di vedermi come una sorta di “sparring partner”. Un allenatore con cui confrontarsi per consolidare le proprie convinzioni. Per imparare a capire la psicologia e gli argomenti degli avversari. Qualche discussione costruttiva sicuramente credo sia anche nata, ma fondamentalmente il “progetto” è fallito. Non era facile. Occorreva volontà e impegno da tutte e due le parti e probabilmente sono mancati entrambi, sia a me sia agli abitanti del giardino.

Così (per la prima volta nella sua vita) il Senatore ha deciso di escludermi dal suo Gruppo di Discussione.

Domenica scorsa a seguito di uno scambio vivace di battute con una iscritta, Guzzanti mi ha definitivamente cancellato d’ufficio, dalla lista.

Non è stato il suo un atto violento d’autorità e io non sono un “reietto”. Semplicemente i tempi erano maturi perché io abbandonassi quel luogo. Quando non si riesce più a dare nulla e nemmeno si riceve, è meglio, molto meglio, farla finita.

Ci siamo scritti in privato. Ci siamo chiariti, ammesso ce ne fosse bisogno.

Io ho trovato questa esperienza comunque molto utile e interessante. Questo mio blog ha sicuramente avuto lustro dalla partecipazione attiva di un grande giornalista (che negli ultimi anni scrive quasi sempre cose che non condivido, ma resta un grande giornalista); questo mio blog ha acquisito prestigio dalla presenza di un Senatore della Repubblica Presidente di una Commissione Bicamerale.

Le storie, tutte le storie, prima o poi finiscono. E forse è solo un bene che sia così…

 

Riporto di seguito, per chiudere questa storia, le ultime lettere che ci siamo scambiati io e Paolo Guzzanti…

 

Caro Paradisi
I motivi per cui, dopo averla ringraziata per il contributo che in questi mesi ha dato alla mia lista Rivoluzione dei Nuovi Liberali, ho ritenuto di doverla escludere dalla lista stessa, non sono di natura per così dire "disciplinare" e non si risolvono con la solita diatriba del genere ma io ho
detto, ma tu hai scritto, ma tu intendevi, ho detto un'altra cosa.
Non si tratta di questo. Io l'ho invitata in una lista di gente della CdL per vedere se era possibile un innesto di idee.
Non è stato possibile.
Poi non mi è piaciuto, da un certo momento in poi, il suo stile (non sempre, ma spesso) ed è una questione personale mia, non una sua colpa.
Non la accuso di nulla, ma quel che accadeva non era quel che desideravo.
Una parte della mia lista ha espresso il rifiuto andandosene.
Non me ne sono preoccupato: era già accaduto quando ci fu un rigetto per Sìgal.
Quando la gente è intollerante e irrispettosa, meglio che se ne vada.
Voglio dire: ho fatto dei sacrifici come investimenti, solo per la fioritura di una lista intelligente, nulla di più.
Le spiego ora con un aneddoto quel che è successo, usando un caso analogo.

Molti anni fa Alberto Ronchey chiese a Scalfari di essere assunto a Repubblica.
Eugenio gli disse: "E' una buona idea, ma sarai capace di parlare ad un pubblico di sinistra portando le tue idee di destra, usando un linguaggio, una attenzione adatti ai tuoi nuovi lettori?"
Alberto disse di sì, ma non ne fu capace e ben presto fallì.
I lettori di Repubblica rifiutavano Ronchey come un corpo estraneo.
Mi incaricai io di spiegare ad Alberto quel che era successo una sera che ci trovammo a cena da Giovanni Minoli con Giuliano Ferrara, Lucio Colletti, Ezio Mauro ed altri.
Come forse lei sa io sono un perfetto imitatore e il mio Eugenio Scalfari è superiore all'originale.
Così con la voce romanesca di Scalfari lo investii davanti a tutti con queste parole:
"Alberto, t'avevo dato la possibilità de scrìve le tue stronzate in un linguaggio adatto a quelli che leggono Repubblica, e invece hai seguitato a scrìve le stesse stronzate, ma cor linguaggio del Corriere. Dunque me pare che l'unico motivo per cui sei venuto a Repubblica è che c'era er garage sotto all'ufficio dove potevi parcheggià con commodo. Ma mo' ciai rotto li cojoni e è mejo che te ne vai".
Tutti risero, anche Alberto, ma il giorno dopo Scalfari mi accolse severamente:
"Mi dicono che nei salotti romani con la mia voce hai licenziato Alberto Ronchey".
Io risposi: "Era un gioco, era solo teatro".
"Ma quello se n'è andato davvero".
"E ti dispiace?".
"No - disse Eugenio - anzi volevo ringraziarti".
E così fu che Ronchey tornò al Corriere.
Ora la questione per me è quella che ho già detto: saper parlare ai propri nemici con il loro linguaggio, non col tuo, per far passare il tuo messaggio, non il loro.
E' un'impresa difficilissima.
Ho visto pian piano che l'impresa nel suo caso falliva e che resisteva un inutile dialogo fra sordi, anche se con rari salamelecchi.
Inoltre la brava Elisabetta era rimasta sola a ricevere e a rispondere anche a messaggi oggettivamente sgradevoli.
Ho pensato quindi che fosse giunto il momento di chiudere, senza infamia per nessuno e anzi con mille ringraziamenti.
Tutto qui.
Non facciamo processi alle streghe, per favore.
Un caro saluto e, se le fa piacere, pubblichi questa mia sul suo blog.
Paolo Guzzanti (
Lun Mag 22, 2006  8:01 pm)

 

Senatore La ringrazio nuovamente e pubblicamente, dopo averlo già fatto in privato. Ogniqualvolta finisce una storia, qualunque essa sia, si prova un senso di tristezza (e contemporaneamente, almeno per me, di dolcezza). In questo caso io provo però anche un po' di rammarico in quanto non sono onestamente riuscito a portare a termine un compito. Una sfida. Un 'gioco' al quale Lei mi aveva invitato con signorilità e con grande coraggio. Devo dire a mia parziale discolpa che l'arena in cui ero stato chiamato non era delle più facili ed accoglienti. D'altra parte è anche vero che i veri campioni si vedono proprio nelle prove più ardue e difficili. Ebbene io non ce l'ho fatta. Credo in cuor mio che sarebbe stato difficile per chiunque. Di questi tempi poi parlare il linguaggio degli 'avversari' portando le proprie argomentazioni è molto complicato. Forse impossibile. C'è troppa animosità. Troppo astio. Quando si affermano con tenacia le proprie idee si viene scambiati per 'radicali e antagonisti'; se si è gentili si passa, se va bene, per 'buonisti', alla peggio per persone subdole e infide. Come si abbassa la guardia e il tono, arriva l'aggressione. Il colpo basso che spiazza. Non è un bel clima. Purtroppo poi non è nemmeno limitato ad una lista, ad un gruppo di discussione. E' un'aria greve che oggi pervade ogni luogo. Penso sinceramente che sarebbe auspicabile tutto ciò si stemperasse. Per il bene di tutti. In questo, Voi politici, giornalisti, uomini con responsabilità istituzionali potete intervenire e vi invito con calore a farlo. Sarebbe opportuno che gli animi si rasserenassero. Che gli avversari (no i nemici), si riconoscessero reciprocamente e si accettassero. Ci sono stati momenti, credo, durante le nostre discussioni in cui io e Lei ci siamo sinceramente e lealmente stimati, anche se le nostre diversità restavano insanabili. Quelli sono stati i momenti migliori e più alti. Quegli scambi di idee e di opinioni, anche aspre, credo abbiano arricchito la lista. In quei momenti, nel suo giardino - invaso spesso da erbacce ;-)... -, qualche gracile fiorellino è pur nato. Se ciò è avvenuto, come credo, questa esperienza non è comunque stata vana. Né per la lista, tanto meno per me. Dunque va bene così.

Pubblicherò senz'altro queste lettere domani sul mio blog. Molto volentieri. Io continuerò a seguirla, Senatore. A incalzarla se occorre. Spero che ogni tanto trovi la voglia di rispondermi.

Grazie ancora e mi saluti tutti gli amici del "gruppo" nessuno escluso. In particolare però mi saluti Eli che, stavolta, e stata veramente... "protagonista".
Con affetto
Gabriele Paradisi (
Lun Mag 22, 2006  11:45 pm)

 

postato da: GabrielParadisi alle ore 23/05/2006 08:58 | Permalink | commenti
categoria:guzzanti paolo
martedì, 16 maggio 2006

Piccoli liberisti crescono (Il Valore di un Sogno)

Mio figlio più piccolo frequenta la terza elementare in una scuola pubblica di Bologna. L’altro ieri è tornato a casa con un opuscoletto e un compito da svolgere.

Il quadernetto s’intitola “Il Valore di un Sogno” (Quaderno per casa), pare infatti che esista anche un “Album di Classe”. In bella vista il logo di UN noto Istituto di CREDITo. Per compito mio figlio doveva completare con l’aiuto dei genitori gli esercizi fino a pagina 6.

Riporto alcune frasi, quelle a mio avviso più significative:

Ogni persona possiede alcune risorse che sono solo sue, che sono cioè entrate a far parte del patrimonio personale. Qual è il tuo patrimonio di giochi?” (pag. 4).

Se ripensi bene abbiamo una risorsa che ci permette di procurarne altre… Quale sarà la risorsa che mamma e papà usano per procurarti quello che ti serve? Cercala fra le parole dello schema e colora di giallo le caselle che la compongono (Cerca in verticale, orizzontale, obliquo)” (pag. 6).

Io ho scartato “Dado” (non bisogna mai confidare sul gioco e sulla fortuna), “Vino” (tantomeno sul vizio), “Fiore” e “Papere” ed ho invece suggerito “Denaro” e “Oro” (entrambe verticali).

Da dove viene il denaro? Non cresce sugli alberi, non piove dal cielo… Gli scrittori hanno inventato modi molto fantasiosi con cui gli eroi delle favole tentano di procurarsi denaro. Pensa ad esempio alla pentola piena di monete che si trova dove finisce l’arcobaleno nel bosco degli gnomi, o all’asino che sputa monete d’oro”. (pag. 7)

Segue a pag. 9 una tabella in cui il bimbo può scrivere la lista dei desideri, cosa cioè vorrebbe “per divertirsi”, “per essere elegante” (!?), “per praticare il suo sport preferito” e così via. Quindi dovrebbe indicare quanto costa per lui questo desiderio e farsi aiutare dalla mamma per completare l’ultima colonna: “quanto costa davvero?”.

A pag. 12 e a pag. 13 parte l’affondo della Banca deciso e diretto: “Anche tu hai messo da parte un tuo capitale personale?”. A 8 (otto) anni? Un capitale personale?? “Come ti sei procurato i tuoi ‘soldini’”? Soldini?? “Racconta: Ho avuto in regalo per il compleanno:… Ho avuto in regalo in altre occasioni (quali?):… Ricevo come paghetta (ogni quanto?):…”. La tentazione di chiedere anche “quanto ricevo?” dev’essere stata tanta, ma un pizzico di pudore deve aver colto anche coloro i quali hanno organizzato i testi. Nella pagina successiva, dove si spiega anche “un po’ di contabilità” suggerendo la compilazione di una tabella entrate (soldi ricevuti) – uscite (spese), si sviluppa una serie di domande tipo: “Ti sono capitate spese impreviste?” (ricordiamoci sempre che il questionario è rivolto ad un bambino di 8 anni… spese impreviste a 8 anni??), l’ultima delle quali a noi pare veramente tanto anzi troppo. La maschera cala completamente e rimane una faccia truce e rossa di vergogna: “Hai mai pensato di depositare i tuoi risparmi in banca come fanno gli adulti?”. Senza alcun filtro si “istiga” la creatura a diventare correntista… perché la Banca custodisce i risparmi… e tu non devi fare come Pinocchio…

Non basta, a pag. 20 si cerca di spiegare al cucciolo che cosa è la Borsa e ovviamente cosa sono le Azioni: “Quando la tua mamma va al mercato, torna di solito a casa con una borsa piena di acquisti. Nel mondo dell’economia… la Borsa contiene un intero mercato!!! La Borsa infatti è un luogo dove avviene il mercato, cioè l’acquisto e la vendita di ‘prodotti’ molto particolari: le azioni”. Inarrivabile a nostro avviso il testo, fissato con attenzione da un simpatico scoiattolino (Scotty) che insieme ad un altrettanto vispo monello allieta e colora l’intero opuscoletto: “Le banche mettono a disposizione dei loro clienti delle persone esperte che fanno lunghi studi sulle azioni in vendita in Borsa, in modo da dare buoni consigli sugli acquisti da fare”.

E’ fatica trovare anche le parole… che tristezza… Immaginate se io avessi conosciuto una di queste “persone esperte” qualche anno fa e che mi avesse dato il “buon consiglio” di acquistare bond argentini o azioni Parmalat…

Sembra che la presentazione dell’iniziativa sia stata accompagnata in aula da due funzionari di banca in giacca e cravatta d’ordinanza, che hanno illustrato le schede e spiegato le parole più astruse come “tasso d’inflazione”, “carta di credito” e “budget mensile”. Mio figlio per fortuna ha detto che si è annoiato a morte e non ricorda nulla.

Tommy non ti preoccupare se non sai compilare la tabella di pag. 22 “tenendo conto della tua capacità di risparmiare per verificare se hai imparato a ‘misurare la strada’ per raggiungere i tuoi obiettivi”;

Non essere triste se non provi gioia a ragionare sulle varie forme di “Risorse necessarie: Paghetta (lo stipendio ufficiale?, ndr); Ricompense per lavoretti (il nero?, ndr); Mance (le tangenti?, ndr);

Probabilmente tu imparerai a compilare un assegno solo in età avanzata… come tuo padre;

Affronterai i fidi e i mutui al momento opportuno che purtroppo verrà… giusto per non dormire più la notte,

ma in tal modo, Tommy, tu darai valore non ad un sogno ma ad ogni minuto che passa.

E – quel che più conta – è che così sarai un Uomo, figlio mio!

 

PS

Dopo essermi debitamente scusato col vecchio Rudy e alla sua lettera del 1910, fornisco qualche utile coordinata.

L’iniziativa “Il Valore di un Sogno” è curata da La Fabbrica (Communication, Education & Marketing), un gruppo internazionale nato a Milano nel 1984 e con sedi anche a Torino e a San Paolo del Brasile. Nel loro sito sono citati almeno una decina di Progetti Didattici e relativi Concorsi realizzati per vari clienti tra cui una notissima azienda di TELECOMunicazioni.

Il Progetto che abbiamo appena descritto è rivolto alle scuole primarie del Comune di Bologna che avrà in tal modo, immaginiamo, ottenuto dei finanziamenti… quelli che l’ultimo governo ha tagliato alle amministrazioni e soprattutto alla scuola pubblica.

postato da: GabrielParadisi alle ore 16/05/2006 07:27 | Permalink | commenti (10)
categoria:educazione, politiche sociali
venerdì, 12 maggio 2006

Ma quale voglia di civiltà?

Nelle pagine interne dei maggiori quotidiani odierni, si può leggere un pittoresco reportage tratto dal New York Times di ieri in cui si narra di un gruppo di indigeni amazzonici giuntimezzi nudi e accompagnati da piccole scimmie”,  nei pressi di una città colombiana per chiedere… “asilo”.

La Repubblica titola “Amazzonia, l’addio degli indios ‘Abbiamo voglia di civiltà’”; il quotidiano on-line chiosa: “Un gruppo di Nukak-Makú ha deciso di vivere ai bordi di una città. Tribù amazzonica lascia la giungla: ‘Siamo pronti per la società civile". In originale il New York Times recitava: “Lasciare la natura selvaggia, e piuttosto gradire il cambiamento”. Il Corriere ha adattato: “Ottanta Nukak Makù abbracceranno il mondo moderno. Addio foresta: tribù lascia l'Amazzonia. Vivono ancora allo stato selvaggio nella foresta più profonda ma ora sembrano averne abbastanza della vita primitiva”…

Ci immaginiamo già qualche servizio televisivo in cui solerti presentatori ci racconteranno dai loro soffusi salotti la capacità attrattiva della nostra luccicante civiltà coi suoi irrinunciabili benefici: i cellulari, le merendine confezionate, le polveri sottili.

Ora una qualunque persona di buon senso, chiunque cioè si rifiuti di bere le favolette utili soltanto a rassicurare le casalinghe e utili soprattutto alla raccolta pubblicitaria, credo faccia molta fatica a immaginare che un indio, capace di chiedere guardando in alto: "su quale razza di strada invisibile camminano in cielo gli aerei?", possa decidere di punto in bianco di approdare in un mondo rumoroso, puzzolente e incomprensibile, in quanto stanco (!?) di ciò che lui e i suoi antenati hanno fatto da sempre.

Grazie a d-o e alla tecnologia (malgrado qualcuno di voi lo pensi, non sono assolutamente in contraddizione con me stesso), oggi basta qualche click di mouse per cercare di capire, per cercare di farsi un’idea magari un po’ più seria e libera.

Vi voglio perciò raccontare io qualcosa di più, qualcosa di diverso.

 

I Nukak Makù vivono in una regione situata tra i bacini del Guaviare e dello Inirida, nell’area amazzonica della Colombia orientale. Sono entrati in contatto con il mondo esterno per la prima volta nel 1988. Il primo assaggio della “civiltà” fu per loro disastroso. Molto rapidamente furono colpiti da epidemie e da malattie contro le quali non erano immunizzati: malaria, morbillo, raffreddore, e sono stati decimati. Si pensa che attualmente ne sopravvivano circa 400 mentre all’origine dovevano essere più di un migliaio.

Vivono esattamente secondo lo stereotipo delle popolazioni amazzoniche. In piccoli gruppi familiari, privilegiano la foresta isolata ai fiumi e sono costantemente in movimento. Questa grande mobilità implica che possiedano soltanto pochi e agili beni materiali, dovendo essere facilmente trasportabili. Possono così in alcuni minuti raccogliere i loro hamacs (tessuti in fibre vegetali che costituiscono i loro principali mobili), i loro utensili ed alcuni altri oggetti in borse di palme che portano sulla schiena, e ripartire.

Le case Maku, costruite per mezzo di rami e di strati di palma, hanno una struttura leggera di una solidità sufficiente per procurare loro un tetto e appendere i loro hamacs. Ogni famiglia ha un suo focolare utilizzato per cucinare, riscaldarsi ed anche per bruciare lentamente alcune particolari piante che allontanano le zanzare durante la notte. Degli zampironi naturali pare molto efficaci. I Maku si nutrono di pesce, di selvaggina, di tartarughe, di frutta, di verdura, di noci, di insetti e di miele. Gli uomini cacciano per mezzo di canne usando frecce imbevute di curaro, potente veleno che ottengono a partire da ben cinque piante diverse. I Nukak Maku non conoscono il concetto di denaro (!?), proprietà privata (!?), futuro (!). Non sanno nemmeno dell'esistenza di uno stato chiamato Colombia.

Cos’è dunque che ha fatto decidere questi tranquilli selvaggi a lasciare le loro terre al di là del grande ritorno d’immagine visto l’interesse suscitato sulla stampa mondiale da questo loro gesto?

Non ci crederete ma è questione di droga e di eserciti. Di soldi insomma. Denaro (denaro?).

 

Dagli anni ‘60, infatti le loro terre non cessano di essere invase. La stessa loro emersione alla civiltà del 1988 fu dovuta a "incidenti" che li avevano spinti a tanto. L'isolamento della regione ed il clima propizio alla coltura della coca garantisce un afflusso continuo e massiccio di "coloni senza terra".

I guerriglieri marxisti delle FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia) e le forze paramilitari di estrema destra dell’AUC (Autodefensas unidas de Colombia) si disputano la produzione lucrativa di coca e spesso forzano gli indigeni a lavorare nelle piantagioni.

D’altra parte il governo colombiano interviene impiegando l’esercito regolare e irrorando le colture di coca con fumogeni per estirpare le piantagioni.

I poveri Nukak Maku sono quindi schiacciati tra i fuochi di questa ‘guerra civile' a quattro: coloni, guérilla, paras ed esercito.

Chi pensa a loro?